LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

AUSCHWITZ NON È POLACCA. COSI COME LA POLONIA NON È EUROPA ORIENTALE

Posted in Editoriale by matteocazzulani on October 21, 2013

Protesta dell’Ambasciatore della Polonia in Italia, Wojciek Ponkiewski, per la denominazione di Auschwitz come ‘campo di concentramento polacco’ su alcuni media italiani. L’imprecisione, realizzata da capaci colleghi giornalisti in buona fede, testimonia però la scarsa conoscenza dell’Europa Centrale nel BelPaese.

Un aggettivo può compromettere le relazioni tra due Paesi dell’Unione Europea, e testimoniare un grado di conoscenza dell’Europa ancora legato a stereotipi del secolo scorso. Nella giornata di Domenica, 20 Ottobre, l’Ambasciata della Polonia in Italia ha esposto una protesta ufficiale per l’utilizzo da parte dell’agenzia ANSA della definizione di Auschwitz come ‘Lager polacco’.

Il lancio in questione, come riporta l’agenzia polacca PAP, riguarda la visita ad Auschwitz del Sindaco di Roma, Ignazio Marino, assieme ad un gruppo di giovani e a Sami Modiano, definito come ‘sopravvissuto dal lager polacco di Auschwitz’.

Pronta è stata la protesta ufficiale da parte dell’Ambasciatore polacco in Italia, Wojciek Ponikiewski, che ha ritenuto necessario l’intervento dopo che, in altre occasioni, la stampa italiana, tra cui, sempre secondo la PAP, il Corriere della Sera, la Repubblica e il bollettino della Comunità Ebraica di Roma, ha definito Auschwitz un campo di concentramento polacco.

Realizzato dai nazisti, e non dai polacchi, dopo l’occupazione Hitleriana della Polonia nel 1941 in una zona dove già esistevano caserme, Auschwitz è servito per la detenzione di prigionieri politici fino al 1942, quando, dopo la Conferenza di Wannsee, viene decisa l’eliminazione fisica degli ebrei e delle razze ritenute ‘inferiori’ dalla barbarie nazista.

Auschwitz, ampliato con la realizzazione di Birkenau, a sua volta suddiviso in altri sottocampi, diventa così uno dei centri di morte, tra cui Dachau, Treblinka, Mathausen, Sobibor, Belzec e KL Lublin -altrimenti noto come Majdanek- in cui i nazisti hanno sterminato fino al 1944 sei milioni di ebrei, ed anche rom, omosessuali, partigiani, testimoni di Geova ed altri prigionieri politici.

La protesta dell’Ambasciatore della Polonia nei confronti dei mezzi di informazione italiani è supportata dai fatti, che testimoniano come Auschwitz sia un campo di concentramento nazista realizzato in territorio polacco, che, per correttezza storica, andrebbe definito come ‘lager nazista realizzato nella Polonia occupata da Hitler’.

Ad essere imprecisa, però, potrebbe essere la destinazione della protesta, che rischia di colpire colleghi giornalisti e direttori di testate che si sono attenuti al loro dovere di cronaca avvalendosi, in totale buona fede, degli strumenti che la scuola italiana ha loro fornito.

Una cultura vecchia e ‘poco europea’

Il vero obiettivo della protesta dovrebbe essere invece la cultura italiana in se, che, per quanto riguarda l’Europa, ragiona ancora con stereotipi propri del secolo scorso, in cui tutto ciò che si trova ad est di Trieste è definito, erroneamente, ‘Europa Orientale’: come se ancora permanesse la Cortina di Ferro.

La realtà è ben altra. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Paesi Baltici e Balcani rappresentano, anche solo da un punto di vista geografico, il centro di un’Europa che ha avuto proprio nella storia polacca, ceca, slovacca ed ungherese la realizzazione di capitoli importanti della storia degli Stati UE.

Tra queste pagine, opportuno citare l’impero carolingio, quello asburgico, la Repubblica delle Due Nazioni, i feroci scontri durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e la lotta non violenta per la libertà dalla dittatura sovietica.

Per comprendere l’Europa come de facto è, ed iniziare a considerare anche Ucraina, Bielorussia, Moldova e Georgia come la parte orientale dell’Europa, occorre una rivoluzione culturale in un Paese stanco, ma potenzialmente ricco di cervelli come il nostro.

