LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

LA RUSSIA INTERROMPE LO SFRUTTAMENTO DI GAS DALL’ARTICO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 31, 2012

Il monopolista russo, Gazprom, dichiara lo stop ai lavori per l’estrazione di gas dallo Shtokman, il giacimento più capiente d’Europa. Il crescente ruolo del gas shale e l’abbandono da parte dei partner norvegesi e francesi tra le ragioni della decisione del Cremlino, che ora vede compromessa la realizzazione della sua politica energetica nei confronti dell’Unione Europea

Il giacimento Shtokman, nel Mare di Barents

Mosca nega, ma lo stop allo sfruttamento del giacimento Shtokman rappresenta un duro colpo ai piani energetici della Russia, in Europa e nel Mondo. Nella giornata di mercoledì, 29 Agosto, l’ente monopolista russo, Gazprom, ha comunicato l’intenzione di abbandonare i lavori di estrazione di gas dall’Oceano Artico.

Secondo una nota ufficiale, comunicata dal Rappresentante di Gazprom, Vsevolod Cherepanov, la motivazione della decisione sarebbe legata agli alti costi che Mosca si è trovata ad affrontare dopo la fuoriuscita dal consorzio internazionale deputato allo sfruttamento dello Shtokman degli altri due partner: il colosso norvegese Statoil, e la compagnia francese Total.

“I costi sono troppo alti – ha dichiarato Cherepanov all’autorevole Reuters – Non dobbiamo prendere decisioni affrettate. Possediamo sufficienti rifornimenti di gas”.

Molti tra gli esperti hanno tuttavia riscontrato nell’ostentata sicurezza di Gazprom un tentativo di mascherare un serio problema che Mosca si trova ad affrontare: la carenza di gas nei propri giacimenti siberiani. A sostegno di tale sospetto è la volontà del monopolista russo di prendere parte a progetti di estrazione di nuovi giacimenti in diverse aree del pianeta – persino in Texas.

Sintomatico è inoltre quanto accaduto in Europa nel Febbraio 2012, quando in seguito ad un’ondata i freddo eccezionale Gazprom non è stato in grado di soddisfare l’incremento della richiesta di gas proveniente dall’Unione Europea, lasciando al freddo molti dei Paesi del Vecchio Continente centrale e meridionale come Slovacchia, Austria, ed Italia.

Con la sua capacità di 3,8 trilioni di oro blu, lo Shtokman è uno dei più capienti giacimenti di gas al Mondo. Dal 2007, il suo sfruttamento è stato operato dalla cordata energetica russo-norvegese-francese, ma l’interesse di Mosca al serbatoio dell’Artico risale all’inizio degli anni Novanta, quando Gazprom ha avviato una collaborazione con compagnie statunitensi.

Con l’inizio dell’estrazione di gas shale negli USA, Washington ha perso interesse nella compartecipazione ai lavori per lo sfruttamento dello Shtokman, così, nel 2006, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha fatto del giacimento artico il serbatoio del gasdotto NordStream.

Questa infrastruttura, con la quale la Russia rifornisce di gas direttamente la Germania, bypassando Paesi dell’Unione Europea politicamente ostili al Cremlino come Polonia, Romania, Lituania, Lettonia ed Estonia, è stata realizzata dai russi per realizzare la politica di divide et impera dell’Europa.

Mosca, infatti, approfitta della connivenza delle cancellerie dei Paesi dell’Ovest dell’UE – Germania e Francia in primis – per mantenere la propria egemonia energetica sul Vecchio Continente, e rendere impossibile i piani varati dalla Commissione Europea per diversificare l’approvvigionamento di gas in Europa.

Terminati i lavori di ampliamento del NordStream

La rinuncia allo Stokman rappresenta dunque un duro colpo alla possibilità da parte di Mosca di mantenere attivo il NordStream. Ciò nonostante, nella giornata di giovedì, 30 Agosto, Gazprom ha comunicato il termine dei lavori di ampliamento del Gasdotto Settentrionale – com’è altrimenti noto il NordStream.

Non appena l’infrastruttura avvierà appieno la sua attività, la Russia rifornirà l’Europa di 55 Miliardi di metri cubi di gas, che la Germania, attraverso la rete dei gasdotti interna europea, smisterà ai vari Paesi del Vecchio Continente.

Matteo Cazzulani

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Yulia Tymoshenko condannata anche in Cassazione.

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 30, 2012

La Leader dell’Opposizione Democratica ucraina vede confermata la condanna a sette anni di carcere per la firma di accordi energetici ritenuti sconvenienti per le casse dello Stato. La guida della Rivoluzione Arancione esclusa in definitiva anche dalle liste elettorali per le Elezioni Parlamentari

Condannata al carcere in definitiva, esclusa dalle liste elettorali senza più possibilità di appello. Nella giornata di mercoledì, 29 Agosto, la Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Yulia Tymoshenko, e stata ritenuta definitivamente colpevole per la firma di accordi energetici nel Gennaio 2009 ritenuti svantaggiosi per le casse dello Stato: un gesto che costringe l’ex-Primo Ministro a sette anni di reclusione in isolamento, più tre di interdizione dalla vita politica.

La decisione e stata presa dalla Corte di Cassazione, che ha mantenuto invariata la sentenza pronunciata in Primo Grado l’11 Ottobre 2011, e confermata in Appello il 24 Dicembre, nonostante gli Avvocati difensori della Tymoshenko abbiano presentato svariate documentazioni a sostegno dell’innocenza dell’imputata.

In particolare, la Difesa ha sottolineato come la Leader dell’Opposizione Democratica sia stata impossibilitata a prepararsi al processo a causa della detenzione in carcere preventiva che la Corte ha sentenziato all’imputata il 5 Agosto 2011. Allora, a processo appena iniziato, la Tymoshenko e stata ritenuta soggetto potenzialmente pericoloso per il prosieguo del procedimento.

Inoltre, gli Avvocati difensori hanno posto l’accento sul fatto che il 90% dei testimoni citati a giudizio durante il primo grado hanno scagionato l’ex-Ministro, ed hanno riconosciuto la sua totale innocenza: la firma degli accordi energetici e stata una scelta urgente che la Tymoshenko, da Capo del Governo, ha dovuto prendere in una situazione di emergenza nazionale per ripristinare il transito di gas verso l’Ucraina e l’Europa, che la Russia aveva tagliato per destabilizzare la coalizione arancione filo-europea al potere al tempo a Kyiv.

Completato l’intero iter processuale, la Tymoshenko ha ora la possibilità di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti Umani. Secondo quanto dichiarato dal braccio destro della Leader dell’Opposizione Democratica Unita, Oleksandr Turchynov, il Tribunale di Strasburgo riuscirà a rendere giustizia alla Tymoshenko.

