LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

3 Maggio 1791: il contributo ineguagliabile di Polonia e Lituania all’Europa

Posted in Paesi Baltici, Polonia by matteocazzulani on May 2, 2016

L’approvazione della prima Costituzione in Europa sul modello illuministico rappresentò l’evoluzione del Commonwealth polacco-lituano in una moderna monarchia costituzionale. La ricorrenza rappresenta una lezione per capire non solo il passato, ma anche e sopratutto il presente



Varsavia – In tanti, troppi in Italia parlano della Polonia come un Paese in preda ad una deriva autoritaria, simile a quella attuata in Ungheria da Viktor Orbán. Molti altri, sempre in Italia, ritengono la Lituania un Paese russofobo al quale dovrebbe essere tolto il diritto di parola in Europa. Tuttavia, in molti si dimenticano che Polonia e Lituania sono la patria europea del costituzionalismo moderno di ispirazione illuministica. 

Il 3 Maggio 1791, il parlamento del Commonwealth polacco-lituano approvò una nuova Costituzione basata sui principi illuministici della divisione dei poteri e del rispetto dei diritti del cittadino: gli stessi che, pochi anni prima, nel 1787, avevano influenzato la stesura della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

La Costituzione del 3 Maggio estese alla borghesia i diritti di cittadinanza e di voto, che fino ad allora erano detenuti solamente dalla nobiltà. Inoltre, la Costituzione del 3 Maggio pose i contadini sotto il diretto controllo dello Stato, che si fece garante dell’imposizione di corvée giuste e proporzionate alle possibilità del singolo.

La Costituzione polacco-lituana del 3 Maggio recepì appieno la teoria della divisione dei poteri di Montesquieu, tanto da mutare l’ordinamento dello stato. La repubblica nobiliare, nella quale il sovrano era eletto all’unanimità da un’assemblea di nobili, divenne una moderna monarchia costituzionale, con un Parlamento bicamerale al quale spettò il potere legislativo, una Commissione del Sovrano alla quale spettò il potere esecutivo, e un corpo della magistratura a garanzia del potere giudiziario.

Nello specifico, il parlamento della Polonia-Lituania -Sejm- fu composto da una Camera Bassa e da un Senato formati da membri eletti, esponenti della nobiltà, del clero e plenipotenziari delle città. La Commissione del Sovrano, presieduta dal Re, fu composta da un Ministro della polizia, un Ministro degli interni, un Ministro degli Esteri, un Ministro del tesoro e un ministrum belli -Ministro dell’esercito. 

Oltre alla ristrutturazione dell’ordinamento dello stato, la Costituzione del 3 Maggio comportò anche l’evoluzione del Commonwealth polacco-lituano in uno Stato unitario. Infine, la Costituzione del 3 Maggio garantì la libertà di culto a tutte le confessioni presenti nel territorio della Polonia-Lituania, pur riconoscendo il cattolicesimo come confessione prevalente.

Nonostante i numerosi aspetti positivi, la Costituzione del 3 Maggio non riuscì a regolamentare la situazione della cittadinanza di religione ebraica, che all’epoca, in Polonia-Lituania, era numericamente molto consistente. Gli ebrei, prevalentemente insediati nelle aree urbane, non godettero dell’estensione dei diritti politici alla borghesia se non in casi particolari stabiliti dalle singole città.

Inoltre, la Costituzione del 3 Maggio non fu a tal punto coraggiosa da eliminare una volta per tutte il servaggio nelle campagne e, nel contempo, estendere i diritti di cittadinanza ai contadini, arrivando, così, vicino all’attuazione del suffragio universale.


Da un lato, la Costituzione del 3 Maggio rappresentò una risposta alla crisi politica interna della quale la Polonia-Lituania era affetta da tempo, e che, nel 1772, aveva portato alla prima spartizione del Commonwealth per mano dell’Impero russo, dell’Impero prussiano e di quello asburgico.

Dall’altro, la Costituzione del 3 Maggio, ispirandosi ai valori che portarono alla vittoria della Rivoluzione Americana, fu una misura varata per garantire l’integrità territoriale e l’indipendenza di uno stato ubicato tra Russia e Prussia, due monarchie assolute che condividevano il comune interesse a soddisfare precise tendenze espansionistiche sulla Polonia-Lituania.

Proprio il carattere liberale della Costituzione del 3 Maggio provocò l’opposizione dell’Impero Russo, che, sotto la guida di Caterina II, avocò a sé il diritto di controllare gli affari interni alla politica polacco-lituana. Così, l’imperatrice intervenne militarmente per annullare la riforma del Commonwealth ed instaurare in Polonia-Lituania un governo-fantoccio fedele a Pietroburgo.

Inoltre, l’intervento militare russo portò alla seconda spartizione della Polonia-Lituania, che ridusse il Commonwealth ad un lembo di terra di poche centinaia di chilometri quadrati politicamente e militarmente dipende dall’Impero Russo.

Nonostante la sopraffazione militare, lo spirito della Costituzione del 3 Maggio restò vivo tra i promotori della Rivoluzione del 1794, movimento di liberazione nazionale guidato da Tadeusz Kościuszko -eroe militare impegnato nella Rivoluzione Americana a fianco delle Colonie. Tuttavia, Kościuszko dovette capitolare, portando alla terza spartizione della Polonia-Lituania nel 1795 e alla conseguente scomparsa del Commonwealth dalle cartine geografiche dell’epoca.


Ieri le spartizioni, oggi il Nordstream

Oltre che la necessità di approvare riforme per la modernizzazione della cosa pubblica con coraggio e lungimiranza, la Costituzione del 3 Maggio apporta insegnamenti importanti di cui sia gli analisti di affari internazionali, che gli storici dovrebbero tenere conto, sopratutto in Italia.

In primis, Polonia e Lituania sono da considerare la culla della moderna civiltà democratica europea non in misura minore rispetto che la Francia, poiché gli autori della Rivoluzione Giacobina si ispiravano agli stessi valori di evoluzione sociale che portarono i costituenti polacco-lituani ad approvare la Costituzione del 3 Maggio.

In secondo luogo, la zarina Caterina II non può essere definita una “sovrana illuminata”, in quanto il suo ruolo nel reprimere la Costituzione del 3 Maggio ben dimostra la strenua opposizione che questa sovrana ha nutrito nei confronti delle idee “illuminate”.

Infine, le spartizioni che hanno seguito la proclamazione della Costituzione del 3 Maggio dimostrano come Polonia e Lituania siano sempre state vittime delle tendenze espansionistiche di Russia e Germania, sia al tempo dell’Impero Russo e della Prussia, sia con il varo del Patto Molotov-Ribbentrop tra l’Unione Sovietica e la Germania Nazista nel periodo interbellico.


Ad oggi, nonostante Varsavia e Vilna appartengano ad Unione Europea e NATO, il destino della Polonia-Lituania non sembra essere cambiato, così come dimostrano i numerosi legami economici ed energetici che la Germania e l’Europa Occidentale -Francia e Italia in primis- intrattengono con la Russia a discapito dell’Europa Centro Orientale.

Esemplare, a riguardo, è il progetto di raddoppio del Nordstream: gasdotto concepito da Russia e Germania per incrementare la dipendenza energetica dell’Europa dalle importazioni energetiche di Mosca veicolando 115 miliardi di metri cubi di gas russo sul fondale del Mar Baltico.

Oltre a mettere a serio repentaglio la sicurezza energetica dei Paesi dell’Unione Europea -e con essa la sicurezza nazionale degli Stati membri UE- il prolungamento del Nordstream bypassa Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia dallo schema delle forniture di gas russo all’Europa. 

