LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Ucraina: economia e sondaggi al centro della crisi di Governo

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 25, 2016

Il Blocco del Presidente Petro Poroshenko e il Partito Samopomich del Sindaco di Leopoli, Andriy Sadoviy, dati in testa da due sondaggi differenti. Cresce il consenso per l’ex-Premier Yulia Tymoshenko e il Governatore della Regione di Odessa, Mikheil Saakashvili. 



Varsavia – Che in Ucraina tiri aria da campagna elettorale è sempre più chiaro, sopratutto dopo che, nella giornata di martedì, 13 Febbraio, è andata in scena una querelle legata alla diffusione di due sondaggi, tra essi contrastanti, in merito alle preferenze elettorali degli elettori ucraini.

Le due rilevazioni, effettuate rispettivamente dal Centro Internazionale di Sociologia di Kyiv -KMIS- e dal Centro Gorshenin, riportano infatti due differenti Partiti in testa al ranking di gradimento degli ucraini: il Blocco del Presidente Poroshenko secondo il KMIS, il Partito Samopomich, guidato dal Sindaco di Leopoli, Andriy Sadoviy, secondo il Centro Gorshenin.

Nello specifico, la rilevazione del KMIS da il Blocco Poroshenko al 16%, seguito dal Partito Batkivshchyna dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko al 15%, dal Blocco dell’Opposizione -forza politica composta dagli sponsor del regime dell’ex-Presidente Viktor Yanukovych- con il 14%, e, infine, da Samopomich all’11%. 

Al contrario, il Centro Gorshenin quota Samopomich con il 13%, seguita dal Movimento Anti Corruzione del Governatore della Regione di Odessa Mikheil Saakashvili, appaiato al 12% con Batkivshchyna. A seguire, il Blocco dell’Opposizione è dato all’11%, il Partito Radicale al 10%, e, infine, il Blocco Poroshenko al 9%.

Seppur discordanti nel complesso, le due rilevazioni dimostrano alcuni dati condivisi, come la scomparsa del Parlamento del Fronte Popolare del Premier, Arseniy Yatsenyuk, la perdita di consenso del Blocco del Presidente Poroshenko e, infine, l’aumento delle persone intenzionate a votare per Batkivshchyna. 

Questi dati sono una diretta conseguenza della crisi di Governo in atto nel Paese dopo che Batkivshchyna e Samopomich hanno abbandonato la coalizione di maggioranza filo europea. Così, ad oggi la maggioranza è composta solamente da Blocco Poroshenko e Fronte Popolare: le principali forze politiche in Parlamento i cui seggi, tuttavia, non bastano a garantire la maggioranza all’Esecutivo Yatsenyuk.

In particolare, a provocare la fuoriuscita delle forze politiche di Tymoshenko e Sadoviy è stata la mancata votazione di una mozione di sfiducia al Governo,  inaspettatamente salvato dai voti della corrente filo-presidenziale del Blocco Poroshenko, del Fronte Popolare e dei deputati del Blocco dell’Opposizione vicini agli oligarchi Rinat Akhmetov e Serhiy Liovochkyn: i principali sponsor del regime di Yanukovych.

La convergenza dell’intesa Blocco Poroshenko-Fronte Popolare con il Blocco dell’Opposizione ha portato la Tymoshenko ad accusare Presidente e Premier di governare il Paese in piena continuità con gli schemi di corruzione di Yanukovych. Per questa ragione, la Tymoshenko ha richiesto a gran voce Elezioni Parlamentari Anticipate.

Da parte sua, Samopomich ha escluso la necessità di tornare al voto, proponendo la creazione di un Governo tecnico, composto da professionisti lontani da appartenenze partitiche e legami con gli oligarchi, incaricato di approvare le riforme necessarie affinché l’Ucraina possa rispettare gli standard dell’Unione Europea.

L’ipotesi del rimpasto di Governo è sostenuta anche dalla corrente anticorruzione del Blocco Poroshenko che, per voce del giornalista Mustafà Nayem, ha chiesto la nomina di un nuovo Premier come, ad esempio, Saakashvili. Il Governatore della Regione di Odessa, ex-Presidente della Georgia, a sua volta ha descritto il salvataggio del Governo Yatsenyuk come un colpo di stato da parte degli oligarchi.

Accanto ai sondaggi, chiari appaiono anche i primi riposizionamenti delle forze politiche. Se, da un lato, Blocco Poroshenko e Fronte Popolare puntano al mantenimento in vita della coalizione di Governo cercando di ottenere il ritorno nella maggioranza dei radicali di Lyashko, dall’altro si sta organizzando una opposizione pro-Europea al Governo Yatsenyuk.

Infatti, Yulia Tymoshenko ha stretto un patto di alleanza con il Movimento Anti Corruzione di Valentyn Nalyvaychenko, mentre Samopomich sarebbe in trattativa per unire le forze con il Movimento Anti Corruzione di Saakashvili, sprovvisto, ad oggi di una base politica.

Dal canto suo, il Movimento di Saakashvili si appresta, con tutta probabilità, ad accogliere gli esponenti della corrente anticorruzione interna al Blocco Poroshenko, nonché personalità di spicco come l’ex-Ministro dello Sviluppo Economico, Aivaras Abromavičius: economista lituano, chiamato da Poroshenko per riformare il Paese in chiave europea, dimessosi dopo avere denunciato il Governo Yanukovych di corruzione e nepotismo.

Regime oligarchico, Corporazione Ucraina e Ghigliottina

Oltre che ricette differenti per approvare le riforme necessarie ad evolvere l’Ucraina in senso europeo, le forze politiche ucraine propongono diverse impostazioni in campo economico.