L’Avvocato dell’ex-Primo Ministro, Serhiy Vlasenko, ha confermato l’intenzione di ricorrere in Europa, d si e detto convinto del fatto che la sua assistita riceverà in Europa come minimo una lauta compensazione per i danni morali.

A poche ore dalla sentenza della Cassazione, la Commissione Elettorale Centrale ha confermato l’esclusione della Tymoshenko dalle liste dell’Opposizione Democratica Unita in vista delle prossime Elezioni Parlamentari.

Oltre all’ex-Primo Ministro, fuori dalla consultazione e rimasto anche Yuri Lutsenko: ex-Ministro degli Interni dei governi filo-occidentali che assieme alla Lady di Ferro ucraina ha guidato nel 2004 il processo democratico in Ucraina passato alla storia come Rivoluzione Arancione.

Kyiv sempre più lontana dall’UE

Pronte sono state le proteste da parte della Comunità Internazionale. La Commissione Europea ha espresso preoccupazione per la sentenza della Cassazione e la decisione della Commissione Elettorale Centrale: passi che allontanano l’Ucraina dal gruppo dei Paesi rispettosi dei principi della democrazia e dei diritti umani.

Il Consiglio d’Europa ha invece espresso la volontà di dedicare una seduta straordinaria alla questione ucraina. Inoltre, esso ha invitato il Presidente, Viktor Yanukovych, a dare un segnale concreto in favore del rispetto delle regole democratiche che possa smentire le accuse a lui mosse dall’Opposizione Unita, e dall’opinione pubblica internazionale, di instaurazione sulle Rive del Dnipro di un regime dittatoriale che reprime il dissenso e la stampa libera.

Degna di nota e la reazione del Ministero per gli Affari Europei della Gran Bretagna, che per primo ha denunciato la condanna in cassazione della Tymoshenko. Con una nota, il Ministro David Lidington ha evidenziato come tutte le tappe del processo siano state contrassegnate da irregolarità diffuse, e come l’Ucraina sia oggi ben lontana dal rispetto dei parametri necessari per il completamento del processo di avvicinamento ed integrazione nell’Europa unita.

Lecito ricordare che proprio a causa della condanna in primo grado della Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, l’Unione Europea ha congelato la firma dell’Accordo di Associazione: un documento che avrebbe concesso all’Ucraina lo status di partner privilegiato UE, ed avrebbe comportato l’immediato varo di una Zona di Libero Scambio tra Kyiv e Bruxelles.

Matteo Cazzulani

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Più Europa, meno disunita: la proposta della Polonia per battere la crisi

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on August 29, 2012

Il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, propone l’incremento dei poteri della Commissione Europea e l’elezione degli organi di governo dell’Unione Europea secondo liste continentali. Si riaccende il dibattito energetico sul gas shale in territorio polacco.

Unificazione delle cariche di Presidente della Commissione Europea e del Consiglio Europeo, aumento dei poteri della Commissione ed elezione diretta degli organi dell’Unione Europea mediante liste uniche a livello continentale sono le tre proposte avanzate dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, per battere la crisi e rilanciare l’UE a livello globale.

Il Capo della Diplomazia polacca e stato invitato all’incontro degli Ambasciatori tedeschi nella giornata di sabato, 26 Agosto, ed ha colto l’occasione per esprimere le proprie convinzioni in merito alle riforme necessarie all’Europa per riprendere un ruolo guida nel Mondo.

Secondo Sikorski, la soluzione alla crisi non sta nella disgregazione dell’Unione Europea, bensì nell’implementazione del processo di integrazione interno al Vecchio Continente. Tra le priorità da realizzare, oltre alle riforme politiche riguardanti la Commissione Europea ed il sistema elettorale del Vecchio Comtinente, Sikorski ha identificato anche la necessità di un’unione bancaria e finanziaria.

La posizione di Sikorski, che in passato si e speso a più riprese a favore dell’implementazione del processo di integrazione europea, testimonia la vena fortemente europeista del Governo cristiano-democratico polacco. Nonostante la crisi dell’Euro, e la mancata appartenenza di Varsavia alla moneta unica UE, esso vede nell’unita del Vecchio Continente l’unica possibile soluzione per rilanciare l’Europa in campo internazionale.

Oltre che per il sostegno del processo di integrazione europea, la Polonia ricopre un ruolo di primo piano per altri due motivi. Il primo e legato al sostegno fornito al processo di allargamento dell’Unione Europea ad Ucraina, Moldova, Georgia e Bielorussia: Paesi dell’Unione Europea che per motivi geopolitici non appartengono all’UE nonostante culturalmente e storicamente appartengano di diritto all’Europa.

In secondo luogo, Varsavia possiede nel suo territorio un ampio giacimento di gas Shale, il cui sfruttamento consentirebbe all’Unione Europea di soddisfare il suo fabbisogno energetico senza più dipendere dalle forniture della Russia.

Tuttavia, lo sfruttamento dei giacimenti shale e contrastato da due fattori. Il primo e legato alle tecnologie necessarie per l’estrazione di questo tipo di oro blu, ubicato a profonda profondità: necessari sono infatti macchinari provenienti dagli USA – dove lo shale e sfruttato normalmente – molto costosi, e, prima ancora, studi sul campo parecchio approfonditi.

Il secondo fattore contrastante lo sfruttamento del gas shale e legato alla protesta ambientalista, che si oppone ai lavori di ricerca per presunti danni all’equilibrio geologico del Paese in cui e ubicato il giacimento.

Secondo indiscrezioni provenienti da fonti molto accreditate, i movimenti che si schierano contro lo sfruttamento dello shale sono appoggiati politicamente dalla Russia, che mal sopporta la possibilità di perdere il proprio monopolio sulla compravendita di gas in Europa.

Anche a Varsavia c’e chi e contrario all’indipendenza energetica Ue

Di recente, posizione contraria allo sfruttamento dello shale e stata assunta dal partito radicale polacco Movimento di Palikot. Esso, a livello europeo, collabora con il movimento verde, ed ha deciso di sostenere la protesta ambientalista per un mero calcolo di politica interna, orientato all’incremento dello spessore politico che, oggi, vede questa forza partitica fortemente anti-tradizionalista sostenuta dal 10% degli elettori in Polonia.

A Varsavia, favorevoli all’estrazione del gas non-convenzionale restano tuttavia tutte le altre forze politiche, dalla coalizione di Governo – Piattaforma Civica e Partito Contadino – all’opposizione conservatrice – Polonia Solidale e Diritto e Giustizia – che vedono nella presenza del giacimento shale in territorio polacco una possibilità unica per garantire all’Unione Europea l’indipendenza energetica.

