LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

MEMORIA STORICA E MAGGIORE INTEGRAZIONE: LA POLONIA GIA’ LAVORA PER L’EUROPA DI DOMANI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 30, 2011

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, rende omaggio alle vittime polacche ed ucraine delle fosse comuni staliniane di Bykovnja, e rilancia il solido rapporto con l’Ucraina, con la speranza di un prossimo ingresso nell’UE. Storico discorso del Ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, a Berlino, dove, tra gli applausi, evidenzia le soluzioni di Varsavia per rafforzare Bruxelles

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski

Un gesto di responsabilità nei confronti del passato, con uno sguardo fisso al presente, ed all’immediato futuro. Così si è caratterizzata la giornata politica di lunedì, 28 Novembre, di una Polonia oramai giunta all’ultimo mese di presidenza di turno dell’Unione Europea. Un’incombenza non da poco, che Varsavia sta gestendo al meglio possibile in un periodo di crisi sia sul piano della politica interna che estera.

Nella mattinata, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, si è recato in Ucraina al cimitero di Bykovnja, nei pressi di Kyiv, dove è stato eretto un obelisco in memoria dei polacchi sterminati dalla polizia staliniana tra il 1939 ed il 1940: dopo la spartizione della Polonia – pianificata d’accordo con la Germania di Hitler – Stalin ha ordinato all’NKVD l’arresto e l’esecuzione di circa 3435 polacchi appartenenti ad intellighenzia ed alte sfere militari, poi seppelliti in fosse comuni a Katyn, Kherson e Kharkiv. In queste località – tristemente note alla storiografia dell’Europa Centrale, ma non ancora a quella del Belpaese – già sorgono memoriali simili a quello in programma a Bykovnja entro il 2012, dove, fino ad oggi, ad essere ricordate sono solo le vittime ucraine di comunismo e nazismo.

“E’ una pagina nera della storia, che accomuna Polonia ed Ucraina in una memoria che non ci deve dividere, ma unire – ha dichiarato Komorowski dinnanzi all’obelisco, in compagnia del suo collega ucraino, Viktor Janukovych – La reale attività dell’NKVD è stata sottaciuta per tutto il periodo sovietico – ha continuato – ma oggi, finalmente liberi, per mezzo della verità storica intendiamo costruire rapporti sempre migliori con i nostri vicini – ha continuato – che hanno condiviso tali barbarie”.

Un concetto che il Presidente polacco ha ripetuto anche nel pomeriggio, quando il tema dei colloqui con Janukovych si è spostato sulla stretta attualità. Komorowski ha invitato il collega ucraino a dare un chiaro segnale di rispetto della democrazia e dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda la Leader dell’Opposizione, Julija Tymoshenko: la detenzione in isolamento dell’ex-Primo Ministro – seguita ad uno dei tanti processi-farsa che le Autorità hanno scatenato a carico di esponenti del campo arancione – può seriamente compromettere la firma di un’Accordo di Associazione UE-Ucraina, con cui Bruxelles intende riconoscere a Kyiv lo status di partner privilegiato, oggi goduto da Svizzera, Islanda, e Norvegia.

“Vorremmo che l’affare Tymoshenko non condizioni le trattative per la conclusione dei negoziati – ha dichiarato il Capo di Stato polacco nella tarda serata, dopo avere incontrato anche il braccio destro della Leader dell’Opposizione, Oleksandr Turchynov – siamo amici e fratelli del popolo ucraino, e ne sosteniamo le legittime aspirazioni europee. Tuttavia – ha continuato – molti dei Paesi UE sono contrari ad ogni Accordo fino a quando Kyiv non ritornerà a rispettare pluralismo partitico e dialettica democratica”.

Sikorski da lezioni di europeismo alla Merkel

Parole di alta responsabilità che hanno fatto eco a quelle pronunciate a Berlino dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski: invitato d’eccezione ad un convegno intergovernativo, organizzato dall’Associazione di Politica Estera Tedesca, il Capo della Diplomazia di Varsavia ha definito con chiarezza proposte e misure per salvare l’Europa dalla crisi.

In primis, maggiore presenza della Polonia nell’ambito decisionale dell’UE, almeno alla pari di quel trio franco-tedesco-italiano che si appresta a riscrivere le regole per salvare la casa comune. Come illustrato da Sikorski, la prima minaccia per il Vecchio Continente è la crisi dell’Euro, di cui si devono occupare tutti i 27 Paesi dell’Unione: compreso chi, come la Polonia, pur non avendo adottato la valuta unica ha un’economia fortemente dipendente dallo stato di salute di eurolandia.

“Non bisogna addossare la colpa della crisi all’allargamento: proprio l’ingresso dei Paesi dell’Europa Centrale ha permesso alle esportazioni tedesche un’incremento da 15 a 95 Miliardi tra il 2004 ed il 2010 – ha evidenziato il Ministro degli Esteri – E’ una questione di fiducia. L’unica risposta possibile è la maggiore integrazione delle istituzioni europee, su cui Varsavia è in prima fila per un lavoro comune ed adeguato”.

Una proposta su cui Sikorski ha fornito esempi concreti, come la diminuzione del numero dei Commissari: dai 27 attuali a non più di 12, designati non più per logiche di appartenenza nazionale, ma, possibilmente, a rotazione, tenendo conto della capacità del singolo politico più che del peso dello Stato di provenienza.

Altra innovazione – che gioverebbe sia all’assetto decisionale del Vecchio Continente che alle casse del bilancio comunitario – è la fusione tra le cariche di Presidente della Commissione Europea e Rappresentante del Consiglio dell’UE: spesso i rispettivi titolari, José Manuel Barroso ed Herman Van Rompuy, si sono occupati delle medesime tematiche, gettando il Vecchio Continente in un’impasse istituzionale inaccettabile per dare risposte concrete alla concorrenza mondiale. Infine, il Capo della Diplomazia polacca ha proposto lo smantellamento di due delle tre sedi UE – Bruxelles, Strasburgo, e Lussemburgo – per un risparmio annuo di non meno di 200 Milioni di Euro.

Il discorso di Sikorski è stato accolto con applausi ed un entusiasmo rari in terra teutonica per un esponente della Polonia – prima di lui, solo il suo predecessore, Wladyslaw Bartoszewski, ha ricevuto simili ovazioni il 28 Maggio 1995, durante l’exposé al parlamento tedesco in occasione del cinquantesimo anniversario della Fine della Seconda Guerra Mondiale. Diversi tra gli esperti hanno addirittura evidenziato come il Ministro degli Esteri polacco abbia saputo proporre una nuova Europa capace di ripartire, e risvegliare nei tedeschi un sentimento europeista ultimamente frustrato dalla crisi: riuscendo laddove lo stesso Cancelliere, Angela Merkel, ha ultimamente arrancato.

