LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Elezioni Parlamentari serbe: vittoria storica del centro-destra progressista del Presidente Nikolic

Posted in Balcani by matteocazzulani on April 2, 2014

Il Partito Progressista Serbo del Vicepremier Aleksandar Vucic trionfa sugli ex-alleati di coalizione del Partito Socialista Serbo del Premier Ivo Dacic. Crisi economica, alto tasso di disoccupazione e forte debito pubblico le ragioni che, assieme all’inconsistenza delle opposizioni, hanno portato allo storico successo della forza partitica di centro-destra.

Un monocolore di centrodestra chiamato a gestire il processo di allargamento dell’Unione Europea ai Balcani in uno dei Paesi più fortemente colpiti dalla crisi economica ed occupazionale, nonché una pedina chiave nello scacchiere geopolitico internazionale. Nella Elezioni Parlamentari anticipate serbe di Domenica, 31 Marzo, il Partito Progressista Serbo -SNS- ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi presso il Parlamento mono camerale di Belgrado con il 48% dei consensi.

Il grande risultato ottenuto dalla forza di centro-destra guidata dal Vicepremier, e probabile futuro Premier, Aleksandar Vucic, a cui appartiene anche il Presidente serbo, Tomislav Nikolic, ha de facto posto fine alla colazione di governo che la SNS ha varato dopo la vittoria elettorale del 2012 con il Partito Socialista Serbo -SPS- del Premier Ivo Dacic, già finita in crisi dopo dissidi interni alla maggioranza che hanno portato all’indizione della consultazione elettorale anticipata.

Dopo la SNS -che ha corso in coalizione con il partito Nuova Serbia, con il Movimento dei Socialisti, con il Partito del Ripristino della Serbia di ispirazione monarchica, e con il Partito Social-Democratico- e la SPS, seconda con 13% dei consensi -e che ha trovato partner di coalizione nel partito Serbia Unita e nel Partito dei Pensionati Uniti di Serbia- al terzo posto si è affermato il Partito Democratico: forza di centrosinistra, guidata dal Sindaco di Belgrado Dragan Dilas, presentatasi con la rappresentanza croata di Voivodina, che non è andato oltre il 6% dei voti.

Ultima forza ad avere superato di pochi punti percentuali lo sbarramento del 5% è coalizione di sinistra del Nuovo Partito Democratico dell’ex-Presidente Boris Tadic che si è presentata assieme ai verdi e alle minoranze ungheresi e bosniache.

La vittoria della SNS, che apre ora la via ad un governo monocolore di centrodestra composto da forze politiche a cui appartengono sia il Premier che il Presidente, è stata motivata più dalla frammentazione delle opposizioni, incapaci di presentarsi come valida alternativa alla personalità di Vucic, che per le proposte programmatiche del Partito Progressista Serbo.

Inoltre, anche la crisi economica ed occupazionale, che, oggi, in Serbia ha già colpito il 27% della popolazione di un Paese in cui il debito pubblico ha oramai toccato il 6%, ha portato l’elettorato a diffidare della vecchia classe politica che ha governato finora, preferendo dare fiducia al Leader di un Partito, Vucic, che fino ad oggi non ha mai ricoperto l’incarico di guidare di prima persona il Governo.

Altro aspetto che ha influito nella vittoria della SNS è la promessa di attrarre investimenti da Russia, Cina e Paesi arabi, senza tralasciare il discorso dell’integrazione europea: una posizione del tutto contorta che, nonostante la contraddizione in cui la Serbia si è trovata, ha portato a Belgrado già i primi capitali che hanno dato ossigeno all’economia in crisi.

Resta incerto il processo di integrazione nell’UE

Proprio la situazione di politica estera resta la prima domanda aperta nel dopo elezioni in Serbia, dal momento in cui Belgrado sotto la Presidenza Nikolic, ha implementato le procedure di integrazione con l’UE già avviate con energia dal precedente Capo dello Stato, l’ex-democratico Tadic.

Per favorire l’avvicinamento all’UE, Nikolic ha ammorbidito la posizione della Serbia sul Kosovo normalizzando i rapporti diplomatici con Pristina, ma, nello stesso tempo, ha portato Belgrado ad essere tra i più accesi sostenitori e partner del Soouthstream.

Questo gasdotto è stato progettato da un accordo politico tra il Presidente russo Vladimir Putin e l’ex-Premier italiano Silvio Berlusconi, per permettere alla Russia di incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas di Mosca: per questo, il Southstream è osteggiato dalla Commissione Europea, che ne ha decretato l’incompatibilità con le Leggi UE a tutela della concorrenza e che, dopo l’occupazione militare russa in Ucraina, è stato bloccato definitivamente da Bruxelles come forma di sanzione economica ed energetica.

La contraddizione di Nikolic è condivisa anche dal prossimo Premier Vucic che, nonostante abbia condannato ufficialmente il massacro di Srebrenica, nel suo recente passato ha militato nel Partito Radicale Serbo: una delle forze espressione del più aggressivo nazionalismo serbo di cui hanno fatto parte condannati per crimini contro l’umanità del calibro di Radko Mladic e Radovan Karadzic.

Dal superamento o meno delle ambiguità del nuovo Governo serbo dipende il progetto di allargamento dell’Europa ai Balcani, che vede proprio nella Serbia uno dei Paesi, assieme all’Albania, a cui l’UE potrebbe aprire le sue porte per garantire una volta per tutte pace e democrazia in una parte dell’Europa tormentata da decenni di odi e guerre.

Serbia ed Albania sono inoltre due dei Paesi per il cui ingresso nell’Unione Europea proprio l’Italia dovrebbe spendersi in prima persona, facendo si che l’allargamento dell’UE con tutti i suoi valori fondanti coinvolga il quanto più possibile due dei Paesi in cui forti sono gli interessi del nostro Paese.