Matteo Cazzulani

Gazprom nel mirino di Greenpeace

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 28, 2012

Attivisti dell’Organizzazione ecologista internazionale protestano contro lo sfruttamento dei giacimenti di gas e nafta dell’Artico da parte del monopolista russo. L’importanza della questione energetica nel Polo Nord per la sicurezza nazionale dell’Unione Europea.

No allo sfruttamento del Mar Glaciale Artico e lo slogan con cui un manipolo di attivisti dell’organizzazione internazionale Greenpeace ha avviato una campagna contro il monopolista russo, Gazprom. Nella giornata di Domenica, 27 Agosto, quattordici attivisti, provenienti da dieci Paesi, hanno impedito alla nave Anna Akhmatova di raggiungere la piattaforma Prirazlomnoe, nel Mare di Barents, rendendo impossibile l’avvicendamento degli operatori del monopolista russo e, di conseguenza, i lavori di estrazione del greggio dal ricco giacimento dell’Oceano Artico.

L’azione di Greenpeace, a cui ha preso parte anche il Capo dell’organizzazione internazionale, Kumi Naidoo, e stata una risposta al precedente atto dimostrativo che ha avuto luogo nella giornata di venerdì, 24 Agosto, quando una decina di militanti e riuscita ad occupare la piattaforma Prirazlomnoe per una manciata di ore, finendo per essere costretti all’abbandono dai continui getti di acqua ghiacciata lanciati dagli operatori di Gazprom.

La protesta dell’organizzazione internazionale solleva un tema di importanza cruciale nella politica energetica mondiale ed europea come il controllo dei giacimenti di gas e greggio posizionati nell’Oceano Artico. Greenpeace rivendica il rispetto di una risoluzione ONU che vieta lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu ed oro nero nei pressi del Polo Nord, puntualmente violata dalla Russia.

Mosca infatti e intenzionata a detenere il controllo dell’Oceano Artico per assicurarsi rifornimenti di gas e greggio utili a supplire le carenze sofferte nei giacimenti ubicati in Siberia, giunti quasi all’esaurimento. Per questa ragione, la Federazione Russa ha ingaggiato una contesa geologico-diplomatica con Canada, Norvegia, Danimarca e Stati Uniti d’America per ottenere dalla Comunità Internazionale il riconoscimento della “russicita” del Polo Nord.

Prove di forza, anche militari, e persino studi scientifici che cercano di certificare l’estensione sui fondali dell’Artide della medesima placca tettonica su cui si trova Mosca si sono verificati in notevole quantità negli ultimi anni, senza, tuttavia, portare ad una risoluzione definitiva della questione.

Pressing della Russia sull’Estonia per l’appoggio al NordStream

L’interesse della Russia per il Polo Nord e strettamente legato ai piani egemonici di Mosca in Europa, in particolare al gasdotto NordStream. Questa conduttura e stata costruita sul fondale del Mar Baltico sulla base di un accordo bilaterale russo-tedesco – sostenuto da francesi, olandesi ed italiani – per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas della Russia, e bypassare Paesi dell’Unione Europea politicamente avversati dal Cremlino come Polonia, Lettonia, Lituania, Romania ed Estonia.

Proprio l’Estonia potrebbe essere il prossimo Paese candidato al sostegno del NordStream. Secondo quanto riportato dal Kommersant”, il supporto politico al Gasdotto del Nord – com’e altrimenti noto il NordStream – sarebbe il prezzo da pagare per la concessione da parte di Gazprom di uno sconto a Tallinn sulle forniture di gas.

Finora, l’Estonia si e sempre opposta alla costruzione di un’infrastruttura contraria all’interesse energetico di Tallinn e dell’Unione Europea, ma nulla esclude che la leva economica di Gazprom possa indurre il Paese baltico ad ammorbidire la sua contrarietà.

Il sostegno estone al NordStream e una questione di tempo. Tutto dipende infatti dalla realizzazione del terminale di Klaipeda, in Lituania, voluto dai Governi lituano, lettone ed estone – con l’appoggio della Polonia e della Commissione Europea – per costruire un rigassificatore in grado di diversificare le forniture di oro blu, allentando la dipendenza dalla Russia dei tre Paesi Baltici, che finora pari all’89%.

Vilna ha già stretto un accordo per il prestito dalla Norvegia di una stazione mobile dedicata alla conversione del gas dallo stato liquido a quello aeriforme, utile per accorciare i tempi per l’avvio del progetto di diversificazione delle forniture.

Dalla riuscita o meno dell’esperimento baltico dipende molto dei destini della politica energetica europea, in quanto l’ampio sfruttamento del gas liquefatto anche in altre aree del Vecchio Continente potrebbe caratterizzare un mezzo per diminuire il monopolio del gas della Russia in Unione Europea e, una volta per tutte, garantire la sicurezza energetica all’Europa.

Matteo Cazzulani

Turchia: con la cultura e l’energia tra Asia ed Europa

Posted in Turchia by matteocazzulani on August 27, 2012

Ankara si impone come Paese Leader tra gli Stati turcofoni del Centro-Asia, e rafforza la sua importanza nei confronti di Bruxelles per il ruolo chiave ricoperto nella realizzazione dei progetti di indipendenza energetica dell’Unione Europea. La contrarietà della Russia alla crescente importanza della potenza turca sullo scacchiere internazionale.

Snobbata (ma non troppo) dall’Europa, la Sublime Porta guarda sempre più ad Oriente pur mantenendo un piede ben saldo in Occidente. Nella giornata di giovedì, 22 Agosto, a Bishkek ha avuto luogo il summit dei paesi turcofoni: una convention internazionale organizzata per promuovere la cooperazione tra alcuni Paesi dell’Asia nord-occidentale e dell’ex-Unione Sovietica uniti da una simile appartenenza culturale e linguistica.

Oltre al Kyrgyzstan, padrone di casa, ruolo di particolare importanza e stato ricoperto dalla Turchia. Ankara ha promosso, e portato a termine, la firma di una serie di importanti protocolli per la cooperazione nella lotta al narcotraffico e, soprattutto, per l’avvio della costruzione del Corridoio Turchia-Cina.

Quest’infrastruttura, che secondo i progetti si svilupperà in parte su strada ferrata e in parte su gomma, e deputata al trasporto di merci dalla Penisola Anatolica al Sud-Est asiatico e viceversa. Grazie al Corridoio, Pechino otterrà uno sbocco preferenziale per collocare i propri prodotti sul mercato turco e del centro-Asia. Ankara, invece, avrà la possibilità di incrementare l’esportazione di gas e greggio indispensabile per soddisfare il fabbisogno della crescente economia cinese.

