LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Guerra del gas: la Turchia sempre meno dipendente dalla Russia

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 31, 2016

Ankara aumenta la quantità di gas importata da Iran ed Azerbaijan a spese dell’oro blu proveniente da Mosca. La crisi diplomatica turco-russa e la politica di diversificazione delle forniture di gas dell’Unione Europea le ragioni del nuovo equilibrio energetico



Varsavia – Più Iran ed Azerbaijan e meno Russia, ma pur sempre dipendenti dal gas di Mosca. Questa è la situazione della politica energetica della Turchia che, secondo l’Agenzia per la regolamentazione del mercato energetico turco -EPDK- nel primo trimestre del 2016 ha importato un totale di 13,17 miliardi di metri cubi di gas, dei quali 10,24 attraverso gasdotti, mentre il 2,93 per mezzo di rigassificatori.

Secondo i dati della EPDK, ad acquisire importanza nella politica energetica turca è l’Iran, che ha incrementato le forniture di gas alla Turchia dai 2,14 miliardi di metri cubi di gas del primo trimestre del 2015 ai 2,18 miliardi di metri cubi inviati ad Ankara nel primo trimestre del 2016. 

Nello specifico, le forniture di gas dall’Iran, effettuate attraverso il Gasdotto Terbiz-Ankara, coprono il 16,4% delle importazioni di oro azzurro complessive della Turchia.

Ad incrementare la propria importanza come fornitore di gas della Turchia è anche l’Azerbaijan che, secondo le stime, ha incrementato la quantità di oro azzurro esportato nel mercato turco a 1,71 miliardi di metri cubi di gas nel primo trimestre 2016 rispetto all’1,69 del primo trimestre del 2015.

Le importazioni di gas dall’Azerbaijan, effettuate attraverso il Gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum, coprono il 13% del fabbisogno di gas della Turchia.

L’incremento delle importazioni da Iran ed Azerbaijan ha comportato un decremento della quantità di gas che la Turchia importa dalla Russia. Ad oggi, Ankara ha importato da Mosca 6,35 miliardi di metri cubi di gas nel primo trimestre del 2016, in netto calo rispetto ai 7,5 miliardi di metri cubi di oro azzurro russo importati nel primo trimestre 2015.

La Russia, che esporta gas nel sistema infrastrutturale energetico turco attraverso il Bluestream -gasdotto realizzato sul fondale del Mar Nero- resta tuttavia un importante fornitore di energia per la Turchia, dal quale Ankara importa il 48,2% di oro azzurro.


Le motivazioni dell’incremento dell’importanza energetica di Iran ed Azerbaijan a spese della Russia nel mercato energetico della Turchia sono legate a motivazioni di diversa natura. In primis, il congelamento delle relazioni diplomatiche tra Ankara e Mosca a seguito dell’abbattimento di un velivolo miliare russo nel Novembre 2014, ritenuto dalle forze armate turche responsabile di avere ripetutamente violato lo spazio aereo della Turchia, ha avuto ripercussioni sul lato energetico. 

Infatti, Ankara non solo ha decrementato la quantità di gas importata dalla Russia, ma ha anche affossato il Turkish Stream, un gasdotto che Mosca aveva progettato, sempre sul fondale del Mar Nero, per incrementare la quantità di gas inviata nei mercati energetici dell’Unione Europea -e, con esso, aumentare la dipendenza dei Paesi membri UE dalle forniture di energia del Cremlino.

In secondo luogo, occorre considerare lo stretto legame energetico tra Turchia ed Azerbaijan, rafforzatosi, di recente, con la realizzazione del Corridoio Meridionale Energetico Europeo, un fascio di gasdotti che la Commissione Europea ha concepito per diversificare le forniture di gas nei mercati dei Paesi membri dell’Unione Europea.

Il Corridoio Meridionale è concepito per veicolare gas dall’Azerbaijan all’Italia attraverso la Turchia, che figura non solo come un importante Paese di transito, ma anche come uno dei principali investitori dell’infrastruttura.

Infine, da tenere da conto è anche la revoca delle sanzioni occidentali all’Iran, un fatto che ha incentivato Tehran a presentarsi agli occhi dell’Unione Europea come un potenziale fornitore di gas che, assieme all’Azerbaijan, aiuterebbe l’UE a decrementare l’alta dipendenza energetica da Russia ed Algeria.