Oltre agli investimenti bancari ed industriali in Serbia, lecito ricordare come l’Albania sia un Paese fondamentale per la sicurezza energetica dell’Italia grazie alla realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico-TAP- progetto concepito dalla Commissione Europea -e sostenuto in Parlamento da PD e NCD contro l’opposizione di M5S e Lega- per diversificare le forniture di gas da quelle da Russia ed Algeria, e per fare dell’Italia l’hub in Europa per la distribuzione e commercializzazione dell’oro blu dell’Azerbaijan.

Matteo Cazzulani
Analista politico dell’Europa Centro-Orientale
lademocraziaarancione@gmail.com
Twitter @MatteoCazzulani
Facebook Matteo Cazzulani

Advertisements

LA ROMANIA VERSO UN GOVERNO DI CENTRO-SINISTRA DOPO IL SUPERAMENTO DELLE LARGHE INTESE

Posted in Balcani by matteocazzulani on February 26, 2014

Il Partito Nazionale Liberale rompe l’Unione Sociale Liberale con il Partito Social Democratico dopo il mancato accordo sulle nomine dei nuovi Ministri in un rimpasto. Anche lo scontro per la candidatura comune alle elezioni presidenziali romene alla base dello scontro tra il Premier, il socialdemocratico Victor Ponta, e il Presidente del Parlamento, il liberale Crin Antonescu

Un cambio al governo che semplifica le carte in tavola per la corsa alle elezioni presidenziali ma mette a serio repentaglio la tenuta del Governo, che ora ha numeri decisamente più risicati. Nella giornata di martedì, 25 Febbraio, il Partito Nazionale Liberale -PNL ha deciso dopo consultazioni interne di ritirare i suoi ministri dal governo di Larghe Intese con il Partito Social Democratico -PSD- del Premier, Victor Ponta.

La decisione è stata presa ufficialmente dopo il diniego da parte del Premier Ponta di rassegnare le proprie dimissioni, chieste a gran voce dal Presidente del Parlamento, il Leader dei Liberali Crin Antonescu, che, tuttavia, ha dichiarato la volontà di mantenere la carica da lui ricoperta.

Il bracco di ferro tra Ponta e Antonescu è tuttavia iniziato da quando il Premier, chiamato ad un rimpasto di Governo, ha rifiutato di nominare a Capo del Ministero degli Interni il Sindaco di Sibiu Klaus Joannis: una delle figure più note ed apprezzate del PNL.

Un’altra delle motivazioni che ha portato alla rottura dell’Unione Sociale Liberale -così è nominata la colazione delle larghe intese che ha visto socialdemocratici e liberali governare insieme dal 2012- è la volontà sia del PSD che del PNL di presentare proprie candidature alle prossime elezioni presidenziali.

Secondo gli accordi di coalizione, l’Unione Sociale Liberale avrebbe dovuto presentare la candidatura unitaria di Antonescu, appoggiata dal Premier Ponta, per sconfiggere l’attuale Presidente, Traian Basescu: il Leader del moderato Partito Democratico Liberale -PDL- che, ora, ha la possibilità di mettere in seria difficoltà i socialdemocratici.

Dall’USL alla USD

Con la fuoriuscita dei liberali, Ponta può ora contare solo sull’appoggio del suo PSD, che creerebbe l’Unione Sociale Democratica -USD: un Gruppo parlamentare unico con l’Unione Nazionale per il Progresso in Romania -UNPR- e con i radicali del Partito Conservatore -PC- che già si presenterà con liste uniche alle prossime elezioni europee.

Per governare, la USD potrebbe contare senza difficoltà sull’appoggio dell’Unione degli Ungheresi in Romania -UDMR- e su quello delle altre minoranze nazionali garantite in Parlamento arrivando a possedere un totale di 317 parlamentari di maggioranza su 576.

Con il passaggio del PNL all’opposizione, che finora è stata formata dal PDL, dal Partito Popolare -PPDD- e da alcuni indipendenti, la minoranza arriva a quota 259.

Matteo Cazzulani

IN ROMANIA LA SINISTRA SI PRESENTA UNITA ALLE EUROPEE SOTTO LA GUIDA DEL PREMIER PONTA

Posted in Balcani by matteocazzulani on February 14, 2014

Il Partito Social Democratico romeno -PSD- l’Unione Nazionale per il Progresso della Romania -UNPR- e il Partito Conservatore -PC- formano l’Unione Social Democratica -USD per supportare con una lista comune la candidatura alla Commissione Europea di Martin Schulz. Il progetto concepito per dare voce alle istanze sociali e del lavoro.

Una colazione di centrosinistra per supportare la giustizia sociale in Europa e per portare voti alla candidatura alla Presidenza della Commissione Europea del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz: esponente designato dal Partito Socialista Europeo per battere le destre e gli euroscettici.

Nella giornata di lunedì, 10 Febbraio, il Partito Social Democratico romeno -PSD- l’Unione Nazionale per il Progresso della Romania -URPR- e il Partito Conservatore -PC- hanno firmato l’accordo per il varo dell’Unione Social Democratica -USD: un’alleanza elettorale che raccoglie tre delle quattro forze partitiche che, assieme al Partito Nazional Liberale -PNL- compongono la Coalizione di Governo Unione Social Liberale -USL- a sostegno del Premier Victoria Ponta.

Proprio Ponta, che è anche il Segretario del PSD, ha sottolineato come l’alleanza elettorale sia un fatto naturale che aggrega forze che già collaborano nella coalizione di Governo e che ambiscono ad andare oltre alla scadenza delle prossime Elezioni Europee, nelle quali l’USD si presenta con liste unitarie in sostegno alla candidatura di Schulz.

