LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

La Russia viola lo spazio aereo di Georgia e Finlandia dopo la Turchia

Posted in NATO by matteocazzulani on December 12, 2015

Un elicottero dell’esercito russo viola lo spazio aereo della Georgia, e contemporaneamente un altro elicottero militare di Mosca sorvola i cieli della Finlandia. Tbilisi parla di provocazione, mentre Helsinki pensa sempre più seriamente alla NATO



Varsavia – Dopo l’Ucraina sembra proprio essere il momento della Georgia, che per la felicità della Russia, non è la Turchia. Nella giornata di giovedì, 10 Dicembre, un elicottero dell’esercito russo ha violato lo spazio aereo della Georgia per una manciata di minuti, sorvolando sia il territorio georgiano che zone della Ossezia del Sud, regione georgiana controllata illegalmente dalle armate di Mosca. 

Come riportato dal portale di informazione Civil Georgia, pronta è stata la risposta del Governo georgiano, che ha condannato l’accaduto come una vera e propria provocazione. La Georgia ha anche invitato la Russia a rispettare la tregua del 2008, nella quale, dopo l’aggressione-lampo di Mosca che ha portato l’esercito della Federazione Russa ad occupare sino ad oggi le regioni georgiane di Ossezia del Sud ed Abkhazia, il Cremlino ha promesso di rispettare l’integrità territoriale di Tbilisi.

Oltre che in Georgia, sconfinamenti dell’aviazione militare russa si sono verificati anche in Finlandia. Come riportato dalla finlandese Yle, nella giornata di giovedì, 10 Dicembre, un altro elicottero dell’esercito russo ha infatti sorvolato il territorio finlandese nei pressi della località di Haapasaari, vicino al Golfo di Finlandia, per una decina di minuti, ignorando le ripetute richieste dell’aviazione militare finlandese di terminare lo sconfinamento illegale.

Le manovre della Russia nei cieli di altri Paesi avvengono a pochi giorni da un simile sconfinamento in territorio turco al confine con la Siria al quale, lo scorso 24 novembre, la Turchia ha risposto abbattendo un Su 24 dell’esercito russo.

Altri sconfinamenti, avvenuti in Finlandia, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia, Romania e Paesi Baltici, sono rimasti senza risposta, in quanto le aviazioni dei Paesi dell’Unione Europea e della NATO hanno preferito non rispondere a comportamenti che, secondo il codice militare, sono catalogabili come vere e proprie provocazioni rasenti alla dichiarazione di ostilità.

La ripresa degli sconfinamenti da parte della Russia ha lo scopo di alzare la tensione in una regione, quella del Caucaso e dell’Europa Orientale, in cui Mosca intende ripristinare la propria influenza dopo il periodo sovietico avvalendosi di una retorica fortemente nazionalista atta a mobilitare giovani russi alla guerra per il nuovo impero russo contro l’Occidente.

La Georgia è infatti non solo un Paese dell’ex-Unione Sovietica, ma anche un importante Stato di transito del gas dall’Azerbaijan verso l’Europa di cui la Commissione Europea intende avvalersi per diversificare le proprie forniture ed allentare la dipendenza energetica dalla Russia.

La Finlandia è un Paese dell’Unione Europea che ha avviato un dibattito interno per aderire alla NATO: una decisione presa all’indomani dell’annessione illegale della Crimea e dell’occupazione militare del Donbas da parte della Russia ai danni dell’Ucraina.

Gli amici di Putin fanno lobby in Europa

Nella sua opera di provocazione militare, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, può contare non solo sulla debolezza di Georgia ed Ucraina, ma anche di preziosi alleati all’interno dell’Unione Europea, pronti ad attuare politiche inclini all’interesse della Russia, anche a discapito della solidarietà UE.

La Germania sta facendo di tutto per forzare il prolungamento del Nordstream, gasdotto progettato dalla Russia sul fondale del Mar Baltico per incrementare la dipendenza dell’UE dal gas russo e bypassare Paesi membri dell’Unione come Svezia, Finlandia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Lettonia e Lituania.

L’Italia, con il sostegno di Grecia, Cipro, Ungheria ed Austria, si è opposta, durante il vertice degli Ambasciatori UE di mercoledì, 9 Dicembre, al prolungamento delle sanzioni che l’Unione Europea ha applicato alla Russia in riposta all’occupazione di Crimea e Donbas.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Su 24: Turchia e Russia senza partnership energetica

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 5, 2015

Il Premier turco, Ahmet Davutoglu, si accorda con il Presidente azero, Ilham Aliyev, in merito alla costruzione accelerata del Gasdotto Trans Anatolico -TANAP. Posto in sospensione il Turkish Stream, concepito da Mosca per incrementare la dipendenza energetica dell’Europa in partnership con Ankara



Varsavia – Tramonta il Turkish Stream, si accelera la realizzazione del Gasdotto Trans Anatolico -TANAP. Questa è la conseguenza provocata, sul piano energetico, dall’abbattimento di un velivolo militare russo Su-24 da parte dell’esercito turco per via di uno sconfinamento non preannunciato nello spazio aereo della Turchia lo scorso 24 Novembre.

Come dichiarato dal Premier turco, Ahmet Davutoglu, durante un incontro con il Presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, la realizzazione della TANAP, gasdotto progettato dal confine tra Turchia e Georgia fino allo stretto del Bosforo per veicolare da 16 a 60 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno- sarà accelerata per soddisfare la richiesta di ottenere oro blu di Baku da parte di Ankara.

La notizia del prolungamento della TANAP segue la decisione della Russia di sospendere la realizzazione del Turkish Stream, gasdotto progettato da Mosca per veicolare 63 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo in Unione Europea attraverso il fondale del Mar Nero e la Turchia.

La fine del Turkish Stream, che secondo il Ministro dell’Energia russo, Aleksander Novak, è motivata dalle sanzioni che la Russia ha imposto alla Turchia in seguito all’abbattimento del velivolo militare, in realtà è legata ad un progetto fallito in partenza, dal momento che importanti frizioni tra il Cremlino ed Ankara a riguardo dell’infrastruttura non sono mancate.

Lo scorso Agosto, la Turchia ha posto la realizzazione di un solo tratto del Turkish Stream come condicio sine qua non per concedere l’imprimatur alla realizzazione dell’infrastruttura: una decisione ben lontana dai 4 tratti invece richiesti dalla Russia per centrare il vero obiettivo de gasdotto turco, ossia incrementare la dipendenza energetica dell’Unione Europea da Mosca.

Infatti, il Turkish Stream è la nuova versione del Southstream, un gasdotto concepito dalla Russia per veicolare sempre 63 miliardi di metri cubi di gas russo in Italia attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria ed Austria. 