“Temo addirittura che la Germania non sia così matura da comprendere il discorso di Sikorski – ha dichiarato Cornelius Ochmann, analista dell’autorevole Fondazione Bertelsmann – a Berlino nessun altro politico dell’ex-blocco orientale ha mai pronunciato parole così cariche di europeismo”.

Matteo Cazzulani

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GUERRA DEL GAS: UNA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO RIAPRE LA CONTESA SUL MAR CASPIO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 29, 2011

La condanna all’occupazione russia in Georgia dell’emiciclo di Strasburgo sostenuta dall’Azerbajzhan per rafforzare la propria posizione nel conflitto energetico con la Russia per il controllo delle risorse e dei gasdotti centro asiatici. L’opposizione di Mosca all’asse azero-turkmeno-georgiano per la garanzia delle forniture all’Europa resa ancora più aspra dalla perdita del mercato cinese

L'europarlamentare polacco, Krzysztof Lisek

Spesso anche provvedimenti tardivi possono dare risultati concreti. Lo scorso 17 Novembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna dell’occupazione russa di Abkhazija ed Ossezia del Nord: regioni georgiane strappate da Mosca per mezzo della guerra-lampo dell’Agosto 2008, con cui l’esercito del Cremlino ha infranto la sovranità territoriale di Tbilisi, e riconosciuto univocamente l’indipendenza delle due provincie di frontiera.

Il testo, redatto dal Parlamentare polacco del Partito Popolare Europeo, Krzystof Lisek, e votato a larga maggioranza dall’emiciclo di Strasburgo, ha riconosciuto ad Abkhazija ed Ossezia del Sud lo status di territori occupati, dai quali L’Unione Europea ha chiesto ufficialmente il ritiro dei soldati russi. Una delle clausole fondamentali degli accordi di pace negoziati, a conclusione del conflitto, dal Presidente della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev, e dal suo collega francese, Nicolas Sarkozy – allora presidente di turno dell’UE – ad oggi non ancora rispettate da Mosca: costantemente sul territorio con propri contingenti armati.

Quella di Lisek sarebbe potuta essere l’ennesima dichiarazione a vuoto di un Europarlamento spesso impossibilitato ad agire in maniera incisiva, tuttavia ha ottenuto il sostegno – tanto forte quanto inaspettato – del Ministro degli Esteri dell’Azerbajdzhan, Elmar Mammadiarov, che ha espresso deciso supporto all’integrità territoriale della Georgia. Una mossa motivata da molteplici fattori.

In primis, dalla tradizionale amicizia che lega Baku a Tbilisi, la quale, a sua volta, non ha mai nascosto di sostenere la parte azera nella contesa con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. In linea con le tendenze dell’area, alla motivazione politica si è sommata quella energetica: sia Azerbajdzhan che Georgia sono unite da un comune progetto di trasporto di gas e nafta all’Unione Europea per aggirare il territorio della Russia, da cui Bruxelles vuole rendersi il meno dipendente possibile, attingendo oro blu e nero da Stati in cerca di nuovi mercati ove collocare le proprie risorse naturali.

Basi militari e forniture all’estremo oriente

Una questione tanto scottante da aver alzato decisamente la temperatura anche sul piano militare: Baku ha rigettato la richiesta da parte russa di sconto sull’affitto della stazione radar di Gabali, proponendo, altresì, un rincaro del canone corrisposto dal Cremlino per un’installazione extra-territoriale di importanza strategica, mantenuta dal crollo dell’URSS per mezzo di complicati trattati speciali, simili a quelli con cui Mosca riesce tutt’oggi a mantenere basi, arsenali, e Flotte in altri Paesi ex-sovietici.

Inoltre, Russia ed Azerbajdzhan – a cui si sono aggiunti Turkmenistan, Iran, e Kazakhstan – hanno riaperto il contenzioso sulla gestione del Mar Caspio: bacino ricco di giacimenti naturali, e sede di progetti infrastrutturali da cui dipende anche il futuro dell’Europa. Appoggiata da Teheran ed Astana, Mosca ha preteso la creazione di un organismo collegiale dei cinque Paesi in cui decidere ogni questione legata al territorio, mentre Baku ed Ashgabat hanno proposto una divisione del bacino in acque territoriali, in cui ciascuna delle parti è indipendente e sovrana.

 

Sullo sfondo della contesa – tutt’ora in stallo – c’è la costruzione del Gasdotto Transcaspico proprio tra Azerbajdzhan e Turkmenistan: un’iniziativa destinata a confluire nel sistema infrastrutturale energetico europeo, che la Russia vuole boicottare a tutti i costi per mantenere l’UE dipendente dalle sue forniture, e, di conseguenza, politicamente soggetta al Cremlino.

Una necessità resa ancor più forte dopo che Mosca ha perso l’ambito controllo del mercato della Cina. Lo scorso 23 Novembre, Pechino ha rinunciato ai servizi del monopolista russo, Gazprom, e deciso di soddisfare il 60% del proprio fabbisogno proprio dal Turkmenistan, con cui sono stati firmati contratti per l’importazione di 65 Miliardi di metri cubi di gas,e l’ampliamento del gasdotto Cina-Asia Centrale, necessario per il suo trasporto.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: L’EUROPA CONTRO GAZPROM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 29, 2011

Bruxelles avvia un procedimento contro il monopolista russo per concorrenza sleale e tentata creazione di un regime di monopolio vietato ex-lege in UE. Perquisite le sedi delle alleate energetiche di Mosca in Germania, Austria, e Repubblica Ceca. Anche la Turchia rinuncia alla partnership del gas con la Russia. La geopolitica dei gasdotti sullo sfondo della contesa a carte bollate

Il percosrso di Nabucco e Southstream

Se il prezzo e Troppo alto e le regole non si rispettano, in Europa si e esclusi dagli affari. Questo il messaggio che l’Unione Europa ha voluto lanciare al monopolista russo, Gazprom, le cui societa affiliate – tra cui la ceca Vemex – ed alcune solide alleate – come l’austriaca OMV –  hanno ricevuto la visita degli ispettori UE per un indagine a tappeto sulla base dell’accusa di concorrenza sleale, ed infrazione del regolamento europeo.

