LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Gli USA avviano le esportazioni di gas in Europa

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 14, 2016

Le compagnie degli Stati Uniti Chevron e ConocoPhilips inviano gas e olio shale liquefatto rispettivamente in Gran Bretagna e Italia. L’eliminazione dell’embargo sull’esportazione di energia e la rivoluzione shale statunitense le motivazioni che portano gli USA a diventare uno dei principali esportatori



Varsavia – Una nave cargo di quasi 300 metri è destinata a mutare la geopolitica del gas mondiale. Nella giornata di martedì, 12 Gennaio, la compagnia energetica statunitense Chevron ha avviato il primo trasporto di gas shale liquefatto dagli Stati Uniti verso i mercati esteri.

Nello specifico, la commessa di LNG, in partenza dal rigassificatore di Sabine Pass, in Louisiana, è diretta alla Gran Bretagna in virtù di un accordo stipulato dalla compagnia energetica britannica BG con la Chevron per l’importazione di gas shale dagli Stati Uniti.

Oltre alla spedizione del gas della Chevron, gli Stati Uniti, nella giornata di giovedì, 31 Dicembre, hanno anche avviato la prima commessa all’estero di greggio, questa volta realizzata dalla compagnia ConocoPhilips dalla centrale di Corpus Christi, in Texas, diretta in Sardegna e Sicilia.

Le due storiche esportazioni di LNG e greggio sono state rese possibili dalla rimozione dell’embargo sull’esportazione delle risorse naturali che, di recente, il Congresso statunitense ha approvato con un sostegno bipartisan di repubblicani e democratici e l’imprimatur dell’Amministrazione del Presidente USA, Barack Obama.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha autorizzato l’esportazione di gas e olio da cinque terminali: oltre a Sabine Pass e Corpus Christi, i siti interessati sono Cameron LNG in Louisiana, Freeport LNG in Texas, Cove Point LNG nel Maryland.

Con l’avvio dell’esportazione di energia, gli Stati Uniti intendono avvalersi dell’incremento della produzione interna di gas e olio shale -estratti da rocce argillose situate a bassa profondità con sofisticate tecniche di fracking- per imporsi tra i primi esportatori di energia al Mondo, superando, secondo le stime, la Russia e restando secondi solo a Qatar ed Australia.

Nello specifico, i mercati ai quali gli Stati Uniti hanno rivolto la loro attenzione sono, principalmente, Corea del Sud, Giappone, India, Singapore e Taiwan, alleati strategici nell’area dell’Asia/Pacifico dove l’Amministrazione Obama si sta impegnando a contenere la crescente influenza della Cina.

Tuttavia, un mercato interessante per gli Stati Uniti è anche l’Europa, dove la Commissione Europea ha incentivato la realizzazione di rigassificatori per permettere ai Paesi dell’Unione Europea di diversificare le proprie forniture di gas e, così, decrementare la dipendenza energetica da Algeria, Russia e Medio Oriente.

L’Ucraina guarda all’Europa

Se l’Europa, seppur timidamente, guarda agli Stati Uniti, chi guarda all’Europa come fornitore di gas è l’Ucraina che, nella giornata di mercoledì, 13 Gennaio, ha avviato l’importazione di gas dalla Polonia mediante la compagnia Enerhiya Ukrayiny.

L’importazione, della portata di 20 Milioni di metri cubi all’anno, segue l’accordo che la compagnia energetica statale ucraina Naftohaz ha raggiunto proprio con la Polonia per trasportare in Ucraina gas proveniente dal Qatar tramite le infrastrutture polacche sul Mar Baltico.

Inoltre, l’Ucraina, che ha deciso di rinunciare all’importazione del gas dalla Russia come risposta all’annessione illegale russa della Crimea e all’occupazione armata del Donbas da parte dell’esercito di Mosca, ha già avviato l’importazione di gas russo acquistato in Germania, attraverso l’uso invertito dei gasdotti di Slovacchia ed Ungheria.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Elezioni in Gran Bretagna: tifo Cameron

Posted in Editoriale, Gran Bretagna by matteocazzulani on May 6, 2015

La vittoria del Partito Conservatore Tory consente il rafforzamento della Comunità Trans Atlantica ed un’evoluzione dell’Unione Europa atta a garantire la sicurezza del Vecchio Continente. Le posizioni del Primo Ministro britannico uscente su NATO e Russia, e il suo rapporto di amicizia con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, le chiavi per una politica europea davvero lungimirante

Non solo consultazioni elettorali cruciali per uno dei Paesi più importanti dell’Unione Europea, le Elezioni Generali della Gran Bretagna di mercoledì, 8 Maggio, possono rappresentare un punto di svolta per il futuro della Comunità Trans Atlantica. Secondo le principali rilevazioni sociologiche, le Elezioni britanniche dovrebbero concludersi con una vittoria di misura del Partito Conservatore Tory guidato Primo Ministro uscente, David Cameron.

La vittoria di Cameron, che dal 2010 governa la Gran Bretagna in coalizione con i LiberalDemocratici, rappresenta il risultato ottimale per intensificare il percorso di rafforzamento della Comunità Trans Atlantica e, più nello specifico, di riforma di un’Unione Europea che fa sempre più fatica a contare sul piano internazionale.

Cameron, infatti, è uno dei pochi leader politici europei che ha ben compreso come solo con uno stretto legame con gli Stati Uniti d’America l’Unione Europea possa finalmente evolversi in quella potenza mondiale tanto sognata dai vari federalisti ed europeisti convinti.

Concordemente con questa visione, il Primo Ministro britannico, che in caso di riconferma alla guida del Governo ha promesso un referendum sull’opportunità o meno per Londra di rimanere in un’Unione Europea ad oggi troppo germano e franco centrica, si è speso a più riprese per il rafforzamento della NATO per garantire la sicurezza nazionale di tutti i Paesi dell’UE.

L’idea di Cameron è una valida alternativa al fantomatico esercito unico europeo che tanto il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, quanto l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, Federica Mogherini hanno tanto ventilato.

Questo progetto è stato concepito senza considerare che un duplicato della NATO, peraltro senza la partecipazione di Stati Uniti e Canada, sarebbe un’iniziativa inutile, costosa e controproducente per difendere l’Europa, e più in generale la Comunità Trans Atlantica, dall’aggressione della Russia di Putin e dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL.