Tra gli obiettivi della coalizione, il Premier Ponta ha sottolineato la necessità di riproporre l’USD anche presso le Amministrazioni regionali, provinciali e comunali, per dare a un progetto di respiro europeo un più forte radicamento anche nei territori.

Come rilevato dal Capo del UNPR, Gabriel Oprea, il collante delle liste uniche dell’USD è costituito da principi come la socialdemocrazia, la giustizia sociale ed il dialogo tra i diversi attori del mondo del lavoro della Romania.

Per l’UNPR, la lista unica con il PSD non è una novità, dal momento in cui gli esponenti dell’Unione Nazionale per il Progresso della Romania che siedono in Parlamento sono registrati direttamente nel Gruppo del Partito Social Democratico romeno.

Il Leader del PC, Daniele Constatin, ha dichiarato che l’Unione delle tre forze di Governo permette all’USD di riunire un consistente capitale politico per portare una buona rappresentanza della società romena presso il Parlamento Europeo.

Il Partito Conservatore, nato nel 2005 dall’evoluzione del Partito Umanista di Romania -PUR- è il quarto partner per importanza, il più spostato a destra, nella coalizione di Governo, che vede i suoi pilastri nel PSD e nei liberali del PNL.

Liberali e destra contro l’USD

Proprio il PNL ha commentato la decisione dei partner di coalizione di unirsi in una lista unica per le elezioni europee come naturale, dal momento in cui l’USD aderirà al Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei e sostiene la candidatura di Schulz.

IL PNL, invece, appartiene all’ala più di destra dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei e supporta da un lato la candidatura di Guy Verhofstad alla Presidenza della Commissione Europea e, dall’altro, quella dell’attuale Commissario all’Economia Olli Rehn ad un nuovo incarico nella Commissione.

Così come avviene in altri Paesi, anche in Romania le elezioni europee hanno un contraccolpo sulla scena nazionale, in quanto la possibile vittoria dell’USD potrebbe portare non solo ad un rimescolamento degli equilibri interni alla coalizione di Governo, ma anche ad una crisi del Partito Democratico Liberale -PDL- del Presidente uscente Traian Basescu.

Il PDL romeno ha già chiarito la propria appartenenza al Partito Popolare Europeo ed attende la nomina del PPE di un proprio candidato alla Presidenza della Commissione Europea da contrapporre a Schulz.

Secondo indiscrezioni, la scelta dei popolari potrebbe cadere sull’ex-Presidente dell’Eurogruppo, l’ex-Premier lussemburghese Jean Claude Juncker.

Matteo Cazzulani
Responsabile per i Rapporti del PD metropolitano milanese con i Partiti democratici e progressisti nel Mondo

IN ROMANIA IL CENTRO-SINISTRA È IN DIFFICOLTÀ

Posted in Balcani by matteocazzulani on September 20, 2013

Una manifestazione contro la cava d’oro a Rosia Montana crea dissidi all’interno della coalizione di Governo tra il Partito SocialDemocratico del Premier Ponta e il Partito NazionalLiberale del Presidente del Senato, Crin Antonescu. Differenze programmatiche ed Elezioni Presidenziali i principali punti di disaccordo

Una protesta ambientale può diventare la causa della caduta del Governo. Nella giornata di mercoledì, 18 Settembre, in Romania, presso il Comune di Rosia Montana, una manifestazione compartecipata da qualche migliaio di persone ha raggiunto le due settimane di durata.

I manifestanti protestano contro la decisione del Governo di concedere alla cava di oro locale lo status di infrastruttura di interesse nazionale strategico: un provvedimento che garantisce la concessione delle licenze necessarie per l’avvio dello sfruttamento entro breve.

Sulla spinta delle proteste, il Premier romeno, Victor Ponta, ha dichiarato che il Partito SocialDemocratico -PSD- di cui è Leader, non voterà per la concessione dello status di infrastruttura di interesse strategico per la cava, ma ha ribadito che l’operazione ha un’estrema importanza sul piano sociale ed economico.

La posizione del Premier Ponta non è piaciuta ai partner di coalizione dei socialdemocratici, il Partito NazionalLiberale -PNL, il cui Leader, Crin Antonescu, si è schierato contro l’installazione della cava.

La diversità di vedute tra i due partner dell’Unione Sociale Liberale -USL, coalizione di Governo formata dopo le elezioni del 2012, ha riaperto i dissidi tra due Partiti con vedute differenti, uniti solo dalla comune opposizione al Presidente romeno, il moderato Traian Basescu.

I socialdemocratici, che hanno una visione della politica nazionale improntata su provvedimenti di carattere sociale, stanno infatti accelerando per una riforma della Costituzione e delle Amministrazioni Locali, mentre i Nazional-Liberali, che perseguono una retorica politica simile a quella del Partito Democratico Liberale di Basescu, temono che il PSD possa rifiutare di appoggiare la candidatura di Antonescu alle prossime elezioni presidenziali romene.

La situazione energetica

Oltre che sul piano politico, la protesta contro la cava potrebbe avere conseguenze anche sul piano energetico: un ambito in cui la Romania è impegnata per l’ottenimento della propria sicurezza energetica e per quella dell’Unione Europea.

Particolarmente importante è lo sfruttamento di idrocarburi nel Mar Nero e, di recente, anche il via libera bipartisan dato allo sfruttamento del gas shale: oro blu estratto da rocce argillose presenti a basse profondità mediante sofisticate tecniche di fracking, ad oggi adoperate solo in Nordamerica.

La Romania, grazie sopratutto all’impegno del Presidente Basescu, ha appoggiato fortemente il Nabucco: gasdotto progettato per veicolare in Austria, attraverso Bulgaria, Romania ed Ungheria, 30 Miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Azerbaijan.

