LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

ENI-ROSNEFT: L’ACCORDO DI ROMA PONE IL CANE A SEI ZAMPE TRA PUTIN E MEDVEDEV

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 26, 2013

Il colosso energetico italiano rafforza la partnership con il monopolista russo del greggio sostenuto dal Presidente russo, e favorisce la sua ascesa nel mercato UE a spese del monopolista del gas Gazprom -sostenuto dal Premier della Federazione Russa. Le conseguenze sul piano geopolitico del rafforzamento degli enti controllati dal Cremlino in Europa 

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Non solo lo tsunami di Grillo, l’Italia e l’Europa stanno per essere inondate anche da un mare di greggio russo. Nella giornata di sabato, 23 Febbraio, il monopolista russo del greggio Rosneft, e il colosso energetico italiano ENI hanno firmato un accordo per lo sfruttamento di oro nero e la sua commercializzazione in Italia e nel Mondo.

L’accordo, firmato a Roma dal Capo di Rosneft, Igor Sechin, e dal Presidente di ENI Trading and Shipping, Marco Alvera, garantisce al colosso italiano la compartecipazione ad alcuni giacimenti di greggio controllati dal monopolista russo.

Come riportato all’agenzia Reuters dal Capo Esecutivo Alvera, l’accordo con la Rosneft mira a rafforzare la posizione di ENI nel trasporto mondiale del greggio. “Rosneft è il più grande produttore di greggio al mondo -ha dichiarato Alvera- e l’ENI è uno dei suoi maggiori acquirenti”

Dal punto di vista geopolitico, il rafforzamento della partnership con ENI rappresenta per Rosneft l’ennesima alleanza strategica per consolidare il monopolio dell’ente nazionale russo nel mercato mondiale dell’energia.

Di recente, Rosneft ha varato un maxiaccordo con il colosso USA ExxonMobil per l’avvio dello sfruttamento del ricco giacimento Shtokman, nell’Oceano Artico, ed ha coinvolto enti sudcoreani, giapponesi, il colosso norvegese Statoil e l’ENI nell’estrazione di carburante da altri serbatoi nell’estremo nord del pianeta.

La partnership con il monopolista statale russo non è stata avviata in maniera indolore da ENI, che per ottenere la cooperazione nello sfruttamento dei giacimenti dell’Oceano Artico, e in alcuni serbatoi nel Mar Nero, è stata costretta a cedere a Rosneft quote di partecipazione in progetti gestiti in toto dal Cane a Sei Zampe.

Con il rafforzamento della partnership con Rosneft, l’ENI mantiene una sorta di equilibrio tra il monopolista statale russo del greggio e quello del gas, Gazprom, che è sempre controllato dallo Stato, ed è partner di ENI nella costruzione del gasdotto Southstream e in altri progetti per l’estrazione di gas nel Mondo.

Tra i due monopolisti dell’energia statali russi è in atto una sorta di guerra intestina per l’ottenimento del primato delle esportazioni di carburante in Europa.

Gazprom, che mantiene saldamente l’egemonia del mercato del gas dell’Unione Europea, e che è sostenuta politicamente dall’entourage del Premier, Dmitriy Medvedev, è finita del mirino della Rosneft, che, sostenuta dal Presidente russo Vladimir Putin, dopo avere consolidato la sua posizione in Asia ha avviato un piano per incrementare la sua posizione in Europa.

Lo sfruttamento dei giacimenti dell’Oceano Artico, in cui è coinvolta l’ENI, rappresentano una chiave che permette a Rosneft di insidiare il monopolio di Gazprom in Europa: il gas proveniente dallo Shkotkman e dagli altri giacimenti della regione servono per aumentare la capienza e prolungare fino alla Gran Bretagna il Nordstream.

Questo gasdotto è stato costruito da Gazprom nel 2012 per veicolare dalla Russia direttamente alla Germania 55 miliardi di metri cubi di gas, isolare energicamente -e politicamente- i Paesi dell’UE Centro-Orientale, e incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dagli approvvigionamenti di Mosca -da cui l’UE dipende per il 40% del fabbisogno complessivo.