Questo dimostra come la tanto sbandierata solidarietà europea sia, per lo meno sul piano energetico, una pura illusione.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Elezioni in Slovacchia: vincono paura, euroscettici e filo-Putin

Posted in Slovacchia by matteocazzulani on March 7, 2016

Il risultato delle Elezioni Parlamentari slovacche premia Partiti contrari alla politica migratoria dell’Unione Europea e forze partitiche favorevoli ad una collaborazione più stretta tra Bratislava e Mosca. Il Partito socialdemocratico SMER-SD del Premier Robert Fico si conferma prima forza politica del Paese



Varsavia – Contro gli immigrati, anti europea e filorussa. Così appare la Slovacchia all’indomani delle Elezioni Parlamentari che, nella giornata di sabato, 4 Marzo, hanno portato ad una situazione frastagliata.

Primo, con il 28%, si è classificato il Partito socialdemocratico SMER-SD del Premier Robert Fico, che, nonostante abbia perso quasi la metà dei voti rispetto alle precedenti Elezioni Parlamentari, ha staccato ampiamente i conservatori di Libertà e Solidarietà -SaS- fermi, al 12%.

Al terzo posto si è classificato il Blocco dei Cittadini Indipendenti O’lano Nova con l’11%, seguito dal Partito Nazionalista Slovacco -SNS- con l’8%, al pari del Partito Nazionale Nostra Slovacchia.

A chiudere la lista dei Partiti che hanno superato lo sbarramento necessario per entrare in parlamento sono stati Most Híd, Partito vicino alla minoranza ungherese, e la forza politica Siet’, che hanno ottenuto rispettivamente il 6% e il 5%.

Seppur primo nella graduatoria dei Partiti più votati, SMER-SD non ha abbastanza voti né per formare una colazione in solitaria, né per cercare partner di coalizione da una posizione di forza. D’altro canto, una coalizione tra le forze euroscettiche e populiste, le vere vincitrici della contesa, è numericamente impossibile.

Proprio gli accenti anti-europei e anti-immigrazione sono stati il denominatore comune delle Elezioni che quasi tutte le forze politiche hanno condiviso, a partire proprio da SMER-SD. I socialdemocratici sono stati abili nel giocare sulle paure degli slovacchi nei confronti dei migranti tanto quanto, se non meglio rispetto a SaS, SNS e Nostra Slovacchia.

Dal canto suo, Fico ha coniugato i proclami anti-immigrazione con un populismo sociale atto ad ottenere il voto dei pensionati, la categoria di votanti che ha supportato in massa SMER-SD. 

Oltre a promettere pacchetti sociali più alti, Fico ha saputo ottenere il voto dei pensionati con l’approvazione, da parte del suo Governo, di provvedimenti apertamente populistici, come la restituzione del danaro pagato in anticipo per il gas in seguito al decremento dei prezzi: un vantaggio del quale hanno giovato persino pensionati di campagna sprovvisti di impianto a gas.

Sempre a proposito di gas, altri due ambiti sui quali il Premier slovacco ha puntato per ottenere la rielezione sono l’energia -sottolineando come la Slovacchia sia uno dei più importanti Paesi dell’Unione Europea dal quale transita il gas russo- e il rapporto con la Russia. 

Se, da un lato, Fico ha autorizzato il transito invertito del gas dalla Slovacchia all’Ucraina -una decisione che ha permesso a Kyiv di diminuire la dipendenza energetica da Mosca- dall’altro il Premier slovacco si è detto favorevole a revocare le sanzioni che l’Unione Europea ha applicato alla Russia in seguito all’annessione della Crimea e all’occupazione del Donbas.

La politica di sostegno alla Russia di Fico -seppur non si tratti di un supporto totale-  è condivisa da SNS e Nostra Slovacchia: forze politiche che sostengono la necessità di una collaborazione più stretta tra Slovacchia e Mosca sul modello delle relazioni che intercorrono tra il Premier ungherese, Viktor Orbán, e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Meno marcata sulla Russia, ma decisamente contraria alla politica di accoglienza dei migranti, è la SaS, che ha assunto posizioni di critica nei confronti dell’Unione Europea simile a quelle espresse dai conservatori britannici e da Diritto e Giustizia -PiS- il Partito di Governo in Polonia.

Kiska l’unica speranza per l’Europa e l’Occidente

Stando ai numeri, le uniche coalizioni possibili possono essere composte o da Partiti apertamente anti-immigrazione ed antieuropei, o da forze politiche filorusse ed antieuropee allo stesso tempo.

Di sicuro, a caratterizzare un’opposizione seria, filo europea e non filorussa sono Most-Hid e Siet’: Partiti di orientamento moderato che hanno raccolto l’eredità del Movimento Cristiano Democratico slovacco -KDH- che, per la prima volta nella storia della Slovacchia, è stato relegato all’opposizione extraparlamentare.

Assieme a Most-Híd e Siet’, a tenere fede ad una politica moderata in Slovacchia è anche il Presidente, Andrej Kiska, politico di orientamento liberale capace di sconfiggere il Premier Fico nelle Elezioni Presidenziali del 2014.

Kiska, che ha già incaricato Fico di formare una colazione di maggioranza, invitando nel contempo i Partiti entrati in Parlamento ad assumere un atteggiamento costruttivo per il bene del Paese, è un ex-dissidente che ha partecipato alla Rivoluzione di Velluto, il processo democratico che ha reso la Cecoslovacchia indipendente dal gioco sovietico.

Kiska, filantropo di formazione statunitense, appoggia il rafforzamento della NATO in Europa Centro Orientale e le sanzioni che l’UE ha applicato alla Russia per la guerra in Crimea e nel Donbass.

Nel contempo, Kiska sostiene il progetto dell’Unione Energetica Europea e l’integrità territoriale ucraina.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

“Wałęsa agente comunista”: così Kaczynski vorrebbe vendicarsi del leader di Solidarność. 

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on February 22, 2016

Pubblicate alcune delle documentazioni che proverebbero la collaborazione del primo Presidente della Polonia libera con i Servizi Segreti della Polonia filo-sovietica. La rivalità con il Capo del Partito di maggioranza nel Paese una delle motivazioni che potrebbero riscrivere la storia d’Europa



Varsavia – 183 pagine destinate a cambiare la storia della Polonia e dell’Europa, dietro le quali, oltre al giallo storico, si celano scenari ancor più inquietanti. Nella giornata di lunedì, 22 Febbraio, l’Istituto per la Memoria Nazionale polacco -IPN- ha reso noto alla stampa documentazioni dei Servizi Segreti della Polonia Popolare che proverebbero la collusione, con il regime filo-sovietico, di Lech Wałęsa: lo storico Capo del sindacato autonomo Solidarność, primo Presidente della Polonia libera, nonché guida del processo democratico che ha portato Varsavia, nel 1989, a divenire una moderna democrazia europea con un’economia di mercato.

I documenti, ritrovati in casa di Maria Kiszczak -la vedova del Generale Czesław Kiszczak: uno dei gerarchi di spicco della Polonia Popolare giudicato responsabile di eccidi e repressioni politiche- testimonierebbero che Wałęsa ha collaborato con i Servizi Segreti del regime filo-sovietico tra il 1970 e il 1976: un fatto che il leader di Solidarnosc ha negato a più riprese, pur ammettendo, tuttavia, di avere avuto contatti con la polizia di regime.

Dinnanzi alla questione, la società polacca è fortemente divisa. “Wałęsa ha chiuso con il passato sovietico e ha portato la Polonia in Europa: ciò che ha fatto negli anni Settanta, se comprovato, non cambia l’opinione, positiva, che ho di lui” dichiara Piotr, giovane architetto di orientamento politico moderato.

“Si è scoperto quello che già si sapeva: Wałęsa è un agente del regime filo-sovietico che, coerentemente, ha poi continuato a fare politica dopo la sua presidenza” sostiene, invece, Bartosz: ingegnere informatico di orientamento conservatore.

Oltre alla portata storico-sociale, il Caso Wałęsa ha una forte connotazione di carattere politico. Essa, infatti, si ascrive nel solco della rivalità tra Walesa e Jarosław Kaczyński: il Capo del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS- la forza politica, di maggioranza assoluta nel Paese, alla quale appartengono il Premier, Beata Szydło, il Presidente, Andrzej Duda, e tutti i Ministri del Governo.