Il Nabucco è stato però sostituito dal Gasdotto Trans Adriatico -TAP: infrastruttura, che si estende dal confine tra Turchia e Grecia in Italia attraverso l’Albania, prescelta per l’invio del gas azero in Unione Europea.

Matteo Cazzulani

L’ALBANIA PASSA A SINISTRA

Posted in Balcani by matteocazzulani on September 19, 2013

La coalizione del Partito Socialista di Edi Rama e del Movimento Socialista per l’Integrazione di Ilir Meta non cambia le priorità euro-atlantiche della politica estera albanese. Finita l’era del conservatore-liberale Sali Berisha

Cambia il colore del Governo, ma non le priorità. Nella giornata di Domenica, 15 Settembre, il Parlamento albanese ha votato la fiducia al nuovo Governo presieduto da Edi Rama, retto da una coalizione del Partito Socialista -PS, guidato dal Premier Rama- e dal Movimento Socialista per l’Integrazione -LSI- di Ilir Meta.

Alle ultime elezioni, la coalizione di sinistra ha ottenuto il 57,7% dei consensi, mentre il conservatore-liberale Partito Democratico -PD- dell’ex-Premier Sali Berisha ha ottenuto solo il 39,9% dei voti degli aventi diritto.

Il risultato elettorale ha comportato il primo cambiamento nella storia politica dell’Albania, dove, dal 1992, a Governare è stato ininterrottamente Berisha, che, spesso, è stato protagonista di un duro scontro con l’opposizione, culminato nel 2009 con la paralisi del Parlamento e il blocco dell’attività politica nel Paese.

Il cambio di Maggioranza non segna tuttavia un cambiamento sostanziale della politica estera ed interna, poiché i programmi elettorali del PD e del PS pongono entrambi come priorità l’integrazione nell’Unione Europea e nella NATO, e il rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti d’America e con i Paesi confinanti come il Kosovo.

Per quanto riguarda l’UE, lo svolgimento regolare delle elezioni può essere la chiave di volta per accelerare il processo di integrazione dell’Albania nell’Unione, poiché proprio l’Europa ha posto il verificarsi di consultazioni elettorali regolari e corrette come condicio sine qua non per l’avvio dell’iter di avvicinamento albanese.

Ad aiutare la coalizione di sinistra nel processo di integrazione nell’UE sono anche una serie di risoluzioni che il precedente Governo moderato ha varato lo scorso Maggio, e che prevedono una riforma della giustizia, del funzionamento del Parlamento e del Servizio Civile.

Differenze, invece, possono palesarsi nel Governo per quanto riguarda la politica interna, in quanto, da un lato, il Premier Rama ha dichiarato la volontà di riformare il settore della Giustizia, mentre il suo partner di coalizione Meta è indagato per corruzione.

Il Governo albanese protagonista nella politica energetica dell’UE

Sul piano energetico, un’eredità da Berisha che si trova ora il Premier Meta è la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- che rende il Paese uno dei più importanti Stati di transito del gas proveniente dall’Azerbaijan in Europa.

La TAP, che è stata ritenuta dalla Commissione Europea un progetto indispensabile per la diversificazione delle forniture di gas dell’UE, rafforza la posizione dell’Albania nei confronti dell’Unione, che, ora, ha tutto l’interesse ad integrare un importante Paese per la sicurezza energetica dell’Europa.

La TAP, compartecipata economicamente dal colosso energetico azero SOCAR, da quello britannico British Petroleum, da quello norvegese Statoil, dalla compagnia francese Total, dalla belga Fluxys, dalla tedesca E.On e dalla svizzera AXPO, è progettata per trasportare 10 Miliardi di metri cubi di gas dell’Azerbaijan all’anno dalla Grecia in Italia attraverso l’Albania.

Supportata politicamente dai Governi di Italia, Grecia, Albania, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro, la TAP potrà essere prolungata per raggiungere i mercati dell’Europa Nord-Occidentale in Svizzera, Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio, fino alla Gran Bretagna.

Matteo Cazzulani

SI RAFFORZA LA POLITICA ENERGETICA DELLA RUSSIA NEI BALCANI

Posted in Balcani, Guerra del gas by matteocazzulani on September 14, 2012

Il Premier russo, Dmitrii Medvedev, impone alla Moldova l’uscita dalla Comunità Energetica Europea in cambio di uno sconto sul prezzo del gas, mentre il Presidente, Vladimir Putin, concorda con la Serbia la costruzione del Southstream in tempi brevi. Si complica la situazione con la Bulgaria per via di una disputa sulla centrale nucleare di Belene e sul piano di diversificazione delle forniture del Governo bulgaro

Il presidente russo, Vladimir Putin

Le minacce moldave, il maremoto coi bulgari, e le pacche sulle spalle dei serbi sono gli elementi di una politica energetica nei Balcani che Mosca ha implementato negli ultimi giorni in seguito alla crisi scoppiata tra la Commissione Europea e il monopolista russo del gas, Gazprom. Nella giornata di mercoledì, 12 Settembre, a Mosca il Premier russo, Dmitrii Medvedev, ha ricevuto il suo collega moldavo, Vlad Filat, per discutere dei rapporti energetici tra la Russia e la Moldova.

Secondo quanto riportato da una nota del Capo del Governo russo, Medvedev ha condizionato la concessione di uno sconto del 30% sul gas acquistato dalla Moldova in cambio dell’immediata uscita di Chisinau dalla Comunità Energetica Europea.

Nello specifico, il Premier russo ha chiesto a Filat – che non ha accettato – la denuncia a livello internazionale del Terzo Pacchetto Energetico UE: la legge dell’Unione Europea che liberalizza il mercato interno del gas, e vieta a monopoli registrati in Paese extra-europei – come la Russia – il controllo totale o parziale dei gasdotti degli Stati membri Comunità Energetica d’Europa.