Le conseguenze del gelo energetico turco-russo

Oltre a Iran ed Azerbaijan, importante per la Turchia potrebbe rivelarsi la carta israeliana, dal momento in cui Israele mantiene vivo un progetto atto ad esportare il gas proveniente dai giacimenti del Mediterraneo Orientale nel mercato dell’Unione Europea proprio attraverso il sistema infrastrutturale energetico turco.

Nello specifico, il progetto israeliano prevede la realizzazione di un gasdotto sul fondale del Mediterraneo orientale per veicolare il gas estratto dai giacimenti Tamar e Leviathan fino alla Turchia dalla quale, attraverso il Corridoio Meridionale, l’oro azzurro di Tel Aviv arriverebbe in Unione Europea.

Con l’avvio delle importazioni di gas da Israele, ma già da ora con l’incremento della quantità di gas veicolata da Iran ed Azerbaijan, la Turchia potrebbe rafforzare la propria posizione nei confronti dell’Unione Europea, risultando, agli occhi di Bruxelles, un Paese di transito del quale l’UE non può fare a meno per diversificare le proprie forniture di gas.

D’altro canto, la diminuzione del peso della Russia nel mercato energetico turco potrebbe comportare un inasprimento delle relazioni tra Ankara e Mosca, sopratutto se si considera che, per il Cremlino, la Turchia rappresenta uno dei principali mercati nei quali esportare il proprio gas.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Vertice Italia-Polonia: tra Renzi e Duda non scatta la scintilla

Posted in NATO, Polonia, Unione Europea by matteocazzulani on May 16, 2016

Il Premier italiano e il Presidente polacco in disaccordo su idea d’Europa, NATO, politica estera e migranti. Energia e opposizione alla Germania gli unici punti in comune tra i due leader quarantenni



Varsavia – Due leader della generazione dei quarantenni capaci di dare una scossa alla politica dei rispettivi Paesi dopo anni di stagnazione generazionale. Nonché due scout di formazione, come ha sottolineato l’inquilino di Palazzo Chigi. Queste sono state le premesse dell’incontro tra il Premier italiano, Matteo Renzi, e il Presidente polacco, Andrzej Duda, avvenuto nella giornata di lunedì, 16 Maggio, a Roma.

L’incontro -avvenuto, per la cronaca, in occasione del compleanno di Duda- ha dimostrato che, nonostante la storica amicizia che lega il popolo italiano a quello polacco, e viceversa, Italia e Polonia restano su due fronti ben distinti all’interno della Comunità Euro Atlantica.

Come riportato da Renzi, l’incontro ha riguardato uno scambio franco di vedute su tematiche in merito alle quali Roma e Varsavia non sono d’accordo: parole che lo stesso Duda ha confermato, sottolineando come Italia e Polonia non siano concordi su alcuni punti particolarmente rilevanti.

Seppur non espressamente menzionati, non è difficile enumerare i punti che vedono Italia e Polonia su due fronti contrapposti. In primis, vi è l’idea di Europa. Renzi, leader di estrazione cristiano democratica di uno dei principali partiti della famiglia del socialismo europeo, sostiene strenuamente la costrizione degli Stati Uniti d’Europa secondo il progetto elaborato da Altiero Spinelli e portato avanti da importanti europeisti, come gli ex-Presidenti della Commissione Europea Jacques Délors e Romano Prodi.

Duda, da parte sua, appartiene alla tradizione del conservatorismo europeo di Margaret Thatcher e Lech Kaczyński che sostiene la necessità di evolvere l’Unione Europea in un’Unione di Stati nella quale il peso dei Parlamenti nazionali è più forte rispetto a quello delle Istituzioni centrali “federali”. Ciononostante, come lo stesso Presidente polacco ha dichiarato, Duda non è un euroscettico, bensì, a differenza di altri membri di spicco del conservatorismo polacco, si ritiene sostenitore della solidarietà interna all’UE.

La divisione ideologica tra Renzi e Duda in merito all’idea di Europa si rispecchia nell’appartenenza dei due leader a schieramenti differenti all’interno dell’UE. Renzi, da un lato, appartiene, con Francia e Grecia, al fronte critico della politica di austerità approntata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel. 

Duda, invece, è il maggiore promotore dell’Intermarium: alleanza informale di Paesi dell’Europa Centro Orientale costituitasi per contrastare gli interessi di Germania e Russia, che vedono nella regione una propria zona di influenza sul piano economico, energetico, quando non addirittura politico.


Oltre ai punti di carattere strettamente ideologico, a dividere Italia e Polonia sono anche NATO, politica estera europea e migranti. In merito alla NATO, Duda è sostenitore del rafforzamento della presenza militare dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro Orientale come forma di difesa e rassicurazione in seguito all’annessione della Crimea e all’occupazione dell’Est dell’Ucraina da parte della Russia.