Del resto, tra Wałęsa e Kaczyński non è mai corso buon sangue fin dai tempi della comune militanza in Solidarność, anche se il punto di rottura definitivo tra i due si registra quando Kaczyński crea un movimento di protesta contro l’Amministrazione Presidenziale tutto interno all’area Solidarność che accusa il Capo dello Stato di avere collaborato con i servizi segreti della Polonia Popolare.

Il primo atto della guerra tra i due membri di Solidarność si consuma nel 1992, quando il Presidente Wałęsa dimissiona il Governo di Jan Olszewski, appoggiato da Kaczyński, alla vigilia della presentazione di un rapporto che, secondo l’allora ministro degli interni, Antoni Macierewicz -storico braccio destro di Kaczyński- avrebbe comprovato la connivenza tra il leader di Solidarność e il regime della Polonia Popolare.

Con la nomina a Premier di Kaczyński nel 2005, il Governo avvia la Lustrazione: procedura, che avrebbe dovuto portare alla luce i nomi delle persone che hanno collaborato con i servizi Segreti della Polonia Popolare, mirata anche a provare la presunta connivenza di Wałęsa con il regime filo-sovietico. 

Con la caduta del Governo Kaczyński nel 2007, anche il progetto della Lustrazione viene accantonato. Tuttavia, la recente pubblicazione del rapporto su Wałęsa ha, ora, riaperto la diatriba tra il leader di Solidarność e Kaczyński. Il tutto, a tre mesi dal ritorno al potere di Kaczyński che, pur non ricoprendo incarichi di Governo, de facto mantiene una fortissima influenza sia sull’Esecutivo che sulla Amministrazione Presidenziale: una coincidenza che ha non ha lasciato indifferenti.


Oltre al recente ritorno al Governo di Kaczyński, a destare curiosità sulla faccenda sono anche due avvenimenti che hanno visto il Governo polacco perdere prestigio sul piano internazionale.

Con il raggiungimento del compromesso per il mantenimento della Gran Bretagna nell’Unione Europea, che prevede la diminuzione dei diritti sociali goduti dagli emigrati polacchi nelle isole britanniche, Kaczyński ha dimostrato di non avere appeal sul Primo Ministro britannico, David Cameron, finora ritenuto dal PiS il migliore alleato di Varsavia in Europa Occidentale per via della comune ispirazione conservatrice.

Inoltre, la recente dichiarazione di preoccupazione in merito allo stato della democrazia in Polonia espressa del Senatore degli Stati Uniti d’America John McCain -uno dei leader del Partito Repubblicano notoriamente attento alle vicende dell’Europa Centro-Orientale- ha incrinato uno dei legami transatlantici sui quali Kaczynski contava maggiormente.

Nello specifico, McCain ha criticato le riforme di Giustizia e media approvate, di recente, dal Governo polacco: provvedimenti che sottopongono sia i Giudici della Corte Costituzionale, che i Capi di Redazione delle testate televisive e radiofoniche statali al diretto controllo del Governo.

Per via di queste casualità, in molti in Polonia vedono nell’apertura del Caso Wałęsa un’occasione, per Kaczyński, di deviare l’attenzione dei media nazionali ed internazionali dalle crescenti critiche che il Governo di Varsavia sta riscuotendo in campo internazionale.


Intanto i giovani polacchi e parte del Governo guardano a Putin 

Oltre alla questione meramente politica e personale, il Caso Wałęsa potrebbe essere anche l’inizio di una deriva nazionalista in Polonia che -il condizionale è d’obbligo- spingerebbe Varsavia dall’essere il Paese leader della promozione di democrazia e libertà in Europa Centrale ed Orientale di oggi all’allinearsi al fronte dei Paesi membri dell’Unione Europea con chiaro orientamento anti europeo e filo russo, al quale già appartengono Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Grecia e Cipro.

Infatti, la demolizione dell’immagine di Wałęsa porta giocoforza ad una rivalutazione totale del movimento di Solidarność e del percorso non violento che la Polonia ha compiuto verso l’Europa e l’Occidente, così che l’onestà intellettuale e la statura politica dei leader del processo democratico polacco, a partire dal Primo Presidente della Polonia libera, verrebbero, pericolosamente, messe in discussione.

A giovare di questo vacuum storico-culturale potrebbe essere non solo Kaczyński, ma anche la corrente di pensiero, sempre più forte sopratutto tra i giovani, di chi, in Polonia, vede nel Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, l’unico garante della stabilità e dei valori “tradizionali cristiani” nella regione dell’Eurasia.

Del resto, Putin stesso, che ha considerato la caduta dell’URSS “la più grande tragedia del secolo scorso” presenta di proposito la Russia come il Paese storicamente leader degli Stati dell’Ex-Patto di Varsavia e saldamente radicato alle tradizioni cristiane per ottenere l’appoggio alla politica internazionale di Mosca da parte di cittadini europei, perlopiù di estrema destra ed estrema sinistra -ma anche di tanti moderati, come dimostra il caso dell’Italia- delusi dall’Unione Europea e impauriti dallo spettro dell’immigrazione selvaggia.


A supportare la tesi della “putinizzazione ideologica” della Polonia collegata con il Caso Wałęsa è sia la stretta alleanza tra Kaczyński e il Premier ungherese Viktor Orbán -entrambi delusi dall’Unione Europea e fortemente contrari alla politica di accoglienza dei migranti approvata dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel- ma anche il recente varo di una coalizione tra PiS e il Movimento Kukiz’15: forza politica  di orientamento nazionalista e populista fortemente euroscettica e filorussa.

Non a caso, in cambio dell’appoggio a PiS per ottenere la maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione, Paweł Kukiz -ex-rock star passato alla politica- ha preteso, e ottenuto, la nomina di giornalisti a lui politicamente vicini, di chiaro orientamento filorusso ed antieuropeo, a Capo delle principali testate televisive e radiofoniche statali.

Se, come dichiarato dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, la Polonia rischia davvero una putinizzazione politica, il Caso Wałęsa, il crescente peso del Movimento di Kukiz e la sempre maggiore influenza delle frange giovanili antieuropee e filo putiniane potrebbero essere i segnali dell’involuzione democratica di un Paese-faro, per ragioni storiche e culturali, della civiltà europea.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Polonia e Ungheria: l’incontro Kaczyński-Orbán mostra le divisioni interne al governo polacco

Posted in Polonia, Ungheria by matteocazzulani on January 12, 2016

Il leader del principale Partito polacco riceve il Premier ungherese per prendere una posizione comune sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE. Fronte comune contro le critiche dell’Unione Europea e collaborazione energetica le vere tematiche dell’incontro.



Varsavia – La tradizionale carpa natalizia polacca con vino ungherese di eccezione sono stati i piatti forti del menù dell’incontro segreto tra Jarosław Kaczyński e Viktor Orbán, rispettivamente il leader del principale partito della Polonia, Diritto e Giustizia -PiS, la forza politica alla quale appartengono il Presidente della Polonia, Andrzej Duda, il Premier, Beata Szydło, e tutti i Ministri del Governo polacco- e il Premier dell’Ungheria.

Come dichiarato dagli uffici stampa dei due protagonisti, Kaczyński e Orbán, incontratisi senza comunicazioni alla stampa in una località di villeggiatura presso il confine polacco-slovacco, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio, hanno concordato una posizione comune di Polonia e Ungheria in merito alle condizioni che la Gran Bretagna ha posto all’Unione Europea per restare Paese membro dell’UE.  

In realtà, come dimostra la presenza dell’esperto PiS in materia energetica, Piotr Naimski, Kaczyński e Orbán durante l’incontro, che il Premier ungherese ha descritto come un cordiale incontro tra amici e oppositori del regime sovietico, hanno anche discusso di energia e, più in generale, di politica regionale.