Dopotutto, il Terzo Pacchetto Energetico UE – approvato dalla Commissione Barroso nel 2011 – garantisce la liberalizzazione dei mercati del gas e della nafta, e contrasta ogni tentativo di monopolio che, altresi, Gazprom sta cercando di instaurare nel Vecchio Continente per mezzo di contratti a lungo termine con le singole compagnie dei Paesi dell’Europa Occidentale, riguardanti non solo la compravendita di carburante, ma anche, e sopratutto, la gestione dei gasdotti.

Il primo a conferare l accaduto e stato l’ufficio stampa della compagnia tedesca RWE, che ha ricevuto la visita degli ispettori di Bruxelles nelle proprie filiali in Germania e a Praga. Interessata anche la E.On: altro ente teutonico fortemente legato a Gazprom, che, con un comunicato ufficiale, ha dichiarato di appoggiare l’Unione Europea nella campagnia di rispetto delle regole comunitarie – che, in ogni caso, il colosso del gas della Renania ribadisce di non avere infranto.

Tuttavia, oltre alle indagini dell’Unione Europea, Gazprom ha incassato anche la rottura dei contratti da parte di una Turchia contrariariata per la rinuncia di Mosca al ritocco al ribasso delle tariffe, da tempo posto come condizione indispensabile per la continuazione della collaborazione in campo energetico. Come dichiarato dal Ministero dell Energia turco, in una nota ufficiale di Domenica, Primo di Ottobre, Ankara non ha intenzione di prolungare i contratti per la fornitura di oro blu russo, altresi mantenendo in vigore gli accordi con gli altri fornitori – Azerbajdzhan e Turkmenistan in primis – ed aprendo alla ricerca di nuovi partner energetici.

Dalle carte bollate ai gasdotti sottomarini

Secondo diversi esperti, la Russia sarebbe autrice di una politica troppo spregiudicata, mirata al mantenimento di una supremazia energetica in un’Europa che, grazie all iniziativa della Commissione Barroso, ha finalmente dato avvio ad una serie di iniziative volte alla diversificazione delle forniture di gas e nafta. Inoltre, lecito ricordare che, oltre alle carte bollate ed ai regolamenti, la questone dell’indipendenza energetica UE passa anche dalla costruzione di importanti gasdotti.

Con l’appoggio politico del gruppo AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria – Bruxelles sta realizzando il Nabucco: principale arteria sottomarina di un Corridoio Meridionale con cui l’oro blu centro asiatico sara trasportato in Europa, senza transitare per il territrio di Mosca, e, di conseguenza, dipendenre dal suo ricatto energetico. Il progetto dalla verdiana denominazione e una risposta al Southstream: simile infrastruttura sottomarina concepita da Gazprom, in collaborazione con le principali compagnie energetiche dell Europa Occidentale – l’italiana ENI, la francese EDF e la tedesca BASF – per rifornire di gas russo direttamente i clienti della Vecchia Europa, ed aggirare Paesi politicamente invisi al Cremlino come Romania, Ucraina, Polonia, e Moldova. Tutti, opportuno sottolineare, appartenenti all’Unione Europea o ad essa fortemente legati da un piano di collaborazione ed associazione.

Matteo Cazzulani

VERITA SU STALIN ED HITLER: L’ INTEGRAZIONE UE PASSA ANCHE DALLA STORIA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 28, 2011

L’iniziativa del Centro Europeo di Studio sui Totalitarismi presa per educare le nuove generazioni europee su un passato di sangue e violenza non adeguatamente trattato nemmeno nel presente. Il ruolo del Gruppo di Vysehrad e della presidenza polacca, particolarmente impegnata al futuro di un continente sempre più vecchio e relegato ai margini del Mondo globalizzato

Campagna di divulgazione dei crimini del comunismo a Leopoli, Ucraina

Non servirà a battere la crisi, e nemmeno a risolvere la cronica mancanza di una politica estera, di difesa, ed energetica comune, ma almeno permetterà ad un Vecchio Continente chiarezza sul proprio passato, ed un futuro maggiormente responsabile. Nella giornata di Sabato, 15 Ottobre, è stata varata la creazione del Centro Europeo di Studio sui Totalitarismi, una struttura per il coordinamento del lavoro di storici UE, finalizzato a ricerca, documentazione, e produzione di materiale riguardo al comunismo ed al nazismo: due grandi barbarie che, non ancora adeguatamente investigate – sopratutto nei Paesi dell’Europa Occidentale – nel secolo scorso hanno trasformato il continente in una fabbrica di morte.

Nello specifico, il Centro si occuperà di dialogare con le nuove generazioni di studenti che, nati dopo il crollo del Muro di Berlino, rischiano di smarrire la reale percezione della gravità di fatti come gulag, purghe, olocausto, shoah, holodomor ed altri crimini contro l’umanità perpetrati da sanguinari dittatori quali Stalin ed Hitler. Come illustrato nella conferenza stampa di presentazione del progetto, il Centro – che avrà sede a Praga, nel cuore dell’Europa, con una filiale a Bruxelles, la Capitale politica – ha lo scopo di rendere giustizia ai milioni di europei vittime di inaudite violenze per differente appartenenza politica, religiosa e nazionale: la cui reale portata non va né dimenticata, né ridimensionata.

A livello politico, a dare una scossa all’iniziativa europea è stato il Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, e Slovacchia – che, avendo sperimentato sulla propria pelle ambo i totalitarismi fino ad una ventina di anni or sono, hanno deciso di mettere il proprio passato al servizio del futuro di una generazione europea che, nel bene o nel male, è destinata un giorno a prendere le redini del Vecchio Continente.

“E’ sulla storia delle nostre generazioni che si costruisce il futuro – ha illustrato il Primo Ministro ceco, Petr Necas – per questo l’iniziativa è di fondamentale importanza”.

Ancora un successo per Varsavia

Dunque, un’iniziativa per l’integrazione europea fortemente voluta anche dalla singola Polonia: presidente di turno UE che, non senza difficoltà, sta sfruttando il primo semestre di guida della sua storia per rafforzare le strutture comunitarie, e dare a Bruxelles una comune visione in settori chiave come l’Estero, l’Energia, e la Difesa. Se nei primi due casi un qualche minimo successo è stato raggiunto – si ricordi l’avvio dei negoziati per Accordi di Associazione con l’UE per Moldova e Georgia, e la collaborazione con la Commissione Barroso per diminuire la dipendenza dal gas russo – nel secondo, Varsavia non è riuscita a battere la cronica divisione che caratterizza il Vecchio Continente fin dalla sua nascita. Ma non si è data per vinta.