Nonostante l’ampia coalizione di Paesi europei impegnati nella realizzazione del gasdotto, aiutata da un sodalizio tra il monopolista statale russo del gas Gazprom e il colosso italiano ENI, il Southstream è stato rigettato dalla Commissione Europea perché non in linea con le leggi UE in materia di libera concorrenza.

L’Europa diversifica con la TAP

Oltre al naufragio del Turkish Stream, la buona notizia per l’Europa sta proprio nella realizzazione accelerata della TANAP che, una volta approdata sul Bosforo, sarà collegata con il Gasdotto Trans Adriatico -TAP- infrastruttura progettata per veicolare 10 miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaijan in Italia attraverso Grecia ed Albania.

Oltre alla TAP, la Commissione Europea ha dato il via alla realizzazione di una serie di rigassificatori per importare gas liquefatto da Norvegia, Qatar, Egitto e Stati Uniti d’America e, così, diminuire ulteriormente la già forte dipendenza dalle importazioni di oro blu dalla Russia.

Secondo indiscrezioni, anche la Turchia starebbe guardando al gas liquefatto del Qatar con un accordo che sarebbe stato firmato di recente da Ankara durante una visita del Presidente turco, Tayyip Erdogan, per aggiungere un’ulteriore fornitore di gas alternativo alla Russia -da cui l’economia turca dipende per il 50% del suo fabbisogno- dopo Azerbaijan, Iran, Algeria e Nigeria.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

L’Europa Centro Orientale mette in guardia la NATO da Russia, Germania e Nordstream

Posted in NATO, Polonia by matteocazzulani on November 9, 2015

Nel Minivertice NATO di Bucarest, Polonia, Romania, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica Ceca ed Ungheria adottano una posizione comune per una maggiore presenza dell’Alleanza Atlantica a difesa della regione. Condannato il raddoppio del Nordstream voluto da russi e tedeschi.



Varsavia – Gli eserciti NATO devono stare laddove serve, senza remore, né ipocrisia. Nella giornata di mercoledì, 4 Novembre, a Bucarest, la capitale della Romania, i Presidenti di Polonia -Andrzej Duda- Romania -Klaus Iohannis- Lituania -Dalija Grybauskaite- Estonia -Toomas Hendryk- Lettonia -Raimonds Vejonis- Slovacchia -Andrej Kiska- Ungheria -Janos Ader- e Bulgaria -Roosen Plevneliev- e il Presidente della Camera Bassa del Parlamento della Repubblica Ceca, Jan Hamacek, hanno sostenuto, in maniera congiunta, la necessità di rafforzare le strutture difensive della NATO in Europa Centro Orientale per garantire la sicurezza di una regione fortemente preoccupata dinnanzi all’aggressività militare della Russia in Ucraina.

Durante il vertice, ribattezzato “Minivertice NATO”, e con la presenza del Vice Segretario Generale della NATO, Alexander Vershbow, i Paesi dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Centro Orientale hanno sottolineato la necessità di ampliare la Forza di Reazione Immediata, un contingente introdotto nell’ambito dell’ultimo vertice NATO di Newport come reazione in caso di invasione russa in Europa. Inoltre, i Paesi NATO dell’Europa Centro Orientale hanno auspicato una maggiore collaborazione militare con gli Stati Uniti, ed hanno supportato l’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Balcani, Europa Orientale e Caucaso.

Con la dichiarazione del Minivertice NATO, convocato su iniziativa di Duda e Iohannis, i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno finalmente adottato una posizione condivisa, atta a richiedere tutele militari e politiche dinnanzi alla possibile estensione del conflitto ucraino a Paesi dell’Alleanza Atlantica. Un fatto, quello presentato dai Paesi NATO dell’Europa Centro Orientale, tutt’altro che improbabile, come le ripetute violazioni dello spazio aereo di Finlandia, Svezia, Paesi Baltici, Polonia e Gran Bretagna da parte dell’aviazione militare russa ampiamente dimostrano.

Oltre alla minaccia militare rappresentata dalla Russia di Putin, i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno anche condannato il raddoppio del gasdotto Nordstream, un’iniziativa sostenuta da Russia e Germania per raddoppiare la quantità di gas russo inviato direttamente in territorio tedesco attraverso il fondale del Mar Baltico, bypassando l’Europa Centro Orientale, dai 55 Miliardi di metri cubi di gas annui attuali.

Durante un incontro bilaterale con Iohannis atto a rafforzare i rapporti polacco-romeni, Duda ha descritto il raddoppio del Nordstream, il cui primo tratto è stato realizzato nel 2012, come un investimento economicamente inutile e politicamente dannoso. Infatti, come ha sottolineato Duda, ad oggi il Nordstream è utilizzato solo per la metà della sua capacità, e il suo raddoppio incrementerebbe la dipendenza dell’Unione Europea dal gas della Russia.

Diverso da quello di Duda è il parere del Vice Cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, che in ben tre occasioni negli ultimi giorni ha incontrato i vertici del monopolista russo statale del gas Gazprom, la longa manus del Cremlino che coordina la realizzazione del raddoppio del Nordstream.

Da parte sua, anche il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha supportato il raddoppio del Nordstream come un progetto puramente economico che rientra nell’interesse nazionale della Germania.

L’ipocrisia di Berlino tra gas di Mosca e migranti

Con la dichiarazione congiunta conseguente al Minivertice NATO, i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno de facto rafforzato un’alleanza per tutelare gli interessi di una regione tradizionalmente poco considerata dai principali stati membri dell’Unione Europea e storicamente stretta e contesa tra Russa e Germania.

L’alleanza dei Paesi NATO dell’Europa Centro Orientale è la realizzazione del'”Intermarium”, coalizione dei Paesi situati tra il Mar Baltico e il Mar Nero, tra la Russia e la Germania, che Duda ha dichiarato di volere realizzare come principale obiettivo della sua politica estera, seguendo l’esempio del Leader della Polonia interbellica, Jozef Pilsudski, e dell’ex-Presidente polacco, Lech Kaczynski, che proprio nell'”Intermarium” hanno visto una garanzia per la sicurezza nazionale della regione dall’interesse russo e tedesco.

Infatti, l’opposizione di Duda al Nordstream rispecchia quanto l’Intermarium sia necessario oggigiorno, dal momento in cui questo gasdotto è realizzato sulla base di un accordo bilaterale tra Russia e Germania che penalizza l’Europa Centro-Orientale, nonostante sia questa regione, che Berlino appartengano all’Unione Europea.