A confermare il presunto ordine del giorno dell’incontro è la necessità per il governo polacco di controbattere alle obiezioni che l’Unione Europea ha mosso alla Polonia per la sostituzione repentina dei giudici della Corte Costituzionale e per l’approvazione di una riforma dei media che sottopone i Direttori delle televisioni statali al controllo delle finanze pubbliche.

Le misure prese dal governo polacco, che hanno portato il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, a parlare di “orbanizzazione” e “putinizzazione” della Polonia, assomigliano a quelle approvate da Orbán in Ungheria nel 2010, all’indomani di una vittoria schiacciante alle elezioni legislative che ha garantito al suo partito, il conservatore Fidesz, la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento.

Dunque, l’incontro con Orbán sarebbe servito al leader del PiS, che nelle ultime Elezioni Parlamentari, così come Fidesz, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, per creare un fronte comune di Polonia ed Ungheria in nome di euro scetticismo, cattolicesimo patriottico e conservatorismo: i valori che uniscono PiS e Fidesz.

Tuttavia, l’opposizione all’Unione Europea, e sopratutto alle bordate di Schulz, non è l’unica ragione che ha portato all’incontro tra Kaczyński e Orbán. 

Per la Polonia, l’Ungheria è infatti un alleato chiave nella realizzazione dell’Intermarium, alleanza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale che il Presidente Duda ha fortemente voluto per contrastare lo strapotere della Germania in seno all’UE e la rinata aggressività militare della Russia.

All’interno dell’Intermarium si può sviluppare infatti una collaborazione di ordine politico ed energetico che Polonia ed Ungheria, ad esempio attraverso il flusso di gas dal rigassificatore polacco di Świnoujście all’Ucraina, potrebbero avviare per agevolare la diminuzione della dipendenza dell’Europa Centro-Orientale dalle forniture di gas dalla Russia.

Politica Jagellonica vs politica dei Kresy all’interno del PiS

Proprio la Russia, tuttavia, rappresenta la seconda ragione per la quale Kaczyński -uno dei politici più fortemente critici nei confronti della Russia in Europa- ha voluto incontrare Orbán, che negli ultimi anni ha instaurato una collaborazione con la Russia sul piano politico ed energetico.

Infatti, Kaczyński deve fare i conti con una fazione interna al suo partito, i sostenitori della “politica dei Kresy”, che vede con favore una collaborazione strategica con la Russia per riprendere il controllo dei territori della Polonia interbellica oggi appartenenti a Ucraina, Bielorussia e Lituania.

A questo gruppo, al quale appartiene il famoso giornalista Mariusz Kolonko, noto per le sue posizioni ucrainofobe e recentemente ingaggiato dalla televisione nazionale polacca TVP attraverso un voto congiunto di PiS e del Movimento Kukiz ’15, forza politica di ispirazione populistica e nazionalistica, si oppone il fronte interno al PiS dei sostenitori della cosiddetta “politica Jagellonica”.

Questa dottrina, che ha come storico promotore Lech Kaczyński, ex-Presidente e fratello-gemello di Jarosław scomparso nella controversa catastrofe di Smolensk nel 2010, prevede l’impegno della Polonia a garanzia della democrazia e dell’integrazione nelle strutture euroatlantiche di Ucraina, Georgia e Bielorussia.

Questa seconda fazione, alla quale appartengono il Ministro degli Esteri, Witold Waszczykowski, e il suo vice, Konrad Szymański, resta maggioritaria all’interno del PiS.

Tuttavia, le frange dei giovani militanti del partito di Kaczyński guardano con sempre più interesse ad un’alleanza con i populisti del Movimento Kukiz ’15, che presenta chiari accenti anti-europei ed anti-ucraini.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Orban ci ripensa su Ucraina, Russia ed Europa

Posted in Ungheria by matteocazzulani on November 16, 2015

Il Premier ungherese dichiara che l’inviolabilità dei confini ucraini è condizione fondamentale per la sicurezza di Budapest. Parole di elogio anche nei confronti dell’Unione Europea dopo le recenti frizioni.



Varsavia – I confini dell’Ucraina devono rimanere inviolati e l’Unione Europea deve essere rafforzata per creare un’entità statale in grado di valorizzare e sviluppare i suoi Paesi membri. Questa è la nuova posizione del Premier ungherese, Viktor Orban, che nella giornata di martedì, 10 Novembre, sulle colonne del portale Portfolio.hu ha dichiarato il sostegno dell’Ungheria all’indipendenza e all’integrità territoriale ucraina.

Nello specifico, Orban ha evidenziato che la destabilizzazione dell’Ucraina non rientra nell’interesse nazionale ungherese, così come la presenza di un confine condiviso con la Russia, che il Premier dell’Ungheria ha definito essere “indesiderato” da Budapest.

La presa di posizione di Orban, che pur avendo dichiarato la sua volontà di mantenere un rapporto di stretta collaborazione con la Russia ha sottolineato che l’Ungheria si batterà per l’integrità territoriale ucraina, rappresenta un vero e proprio cambio di campo, dal momento in cui il Premier ungherese è stato tra i leader europei che non hanno mai condannato né l’annessione armata della Crimea a parte di Mosca, né l’occupazione militare russa del Donbas.

Inoltre, nel corso di diversi eventi pubblici, Orban si è presentato come paladino dei diritti della minoranza magiara in Ucraina che, secondo il suo punto di vista, sarebbero calpestati dal nuovo Governo di Kyiv: un’argomentazione che lede con la realtà dei fatti, ma che risulta pienamente in linea con la retorica anti-ucraina del Presidente della Russia, Vladimir Putin.

La svolta “pro-Ucraina” di Orban -che molto probabilmente resterà una mera dichiarazione senza alcuna attuazione pratica- non è che l’ultimo valzer geopolitico del Premier ungherese, che è già passato dal fronte Occidentale a quello russo nel corso degli ultimi anni.

Nel 2011, Orban ha fortemente sostenuto la realizzazione del Southstream, gasdotto concepito dalla Russia per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo in piena violazione delle leggi europee in materia di libera concorrenza. Pochi anni prima, Orban era uno dei più accesi sostenitori del Nabucco, infrastruttura concepita dalla Commissione Europea per diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea veicolando gas direttamente dall’Azerbaijan.

Nel 2014, di pari passo con il Southstream, Orban ha consentito a Putin investimenti per 10 miliardi di Euro finalizzati all’ampliamento della centrale nucleare di Paks, l’unica dell’Ungheria, una decisione che ha de facto incrementato il controllo della Russia sul settore energetico ungherese. 

Nel 1999, Orban, alla sua prima esperienza da Premier, ha condotto convintamente l’Ungheria nella NATO per salvaguardare l’appartenenza dell’Ungheria nella comunità occidentale, memore del periodo in cui Budapest è stata ripetutamente soggiogata dalla Russia sovietica.

Nel suo cambio di posizione geopolitica, Orban ha fatto anche riferimento all’Unione Europea, ribadendo che la convinta adesione all’UE dell’Ungheria ha consentito a Budapest di essere oggi un’altra Ucraina. 

Le parole di lode di Orban nei confronti dell’UE vanno però in disaccordo con quanto il Premier ungherese ha dichiarato sull’Unione Europea nel Febbraio 2015, dipingendo in negativo il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per via delle sue posizioni di forte critica nei confronti della Russia.

L’Ungheria lentamente torna a casa

Proprio la figura di Tusk, Premier della Polonia per otto anni, è centrale nel comprendere il perché della svolta filorussa di Orban, che in occasione di diversi vertici europei si è presentato come il leader di uno schieramento “russofilo” interno all’UE composto da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.

Infatti, con la decisione dei Governi Tusk di porre la collaborazione con la Germania come priorità della politica estera polacca, la Polonia ha de facto privato l’Europa Centro Orientale del suo leader naturale, lasciando che Orban e i leader politici di Repubblica Ceca e Slovacchia si lasciassero tentare dalle sirene di Putin, abile a offrire vantaggi energetici ed economici in cambio della fedeltà politica alla linea di Mosca.