Respinta l’idea di evolvere ad esercito europeo il Gruppo di Weimar – alleanza di coordinamento degli sforzi militari tra Polonia, Francia, e Germania – a causa del veto di una Gran Bretagna maggiormente attenta a non sminuire il ruolo della NATO, il governo polacco si è rivolto proprio a Vysehrad per concepire una comune forza di intervento in crisi internazionali con la partecipazione di Georgia ed Ucraina, da allargare in primis agli Stati Baltici e, successivamente, all’Europa Occidentale.

Un programma che, se attuato, potrebbe finalmente dimostrare quanto la tanto vituperata in Occidente Nuova Europa sia molto più filo europea di molti altri Paesi. Magari, riuscendo a convincere francesi, tedeschi, ed inglesi, che dinnanzi alle crisi economiche ed umanitarie di oggi – default nel sud UE e ritorno delle velleità imperiali della Russia di Putin – l’unico modo per mantenere il continente competitivo sia l’allargamento ad est, e l’unità di azione: sopratutto in quei settori in cui singoli colossi energetici antepongono il proprio interesse a quello generale.

Matteo Cazzulani

COMPLEANNO DI JULIJA TYMOSHENKO: UN’OPPORTUNITA PER RIFLETTERE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 27, 2011

La Leader dell’Opposizione ucraina compie 51 anni. Tanti interrogativi su cui, in un’occasione come questa, l’Occidente dovrebbe meditare

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

Niente torta e candeline per Julija Tymoshenko, ma tanto su cui pensare per l’Europa intera. Nella giornata di Domenica, 27 Novembre, la Leader dell’Opposizione ucraina dovrebbe festeggiare il suo 51esimo compleanno: il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui, rinchiusa in una cella del carcere di massima sicurezza Luk’janivs’kyj, difficilmente riceverà visite in una fredda Domenica di autunno inoltrato, né, facile scommettere, i suoi carcerieri saranno così gentili da portarle pasticcini e spumante.

Una situazione davvero seria, in cui l’ex-Primo Ministro è finita ancor prima che una sentenza la condannasse a 7 anni di reclusione per gestione fraudolenta del bilancio statale ed abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. Accuse montate ad hoc, senza adeguata documentazione a supporto, che le sono state addossate durante un processo farsa, con la difesa sistematicamente privata di ogni diritto, tra cui quello di convocare propri testimoni.

Ma c’è di più. Secondo le ultime rilevazioni – confermate da diverse, autorevoli fonti – Julija Tymoshenko sarebbe addirittura paralizzata a letto, colpita da un forte mal di schiena che le impedisce la libera deambulazione per i corridoi del carcere: sopratutto quando è costretta a prendere parte agli interrogatori giornalieri, a cui è sottoposta dagli agenti della Procura Generale.

Sì perché a carico della Leader dell’Opposizione sono state sollevate altre accuse, che, presto, la trascineranno di nuovo davanti ad un giudice – magari fresco di promozione da una corte di periferia, come il caso del PM Rodion Kirejev, firmatario del suo arresto – per altri processi: la Tymoshenko è accusata di gestione impropria dei fondi per il Protocollo di Kyoto alle uscite sociali, acquisto irregolare di vaccini ed ambulanze, accollo sul bilancio statale dei debiti del colosso energetico JEESU – da lei diretto prima della discesa in campo nel 1998 – e partecipazione all’omicidio di Jevhen Shcherban, imprenditore del gas ucciso da uomini in uniforme di polizia a Donec’k, nel 1996.

I capi di imputazione sono tanto numerosi quanto risalenti ad un periodo torbido della storia di Julija Tymoshenko, che sostenere la totale pulizia dell’ex-Primo Ministro sarebbe follia allo stato puro: sopratutto in un Paese in cui individuare un politico onesto è come pretendere l’acquisto di un etto di pesce spada dal macellaio.

Tuttavia, restano una serie di riflessioni che ogni cittadino del mondo libero occidentale avrebbe l’imperativo categorico di porsi: si ha il diritto di trattare in codesta maniera anche il peggiore dei colpevoli della terra? E’ giustizia incarcerare un sospettato ancor prima dell’emissione di un verdetto e dell’eventuale ricorso in appello – che gli avvocati dell’ex-primo Ministro hanno presentato – ? E’ democrazia “processare” il Leader dell’Opposizione con il preciso intento di condannarlo alla galera per escluderlo dai giochi di potere? E’ misericordia umana negare anche al più barbaro degli assassini l’assistenza medica, persino dinnanzi al peggiorare delle condizioni di salute?

E’ con questi interrogativi, di respiro universale, che sarebbe opportuno ricordare il compleanno di Julija Tymoshenko. Con la speranza che a riflettervi sia anche chi, sistematicamente, ignora la gravità della situazione, preferendo lo sconto sul gas russo, la comodità della dolce vita nostrana – magari su un barcone, con ai piedi scarpe da un milione delle vecchie lire – e gli slogan pacifisti senza se e senza ma, che – nei pochi casi di conoscenza dei fatti di Ucraina – bollano la Tymoshenko come colpevole a priori solo perché “troppo simile all’ex-Premier italiano, Silvio Berlusconi”.

Avanti con i negoziati

Il tutto, senza dimenticarci che l’affare Tymoshenko ci riguarda molto da vicino. A causa di questa persecuzione politica è sempre più in forse la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un documento storico, con cui Bruxelles riconoscerebbe lo status di partner privilegiato – oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera – a Kyiv, e ne eviterebbe lo slittamento nell’orbita di una Russia dalle rinate velleità imperiali, che, proprio nell’annessione dell’Ucraina alla neocostituita Unione Eurasiatica – copia post-sovietica dell’Unione Europea, concepita e finanziata da Mosca – vede il primo passo per annichilire il Vecchio Continente, e ritornare la superpotenza dei tempi della Guerra Fredda.

Per questa ragione è opportuno che i negoziati procedano comunque, anche con un Presidente dal vizietto autoritario come Viktor Janukovych: una scelta non facile, ma necessaria per l’Europa di domani, tanto quanto il salvataggio della zona Euro. Una volta iniziato a godere dei privilegi della partnership speciale con l’UE, le autorità di Kyiv saranno giocoforza costrette al rispetto dei principi di libertà e democrazia: fondamento di quella cultura occidentale a cui il popolo ucraino appartiene.