Inoltre, Cameron, assieme al Premier italiano, Matteo Renzi, è stato l’unico Capo di Governo di un Paese membro dell’Unione Europea ad essere riuscito a mantenere un contatto diretto, ed una collaborazione proficua, con il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama.

Il rapporto con Obama, suggellato dalle dichiarazioni di amicizia che, in più occasioni, il Presidente degli Stati Uniti ha rivolto a Cameron pubblicamente, è un punto a favore considerevole per Cameron, sopratutto se si tiene conto di come l’Amministrazione Presidenziale USA abbia dimostrato un sostanziale disimpegno, quando non un moderato disinteresse, rispetto alle questioni legate all’Unione Europea.

In aggiunta, Cameron, assieme ai Premier di Danimarca, Polonia, Lettonia, Estonia e Romania ed alla Presidente della Lituania, è stato uno dei pochi leader dell’Unione Europea ad avere assunto una posizione risoluta nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, in seguito all’aggressione militare russa all’Ucraina.

Cameron, che a più riprese ha lamentato provocazioni militari nei cieli della Gran Bretagna da parte di velivoli dell’esercito russo, è stato inoltre tra gli unici leader della Comunità Trans Atlantica, assieme ad Obama ed al Premier polacco, Ewa Kopacz, ad autorizzare l’invio di contingenti dell’esercito in Ucraina per addestrare le forze armate ucraine a difendere i propri confini dal più forte ed equipaggiato esercito della Russia.

Infine, Cameron ha anche implementato il legame tra Europa e Stati Uniti sul piano energetico, varando, come unico leader dell’Unione Europea, un contratto per l’importazione del gas shale statunitense a partire dal 2018.

Questo accordo, oltre che ad incrementare il ruolo degli Stati Uniti come Paese esportatore di gas nel mercato mondiale, dimostra come lo shale statunitense sia una valida alternativa al gas naturale russo, da cui l’Unione Europea dipende ancora troppo fortemente.

Essere più atlantisti per un’Europa davvero potenza mondiale

La politica attuata da Cameron, e più in generale dai Tory, fa della vittoria dei conservatori nelle Elezioni Generali britanniche il risultato su cui l’Europa tutta dovrebbe sperare.

Non sono, infatti, le ricette nazionaliste dello UKIP di Nigel Farage -Partito dalle venature xenofobe peraltro sul libro paga di Putin, come dimostrato da diversi media internazionali- quello di cui l’Europa ha bisogno.

Allo stesso tempo, non è nemmeno la posizione sull’Unione Europea espressa dal Partito Laburista di Ed Milliband, troppo morbida nei confronti di Germania e Francia, a servire all’UE per contare davvero nel Mondo.

Come sostiene Cameron, in Europa occorre essere maggiormente lungimiranti per garantire Democrazia, Libertà, Pace e Prosperità sia ai Paesi membri dell’Unione Europea che ai suoi alleati.

Dunque, occorre essere meno carolingi e più atlantisti: comprendere che non è la retorica franco-tedesca, bensì un saldo legame con gli Stati Uniti, la soluzione per un’Unione Europea davvero forte e protagonista nel Mondo.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche Trans Atlantiche, dell’Europa Centro-Orientale ed energetiche

@MatteoCazzulani

Obama rafforza l’intesa con l’India

Posted in USA by matteocazzulani on January 29, 2015

Il Presidente statunitense e il Premier indiano, Narendra Modi, concordano una partnership in ambito nucleare, climatico e militare. La crescita della Cina e la collaborazione Trans Pacifica le motivazioni del rafforzamento delle relazioni tra Stati Uniti ed India

Philadelphia – Una cooperazione di 4 Miliardi di Dollari per una partnership importante per gli equilibri geopolitici mondiali. Nella giornata di martedì, 27 Gennaio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Primo Ministro dell’India, Narendra Modi, hanno raggiunto un accordo per stanziare diversi miliardi di Dollari per rafforzare la cooperazione nucleare, tecnologica e militare.

Come riportato dall’autorevole Reuters, l’accordo tra Obama e Modi prevede il comune impegno per lo sviluppo dell’energia nucleare e la comune produzione di materiali di uso militare.

Inoltre, Obama e Modi hanno concordato l’incremento dell’utilizzo di energia pulita da parte dell’India, una decisione che, seppur non in maniera incisiva, segue la posizione presa dagli Stati Uniti per lottare contro il surriscaldamento globale.

Tuttavia, la parte più importante dell’accordo tra Stati Uniti ed India è rappresentata da una nota comune emanata circa il condiviso impegno per la sicurezza nell’Oceano Indiano e nel Mare Cinese Meridionale, una battaglia che vede Obama e Modi schierati l’uno al fianco dell’altro per contenere la crescente potenza della Cina in ambito economico, militare ed energetico.

Oltre allo scacchiere cinese, gli Stati Uniti hanno proposto un coinvolgimento di primo piano nella lotta allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- dell’India, che, finora, si è tenuta lontano da ogni possibile coinvolgimento internazionale di rilievo militare.

La partnership tra Stati Uniti ed India rappresenta una continuità nella politica estera di Obama, che, con l’avvio di una relazione speciale con Modi, ha rinsaldato ulteriormente la posizione degli Stati Uniti nella regione dell’Asia/Pacifico presentando gli USA come il Paese leader una coalizione di Stati democratici per fronteggiare l’ascesa della Cina.

Fin dalla sua prima Amministrazione, iniziata nel 2009, Obama ha spostato il baricentro dell’attenzione geopolitica degli Stati Uniti dall’Europa all’Asia/Pacifico, rafforzando l’alleanza politica e militare con la Corea del Sud ed avviando trattative con Paesi tradizionalmente alleati della regione, come Australia e Giappone, per l’avvio di una partnership economica.

Lo shale per rafforzare la posizione degli USA in Asia/Pacifico

Il forte impegno di Obama nella regione dell’Asia/Pacifico è infatti dimostrato dalle energie che il Presidente statunitense sta impegnando per arrivare ad una pronta ratifica della Partnership Trans Pacifica -TPP.