In questo, non aiuta la ‘vecchia’ mentalità, né le pur sempre necessarie poche pubblicazioni accademiche -che, in quanto tali, vengono lette solo da studenti interessati, senza raggiungere il grande pubblico.

Tuttavia, l’Italia può contare sul contatto diretto con le popolazioni dell’Europa centrale presenti nel nostro territorio, e sui molti italiani che, per motivi di studio e lavoro, ed anche coniugali, vivono e capiscono l’Europa Centrale.

Tutte queste persone testimoniano come, per certi versi, sopratutto in campo energetico e di politica estera, Polonia, Lituania, Romania, Lettonia ed Estonia siano Paesi da cui l’Italia ha solo da imparare.

Non è dunque con i giornalisti italiani, figli di una cultura antiquata loro malgrado, che bisogna prendersela per un aggettivo utilizzato in maniera inappropriata ma in buona fede, anche se l’Ambasciatore della Polonia bene ha fatto ad intervenire per tutelare la reputazione di una grande nazione europea.

È invece con un paziente processo di integrazione già in atto, e con una promozione dell’Europa Centrale storico-politico-culturale chiara ed immediata, che non eccede nella pedanteria, che si costruisce davvero l’Europa unita e coesa.

Matteo Cazzulani

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Conoscere la storia d’Europa: visita al Museo delle Vittime del Genocidio di Vilna

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on August 24, 2012

Ungheria, Polonia e Lituania il giorno dell’Anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop hanno ricordato le vittime dei totalitarismi comunista e nazista. Una visita virtuale all’esposizione museale lituana.

Vilna (Lituania) – Ungheria, Polonia e Lituania: tre Paesi dell’Europa Centrale uniti nel comune ricordo delle stragi compiute dai totalitarismi del Ventesimo Secolo. Nella giornata di giovedì, 23 Agosto, e stata celebrata la Giornata Europea del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari, istituita per commemorare i milioni di morti provocati dal comunismo e dal nazismo in Europa Centrale ed Orientale durante tutto il Novecento.

La commemorazione più importante ha avuto luogo a Budapest, dove le Autorità ungheresi e polacche si sono riunite per celebrare solennemente la ricorrenza.

Come sottolineato dal Sottosegretario di Stato del Ministero della Giustizia polacco, Wojciech Wegrzyn, il 23 Agosto 1939, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, ha avuto inizio la collaborazione tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, che ha portato alla spartizione dell’Europa Centrale tra Mosca e Berlino, e alla realizzazione nel cuore del Vecchio Continente di eccidi e violenze che non bisogna dimenticare.

“Stalin ed Hitler credevano nell’eternità del tempo e nel permanere per sempre dei loro regimi – ha dichiarato il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban – Essi credevano che fosse possibile cancellare il ricordo del passato. Si sono sbagliati, e noi oggi non dobbiamo dimenticare quanto da essi compiuto”.

La celebrazione e avvenuta su iniziativa di Ungheria e Polonia nel Museo del Terrore di Budapest, la cui costruzione e stata fortemente voluta dal Governo Orban per dare la possibilità alle future generazioni di conoscere con i propri occhi quanto provocato in Europa Centrale dai due totalitarismi.

Il Museo si trova infatti presso la vecchia centrale operativa dei fascisti ungheresi che collaboravano coi nazisti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’edificio – che oltre alla parte museale conserva le sale dove i dissidenti venivano torturati, detenuti, interrogati e fucilati, e divenuto la sede del Servizio di Sicurezza comunista.

Simile atmosfera di quella di Budapest la si e potuta registrare anche in Lituania. A Vilna, il Giorno del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari e stata l’occasione per issare tutte le bandiere presso gli edifici pubblici a mezz’asta, e permettere alla popolazione la visita gratuita al Museo delle Vittime dei Genocidi.

Proprio come il Museo del Terrore di Budapest, il centro museale di Vilna e situato presso la vecchia sede del KGB e dell’NKVD: le due principali emanazioni del regime sovietico responsabili, anche in Lituania, di massacri ai danni di migliaia di avversari politici.