Renzi, invece, mantiene una posizione più cauta in merito al rafforzamento della presenza NATO in Europa Centro Orientale e, più in generale, è contrario al progetto di incremento della difesa dei Paesi Membri dell’Alleanza Atlantica che prevede l’aumento della spesa per la difesa al 2% del budget nazionale.

La freddezza di Renzi a riguardo del rafforzamento della NATO in Europa Centro Orientale è legato alla posizione dell’Italia in merito alla politica estera europea, che, secondo Roma, dovrebbe profondere un impegno maggiore nel Bacino del Mediterraneo. 

Ad avviso di Duda, invece, la politica estera europea dovrebbe analizzare con maggiore equilibrio la situazione sul fronte orientale, prendendo consapevolezza della minaccia militare che, secondo Varsavia, la Russia rappresenta per l’Europa.

Renzi, inoltre, è uno dei più accesi sostenitori della politica di distribuzione dei migranti voluta dalla Merkel per arginare l’emergenza profughi in nome della solidarietà interna ai Paesi membri dell’UE. Duda, invece, si oppone al meccanismo di redistribuzione automatica dei migranti, contestando la mancanza di solidarietà tra i Paesi membri dell’UE su tematiche di carattere energetico.

Proprio sul piano dell’energia Renzi e Duda possono trovare del terreno in comune a causa, tuttavia, di contingenze e non di una posizione strategica condivisa. Italia e Polonia, infatti, sono tra gli oppositori del raddoppio del Nordstream: gasdotto progettato da Russia e Germania per incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dalle forniture di gas russo.

Renzi è contrario al raddoppio del Nordstream, concepito per veicolare 110 miliardi di metri cubi di gas russo dalla Russia alla Germania attraverso il fondale del Mar Baltico, perché il progetto de facto decreterebbe il tramonto definitivo del Southstream, gasdotto progettato dalla Russia per veicolare in Italia 63 miliardi di metri cubi di gas.

Opponendosi al Nordstream, Renzi si è accodato al parere della Commissione Europea che, per voce del suo Vice Presidente, Maroš Ševčovič, ha ritenuto il progetto russo-tedesco lesivo degli interessi energetici dell’Unione Europea.

Duda condivide l’impostazione di Ševčovič e, assieme agli altri Paesi dell’Intermarium -Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Romania ed Ucraina- ritiene che il Nordstream sia un progetto politico concepito dalla Russia per dividere l’Unione Europea ed indebolirne i suoi stati membri.


Le alleanze regionali sono la soluzione per l’Europa

Un altro punto di incontro tra Renzi e Duda è l’opposizione all’egemonia della Germania in ambito europeo. Se, da un lato, Roma è fortemente critica della politica di austerità di Berlino, dall’altro Varsavia contesta gli stretti legami bilaterali che la diplomazia tedesca intrattiene con la Russia in ambito politico, militare ed energetico.

Dal colloquio tra Renzi e Duda appare chiaro come la tanto auspicata unità europea sia molto lontana dall’essere realizzata. Da un lato, le posizioni federaliste e mediterraneocentriche di Roma sono, ad oggi, difficilmente conciliabili con quelle centroeuropee e nuovoeuropee di Varsavia. 

Per questa ragione, appare sempre più probabile una prossima evoluzione dell’Unione Europea secondo la creazione di alleanze regionali che, senza compromettere la stabilità politica dell’Unione Europea, né fare naufragare il sogno europeo, sappiano tutelare gli interessi delle singole regioni che compongono l’UE.

Così, l’Intermarium di Duda, nata per tutelare la sicurezza energetica e militare dell’Europa Centro Orientale, potrebbe essere da esempio per la creazione di un’alleanza di Paesi UE che si affacciano sul Mediterraneo.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Guerra del Gas: la Polonia lancia il Corridoio Settentrionale

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 9, 2016

Varsavia si accorda con la Danimarca per la realizzazione della Baltic Pipe per l’importazione di gas naturale dalla Norvegia. Progettata anche la costruzione di un nuovo rigassificatore a Danzica, dopo quello di Świnoujście, per importare LNG in Europa Centro Orientale. 



Varsavia – Più sicuri diversificando. Questa è la motivazione che ha spinto la Polonia ad attivarsi in materia di politica energetica con la presentazione di una serie di progetti atti a diversificare le forniture di gas indirizzato non solo al mercato interno polacco, ma anche e sopratutto al costituendo mercato unico del gas dell’Unione Europea.