Questo accordo mira alla creazione di una zona di libero mercato tra alcuni dei più importanti Paesi della regione, Cina esclusa, come, oltre agli Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud, Cile, Messico, Perù, Brunei, Malaysia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam.

Inoltre, con l’avvio dello sfruttamento del gas shale, e in attesa del via libera per la sua esportazione, gli Stati Uniti hanno stretto pre-contratti per le forniture di LNG con Corea del Sud, Singapore, Indonesia e proprio l’India, che, così, sarà portata a considerare gli USA come un Paese fondamentale per la propria sicurezza energetica.

Da parte sua, Modi, dopo la vittoria elettorale nel Maggio 2014, grazie all’accordo con Obama ha dimostrato la sua volontà di intraprendere una politica più attiva in campo estero, posizionando l’India in una posizione di alleanza con gli Stati Uniti e di aperto contrasto alla Cina.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: il Congresso condanna la guerra di Putin all’Ucraina

Posted in USA by matteocazzulani on December 5, 2014

La Camera dei Rappresentanti ritiene illegale l’aggressione militare russa ed invita il Presidente statunitense, Barack Obama, a verificare l’effettiva preparazione delle forze militari USA per difendere gli alleati della NATO da possibili attacchi da parte di Mosca. Il documento invita gli USA ad avviare le esportazioni di shale in Unione Europea

Philadelphia – La politica, le sanzioni economiche e l’energia sono i tre aspetti della risoluzione di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina approvata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America nella giornata di giovedì, 4 Dicembre.

Il provvedimento, approvato da una maggioranza schiacciante bipartisan di repubblicani e democratici, ha ritenuto che l’intervento militare della Russia in Ucraina è una minaccia alla sicurezza globale per via della sua contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite e al Memorandum di Budapest del 1994, firmato a garanzia dell’integrità territoriale ucraina in cambio della non-proliferazione nucleare da parte di Kyiv.

Inoltre, il provvedimento ha invitato il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ad intraprendere ogni azione di carattere diplomatico per condannare l’annessione militare della Crimea da parte della Russia e la permanenza delle truppe militari russe in territorio ucraino.

Il documento passato dalla Camera dei Rappresentanti ha poi richiesto alla NATO la sospensione immediata di ogni forma di cooperazione con la Russia, ed ha invitato il Presidente Obama a verificare la capacità di pronta reazione da parte delle truppe statunitensi in caso di attacco da parte di Mosca di un Paese membro dell’Alleanza Atlantica.

Infine, la risoluzione ha invitato gli Stati Uniti a supportare ogni forma di integrazione energetica dell’Unione Europea, ed ha invitato il Presidente Obama ad accelerare il più possibile la liberalizzazione delle esportazioni di gas shale dagli Stati Uniti in Europa.

Per via del suo carattere bipartisan, il provvedimento rappresenta una presa di posizione forte da parte degli Stati Uniti di condanna della violazione della sovranità territoriale da parte dell’Ucraina.

Repubblicani e democratici al duello sull’immigrazione

Tuttavia, a differenza del provvedimento di condanna della condotta del Presidente russo, Vladimir Putin, la Camera dei Rappresentanti si è separata sul voto in merito ad un provvedimento che dichiara come illegale l’iniziativa di Obama di regolarizzare la permanenza negli USA di 4,7 milioni di immigrati irregolari.

Come riportato dall’autorevole Reuters, con un risultato di 219 voti favorevoli contro 197 contrari, la maggioranza repubblicana è riuscita ad approvare un’iniziativa simbolica, che tuttavia dimostra quanto alto sia il livello di competizione tra il Congresso e l’Amministrazione Presidenziale democratica di Obama.

Come dichiarato dal Rappresentante repubblicano Tom McClintock, con la sua decisione, il Presidente Obama avrebbe violato la divisione dei poteri provando ad imporre il suo potere esecutivo su quello legislativo del Congresso.

A commento del voto, il capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, ha dichiarato che, a sua volta, anche il Presidente repubblicano Ronald Reagan si è avvalso dei suoi poteri esecutivi per intervenire sul tema dell’immigrazione.

Pronta è stata la risposta dello Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che ha invitato il Senato, in cui i democratici hanno la maggioranza ancora per pochi giorni, a rispettare la volontà della maggioranza dei rappresentanti del popolo statunitense.

A sua volta, l’Amministrazione Presidenziale ha fatto sapere di non ritenere l’iniziativa di Obama illegale, bensì utile per porre rimedio ad una situazione di difficoltà difficile da sistemare con un rimpatrio disumano e costoso.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contrattacca i repubblicani

Posted in USA by matteocazzulani on November 8, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America intenzionato ad avvalersi di tutti i suoi poteri per approvare la riforma che permette la regolarizzazione di 11 milioni di immigrati difficilmente rimpatriabili, ma lo Speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso, John Boehner, promette battaglia. Trovato un accordo sull’incremento dell’impegno USA contro ISIL

Philadelphia – Un contropiede aggressivo per reagire alla sconfitta elettorale e innalzare il rating del suo Partito. Questa è la tattica adottata dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, all’indomani della vittoria dei repubblicani sui democratici nelle Elezioni di Mid-Term, che hanno permesso ai conservatori di strappare ai liberali il controllo del Congresso con la spettacolare vittoria in quasi tutti i seggi del Senato messi a disposizione durante la consultazione dello scorso 4 Novembre.

Il Presidente Obama, venerdì, 7 Novembre, durante un pranzo con 13 alti rappresentanti dell’Amministrazione Presidenziale e del Congresso, tra cui il Vicepresidente Joe Biden, il Segretario alla Difesa Chuck Hagel, lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano Joe Boehner, il nuovo Capogruppo dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, il Capogruppo dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi e il Capogruppo dei democratici al Senato, Harry Reid, ha dichiarato la sua intenzione di procedere con l’approvazione della riforma dell’immigrazione.

Nello specifico, Obama ha dichiarato di essere intenzionato ad avvalersi di tutti i poteri in Capo al Presidente per spingere affinché la riforma, già approvata al Senato ma bloccata alla Camera a causa dell’ostruzionismo dei repubblicani, diventi al più presto una legge che permetta la regolarizzazione di 11 milioni di immigrati irregolari che, a detta dei democratici, sarebbe troppo costoso e disumano rimpatriare.