In evoluzione è anche la situazione in Bulgaria. In cambio di uno sconto sul prezzo del gas fino alla fine del 2012, Sofia ha accettato la costruzione sul suo territorio del Southstream: gasdotto progettato dalla Russia per rifornire direttamente di oro blu russo l’Europa Sud-Ocidentale e Balcanica, ed impossibilitare la realizzazione dei piani di diversificazione delle forniture approntati dalla Commissione Europea per sfruttare direttamente i ricchi giacimenti dell’Azerbajdzhan.

Malgrado l’intesa sul Southstream, i rapporti russo-bulgari sul piano energetico sono tutt’altro che sereni. Oltre ai dubbi sul Gasdotto Ortodosso – com’è altrimenti noto il Southstream – espressi di recente dal Premier bulgaro, Boyko Borysov, il Ministro delle Finanze, Delyan Dobrev, ha annunciato un ricorso presso l’Arbitrato Internazionale contro la compagnia russa Atomstryeksport in seguito alla richiesta di un maxirisarcimento di un Miliardo di Euro per la mancata costruzione della centrale nucleare Belene.

Dinnanzi agli alti costi, e alla mancata volontà da parte dei russi di ammettere osservatori internazionali durante le procedure di costruzione, Il Governo bulgaro già nel 2010 ha congelato la costruzione della centrale, ed ha pagato una penale di 400 Milioni di Euro. Ciò nonostante, la Atomstroyeksport ha innalzato la richiesta di risarcimento di ulteriori 600 Milioni di Euro, che Sofia si è detta non intenzionata a saldare.

Dietro alle tensioni sulla centrale di Belene, e all’urgenza con la quale la Russia ha chiuso con Sofia il discorso sul Southstream, c’è il disegno energetico della Bulgaria mirato alla quanto più ramificata possibile diversificazione delle forniture di gas.

Memore della crisi del gas del 2009 – quando la Russia ha interrotto il flusso di oro blu verso Occidente per destabilizzare il Governo degli arancioni in Ucraina, lasciando a secco di rifornimenti Sofia, che allora dipendeva al 100% dall’oro blu di Mosca – il Governo bulgaro ha avviato la costruzione di una serie di infrastrutture per collegare il proprio sistema energetico nazionale con quello della Romania.

Inoltre, sempre per diminuire la dipendenza dalla Russia, il Governo bulgaro ha firmato un protocollo d’intesa con la compagnia turca Setgaz finalizzato alla messa in comunicazione dei gasdotti della Bulgaria con quelli della Turchia.

Altro capitolo della politica energetica russa nei Balcani è quello legato alla Serbia.Martedì, 11 Settembre, a Sochi, i Presidenti dei due Paesi, Vladimir Putin e Tomislav Nikolic, hanno concordato l’aumento delle esportazioni di gas russo in territorio serbo, ed è stata confermata la ferma volontà di Belgrado di avviare la costruzione del Southstream sul proprio territorio nei prossimi tempi.

Nikolic, che prima dell’incontro con Putin ha ribadito di essere “apertamente filorusso”, ha lodato la collaborazione con la Russia dal punto di vista economico, politico e culturale. A sua volta, il Presidente russo ha apprezzato la convinta adesione del collega serbo al Gasdotto Ortodosso.

La politica approntata dalla Russia nei Balcani è da collegare alla recente crisi scoppiata tra la Commissione Europea e Gazprom, in seguito alla decisione di Bruxelles di aprire un’inchiesta sul monopolista russo per condotta anti-concorrenziale nei mercati dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Per mantenere la propria egemonia energetica sul Vecchio Continente, che ad oggi rappresenta il principale acquirente dell’oro blu russo, la Russia sta cercando di consolidare la propria presenza nella Penisola Balcanica e, nel contempo, scuotere la Comunità Energetica Europea dal suo interno mediante la fuoriuscita di Paesi come la Moldova.

Si innalza la tensione tra la Russia e l’Europa

Nella giornata di mercoledì, 5 Settembre, in seguito alla resa visione dei contratti firmati da Gazprom con le compagnie energetiche dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, la Commissione Europea ha avviato un procedimento che potrebbe costringere il monopolista russo al pagamento di una multa salata per avere infranto le leggi UE a garanzia della concorrenza interna.

Mosca ha dichiarato di non intendere assumere alcun provvedimento in risposta all’iniziativa di Bruxelles, ma le principali autorità politiche russe hanno definito il Vecchio Continente come schiavo dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, ed hanno dipinto la Commissione Europea come “ladra”.

Matteo Cazzulani

L’Occidente continua a criticare la Romania per condotta autoritaria

Posted in Balcani by matteocazzulani on August 14, 2012

Il Presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso, e la Segreteria USA per gli Affari Europei criticano il Premier romeno, Victor Ponta, per avere impresso al Paese una condotta contraria ai principi della democrazia. In discussione la scelta di silurare il Presidente, Traian Basescu, e la nomina di un Ministro negazionista della Shoah.

Delusione e preoccupazione sono le sensazioni che caratterizzano il rapporto sempre più logoro tra la Commissione Europea e il Governo socialista-liberale romeno. Nella giornata di venerdì, 10 Agosto, il Presidente della Commissione, Jose Manuel Barroso, ha inviato una lettera di protesta al Premier della Romania, Victor Ponta, in cui ha accusato le Autorità romene di gestione autoritaria del potere, con particolare riferimento alla decisione di cambiare gli Speaker di Camera e Senato e di limitare i poteri della Corte Costituzionale.

Inoltre, Barroso ha ribadito i forti timori nutriti dall’Unione Europea nei confronti di un Paese in cui il Premier ha organizzato un referendum ad hoc per eliminare dalla competizione politica il Presidente, appartenente allo schieramento politico opposto.