Sembra paradossale, ma, in fondo, estremamente coerente con gli interessi comuni europei: la trattativa per educare il barone di Donec’k è un passo necessario per evitare di diventare sempre più sudditi di uno zar del gas, da cui il Vecchio Continente, grazie alle politiche energetiche filo-russe del tandem Merkel-Sarkozy, già dipende fortemente.

Matteo Cazzulani

ACCORDO DI ASSOCIAZIONE UE-UCRAINA: GIALLO SULLA PARTECIPAZIONE DI VIKTOR JANUKOVYCH AL VERTICE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 26, 2011

Il Presidente ucraino non conferma la presenza al summit euro-ucraino per la firma di un documento storico, che riconoscerebbe a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato di Bruxelles oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera. Pressing della Diplomazia polacca e svedese su Rinat Akhmetov per evitare il remake dello scenario bielorusso sulle Rive del Dnipro. Continua la pressione energetica della Russia

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

“Il 19 Dicembre sarò là dove necessario per gli interessi nazionali ucraini”. E’ con questa frase enigmatica che il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, ha chiuso il dibattito con la stampa circa la sua presenza o meno al Summit UE-Ucraina: un’occasione storica, in cui Kyiv e Bruxelles potrebbero firmare un Accordo di Associazione con cui l’Unione Europea riconoscerebbe alla parte ucraina il medesimo status di partner privilegiato oggi goduto da Islanda, Svizzera, e Norvegia.

Il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui nella giornata di giovedì, 24 Novembre, l’autorevole agenzia Interfax ha comunicato la presenza di Janukovych al vertice della Comunità Economica Eurasiatica – CEEA – fissato a Mosca proprio il 19 Dicembre. Notizia subito smentita sia dalla stessa CEEA, che ha chiarito di non avere nemmeno preparato gli inviti, che dalla Rappresentanza dell’Unione Europea di Kyiv, impegnata nella preparazione di un summit importante ancora non cancellato.

Dunque, un vero e proprio giallo a cui una risposta ha provato a darla l’altrettanto autorevole Kommersant” Ukrajina, secondo cui, sulla base di fonti ben informate, la notizia della partecipazione del Capo dello Stato ucraino al vertice eurasiatico sarebbe una provocazione orchestrata dalla stessa Amministrazione Presidenziale per alzare la posta in gioco con l’Unione Europea negli ultimi giorni di trattative prima del varo dell’Accordo di Associazione.

Concorde con tale versione, il noto politologo Volodymyr Fesenko, il quale, come riportato da Radio Liberty, ha illustrato quanto sia rischiosa la nuova trovata di Janukovych che, in seguito ai continui tira e molla, alle ramanzine non ascoltate, ed alle promesse non mantenute, potrebbe irritare anche chi a Bruxelles – Gran Bretagna, Paesi dell’Europa Centrale e, nell’Europarlamento, conservatori, socialdemocratici, e deputati polacchi del Partito Popolare Europeo – continua a sostenere la conclusione delle trattative con Kyiv entro la data del summit.

Finora, le parti hanno ultimato i negoziati per la parte tecnica dell’Accordo – con la creazione di una Zona di Libero Scambio UE-Ucraina e l’apertura dei mercati europei ai prodotti di Kyiv – ma in stallo è rimasta quella politica: la parte ucraina chiede l’ingresso nell’UE entro i prossimi 10 anni, mentre l’Unione Europea aspetta un gesto di chiaro rispetto dei diritti umani e della democrazia, come processi onesti e partecipazione alle prossime elezioni parlamentari di esponenti dell’Opposizione incarcerati dopo procedimenti dalla dubbia correttezza, in primis della Leader degli arancioni, Julija Tymoshenko.

Diplomazia sportiva vs. politica energetica

Per uscire dall’impasse diplomatica, alcuni esperti hanno avanzato l’ipotesi di stralciare il documento, con la firma in Dicembre della parte economica, ed il rinvio di quella politica a tempi migliori. Una soluzione che scontenta tutti, ma che almenotiene aperta una questione di vitale importanza per ambo le parti. L”integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea è condicio sine qua non per la sicurezza ed il rilancio economico di Bruxelles, sopratutto dinnanzi al ritorno di una Russia dalle velleità imperiali, che, proprio con il progetto eurasiatico, sta ristabilendo la propria egemonia sui Paesi ex-URSS: Ucraina inclusa.

Non è un caso se, di recente, si sono moltiplicati gli sforzi diplomatici di esponenti del Vecchio Continente: mai come ora così di frequente in Ucraina. Mercoledì, 23 Novembre, i Ministri degli Esteri polacco e svedese, Radoslaw Sikorski e Karl Bildt, hanno approfittato dell’invito alla Partita di Champions’ League Shakhtar Donec’k-Porto – per la cronaca, vinta dagli ospiti per tre a zero, con conseguente esclusione dalla ex-Coppa dei Campioni della squadra dei minatori del Donbas – per indurre Rinat Akhmetov, Presidente della formazione padrona di casa e principale sponsor del Capo di Stato ucraino, ad un pressing su Janukovych per la conclusione dei negoziati.

Martedì, 22 Novembre, a Kyiv si è presentata la Presidente lituana, Dalia Gribauskaite, che, a nome dell’Unione Europea, ha ribadito l’importanza per la firma dell’Accordo di Associazione di un gesto chiaro da parte ucraina in rispetto di democrazia e diritti umani.

“Tra Ucraina ed Unione Europea è possibile una pausa di riflessione” è stata la risposta di Janukovych: un’affermazione che, se confermata, non farà che avvantaggiare unicamente la Russia, nella cui orbita Kyiv finirebbe inevitabilmente per essere fagocitata.

A dimostrazione, lo scenario bielorusso, dove l’equilibrismo autoritario del dittatore Aljaksandar Lukashenka – a cui Janukovych sta sempre più assomigliando – ha portato la Bielorussia all’accettazione dell’ingresso nell’Unione Euroasiatica, alla sudditanza politico-militare dal Cremlino, e, proprio venerdì, 25 Novembre, alla cessione del proprio sistema infrastrutturale energetico al monopolista russo, Gazprom.

Un chiaro successo della Russia in una parte d’Europa dove energia e politica sono legate a doppio filo. Non a caso, da tempo Mosca ambisce alla realizzazione di simili piani anche in Ucraina, con l’assorbimento nelle strutture di Gazprom della compagnia statale ucraina, Naftohaz.