In primis, l’intesa tra Blocco Poroshenko e Fronte Popolare propone un’evoluzione dell’economia ucraina in senso europeo senza particolari strappi che possano mettere in discussione gli interessi delle grandi oligarchie del Paese che, come dimostrato dalla votazione della mozione di sfiducia al Governo Yatsenyuk, sono pronte a sostenere l’Esecutivo per proteggere i propri affari.

Da parte sua, Yulia Tymoshenko propone una liberalizzazione dell’economia del Paese secondo la “Corporazione Ucraina”: una dottrina, che la stessa Tymoshenko ha adottato per deoligarchizzare l’economia ucraina durante la guida del Governo nel 2005 e tra il 2007 e il 2010, che prevede l’incameramento dei beni degli oligarchi da parte dello Stato, e la loro rimessa in vendita secondo il tariffario di mercato.

Il Movimento Saakashvili, probabilmente assieme a Samopomich, propone invece la ricetta presentata da Abromavičius altrimenti nota come “Ghigliottina”, ossia la privatizzazione delle imprese statali, sopratutto di quelle nelle quali gli oligarchi hanno forti interessi, accanto alla creazione di un clima di trasparenza garantito da un’apposita Agenzia deputata al mantenimento dei principi del libero mercato.

Se la ricetta del Blocco Poroshenko e di Yatsenyuk appare quella più rassicurante, sopratutto in una società fortemente conservatrice come quella ucraina, la proposta di Yulia Tymoshenko promette la modernizzazione dell’economia del Paese per mezzo di una terapia shock che, come dimostrato dall’operato di Leszek Balcerowicz in Polonia, può avere un discreto successo nel mondo ex-sovietico.

La proposta di Saakashvili-Abromavičius, politici non ucraini formatisi negli Stati Uniti d’America e in Unione Europea, rappresenta invece l’iniziativa più moderna ed innovativa che, se realizzata, seppur non senza difficoltà e tempo, può davvero evolvere l’Ucraina in una avanzata economia occidentale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Caso Kohver. Putin dichiara guerra all’Occidente

Posted in NATO by matteocazzulani on August 21, 2015

La Corte Regionale russa di Pskov condanna al carcere l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza estoni, prelevato in Estonia e deportato in Russia da agenti dei Servizi Segreti di Mosca. Dopo le violazioni dello spazio aereo e marittimo dei Paesi del Baltico, l’esercito russo ha innalzato il livello delle provocazioni nei confronti di Stati membri della NATO 



Varsavia – 15 anni di galera e una multa di 1800 euro sono i numeri che caratterizzano un atto intimidatorio, di chiaro stampo politico, che la Russia ha commesso nei confronti della Comunità Occidentale. Così, Unione Europea e NATO devono correre ai ripari per evitare un’escalation militare con Mosca sempre più probabile. 

Nella giornata di mercoledì, 19 Agosto, la Corte regionale di Pskov ha condannato al carcere l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza estoni Eston Kohven, detenuto per un anno intero in Russia dopo essere stato rapito in Estonia, ed immediatamente deportato illegalmente in territorio russo, da parte di agenti dei Servizi Segreti di Mosca lo scorso 5 Settembre.

Secondo il verdetto della Corte russa, Kovher sarebbe colpevole di spionaggio e attraversamento illegale della frontiera con la Russia. Tuttavia, il Governo dell’Estonia ritiene che l’ufficiale dei servizi di sicurezza di Tallinn sia stato prelevato a forza in territorio estone.

Alla notizia della condanna, pronta è stata la risposta del Premier estone, Taavi Roivas, che ha definito l’accaduto una grave violazione del Diritto Internazionale nei confronti di un Paese membro dell’Unione Europea e della NATO.

In effetti, dal punto di vista procedurale e formale la condanna di Kohver, e prima ancora il suo arresto in Estonia e la sua deportazione in Russia da parte di agenti  dei Servizi Segreti russi, rappresenta non solo un’azione illegale, ma è anche e sopratutto una vera e propria dichiarazione di guerra.

Del resto, la Russia non è nuova ad atti intimidatori nei confronti di Tallinn e, più in generale, dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale e settentrionale, come dimostrano le continue violazioni da parte dell’esercito di Mosca degli spazi aerei e marittimi di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Norvegia e Gran Bretagna.

Tuttavia, con l’arresto di Kohver la Russia ha innalzato il livello delle provocazioni, quasi certamente con lo scopo di portare uno dei Paesi membri della NATO a porre le basi per il verificarsi di un casus belli che potrebbe autorizzare un intervento armato russo nel Baltico.

Dopo l’aggressione militare alla Georgia nel 2008, l’annessione armata della Crimea e l’occupazione dell’Ucraina Orientale nel 2014, la Russia ha infatti l’obiettivo di estendere la sua azione bellica nel Baltico per ristabilire la totale influenza nell’ex-URSS e nel contempo, indebolire Unione Europea e NATO.

A rafforzare l’iniziativa armata della Russia è la consapevolezza che né la NATO a trazione Obama, né l’Unione Europea guidata dal tandem Juncker-Mogherini sono pronti a difendere i propri Stati membri e, così facendo, contrastare il disegno egemonico di Mosca nello spazio ex-sovietico.

La Polonia di Duda può salvare l’Europa

Nello specifico, il progetto della Russia, così come definito da Alexander Dugin, l’ideologo di orientamento nazibolscevico del Presidente della Federazione Russia, Vladimir Putin, è quello di estendere il dominio di Mosca in Europa, considerata una propaggine geografica della Grande Russia.

Preso atto della debolezza di Unione Europea e NATO, incapaci di arginare l’avanzata della Russia con una politica risoluta e coraggiosa, l’unica soluzione perseguibile per salvare l’Occidente è la realizzazione di un’alleanza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale situati tra il Mar Baltico e il Mar Nero.