Interessato alla questione del Corridoio Turchia-Cina e anche il Turkmenistan, che alla convention di Bishkek e stato rappresentato dall’ex-Presidente dell’Accademia delle Scienze, Gurmanmyrat Mezilov. L’economia turkmena e infatti fortemente dipendente dalle esportazioni di oro blu e oro nero, che il Paese centro-asiatico possiede a grandi quantità.

Per questo, il Governo turkmeno ha implementato le relazioni commerciali e diplomatiche con la Cina, ed ha considerato Pechino uno dei principali mercati di sbocco delle forniture energetiche di Ashgabat.

Proprio il fattore energetico e l’argomento principale che, negli ultimi tempi, sta interessando la Turchia in maniera sempre più insistente. Ankara e infatti un Paese di fondamentale importanza per la realizzazione dei progetti di diversificazione delle importazioni di gas naturale di provenienza azera direttamente in Europa.

Questo piano e stato varato dalla Commissione Europea per diminuire la dipendenza di Bruxelles dal gas proveniente dalla Russia, e la Turchia ha subito ricoperto in esso un ruolo da protagonista grazie alla costruzione del Gasdotto Transanatolico – TANAP: conduttura deputata al trasporto dell’oro blu dall’Azerbajdzhan alle coste turche occidentali sul Mar Mediterraneo.

Secondo un recente studio, pubblicato sull’autorevole Hurryet, il Gasdotto Transanatolico avrebbe innalzato l’interesse dell’Unione Europea nei confronti della Turchia dopo il ripetuto diniego da parte di Bruxelles ad ogni prospettiva di integrazione di Ankara nell’UE. A conferma di tale tendenza, per lo meno sul piano economico, e l’interesse manifestato dal colosso britannico British Petroleum all’acquisto di una parte dell’80% delle azioni della TANAP possedute dalla compagnia azera SOCAR.

Il ruolo crescente della Turchia come attore energetico e politico nel Centro-Asia ha infastidito la Russia e i suoi disegni geopolitici improntati al ristabilimento della prorpia egemonia economica e politica nello spazio ex-sovietico ed in Europa Orientale.

Durante il summit dei Paesi turcofoni, di particolare rilievo sono stati infatti gli accordi energetico-commerciali stretti tra il Kyrgyzstan e il Kazakhstan. Alma Ata e uno dei membri fondatori dell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale, voluto dalla Russia per stabilire la propria egemonia economica e politica sullo spazio ex-sovietico, a cui Bishek ha dichiarato la volontà di aderire.

Di per se, gli accordi kyrgyzo-Kazaki restano documenti stretti sul piano delle relazioni bilaterali, ma nulla esclude che essi possano essere l’antipasto una serie di ulteriori protocolli finalizzati all’ingresso definitivo del Kyrgyzstan nell’Unione Eurasiatica.

La Russia e stata particolarmente attiva per contrastare la partecipazione di Ankara ai progetti di indipendenza energetica dell’UE. Oltre al permesso di transito attraverso le acque territoriali turche per il Southstream – gasdotto concepito da Mosca per impedire a Bruxelles la costruzione di proprie infrastrutture deputate al trasporto del gas azero – ottenuto dalla Turchia in cambio di uno sconto sulle proprie forniture, la Russia ha concesso i diritti di compravendita dell’oro blu con Mosca per il mercato interno turco solo a compagnie legate al monopolista russo, Gazprom.

Come riportato dal Kommersant”, ad avere ottenuto l’esclusiva per l’acquisto del gas russo in Turchia sono state le compagnie Akfel Gaz, Kibar Enerji, Eksim Holding e la Bosphorus Gas, ma non l’ente nazionale turco, Botas. Questa situazione lascia le Autorità di Ankara prive del controllo totale sul proprio mercato energetico interno, e provoca conseguenze di notevole portata anche sul piano politico.

Perché all’UE conviene integrare la Turchia subito

La Turchia e un grande Paese, con una cultura ricca e una situazione storico-religiosa particolarmente complessa, tale da rendere difficile la sua integrazione nell’Unione Europea – sopratutto grazie alle resistenze della Francia.

Tuttavia, per l’interesse strategico europeo sarebbe opportuno il ristabilimento immediato di strette relazioni con le Autorità turche finalizzate alla concessione ad Ankara di un Accordo di Associazione simile a quello che Bruxelles e intenzionata a riconoscere a Ucraina, Moldova e Georgia.

Grazie alla Turchia, l’Europa potrebbe vedere garantita la sua sicurezza energetica mediante la diversificazione delle forniture di gas. Inoltre, sfruttando il ruolo di importanza geopolitico giuocato da Ankara nella comunità dei Paesi turcofoni, un’Europa allargata alla Turchia potrebbe consolidare la presenza di Bruxelles in un mercato in cui oggi essa e quasi praticamente assente, e, in seconda battuta, stringere legami commerciali diretti con la crescente economia cinese.

Matteo Cazzulani

Una visita della Merkel avvicina la Moldova all’Unione Europea

Posted in Moldova, Unione Europea by matteocazzulani on August 26, 2012

Il Cancelliere tedesco applaude ai progressi in ambito democratico compiuti da Chisinau, e conferma la buona strada intrapresa dalle Autorità moldave per la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE. A favorire tale posizione e Stato anche il regresso democratico in Ucraina, che ha allontanato Kyiv da Bruxelles

Chisinau e sulla buona strada, anche se i chilometri da percorrere per raggiungere l’Europa sono ancora molti. Nella giornata di martedì, 22 Agosto, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha compiuto una visita ufficiale in Moldova, durante la quale la Leader della Germania ha confermato la prospettiva europea di Chisinau.

Nello specifico, la Merkel, che ha incontrato il Primo Ministro moldavo, Vladimir Filat, e il Presidente, Nicolae Timofti ha affrontato diverse tematiche, come la lotta alla corruzione, le riforme in senso economico e democratico, e la questione della Transnistria.

Il Cancelliere tedesco ha espresso soddisfazione per le riforme attuate da Chisinau in linea con quanto suggerito dall’Unione Europea. Secondo la Merkel, questo fatto posiziona di diritto la Moldova in prima fila tra i Paesi della Politica di Partenariato Orientale UE candidati all’ottenimento dell’Accordo di Associazione: documento con cui Bruxelles riconosce lo status di partner privilegiato, e vara una Zona di Libero Scambio con il Paese cofirmatario.