Ad inaugurarla, il 14 Ottobre 1992, e stata un’iniziativa congiunta del Ministero lituano della Cultura e dell’Educazione e della Presidenza dell’Unione dei Prigionieri e dei Deportati Politici. Il 24 Marzo 1997, il Museo e stato riorganizzato per colerebbe del Governo della Lituania, e la sua gestione e stata affidata al Centro Ricerche sul Genocidio e sulla Resistenza lituano.

La struttura, situata presso la centrale via Gedimino, possiede tre piani, entro i quali sono dislocati più di 100 Mila reperti organizzati in un percorso espositivo ben strutturato. La prima sezione, situata sul piano terreno, raccoglie reperti legati a tre fasi della Storia della Lituania.

Si inizia con il periodo tra il il 1940 e il 1941 – quando le armate dell’Unione Sovietica con l’appoggio politico della Germania Nazista hanno occupato la Lituania ed hanno portato al progressivo annichilamento della sovranità politica e culturale dei lituani – per seguire con la Guerra Partigiana lituana tra il 1944 e il 1953 – combattuta dalla Lituania contro la dominazione sovietica, dopo tre anni di occupazione nazista, per ristabilire uno Stato indipendente – e concludere con la soppressione dell’attività bellica dei partigiani, avvenuta con l’eliminazione brutale di 20 Mila combattenti da parte delle forze armate comuniste com il sostegno militare dell’esercito russo.

La seconda sezione e dedicata alla descrizione della vita nei campi di detenzione in Lituania e nel resto dell’Unione Sovietica, dove gran parte dei partigiani lituani e stata spostata con la forza.

Proprio alle deportazioni di massa dei lituani – avvenuta tra il 1944 e il 1991 in maniera scientificamente organizzata per separare nuclei famigliari e rompere legami affettivi tra i sospettati di dissenso al regime comunista – e dedicata la seconda parte della seconda sezione, che comprende anche un’esibizione dedicata alla resistenza popolare nonviolenta all’Unione Sovietica tra il 1954 e il 1991, ed una serie di reperti inerenti all’attività del KGB a Vilna e in altre città della Lituania.

E nel piano seminterrato che si trova la parte più importante del Museo delle Vittime dei Genocidi: la Prigione del KGB. Essa e stata costruita dai sovietici nel 1940 per processare, detenere ed eliminare i dissidenti lituani. Una volta spezzata la guerra partigiana della Lituania, nel 1953, solo 23 delle 50 celle della Prigione sono state utilizzate per la detenzione e gli interrogatori dei prigionieri prima del loro invio nei Gulag in Russia, mentre il resto e stato adibito ad archivio fino all’Agosto del 1991, quando i russi sono stati costretti ad abbandonare la Lituania.

Tra le sale dell’esposizione, di particolare importanza sono i luoghi insonorizzati in cui venivano effettuate le torture, le stanze buie e umide in cui venivano rinchiusi i detenuti dopo gli interrogatori, la “sala dell’acqua” – in cui i prigionieri erano costretti a sostare su uno setto bordo per non cadere in una piscina di acqua ghiacciata – e, infine, la sala delle esecuzioni.

Quest’ultimo luogo si trova in una posizione più isolata, e mantiene l’aspetto tetro e funesto del passato. Dopo una sala in cui veniva compilato il certificato di morte del condannato, segue una stanza di poco più grande, in cui veniva eseguita l’esecuzione. A spiegare come il tutto avvenisse in maniera sistematica e ripetitiva e un filmato, proiettato su uno schermo all’interno della sezione.

Anche ebrei e sacerdoti cattolici tra le vittime dei totalitarismi comunista e nazista

Per concludere, non manca presso la prigione una stanza dedicata alle vittime ebraiche della Shoah provocate dall’occupazione nazista tra il 1941 e il 1944, ed una contenente i reperti appartenuti ai Sacerdoti cattolici impegnati con la preghiera nel sostegno della lotta partigiana: uccisi anch’essi dalla furia comunista per avere rifiutato di collaborare con il regime sovietico.

Matteo Cazzulani

L’Occidente continua a criticare la Romania per condotta autoritaria

Posted in Balcani by matteocazzulani on August 14, 2012

Il Presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso, e la Segreteria USA per gli Affari Europei criticano il Premier romeno, Victor Ponta, per avere impresso al Paese una condotta contraria ai principi della democrazia. In discussione la scelta di silurare il Presidente, Traian Basescu, e la nomina di un Ministro negazionista della Shoah.