Pronta è stata la riposta dello Speaker Boehner, che ha messo in guardia Obama dall’inasprire il rapporto con il Congresso che, con una solida maggioranza repubblicana, ora è in grado di approvare leggi restrittive atte a congelare importanti uscite di bilancio necessarie all’Amministrazione Presidenziale per eseguire le leggi approvate.

Oltre allo scontro sulla riforma dell’immigrazione, che secondo l’autorevole Politico ha interessato la gran parte dell’incontro, democratici e repubblicani sono tuttavia riusciti a giungere ad un accordo sulla decisione del Presidente di incrementare l’impegno degli USA nella lotta contro l’ISIL con lo stanziamento di 5,6 Miliardi di Dollari per l’addestramento dei ribelli siriani.

Un altro punto toccato dall’incontro è la richiesta di Obama di erogare 6,1 Miliardi di Dollari per la lotta contro Ebola, rafforzando la capacità degli ospedali USA di affrontare un’emergenza che sembra essere sempre più di dimensioni mondiali.

Conservatori e liberali divisi sulla liberalizzazione delle esportazioni di energia

In contemporanea all’incontro alla Casa Bianca, i repubblicani al Congresso hanno già avviato una battaglia per l’eliminazione del bando sulle esportazioni di energia imposto dopo la crisi del 1970, che, oggi, rischia di ingessare le potenziali crescenti esportazioni che gli USA possono avviare grazie allo sfruttamento del gas e del greggio shale.

A favore del disegno si è detta la nuova Presidente della Commissione Energia del Senato, la repubblicana Lisa Murkowski, che ha sostenuto la necessità di permettere alle grandi compagnie energetiche di esportare carburante per incrementare la posizione degli USA nel Mondo.

Tuttavia, come riporta l’autorevole Reuters, la posizione della Murkowski è stata presa con cautela da parte sia del Capogruppo conservatore McConnell, che da alcuni esponenti repubblicani, che hanno sollevato dubbi in merito all’opportunità che, con l’avvio delle esportazioni, i prezzi dell’energia per il mercato interno possano non abbassarsi.

Sull’energia, lo stesso dilemma divide i democratici, con la parte centrista, capeggiata da Hillary Clinton, favorevole al rafforzamento del ruolo geopolitico degli USA come potenza esportatrice di energia, mentre la parte più liberale, vicina al Vicepresidente Biden, più attenta agli impatti che la misura avrebbe sull’economia interna.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Elezioni USA: in Pennsylvania si decide molto della sicurezza energetica europea

Posted in USA by matteocazzulani on November 4, 2014

Il Governatore uscente, il repubblicano Tom Corbett, rischia di non essere riconfermato alla guida del Commonwealth a causa del basso rating di approvazione delle sue decisioni nell’ambito dell’istruzione e del lavoro. Sanità e ceto medio i punti di forza del candidato democratico Tom Wolf

Philadelphia – Non solo un’elezione di Mid-Term che rischia di portare il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, a perdere il controllo del Congresso: la consultazione elettorale di martedì, 4 Novembre, rappresenta anche l’occasione per l’elezione di nuovi Governatori in alcuni degli Stati USA da cui, come nel caso della Pennsylvania, dipende moltissimo degli equilibri energetici mondiali.

Oltre ad essere importante per il lato energetico, la corsa per il Governatorato del Commonwealth di Pennsylvania potrebbe risultare una delle poche consultazioni in cui l’elettorato si esprime in controtendenza rispetto al trend federale, oltre che una vera e propria pagina storica.

La vittoria del candidato democratico, Tom Wolf, sul Governatore uscente, il repubblicano Tom Corbett, segnerebbe infatti la prima sconfitta del Partito di maggioranza dopo soli 4 anni di Governo: sempre, dal 1950, democratici e repubblicani si sono alternati alla guida della Pennsylvania per un intervallo di otto anni ciascuno.

A pronosticare il risultato storico sono tutti i sondaggi, che danno Wolf in netto vantaggio su Corbett, su cui grava una crisi di popolarità talmente alta da compromettere la sua rielezione in una tornata elettorale che si preannuncia favorevole per i repubblicani negli altri Stati, dove i candidati democratici soffrono un generale calo di consensi.

A motivare lo scarso consenso goduto da Corbett sono innanzitutto la decisione di avere accettato donazioni personali durante il suo mandato, la bassa crescita dell’occupazione sotto la sua Amministrazione, e il taglio del 50% all’educazione superiore in uno degli Stati USA in cui l’istruzione è fortemente finanziata dalle casse statali.

Per recuperare consensi, Corbett ha passato la campagna elettorale a ricordare ai cittadini del Commonwealth di Pennsylvania i risultati raggiunti nel campo del fisco, con il taglio delle tasse per la piccola impresa, e in quello dell’agricoltura, con l’eliminazione della tassa di successione e una serie di provvedimenti a tutela dei prodotti rurali Made in Pennsylvania.

Dal canto suo, Wolf ha sostenuto la necessità di incrementare le garanzie per il ceto medio, di creare nuovi posti di lavoro mediante lo sfruttamento di nuove tecnologie, hi-tech e manifattura, e di annullare i tagli all’istruzione attuati dall’Amministrazione Corbett.

Inoltre, nel campo della sanità, Wolf ha proposto di incentivare la diffusione dell’assicurazione sanitaria che l’Amministrazione Obama si è tanto spesa per estendere ai ceti meno abbienti a livello federale.

Democratici e repubblicani parzialmente d’accordo sullo shale

Oltre a fisco, agricoltura, istruzione e sanità, un altro punto caldo della campagna elettorale per la corsa al Governatorato della Pennsylvania è legato alla regolamentazione per lo sfruttamento del gas shale: carburante, sfruttato da rocce argillose ubicate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking, di cui il Commonwealth è il secondo Stato più ricco negli USA.

Durante la sua Amministrazione, Corbett, con l’approvazione della Legge Marcellus Shale -nome legato al noto giacimento ubicato prevalentemente in Pennsylvania- ha autorizzato lo sfruttamento a pieno regime di gas non convenzionale, ed ha facilitato la pianificazione di una serie di gasdotti per veicolare il carburante presso i rigassificatori del Maryland.