Come dichiarato dal Presidente polacco, Andrzej Duda, questa alleanza di Paesi dell’Europa Centro-Orientale -a cui, sotto l’egida della Polonia, potrebbero fare parte Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Romania, Croazia e Bulgaria- ha come principale scopo l’ottenimento del posizionamento permanente di contingenti NATO in questa regione d’Europa che, ad oggi, vede minacciata la propria sicurezza per mano della Russia. 

Il disegno, già perseguito tra il 2005 e il 2010 da Lech Kaczynski -il coraggioso Presidente della Polonia scomparso nella controversa Catastrofe di Smolensk- risale alla concezione dell’Intermarium, adottata con successo dal Leader della Seconda Repubblica polacca, Jozef Pilsudski, per arrestare l’avanzata dell’Unione Sovietica in Europa nel 1920.

Oggi come allora, considerato il timore di Germania e Francia nei confronti della Russia, il ruolo-guida della Polonia in Europa Centro-Orientale, che il Presidente Duda ha chiaramente dichiarato di volere ripristinare, è la soluzione che potrebbe garantire la sicurezza dell’Europa. 

Inoltre, solo grazie alla resistenza dell’Europa Centro-Orientale la Comunità Occidentale potrebbe tutelare efficacemente Democrazia, Libertà, Diritti Umani e Libero Mercato: Valori rispettati nei Paesi dell’Unione Europea e della NATO, ma costantemente calpestati nella Russia di Putin.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Guerra del Gas: il Parlamento Europeo caccia la Commissaria filo-putiniana sostenuta da Juncker

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 9, 2014

La nomina a Vicepresidente della Commissione Europea con delega all’Unione Energetica Europea dell’ex-Premier slovena, Alenka Bratusek respinta dal voto di popolari, socialisti e democratici e liberali presso la Commissione Industria-Trasporti-Energia-Ricerca. Il suo supporto al Southstream la vera ragione che ha decretato il suo allontanamento

Una scelta di sovranità del Parlamento Europeo che rappresenta una vera e propria sconfitta per il Presidente-Eletto della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. Nella giornata di mercoledì, 8 Ottobre, la Commissione Industria-Trasporti-Energia-Ricerca del Parlamento Europeo -ITRE- ha respinto la nomina dell’ex-Premier sloveno, Alenka Brausek, a Vicepresidente della Commissione Europea con delega alla realizzazione dell’Unione Energetica Europea.

Come riportato da Euractiv, a motivare il respingimento della Bratusek è stato il voto negativo del Partito Popolare Europeo e del gruppo dei Socialisti e Democratici Europei, a cui si è aggiunto il parere contrario dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei, a cui la Bratusek, seppur non ufficialmente, afferisce politicamente.

A influire contro la nomina della Bratusek è stata la prestazione della slovena durante le audizioni presso la Commissione ITRE che, secondo quanto dichiarato sia dai popolari che dai socialisti e democratici, non ha rispettato le attese minime che sono richieste al candidato chiamato a ricoprire un aspetto così delicato come la realizzazione dell’Unione Energetica Europea.

Altresì, oltre ad avere dato risposte vaghe sul suo progetto da Vicepresidente della Commissione Europea, la Bratusek è stata respinta anche per avere scelto di auto-proclamarsi candidata Commissaria per conto della Slovenia con un atto preso in maniera unilaterale durante gli ultimi giorni del suo Governo: una scelta che non è piaciuta ai Parlamentari Europei.

Un altro aspetto che ha squalificato la Bratusek è l’essere stata immortalata a cantare inni del regime sovietico durante un’occasione pubblica: un errore imperdonabile che un’alta carica dell’Unione Europea non può commettere.

Oltre alle motivazioni ufficiali, il respingimento della Bratusek nasconde tuttavia ragioni ben più profonde, come la sua effettiva contrarietà all’Unione Energetica Europea, il progetto che è stata chiamata da Juncker a seguire e realizzare.

L’Unione Energetica Europea, progetto concepito dai Presidenti Emeriti della Commissione Europea Jacques Delors e Romano Prodi, di recente rilanciato dal Presidente-Nominato del Consiglio Europeo Donald Tusk e dal Presidente francese Francois Hollande, prevede infatti la creazione di un mercato unico del gas e la diversificazione delle forniture di energia per decrementare la dipendenza dell’Europa da Russia ed Algeria.

Ad esempio, per avviare l’Unione Energetica Europea, la Commissione Europea ha preventivato la realizzazione di nuovi rigassificatori e gasdotti -come il Gasdotto Trans Adriatico, che interessa l’Italia- per importare gas da nuovi fornitori come Azerbaijan, Qatar, Norvegia, Egitto e Stati Uniti d’America.

La Bratusek, invece, durante la guida del Governo sloveno ha favorito la firma di accordi con il monopolista statale russo del gas Gazprom per la realizzazione in Slovenia del Southstream: gasdotto, progettato dalla Russia meridionale all’Austria, attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia, concepito dal Presidente russo, Vladimir Putin, per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas di Mosca.

Potocnik, Sefcovic e Navracsics in corsa per il posto della Bratusek

Con il respingimento della Bratusek, il Parlamento Europeo ha preso una chiara posizione in difesa della sovranità del popolo europeo e della sicurezza energetica di un’Europa che, se resta fortemente dipendente dalle forniture di energia di Paesi terzi, non può diventare forte e influente a livello globale.

Ora, il Presidente-Eletto della Commissione, Juncker, è chiamato a sostituire la Bratusek con un altro candidato sloveno alla Vicepresidenza con delega all’Unione Energetica Europea che, tuttavia, dovrà sempre superare l’esame della Commissione competente.

Come riportato da European Voice, la Bratusek potrebbe essere sostituita dal connazionale Janez Potocnik: Commissario uscente all’Ambiente che, per via della sua esperienza pregressa, sarebbe adatto a ricoprire tale ruolo.