Dal canto suo, la Germania sostiene il Nordstream per mantenere fede alla svolta verde in politica energetica conseguente alla rinuncia al nucleare -altrimenti nota come Energiewende- per soddisfare gli interessi che tante imprese tedesche hanno con aziende russe, e per evitare che una Russia fiaccata dalle sanzioni economiche, che l’Occidente ha applicato a Mosca in seguito all’occupazione di Crimea ed Ucraina orientale, si rifaccia in Europa con l’uso delle armi.

Tuttavia, la strategia che la Germania intende assumere nei confronti della Russia di Putin mediante il sostegno al Nordstream è sia di corto respiro che contraria alla lezione della storia, che proprio nell’appeasement delle potenze occidentali nei confronti dell’imperialismo militarista di Hitler ci insegna essere una delle cause dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Inoltre, con l’accordo per il raddoppio del Nordstream la Germania dimostra di non avere affatto a cuore quel concetto di solidarietà europea che, invece, proprio il Governo tedesco ha tanto sbandierato per imporre ai Paesi dell’Europa Centro Orientale -gli stessi penalizzati dalla realizzazione del Nordstream- il meccanismo di collocazione forzata dei migranti.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Schetyna porta la Polonia ancora più in Europa

Posted in Polonia by matteocazzulani on November 7, 2014

Al suo primo Exposé, il nuovo Ministro degli Esteri polacco dichiara la necessità di condannare la Russia per la politica aggressiva in Ucraina senza, tuttavia, troppo pregiudicare i rapporti economici. Difesa comune dell’Unione Europea, realizzazione dell’Unione Energetica Europea e Cooperazione con la NATO gli altri punti salienti del discorso al Parlamento del Capo della diplomazia della Polonia

Niente di nuovo per la diplomazia di Varsavia, come dimostra la sala della Camera Bassa del Parlamento mezza vuota, nonostante un evento importante per la politica della Polonia come la dichiarazione di una scelta chiara, che vede il Governo del nuovo Premier polacco Ewa Kopacz, la leader della popolar-liberale Piattaforma Civica -PO, la principale forza partitica di maggioranza- appieno integrata nell’Unione Europea.

Nella giornata di giovedì, 6 Novembre, il Ministro degli Esteri polacco, Grzegorz Schetyna, durante il suo primo Exposé da Capo della diplomazia polacca, ha illustrato le priorità della politica estera della Polonia, ponendo al primo posto, come da tradizione, l’Ucraina.

Schetyna, costretto a prendere l’eredità del politico che può di tutti ha contribuito alla democratizzazione dell’Ucraina, l’attuale Maresciallo della Camera Bassa del Parlamento Radoslaw Sikorski, ha promesso a Kyiv aiuti economici per un totale di 21 Milioni di Zloty per sollevare l’economia del Paese e favorire lo sviluppo umanitario e sociale del popolo ucraino.

Schetyna, che nello stesso giorno ha anche incontrato l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa UE, Federica Mogherini, ha anche duramente attaccato il comportamento della Russia, senza tuttavia chiudere la porta alla collaborazione con Mosca, sopratutto in ambito economico: se, da un lato, il Ministro degli Esteri ha definito la mentalità del Cremlino legata all’epoca dei blocchi, dall’altro ha auspicato che iniziative convenienti, come la creazione di una zona limitata di libera circolazione tra i Voivodati del Nord-Est e l’enclave russa di Kaliningrad, possano essere ripetute.

“L’instabilità in Ucraina, così come le crisi militari in Siria e Libia, ci chiamano ad un ruolo maggiormente responsabile per accrescere la capacità difensiva comune dell’UE, affinché la sicurezza dell’Europa sia adeguatamente tutelata” ha dichiarato Schetyna, che ha anche aggiunto la necessità, per la Polonia, di implementare la collaborazione con NATO e Stati Uniti d’America per il rafforzamento delle strutture difensive nazionali sul confine orientale dell’Alleanza Atlantica, che coincide con quello polacco.

Passando all’Europa, Schetyna, sempre in tema di sicurezza, ha anche dichiarato il pieno impegno del Ministero degli Esteri nella realizzazione di nuovi gasdotti per mettere in comunicazione il sistema infrastrutturale energetico della Polonia con quello degli altri Paesi dell’UE, e del rigassificatore di Swinoujscie per diversificare le forniture di gas della Polonia.

I nuovi gasdotti e il terminale di Swinoujscie sono progetti preventivati dall’Unione Energetica Europea: disegno politico rilanciato dall’ex-Premier polacco Donald Tusk -fresco di nomina a Presidente del Consiglio Europeo- e dal Presidente francese, Francois Hollande, e prima ancora concepito da due ex-Presidenti della Commissione Europea quali Jacques Delors e Romano Prodi, per creare un mercato unico UE dell’energia e permettere all’Europa di negoziare con una voce sola la compravendita di gas e greggio con i Paesi fornitori.

Infine, Schetyna ha anche sottolineato la necessità di continuare a sfruttare i fondi europei con la stessa costanza e precisione che, finora, ha permesso alla Polonia uno sviluppo senza precedenti in Europa.

“Siamo l’unico Paese in Europa che non vive una recessione da circa vent’anni: in 10 anni di appartenenza all’UE siamo riusciti a sfruttare al meglio la nostra appartenenza ad un mercato di cinquecento milioni di persone” ha continuato Schetyna.

Premier, Presidente e Maresciallo soddisfatti dal discorso

Positiva, al discorso di Schetyna, è stata la reazione del Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, che ha particolarmente apprezzato l’accento posto sulla sicurezza, mentre il Premier Kopacz ha illustrato gli sforzi evidenziati dal Ministro degli Esteri di mantenere la pace in Europa Orientale coinvolgendo maggiormente l’Europa.

Ad accogliere con favore l’Exposé di Schetyna è stato anche il Maresciallo della Camera Bassa del Parlamento, Radoslaw Sikorski, che, l’indomani, è chiamato ad affrontare un voto di sfiducia proposto dalle opposizioni per avere rivelato al portale statunitense Politico circa i piani del Presidente russo, Vladimir Putin, di proporre all’allora Premier polacco Tusk la spartizione dell’Ucraina.

Critiche all’Exposé di Schetyna sono provenute dall’opposizione conservatrice del Partito Diritto e Giustizia -PiS- che ha accusato il Ministro degli Esteri di avere assunto un atteggiamento troppo molle nei confronti della Russia di Putin.