Sulla base di quanto finora approvato, Corbett si propone di consolidare la Pennsylvania come uno dei maggiori produttori al Mondo di gas shale, la cui esportazione, una volta ottenuto l’avvallo del Congresso, consentirebbe agli USA di diventare uno dei maggiori esportatori di oro blu, e permetterebbe all’Europa di decrementare la dipendenza dalle forniture energetiche della Russia.

Per queste ragioni, anche Wolf si è detto favorevole alla continuazione dello sfruttamento dello shale, ma, sul modello di altri Stati USA che hanno iniziato a sfruttare gas non convenzionale, come Texas, Wyoming, Louisiana, New Mexico e West Virginia, ha proposto l’applicazione di una tassa del 5% per garantire più servizi ai cittadini.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Un Maidan anche a Mosca: la motivazione della “NATOfobia” di Putin

Posted in Russia by matteocazzulani on September 9, 2014

Come riportato dall’autorevole centro studi Strategia XXI, il Presidente russo ha deciso di giocare la carta della contrapposizione con l’Occidente per arginare la perdita interna di consensi e l’isolamento economico ed energetico internazionale della Russia. La mentalità sovietica, ancora forte in una larga parte della popolazione russa, e l’anti americanismo culturale di alcuni Paesi in Europa sono i più solidi alleati della propaganda di Putin

Ha contestato l’Occidente e gli ha dichiarato apertamente guerra, ma le leggi del libero mercato, e i principi del mondo libero, possono metterlo all’angolo, sopratutto in Patria. Questo è il sottofondo della guerra appena iniziata tra la Russia e la NATO, che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha iniziato con l’invasione diretta dell’Ucraina, e, prima ancora, con l’annessione armata della Crimea e con l’aggressione militare in Georgia.

Come riportato da un’analisi dell’autorevole centro-studi Strategia XXI, a dare benzina alla guerra di Putin contro l’Occidente è una “NATOfobia” che il Presidente russo coltiva da tempo per tratteggiare un nemico comune dinnanzi al quale compattare un popolo che, a causa della condotta del Capo di Stato della Russia stesso, è oramai stanco dopo anni di repressione, corruzione e propaganda.

Oltre che per la pressione interna, che secondo fonti ben informate avrebbe anche coinvolto alcuni degli oligarchi vicini al Cremlino, Putin ha deciso di avvalersi proprio ora della carta della guerra alla NATO per motivi di ordine energetico ed economico.

Con l’avvio di una decisa politica di diversificazione delle forniture di energia da parte dell’Unione Europea, che ha programmato la realizzazione di nuovi gasdotti e rigassificatori per importare gas naturale e liquefatto da Azerbaijan, Norvegia, Egitto e Qatar, la Russia vede giocoforza ridimensionato il suo peso nel mercato energetico dell’Europa.

Inoltre, a dare la spallata a Putin, sempre in ambito energetico, è il possibile avvio dell’esportazione del gas shale che gli Stati Uniti d’America hanno iniziato a sfruttare e che, previo via libera del Congresso, gli USA inizieranno presto anche ad esportare in Europa e in mercati globali in cui la Russia ha perso la concorrenza con gli USA, come Corea del Sud, Giappone, Singapore, India ed Indonesia.

Per quanto riguarda il lato economico, Putin soffre per le sanzioni che UE ed USA hanno applicato alla Russia per protestare contro l’aggressione militare all’Ucraina.

Le sanzioni, come sottolinea l’analisi di Strategia XXI, sono destinate a congelare in toto i conti bancari dei grandi oligarchi che, finora, hanno sostenuto il Presidente russo.

A complicare la situazione è stata la decisione del Presidente russo di apporre contro-sanzioni vietando alcune importazioni da USA e UE: una ritorsione letale che ha finito per incrementare il costo dei prodotti nel mercato interno russo, dove la popolazione, sempre più povera, ha un potere d’acquisto sempre più basso.

La decisione di avvalersi della NATO come nemico principale di Putin è stata favorita da due fattori. In primis, agitando lo spauracchio dell’Alleanza Atlantica, il Presidente russo intende giocare sulla sensibilità dei nostalgici dell’URSS, che vedono ancora l’Occidente come un attore geopolitica imperialista e nemica.

Lo spauracchio della NATO permette inoltre a Putin di riscuotere successo in Paesi dell’UE in cui l’anti americanismo -che va di pari passo con l’antisemitismo- è molto ben radicato nelle coscienze politiche e nel pensiero dell’opinione pubblica.

Tra questi Paesi è lecito annoverare Francia e Italia, dove una larga fetta del tessuto sociale e del mondo politico, sensibili alla propaganda del Cremlino, è portata a ritenere la NATO come una forza aggressiva, e non difensiva come giustamente concepito da Gran Bretagna, Danimarca e dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Sostituire l’austerity con l’incremento della spesa per la difesa

La guerra che Putin ha dichiarato alla NATO potrebbe presto coinvolgere anche Paesi che fanno parte dell’Alleanza Atlantica stessa, portando così ad un conflitto aperto tra Russia ed Occidente, che, come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, in caso di attacco è pronto ad intervenire per rispettare l’Art. 5 del Patto nordatlantico.

Come spiegato durante un’audizione presso la Camera dei Comuni del Parlamento della Gran Bretagna dall’autorevole politologo Edward Lucas, la Russia, dopo l’aggressione militare all’Ucraina, ha interesse a provocare il conflitto armato anche con i Paesi Baltici, che per via della loro dipendenza economica ed energetica da Mosca rappresentano il ventre molle della NATO.

A conferma di questo sospetto è stato, lo scorso sabato, 6 Settembre, il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti dell’Estonia, Eston Rahvan, che, dopo essere stato catturato da agenti russi in territorio estone, è stato già processato e condannato al carcere in Russia.

Dinnanzi a queste minacce, l’Occidente deve prendere una posizione risoluta e aderente alla realtà dei fatti: Putin non è infatti più definibile come un partner, bensì è dichiaratamente un nemico dell’Occidente.

Oltre a rafforzare la presenza militare, possibilmente in maniera permanente, in Europa Centro-Orientale, i Paesi della NATO devono fin da subito incrementare le uscite di bilancio per il rafforzamento delle proprie strutture difensive.