Delusione e preoccupazione sono le sensazioni che caratterizzano il rapporto sempre più logoro tra la Commissione Europea e il Governo socialista-liberale romeno. Nella giornata di venerdì, 10 Agosto, il Presidente della Commissione, Jose Manuel Barroso, ha inviato una lettera di protesta al Premier della Romania, Victor Ponta, in cui ha accusato le Autorità romene di gestione autoritaria del potere, con particolare riferimento alla decisione di cambiare gli Speaker di Camera e Senato e di limitare i poteri della Corte Costituzionale.

Inoltre, Barroso ha ribadito i forti timori nutriti dall’Unione Europea nei confronti di un Paese in cui il Premier ha organizzato un referendum ad hoc per eliminare dalla competizione politica il Presidente, appartenente allo schieramento politico opposto.

Ancor più duro e il messaggio espresso dagli Stati Uniti d’America. Il responsabile della Segreteria USA per gli affari europei, Philip Gordon, ha espresso la preoccupazione che anche Washington nutre nei confronti di un comportamento ai limiti della democrazia.

A motivare le forti parole dell’Occidente e stato il tentativo da parte di Ponta di eliminare dalla sfera governativa il Presidente moderato, Traian Basescu, prima delle prossime elezioni parlamentari. Secondo la Costituzione romena, il Capo dello Stato ha il potere di nominare il Premier, mantiene il controllo della Politica Estera e di quella della Difesa Nazionale, e nomina i Giudici della Corte Costituzionale.

Inoltre, Ponta ha provveduto alla nomina a Capo dei Ministeri di personalità controverse e fortemente contestate, come il Titolare del Dicastero dei rapporti com il Parlamento, Dan Sova. L’esponente socialista e noto per avere negato la deportazione degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, quando in Romania e stato instaurato un governo collaborazionista della Germania nazista.

Per questa ragione, sono molte le prese di posizione nella società civile romena in favore delle dimissioni di Sova, nonostante egli si sia pubblicamente scusato per aver negato l’Olocausto al momento dell’insediamento alla guida del Ministero.

Il Premier socialista vuole nuove elezioni

La climax della contestata attività politica di Ponta e stata raggiunta il 29 Luglio, quando il Premier ha provocato l’indizione di un referendum per approvare o meno le dimissioni di Basescu, a cui, tuttavia, e mancato il quorum necessario per la validazione della consultazione.

Non pago dell’esito del voto, il Premier romeno si e rivolto alla magistratura per verificare l’effettiva regolarità del voto, sostenendo che il numero dei votanti ammessi nelle liste elettorali sia stato superiore rispetto a quello effettivo.

A dividere Basescu e Ponta e anche la politica energetica. Il Presidente moderato e uno dei più accesi sostenitori del piano UE di diversificazione delle forniture di gas naturale da quelle della Russia, ha espresso in più occasioni sostegno alla costruzione di gasdotti per l’importazione in Europa di oro blu dal Centro-Asia, ed ha avviato un programma per lo sfruttamento dei giacimenti di carburante, anche non-convenzionale, nelle acque territoriali della Romania.

Il Premier socialista ha invece cavalcato l’onda ecologista, ha congelato i piani di Basescu per l’individuazione e l’utilizzo di gas nel territorio romeno, e ha sostenuto la necessita di rafforzare i rapporti bilaterali con la Russia monopolista per ottenere migliori condizioni contrattuali, a discapito della sicurezza energetica del Paese e dei piani comuni dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

OBAMA: “CAMPI DI STERMINIO POLACCHI”. E’ BUFERA IN POLONIA

Posted in Polonia, USA by matteocazzulani on May 31, 2012

Con una gaffe in un’occasione pubblica, il Presidente statunitense definisce i lager hitleriani come polacchi anziché nazisti. Forti le critiche di Varsavia, mentre Washington chiarisce l’accaduto ma non porge le sue scuse. La rabbia del Premier Tusk: “negazionismo”

Il presidente USA, Barack Obama

Una gaffe storica fa vacillare il ben saldo ponte diplomatico tra Washington e Varsavia. Nella giornata di lunedì, 28 Maggio, nel corso di una manifestazione pubblica, il Presidente statunitense, Barack Obama, ha utilizzato il termine “campi di sterminio polacchi” per indicare i lager nazisti in cui, durante la Seconda Guerra Mondiale, morirono in milioni tra ebrei e resistenti al regime hitleriano.