Contestazioni al discorso di Schetyna sono provenute anche dal Partito socialdemocratico SLD, che ha criticato l’eccessiva attenzione prestata dal Ministro degli Esteri alla questione ucraina.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Elezioni in Ucraina: il Premier Yatsenyuk supera Poroshenko al proporzionale e detta le condizioni al Presidente per il nuovo Governo

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 27, 2014

Il Fronte Popolare del Premier ucraino sorpassa il Blocco Poroshenko al proporzionale, ma con la somma del maggioritario la lista del Presidente mantiene comunque la maggior parte dei seggi. Il movimento Samopomich del Sindaco di Leopoli, Andriy Sadoviy, e il Partito di Yulia Tymoshenko, Batkivshchyna, invitati a fare parte della coalizione

Un sorpasso inaspettato, anche se solo virtuale, che rafforza la posizione del Premier sul Presidente. Nella giornata di lunedì, 27 Ottobre, il moderato Fronte Popolare del Premier ucraino, Arseniy Yatsenuyk, ha superato, di una manciata di voti, il Blocco Poroshenko: lista composta da partiti centristi e moderati -Solidarnist, UDAR e Terza Repubblica Ucraina- in sostegno al Presidente, Petro Poroshenko.

Al 70% delle schede scrutinate -un dato oramai quasi stabilizzato- il Fronte del Premier Yatsenyuk ha ottenuto il 21,82% dei voti, mentre il Blocco del Presidente è fermo al 21,45%.

Nello specifico, il Blocco Poroshenko ha ottenuto il massimo sostegno nelle Oblast di Vynnitsya -la città natale del Presidente- e in Transcarpazia, la regione dell’alleato politico del Presidente Viktor Baloha.

Da parte sua, il Fronte Popolare è stato il più votato nelle regioni di Ternopil e Ivano-Frankivsk, mentre buono è stato il risultato anche in Bucovina: la zona di provenienza del Premier Yatsenyuk.

Nonostante la prevalenza del Fronte Popolare, il Blocco Poroshenko può comunque contare sula maggioranza dei seggi in Parlamento grazie alle vittorie di candidati dello schieramento del Presidente in diversi collegi uninominali, dai quali viene eletto il 50% dei nuovi deputati nazionali.

Come dichiarato dal Presidente Poroshenko a poche ore dalle prime rilevazioni, il Blocco Poroshenko considera il Fronte Popolare il naturale alleato per una coalizione di Governo che porti l’Ucraina a modernizzare le strutture economiche e finanziare agli standard dell’Unione Europea per permettere a Kyiv di presentare la domanda ufficiale di membership nell’UE entro il 2019.

A sua volta, il Premier Yatsenyuk ha colto l’invito, sottolineando che, preso atto dell’equilibrio sancito dalla quota proporzionale dei consensi, la nomina del Premier e dei Ministri di Interni, Giustizia e Finanze spettano al Fronte Popolare, che intende anche continuare con la sistemazione del bilancio statale già avviata dal Governo uscente.

Oltre al Blocco Poroshenko e al Fronte Popolare, la coalizione sarà quasi certamente allargata anche ad altri soggetti politici, tra cui Samopomich: Partito di orientamento cristiano-democratico e filo-occidentale, capace di raccogliere l’11% dei voti, formato da poco più di un mese dal Sindaco di Leopoli, Andriy Sadoviy.

Oltre che a Leopoli, Samopomich ha ottenuto ampi consensi anche nella città di Kyiv e in diversi collegi all’Estero, tra cui quello di Roma e persino quello di Mosca.

Secondo quanto dichiarato dal Capolista del Blocco Poroshenko, l’ex-Ministro degli Interni Yuri Lutsenko, oltre a Samopomich, la coalizione sarà allargata anche a Batkivshchyna: il Partito dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko, di orientamento social-popolare-patriottico, che ha ottenuto il 5% dei consensi.

Filo-russi, populisti e ultraconservatori fuori dal Governo

Fuori dalla coalizione, sempre secondo Lutsenko, sono destinati a stare sia il Blocco di Opposizione, composto da filorussi sostenitori dell’ex-Presidente Viktor Yanukovych, che il Partito Radicale di Ucraina del populista Oleh Lyashko, fermi rispettivamente al 9% e al 7% dei consensi.

Dal punto di vista regionale, il Blocco di Opposizione ha vinto nelle regioni orientali del Paese, mentre il Partito Radicale ha avuto la meglio solo nella Oblast di Chernihiv, di dove Lyashko è originario.

Inoltre, escluso dal Parlamento, e quindi fuori dalla coalizione, resta anche l’ultraconservatore Svoboda, che spesso è stato additato dalla propaganda del Cremlino come Partito nazista.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Putin vs. NATO: anche la Lituania nel mirino della Russia

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 10, 2014

La magistratura russa richiede assistenza alla Procuratura Generale di Vilna per processare i ‘disertori’ che dopo l’Indipendenza lituana non hanno prestato il servizio di leva obbligatorio nell’esercito dell’URSS. Il Dipartimento alla Difesa della Lituania invita i cittadini a non viaggiare in Paesi extra-NATO

Prima in Lettonia con le proteste della popolazione russofona -trucco già utilizzato per giustificare l’invasione militare in Georgia e Ucraina- poi in Estonia con il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti estoni Eston Rohven, infine, anche in Lituania con la vicenda dei ‘disertori’ dell’Armata Rossa. Nella giornata di martedì, 9 Settembre, la Procuratura Generale lituana ha ricevuto la richiesta di aiuto da parte della magistratura russa per denunciare una persona accusata di avere disertato il servizio di leva nell’esercito sovietico nel 1990.

Come riportato dal portale Delfi, pronta è stata la riposta della Procuratura Generale lituana, che ha negato ogni forma di collaborazione coi russi, in quanto il fatto, avvenuto dopo la dichiarazione e il riconoscimento dell’Indipendenza della Lituania, non costituisce reato secondo il codice penale di Vilna.

Tuttavia, oltre che ad essere priva di ogni fondamento giuridico, la richiesta della magistratura russa rappresenta un potenziale precedente che potrebbe presto coinvolgere gli altri 1562 cittadini lituani che nel 1990 hanno rifiutato di servire nell’Armata Rossa.

Tra essi, secondo i dati del Ministero della Difesa lituano, 20 persone considerate ‘disertori’ dell’Armata Rossa sono state catturate e rinchiuse in carcere in Russia, mentre altre 1465 sono state costrette all’anonimato per qualche tempo.

Per questa ragione, il Dipartimento della Difesa Nazionale della Lituania ha invitato i cittadini lituani che hanno rinunciato al servizio di leva nell’URSS dopo l’ottenimento dell’Indipendenza a non recarsi in nessun modo e per nessuna ragione in Paesi che non appartengono alla NATO.

Il possibile arresto di questi cittadini lituani in Russia, o in Paesi alleati di Mosca, finirebbe per innescare un meccanismo di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si potrebbe facilmente avvalere non solo per richiedere l’estradizione degli altri ‘disertori’, ma anche per creare un vero e proprio casus belli con la Lituania.