A cambiare la situazione è stata l’elezione a Presidente di Andrzej Duda, che ha riportato Varsavia ad essere il Paese leader dell’Europa Centro Orientale, avviando un lento ma deciso riavvicinamento di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia ad un impegno all’interno di una coalizione regionale con Polonia e Paesi Baltici per difendere gli interessi della regione all’interno dell’Unione Europea e della NATO. 

Come dimostrato dal recente Minivertice NATO di Bucarest, Polonia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno infatti dichiarato la volontà di rafforzare le strutture difensive dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro Orientale per tutelare la sicurezza della regione dall’aggressione militare russa.

Matteo Cazzulani 

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Duda a Tallinn rilancia la Polonia alla guida dell’Europa Centro-Orientale

Posted in NATO, Polonia by matteocazzulani on August 25, 2015

Nel corso della sua prima visita all’estero, il Presidente polacco richiede la presenza stabile della NATO in Europa Centro-Orientale e l’inclusione di Varsavia e Stati Uniti nelle trattative di pace tra Ucraina e Russia. Plauso da parte del suo omologo estone, Toomas Henrik Illves, e del Premier dell’Estonia Toomas Roivas



Varsavia – Senza memoria non c’è presente né futuro. Questo è lo spirito che ha mosso il Presidente della Polonia, Andrzej Duda, durante la sua prima visita ufficiale dal suo insediamento, effettuata a Tallinn, la capitale dell’Estonia, nella giornata di Domenica, 23 Agosto.

Come dichiarato dallo stesso Duda, la scelta della data ha un alto valore simbolico, dal momento che il 23 Agosto è sia la Giornata del Ricordo delle vittime di stalinismo e nazismo, che l’anniversario della firma del Patto Molotov-Ribbentrop tra Unione Sovietica e Germania nazista: un accordo che ha portato alla spartizione della Polonia e degli altri Paesi dell’Europa Centro-Orientale durante la Seconda Guerra Mondiale.

Oltre che la data, ad avere valore simbolico è anche il luogo, dal momento in cui l’Estonia è, ad oggi, il Paese della NATO maggiormente esposto alle provocazioni della Russia di Putin, come dimostrato sia dalle continue violazioni dello spazio aereo e marittimo estone da parte dell’esercito di Mosca, che dall’arresto dell’Ufficiale dei Servizi di Sicurezza estoni Eston Kohver -illegalmente prelevato in Estonia e deportato in Russia da agenti dei Servizi Segreti russi.

Duda, che de facto ha reso la Polonia il Paese-guida di una coalizione di Stati NATO dell’Europa Centro-Orientale fortemente allarmati dalle provocazioni della Russia, ha ricordato che il Patto Molotov-Ribbentrop ieri e la condotta di Mosca in Crimea ed Ucraina orientale oggi sono violazioni del Diritto Internazionale.

Per questa ragione, e per evitare gli errori del passato, Duda ha fatto appello ai Paesi NATO affinché la richiesta degli Stati membri dell’Europa Centro-Orientale in merito al dislocamento permanente di reparti militari dell’Alleanza Atlantica nella regione -una richiesta “ragionevole e supportata da motivazioni valide”, come ha ritenuto il Presidente polacco- sia ascoltata e realizzata al più presto.

Infine, Duda ha anche ritenuto necessaria una modifica del formato delle trattative di pace tra Ucraina e Russia, alle quali, assieme a Germania e Francia, sarebbe opportuno prendessero parte anche Polonia, Stati Uniti e un rappresentante dell’Unione Europea.

Calorosa è stata la riposta del Presidente estone, Toomas Henrik Illves, che ha sottolineato come il Patto Molotov-Ribbentrop abbia portato i Paesi dell’Europa Centro-Orientale a perdere la propria indipendenza e libertà per mano di sovietici e nazisti: sopratutto la Polonia, il Paese che, più di tutti, ha sofferto deportazioni ed eccidi di massa.

Oltre al Presidente Illves, che ha concordato con la proposta di Duda di richiedere la presenza stabile di reparti NATO in Europa Centro-Orientale, positiva è stata anche la reazione del Premier estone, Taavi Roivas, che ha ringraziato il Presidente polacco per l’aperto sostegno dato alla campagna per la liberazione di Kohver.

La propaganda e il gas di Putin già in azione

Con la sua prima visita estera, Duda ha chiaramente dimostrato che la Polonia intende ritornare ad esercitare quel ruolo-guida nell’Europa Centro-Orientale avviato da Jozef Pilsudski nel periodo interbellico e ripreso da Lech Kaczynski: Presidente scomparso nella controversa Catastrofe di Smolensk che, per reagire all’aggressione russa alla Georgia nel 2008, ha costruito una coalizione di Polonia, Ucraina, Lituania, Lettonia ed Estonia in sostegno di democrazia e libertà nello spazio ex-sovietico.

Diversamente da Kaczynski, la coalizione dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale che Duda intende creare comprende anche Romania -Paese minacciato dalla presenza russa in Transnistria- Croazia -Paese strategico per la diversificazione delle forniture di gas dell’Europa- ed Ungheria -che, tuttavia, sotto la gestione Orban ha adottato una politica spiccatamente filorussa.

La politica estera di Duda, che pone fine all’inconcludente epoca del suo predecessore Bronislaw Komorowski -caratterizzata dal disimpegno della Polonia nella promozione di democrazia e libertà in Georgia ed Ucraina in favore di uno sterile riavvicinamento alla Germania- ha tuttavia molti nemici ed avversari.

Oltre a Putin e alla propaganda russa molto attiva in Paesi tradizionalmente filorussi come Italia e Francia -in cui, senza uno straccio di prove e al limite della diffamazione, il Presidente polacco è presentato come un “pericoloso nazionalista clericale antieuropeo” dai principali media- ad ostacolare la politica estera di Duda è la Germania.

Infatti, Berlino, quasi a farsi beffa della storia legata al Patto Molotov-Ribbentrop, si oppone ad ogni rafforzamento della NATO per non irritare la Russia, con cui la Germania intrattiene stretti rapporti economici, energetici e politici.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Polonia: riforme, tradizione ed atlantismo al centro dell’Amministrazione Duda

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 1, 2015

Il Presidente Eletto polacco fa appello alla collaborazione tra tutte le forze politiche, e promette ascolto e realizzazione di un’agenda politica ambiziosa fatta di sostegno a famiglie con figli, agricoltura e imprese polacche e dialogo sociale. Rafforzamento della NATO in Polonia e creazione di un fronte comune dell’Europa Centro Orientale in seno all’Unione Europea le due direttrici principali della nuova Amministrazione Presidenziale polacca in politica estera



Varsavia – Riforme in nome di modernità e tradizione, nonostante la disinformazione di chi, in Europa Occidentale -sopratutto in Italia- lo dipinge come un “nuovo Orban pericoloso per l’Europa”. Questa, in sintesi, l’agenda politica che il Presidente Eletto della Polonia, Andrzej Duda, intende realizzare subito dopo il suo insediamento, programmato per il prossimo 6 Agosto.

Come dichiarato dallo stesso Duda nella giornata di venerdì, 29 Maggio, durante la cerimonia di consegna dell’attestato di vittoria delle Elezioni Presidenziali svoltesi una settimana prima, il Presidente Eletto della Polonia ha evidenziato come la sua Amministrazione sarà caratterizzata da un costante ascolto dei cittadini e dalla promozione di un confronto tra le varie forze politiche teso alla cooperazione e all’unità.

Le prime dichiarazioni da Presidente Eletto di Duda, effettuate alla presenza del Premier, Ewa Kopacz, e del Vicepremier e Ministro della Difesa, Tomasz Siemoniak -entrambi esponenti della moderata Piattaforma Civica, PO, la principale forza politica di maggioranza in Parlamento- sono state accompagnate dall’invito al Governo a non forzare l’approvazione di alcuna riforma costituzionale prima dell’insediamento della nuova Amministrazione Presidenziale.