Il vero volto della politica energetica della Russia in Europa

Nonostante le apparenze, la concorrenza tra Rosneft e Gazprom mira a rappresentare due facce della medesima entità.

Rosneft e Gazprom sono due enti posseduti dal Cremlino animati dal comune scopo di impedire il varo di una politica comune dell’energia da parte dell’UE, e scongiurare la realizzazione dei piani di diversificazione delle forniture di gas progettata dalla Commissione Europea con l’aiuto degli Stati Uniti d’America.

Per diminuire l’importanza degli approvvigionamenti di gas da Russia e Algeria, Bruxelles ha progettato il Corridoio Meridionale: fascio di gasdotti concepito per veicolare direttamente in Europa oro blu proveniente da Azerbaijan e Turkmenistan.

Inoltre, la Commissione Europea ha incentivato la realizzazione di rigassificatori per l’importazione di gas liquefatto da Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America.

Proprio gli USA hanno proposto all’Unione Europea l’avvio delle esportazioni nel Vecchio Continente dello shale liquefatto: gas estratto da rocce porose poste a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking adoperate solo in Nordamerica.

Con l’avvio dello sfruttamento dello shale, gli USA hanno già consolidato la loro posizione nel mercato dell’energia asiatico, diventando leader delle esportazioni di LNG in Corea del Sud, India, Singapore ed Indonesia.

L’Amministrazione presidenziale democratica, in accordo con la minoranza parlamentare repubblicana, ha dato il via libera alle esportazioni dello shale liquefatto a prezzi competitivi anche in Europa, per aiutare l’UE ad emanciparsi dall’enorme dipendenza dalla Russia: potenza mondiale che, sopratutto in Europa, si avvale dell’energia per realizzare scopi di natura geopolitica.

Matteo Cazzulani

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GAS: PUTIN VUOLE IL CONTROLLO DELL’OCEANO ARTICO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 22, 2013

Il Presidente russo dichiara l’estremo nord del pianeta un territorio di interesse strategico per Mosca, e richiede la revisione dello status di neutralità della regione. Il monopolista statale Rosneft stringe accordi con compagnie asiatiche per permettere alla Russia di contrastare USA e Norvegia nella corsa ai giacimenti di oro blu dell’area

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

La corsa per il controllo del nord del Mondo per assicurare al Cremlino il primato mondiale dell’energia. Nella giornata di mercoledì, 20 Febbraio, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha dichiarato la volontà della Russia di stabilire il pieno controllo di Mosca sull’Oceano Artico.

Come riportato nel comunicato “Strategia di sviluppo della zona dell’Oceano Artico della Federazione Russa e garanzia della sicurezza nazionale fino al 2020”, pubblicato sul portale ufficiale dell’Amministrazione Presidenziale, Putin ha dichiarato che la Russia intende avvalersi di tutti i mezzi a sua disposizione, anche militari, per garantire i propri interessi nella Regione.

Pur riconoscendo il ruolo della Comunità Internazionale, e lo status di neutralità dell’Oceano Artico, il Presidente russo ha sostenuto la necessità di rivedere i confini delle acque territoriali della Russia.

Come riportato nel documento, per la Federazione Russa i giacimenti di gas naturale della Regione costituiscono un obiettivo strategico, che Mosca intende sfruttare con l’ausilio di finanziamenti pubblici e privati.

La posizione di Putin apre un fronte caldo della geopolitica mondiale, poiché l’Oceano Artico è conteso, oltre che dalla Russia, anche da Norvegia, Danimarca -quindi dall’Unione Europea- Canada e Stati Uniti d’America.

Oltre che per i ricchi giacimenti di gas naturale e greggio, l’Oceano Artico è appetibile anche come via di navigazione commerciale che, con lo scioglimento dei ghiacciai, rende possibile un notevole risparmio di tempo e denaro.