La gaffe è avvenuta durante il conferimento della Medaglia della Libertà a Jan Karski: postino polacco dell’Armia Krajowa – l’esercito della Polonia libera che ha combattuto il nazifascismo al fianco dei britannici – che per primo denunciò in Occidente lo sterminio degli ebrei attuato dai nazisti.

“I partigiani hanno informato Karski sullo sterminio di massa degli ebrei, così lo hanno portato nel ghetto di Varsavia e presso i campi di sterminio polacchi”. ha dichiarato Obama nel corso della premiazione, avvenuta presso la Casa Bianca.

Sul momento, all’infelice uscita di Obama nessuno ha replicato, sopratutto perché il conferimento a Karski della prestigiosa onorificenza è stato considerato come un gesto di notevole importanza da parte dell’inquilino della Casa Bianca.

Tuttavia, il giorno successivo, complice anche lo scarso risalto dato alla questione dai principali media statunitensi – ad eccezione della Fox e di pochi altri – la Comunità polacca ha deciso di fare sentire le proprie ragioni e, anche a livello politico, ha richiesto un dietrofront da parte di Obama.

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski ha riconosciuto le parole del suo collega statunitense come inesatte e dolorose per la Polonia, ma ha illustrato come esse non rispecchino affatto la vera opinione che Obama ha nei confronti di un solido alleato.

Inoltre, Komorowski ha evidenziato come il conferimento della Medaglia della Libertà a Karski sia il riconoscimento civile più importante che un Presidente statunitense abbia mai concesso a un polacco, e ha sottolineato come l’enfatizzazione della questione possa essere dettata unicamente dalla campagna elettorale interna agli USA.

“Se Obama decidesse di scusarsi e di chiarire il suo errore, sarebbe un gesto di notevole importanza da parte degli Stati Uniti d’America per la Polonia e per tutto il Mondo, affinché tali uscite non si ripetano mai più – ha dichiarato l’ex-Presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek – il Capo di Stato USA dovrebbe correggere quanto a lui suggerito dai suoi assistenti, non ci sarebbe nulla di errato”.

Concorde sulla necessità da parte di Obama di porgere delle scuse alla Polonia si è detto anche Zbigniew Brzezinski. L’ex-Consigliere alla Politica Estera del Presidente Jimmy Carter – democratico come Obama – ha evidenziato come, tuttavia, non sia necessario dare troppo peso alle affermazioni dell’Inquilino della Casa Bianca, che a più riprese ha dichiarato il suo apprezzamento per il coraggio dimostrato dai polacchi nella lotta al nazifascismo e al comunismo.

Nella tarda serata di martedì, 29 Maggio, l’entourage di Obama ha diffuso i materiali nei quali il Presidente USA ha effettivamente apprezzato i polacchi. L’incaricato della Casa Bianca per i rapporti con la stampa, Jay Carney, ha poi illustrato come l’infelice uscita di Obama non si ripeterà mai più.

L’assenza delle scuse da parte del Presidente USA ha mandato su tutte le furie il Premier polacco, Donald Tusk, che, sempre nella serata di martedì, 29 Maggio, ha convocato una conferenza stampa nella quale, con parole significative, ha condannato il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca.

“Quando qualcuno parla di campi di concentramento polacchi nega l’esistenza dei nazisti e di Hitler – ha dichiarato Tusk alla stampa – queste parole hanno sconvolto i polacchi. Abbiamo sempre reagito alle incomprensioni dovute all’ignoranza in merito al nostro passato e ai fatti della Seconda Guerra Mondiale, ma non possiamo restare indifferenti. Dagli amici ci aspettiamo rispetto. Nelle relazioni polacco-statunitensi il rispetto verso il partner più debole è fondamentale per il mantenimento del legame”.

Nonostante la forte presa di posizione di Tusk, da Obama non è pervenuta alcuna scusa per le parole pronunciate. Bensì, il Presidente USA ha preferito congratularsi con il vincitore delle Primarie repubblicane, Mitt Romney, che sfiderà nelle elezioni presidenziali, e e intrattenere contatti telefonici con i principali Capi di Stato e di Governo europei sulla crisi.