Ancor più duro e il messaggio espresso dagli Stati Uniti d’America. Il responsabile della Segreteria USA per gli affari europei, Philip Gordon, ha espresso la preoccupazione che anche Washington nutre nei confronti di un comportamento ai limiti della democrazia.

A motivare le forti parole dell’Occidente e stato il tentativo da parte di Ponta di eliminare dalla sfera governativa il Presidente moderato, Traian Basescu, prima delle prossime elezioni parlamentari. Secondo la Costituzione romena, il Capo dello Stato ha il potere di nominare il Premier, mantiene il controllo della Politica Estera e di quella della Difesa Nazionale, e nomina i Giudici della Corte Costituzionale.

Inoltre, Ponta ha provveduto alla nomina a Capo dei Ministeri di personalità controverse e fortemente contestate, come il Titolare del Dicastero dei rapporti com il Parlamento, Dan Sova. L’esponente socialista e noto per avere negato la deportazione degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, quando in Romania e stato instaurato un governo collaborazionista della Germania nazista.

Per questa ragione, sono molte le prese di posizione nella società civile romena in favore delle dimissioni di Sova, nonostante egli si sia pubblicamente scusato per aver negato l’Olocausto al momento dell’insediamento alla guida del Ministero.

Il Premier socialista vuole nuove elezioni

La climax della contestata attività politica di Ponta e stata raggiunta il 29 Luglio, quando il Premier ha provocato l’indizione di un referendum per approvare o meno le dimissioni di Basescu, a cui, tuttavia, e mancato il quorum necessario per la validazione della consultazione.

Non pago dell’esito del voto, il Premier romeno si e rivolto alla magistratura per verificare l’effettiva regolarità del voto, sostenendo che il numero dei votanti ammessi nelle liste elettorali sia stato superiore rispetto a quello effettivo.

A dividere Basescu e Ponta e anche la politica energetica. Il Presidente moderato e uno dei più accesi sostenitori del piano UE di diversificazione delle forniture di gas naturale da quelle della Russia, ha espresso in più occasioni sostegno alla costruzione di gasdotti per l’importazione in Europa di oro blu dal Centro-Asia, ed ha avviato un programma per lo sfruttamento dei giacimenti di carburante, anche non-convenzionale, nelle acque territoriali della Romania.

Il Premier socialista ha invece cavalcato l’onda ecologista, ha congelato i piani di Basescu per l’individuazione e l’utilizzo di gas nel territorio romeno, e ha sostenuto la necessita di rafforzare i rapporti bilaterali con la Russia monopolista per ottenere migliori condizioni contrattuali, a discapito della sicurezza energetica del Paese e dei piani comuni dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

ROMANIA: FALLITO IL TENTATIVO DI SOSTITUZIONE DI BASESCU E DI RIPOSIZIONAMENTO ENERGETICO DI BUCAREST IN EUROPA

Posted in Balcani by matteocazzulani on July 30, 2012

Il referendum per le dimissioni anticipate del Presidente romeno voluto dal Premier socialista, Victor Ponta, non ottiene il quorum richiesto per la validità della consultazione. Esulta l’Unione Europea per il mantenimento della democrazia nel Paese. Gli aspetti economico-energetici della lotta ai vertici del Paese 

Il Presidente romeno, Traian Basescu

Per sconvolgere l’assetto politico del Paese ed ottenere al più presto l’insediamento di un nuovo Capo dello Stato in Romania non sono bastati nemmeno i seggi all’estero e quelli organizzati ad hoc sulle spiagge, nei ristoranti e nei bar del litorale del Mar Nero per raccogliere il massimo numero di voti possibile. Nella giornata di Domenica, 29 Luglio, solo il 45,91% degli elettori si è recato alle urne per prendere parte al referendum riguardante le dimissioni del Presidente della Romania, Traian Basescu.

Secondo i dati della Commissione Elettorale Centrale, della bassa percentuale di votanti – per essere valida la consultazione richiedeva un quorum minimo pari al 50% degli aventi diritto – l’84% degli elettori si è comunque dichiarato a favore dell’interruzione del mandato del Capo dello Stato.

Basescu è stato accusato di abuso d’ufficio dal Primo Ministro, Victor Ponta: leader di una maggioranza parlamentare socialista-liberale che, appena insediata, ha fin da subito cercato di allontanare dalla Prima Carica del Paese un Presidente appartenente a un diverso schieramento politico.

La campagna referendaria che ha preceduto la consultazione si è caratterizzata per toni decisamente aspri. Ponta ha evidenziato il valore simbolico della consultazione, e ha presentato le dimissioni anticipate di Basescu come un atto necessario per il mantenimento del rispetto delle regole e della divisione dei poteri.

Il Presidente, dal canto suo, ha sottolineato come la manovra del Premier fosse un chiaro esempio di colpo di Stato mirante a criminalizzare la Prima Carica della Romania per via di scelte politiche.

Soddisfazione per l’esito del referendum è stata espressa dall’Unione Europea, che, a più riprese, ha ritenuto l’iniziativa della maggioranza socialista-liberale un procedimento contrario alle regole della democrazia.

In particolare, la Commissione Europea ha aperto un’indagine relativa al comportamento dell’esecutivo romeno dopo la decisione di Ponta di privare la Corte Costituzionale di alcuni suoi poteri a favore dell’esecutivo, e il vano tentativo della maggioranza socialista di eliminare l’obbligo del quorum minimo per rendere valido il referendum sulle dimissioni di Basescu.

La questione del referendum interessa questioni di carattere politico, economico, e, sopratutto, energetico. L’avvio della procedura di impeachment ha avuto luogo agli inizi di Luglio, dopo che il Premier Ponta è stato accusato di plagio e corruzione.