Matteo Cazzulani

HOLODOMOR: IL MONDO RICORDA IL GENOCIDIO DEGLI UCRAINI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 26, 2011

Il 26 Novembre è la giornata mondiale del ricordo della Grande Fame, perpetrata dal regime staliniano per eliminare il popolo ucraino da terre storicamente ambite dai russi. L’importanza di una pagina nera della storia europea, politicamente scorretta secondo la vulgata sovietica

Commemorazioni dello Holodomor a Kyiv

Spesso le parole hanno un’importanza ben maggiore della semplice comunicazione, anche a costo di essere noiosi, pedanti, e ripetitivi. Nella giornata di Sabato, 26 Novembre, il Mondo intero ricorda lo Holodomor: genocidio del popolo ucraino per mano del regime staliniano che, nell’ambito della collettivizzazione forzata delle terre, tra il 1932 ed il 1933 ha ucciso per fame circa 7 milioni di piccoli proprietari terrieri e contadini, rei di non appartenere né alla classe operaia, né ad una popolazione mansueta dinnanzi al giogo russo.

A dimostrazione del carattere nazionale della barbarie sono le regioni in cui lo Holodomor è stato acutamente organizzato: le Oblast’ di Donec’k, Dnipropetrovs’k, Kharkiv, Poltava, Kherson, Kyrovohrad, Mykolajiv, Cherkasy, Zaporizhzhja, e persino il Kuban – oggi geograficamente nella Federazione Russa – terre popolate da ucraini che i sovietici, riprendendo la politica zarista, hanno voluto russificare per legittimare il proprio dominio, dapprima con deportazioni forzate, poi con la morte per fame.

Sulle modalità di esecuzione, le testimonianze che ancor oggi si possono raccogliere in molti villaggi dell’Ucraina sono tanto chiare quanto agghiaccianti. I villaggi venivano sistematicamente isolati dai soldati dell’Armata Rossa, le vie di comunicazione presidiate, il bestiame ed ogni altro genere di conforto confiscato. Nessuna necessità di sparare, salvo quando qualche ucraino veniva scoperto con delle sementi, magari accuratamente nascoste persino nel risvolto dei calzoni.

Dettagli atroci che, ancor oggi, devono essere del tutto riabilitati. Duole constatare come non solo i libri di storia dell’Europa Occidentale – con l’eccezione di quelli britannici – continuino sistematicamente ad ignorare questo genocidio di un popolo del Vecchio Continente, ma, di recente, come persino le stesse Autorità ucraine – molto probabilmente in sudditanza psicologica di Mosca – abbiano declassato la Grande Fame ad una “grande tragedia che ha accomunato russi, bielorussi ed ucraini”.

Queste sono state le parole del Presidente, Viktor Janukovych nel maggio del 2010 presso un Consiglio d’Europa esterrefatto tanto quanto gli stessi ucraini che, immediatamente, hanno preso le distanze dalle parole del loro Capo di Stato, altresì apprezzate da una sinistra al caviale che, molto influente nella cultura europea, ben si astiene nel permettere l’insegnamento nelle scuole dell’ennesimo genocidio compiuto da Stalin e, più in generale, dall’Unione Sovietica.

Dunque, lo Holodomor è una pagina politicamente scorretta, da non leggere perché scomoda e pericolosa, oppure da raccontare in modo parziale e distorto. Una tentazione che, in qualche modo, ha colpito anche chi scrive, dimentico di precisare che quella del 1932-33 non è che la seconda ondata della Grande Fame. Prima di essa vi fu quella del 1920-1921, all’indomani della Rivoluzione Bolscevica, mentre la terza avvenne tra il 1946 ed il 1947, dopo un Secondo Conflitto Mondiale in cui, attaccati da comunisti e nazisti, quello ucraino è stato tra i popoli più duramente colpito.

A riconoscere la Grande Fame come genocidio del popolo ucraino è stata la Verkhovna Rada all’indomani dell’Indipendenza nel 1991, ma solo un decreto firmato dall’ex-Presidente, Viktor Jushchenko, ha istituzionalizzato la ricorrenza.

Nonostante l’indifferenza delle autorità odierne, a Kyiv, ed in altre città ucraine, è prevista la classica veglia di preghiera, con l’accensione pubblica di una candela alle 16: quando il sole è già tramontato, e l’unica luce visibile è quella del simbolo della Grande Fame. Come ogni anno, a tale iniziativa partecipa anche la diaspora ucraina nel Mondo, spesso sostenuta dalle comunità locali, per nulla insensibili alla ricorrenza.

Una candela per battere lil silenzio

Forse, nel privato di ciascuno, non sarebbe una cattiva idea l’accensione di una candela anche in ogni famiglia italiana: così come questo articolo, non servirà alla riabilitazione delle vittime innocenti, ma sarà un segno di maturità civile che, si spera, possa spingere un Vecchio Continente sempre più attaccato al gas di Putin, piuttosto che ai valori dell’Occidente, a fare finalmente i conti con il proprio passato, ed a riconoscere anche quegli episodi della storia politicamente scorretti.

Una lettura onesta della storia è condizione fondamentale non solo per il rafforzamento di una comune coscienza europea, ma anche per la crescita della generazione del domani, chiamata ad affrontare tempi che, sul piano internazionale, si prospettano assai complicati.

Matteo Cazzulani

SCUDO SPAZIALE: LA RUSSIA MINACCIA L’OCCIDENTE

Posted in Russia by matteocazzulani on November 25, 2011

Il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, propone il dislocamento di un sistema missilistico ai confini dell’Unione Europea in risposta a quello della NATO, e l’uscita di Mosca dal trattato di non-proliferazione con gli USA. Esperti concordi nel valutare la reale pericolosità di proclami che riaprono la Guerra Fredda, tuttavia con un Mondo Libero oggi più debole rispetto al passato

Il presidente USA, Barack Obama

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sull’efficacia della politica dell’appeasement obamiano, ora ha di che riflettere per trarre dovute conclusioni. Nella giornata di mercoledì, 23 Novembre, il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, ha minacciato il dislocamento di un sistema di difesa missilistico ai confini con l’UE qualora i piani di costruzione dello scudo spaziale NATO in territorio europeo dovessero continuare.