Considerata la resistenza che un Parlamento di colore opposto potrebbe riservargli, Duda, che ha vinto le Elezioni Presidenziali da candidato del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS, principale forza politica dell’opposizione in Parlamento- con il suo appello ha dimostrato di avere ben chiare le difficoltà che, almeno nei primi mesi, fino alle prossime Elezioni Parlamentari, l’Amministrazione Presidenziale potrebbe incontrare nel realizzare un’ambiziosa agenda programmatica, improntata principalmente su tematiche di carattere sociale ed economico.

Durante la campagna elettorale, Duda, giovane Europarlamentare del Gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei, ECR, che ha saputo conquistare il voto di centro spostando PiS su posizioni conservatrici moderne -e non più clerical-radicali come nel recente passato- ha infatti promesso l’utilizzo dei Fondi Europei per erogare sostegni alle famiglie con figli, all’agricoltura e alle imprese polacche. 

Il Presidente Eletto, che subito dopo la sua elezione ha rinunciato alla tessera di Partito per garantire l’imparzialità del suo ruolo, ha poi dichiarato la sua totale contrarietà all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, promettendone un ritocco al ribasso nel corso dei 5 anni della sua Amministrazione.

Duda, in un’intervista rilasciata al quotidiano Rzeczpospolita, ha mantenuto un atteggiamento prudente su tematiche eticamente sensibili come la Fecondazione Assistita, ma, nel contempo, ha illustrato di essere disposto ad avviare un dialogo con le Associazioni LGBT per regolarizzare lo status delle persone affettivamente vicine, pur ribadendo contrarietà assoluta alla legalizzazione delle coppie di fatto dello stesso sesso.

Oltre che sulla politica interna, Duda è all’opera anche per quanto riguarda l’Agenda di Politica Estera che, come il Presidente Eletto ha preannunciato a più riprese, punta a rafforzare sia la presenza della NATO in Polonia che il ruolo della Polonia come leader di un’alleanza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale in seno all’Unione Europea.

Da un lato, l’Amministrazione Duda punta ad ottenere l’istallazione di basi militari permanenti della NATO in Polonia, nonché la pronta realizzazione del sistema di difesa antimissilistico USA, così da rassicurare i Paesi dell’Europa Centro-Orientale da probabili aggressioni militari da parte della Russia e, allo stesso tempo, garantirne la sicurezza nazionale. 

Dall’altro, con la proposta di costituire un fronte comune di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Svezia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia ed Ungheria, il Presidente Eletto ambisce al rilancio di una moderna Intermarium: progetto politico elaborato nel periodo interbellico dal Capo dello Stato polacco, Jozef Pilsudski, rilanciato, nel 2008, dall’ex-Presidente Lech Kaczynski, esponente di PiS a cui Duda non ha mai nascosto di ispirarsi.

Quasi pronto il Gabinetto del nuovo Presidente

Come riportato da fonti vicine al Presidente Eletto, sull’agenda di Politica Estera e di Difesa -ambito su cui Duda è mediamente ferrato- fondamentale è il lavoro di Krzysztof Szczerski e Witold Waszczykowski. Questi due importanti esponenti PiS sarebbero già all’opera per organizzare la prima visita all’Estero del nuovo Capo dello Stato che, per rimarcare la vocazione atlantista della sua Amministrazione, Duda potrebbe effettuare a Washington o a Bruxelles.

Sempre secondo indiscrezioni ben fondate, a Szczerski, stimato Professore dell’Università Jagellonica di Cracovia, già Sottosegretario di Stato presso il Ministero degli Esteri nel 2007 ed Europarlamentare del Gruppo ECR, sempre secondo indiscrezioni ben fondate sarà affidata la gestione della politica estera dell’Amministrazione Duda. 

Invece, Waszczykowski, diplomatico di orientamento atlantista, anch’egli già Sottosegretario di Stato presso il Ministero degli Esteri dal 2005 al 2008, è il candidato principale a Ministro degli Esteri nel caso PiS dovesse vincere le prossime Elezioni Parlamentari.

Un’altra personalità illustre ad entrare nella nuova Amministrazione Presidenziale come responsabile della sfera sociale sarebbe lo storico ed ex-Europarlamentare del Gruppo ECR Pawel Kowal, ora Coordinatore della forza politica Polonia Insieme -PR- che, assieme a PiS, ha sostenuto la corsa di Duda alla Presidenza.

Un altro ex-Europarlamentare del gruppo ECR, il filosofo Ryszard Legutko, potrebbe entrare nell’Amministrazione Duda come consigliere per il settore dell’Educazione, mentre, per le questioni di carattere programmatico, possibile è la nomina del Professor Piotr Glinski, già candidato Premier di PiS durante i due voti di sfiducia costruttivi presentati dalla forza partitica conservatrice in Parlamento negli ultimi anni.

Infine, a Capo dell’Amministrazione Presidenziale potrebbe essere nominato Maciej Lopinski, già Capo di Gabinetto dell’ex-Presidente Lech Kaczynski.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Andrzej Duda come Matteo Renzi: un paragone tutt’altro che azzardato

Posted in Polonia by matteocazzulani on May 12, 2015

Cambiamento, modernità e sguardo verso i voti di centro sono gli elementi che hanno permesso al candidato conservatore alle Elezioni Presidenziali polacche di ottenere la maggioranza relativa al Primo Turno. Così come realizzato dal Premier italiano, il consenso ottenuto dall’esponente del Partito Diritto e Giustizia -PiS- può portare ad un rinnovamento radicale della politica anche in Polonia



Varsavia – C’è chi presso la stampa italiana lo ha descritto come un “pericoloso nazionalpolulista euroscettico e clericale di destra” la cui vittoria metterebbe addirittura in crisi l’Unione Europea. In realtà, Andrzej Duda, candidato conservatore capace, inaspettatamente, di ottenere la maggioranza relativa dei consensi nel Primo Turno delle Elezioni Presidenziali di Domenica, 10 Maggio, è invece il personaggio che potrebbe rinnovare la politica della Polonia.

Il risultato di Duda -avvocato di circa 43 anni, laureato presso l’Università Jagellonica di Cracovia, la sua città natale- è stato possibile grazie ad una campagna ben preparata sui social media e trascorsa per intero tra la gente, sia nelle grandi città che nei piccoli centri di campagna. 

Una ricetta vincente che, a dispetto dei sondaggi che lo davano per sicuro secondo, gli ha consentito di scavalcare, anche se per un solo punto percentuale, il Presidente uscente, il moderato Bronislaw Komorowski.

Nella sua breve carriera politica, Duda è stato esperto in materia legislativa presso il Gruppo Parlamentare del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS- poi Viceministro della Giustizia, e, dal 2006 al 2010, Sottosegretario di Stato presso la Cancelleria dell’allora Presidente, Lech Kaczynski.

In seguito, dopo una sconfitta nelle Elezioni Amministrative di Cracovia nel 2010, Duda è diventato Parlamentare e Addetto Stampa del suo Partito nel 2011. Infine, con più di 97 Mila preferenze, Duda, nel 2013, è stato eletto Parlamentare Europeo: carica che tutt’oggi mantiene tra le file del Gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei -ECR.

Dopo avere ottenuto l’investitura ufficiale a Candidato Presidente della Polonia, Duda ha puntato fin da subito ai voti di centro, ed ha avviato una campagna elettorale con contenuti talmente nuovi da rendere PiS espressione di un conservatorismo moderno “giovane” ed aperto alla società, di gran lunga più simile ai Tory di Cameron in Gran Bretagna che al vecchio PiS di Jarosław Kaczynski: una formazione profondamente di destra legata a doppio filo con le Gerarchie Ecclesiastiche più reazionarie.

Oltre che ad un successo inaspettato, la “ricetta Duda” -che ha come piatto forte l’utilizzo dei Fondi Europei per la creazione di nuovi posti di lavoro, per la costruzione di più case e per l’erogazione di incentivi per le famiglie con figli, oltre che la realizzazione di una Polonia totalmente sicura militarmente ed indipendente energeticamente in un’Europa dove la presenza della NATO è più forte- sta portando alla realizzazione dell’impresa, per nulla facile, di rinnovare una politica vecchia, arcaica e non più al passo coi tempi come quella polacca.