Per distogliere l’attenzione su di se, il Premier socialista non solo ha portato la coalizione di centrosinistra a votare l’avvio della procedura di impeachment per Basescu, ma ha anche provveduto a sostituire i Presidenti di Camera e Senato a colpi di maggioranza.

La Romania è un Paese in preda a problemi finanziari di notevole gravità. In seguito all’erogazione di un prestito di 26 Miliardi di Dollari dal Fondo Monetario Internazionale, necessario per superare la crisi economica, i Governi dell’Amministrazione Basescu sono stati costretti ad intraprendere una politica di austerità caratterizzata da decisioni fortemente impopolari, come l’incremento dell’IVA e un taglio netto delle pensioni.

Ponta, divenuto Premier dopo la caduta dei Governi Boca ed Ungureanu – di orientamento moderato, così come Basescu – si è detto contrario alle manovre finanziarie intraprese dai precedenti Esecutivi, e per non pagare l’alto prezzo politico derivante dall’austerità imposta dagli obblighi internazionali ha fatto il possibile per sollevare il Capo dello Stato dalle sue competenze prima della scadenza naturale del suo mandato.

Una questione anche di gas

Sul lato energetico, Basescu ha avviato un piano di sfruttamento intensivo dei giacimenti di gas e greggio presenti nel sottosuolo romeno e nella acque territoriali della Romania del Mar Nero per diminuire la dipendenza di Bucarest dalle forniture della Russia, che, ad oggi, soddisfano circa l’80% del fabbisogno del Paese.

Inoltre, il Presidente romeno ha sostenuto con determinazione la politica energetica comune varata dalla Commissione Europea per implementare la sicurezza energetica dell’UE.

A più riprese, egli ha inoltre sostenuto la realizzazione del Nabucco: gasdotto progettato dall’Unione Europea per trasportare direttamente nel Vecchio Continente gas di provenienza centro-asiatica, e diversificare gli approvvigionamenti energetici da quelli controllati direttamente dal monopolista russo, Gazprom.

Differente sulla questione è stato il comportamento di Ponta. Il Premier socialista ha infatti cavalcato l’onda ecologista, e ha posto un veto sia ai progetti di ricerca di nuovi giacimenti voluti da Basescu, sia all’avvio delle procedure per l’individuazione di possibili riserve di gas non-convenzionale in territorio romeno.

Inoltre, Ponta non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sul Nabucco, né ha mai palesemente contrastato la realizzazione del gasdotto Southstream: progetto alternativo alla conduttura dalla verdiana denominazione, varato dalla Russia per impedire all’UE l’accesso diretto alle riserve di gas di Azerbajdzhan e Turkmenistan.

Letta dal punto di vista energetico, la politica di Basescu è decisamente in linea con la filosofia della Commissione Europea orientata alla diversificazione delle forniture di gas e greggio per il Vecchio Continente, e garantisce il mantenimento della sicurezza nazionale della Romania e, più in generale, di tutti i Paesi dell’UE.

Le manovre di Ponta sono invece ascrivibili ad una politica di corto raggio che accetta il ruolo della Russia come unico fornitore di gas all’Europa, e mira unicamente all’ottenimento da parte di Mosca di sconti sulle tariffe per l’acquisto di oro blu.

L’atteggiamento di Ponta, poco coraggioso e lungimirante, mette a serio repentaglio la realizzazione dei piani energetici della Commissione Europea, e rischia di lasciare il Vecchio Continente dipendente da un solo fornitore di oro blu.

Questa situazione è fortemente rischiosa, sopratutto se si considera la sempre crescente domanda di gas che, secondo le stime dei più autorevoli centri di studio, proverrà nei prossimi anni dalle economie dei Paesi UE.

Matteo Cazzulani

L’EUROPA AL VOTO: LA SORPRESA SLOVENA, LA CONFERMA CROATA, LA FURBIZIA RUSSA

Posted in Balcani, Russia by matteocazzulani on July 1, 2012

Colpo di scena in Slovenia, con i progressisti davanti ai moderati. Conferma della annunciata vittoria del centrosinistra in Croazia. Ancora repressioni nella Russia di Putin

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

Il gusto della democrazia ed il cinismo della repressione. Questo lo scenario politico di Domenica, 4 Dicembre, giorno in cui si è votato contemporaneamente per il rinnovo dei Parlamenti in Slovenia, Croazia, e Russia. Tre scenari differenti, dominati da emozioni, colpi di scena, ma manche brutali conferme.

Sorpresa per il risultato sloveno, dove ad avere la meglio è stata Slovenia Positiva: partito di centro-sinistra fondato da poco dal sindaco di Lubiana, Zoran Jankovic, popolare non solo come guida storica della capitale – rieletto nel 2010 dopo la prima investura nel 2006 – ma anche per avere guidato la catena di supermercati Mercator. Sarà lui, con il 29,6% dei consensi, ad avere la responsabilità di tenere fuori la Slovenia da una crisi dell’Euro che, dopo Grecia, Spagna, Italia, ed Irlanda, rischia di colpire l’unico Stato Balcanico ad avere adottato la divisa unica.

Nulla da fare per il moderato Partito Democratico Sloveno – SDS – dell’ex-Premier Janez Jansa, dato per favorito ma fermo al 26%, e nemmeno per la forza socialdemocratica del Capo del Governo uscente, Borut Pahor, terzo con il 10,7%.