Nello specifico, l’inquilino del Cremlino ha fatto espresso riferimento ad una postazione radar in Bielorussia, e ad una batteria di intercettori Iskander nell’enclave di Kaliningrad: tra la Polonia e la Lituania. Inoltre, Medvedev ha minacciato gli Stati Uniti di stracciare l’Accordo di non Proliferazione, con cui, nell’Aprile 2010, Mosca e Washington si sono impegnate alla riduzione reciproca degli armamenti nucleari.

“Se le rassicurazioni saranno poche, la Russia dislocherà un proprio sistema missilistico per difendersi da quello Occidentale – ha dichiarato il Capo di Stato russo in un video-messaggio, diffuso dai principali network nazionali e mondiali – se ai partner viene chiesto di collaborare, allora si può instaurare il dialogo – ha continuato – ma non se si impone di agire contro i propri interessi. La Russia osserverà lo sviluppo concreto della questione – ha concluso – e si riserva il diritto di uscire da ogni accordo sul riarmo e sul controllo della proliferazione”.

Parole forti, che avrebbero un senso se davvero per la Russia esistesse una minaccia. Peccato che il contestato scudo spaziale NATO non sia che una versionerimaneggiata a salve di quello USA in Europa Centrale, precedentemente preventivato dall’amministrazione di George W. Bush: allora, era il 2008 – giusto in seguito all’aggressione russa in Georgia – Washington firmò accordi per l’installazione di una postazione radar in Repubblica Ceca, ed il dislocamento di intercettori Patriot in Polonia.

Tutto è cambiato con la salita al potere di Barack Obama che, alla ricerca del dialogo con qualsiasi dittatore del pianeta, ha teso la mano anche a Mosca, a cui ha proposto una politica del restart fatta di accordi bilaterali, pacche sulle spalle, e rinuncia al progetto missilistico del predecessore repubblicano. Contestualizzato nell’ambito della NATO – e non più solo degli USA – il nuovo scudo spaziale ha previsto il dislocamento di postazioni radar in Turchia e Romania, ed intercettori mobili, privi di capacità aggressiva, a rotazione tra Polonia, Romania, ed Ucraina. Il tutto previo imprimatur della Russia, invitato permanente ad ogni vertice in materia dell’Alleanza Atlantica.

L’Europa si deve destare

Dunque resta da capire il perché di tale presa di posizione da parte del Cremlino, che ha riportato i lanci delle maggiori agenzie di Europa ed Asia a titoli da Guerra Fredda. Di certo, Mosca può contare sulla debolezza di un Occidente visto come principale rivale, da eliminare al più presto per riprendersi un impero ed uno status di superpotenza mondiale. Del resto, oggi a Washington a contrastare l’orso russo c’è un aquilotto obamiano sempre più sedato da un volemose bene cosmico: la brutta copia dell’airone che, ai tempi di Reagan e Carter, è riuscito a contenere, e sovrastare, i russi.

Se Washington piange, Bruxelles non ride, poiché in Europa il galletto francese – tradizionalmente filorusso – ed il suo alleato tedesco stanno favorendo la politica del divide et impera di Mosca, con il supporto delle politiche energetiche del Cremlino, la strenua opposizione ad ogni allargamento della platea decisionale UE a Gran Bretagna e Paesi dell’Europa Centrale, e la netta contrarietà ad ogni forma di integrazione dei Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Georgia, Moldova, e Bielorussia – senza la quale, come sosteneva anche Zbigniew Brzezinski, la Russia non potrà mai ritornare un Impero.

Come rilevato da diversi esperti, quelle di Medvedev sono parole vane, non confermate da nessun fatto documentato. Tuttavia, resta la gravità di una posizione presa in un momento particolarmente delicato per Europa e Stati Uniti, in cui l’intero Occidente vede in discussione la propria leadership mondiale: sempre più in mano alle tigri asiatiche ed ai puma brasiliani. Un messaggio chiaro secondo i codici della geopolitica, che Washington e Bruxelles è bene comprendano al più presto.

Dal canto suo, Mosca non ha perso tempo. Dopo avere ottenuto l’ingresso nel WTO – altro “successo” della politica estera di Obama – di recente, ha varato un’Unione Eurasiatica che, sul modello dell’UE, ha come obiettivo l’integrazione di tutti i Paesi ex-URSS sotto l’egida del Cremlino: difficile escludere che la nuova Unione Sovietica oltre al piano economico e politico riguardi anche quello militare, laddove un’Europa cronicamente divisa non è mai riuscita.

Matteo Cazzulani

JULIJA TYMOSHENKO PARALIZZATA A LETTO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 24, 2011

La conferma in diretta TV da parte dell’incaricata del parlamento per il rispetto dei Diritti Umani, Nina Karpachova, appartenente alla maggioranza fedele al Presidente, Viktor Janukovych. La Leader dell’Opposizione è dimagrita di 5 chili, colpita da un forte mal di schiena. Le Autorità vietano le manifestazioni in ricordo della Rivoluzione Arancione e chiudono il Majdan

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

“Lo stato di salute di Julija Tymoshenko è davvero serio, non era nemmeno in grado di alzarsi dal letto mentre parlava con me”. Questa la frase shock che, pronunciata dagli schermi del 5 Kanal Domenica, 19 Novembre, è stata ribattuta immediatamente dalle più autorevoli agenzie stampa, e rimesso in allerta le principali organizzazioni per la difesa dei diritti civili.

Una testimonianza credibile, come ritengono diversi esperti, dal momento in cui è stata pronunciata dall’incaricata dal Parlamento per il rispetto dei diritti umani, Nina Karpachova: esponente della maggioranza di governo fedele al Presidente, Viktor Janukovych, ritenuto dalla Tymoshenko e dal suo entourage il vero responsabile di un’ondata di arresti e processi a danno di esponenti dell’Opposizione.

Nello specifico, la Karpachova si è recata presso il carcere di massima sicurezza Luk’janivs’kyj per la tradizionale visita a sorpresa dei carcerati: giunta presso la cella della Leader del campo arancione, ha trovato una persona dimagrita di circa 5 chili, incapace di spostarsi dal giaciglio senza l’aiuto di una persona terza, sempre in preda ad un forte mal di schiena lamentato fin dai primi giorni della reclusione quando, dinnanzi al giudice – lecito ricordare che la Tymoshenko è stata incarcerata ancor prima che fosse pronunciato il verdetto di un processo-farsa costruito su prove fumose, fabbricate ad hoc, addirittura datate il 31 Aprile – ha denunciato le condizioni disumane della prigione, e richiesto di essere visitata dai propri medici di fiducia. Un diritto, tuttavia, sempre negatole: anche a procedimento concluso.