Del resto, voci autorevoli in merito all’interferenza di Putin nelle questioni interne alla Lituania si sono sollevate già durante la recente crisi di Governo provocata dall’uscita dell’Azione Elettorale dei Polacchi in Lituania -AWPL- dalla coalizione che appoggia il Premier Algirdas Butkevicius -una maggioranza delle ‘larghe intese’ composta dal Partito Social Democratico Lituano, dal Partito del Lavoro e dai conservatori di Ordine e Giustizia.

La AWPL, che raccoglie i voti della minoranza polacca conservatrice, secondo il rating stilato da importanti centri studi internazionali, come l’OSW, appartiene infatti alla fascia dei Partiti sostenuti e finanziati logisticamente dal Cremlino per sostenere la politica imperialista di Putin e destabilizzare l’equilibrio interno a Paesi che si oppongono alla politica imperiale di Mosca.

La provocazione in Lituania va poi di pari passo con altri atteggiamenti simili assunti da Putin per provocare il casus belli con altri Paesi della regione del Baltico, come, lo scorso sabato 6 Settembre, il rapimento in Estonia di un agente dei Servizi Segreti estone, Eston Rahvan, subito deportato in Russia, processato e condannato alla detenzione per azioni di spionaggio.

In Lettonia, sui cui cieli da tempo l’aviazione militare russa sconfina, Putin è sospettato di avere indotto la protesta della minoranza russofona per presentare il Paese come repressivo nei confronti dei russi: una tattica che ha già portato la Russia ad invadere l’Ucraina in nome del diritto, presunto, di Mosca di tutelare la popolazione ucraina di lingua russa.

L’importanza di rafforzare la NATO prima che sia troppo tardi

A mettere in allarme sulle possibili provocazioni di Putin nel Baltico è stato il noto commentatore dell’Economist Edward Lucas che, durante un’audizione presso la Camera dei Comuni britannica, ha evidenziato come il vero scopo di Putin sia attuare la guerra all’Unione Europea e alla NATO, iniziando proprio dal provocare il ‘ventre molle’ dell’Occidente, ossia i Paesi Baltici.

Simile posizione è stata presa dal Presidente della Lituania, Dalija Grybauskaite, che, durante il vertice sulle nomine del nuovo Presidente del Consiglio Europeo e dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’UE, ha sottolineato come, con l’invasione all’Ucraina, Putin abbia lanciato la dichiarazione di guerra all’Europa.

“Con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha violato il memorandum di Budapest -ha dichiarato alla CNN la nota commentatrice Anne Applebaum, facendo riferimento all’accordo con cui l’Ucraina ha rinunciato al nucleare in cambio del riconoscimento dell’inviolabilità del suo territorio da parte di Russia, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna- ma nessuno ha pagato per questo, né l’Occidente ha voluto difendere Kyiv”.

“Mi chiedo se ora siamo pronti a difendere almeno Estonia, Lettonia e Lituania, e, se sì, quanto presto” ha continuato la Applebaum, sottolineando che senza un rafforzamento della NATO i Paesi dell’Europa Centro-Orientale si sentono sempre più insicuri dinnanzi alla politica di espansione militare della Russia di Putin.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
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Un Maidan anche a Mosca: la motivazione della “NATOfobia” di Putin

Posted in Russia by matteocazzulani on September 9, 2014

Come riportato dall’autorevole centro studi Strategia XXI, il Presidente russo ha deciso di giocare la carta della contrapposizione con l’Occidente per arginare la perdita interna di consensi e l’isolamento economico ed energetico internazionale della Russia. La mentalità sovietica, ancora forte in una larga parte della popolazione russa, e l’anti americanismo culturale di alcuni Paesi in Europa sono i più solidi alleati della propaganda di Putin

Ha contestato l’Occidente e gli ha dichiarato apertamente guerra, ma le leggi del libero mercato, e i principi del mondo libero, possono metterlo all’angolo, sopratutto in Patria. Questo è il sottofondo della guerra appena iniziata tra la Russia e la NATO, che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha iniziato con l’invasione diretta dell’Ucraina, e, prima ancora, con l’annessione armata della Crimea e con l’aggressione militare in Georgia.

Come riportato da un’analisi dell’autorevole centro-studi Strategia XXI, a dare benzina alla guerra di Putin contro l’Occidente è una “NATOfobia” che il Presidente russo coltiva da tempo per tratteggiare un nemico comune dinnanzi al quale compattare un popolo che, a causa della condotta del Capo di Stato della Russia stesso, è oramai stanco dopo anni di repressione, corruzione e propaganda.

Oltre che per la pressione interna, che secondo fonti ben informate avrebbe anche coinvolto alcuni degli oligarchi vicini al Cremlino, Putin ha deciso di avvalersi proprio ora della carta della guerra alla NATO per motivi di ordine energetico ed economico.

Con l’avvio di una decisa politica di diversificazione delle forniture di energia da parte dell’Unione Europea, che ha programmato la realizzazione di nuovi gasdotti e rigassificatori per importare gas naturale e liquefatto da Azerbaijan, Norvegia, Egitto e Qatar, la Russia vede giocoforza ridimensionato il suo peso nel mercato energetico dell’Europa.

Inoltre, a dare la spallata a Putin, sempre in ambito energetico, è il possibile avvio dell’esportazione del gas shale che gli Stati Uniti d’America hanno iniziato a sfruttare e che, previo via libera del Congresso, gli USA inizieranno presto anche ad esportare in Europa e in mercati globali in cui la Russia ha perso la concorrenza con gli USA, come Corea del Sud, Giappone, Singapore, India ed Indonesia.

Per quanto riguarda il lato economico, Putin soffre per le sanzioni che UE ed USA hanno applicato alla Russia per protestare contro l’aggressione militare all’Ucraina.

Le sanzioni, come sottolinea l’analisi di Strategia XXI, sono destinate a congelare in toto i conti bancari dei grandi oligarchi che, finora, hanno sostenuto il Presidente russo.

A complicare la situazione è stata la decisione del Presidente russo di apporre contro-sanzioni vietando alcune importazioni da USA e UE: una ritorsione letale che ha finito per incrementare il costo dei prodotti nel mercato interno russo, dove la popolazione, sempre più povera, ha un potere d’acquisto sempre più basso.

La decisione di avvalersi della NATO come nemico principale di Putin è stata favorita da due fattori. In primis, agitando lo spauracchio dell’Alleanza Atlantica, il Presidente russo intende giocare sulla sensibilità dei nostalgici dell’URSS, che vedono ancora l’Occidente come un attore geopolitica imperialista e nemica.

Lo spauracchio della NATO permette inoltre a Putin di riscuotere successo in Paesi dell’UE in cui l’anti americanismo -che va di pari passo con l’antisemitismo- è molto ben radicato nelle coscienze politiche e nel pensiero dell’opinione pubblica.