In alternativa a Potocnik, la Slovenia potrebbe però nominare Tanja Fajon che, per via della sua scarsa esperienza, potrebbe essere dirottata a Commissario della Cultura: posto ad oggi occupato dall’ungherese Tibor Navracsics.

In questo caso, Navracsics andrebbe ad occupare il settore dei Trasporti, lasciando che ad occupare la Vicepresidenza della Commissione Europea con delega all’Unione Energetica Europea sia lo slovacco Maros Sevcovic.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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NATO: Cameron ha ospitato un vertice in chiaroscuro

Posted in NATO by matteocazzulani on September 6, 2014

L’Alleanza Atlantica istituisce una forza militare di pronta reazione con base in Polonia per garantire una difesa adeguata agli Stati baltici, e concede sostegno economico e politico all’Ucraina. In compenso, la Georgia non ottiene lo status di Paese candidato, mentre i Paesi dell’Europa Centro-Orientale si vedono negata l’installazione di basi permanenti sul loro suolo

Doveva essere il vertice delle decisioni risolute per lasciare l’Occidente un poco più tranquillo sul piano della Sicurezza Nazionale. Invece, come spesso è già accaduto, è stata la riunione delle divisioni.

Nella giornata di venerdì, 5 Settembre, il vertice NATO di Newport, in Galles, ha portato ad alcune decisioni importanti: da un lato, sono state incrementate le strutture difensive dell’Europa. Dall’altro, è stato assicurato in maniera convincente l’appoggio dell’Alleanza Atlantica all’Ucraina dinnanzi all’aggressione militare della Russia.

Come dichiarato dal Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, i Paesi dell’Alleanza Atlantica hanno concordato in merito alla creazione di una forza militare di pronta risposta con base in Polonia, concepita per incrementare la difesa armata dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale da possibili attacchi provenienti dalla Russia.

La creazione della forza militare di pronta risposta, sostenuta apertamente da Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Olanda, Estonia, Lettonia e Lituania, va di pari passo con le assicurazioni espresse alla vigilia del vertice NATO dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama.

Volato a Tallinn per una visita di alto livello al suo omologo estone, Henryk Illves, e ai Capi di Stato degli altri Paesi baltici, Obama ha ribadito l’impegno di tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica per la tutela della sicurezza nazionale di Estonia, Lettonia e Lituania in caso di incursioni armate russe.

Un altro aspetto positivo del vertice NATO è l’aiuto economico concesso all’Ucraina, pari a 15 miliardi di Euro: un gesto di notevole rilevanza, accompagnato dall’altrettanto importante dichiarazione di sostegno politico a Kyiv che i Capi di Stato e di Governo di USA, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia hanno comunicato al Presidente ucraino, Petro Poroshenko: invitato d’eccezione al summit dell’Alleanza Atlantica.

Infine, la NATO ha ottenuto anche l’approvazione di ulteriori sanzioni da applicare alla Russia per avere invaso non solo l’Ucraina orientale, ma anche la fascia costiera che comprende la città di Novoazovsk.

Come riportato da EUObserver, a insistere sulle sanzioni alla Russia è stato il Primo ministro britannico, David Cameron: padrone di casa che ha ritenuto necessario allentare le sanzioni solo in caso di totale ritiro dell’esercito russo dall’Ucraina.

Oltre agli aspetti positivi, il vertice NATO ha tuttavia mancato l’occasione per prendere decisioni coraggiose in favore dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Paesi europei per storia, cultura e tradizione, che ambiscono all’integrazione euro atlantica come mezzo di garanzia per la loro indipendenza e sovranità nazionale.

La Georgia, nonostante le espresse richieste da parte del Governo e dell’opposizione parlamentare georgiana, non ha ottenuto lo status di Paese candidato alla membership nella NATO, ma ha dovuto accontentarsi di un imprecisato programma di adeguamento delle proprie strutture difensive, esteso anche a Giordania, Australia, Svezia e Finlandia.

Altro punto poco edificante è la rinuncia alla creazione di basi NATO permanenti in Europa Centro-Orientale: un provvedimento che Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Romania hanno chiesto a gran voce per rafforzare, in maniera concreta, la difesa dei Paesi ubicati geograficamente più vicino alla Federazione Russa e all’Ucraina.

Come dichiarato dallo stesso Obama, la NATO intende rispettare gli accordi presi con la Russia nel 1997, che prevedono il divieto per l’Alleanza Atlantica di installare basi stabili nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia.

Secondo indiscrezioni, la decisione di non concedere la candidatura alla membership alla Georgia, e quella di non creare basi permanenti in Europa Centro-Orientale sono state una pedina di scambio per convincere la Francia a congelare la consegna alla Russia della poderosa portaerei Mistral.

Ciò nonostante, il Presidente francese, Francois Hollande, pur ammettendo che la cessione dei Mistral avrebbe rafforzato la capacità militare di uno Stato fortemente aggressivo, ha dichiarato che la Francia intende comunque mantenere i patti commerciali con la Russia.

Per capire Putin occorre leggere Orwell

La mossa di Hollande e la mancata volontà di allargare la NATO alla Georgia -e possibilmente anche all’Ucraina- potrebbe costituire nel lungo termine il vero neo di un vertice che, comunque ha centrato importanti risultati.

A spiegarlo, con un articolo sul portale Politico, è il noto storico britannico Tymothy Snyder, che ha invitato l’opinione pubblica occidentale a comprendere realmente cosa rappresenta oggi la Russia del Presidente Vladimir Putin per mezzo della lettura approfondita di 1984 di George Orwell.

Snyder, noto autore del famoso saggio Bloodlands sulle tragiche dominazioni della Germania nazista e dell’Unione Sovietica in Europa Centro-Orientale, ha sottolineato come l’Eurasia descritta da Orwell sia molto simile alla Federazione Russa di oggi, sopratutto sul piano della propaganda.