L’impresa di Duda in Polonia -impresa che ha ancora da compiersi con la vittoria al Secondo Turno delle Elezioni Presidenziali- è paragonabile a quanto realizzato in Italia da Matteo Renzi: attuale Premier arrivato a Palazzo Chigi forte di un sostegno popolare guadagnato dapprima come Sindaco di Firenze e, successivamente, come “rottamatore” della vecchia classe dirigente del suo Partito Democratico.

Così come fatto da Renzi con la “Ditta” di Pierluigi Bersani, anche Duda sta riuscendo nell’impresa di pensionare un Partito vecchio, al limite del reazionario, come il PiS di Kaczynski spostando la forza politica verso posizioni più centriste. 

Inoltre, sempre come realizzato dal Premier italiano nello scenario della politica italiana, Duda è considerato come un volto “nuovo” e “giovane” capace di mandare finalmente a riposo una classe politica che oramai da troppi anni, seppur con buoni risultati -ovviamente solo per quanto riguarda la Polonia- sta governando il Paese.

Il cambiamento e il discredito

Certo, per Duda la vittoria non sarà facile, anche perché dopo la sua vittoria al Primo Turno il rivale Komorowski si è ricordato di essere il Presidente uscente, ed ha ravvivato una campagna elettorale finora affrontata con leggerezza e superficialità.

All’apparentamento affrettato di Komorowski, che è appoggiato dalla moderata Piattaforma Civica -PO, la principale forza politica del Paese a cui appartengono il Premier Ewa Kopacz e il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk- con l’elettorato di sinistra, suggellato nella giornata di lunedì, 12 Maggio, da una conferenza stampa con il suo predecessore Aleksander Kwasniewski, Duda ha risposto con costanza e decisione, continuando ad incontrare associazioni sui territori ed invitando il suo rivale, per l’ennesima volta, ad un dibattito televisivo.

Seppur differente nelle modalità e nella tempistica, ed anche per quanto riguarda il posizionamento ideologico, l’epopea di Duda possiede la medesima forte carica di innovazione e rinnovamento che, dal 2012 al 2014, ha portato Matteo Renzi alla guida prima del PD, e poi del Governo italiano dopo una “rottamazione” di vecchie personalità e vecchi Partiti.

Per questo, non è affatto azzardato paragonare Duda a Renzi, né lo è affermare che la parabola politica del candidato conservatore polacco è destinata ad entrare nella storia della politica polacca. 

Questo, nonostante la disinformazione realizzata in Italia da chi, probabilmente senza conoscere a fondo il personaggio, né forse nemmeno il background politico della Polonia, sulle pagine di uno dei principali giornali italiani paragona Duda al Premier ungherese, il reazionario Viktor Orban.

Matteo Cazzulani

Analista di Tematiche dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Putin risponde all’Europa con il rilancio del Southstream in Ungheria

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on September 24, 2014

Il Presidente russo concorda con il Premier ungherese, Viktor Orban, il tracciato in territorio magiaro del gasdotto progettato per incrementare la dipendenza energetica dell’Unione Europea dalla Russia. L’accordo avviene all’indomani del varo del Corridoio Meridionale, che apre all’Europa il flusso di gas dall’Azerbaijan, e del diniego al Southstream espresso dal Parlamento Europeo

Una reazione all’Europa e alla politica di diversificazione delle forniture di gas dell’Unione Europea, a pochi giorni dal varo del Corridoio Meridionale. Nella giornata di martedì, 23 Settembre, il monopolista statale russo del gas Gazprom -la longa manus del Cremlino nel settore dell’energia- e il Governo dell’Ungheria hanno concordato il tracciato ungherese del gasdotto Southstream.

Quest’infrastruttura, il Southstream, è concepita per veicolare 63 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno in Austria dalla Russia meridionale, attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia, per incrementare la dipendenza energetica dalla Russia dell’UE, che già è fortemente legata alle forniture di Mosca per soddisfare il proprio fabbisogno.

Come riportato dall’agenzia UPI, l’accordo per la definizione del tracciato del Southstream in Ungheria è stato raggiunto durante un incontro, a Budapest, tra il Capo di Gazprom, Alexei Miller, e il Premier ungherese, Viktor Orban, dedicato anche ad una discussione in merito alle forniture di gas che la Russia ha in programma di inviare in Europa per il nuovo inverno.

Più che un’iniziativa di stampo economico, gli accordi di Budapest sono una risposta politica all’Europa del Presidente russo, Vladimir Putin, all’indomani del varo del Corridoio Meridionale: un fascio di gasdotti, supportato dalla Commissione Europea, progettato dall’Azerbaijan all’Italia meridionale attraverso Georgia, Turchia, Grecia e Albania per veicolare in territorio UE gas azero e, così, diversificare le forniture europee di carburante.

Oltre che una contromossa geopolitica, l’accordo tra Russia e Ungheria rappresenta un affronto politico all’UE, dal momento in cui, solo una settimana prima, il Parlamento Europeo ha approvato una mozione che, in linea con le sanzioni che la comunità occidentale ha imposto a Mosca per l’aggressione militare all’Ucraina, ha invitato i Paesi UE coinvolti nel progetto ad abbandonare la realizzazione del Southstream.

Sia la Commissione Europea che la maggioranza delle forze politiche del Parlamento Europeo -popolari, socialisti e democratici, liberal-democratici, conservatori e verdi- hanno ritenuto un errore la realizzazione di un gasdotto che incrementa la dipendenza energetica dalla Russia, sopratutto in concomitanza con la violazione dell’integrità territoriale di Paesi terzi da parte dell’esercito di Mosca.

Tuttavia, per aggirare la posizione comune dell’UE, e realizzare i suoi piani energetici in Europa, Putin ha fatto leva sul già ben consolidato rapporto personale con Orban, che ha già portato alla firma tra Russia e Ungheria di una lunga serie di accordi economici, energetici e commerciali che hanno incrementato la presenza di capitali russi nel mercato ungherese.

L’energia come mezzo di pressione geopolitica

L’implementazione della realizzazione del Southstream dimostra la volontà di Putin di mantenere l’Europa come mercato principale per l’esportazione del gas russo, nonostante, ultimamente, Gazprom abbia guardato ai mercati dell’Asia e del Pacifico con contratti con la Cina e trattative per la fornitura di oro blu liquefatto ad altri Paesi dell’area del Pacifico.

Oltre che un calcolo meramente energetico, l’interesse della Russia per l’Europa è collegato ad un progetto di natura geopolitica, volto all’incremento della già considerevole influenza di Mosca nell’UE.

Putin mira infatti da un lato a mantenere alta la dipendenza energetica dei Paesi dell’UE per potersi avvalere del gas come arma di ricatto geopolitico, come già fatto da Mosca a più riprese nei confronti di Ucraina, Moldova e dei Paesi membri dell’UE dell’Europa Centro-Orientale, a cui Gazprom ha sempre mantenuto prezzi alti l’importazione di energia.

D’altro canto, come dichiarato dal noto saggista Edward Lucas durante un’audizione presso il Parlamento britannico, l’incremento della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia potrebbe favorire l’intervento militare di Mosca in alcuni Paesi membri dell’UE, come Estonia, Lituania, Estonia e Polonia.

A supporto della tesi di Lucas sono i recenti sconfinamenti di mezzi dell’aviazione militare russa negli spazi aeri non solo dei tre Paesi del Baltico, ma anche di Svezia, Finlandia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America e Canada, fissati e riportati da autorevoli testate internazionali.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Tusk: dopo la nomina in Europa, la Polonia è alla ricerca di un nuovo Premier

Posted in Polonia by matteocazzulani on August 31, 2014

Con l’assunzione della Presidenza del Consiglio Europeo da parte del Premier polacco si apre la corsa alla successione sia alla guida del Governo, che alla Segreteria della cristiano democratica Piattaforma Civica. Il Presidente della Camera Bassa del Parlamento polacco, Ewa Kopacz, e il Ministro della Difesa Nazionale, Mateusz Siemoniak, i principali favoriti.