Tra questi Paesi è lecito annoverare Francia e Italia, dove una larga fetta del tessuto sociale e del mondo politico, sensibili alla propaganda del Cremlino, è portata a ritenere la NATO come una forza aggressiva, e non difensiva come giustamente concepito da Gran Bretagna, Danimarca e dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Sostituire l’austerity con l’incremento della spesa per la difesa

La guerra che Putin ha dichiarato alla NATO potrebbe presto coinvolgere anche Paesi che fanno parte dell’Alleanza Atlantica stessa, portando così ad un conflitto aperto tra Russia ed Occidente, che, come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, in caso di attacco è pronto ad intervenire per rispettare l’Art. 5 del Patto nordatlantico.

Come spiegato durante un’audizione presso la Camera dei Comuni del Parlamento della Gran Bretagna dall’autorevole politologo Edward Lucas, la Russia, dopo l’aggressione militare all’Ucraina, ha interesse a provocare il conflitto armato anche con i Paesi Baltici, che per via della loro dipendenza economica ed energetica da Mosca rappresentano il ventre molle della NATO.

A conferma di questo sospetto è stato, lo scorso sabato, 6 Settembre, il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti dell’Estonia, Eston Rahvan, che, dopo essere stato catturato da agenti russi in territorio estone, è stato già processato e condannato al carcere in Russia.

Dinnanzi a queste minacce, l’Occidente deve prendere una posizione risoluta e aderente alla realtà dei fatti: Putin non è infatti più definibile come un partner, bensì è dichiaratamente un nemico dell’Occidente.

Oltre a rafforzare la presenza militare, possibilmente in maniera permanente, in Europa Centro-Orientale, i Paesi della NATO devono fin da subito incrementare le uscite di bilancio per il rafforzamento delle proprie strutture difensive.

L’incremento del budget per la difesa, da fissare ad almeno il 2% delle uscite di bilancio complessive di ogni Paese NATO, può essere preso, per lo meno in Europa, dalla revoca del Patto di Stabilità, che ad oggi imbavaglia i Governi dell’UE.

Questo investimento in favore della difesa, oltre ad essere la miglior forma di contenimento nei confronti di Putin, è anche un modo per rivedere una politica economica che finora ha strozzato i Paesi dell’UE.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Caso Kohver: Putin cerca il casus belli con l’Estonia

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 8, 2014

Reparti dei Servizi Segreti russi rapiscono in territorio estone, e processano in un tribunale russo per direttissima, un funzionario dei servizi segreti dell’Estonia. Secondo il saggista Eduard Lucas, il Presidente russo vuole provocare la reazione di Tallinn per sentirsi autorizzato ad intervenire militarmente anche nei Paesi Baltici

Catturato in territorio straniero e subito arrestato dopo un processo-lampo celebrato a porte chiuse ad un solo giorno dalla sua cattura. Questo è quanto accaduto a Eston Kohver: funzionario dei Servizi di Sicurezza dell’Estonia che, nella giornata di sabato, 6 Settembre, è stato condannato alla detenzione in Russia per spionaggio.

Come riportato dal Wall Street Journal, Kohver è stato illegalmente prelevato dalle forze dei Servizi Segreti della Russia nei pressi di Luhamaa: città dell’Estonia, vicina alla frontiera russa, dove il funzionario stava svolgendo regolare attività di controllo anti-contrabbando.

Sempre secondo i Servizi Segreti dell’Estonia, l’operazione sarebbe stata effettuata sulla base di un vero e proprio scenario da sequestro: interruzione delle comunicazioni radio nella zona del sequestro, minacce fisiche da parte degli aggressori, uso di granate fumogene per disorientare Kohver.

Pronta è stata la reazione del Ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, che, dopo avere dichiarato la disponibilità totale di collaborare con le Autorità russe da parte del Governo dell’Estonia, ha chiesto alla Russia chiarimenti sulla vicenda.

Da parte sua, come riportato da Russia Today –canale di propaganda del Cremlino in inglese– i servizi segreti russi hanno dichiarato che Kovher è stato arrestato nei pressi della città di Pskov, in Russia, per azioni volte allo spionaggio.

Il caso Kovher non deve passare inosservato, in quanto esso rappresenta una significativa provocazione, dopo i voli aerei nei cieli dei Paesi Baltici e il sostegno ideologico alle proteste della popolazione russofona in Lettonia, attuata dal Presidente russo, Vladimir Putin, all’Estonia e agli altri Stati della regione.

A spiegare il perché è stato Edward Lucas, autore del profetico libro ‘La Nuova Guerra Fredda’ che, come riportato dall’autorevole Delfi, durante un’audizione presso la Camera dei Comuni britannica, ha rilevato come lo scopo di Putin sia quello di provocare frizioni atte a spostare l’impegno armato dell’esercito russo dall’Ucraina ai Paesi Baltici.

Nello specifico, Lucas ha sottolineato come, con la guerra in Ucraina, Putin abbia solo compiuto il primo atto di un’aggressione militare più vasta, tesa ad eliminare i due veri avversari del Presidente russo: la NATO e l’Unione Europea.

“È la geografia a giocare contro i Paesi Baltici: una striscia di terra priva di difese naturali, scarsamente popolata, e basso spessore strategico. Le economie di questi Paesi sono fortemente legate a quella russa sopratutto sul piano energetico, in quanto nessuno dei tre Stati della regione del Baltico è indipendente dalle importazioni di gas dalla Russia” ha dichiarato Lucas, per evidenziare il perché proprio i Paesi Baltici sono il prossimo obiettivo dell’aggressione militare di Putin in Europa.

“Estonia e Lettonia sono particolarmente sensibili all’interferenza della Russia su quella parte di popolazione russofona che a Tallinn e a Riga si ritiene ‘russa’ a tutti gli effetti. La Lituania, da parte sua, è vulnerabile in virtù delle ambizioni di Putin di creare un corridoio tra la Russia e l’enclave di Kaliningrad” ha continuato Lucas durante la sua audizione al Parlamento britannico.

USA, Francia, Italia, Polonia e Norvegia incrementano la resistenza dell’Ucraina. Anzi no

Ad avere compreso il problema della pressione di Putin sui Paesi Baltici è stato il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che, in una visita a Tallinn precedente al vertice NATO di Newport, ha ribadito che gli USA, in accordo con l’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, difenderanno Estonia, Lettonia e Lituania in caso di aggressione militare da parte della Russia.