Sia il Grande Fratello orwelliano che la Russia putiniana si avvalgono infatti di menzogne per neutralizzare verità la cui conoscenza diffusa mina le fondamenta dei due regimi.

Ad esempio, la propaganda putiniana sostiene che “l’Ucraina è uno stato intollerante”, quando invece la sistematica repressione del dissenso è un fenomeno molto frequente in Federazione Russa.

Putin ha poi giustificato l’invasione dell’Ucraina orientale sostenendo che”gli ucraini vietano agli altri ucraini di parlare russo”: una menzogna bella e buona, dal momento in cui in Ucraina vi è sempre stato un bilinguismo di fatto, contrariamente che in Russia, dove chi parla solo ucraino è escluso da ogni ambito della vita pubblica.

Infine, come illustra sempre Snyder, Putin sostiene che “in Ucraina ci sono i nazisti al potere”, quando, come dimostrato dal risultato delle ultime Elezioni Presidenziali e dai più recenti sondaggi, le forze di estrema destra raccolgono assieme solo l’1%: molto meno rispetto a quanto ottenuto dalla Le Pen in Francia o dall’UKIP in Gran Bretagna.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ucraina: Russia e NATO al riarmo in Europa Centro-Orientale

Posted in Ukraina by matteocazzulani on May 29, 2014

L’aviazione militare russa incrementa i voli a pochi chilometri ai confini dell’Unione Europea, mentre l’Alleanza Atlantica rafforza la presenza della sua marina nel Mar Nero. La propaganda di Mosca contro il piano di cooperazione globale degli Stati Uniti d’America

L’aggressività militare di stampo imperialista da un lato e la cooperazione per la Pace dall’altro. Queste sono le forze in campo in Ucraina e nei Paesi membri dell’Unione Europea dell’Europa Centrale, dopo che, nella giornata di mercoledì, 28 Maggio, la Russia ha promesso di incrementare il numero dei voli di pattugliamento militare nei cieli ucraini e di alcuni Stati UE.

Come dichiarato dal Capitano dell’esercito russo Michail Nenshev, velivoli militari di classe Su-24 potenzieranno la quantità dei voli che, negli scorsi mesi, hanno visto aerei dell’esercito della Federazione Russa violare ripetutamente lo spazio aereo di Estonia, Lettonia, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia e Finlandia.

La minaccia, che ha prevalentemente una ratio propagandistica, dato che gli apparecchi coinvolti sono stati realizzati negli anni settanta, in piena epoca sovietica, ha visto la pronta risposta della NATO, che ha immediatamente dislocato nel Mar Nero la fregata francese Sucouf.

La Sucouf, capace per via della sua piccola dimensione di bucare alcune delle difese radar dei russi, è entrata nel Mar Nero per accompagnare l’incrociatore statunitense Vella Gulf, e per dare il cambio alla Dupuy de Lome: nave militare francese che ha superato il limite massimo di giorni in cui la permanenza del Mar Nero è consentita dai Trattati internazionali.

Obama rinuncia alla guerra preventiva

La risposta della NATO alle provocazioni militari della Russia sono state accompagnate dalla nuova strategia di politica internazionale che il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha presentato presso l’Accademia Militare di West Point, nella giornata di mercoledì, 28 Maggio.

Obama ha ribadito la volontà di rinunciare all’intervento militare in aree in cui sono presenti terroristi per privilegiare, almeno in prima battuta, la cooperazione con le forze militari dei Paesi in questione.

Per quanto riguarda la crisi ucraina, Obama ha sottolineato come l’intervento degli USA mediante sanzioni mirate a settori nevralgici dell’economia russa abbia portato all’isolamento internazionale della Russia come riposta all’aggressione armata di Mosca a Kyiv e alla violazione dell’integrità territoriale ucraina da parte della Federazione Russa.

Obama ha poi sottolineato come la rinuncia all’uso della forza, fatto salvo situazioni di emergenza che mettono a serio repentaglio la sicurezza nazionale statunitense, deve portare gli USA ad affermarsi nel Mondo come una superpotenza che si avvale di mezzi pacifici per sviluppare Pace, Democrazia, Diritti Umani e Civili e Libertà laddove esse non sono ancora presenti.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

Ucraina: dopo la NATO, Putin provoca anche l’OSCE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 26, 2014

Tredici agenti tedeschi, cechi, danesi, polacchi e svedesi rapiti dagli squadroni russi che occupano alcune città dell’est ucraino. L’esercito della Russia avanza ad un chilometro dalla frontiera con l’Ucraina

Quattro tedeschi, un ceco, un danese, uno svedese ed un polacco sono le nazionalità dei tredici componenti della missione di Pace OSCE finiti nelle mani degli squadroni filorussi in Ucraina orientale -che fonti ben accreditate hanno dimostrato essere agenti dell’esercito della Russia- che, nell’Est dell’Ucraina, hanno arrestato i diplomatici europei nella giornata di venerdì, 25 Aprile.

Come riportato da fonti diplomatiche di Germania, Polonia e Svezia -le più attive nel lavorare per l’immediata liberazione degli ostaggi europei- i missionari OSCE erano impegnati nel monitoraggio dell’azione antiterroristica avviata dal Presidente ad interim ucraino, Oleksandr Turchynov, per porre fine all’occupazione degli uffici delle Amministrazioni Locali di Donetsk e di altre città dell’Ucraina dell’est da parte degli squadroni paramilitari in uniforme militare russa.