L’incremento del budget per la difesa, da fissare ad almeno il 2% delle uscite di bilancio complessive di ogni Paese NATO, può essere preso, per lo meno in Europa, dalla revoca del Patto di Stabilità, che ad oggi imbavaglia i Governi dell’UE.

Questo investimento in favore della difesa, oltre ad essere la miglior forma di contenimento nei confronti di Putin, è anche un modo per rivedere una politica economica che finora ha strozzato i Paesi dell’UE.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Putin bluffa in Cina per forzare il Southstream in Europa

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on September 2, 2014

Il Presidente russo da il via a gasdotto Forza della Siberia per minare il predominio degli Stati Uniti d’America nel Pacifico. L’operazione cinese maschera la costruzione in Bulgaria di un gasdotto progettato per incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dal gas della Russia.

90 Miliardi di Dollari per un gasdotto di 3,5 Mila chilometri di lunghezza è la cifra che il Presidente della Federazione a Russa, Vladimir Putin, è pronto ad investire per la realizzazione del gasdotto denominato Forza della Siberia: infrastruttura concepita per veicolare gas dalla Russia alla Cina.

Come riportato dall’autorevole PAP, il gasdotto, realizzato lungo il tracciato dell’oleodotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico -ESPO- ha una portata di 15 miliardi di metri cubi di gas all’anno, tale da garantire alla Russia di onorare gli impegni contrattuali stretti con il Governo cinese lo scorso Maggio, che impegnano il monopolista statale russo del gas Gazprom a rifornire annualmente la Cina di 35 miliardi di metri di oro blu.

A commento dell’avvio dei lavori, lunedì, Primo di Settembre, Putin ha evidenziato che l’infrastruttura ricopre un’importanza strategica per la Russia: Forza della Siberia sarà infatti collegato al rigassificatore di Vladivostok, che Gazprom intende realizzare al più presto per esportare gas liquefatto in altri Paesi dell’area del Pacifico.

Più che un progetto concepito per avere risultati economici immediati, sopratutto tenendo conto che la Russia deve fare i conti con le sanzioni economiche applicate da Unione Europea e Stati Uniti d’America in segno di protesta contro l’invasione militare russa in Ucraina, l’inaugurazione di Forza della Siberia rappresenta tuttavia un’operazione propagandistica.

In primis, con il collegamento al terminale LNG in via di costruzione a Vladivostok, Putin intende innalzare la competizione nel Pacifico con gli USA, che con l’avvio dello sfruttamento delle proprie risorse di shale hanno già varato pre-contratti per la fornitura di gas liquefatto a Corea del Sud, India, Singapore, Giappone ed Indonesia.

Tuttavia, più che l’area del Pacifico a stimolare davvero l’attenzione di Putin è l’Europa: scacchiere del quale la Russia non può fare a meno per potere attuare una politica energetica aggressiva, di cui Mosca da tempo si avvale per realizzare scopi di natura geopolitica.

Infatti, sempre lunedì, Primo di Settembre, Gazprom ha avviato in Bulgaria la realizzazione del Southstream: un gasdotto concepito per incrementare la quantità di gas russo inviata in Europa a 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, e, di conseguenza, aumentare la già forte dipendenza dei Paesi UE dalle forniture di gas della Russia.

Come riportato dalla Novinite, nel porto bulgaro di Burgas è attesa una nave contenente le sezioni del gasdotto che, successivamente, saranno saldate e posizionate a terra in attesa della realizzazione della sezione sottomarina del Southstream proveniente dalla Russia.

Pronta alla notizia è stata la reazione del Governo bulgaro, che ha dichiarato di non sapere nulla, né di avere autorizzato l’operazione in quanto, da poco più di un mese dal suo insediamento, il nuovo Esecutivo ha deciso di congelare la realizzazione del Southstream in Bulgaria una volta preso atto della contrarietà della Commissione Europea al progetto.

Per mezzo del Southstream, progettato per collegare la Russia all’Austria attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia, Putin intende infatti contrastare la politica di diversificazione delle forniture di gas varata dall’UE per mezzo della realizzazione di nuovi gasdotti e rigassificatori atti a recepire oro blu proveniente da altri Paesi importatori, come Qatar, Norvegia, Egitto, Israele e USA.

Renzi da il via alla TAP per favorire la sicurezza energetica dell’Italia

La politica di diversificazione delle forniture di gas dell’UE ha portato già i primi frutti quando, nella giornata di venerdì, 29 Agosto, il Premier italiano, Matteo Renzi, ha dato il via libera alla realizzazione in Italia del Gasdotto Trans Adriatico -TAP.

Questa infrastruttura, ritenuta dalla Commissione Europea di importanza strategica sia per l’Europa che per l’Italia, è concepita per veicolare 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno, provenienti dall’Azerbaijan, in Salento attraverso Grecia ed Albania.

Oltre a rendere l’Italia l’hub europeo del gas proveniente dall’Azerbaijan, e a garantire nuovi posti di lavoro legati alla realizzazione dell’infrastruttura, il via libera alla TAP è stato anche motivato dalla volontà del Premier Renzi di dare un chiaro segnale di rottura con la politica energetica unilaterale del Passato.

Sia il Governo di Mario Monti, che ancor più quelli di Silvio Berlusconi hanno infatti orientato la politica energetica nazionale unicamente sull’asse Italia-Russia, complice il rapporto di amicizia personale tra Putin e il Capo di Forza Italia, che nel 2008 ha portato alla firma del contratto per la costruzione del Southstream.

Un segnale di cambiamento nella politica energetica lo si è avuto già prima dell’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, quando, in Parlamento, Partito Democratico, Nuovo Centro Destra, Scelta Civica e Socialisti hanno votato a favore della TAP.

Contrari al gasdotto che incrementa la sicurezza energetica dell’Italia, si sono invece schierati Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Sinistra Ecologia e Libertà e Fratelli d’Italia: Partiti che non hanno invece mai contestato la costruzione del Southstream.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Guerra del Gas: la Lituania punta anche su Israele

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on July 3, 2014

Il Presidente lituano, Dalija Grybauskaite, dichiara pieno interesse da parte di Vilna al gas liquefatto israeliano. Un pre-accordo tra i gestori del principale giacimento e la BP Group per l’avvio delle forniture in Egitto mette a repentaglio l’acquisto di LNG di Tel Aviv da parte dei Paesi dell’Unione Europea

Israeliani e statunitensi in prima fila per ricoprire un ruolo determinante per la sicurezza energetica dell’Europa: la strada è lunga e difficile, ma si può fare. Nella giornata di mercoledì, 2 Luglio, il Presidente lituano, Dalija Grybauskaite, ha dichiarato l’interesse della Lituania di importare gas liquefatto da Israele.