Lo status dell’Oceano Artico è regolato dalla Convenzione sui Diritti del Mare, emanata da un’apposita Conferenza delle Nazioni Unite nel 1982, ma non ancora ratificata dai Paesi interessati.

Il documento prevede il mantenimento della neutralità delle acque della regione, e riconosce a Russia, Canada, Danimarca, Norvegia e Stati Uniti d’America il controllo di soli 370 chilometri di mare dalle proprie coste.

Da tempo la Russia ha insistito per rivedere i principi della convenzione, sostenendo che il fondale dell’Oceano Artico appartiene ad una propaggine della placca continentale eurasiatica, su cui è ubicata la Russia.

Nonostante la reazione contraria della Comunità Internazionale alle pretese di Mosca, i russi hanno iniziato a posizionare le proprie pedine per avviare il massiccio sfruttamento dei giacimenti dell’Oceano Artico.

Nel 2012, il monopolista energetico statale russo Rosneft -controllato direttamente dal Cremlino- ha stretto un maxiaccordo per lo sfruttamento dei giacimenti della Regione con il colosso statunitense ExxonMobil e con quello norvegese Statoil, ed ha coinvolto nel progetto anche il colosso italiano ENI e alcune compagnie cinesi e sudcoreane.

Nella giornata di giovedì, 21 Febbraio, il Capo di Rosneft, Igor Sechin, ha guardato anche al Giappone, con l’invito a cooperare nello sfruttamento dell’area rivolto alle compagnie giapponesi Itachi, Marubeni, Inpex, Yapex e Sodeco.

Un pericolo per l’indipendenza energetica e politica dell’UE

Secondo i piani di Mosca, il carburante estratto dai giacimenti dell’Oceano Artico servono in primis ad aumentare la dipendenza dell’Unione Europea dalle forniture di gas della Russia attraverso l’alimentazione del Nordstream.

Questo gasdotto è stato costruito nel 2012 sul fondale del Mar Baltico per veicolare 55 Miliardi di metri cubi di gas direttamente dalla Russia alla Germania, bypassando Paesi UE come Polonia e Stati Baltici: de facto, isolando dalla mappa dei rifornimenti di energia i Paesi dell’Unione Europea centro-orientale.

Lo sfruttamento massiccio dei giacimenti dell’Oceano Artico, tra cui lo Shtokman -su cui la Rosneft ha di recente varato un accordo con la ExxonMobil- permette alla Russia di prolungare il Nordstream all’Inghilterra, ed includere così anche la Gran Bretagna nella lunga lista dei Paesi UE legati agli approvvigionamenti di gas di Mosca.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA INTERROMPE LO SFRUTTAMENTO DI GAS DALL’ARTICO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 31, 2012

Il monopolista russo, Gazprom, dichiara lo stop ai lavori per l’estrazione di gas dallo Shtokman, il giacimento più capiente d’Europa. Il crescente ruolo del gas shale e l’abbandono da parte dei partner norvegesi e francesi tra le ragioni della decisione del Cremlino, che ora vede compromessa la realizzazione della sua politica energetica nei confronti dell’Unione Europea

Il giacimento Shtokman, nel Mare di Barents

Mosca nega, ma lo stop allo sfruttamento del giacimento Shtokman rappresenta un duro colpo ai piani energetici della Russia, in Europa e nel Mondo. Nella giornata di mercoledì, 29 Agosto, l’ente monopolista russo, Gazprom, ha comunicato l’intenzione di abbandonare i lavori di estrazione di gas dall’Oceano Artico.

Secondo una nota ufficiale, comunicata dal Rappresentante di Gazprom, Vsevolod Cherepanov, la motivazione della decisione sarebbe legata agli alti costi che Mosca si è trovata ad affrontare dopo la fuoriuscita dal consorzio internazionale deputato allo sfruttamento dello Shtokman degli altri due partner: il colosso norvegese Statoil, e la compagnia francese Total.

“I costi sono troppo alti – ha dichiarato Cherepanov all’autorevole Reuters – Non dobbiamo prendere decisioni affrettate. Possediamo sufficienti rifornimenti di gas”.