Positive sono state le reazioni da parte moldava, che ha giudicato la mezza giornata trascorsa dalla Merkel come un via libera ad un’integrazione nell’UE che la coalizione di Governo liberal-democratica – nominata per l’appunto Alleanza per l’Integrazione Europea – ha posto in cima alla sua agenda.

Con una nota, il Ministero degli Esteri di Chisinau ha dichiarato soddisfazione per il sorpasso compiuto dalla Moldova ai danni dell’Ucraina tra i Paesi in attesa della concessione dell’Accordo di Associazione.

La Diplomazia moldava ha infatti ricordato come, nel Dicembre 2011, gli arresti politici compiuti in Ucraina da parte del Presidente Viktor Yanukovych abbiano comportato il congelamento della firma del documento, e, de facto, depennato Kyiv tra le priorità della politica estera di Bruxelles.

Come sancito dall’ultimo vertice del Partenariato Orientale di Varsavia, la prospettiva di allargamento dell’UE ai Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Moldova e Georgia – resta una priorità della politica estera UE, nonostante la crisi economica interna alla zona euro.

Dopo la condanna al carcere inflitta per motivi politici alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Yulia Tymoshenko, l’Unione Europea anziché l’Ucraina ha preferito concentrare gli sforzi per l’integrazione con Bruxelles di Moldova e Georgia.

Chisinau ha compiuto progressi notevoli in ambito democratico, ma ancora deve realizzare molto per adattare le sue strutture economiche a quelle dell’Unione Europea. Tbilisi, al contrario, ha registrato eccellenti progressi in ambito economico, ma registra problematiche di carattere democratico che, tuttavia, il Presidente Mikheil Saakashvili ha promesso di realizzare nel breve termine.

Una ragione energetica

Ucraina, Moldova e Georgia sono tre Paesi di importanza fondamentale per l’Unione Europea sul piano energetico e geopolitico. Kyiv, Chisinau e Tbilisi sono infatti indispensabili per la costruzione delle infrastrutture necessarie all’importazione di gas centro-asiatico direttamente in Europa, consentendo di diminuire la dipendenza dell’UE dall’oro blu della Russia.

Tra i progetti in cantiere figurano in particolare il Corridoio Meridionale – fascio di gasdotti deputati al trasporto del gas dall’Azerbajdzhan e dal Turkmenistan fino all’Europa attraverso la Georgia – il progetto AGRI – varato per inviare oro blu centro-asiatico in Unione Europea via terra fino al porto georgiano di Poti, e poi via mare in Ucraina, Moldova e al porto romeno di Costanza – e il Gasdotto White Stream – progettato dalla Georgia all’Ucraina, oppure dalla Georgia alla Romania, per veicolare in UE carburante non-russo.

L’integrazione con Bruxelles dei tre Paesi dell’Europa Orientale consente inoltre al Vecchio Continente di evitare il consolidamento nello spazio ex-sovietico della Federazione Russa, che con l’arma del gas, e – come avvenuto in Georgia nell’Agosto 2008 – anche con la forza militare, e intenzionata a ricreare un suo impero per permettere a Mosca di giuocare in ambito internazionale un ruolo di superpotenza perso dai tempi dell’Unione Sovietica

Matteo Cazzulani

Giorno dell’Indipendenza ucraina: Yanukovych dice no all’Europa e si alla Russia

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 25, 2012

Il Presidente ucraino pone In primo piano i rapporti con Mosca a quelli con Bruxelles durante il suo discorso ufficiale, sancendo una volta ancora la rottura delle relazioni con l’UE. La voce registrata di Yulia Tymoshenko durante la protesta dell’Opposizione Democratica Unita per il ristabilimento della democrazia e del vettore occidentale in politica estera.

Non si e trattato di una novità, ma chi a Kyiv ancora sperava nel compimento del processo di avvicinamento dell’Ucraina all’Europa ha subito una doccia fredda, proprio nel Giorno dell’Indipendenza Nazionale. Nella giornata di venerdì, 24 Agosto, il Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, ha messo in chiaro la volontà dell’Ucraina di preferire in politica estera il vettore orientale a quello occidentale.

Nello specifico, il Capo di Stato ucraino ha dichiarato che Kyiv non e intenzionata ad accettare l’integrazione nelle strutture europee per non perdere la propria indipendenza e sovranità. Al contrario, Yanukovych ha apprezzato i passi compiuti dall’Ucraina verso il rafforzamento della partecipazione ucraina nella Zona di Libero Scambio CSI: un progetto di integrazione sovranazionale voluto dalla Russia di Putin per ripristinare l’egemonia politica ed economica del Cremlino in Europa Orientale.

“Dobbiamo rafforzare i legami con i Paesi CSI: perché essi rappresentano il principale sbocco dei prodotti della nostra industria – ha dichiarato il Presidente ucraino – Non possiamo ignorare tutti i processi di integrazione che ci interessano, ma non siamo pronti a concedere la nostra partecipazione a qualsiasi prezzo. Aspettiamo risposte dai nostri partner europei, perché vogliamo che il dialogo con Bruxelles sia impostato su un piano bilaterale”.

La presa di posizione di Yanukovych non rappresenta una novità, dal momento in cui il Capo di Stato ucraino ha in più occasioni dimostrato più attenzione alla Russia piuttosto che all’Europa. Tuttavia, e significativo il fatto che tale presa di posizione e stata ribadita con molta evidenza durante il discorso ufficiale dedicato al Giorno dell’Indipendenza ucraina.

Del resto, i rapporti tra il Presidente ucraino e l’UE sono da tempo logori. Bruxelles male ha digerito il regresso democratico realizzato da Yanukovych dal momento della sua elezione nel Febbraio 2010, mediante processi ed arresti politici – realizzati per eliminare i suoi più temibili avversari dalla scena politica nazionale – falsificazione delle Elezioni Amministrative, accentramento dei poteri nelle sue mani a danno del Parlamento, e innalzamento della pressione sulla stampa dopo cinque anni di libertà dovuti ai progressi in senso occidentale compiuti dai Governi successivi alla Rivoluzione Arancione.

A contestare il Presidente e stata l’Opposizione Democratica Unita, che ha colto l’occasione del Giorno dell’Indipendenza per richiedere pubblicamente la liberazione dei prigionieri politici: l’ex-Primo Ministro, e guida della Rivoluzione Arancione, Yulia Tymoshenko, e l’ex-Ministro degli Interni, Yuri Lutsenko.