L’attività di monitoraggio, avviata secondo quanto previsto dal Documento di Vienna sulla Fiducia e sulla Sicurezza del 1999, non è piaciuta ai guerriglieri russi, che, dopo avere sequestrato i tredici diplomatici europei, hanno preteso il rilascio di alcuni loro commilitoni arrestati negli scorsi giorni dall’esercito regolare ucraino in cambio della liberazione degli ostaggi OSCE.

Di pari passo alla palese provocazione attuata nei confronti dell’OSCE, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha incrementato la pressione militare nei confronti dell’Ucraina spostando le esercitazioni armate dell’esercito della Russia ad un solo un chilometro dal confine con il territorio ucraino.

Lo spostamento delle esercitazioni delle forze armate russe, che secondo il linguaggio militare corrisponde ad una forte provocazione, segue l’intensificarsi da parte di aerei dell’esercito della Russia delle infrazioni dello spazio aereo di Finlandia, Gran Bretagna, Olanda e Danimarca: Paesi che appartengono sia all’Unione Europea che alla NATO.

L’UE resta sempre nel mirino dei russi

Con la provocazione all’OSCE, inviato in Ucraina per evitare l’inasprirsi di una situazione di crisi prossima al degenerare in un vero e proprio conflitto armato, e le precedenti dimostrazioni di forza nei confronti di UE ed Alleanza Atlantica, Putin intende mostrare quanto Mosca sia intenzionata a protrarre il conflitto ben oltre i conflitti ucraini.

Il vero obiettivo di Putin, che dalla sua rielezione alla guida della Federazione Russa ha sempre presentato la ricostruzione di un nuovo Impero Russo esteso entro i confini dell’Unione Sovietica come il principale obiettivo della sua Amministrazione in Politica Estera, è il coinvolgimento nel conflitto con l’Ucraina di Paesi UE -e anche membri NATO- in cui è presente una consistente minoranza linguistica russa, come Estonia, Lettonia e Lituania.

Nonostante le popolazioni russofone di Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania non siano mai state discriminate dai Governi di Kyiv, Tallinn, Riga e Vilna, Putin intende sollevare la questione linguistica per destabilizzare i tre Paesi UE e, così, minare l’integrità dell’Europa unita.

Sta proprio ai Paesi UE la necessità di comprendere fin da subito la minaccia rappresentata da Putin per varare un forte fronte comune in sostegno dell’integrità territoriale sia dell’Ucraina che dell’Unione Europea.

Questa posizione deve essere presa dai 28 Stati membri alcun timore nei confronti delle lobby filorusse del gas che, sopratutto in Francia, Belgio, Italia, Slovenia, Slovacchia e Ungheria, tendono ad anteporre i contratti con Mosca al varo di una politica energetica comune per l’UE, che, oggi ,è quantomai necessaria per il rafforzamento politico dell’Europa.

Matteo Cazzulani

Putin provoca la NATO

Posted in Russia by matteocazzulani on April 24, 2014

Aerei militari russi violano lo spazio aereo di Danimarca, Gran Bretagna e Paesi Bassi, dopo avere più volte attuato simili provocazioni sopra i cieli di Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia e Svezia. Il Cremlino ordina il riarmo nell’Oceano Artico e ai confini dell’Ucraina occupata

Una provocazione militare all’Occidente per ricreare la Russia imperiale che Putin ha sempre voluto ricostituire dalla sua rielezione nel 2012. Nella giornata di mercoledì, 23 Aprile, velivoli militari russi di categoria Tu-95 hanno violato lo spazio aereo di Gran Bretagna, Danimarca e Paesi Bassi: Stati NATO che, per pronta risposta, hanno sollevato i propri caccia per scortare gli apparecchi dell’esercito della Russia al di fuori del loro territorio.

Come riportato da una nota del Ministero della Difesa olandese, la violazione dello spazio aereo da parte dei russi è solo l’ennesima di una lunga serie iniziata lo scorso 10 Settembre, mentre simili sconfinamenti dei velivoli dell’esercito di Mosca sono già avvenuti, sempre in diverse occasioni, anche sopra il territorio di Estonia, Lettonia e Lituania.

Come riporta l’autorevole Reuters, lo sconfinamento dei velivoli militari russi è motivato dalla volontà di Mosca di testare lo stato di preparazione delle strutture difensive della NATO che, per reagire all’aggressione russa in Ucraina, ha rafforzato le difese in Europa Centrale, sopratutto in Polonia, Lituania e Romania.

Oltre alla volontà aggressiva, che prefigura la preparazione di un conflitto armato, a motivare le provocazioni russe ai Paesi della NATO che si affacciano sull’Oceano Artico, sul Mare del Nord e sul Baltico è anche il desiderio del Presidente russo, Vladimir Putin, di rafforzare la presenza militare di Mosca nel Polo Nord.

Come dichiarato dallo stesso Putin, martedì, 22 Aprile, il rafforzamento militare è dettato dalla necessità di presidiare i giacimenti di greggio e gas dell’Oceano Artico che, nonostante Accordi Internazionali collochino un’area neutrale, la Russia ritiene di propria appartenenza geografica.

Oltre alle provocazioni militari, a ricordare scenari da Seconda Guerra Mondiale è anche il sempre crescente riarmo dell’esercito di Mosca ai confini dell’Ucraina, dopo che, come riportato sempre dalla Reuters, nella città di Rostov sul Don si sono ammassati reparti militari della Federazione Russa.

Ufficialmente, la manovra è stata confermata da Mosca come preparazione per le parate del 9 Maggio -il Giorno della Vittoria URSS nella Seconda Guerra Mondiale, che i russi chiamano Grande Guerra Patriottica- ma mai in una ricorrenza del genere sono stati utilizzati missili terra-aria come quelli dislocati da Putin a pochi chilometri dall’Ucraina.

A dare un segnale di come questi mezzi armati potrebbero essere utilizzati sono le dichiarazioni del Ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, che ha minacciato l’Ucraina di creare una nuova crisi sul modello di quella attuata in Georgia nel 2008, qualora gli interessi della Russia nel territorio ucraino non saranno rispettati.