Molti tra gli esperti hanno tuttavia riscontrato nell’ostentata sicurezza di Gazprom un tentativo di mascherare un serio problema che Mosca si trova ad affrontare: la carenza di gas nei propri giacimenti siberiani. A sostegno di tale sospetto è la volontà del monopolista russo di prendere parte a progetti di estrazione di nuovi giacimenti in diverse aree del pianeta – persino in Texas.

Sintomatico è inoltre quanto accaduto in Europa nel Febbraio 2012, quando in seguito ad un’ondata i freddo eccezionale Gazprom non è stato in grado di soddisfare l’incremento della richiesta di gas proveniente dall’Unione Europea, lasciando al freddo molti dei Paesi del Vecchio Continente centrale e meridionale come Slovacchia, Austria, ed Italia.

Con la sua capacità di 3,8 trilioni di oro blu, lo Shtokman è uno dei più capienti giacimenti di gas al Mondo. Dal 2007, il suo sfruttamento è stato operato dalla cordata energetica russo-norvegese-francese, ma l’interesse di Mosca al serbatoio dell’Artico risale all’inizio degli anni Novanta, quando Gazprom ha avviato una collaborazione con compagnie statunitensi.

Con l’inizio dell’estrazione di gas shale negli USA, Washington ha perso interesse nella compartecipazione ai lavori per lo sfruttamento dello Shtokman, così, nel 2006, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha fatto del giacimento artico il serbatoio del gasdotto NordStream.

Questa infrastruttura, con la quale la Russia rifornisce di gas direttamente la Germania, bypassando Paesi dell’Unione Europea politicamente ostili al Cremlino come Polonia, Romania, Lituania, Lettonia ed Estonia, è stata realizzata dai russi per realizzare la politica di divide et impera dell’Europa.

Mosca, infatti, approfitta della connivenza delle cancellerie dei Paesi dell’Ovest dell’UE – Germania e Francia in primis – per mantenere la propria egemonia energetica sul Vecchio Continente, e rendere impossibile i piani varati dalla Commissione Europea per diversificare l’approvvigionamento di gas in Europa.

Terminati i lavori di ampliamento del NordStream

La rinuncia allo Stokman rappresenta dunque un duro colpo alla possibilità da parte di Mosca di mantenere attivo il NordStream. Ciò nonostante, nella giornata di giovedì, 30 Agosto, Gazprom ha comunicato il termine dei lavori di ampliamento del Gasdotto Settentrionale – com’è altrimenti noto il NordStream.

Non appena l’infrastruttura avvierà appieno la sua attività, la Russia rifornirà l’Europa di 55 Miliardi di metri cubi di gas, che la Germania, attraverso la rete dei gasdotti interna europea, smisterà ai vari Paesi del Vecchio Continente.

Matteo Cazzulani

STATOIL LASCIA A GAZPROM IL CONTROLLO SU UNO DEI GIACIMENTI DI GAS PIU’ RICCHI DEL PIANETA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 8, 2012

La compagnia norvegese rimette la sua quota di azioni al monopolista russo, che ha così il controllo quasi completo dello Shtokman: serbatoio di oro blu nel Mare di Barents fondamentale per Mosca per il mantenimento in finzione del gasdotto NordStream

Il giacimento Shtokman, nel Mare di Barents

L’uscita della Norvegia dai lavori di sfruttamento di uno dei giacimenti di gas più ricchi del pianeta è un fatto destinato a cambiare sensibilmente la geopolitica energetica europea degli anni a venire. Nella giornata di martedì, 7 Agosto, il colosso energetico norvegese Statoil ha dichiarato la fine della sua collaborazione nel consorzio deputato allo sfruttamento del giacimento Shtokman: compartecipato per il 51% dal monopolista russo, Gazprom, e per il 25% dalla compagnia francese Total.