Una nomina storica per la Polonia, che dopo 15 anni di libertà ha visto finalmente riconosciuto il ruolo da protagonista che le dovrebbe già da tempo spettare in Unione Europea, ed anche per l’Europa, che grazie alla guida del Consiglio Europeo da parte di un polacco appare oggi meno ‘carolingia’ e sicuramente più moderna e attenta ai suoi membri della parte centro-orientale del Continente, finora troppo colpevolmente trascurati.

La nomina del Premier polacco, Donald Tusk, alla guida del Consiglio Europeo ha rappresentato uno dei rari casi in cui l’UE ha saputo prendere una decisione in maniera unanime e decisa: a favore della guida del Consiglio da parte del Premier polacco si sono infatti espressi sia il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, sia il Primo Ministro britannico, David Cameron, che il Presidente-Eletto della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

La guida del Consiglio Europeo a Tusk è anche un meritato riconoscimento ad un ex-giovane esponente del movimento democratico polacco dell’era di Solidarnosc nonché all’unico Premier della Polonia che ha saputo essere riconfermato alla guida del Governo dal voto popolare, grazie a sette anni di buona amministrazione del Paese.

Oltre ad avere mantenuto in Polonia un buon tasso di crescita e sviluppo nonostante la concomitante forte crisi che ha colpito il resto dell’Europa, Tusk ha anche il merito di aver saputo ‘europeizzare’ la Polonia stringendo buone relazioni con la Germania senza sacrificare nel contempo lo storico impegno dei Governi polacchi a sostegno della democrazia e della libertà in Ucraina e nel resto nell’Europa Orientale.

Oltre al prestigio per la Polonia, la dipartita del Premier in Europa lascia un clima di incertezza nello scenario politico polacco, nel quale due importanti posizioni dovranno essere riempite a breve: la guida dell’Esecutivo e il ruolo di Segretario della cristiano democratica Piattaforma Civica -PO, la forza politica fondata da Tusk che oggi governa in coalizione con il Partito contadini PSL.

L’ipotesi più probabile per la successione a Tusk al premierato è quella di Ewa Kopacz: Presidente della Camera Bassa del Parlamento polacco, nota non solo per essere una personalità estremamente fedele al Premier, ma anche personale amica del neo-nominato Presidente del Consiglio Europeo.

Il passaggio del premierato alla Kopacz darebbe anche la possibilità al Governo di continuare sia con il programma di riforma del settore previdenziale, che con gli altri punti dell’agenda di Governo che Tusk, pochi giorni prima della sua nomina europea, ha esposto in Parlamento per rilanciare l’attività dell’esecutivo dell’esecutivo per il nuovo anno legislativo.

Tuttavia, alla Kopacz potrebbe essere preferito il Ministro della Difesa Nazionale, Mateusz Siemoniak. Questa decisione porterebbe alla guida del Governo una personalità più tecnica rispetto alla Kopacz che, così, assieme agli altri vertici di Partito sarebbe libera di preparare con più calma la candidatura a Premier per le prossime Elezioni Parlamentari.

La nomina del giovane Siemoniak a Premier potrebbe tuttavia essere dettata anche da contingenze esterne, quali la crescente minaccia militare della Russia del Presidente, Vladimir Putin, che, secondo fonti di intelligence, dopo l’Ucraina potrebbe presto aprire un fronte anche nei Paesi Baltici e in Polonia.

Sulla base di quest’ultima motivazione prende quota anche la nomina a Premier di Radoslaw Sikorski: Ministro degli Esteri, dotato di una lunga e rispettabile esperienza, che ha saputo dapprima co-realizzare la sistemazione delle relazioni tra Polonia e Germania dopo gli anni ‘bui’ dei Governi del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS.

Lo scorso Febbraio, Sikorski ha poi saputo dare un forte contributo sia all’abbattimento del regime dittatoriale di Viktor Yanukovych in Ucraina, che alla firma da parte di Georgia e Moldova -oltre che dell’Ucraina- dell’Accordo di Associazione con l’UE.

Oltre alla carica di Premier, resta aperta la corsa alla successione a Tusk per quanto riguarda anche la guida della PO, che è legata a stretto filo con la corsa al premierato.

Qualora la Kopacz non dovesse ottenere la guida del Governo, per il Presidente della Camera Bassa del Parlamento si aprirebbe la possibilità di guidare il Partito: una carica alla quale aspirano anche l’attuale Vice-Premier, Elzbieta Bienkowska, e il leader della corrente alternativa a Tusk interna alla PO, Grzegorz Schetyna.

La guida della PO rappresenta un nodo fondamentale per garantire alla forza di Governo cristiano democratica il mantenimento della maggioranza in Parlamento, messa in seria discussione dal crollo di consensi registrato nei recenti sondaggi.

Secondo il Professor Norbert Maliszewski dell’Università di Varsavia, la decisione di Tusk di accettare la guida del Consiglio Europeo è motivata dalla necessità di dare una spinta propulsiva all’attività di Governo della PO. Una scelta, quella di Tusk, che sarebbe simile per logica alla decisione di Matteo Renzi di diventare Premier a pochissimi mesi dalla sua elezione alla guida del Partito Democratico.

Secondo l’opinionista Renata Grochal di Gazeta Wyborcza, la decisione di Tusk di andare in Europa è invece destinata ad indebolire la PO che, priva del suo carismatico leader, sarebbe così destinata a consegnare le redini del Paese al PiS del conservatore Jarosław Kaczynski: ex-Premier famoso per la sua retorica euroscettica ed anti-tedesca.

In UE scoppia il ‘caso Vysehrad’

A parte i dilemmi di Governo e di Partito, Tusk, che ha dichiarato la necessità di adottare misure risolute per incrementare la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, si troverà fin da subito a dovere risolvere un problema ben più grande legato alla posizione contraria all’inasprimento delle sanzioni UE nei confronti della Russia espressa dai suoi più strenui sostenitori alla nomina a Presidente del Consiglio Europeo: Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria.

Come riportato dal Financial Times, questi tre Paesi dell’Europa Centrale -che assieme alla Polonia fanno parte del Quartetto di Vysehrad- hanno invitato l’Europa a non adottare misure restrittive nei confronti di Putin nonostante la Russia, come oramai ampiamente confermato e documentato, ed in piena violazione del Diritto Internazionale, abbia invaso militarmente l’Ucraina.

Nello specifico, il Premier ungherese, Viktor Orban -che è legato alla Russia da interessi di carattere privato e bilaterale- si è detto pronto a capeggiare una coalizione pro-Putin all’interno dell’UE alla quale devono aderire tutti quei Paesi dell’Europa che non condividono l’inasprimento delle relazioni con la Russia.

L’invito di Orban è stato raccolto dal Premier slovacco, Robert Fico, che, come riportato dalla Reuters, ha minacciato l’uso del diritto di veto qualora le sanzioni dovessero rivelarsi dannose per la Slovacchia.

Peggiore è stata la posizione del Presidente ceco, Milos Zeman, che ha pubblicamente affermato che il processo democratico in Ucraina è stato realizzato non solo dai democratici ucraini, ma anche da nazionalisti di estrema destra.

Quella dei ‘fascisti in Ucraina’ è una menzogna, fabbricata dalla propaganda del Cremlino per discreditare il movimento democratico in Ucraina, a cui, tuttavia, il Capo di Stato della Repubblica Ceca ha creduto.

“Con l’invasione militare dell’Ucraina, che sta per ratificare l’Accordi di Associazione con l’UE, Putin ha inteso dichiarare guerra all’Europa, e non a Kyiv” è stato il commento del Presidente lituano, Dalija Grybauskaite, in risposta alla posizione dei tre Capi di Stato e di Governo filorussi dell’Europa Centrale.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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