Una lettura adeguata della situazione è stata data anche dal Primo Ministro britannico, David Cameron che, a capo di una coalizione interna all’Alleanza Atlantica formata da Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Estonia, Lettonia e Lituania, ha dato avvio ad una forza di pronta reazione NATO con base in Polonia orientata ad incrementare la capacità di difesa dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Inoltre, importante è anche l’impegno sottoscritto da USA, Francia, Italia, Polonia e Norvegia, che hanno avviato la fornitura di armamenti all’Ucraina per accrescere la capacità difensiva di un Paese europeo aggredito da Putin.

Come dichiarato sul suo account Facebook dal Segretario del Partito del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, la fornitura di armamenti rappresenta un gesto politico di contrarietà alla politica aggressiva della Russia in Europa Orientale.

Nella notte di Domenica, 7 Settembre, la notizia del sostegno militare difensivo all’Ucraina è stata smentita dai Governi di USA, Norvegia Italia.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Tusk: dopo la nomina in Europa, la Polonia è alla ricerca di un nuovo Premier

Posted in Polonia by matteocazzulani on August 31, 2014

Con l’assunzione della Presidenza del Consiglio Europeo da parte del Premier polacco si apre la corsa alla successione sia alla guida del Governo, che alla Segreteria della cristiano democratica Piattaforma Civica. Il Presidente della Camera Bassa del Parlamento polacco, Ewa Kopacz, e il Ministro della Difesa Nazionale, Mateusz Siemoniak, i principali favoriti.

Una nomina storica per la Polonia, che dopo 15 anni di libertà ha visto finalmente riconosciuto il ruolo da protagonista che le dovrebbe già da tempo spettare in Unione Europea, ed anche per l’Europa, che grazie alla guida del Consiglio Europeo da parte di un polacco appare oggi meno ‘carolingia’ e sicuramente più moderna e attenta ai suoi membri della parte centro-orientale del Continente, finora troppo colpevolmente trascurati.

La nomina del Premier polacco, Donald Tusk, alla guida del Consiglio Europeo ha rappresentato uno dei rari casi in cui l’UE ha saputo prendere una decisione in maniera unanime e decisa: a favore della guida del Consiglio da parte del Premier polacco si sono infatti espressi sia il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, sia il Primo Ministro britannico, David Cameron, che il Presidente-Eletto della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

La guida del Consiglio Europeo a Tusk è anche un meritato riconoscimento ad un ex-giovane esponente del movimento democratico polacco dell’era di Solidarnosc nonché all’unico Premier della Polonia che ha saputo essere riconfermato alla guida del Governo dal voto popolare, grazie a sette anni di buona amministrazione del Paese.

Oltre ad avere mantenuto in Polonia un buon tasso di crescita e sviluppo nonostante la concomitante forte crisi che ha colpito il resto dell’Europa, Tusk ha anche il merito di aver saputo ‘europeizzare’ la Polonia stringendo buone relazioni con la Germania senza sacrificare nel contempo lo storico impegno dei Governi polacchi a sostegno della democrazia e della libertà in Ucraina e nel resto nell’Europa Orientale.

Oltre al prestigio per la Polonia, la dipartita del Premier in Europa lascia un clima di incertezza nello scenario politico polacco, nel quale due importanti posizioni dovranno essere riempite a breve: la guida dell’Esecutivo e il ruolo di Segretario della cristiano democratica Piattaforma Civica -PO, la forza politica fondata da Tusk che oggi governa in coalizione con il Partito contadini PSL.

L’ipotesi più probabile per la successione a Tusk al premierato è quella di Ewa Kopacz: Presidente della Camera Bassa del Parlamento polacco, nota non solo per essere una personalità estremamente fedele al Premier, ma anche personale amica del neo-nominato Presidente del Consiglio Europeo.

Il passaggio del premierato alla Kopacz darebbe anche la possibilità al Governo di continuare sia con il programma di riforma del settore previdenziale, che con gli altri punti dell’agenda di Governo che Tusk, pochi giorni prima della sua nomina europea, ha esposto in Parlamento per rilanciare l’attività dell’esecutivo dell’esecutivo per il nuovo anno legislativo.

Tuttavia, alla Kopacz potrebbe essere preferito il Ministro della Difesa Nazionale, Mateusz Siemoniak. Questa decisione porterebbe alla guida del Governo una personalità più tecnica rispetto alla Kopacz che, così, assieme agli altri vertici di Partito sarebbe libera di preparare con più calma la candidatura a Premier per le prossime Elezioni Parlamentari.

La nomina del giovane Siemoniak a Premier potrebbe tuttavia essere dettata anche da contingenze esterne, quali la crescente minaccia militare della Russia del Presidente, Vladimir Putin, che, secondo fonti di intelligence, dopo l’Ucraina potrebbe presto aprire un fronte anche nei Paesi Baltici e in Polonia.

Sulla base di quest’ultima motivazione prende quota anche la nomina a Premier di Radoslaw Sikorski: Ministro degli Esteri, dotato di una lunga e rispettabile esperienza, che ha saputo dapprima co-realizzare la sistemazione delle relazioni tra Polonia e Germania dopo gli anni ‘bui’ dei Governi del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS.

Lo scorso Febbraio, Sikorski ha poi saputo dare un forte contributo sia all’abbattimento del regime dittatoriale di Viktor Yanukovych in Ucraina, che alla firma da parte di Georgia e Moldova -oltre che dell’Ucraina- dell’Accordo di Associazione con l’UE.

Oltre alla carica di Premier, resta aperta la corsa alla successione a Tusk per quanto riguarda anche la guida della PO, che è legata a stretto filo con la corsa al premierato.

Qualora la Kopacz non dovesse ottenere la guida del Governo, per il Presidente della Camera Bassa del Parlamento si aprirebbe la possibilità di guidare il Partito: una carica alla quale aspirano anche l’attuale Vice-Premier, Elzbieta Bienkowska, e il leader della corrente alternativa a Tusk interna alla PO, Grzegorz Schetyna.

La guida della PO rappresenta un nodo fondamentale per garantire alla forza di Governo cristiano democratica il mantenimento della maggioranza in Parlamento, messa in seria discussione dal crollo di consensi registrato nei recenti sondaggi.

Secondo il Professor Norbert Maliszewski dell’Università di Varsavia, la decisione di Tusk di accettare la guida del Consiglio Europeo è motivata dalla necessità di dare una spinta propulsiva all’attività di Governo della PO. Una scelta, quella di Tusk, che sarebbe simile per logica alla decisione di Matteo Renzi di diventare Premier a pochissimi mesi dalla sua elezione alla guida del Partito Democratico.

Secondo l’opinionista Renata Grochal di Gazeta Wyborcza, la decisione di Tusk di andare in Europa è invece destinata ad indebolire la PO che, priva del suo carismatico leader, sarebbe così destinata a consegnare le redini del Paese al PiS del conservatore Jarosław Kaczynski: ex-Premier famoso per la sua retorica euroscettica ed anti-tedesca.