Conferma di quanto illustrato in televisione è arrivata nella tarda serata di lunedì, 21 Novembre, con una nota in cui la Karpachova si è appellata al Premier, Mykola Azarov, affinché alla Leader dell’Opposizione siano consentiti trattamenti medici urgenti e particolari, anche al di fuori della struttura di massima sicurezza. Una richiesta che difficilmente sarà esaminata dalle Autorità, impegnate in ben altre urgenze.

Majdan chiuso per l’anniversario della Rivoluzione Arancione

Una direttiva dell’Amministrazione Cittadina di Kyiv – retta da una figura di nomina presidenziale, ergo direttamente legata al Capo dello Stato – ha vietato ogni manifestazione sul Majdan Nezalezhnosti in ricordo della Rivoluzione Arancione: rivolta pacifica con cui, il 22 Novembre 2004, migliaia di ucraini installarono una tendopoli nella piazza principale della capitale per protestare contro le continue repressioni dell’Amministrazione dell’ex-Presidente, Leonid Kuchma e, nello specifico, i brogli elettorali da essa perpetrati in favore di Viktor Janukovych: candidato della verticale del potere opposto a Viktor Jushchenko, altresì sostenuto da un ampio sostegno popolare che, nel Gennaio 2005, lo ha portato alla vittoria in elezioni finalmente corrette e democratiche.

Proprio Jushchenko, memore di quella svolta storica, ha reso il 22 Novembre Festa Nazionale della Libertà: una ricorrenza finora solennemente osservata con meeting ed eventi nel medesimo luogo dove, anni prima, la Rivoluzione Arancione ha avuto inizio. Non per quest’anno – il secondo dell’era Janukovych – dal momento in cui la polizia ha già provveduto al transennamento del Majdan, costantemente pattugliato da agenti delle forze speciali, attente nel vietare anche il solo passaggio a turisti ignari e perplessi, e nel fornire spiegazioni in linea con il diktat di regime.

La Rivoluzione Arancione non c’entra nulla: il Majdan è stato chiuso per la prematura installazione dell’Albero del Nuovo Anno – il nostro Albero di Natale – eper garantire la sicurezza del Presidente Lituano, Dalia Gribauskaite. Una giustificazione che sa di beffa, dal momento in cui il Capo di Stato di Vilna è stata chiamata ad una visita urgente per cercare di convincere Janukovych al rispetto delle regole democratiche: condicio sine qua non per la firma di un Accordo di Associazione che, con il riconoscimento all’Ucraina del medesimo status di partner speciale dell’UE oggi goduto da Norvegia, Islanda, e Svizzera, rappresenta, forse, l’ultima spiaggia per salvare Kyiv – e quindi anche Bruxelles – dal ritorno dell’imperialismo russo.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: GAZPROM ANCHE IN REPUBBLICA CECA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 23, 2011

Il monopolista russo ottiene l’accesso al mercato interno al dettaglio di Praga, con Germania e Slovacchia nel mirino. Secondo esperti, sarebbe la risposta alle misure politiche dell’UE nel Mediterraneo e nell’Est-Europeo.

Il tragitto del Nordstream

Il percorso del Nordstream

Dopo il trasporto sottomarino, il Cremlino consegna il gas persino a domicilio. Nella giornata di venerdì, 9 Settembre, il monopolista russo, Gazprom, ha rilevato il 51% della compagnia ceca RSP Energy, specializzata nella vendita di oro blu al dettaglio a circa 10 mila utenti.

Un boccone piccolo per una Russia abituata a ben più complesse trattative, che, tuttavia, rappresenta un importantissimo investimento: come evidenziato dalla Vemex – la compagnia figlia di Gazprom, attraverso cui il monopolista ha effettuato l’operazione – i russi hanno aperto la porta per le forniture di gas ed energia elettrica direttamente alla popolazione, de facto, ponendosi come concorrenti di se stessi, dal momento in cui la maggior parte del gas che Praga importa proviene proprio da Mosca.

In aggiunta, alcuni esperti hanno rilevato come la stessa Vemex – che dal 2006 ha rifornito di gas russo l’8% del mercato ceco, prevalentemente industrie – abbia tutte le carte in regola, e le intenzioni, di espandere il proprio bacino d’utenza all’intera Europa Centrale. Oltre che dal monopolista di Mosca, per l’altra metà la compagnia ceca è posseduta dalla elvetica Gazprom Schweitz, il cui capo, Mattias Warning, è anche Direttore Generale del consorzio NordStream, incaricato della costruzione, e gestione, dell’omonimo gasdotto sottomarino, attivato lo scorso lunedì, 7 Settembre.

Realizzato da Gazprom, dalla compagnia tedesca E.On, da quella francese Suez-Gaz de France, e dall’olandese Gasunie, la conduttura ha lo scopo di rifornire di oro blu direttamente l’Europa Occidentale dalla Russia, ed aggirare Paesi politicamente invisi al Cremlino come Polonia, Ucraina, e Stati Baltici.

Dunque, per Mosca progetti sempre più in grande stile nel Vecchio Continente, dal momento in cui, sempre secondo diverse fonti, la Vemex avrebbe già in progetto l’allacciamento al NordStream in territorio tedesco, ed una successiva espansione in Slovacchia. Il tutto, in un’Europa che, non senza difficoltà, sta cercando di rendersi il più possibile indipendente dalle forniture russe.

La risposta all’Europa

Di recente, sopratutto col supporto della presidenza polacca dell’Unione, la Commissione Europea ha varato un memorandum che prevede il coordinamento delle politiche energetiche dei singoli Paesi UE, ingenti investimenti per la costruzione di nuovi gasdotti per l’importazione di gas dal Centro Asia – tra i quali il Nabucco, da realizzare, sul fondale del Mediterraneo, in collaborazione col consorzio AGRI: Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria – e sovvenzioni per la ristrutturazione dei sistemi infrastrutturali di Paesi extra-comunitari indispensabili per le importazioni di oro blu, tra cui l’Ucraina.

Ai tentativi di Bruxelles sul piano politico, Gazprom ha risposto su quello commerciale, stringendo accordi di lunga durata con le singole compagnie del Vecchio Continente, persuase dalla concessione di sconti sulle tariffe per l’acquisto di oro blu. Tra le prime ad avere prolungato i contratti con il monopolista russo, le tedesche RWE ed E.On, e la greca DEPA.

Matteo Cazzulani