La liaison compliquée tra l’Amministrazione Obama e l’Europa Centrale

Lo strappo diplomatico tra Polonia e Stati Uniti è tuttavia lontano dall’essere una prospettiva attuabile. A Varsavia, così come nel resto dell’Occidente – eccetto poche e circoscritte eccezioni – gli Stati Uniti d’America sono riconosciuti come la superpotenza mondiale che, nel passato e nel presente, con il suo ruolo nel pianeta garantisce lo sviluppo della democrazia in aree dove essa è assente.

A rendere bene l’idea della delusione dei polacchi è stato l’autorevole Economist, che ha evidenziato come la gaffe di Obama sia l’ennesimo sgarbo dell’Amministrazione democratica ad un fedele alleato.

L’avvio si è avuto con la rinuncia da parte di Obama alla costruzione dello scudo di difesa antimissilistica con il dislocamento in Polonia di batterie di missili Patriot, rimpiazzati da intercettori privi di capacità difensiva non in grado di rassicurare Varsavia da possibili attacchi provenienti dall’Iran, e dalla Russia, da cui i polacchi si sono minacciati.

Inoltre, Obama ha rifiutato di concedere ai polacchi l’abbattimento dell’obbligo dei visti per l’ingresso negli States richiesto a più riprese dalle Autorità di Varsavia per rafforzare i legami tra le due nazioni.

Matteo Cazzulani

LA CRISI FRANCO-TURCA : UN RISCHIO PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Azerbajdzhan, Francia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 26, 2012

Il Senato francese riconosce il diniego del genocidio degli armeni come reato, scatenando le reazioni di Turchia ed Azerbajdzhan. Oltre alla rottura tra Parigi ed Ankara, a rischio è anche il riesplodere della contesa tra armeni ed azeri per il Nagorno-Karabakh, su cui la Russia mantiene il controllo per impedire la politica di autonomia energetica dell’UE da Mosca

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell’Europa. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che sanziona la negazione pubblica del genocidio degli armeni in Francia con un anno di prigione ed una multa di 45 Mila euro.

A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale, composta dall’opposizione socialista e dalla maggioranza dell’UMP fedele al Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un’iniziativa parlamentare concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all’Eliseo. Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di legge potrebbe scatenare nei rapporti bilaterali con la Turchia.

Secondo il documento, e il giudizio di diversi storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell’Impero Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un’operazione di pulizia etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera dell’avvenimento come un inopportuno inserimento nelle questioni interne alla Turchia.

Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto l’iniziativa “vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti dello Stato turco”. In aggiunta, l’Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti diplomatici tra Ankara e Parigi.

Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy oramai certa. A suo favore, non gioca solo l’ambizione politica del Presidente transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di protagonista.

Tuttavia, ripercussioni dovute all’iniziativa francese si sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea. Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno, Serzh Sarkisjan, che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel denunciare anche l’occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.

La Francia litiga, l’Europa perde

Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti nella Repubblica Sovietica dell’Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell’URSS è stata contesa, in due guerre, nel 1987 e nel 1994, tra azeri ed armeni. Questi ultimi sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell’Armenia, ed ubicata in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.

Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare all’egemonia sull’ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno dell’Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata fino al 2044. Di contro, l’Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la corsa all’approvvigionamento energetico dell’Unione Europea.

Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il transito per il territorio della Russia, da cui l’UE dipende quasi totalmente. Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere in scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle ostilità militari.

Come rilevato da analisti in materia energetica, la stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e condutture dal centro Asia all’Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Azerbajdzhan con l’Occidente, può mantenere il Vecchio Continente energicamente dipendente dalla Russia.

Le conseguenze di tale scenario sulla sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza energetica dell’Unione Europea, e, per questo, da evitare in tutti i modi.

Non è un caso se anche presso la stampa francese sono emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe staliniane, della Shoah e dello Holodomor: genocidio del popolo ucraino, peraltro, mai riconosciuto dalle Autorità transalpine.