Mosca aggressiva come Berlino prima della Seconda Guerra Mondiale

Le minacce di Lavrov segue l’occupazione delle Amministrazioni Locali delle Regioni dell’Ucraina orientale da parte di reparti paramilitari spacciatisi per separatisti filorussi ucraini che, come dimostrato da foto pubblicate dal Governo ucraino, fanno parte dell’esercito russo di aggressione.

Il reparto di cui fanno parte i cosiddetti separatisti filorussi nell’est dell’Ucraina è lo stesso che, nel mese di Febbraio, ha occupato militarmente la Crimea prima dell’annessione forzata di questa regione ucraina alla Federazione Russa.

Prima ancora, questo reparto dell’esercito russo ha portato a compimento l’aggressione militare alla Georgia nel 2008 per strappare a Tbilisi le regioni georgiane di Abkhazia ed Ossezia del Sud.

Tutte queste azioni militari in Ucraina e in Georgia sono state motivate dalla volto a di Mosca di tutelare le popolazioni russofone che vivono nei territori ucraino e georgiano.

Questa motivazione è stata utilizzata, prima di Putin, solo da Adolf Hitler per annettere Sudeti, Austria e Corridoio di Danzica al Terzo Reich prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

“Caccia all’ucrainofono” e pressione militare: le bugie di Putin sull’Ucraina vengono a galla

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 20, 2014

Gli squadroni militari separatisti del Donbas dichiarano fuorilegge l’uso della lingua ucraina e l’attività dei principali Partiti democratici del Paese. L’Addetto Stampa del Presidente russo conferma la massiccia presenza di reparti dell’esercito russo a pochi chilometri da Donetsk

L’intolleranza e la forza militare sono le armi di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si sta avvalendo per incrementare la tensione politica in Europa Centro-Orientale. Nella giornata di sabato, 19 Aprile, il Capo degli squadroni separatisti della regione del Donbas -ubicata nell’Est dell’Ucraina- Vyacheslav Ponomarev, ha dichiarato aperta la caccia all’ucrainofono, e, dopo avere consolidato il controllo dei Palazzi Governativi occupati già da più di una settimana, ha messo al bando l’attività delle sedi locali dei Partiti di ispirazione democratica UDAR e Batkivshchyna.

Sia la messa al bando dei due Partiti principali impegnati nella campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali -UDAR supporta la corsa del magnate arancione Petro Poroshenko, dato per favorito, mentre Batkivshchyna è la forza partitica dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko- che l’istigazione alla violenza nei confronti di chi padroneggia pubblicamente la lingua ucraina sono atti preoccupanti che violano gli accordi presi di recente a Ginevra tra Stati Uniti d’America, Unione Europea e Russia per assicurare la de-escalation della situazione in Ucraina.

Inoltre, il manipolo di separatisti che ha occupato le sedi dell’Amministrazione Locale, e che ha preteso l’indizione di un referendum per sancire l’annessione del Donbas alla Federazione Russa, è, secondo fonti ben accreditate, composto da agenti militari russi infiltrati in territorio ucraino per destabilizzare la regione facendo leva sulla questione linguistica, similmente a quanto già fatto da Mosca in Crimea.

A testimoniare l’assenza di sostegno politico ai separatisti da parte della popolazione del Donbas -e dunque l’appartenenza all’esercito russo se non di tutti gli appartenenti agli squadroni separatisti almeno di una loro larga parte- è una rilevazione pubblicata, sempre sabato, 19 Aprile, dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv.

Secondo lo studio, circa il 70% degli abitanti delle regioni russofone -ma non russofile- dell’Ucraina si oppone all’annessione dell’Est ucraino alla Federazione Russa, né ritiene che i cittadini ucraini di lingua russa siano mai stati discriminati dal Governo di Kyiv.

A dare manforte ai separatisti nel Donbas è anche la massiccia presenza dell’esercito russo ai confini orientali dell’Ucraina, proprio a pochi chilometri da Donetsk, che, come riportato dall’autorevole Deutsche Welle, è stato confermato dall’Addetto Stampa del Presidente Putin, Dmitry Peskov.

Nello specifico, Peskov ha sottolineato come reparti dell’esercito russo siano stati appositamente dislocati a sostegno delle divisioni già presenti ai confini con l’Ucraina in seguito alle azioni militari dei separatisti nel Donbas.

Le dichiarazioni del rappresentante del Presidente Putin confermano quanto già da tempo rivelato dalla NATO che, sulla base di foto satellitari, ha evidenziato la presenza di 40 Mila oggetti militari russi ai confini dell’Ucraina, pronti ad un’immediata azione militare nel territorio ucraino.

Inoltre, le ammissioni di Peskov seguono quelle fatte dallo stesso Putin giovedì, 17 Aprile, quando il Presidente russo ha dichiarato che l’annessione armata alla Russia della Crimea è stata preceduta dall’occupazione della penisola ucraina da parte di reparti dell’esercito del Cremlino.

Non solo l’Ucraina: a rischio è sopratutto l’Europa

L’assenza di sostegno popolare ai separatisti del Donbas, i dati della rilevazione dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, e la presenza dell’esercito russo ai confini orientali dell’Ucraina sono sempre stati negati dalla propaganda russa che, potendo contare su un vasto sostegno nel Mondo, sopratutto da parte dei Paesi BRICS e da alcuni ambiti di estrema destra ed estrema sinistra in Europa Occidentale, ha propagandato menzogne per presentare gli ucraini come fascisti antisemiti che reprimono i propri concittadini russofoni.