Secondo quanto dichiarato dall’agenzia Interfax, e ripetuto dal portale di informazione Dn.no, la Statoil, che ha consegnato ai russi il 24% delle sue azioni, sarebbe stata portata all’abbandono dei lavori su uno dei giacimenti più ricchi della terra per via di continue incomprensioni con Gazprom, legate, in particolare, alla modalità di sfruttamento del gas naturale estratto dal sito.

I norvegesi non hanno concordato con la proposta del monopolista russo di immettere fin da subito l’oro blu dello Shtokman nel sistema dei gasdotti di Mosca per venderlo ed ottenerne profitti immediati.

La decisione della Statoil porta indiscutibili vantaggi alla Russia nella politica energetica europea e mondiale. Finora, la Norvegia – Paese ricco di giacimenti naturali che non appartiene all’Unione Europea ma è membro NATO – ha rappresentato una sorta di serbatoio di sicurezza per i Paesi nord-occidentali del Vecchio Continente.

Per questa ragione, Oslo ha inteso migliorare le tecniche di estrazione, e rilevare quote nel numero più altro possibili di giacimenti nel Nord del pianeta stringendo alleanze e partecipando in consorzi con qualsiasi compagnia energetica di qualunque Paese.

La Russia, invece, ha visto nel Mare di Barents un serbatoio di importanza strategica il cui sfruttamento immediato avrebbe permesso il mantenimento in funzione dei progetti energetici di Mosca in Europa.

In particolare, l’oro blu estratto dallo Shtokman serve a Gazprom per riempire il NordStream: gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per rifornire di gas la Germania e il resto dell’Europa Occidentale con l’obiettivo di bypassare ed isolare sul piano energetico Paesi dell’Unione Europea politicamente invisi al Cremlino come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia.

Finora, per il mantenimento del NordStream – progetto energetico che divide l’Europa e garantisce alla Russia il mantenimento dell’egemonia energetica sul Vecchio Continente – i russi si sono avvalsi del gas proveniente dalla Siberia che, in diverse occasioni, si è rivelato insufficiente e in via di esaurimento.

Con l’acquisizione del 24% delle azioni dei norvegesi, Gazprom ha ora via libera per destinare l’oro blu estratto dal Mare di Barents al NordStream e, così, mettere in sicurezza il funzionamento del gasdotto.

Inoltre, non è escluso che, presto, il monopolista russo possa arrivare al controllo totale del giacimento: come rivelato da una nota della compagnia francese, la Total valuterà durante il prossimo vertice degli azionisti l’opportunità o meno di mantenere il 25% delle azioni dello Shtokman.

Lo storico dello Shtokman

Il consorzio per lo sfruttamento del giacimento nel Mare di Barents, registrato in Svizzera, nel cantone di Zug, con il nome Shtokman Development AG, è stato fondato il 21 Febbraio 2008 dal monopolista russo, Gazprom, e dalle compagnie norvegese StatoilHydro e francese Total.

L’avvio dello sfruttamento risale però al 1988, dopo la scoperta del giacimento da parte del professor Vladimir Shtokman. Subito, Gazprom avvia lo sfruttamento del serbatoio assieme al consorzio Rosshelf – comprendente una ventina di compagnie russe – fino al 1995, quando nei lavori sono inserite anche la compagnia norvegese Norsk Hydro, la statunitense Conoco Inc., la finlandese Neste Oy, e la francese Total.

Abbandonato il piano nel 2000, Gazprom crea un nuovo consorzio per lo sfruttamento del giacimento nel 2002 con un’altra compagnia russa, Rosneft. Nel Giugno 2005, il monopolista russo avvia poi una sosta di asta per individuare i partner non-russi a cui concedere la compartecipazione al nuovo consorzio.