Matteo Cazzulani

VERITA SU STALIN ED HITLER: L’ INTEGRAZIONE UE PASSA ANCHE DALLA STORIA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 28, 2011

L’iniziativa del Centro Europeo di Studio sui Totalitarismi presa per educare le nuove generazioni europee su un passato di sangue e violenza non adeguatamente trattato nemmeno nel presente. Il ruolo del Gruppo di Vysehrad e della presidenza polacca, particolarmente impegnata al futuro di un continente sempre più vecchio e relegato ai margini del Mondo globalizzato

Campagna di divulgazione dei crimini del comunismo a Leopoli, Ucraina

Non servirà a battere la crisi, e nemmeno a risolvere la cronica mancanza di una politica estera, di difesa, ed energetica comune, ma almeno permetterà ad un Vecchio Continente chiarezza sul proprio passato, ed un futuro maggiormente responsabile. Nella giornata di Sabato, 15 Ottobre, è stata varata la creazione del Centro Europeo di Studio sui Totalitarismi, una struttura per il coordinamento del lavoro di storici UE, finalizzato a ricerca, documentazione, e produzione di materiale riguardo al comunismo ed al nazismo: due grandi barbarie che, non ancora adeguatamente investigate – sopratutto nei Paesi dell’Europa Occidentale – nel secolo scorso hanno trasformato il continente in una fabbrica di morte.

Nello specifico, il Centro si occuperà di dialogare con le nuove generazioni di studenti che, nati dopo il crollo del Muro di Berlino, rischiano di smarrire la reale percezione della gravità di fatti come gulag, purghe, olocausto, shoah, holodomor ed altri crimini contro l’umanità perpetrati da sanguinari dittatori quali Stalin ed Hitler. Come illustrato nella conferenza stampa di presentazione del progetto, il Centro – che avrà sede a Praga, nel cuore dell’Europa, con una filiale a Bruxelles, la Capitale politica – ha lo scopo di rendere giustizia ai milioni di europei vittime di inaudite violenze per differente appartenenza politica, religiosa e nazionale: la cui reale portata non va né dimenticata, né ridimensionata.

A livello politico, a dare una scossa all’iniziativa europea è stato il Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, e Slovacchia – che, avendo sperimentato sulla propria pelle ambo i totalitarismi fino ad una ventina di anni or sono, hanno deciso di mettere il proprio passato al servizio del futuro di una generazione europea che, nel bene o nel male, è destinata un giorno a prendere le redini del Vecchio Continente.

“E’ sulla storia delle nostre generazioni che si costruisce il futuro – ha illustrato il Primo Ministro ceco, Petr Necas – per questo l’iniziativa è di fondamentale importanza”.

Ancora un successo per Varsavia

Dunque, un’iniziativa per l’integrazione europea fortemente voluta anche dalla singola Polonia: presidente di turno UE che, non senza difficoltà, sta sfruttando il primo semestre di guida della sua storia per rafforzare le strutture comunitarie, e dare a Bruxelles una comune visione in settori chiave come l’Estero, l’Energia, e la Difesa. Se nei primi due casi un qualche minimo successo è stato raggiunto – si ricordi l’avvio dei negoziati per Accordi di Associazione con l’UE per Moldova e Georgia, e la collaborazione con la Commissione Barroso per diminuire la dipendenza dal gas russo – nel secondo, Varsavia non è riuscita a battere la cronica divisione che caratterizza il Vecchio Continente fin dalla sua nascita. Ma non si è data per vinta.

Respinta l’idea di evolvere ad esercito europeo il Gruppo di Weimar – alleanza di coordinamento degli sforzi militari tra Polonia, Francia, e Germania – a causa del veto di una Gran Bretagna maggiormente attenta a non sminuire il ruolo della NATO, il governo polacco si è rivolto proprio a Vysehrad per concepire una comune forza di intervento in crisi internazionali con la partecipazione di Georgia ed Ucraina, da allargare in primis agli Stati Baltici e, successivamente, all’Europa Occidentale.

Un programma che, se attuato, potrebbe finalmente dimostrare quanto la tanto vituperata in Occidente Nuova Europa sia molto più filo europea di molti altri Paesi. Magari, riuscendo a convincere francesi, tedeschi, ed inglesi, che dinnanzi alle crisi economiche ed umanitarie di oggi – default nel sud UE e ritorno delle velleità imperiali della Russia di Putin – l’unico modo per mantenere il continente competitivo sia l’allargamento ad est, e l’unità di azione: sopratutto in quei settori in cui singoli colossi energetici antepongono il proprio interesse a quello generale.

Matteo Cazzulani