A dare una lettura obiettiva, e preoccupante, dello scopo della propaganda russa è stato il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, che, in un articolo sul Washington Post, ha sottolineato come la Russia sia intenzionata ad impedire in Ucraina l’attuazione delle riforme che il Governo provvisorio ha faticosamente avviato per adattare le strutture politiche ed economiche di Kyiv a quelle delle democrazie dell’Unione Europea.

Ancor più calzante è il parere espresso dal Direttore dell’autorevole Istituto Polacco di Affari Internazionali -PISM- Marcin Zaborowski, che ha sottolineato come a dovere temere le azioni militari di stampo imperialista attuate dalla Russia in Ucraina debbano anche essere Estonia, Lettonia e Lituania: Paesi UE dove vive una consistente minoranza russofona.

A confermare i timori del Direttore del PISM è la registrazione alla Duma russa di un Progetto di Legge che sancisce l’illegalità del dissolvimento dell’URSS: un fatto che, sul piano giuridico, autorizzerebbe Mosca a rivendicare il controllo Paesi baltici e, così, provocare lo smembramento del territorio dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

UCRAINA: YANUKOVYCH TENTA DI INDEBOLIRE IL MAYDAN CON IL DIVIDE ET IMPERA E LA PAURA DELLO STRANIERO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on January 25, 2014

Il Presidente ucraino difende le forze di polizia, minimizza le violenze, non cita le vittime tra i manifestanti, e nomina il responsabile delle aggressioni armate sui dimostranti Andriy Klyuyev, a Capo dell’Amministrazione Presidenziale. Svezia e Polonia condannano la violenza, mentre Italia e Francia convocano gli Ambasciatori per consultazioni urgenti

Bugiardo, scaltro, ed anche cinico. Nella giornata di venerdì, 24 Gennaio, il Presidente ucraino, Vitkor Yanukovych, ha dichiarato la volontà di dividere tra facinorosi e pacifici l’Euromaidan, la manifestazione iniziata il 21 Novembre in sostegno all’integrazione dell’Ucraina in Europa, diventata guerra civile dopo ripetuti interventi armati da parte della polizia di regime Berkut, che hanno provocato già almeno 5 morti.

Durante un vertice con le Chiese di Ucraina, il Capo di Stato ucraino ha difeso l’operato delle forze di polizia ed ha accusato i dimostranti di essere coadiuvati da agenti violenti stranieri arrivati in Ucraina per destabilizzare la situazione politica del Paese.

Il Presidente ucraino ha poi promesso una dura reazione alle occupazioni delle Prefetture delle Regioni occidentali del Paese, dove i manifestanti, assieme alle Forze dell’Ordine -che sono passate in massa con i dimostranti- hanno rovesciato i Prefetti nominati da Yanukovych.

Yanukovych ha anche dichiarato di comprendere con tristezza le condizioni in cui versano i manifestanti che, come da lui dichiarato, hanno visto anche un caso di congelamento.

Infine, il Presidente ucraino ha nominato a Capo dell’Amministrazione Presidenziale Andriy Klyuyev: ex-Capo del Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza, già responsabile delle aggressioni violente sui manifestanti.

Klyuyev, su cui l’Austria ha avviato un processo di congelamento dei beni immobili per essere stato responsabile della violazione dei diritti umani e della democrazia, rimpiazza Serhiy Lyovochkin: famoso nel Paese per avere assunto un linea più morbida rispetto a quella di Yanukovych.

Pronta è stata la reazione dell’Opposizione filo europea, che ha dichiarato l’intenzione di continuare la protesta in maniera pacifica, senza chiudere la porta a negoziati con il Presidente ucraino, né però tollerare ogni forma di violenza.

A livello internazionale, il Ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, ha descritto come una sconfitta il tentativo da parte del regime ucraino di risolvere la situazione con la forza, mentre in Polonia il Parlamento ha approvato una risoluzione che richiede l’imposizione di sanzioni nei confronti di quelle Autorità ucraine responsabili del mancato rispetto della Democrazia e dei Diritti Umani.

Sanzioni nei confronti della Autorità ucraine -sulla base di quanto già fatto dagli Stati Uniti d’America- sono state chieste ufficialmente anche dal Vicepresidente del Parlamento Europeo, Gianni Pittella, mentre il Viceministro degli Esteri italiano, Marta Dassù, ha convocato l’Ambasciatore ucraino in Italia, Yevhen Perelihyn, così come fatto dal Ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius.

Il Presidente ucraino omette la realtà

Le dichiarazioni di Yanukovych mirano a rovesciare in pieno sui manifestanti la responsabilità degli scontri nel pieno centro della Capitale Kyiv. Infatti, nessuna parola è stata detta dal Capo di Stato ucraino in merito agli spari ad altezza d’uomo che la polizia ha avviato per prima sui manifestanti, così come non è stato commentato il video che ha ripreso un giovane arrestato umiliato nudo in mezzo alla neve, secondo un rituale di nazista memoria.

La presentazione di una protesta equamente divisa tra falchi e colombe da parte di Yanukovych, oltre che non veritiera, è poi una forzatura che mira a indebolire una manifestazione imponente, che non ha precedenti nella storia del Paese, e che ha visto continui picchi di partecipazione addirittura verso il milione di persone.

Il Presidente ucraino cerca di fare leva sull’opinione pubblica ucraina anche rinnovando l’immaginario del complotto straniero: uno stratagemma già adottato a più riprese dalle Autorità in epoca sovietica che serve a Yanukovych per distogliere l’attenzione sull’infiltrazione di agenti russi tra i Berkut, come alcune ben documentate indiscrezioni hanno riportato.

Infine, con la dichiarazione in merito alla persona congelata, non è chiaro se il Presidente ucraino abbia fatto riferimento a Yuri Verbitsky: l’unica vittima morta per congelamento dopo essere stata rapita e torturata dalle forze dell’ordine.

Matteo Cazzulani