Nihil novi per la Croazia, dove la vittoria preannunciata dell’opposizione di centro-sinistra ha avuto conferma: un risultato storico, dal momento in cui la Kukuruda – coalizione progressista, così chiamata dal nome del ristorante presso Rijeka in cui è stata fondata, guidata dal Partito Socialdemocratico della Croazia – SDP – di Zoran Milanovic – ha interrotto il lungo governo della conservatrice Comunità Democratica Croata – HDZ – dell’ex-Premier, Jadranki Kosor: al potere dall’indipendenza del Paese del 1991, ultimamente incapace di scacciare l’incubo bancarotta. Dunque, enormi responsabilità sulle spalle del 45enne Milanovic, anche perché la Croazia è in dirittura d’arrivo nel lungo cammino per l’ingresso nell’Unione Europea, che sarà finalizzato il prossimo 9 Dicembre.

La bufala russa

Amare notizie, invece, per la Russia. I media occidentali hanno salutato la perdita della maggioranza assoluta da parte di Russia Unita – il Partito del potere del tandem Putin-Medvedev – come un segnale di risveglio democratico in un Paese cronicamente affetto da elezioni falsate e riduzione violenta al silenzio del dissenso. Nulla di più sbagliato, dal momento in cui a vincere la consultazione sono stati solo partiti-satelliti del Cremlino – i Liberal-Democratici di Zhirinovs’kij, quarti con l’11,42%, i socialdemocratici di Russia Giusta, terzi con il 12,8% – oppure opposizioni vere, tollerate in quanto sostenute da una fascia minoritaria della popolazione, come i comunisti di Zjuganov, secondi con il 19,8%. Niente da fare per la vera opposizione di Jabloko, Partito liberale e filo-europeo, guarda caso non in grado di abbattere il quorum necessario per ottenere seggi alla Duma.

In aggiunta, le solite repressioni: una manifestazione del movimento di opposizione Altra Russia è stato contrastato dall’intervento violento della milicija, con la solida coda di una decina di arresti. Inoltre, i siti di Radio Ekho Moskvy e della ONG Golos – nota per l’impegno a democraticizzare la Federazione Russa – sono stati oscurati fin dalla mattinata, quando le urne stavano giusto per essere aperte nella regione di Mosca.

Matteo Cazzulani

ELEZIONI PRESIDENZIALI BULGARE: CENTRODESTRA IN VANTAGGIO

Posted in Balcani by matteocazzulani on October 25, 2011

Il Leader del partito GJERB, Rosen Plevneliv, in forte vantaggio sul socialdemocratico, Ivajlo Kalfin, ma non abbastanza per evitare il secondo turno. Il fattore turco sull’esito di consultazioni tutt’altro che scontate malgrado il divario tra i maggiori candidati

Il Primo Ministro bulgaro, Bojko Borysov

Sarà necessario il secondo turno per l’elezione del nuovo Presidente del Paese più “giovane” d’Europa. Nelle elezioni presidenziali bulgare, Rosen Plevneliev, candidato del partito di centrodestra Cittadini Per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria – GJERB – ha ottenuto il 41% dei voti, mentre il suo rivale socialdemocratico, Ivajlo Kalfin, alla guida della Coalizione per la Bulgaria, si è fermato al 26,8%.

Un risultato accolto senza euforia dal leader GJERB, sebbene gli esperti siano concordi nell’affermare con certezza la sua vittoria al secondo turno: l’esponente della sinistra non sarebbe i grado di attrarre l’elettorato moderato e di centro che, Domenica 23 Ottobre, nella maggior parte dei casi ha disertato le urne, oppure, se ha votato, ha sostenuto Romen Khrusev, quasi ultimo con un risultato minimo.

Tuttavia, a mischiare le carte potrebbe essere la minoranza turca che, numericamente consistente nel Paese, non ha partecipato al voto per il Presidente, esprimendo la propria preferenza solo nelle concomitanti Elezioni Amministrative – per la cronaca, a Sofia confermata la candidata GJERB, Jordanka Fandykova. Difatti, il Leader del Movimento per i Diritti e le Libertà – DPS – Ahmed Dogan, ha invitato i propri elettori a non sostenere Plevneliev: un’eventualità che, se si verificasse, potrebbe portare molta acqua al mulino di Kalfin, da un lato, riaprendo una contesa tutt’altro che chiusa, dall’altro facendo pesare il supporto turco, ed aprire nuovi scenari politici.

Tra gli altri volti della competizione, bene l’ex-Commissario UE, Meglena Kuneva, terza con un buon 14% ottenuto grazie al ruolo giocato a Bruxelles. Invece, fortemente bassa è l’affluenza: un fattore per cui in pochi addossano la colpa al boicottaggio della parte turca, altresì valutato come messaggio squisitamente politico di sfiducia nella classe dirigente, come, del resto, registrato anche in altri Paesi Occidentali.

Avanti in Europa

Qualora la vittoria di Plavneliv fosse confermata, alla guida della Bulgaria si avrebbe un monocolore di centrodestra, dal momento in cui sullo scranno presidenziale dal 2001 siede il socialista Georgij Pyrvanov: un cambio solo di facciata, poiché a Sofia il Capo dello Stato ha solo compiti di rappresentanza, ed i pieni poteri sono nelle mani del Primo Ministro, Bojko Borysov, autore di una politica di europeizzazione del Paese, sopratutto in ambito energetico, su cui Plavneliv ha espresso pieno accordo.

Lecito ricordare che Borysov ha rotto con la Russia a causa di contratti per l’importazione di gas sempre più onerosi per le casse statali bulgare, ed ha cercato, e trovato, nuove forniture in Turchia.

Inoltre, lo scorso martedì, 11 Ottobre, il Primo Ministro bulgaro ha co-firmato un comune appello con il suo collega romeno, Emil Boc, per accelerare l’ingresso di Sofia e Bucarest nell’Area Schengen, e rafforzare la collaborazione con il resto dei Paesi dell’Unione Europea nei settori dell’energia, del trasporto aereo, e del turismo.

Matteo Cazzulani