Durante la manifestazione di piazza, partecipata da 5 Mila persone, gli organizzatori hanno diffuso un nastro magnetico con la voce di Yulia Tymoshenko. Dal carcere, con tono lento e intermittente – probabilmente dovuto alla malattia che l’ha colpita dal momento della sua detenzione – la Leader dell’Opposizione Democratica Unita ha invitato i suoi elettori e tutti gli ucraini a ribellarsi alla dittatura di Yanukovych per costruite un’Ucraina giusta, veramente indipendente, democratica ed europea.

Giornalista arrestata per tre ore

Oltre che dalla querelle politica, il Giorno dell’Indipendenza ucraina e stato caratterizzato anche da un giallo politico-giornalistico. Come riportato dall’autorevole Ukrayinska Pravda, la cronista Tetyana Chornovil e stata arrestata dalle forze di polizia per tre ore, per poi essere rilasciata dopo essere stata privata del suo telefono cellulare.

La Chornovil si e introdotta nella residenza presidenziale Mezhihirya per realizzare un reportage sul lussuoso edificio che, secondo quanto denunciato in più occasioni dalla stessa Ukrayinska Pravda, Yanukovych avrebbe realizzato con denaro pubblico.

Secondo le autorità, l’episodio sarebbe stata una semplice esercitazione anti-spionaggio, alla quale la Chornovil avrebbe partecipato sua sponte.

Matteo Cazzulani

Conoscere la storia d’Europa: visita al Museo delle Vittime del Genocidio di Vilna

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on August 24, 2012

Ungheria, Polonia e Lituania il giorno dell’Anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop hanno ricordato le vittime dei totalitarismi comunista e nazista. Una visita virtuale all’esposizione museale lituana.

Vilna (Lituania) – Ungheria, Polonia e Lituania: tre Paesi dell’Europa Centrale uniti nel comune ricordo delle stragi compiute dai totalitarismi del Ventesimo Secolo. Nella giornata di giovedì, 23 Agosto, e stata celebrata la Giornata Europea del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari, istituita per commemorare i milioni di morti provocati dal comunismo e dal nazismo in Europa Centrale ed Orientale durante tutto il Novecento.

La commemorazione più importante ha avuto luogo a Budapest, dove le Autorità ungheresi e polacche si sono riunite per celebrare solennemente la ricorrenza.

Come sottolineato dal Sottosegretario di Stato del Ministero della Giustizia polacco, Wojciech Wegrzyn, il 23 Agosto 1939, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, ha avuto inizio la collaborazione tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, che ha portato alla spartizione dell’Europa Centrale tra Mosca e Berlino, e alla realizzazione nel cuore del Vecchio Continente di eccidi e violenze che non bisogna dimenticare.

“Stalin ed Hitler credevano nell’eternità del tempo e nel permanere per sempre dei loro regimi – ha dichiarato il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban – Essi credevano che fosse possibile cancellare il ricordo del passato. Si sono sbagliati, e noi oggi non dobbiamo dimenticare quanto da essi compiuto”.

La celebrazione e avvenuta su iniziativa di Ungheria e Polonia nel Museo del Terrore di Budapest, la cui costruzione e stata fortemente voluta dal Governo Orban per dare la possibilità alle future generazioni di conoscere con i propri occhi quanto provocato in Europa Centrale dai due totalitarismi.

Il Museo si trova infatti presso la vecchia centrale operativa dei fascisti ungheresi che collaboravano coi nazisti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’edificio – che oltre alla parte museale conserva le sale dove i dissidenti venivano torturati, detenuti, interrogati e fucilati, e divenuto la sede del Servizio di Sicurezza comunista.

Simile atmosfera di quella di Budapest la si e potuta registrare anche in Lituania. A Vilna, il Giorno del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari e stata l’occasione per issare tutte le bandiere presso gli edifici pubblici a mezz’asta, e permettere alla popolazione la visita gratuita al Museo delle Vittime dei Genocidi.

Proprio come il Museo del Terrore di Budapest, il centro museale di Vilna e situato presso la vecchia sede del KGB e dell’NKVD: le due principali emanazioni del regime sovietico responsabili, anche in Lituania, di massacri ai danni di migliaia di avversari politici.

Ad inaugurarla, il 14 Ottobre 1992, e stata un’iniziativa congiunta del Ministero lituano della Cultura e dell’Educazione e della Presidenza dell’Unione dei Prigionieri e dei Deportati Politici. Il 24 Marzo 1997, il Museo e stato riorganizzato per colerebbe del Governo della Lituania, e la sua gestione e stata affidata al Centro Ricerche sul Genocidio e sulla Resistenza lituano.

La struttura, situata presso la centrale via Gedimino, possiede tre piani, entro i quali sono dislocati più di 100 Mila reperti organizzati in un percorso espositivo ben strutturato. La prima sezione, situata sul piano terreno, raccoglie reperti legati a tre fasi della Storia della Lituania.

Si inizia con il periodo tra il il 1940 e il 1941 – quando le armate dell’Unione Sovietica con l’appoggio politico della Germania Nazista hanno occupato la Lituania ed hanno portato al progressivo annichilamento della sovranità politica e culturale dei lituani – per seguire con la Guerra Partigiana lituana tra il 1944 e il 1953 – combattuta dalla Lituania contro la dominazione sovietica, dopo tre anni di occupazione nazista, per ristabilire uno Stato indipendente – e concludere con la soppressione dell’attività bellica dei partigiani, avvenuta con l’eliminazione brutale di 20 Mila combattenti da parte delle forze armate comuniste com il sostegno militare dell’esercito russo.

La seconda sezione e dedicata alla descrizione della vita nei campi di detenzione in Lituania e nel resto dell’Unione Sovietica, dove gran parte dei partigiani lituani e stata spostata con la forza.

Proprio alle deportazioni di massa dei lituani – avvenuta tra il 1944 e il 1991 in maniera scientificamente organizzata per separare nuclei famigliari e rompere legami affettivi tra i sospettati di dissenso al regime comunista – e dedicata la seconda parte della seconda sezione, che comprende anche un’esibizione dedicata alla resistenza popolare nonviolenta all’Unione Sovietica tra il 1954 e il 1991, ed una serie di reperti inerenti all’attività del KGB a Vilna e in altre città della Lituania.

E nel piano seminterrato che si trova la parte più importante del Museo delle Vittime dei Genocidi: la Prigione del KGB. Essa e stata costruita dai sovietici nel 1940 per processare, detenere ed eliminare i dissidenti lituani. Una volta spezzata la guerra partigiana della Lituania, nel 1953, solo 23 delle 50 celle della Prigione sono state utilizzate per la detenzione e gli interrogatori dei prigionieri prima del loro invio nei Gulag in Russia, mentre il resto e stato adibito ad archivio fino all’Agosto del 1991, quando i russi sono stati costretti ad abbandonare la Lituania.