In UE scoppia il ‘caso Vysehrad’

A parte i dilemmi di Governo e di Partito, Tusk, che ha dichiarato la necessità di adottare misure risolute per incrementare la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, si troverà fin da subito a dovere risolvere un problema ben più grande legato alla posizione contraria all’inasprimento delle sanzioni UE nei confronti della Russia espressa dai suoi più strenui sostenitori alla nomina a Presidente del Consiglio Europeo: Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria.

Come riportato dal Financial Times, questi tre Paesi dell’Europa Centrale -che assieme alla Polonia fanno parte del Quartetto di Vysehrad- hanno invitato l’Europa a non adottare misure restrittive nei confronti di Putin nonostante la Russia, come oramai ampiamente confermato e documentato, ed in piena violazione del Diritto Internazionale, abbia invaso militarmente l’Ucraina.

Nello specifico, il Premier ungherese, Viktor Orban -che è legato alla Russia da interessi di carattere privato e bilaterale- si è detto pronto a capeggiare una coalizione pro-Putin all’interno dell’UE alla quale devono aderire tutti quei Paesi dell’Europa che non condividono l’inasprimento delle relazioni con la Russia.

L’invito di Orban è stato raccolto dal Premier slovacco, Robert Fico, che, come riportato dalla Reuters, ha minacciato l’uso del diritto di veto qualora le sanzioni dovessero rivelarsi dannose per la Slovacchia.

Peggiore è stata la posizione del Presidente ceco, Milos Zeman, che ha pubblicamente affermato che il processo democratico in Ucraina è stato realizzato non solo dai democratici ucraini, ma anche da nazionalisti di estrema destra.

Quella dei ‘fascisti in Ucraina’ è una menzogna, fabbricata dalla propaganda del Cremlino per discreditare il movimento democratico in Ucraina, a cui, tuttavia, il Capo di Stato della Repubblica Ceca ha creduto.

“Con l’invasione militare dell’Ucraina, che sta per ratificare l’Accordi di Associazione con l’UE, Putin ha inteso dichiarare guerra all’Europa, e non a Kyiv” è stato il commento del Presidente lituano, Dalija Grybauskaite, in risposta alla posizione dei tre Capi di Stato e di Governo filorussi dell’Europa Centrale.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Guerra del Gas: Polonia e Lituania avanti con la diversificazione

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 25, 2014

I Governi polacco e lituano chiedono alla Commissione Europea il finanziamento del 75% di un gasdotto concepito per unificare i sistemi infrastrutturali energetici dei due Paesi. Anche la realizzazione di due importanti rigassificatori fanno di Varsavia e Vilna i battistrada dell’integrazione energetica europea e della diversificazione delle forniture di gas per decrementare la dipendenza dell’Europa Centrale dalla Russia

La Polonia con il Qatar, la Lituania con la Norvegia: questa è la strategia di diversificazione delle forniture di gas adottata dal Governo polacco e da quello lituano per diversificare le importazioni di energia, come previsto dalla Commissione Europea per decrementare la dipendenza dei Paesi membri dell’Unione Europea dall’import dalla Russia.

Nella giornata di giovedì, 21 Agosto, Polonia e Lituania hanno inviato richiesta ufficiale alla Commissione Europea per il finanziamento del 75% di un Gasdotto progettato per unificare il sistema dei gasdotti nazionali dei due Paesi, come riportato da Euractiv.

Il progetto, il cui costo complessivo ammonta a 558 milioni di Euro, ha una portata di 2,3 Miliardi di metri cubi di gas, ed è concepito per integrare sul piano energetico due dei Paesi UE più fortemente dipendenti dalle importazioni della Russia.

Il gasdotto polacco-lituano non è l’unico del suo genere pronto ad essere finanziato dalla Commissione Europea: la Polonia, ad esempio, ha progettato la realizzazione di infrastrutture per unificare il suo sistema energetico nazionale con quello di Repubblica Ceca, Slovacchia e Germania, mentre la Lituania ha varato un simile piano per unificare le sue infrastrutture con quelle di Lettonia ed Estonia.

Tuttavia, a conferire particolare importanza al gasdotto polacco-lituano è la realizzazione di due importanti rigassificatori, quello di Swinoujscie in Polonia e quello di Klaipeda in Lituania, da cui dipende il funzionamento dell’infrastruttura per cui Varsavia e Vilna hanno chiesto il finanziamento alla Commissione Europea.

Per quanto riguarda il rigassificatore di Swinoujscie, che è ancora in fase di realizzazione, la Polonia, nel 2009, ha firmato un accordo con il Qatar per l’importazione di 1,5 Miliardi di metri cubi di gas liquefatto annui per un totale di 550 Milioni di Dollari all’anno a partire dalla fine dei lavori, come riportato da una nota della Cancelleria del Premier polacco.

Il gas del Qatar servirà non solo per decrementare la dipendenza della Polonia dalla Russia -da cui Varsavia dipende per l’82% del suo fabbisogno di oro blu- ma, attraverso i gasdotti in via di realizzazione, sarà utilizzato anche per rifornire Repubblica Ceca, Slovacchia e Lituania e, indirettamente, anche gli altri Stati membri dell’UE.

Il rigassificatore di Klaipeda è invece concepito per importare gas liquefatto in primis dalla Norvegia, come confermato da un contratto firmato, venerdì, 22 Agosto, dalla compagnia lituana LitGas con il colosso energetico norvegese Statoil.

Estonia e Lettonia puntano sulla Norvegia

Il contratto lituano-norvegese, come riportato dall’agenzia PAP, prevede l’acquisto da parte della Lituania di 540 Milioni di metri cubi di gas liquefatto all’anno secondo un tariffario che fissa il prezzo del LNG alle quotazioni di mercato, e non più al prezzo del greggio, come invece sancito nel contratto tra Polonia e Qatar.

Oltre al lato tariffario del contratto tra LitGas e Statoil, a rendere importante l’accordo lituano-norvegese è l’avvio di un impegno concreto che, come dichiarato a più riprese dalla Norvegia, vede Oslo impegnata nel garantire rifornimenti di gas costanti a tutti i Paesi del Baltico.

In questo progetto, la Lituania ricopre un ruolo fondamentale, dal momento in cui il rigassificatore di Klaipeda è ubicato in un porto accessibile tutto l’anno da navi di grosse dimensioni con pescaggio profondo.

I porti degli altri Paesi del Baltico, invece, sono inutilizzabili perché ghiacciati durante i mesi più freddi dell’anno, in cui la richiesta di gas aumenta.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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