L’operazione, come dichiarato dalla Grybauskaite, è possibile una volta finalizzata la costruzione del rigassificatore di Klaipeda: un terminale, realizzato grazie ai fondi europei, necessario per l’importazione di gas liquefatto proveniente sopratutto da Norvegia, Qatar, Egitto e Stati Uniti d’America.

La possibilità del gas israeliano è rappresentata dall’avvio dello sfruttamento da parte di Israele dei giacimenti ubicati sul fondale del Mar Mediterraneo, che per mezzo di una decisione del Governo di Tel Aviv, saranno utilizzati al 60% per soddisfare la richiesta interna, mentre il 40% sarà riservato alle esportazioni.

Da sciogliere, tuttavia, resta il nodo in merito alla destinazione del gas israeliano, che fin dall’inizio avrebbe dovuto caratterizzare una fonte preziosa per l’Unione Europea per potere diversificare le forniture di gas e, così, decrementare l’alta dipendenza da Russia ed Algeria.

Nello specifico, il gas israeliano avrebbe potuto raggiungere il Corridoio Meridionale in Turchia tramite la costruzione di un gasdotto sottomarino dai giacimenti israeliani al territorio turco.

La manovra, resa possibile dal riappacificamento tra Israele e Turchia voluto dal Presidente USA in persona, Barack Obama, è stata tuttavia posta sotto esame per via della necessità di realizzare il gasdotto nelle acque territoriali di Paesi tradizionalmente ostili a Israele, come Libano e Siria.

L’altra strada per l’esportazione del gas israeliano in Europa è il suo invio Grecia attraverso Cipro: un progetto che è stato inserito tra le priorità della Presidenza di Turno greca dell’UE che, tuttavia, Atene non ha saputo concretizzare.

A complicare il quadro dell’esportazione del gas israeliano in Europa è anche una lettera di intenti inviata alla compagnia energetica BP Group da parte della Delek e della Ratio Oil Exploration per l’avvio delle forniture in Egitto del gas sfruttato dal giacimento Leviathan.

Il Leviathan, dopo il Tamar e il Karish -capienti rispettivamente 10 trilioni di piedi cubi e 3 trilioni di piedi cubi- è il principale giacimento israeliano, con una capienza pari a 20 trilioni di piedi cubi di gas.

Se sfruttato per rifornire di gas l’Egitto, e non l’Europa, il Leviathan porrebbe a serio repentaglio la realizzazione del progetto per l’invio di gas liquefatto israeliano in Paesi dell’Unione Europea che vedono in Israele una delle possibili alternative su cui contare per diversificare le proprie forniture energetiche.

Anche Polonia, Croazia, Danimarca e Ucraina interessate al gas di Tel Aviv

Oltre alla Lituania, chi guarda con speranza anche ad Israele sono gli altri Paesi dell’UE che si stanno avvalendo dei fondi europei per realizzare rigassificatori, come la Polonia e la Croazia, impegnate rispettivamente nella costruzione del terminale di Swinoujscie e di Krk.

I due terminali, sempre grazie all’utilizzo dei fondi europei, saranno collegati attraverso il Corridoio Nord Sud -un gasdotto che transita attraverso Polonia, Slovacchia, Ungheria e per l’appunto Croazia- e potranno raggiungere anche Gran Bretagna e Scandinavia per mezzo dell’Interconnettore Polonia-Danimarca.

Particolare attenzione al progetto è rivolta dall’Ucraina, che conta sulla diversificazione delle forniture di gas dell’Europa per potere anch’essa decrementare la dipendenza energetica dalla Russia, che si avvale ripetutamente dell’energia come arma di coercizione geopolitica nei confronti di Kyiv.

Come dichiarato dal Vicecapo del colosso energetico nazionale ucraino Naftohaz, Oleksandr Todiychuk, Kyiv ha in programma la realizzazione di una conduttura per importare gas dalla Polonia.

Todiychuk ha poi espresso fiducia nella possibilità che ad essere importato in Europa, e successivamente in Ucraina, sia anche lo shale liquefatto statunitense, che gli USA si stanno avviando ad esportare in UE per decrementare la dipendenza energetica dell’Unione Europea dalla Russia.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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Scandalo intercettazioni in Polonia: anche Sikorski finisce nel mirino di Putin

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 23, 2014

Il settimanale Wprost pubblica le ennesime intercettazioni che riguardano il Ministro degli Esteri polacco, noto per avere contribuito al ripristino della democrazia in Ucraina e all’avvicinamento di Georgia e Moldova all’Europa. L’impegno del Premier, Donald Tusk, per la comune politica energetica europea e per il rafforzamento delle relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti d’America gli altri elementi che sembrano confermare la pista russa dietro allo scandalo politico

È uno dei candidati più accreditati ad Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa Europea, in molti lo hanno dato per probabile Capo del Governo in caso di nomina alla guida del Consiglio Europeo dell’attuale Premier Donald Tusk, mentre c’è chi già lo ha candidato a diventare il nuovo Commissario UE all’Energia.

È forse per questo identikit che il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, è finito nella trappola delle intercettazioni effettuate illegalmente durante una sua conversazione con l’ex-Ministro delle Finanze, Jacek Rostowski.

Nella conversazione, pubblicata lunedì, 23 Giugno, dal settimanale Wprost, Sikorski si sarebbe sfogato con il collega, lamentando l’inutilità dei buoni rapporti tra la Polonia e gli Stati Uniti d’America, che secondo il Ministro degli Esteri porterebbe i polacchi ad avere solamente l’illusione di essere sicuri, senza evitare litigi in ambito europeo con Germania e Francia, Paesi tradizionalmente meno inclini al rafforzamento dei rapporti transatlantici, di cui invece Varsavia è accesa sostenitrice.