Tra le sale dell’esposizione, di particolare importanza sono i luoghi insonorizzati in cui venivano effettuate le torture, le stanze buie e umide in cui venivano rinchiusi i detenuti dopo gli interrogatori, la “sala dell’acqua” – in cui i prigionieri erano costretti a sostare su uno setto bordo per non cadere in una piscina di acqua ghiacciata – e, infine, la sala delle esecuzioni.

Quest’ultimo luogo si trova in una posizione più isolata, e mantiene l’aspetto tetro e funesto del passato. Dopo una sala in cui veniva compilato il certificato di morte del condannato, segue una stanza di poco più grande, in cui veniva eseguita l’esecuzione. A spiegare come il tutto avvenisse in maniera sistematica e ripetitiva e un filmato, proiettato su uno schermo all’interno della sezione.

Anche ebrei e sacerdoti cattolici tra le vittime dei totalitarismi comunista e nazista

Per concludere, non manca presso la prigione una stanza dedicata alle vittime ebraiche della Shoah provocate dall’occupazione nazista tra il 1941 e il 1944, ed una contenente i reperti appartenuti ai Sacerdoti cattolici impegnati con la preghiera nel sostegno della lotta partigiana: uccisi anch’essi dalla furia comunista per avere rifiutato di collaborare con il regime sovietico.

Matteo Cazzulani

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Conoscere la storia d’Europa: visita al Museo delle Vittime del Genocidio di Vilna

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on August 24, 2012

Ungheria, Polonia e Lituania il giorno dell’Anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop hanno ricordato le vittime dei totalitarismi comunista e nazista. Una visita virtuale all’esposizione museale lituana.

Vilna (Lituania) – Ungheria, Polonia e Lituania: tre Paesi dell’Europa Centrale uniti nel comune ricordo delle stragi compiute dai totalitarismi del Ventesimo Secolo. Nella giornata di giovedì, 23 Agosto, e stata celebrata la Giornata Europea del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari, istituita per commemorare i milioni di morti provocati dal comunismo e dal nazismo in Europa Centrale ed Orientale durante tutto il Novecento.

La commemorazione più importante ha avuto luogo a Budapest, dove le Autorità ungheresi e polacche si sono riunite per celebrare solennemente la ricorrenza.

Come sottolineato dal Sottosegretario di Stato del Ministero della Giustizia polacco, Wojciech Wegrzyn, il 23 Agosto 1939, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, ha avuto inizio la collaborazione tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, che ha portato alla spartizione dell’Europa Centrale tra Mosca e Berlino, e alla realizzazione nel cuore del Vecchio Continente di eccidi e violenze che non bisogna dimenticare.

“Stalin ed Hitler credevano nell’eternità del tempo e nel permanere per sempre dei loro regimi – ha dichiarato il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban – Essi credevano che fosse possibile cancellare il ricordo del passato. Si sono sbagliati, e noi oggi non dobbiamo dimenticare quanto da essi compiuto”.

La celebrazione e avvenuta su iniziativa di Ungheria e Polonia nel Museo del Terrore di Budapest, la cui costruzione e stata fortemente voluta dal Governo Orban per dare la possibilità alle future generazioni di conoscere con i propri occhi quanto provocato in Europa Centrale dai due totalitarismi.

Il Museo si trova infatti presso la vecchia centrale operativa dei fascisti ungheresi che collaboravano coi nazisti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’edificio – che oltre alla parte museale conserva le sale dove i dissidenti venivano torturati, detenuti, interrogati e fucilati, e divenuto la sede del Servizio di Sicurezza comunista.

Simile atmosfera di quella di Budapest la si e potuta registrare anche in Lituania. A Vilna, il Giorno del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari e stata l’occasione per issare tutte le bandiere presso gli edifici pubblici a mezz’asta, e permettere alla popolazione la visita gratuita al Museo delle Vittime dei Genocidi.

Proprio come il Museo del Terrore di Budapest, il centro museale di Vilna e situato presso la vecchia sede del KGB e dell’NKVD: le due principali emanazioni del regime sovietico responsabili, anche in Lituania, di massacri ai danni di migliaia di avversari politici.

Ad inaugurarla, il 14 Ottobre 1992, e stata un’iniziativa congiunta del Ministero lituano della Cultura e dell’Educazione e della Presidenza dell’Unione dei Prigionieri e dei Deportati Politici. Il 24 Marzo 1997, il Museo e stato riorganizzato per colerebbe del Governo della Lituania, e la sua gestione e stata affidata al Centro Ricerche sul Genocidio e sulla Resistenza lituano.

La struttura, situata presso la centrale via Gedimino, possiede tre piani, entro i quali sono dislocati più di 100 Mila reperti organizzati in un percorso espositivo ben strutturato. La prima sezione, situata sul piano terreno, raccoglie reperti legati a tre fasi della Storia della Lituania.

Si inizia con il periodo tra il il 1940 e il 1941 – quando le armate dell’Unione Sovietica con l’appoggio politico della Germania Nazista hanno occupato la Lituania ed hanno portato al progressivo annichilamento della sovranità politica e culturale dei lituani – per seguire con la Guerra Partigiana lituana tra il 1944 e il 1953 – combattuta dalla Lituania contro la dominazione sovietica, dopo tre anni di occupazione nazista, per ristabilire uno Stato indipendente – e concludere con la soppressione dell’attività bellica dei partigiani, avvenuta con l’eliminazione brutale di 20 Mila combattenti da parte delle forze armate comuniste com il sostegno militare dell’esercito russo.

La seconda sezione e dedicata alla descrizione della vita nei campi di detenzione in Lituania e nel resto dell’Unione Sovietica, dove gran parte dei partigiani lituani e stata spostata con la forza.

Proprio alle deportazioni di massa dei lituani – avvenuta tra il 1944 e il 1991 in maniera scientificamente organizzata per separare nuclei famigliari e rompere legami affettivi tra i sospettati di dissenso al regime comunista – e dedicata la seconda parte della seconda sezione, che comprende anche un’esibizione dedicata alla resistenza popolare nonviolenta all’Unione Sovietica tra il 1954 e il 1991, ed una serie di reperti inerenti all’attività del KGB a Vilna e in altre città della Lituania.

E nel piano seminterrato che si trova la parte più importante del Museo delle Vittime dei Genocidi: la Prigione del KGB. Essa e stata costruita dai sovietici nel 1940 per processare, detenere ed eliminare i dissidenti lituani. Una volta spezzata la guerra partigiana della Lituania, nel 1953, solo 23 delle 50 celle della Prigione sono state utilizzate per la detenzione e gli interrogatori dei prigionieri prima del loro invio nei Gulag in Russia, mentre il resto e stato adibito ad archivio fino all’Agosto del 1991, quando i russi sono stati costretti ad abbandonare la Lituania.