Alla selezione partecipano compagnie di ogni provenienza, ma, nel Settembre 2005, ad essere scelte sono solo le statunitensi ConocoPhilips e Chevron, le norvegesi Norsk Hydro e Statoil – poi fusesi nella Statoil -, e la Total. Il 25 Ottobre 2007, nel progetto per lo sfruttamento dello Shtokman sono escluse le due aziende USA, e, fino ad oggi, il Mare di Barents rimane prerogativa unica di un’alleanza a tre tra Russia, Norvegia e Francia.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MENO CARBURANTE PER IL NORDSTREAM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 2, 2012

Rinviato lo sfruttamento di un giacimento nel Mare di Barents necessario all’aumento della portata dell’infrastruttura sottomarina del monopolista russo, Gazprom. L’UE attiva nella ricerca di fonti alternative alla Russia mediante l’importazione di gas liquido e nell’unificazione dei gasdotti dell’Unione  

Ilpercorso del Nordstream

Il percorso del Nordstream

Niente tregua nella contesa dei gasdotti da cui dipende l’equilibro energetico europeo, nemmeno a Capodanno. Nella giornata di sabato, 31 Dicembre, il monopolista russo, Gazprom, non è riuscito a convincere le compagnie norvegese e francese, Statoil e Total, ad avviare lo sfruttamento del giacimento di Shtokman, nel Mare di Barents.

Ufficialmente, i partner di Gazprom avrebbero sollevato obiezioni di carattere ambientale, ma, come rilevato da alcune indiscrezioni, la questione sarebbe puramente economica: Statoil e Total sono contrarie alle accise del 30% imposte dal governo russo sull’oro blu dello Shtokman e, in aggiunta, da tempo richiedono a Mosca maggiori investimenti nell’area.

Fresca di rinnovo, la Duma, ha calendarizzato la questione nelle prossime sedute, ma l’ennesimo posticipo dello sfruttamento del giacimento rappresenta un duro colpo alle ambizioni energetiche della Russia, in quanto serbatoio di Oro Blu del Barents è fondamentale per l’alimentazione dei gasdotti con cui il Cremlino esporta oro blu in grandi quantità agli acquirenti dell’Europa Occidentale.

Tra essi, il Nordstream: infrastruttura sul fondale del Mar Baltico che collega direttamente la Russia alla Germania, concepita da Gazprom – in collaborazione con le compagnie tedesche E.On, e Wintershall, la francese Suez-Gaz de France, e l’olandese Gasunie – per bypassare Paesi dell’Unione Europea politicamente invisi al Cremlino, come Polonia e Stati Baltici.

Lungo 1224 chilometri, il gasdotto settentrionale – con cui la Russia realizza la politica del divide et impera gasato in Europa – è stato avviato l’8 Novembre 2011: per il 2012, Gazprom ne ha progettato un importante ampliamento, tuttavia, oggi in forse a causa dall’impasse sullo sfruttamento dello Shtokman. Finora, nessun commento né da parte del monopolista russo, né dei partner europei occidentali, che, avendo puntato forte sul Nordstream, hanno assoggettato la propria politica energetica a quella del Cremlino.

Verso una comune politica energetica dell’UE

Altresì, chi alza la testa è l’Unione Europea, attiva nella diversificazione delle forniture di gas per il Vecchio Continente e nel varo di una comune politica energetica UE. Nella giornata di Domenica, Primo di Gennaio, Bruxelles ha erogato 50 Milioni di Euro per la costruzione del gasdotto Swinoujscie-Stettino: infrastruttura fondamentale per il trasporto dell’oro blu rigasificato nel terminale polacco sul Baltico verso Germania e resto dell’Europa Centrale.

Seppur ostacolata dalla condotta delle singole compagnie energetiche dell’Europa Occidentale – favorevoli ad intese bilaterali con Gazprom, anche a discapito dell’interesse generale dell’UE – Bruxelles, per diminuire la considerevole dipendenza dal gas della Russia – ad oggi circa l’80% – sta favorendo la costruzione di terminali marittimi come quello di Swinoujscie, la stipula di contratti con nuovi fornitori per l’acquisto di gas liquido – assieme a Polonia e Paesi Baltici, la Commissione Europea sta stringendo accordi con Qatar, Norvegia ed Irak – e la messa in comunicazione di tutti i gasdotti dei Paesi dell’Unione in un sistema di corridoi deputati ad assicurare oro blu in ogni angolo del Vecchio Continente.

Matteo Cazzulani