In risposta, Rostowski, che come Sikorski appartiene alla cristiano-democratica Piattaforma Civica, si sarebbe lamentato per la candidatura a capolista nel Collegio della città di Varsavia nelle Elezioni Europee di Danuta Hubner perché troppo di sinistra, ed avrebbe invitato Sikorski ad profondere maggiori sforzi per supportare la propria corsa a Commissario UE all’Energia.

Infine, i due Ministri avrebbero criticato la decisione del Primo Ministro britannico, David Cameron, di indire un referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, e, per questo avrebbero auspicato una sconfitta dei Conservatori alle Elezioni Parlamentari in Gran Bretagna.

Le intercettazioni di Sikorski mettono a serio repentaglio le relazioni tra la Polonia e i suoi alleati più stretti, come USA e Gran Bretagna, e rappresentano l’ennesima tegola sulla testa del Premier Tusk, che da lunedì, 16 Giugno, sta affrontando una crisi di Governo in seguito ad altre intercettazioni pubblicate precedentemente sempre dal Wprost.

I protagonisti delle precedenti intercettazioni, che i Servizi Segreti polacchi hanno cercato di sequestrare perché realizzate illegalmente, sono il Capo della Banca Centrale polacca, Marek Belka, il Ministro degli Interni, Batlomej Sienkiewicz, l’ex-Ministro dei Trasporti, Slawomir Nowak, e l’ex-Viceministro delle finanze, Andrzej Parafianowicz.

La mole di alte personalità coinvolte nell’Affare, intercettate da tempo con un’inaudita professionalità presso un rinomato ristorante di Varsavia ed un noto locale di incontri di affari della capitale, danno sempre più valore al sospetto che lo scandalo sia stato attuato ad hoc dai servizi segreti russi, che hanno tutto l’interesse a provocare la caduta del Governo Tusk e, più in generale, a destabilizzare la Polonia.

Il Premier Tusk è infatti in prima fila per la realizzazione di una comune politica energetica UE e per la conclusione del Trattato di Partnership Transatlantica UE-USA -TTIP- mentre proprio Sikorski ha ricoperto un ruolo fondamentale dapprima per il sostengo della rivolta pacifica e democratica del Maydan in Ucraina.

Sikorski si è molto speso anche per l’accelerazione dei tempi per la firma dell’Accordo di Associazione tra l’Unione Europea e Georgia, Moldova ed Ucraina.

Inoltre, la Polonia è il Paese che, più di tutti, ha utilizzato i fondi UE per realizzare infrastrutture energetiche, come il rigassificatore di Swinoujscie e il Corridoio Nord-Sud, necessarie alla messa in comunicazione dei sistemi dei Paesi UE e alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas dal quasi monopolio della Russia.

Infine, la Polonia è sostenitrice, assieme a Gran Bretagna e Romania, dello sfruttamento in Europa dei giacimenti di gas shale: oro blu estratto da rocce argillose poste a bassa profondità, che secondo i dati EIA garantirebbe a polacchi, britannici e romeni di decrementare sensibilmente la dipendenza energetica dalla Russia.

Ad avvalorare ulteriormente il sospetto del coinvolgimento russo nello scandalo intercettazioni è il periodo in cui Sikorski è stato intercettato, corrispondente al Febbraio del 2014: quando la protesta pacifica dei democratici ucraini sul Maydan era arrivata al suo punto più delicato.

La Russia ha dunque tutto l’interesse a destabilizzare la Polonia per assicurarsi un ruolo debole dell’Europa sulla questione ucraina e, successivamente, per permettere alle forze armate di Mosca di procedere con l’invasione non solo dell’Ucraina, ma anche di Georgia, Moldova, e dei Paesi UE su cui il Presidente russo, Vladimir Putin, ha sempre nutrito mire espansionistiche, come Estonia, Lettonia e Lituania.

Con l’indebolimento della Polonia, Putin avrebbe dunque gioco facile ad estendere l’egemonia militare ed economica di Mosca nello spazio ex-sovietico: un sogno di espansione militare, di stampo imperialista, che il Presidente russo non ha mai nascosto di volere attuare con ogni mezzo.

Buzek, Lewandowski e Piechocinski per il dopo Tusk

Tornando alla Polonia, è già iniziata la girandola di voci in merito alle conseguenze politiche che le intercettazioni potrebbero portare, come le quasi certe dimissioni del Ministro Sienkiewicz e l’indizione di Elezioni Parlamentari anticipate per restituire la parola agli elettori.

Inoltre, probabile è anche lo scioglimento immediato del Governo Tusk con le dimissioni dello stesso Premier e di tutti i suoi Ministri: un passo che, tuttavia, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, non vuole compiere per non arrestare i 7 anni di buongoverno della PO.

Malgrado l’opposizione di Komorowski, membro anch’esso della PO, già circolano i nomi di possibili Premier ad interim, sempre appartenenti alla Piattaforma Civica: in prima fila, già sono comparsi l’ex-Presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, e il Commissario UE al Bilancio, Janusz Lewandowski.

Favorevole alle dimissioni del Governo è invece il principale Partito dell’Opposizione, il conservatore Diritto e Giustizia -PiS- che ha chiesto la messa all’Ordine del Giorno di un voto di sfiducia costruttivo.

Come riportato dal Newsweek, il Capo del PiS, Jaroslaw Kaczynski, intende creare una nuova colazione temporanea con i partner di maggioranza della PO, il Partito contadino PSL, a sostegno di un Governo tecnico guidato dall’attuale Vicepremier, Janusz Piechocinski.

La manovra consentirebbe a Piechocinski, che è Segretario del PSL, di respingere l’attacco della corrente interna al suo Partito che vorrebbe il ritorno alla guida della forza politica contadina dell’ex-Premier Waldemar Pawlak.

Dai giochi di coalizione, esclusa sembra essere l’opposizione di sinistra, composta dalla socialdemocratica SLD e dalla forza politica di orientamento radicaleggiante-progressista Tuo Movimento.

In tutta la situazione, certo resta l’appannarsi delle chance di nomina europea di Tusk e Sikorski: due personalità che, da Bruxelles, avrebbero finalmente potuto dare un forte contributo al contenimento dell’aggressività militare russa in Europa Orientale e ai confini dell’UE.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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