Tra le sale dell’esposizione, di particolare importanza sono i luoghi insonorizzati in cui venivano effettuate le torture, le stanze buie e umide in cui venivano rinchiusi i detenuti dopo gli interrogatori, la “sala dell’acqua” – in cui i prigionieri erano costretti a sostare su uno setto bordo per non cadere in una piscina di acqua ghiacciata – e, infine, la sala delle esecuzioni.

Quest’ultimo luogo si trova in una posizione più isolata, e mantiene l’aspetto tetro e funesto del passato. Dopo una sala in cui veniva compilato il certificato di morte del condannato, segue una stanza di poco più grande, in cui veniva eseguita l’esecuzione. A spiegare come il tutto avvenisse in maniera sistematica e ripetitiva e un filmato, proiettato su uno schermo all’interno della sezione.

Anche ebrei e sacerdoti cattolici tra le vittime dei totalitarismi comunista e nazista

Per concludere, non manca presso la prigione una stanza dedicata alle vittime ebraiche della Shoah provocate dall’occupazione nazista tra il 1941 e il 1944, ed una contenente i reperti appartenuti ai Sacerdoti cattolici impegnati con la preghiera nel sostegno della lotta partigiana: uccisi anch’essi dalla furia comunista per avere rifiutato di collaborare con il regime sovietico.

Matteo Cazzulani

Bielorussia: Lukashenka esclude oppositori dalle liste elettorali

Posted in Bielorussia by matteocazzulani on August 23, 2012

Divieto di partecipazione per il Leader del movimento liberale e filoeuropeo Za Svabodu, Alyaksandr Milinkevych, e per il noto dissidente Niklau Paskevych. Le divisioni del dissenso bielorusso dinnanzi ad una consultazione parlamentare in cui ad avere la meglio sono con certezza le forze politiche filo-presidenziali

Firme scorrette, moduli irregolari, dichiarazioni dei redditi incomplete e sentenze giudiziarie sono le ragioni per le quali le Autorità bielorusse hanno decimato le liste dell’Opposizione in vista delle prossime Elezioni Parlamentari. Nella giornata di mercoledì, 22 Agosto, la Commissione Elettorale Centrale ha negato la partecipazione alla consultazione legislativa al Leader del Movimento filo-europeo di orientamento liberale Za Svabodu, Alyaksandr Milinkevych, e al noto oppositore del regime di Minsk, Niklau Paskevych.

Secondo la motivazione ufficiale, i due oppositori avrebbero omesso documenti importanti durante la presentazione delle loro candidature, ma gli attivisti dell’Opposizione bielorussa accusano il regime di volere sistematicamente escludere dalle liste elettorali ogni esponente di spicco del dissenso in Bielorussia.

Così, infatti, e capitato anche ad altri due leader dell’Opposizione, Niklau Statkevych ed Uladzimir Niaklayeu. Il primo e stato condannato a sei anni di detenzione per avere protestato contro i brogli elettorali perpetrati dalle Autorità Bielorusse durante le Elezioni Presidenziali del 19 Dicembre 2010, mentre al secondo la “giustizia” bielorussa ha imposto due anni di divieto di partecipazione alla vita politica per la medesima motivazione.

Oltre che l’estromissione dei principali candidati dell’Opposizione, a penalizzare il dissenso bielorusso e anche la cronica divisione con cui le diverse forze politiche si presentano alla tornata elettorale. Il movimento Bielorussia Europea, guidato dall’ex-Candidato alla presidenza, Andrey Sannikau, e la Democrazia Cristiana Bielorussa hanno deciso di boicottare la consultazione, mentre Za Svabodu e il Partito Mondo Giusto hanno giudicato utile prendere parte al voto con propri candidati.

Più originale e la posizione del Fronte Nazionale Bielorusso – capeggiato da Alyaksey Yanukevych – e del Partito Civico Unito di Anton Labiedzka, che hanno optato per la partecipazione al voto e l’immediata rinuncia da parte dei candidati eletti al mandato parlamentare in segno di protesta.

Dal canto loro, le Autorità governative si presentano agli elettori compatte, con liste uniche in sostegno del Presidente, Alyaksandr Lukashenka. Esse sono favorite, oltre che dall’estromissione dei principali avversari mediante l’arma della magistratura, anche dall’utilizzo di risorse statali e del favore della stampa di regime.

Tra i candidati dello schieramento filo-presidenziale emergono l’esponente di spicco del KGB bielorusso, Viktar Rusak, il Procuratore Eduard Senkevych, e il generale del Ministero degli Esteri Valery Gaydukevych.

Cacciato il Ministro degli Esteri vicino a Bruxelles

A proposito del Ministero degli Esteri, ha fatto discutere la decisione presa dal Presidente Lukashenka di sostituire il Capo della Diplomazia di Minsk, Syarhey Martynau, con il Capo dell’Amministrazione Presidenziale, Uladzimir Makey.

Martynau e stato l’unico esponente del governo della Bielorussia a non essere stato colpito dal divieto di ingresso in Unione Europea imposto da Bruxelles in risposta alle sistematiche violazioni dei Diritti Umani e della burocrazia da parte del regime di Lukashenka.

Inoltre, l’ex-Ministro degli Esteri e stato sempre considerato dalla Commissione Europea come l’unica personalità moderata dell’entourage di Lukashenka con cui potere dialogare per mantenere vivo il difficile dialogo tra la Bielorussia e l’Occidente.

Makey, il nuovo Capo della Diplomazia Bielorussia, di formazione pedagogica e linguistica, e il braccio destro di Lukashenka, e, secondo l’autorevole Radio pubblica polacca Polskie Radio, e uno degli esponenti politici di Minsk colpiti dal divieto di ingresso in Unione Europea.

Nonostante da Capo dell’Amministrazione Presidenziale Makey sia stato l’esecutore del tiepido processo di liberalizzazione in Bielorussia avvenuto dal 2008 al 2010 secondo le indicazioni UE, egli e considerato dai più importanti politologi l’esecutore delle direttive di Lukashenka.

La decisione di sostituire Martynau – dopo nove anni di servizio a capo del Dicastero degli Esteri – e un passo voluto dal Presidente bielorusso per rafforzare il controllo diretto di ogni settore della vita politica, e, nel contempo, di chiudere l’unico canale di cui l’Occidente ha potuto finora servirsi per mantenere aperto il dialogo con Minsk.

Matteo Cazzulani