Nella giornata di lunedì, 18 Aprile, Polonia e Danimarca hanno stabilito un accordo di massima per la realizzazione della Baltic Pipe, gasdotto concepito per veicolare in territorio polacco gas di origine norvegese attraverso il sistema infrastrutturale energetico danese. 

Come dichiarato dal Premier polacco, Beata Szydło, e dal suo collega danese, Lars Lokke Rasmussen, la Baltic Pipe rappresenta un progetto di importanza strategica per Varsavia, Copenaghen e, più in generale, per l’Unione Europea. 

Infatti, dal punto di vista polacco la realizzazione della Baltic Pipe permette la diversificazione delle forniture di gas per mezzo dell’importazione di gas proveniente dalla Norvegia: una mossa necessaria per decrementare la dipendenza di Varsavia dalle forniture di oro azzurro dalla Russia.

Inoltre, il gas importato in Polonia attraverso la Baltic Pipe verrebbe messo a disposizione degli altri Paesi dell’Europa Centro Orientale -una regione fortemente dipendente dalle forniture di energia dalla Russia- attraverso il Corridoio Nord-Sud e l’Interconnettore Polonia Lituania. 

Questi due gasdotti, in via di realizzazione, sono progettati, rispettivamente, per veicolare oro azzurro dal rigassificatore polacco di Świnoujście al rigassificatore croato di Krk e a quello lituano di Klaipeda.

Dal punto di vista danese, la Baltic Pipe rappresenta un progetto di importanza strategica per via della imminente dismissione del bacino di Tyra che, finora, ha reso la Danimarca un Paese produttore di gas. 

Con la realizzazione della Baltic Pipe, Copenaghen diventerebbe un importante Paese di transito del gas della Norvegia verso la Polonia e, di conseguenza, gli altri Stati dell’Europa Centro Orientale.

Dal punto di vista norvegese, la realizzazione della Baltic Pipe rappresenta una possibilità per attrarre investimenti atti ad ampliare la produzione di gas nei propri giacimenti. 

Non a caso, Varsavia ha manifestato la volontà di ampliare la capacità della Baltic Pipe, preventivata a 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno, così da garantire un maggiore afflusso di oro azzurro in Europa Centro Orientale.

Oltre alla Baltic Pipe, la Polonia si è attivata per la realizzazione di un rigassificatore a Danzica che, secondo i progetti, dovrebbe ampliare la capacità di Varsavia di importare gas liquefatto dopo l’avvio dell’importazione di LNG dal Qatar per mezzo del rigassificatore di Świnoujście.

Così come per quanto riguarda la Baltic Pipe, anche i rigassificatori di Świnoujście e Danzica sono preventivati per diversificare le importazioni di gas ed immettere l’oro blu importato da fonti non-russe nel sistema infrastrutturale energetico dell’Europa Centro Orientale.

L’attivismo della Polonia in politica energetica per mezzo della progettazione della Baltic Pipe e del rigassificatore di Danzica, assieme al già realizzato rigassificatore di Świnoujście, è stato ribattezzato Corridoio Settentrionale: una denominazione che ricorda il Corridoio Meridionale, ossia un fascio di gasdotti che la Commissione Europea ha progettato per veicolare in Italia gas proveniente dall’Azerbaijan attraverso Georgia, Turchia, Grecia ed Albania.


Intermarium e Unione Energetica Europea alla base del progetto

Il Corridoio Settentrionale è frutto di due iniziative di carattere geopolitico concepite in Polonia. In primis, la realizzazione di una politica che mira alla sicurezza energetica dei Paesi dell’Europa Centro Orientale è legata all’Intermarium. 

Questa concezione geopolitica, fatta propria dal Presidente polacco, Andrzej Duda, mira alla creazione di un’alleanza regionale composta dai Paesi ubicati tra il Mar Baltico e il Mar Nero, tra la Russia e la Germania, atta a garantire la sicurezza nazionale degli Stati facenti parte di essa -Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Romania, Bulgaria, Ucraina, Georgia, e possibilmente anche Turchia.

Sul piano energetico, l’Intermarium è già stata realizzata per mezzo dell’alleanza di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Croazia in opposizione al prolungamento del gasdotto Nordstream. 

Questo gasdotto, progettato sul fondale del Mar Baltico con una portata di 110 miliardi di metri cubi di gas all’anno, è un’iniziativa bilaterale che la Germania ha concordato con la Russia per incrementare la quantità di gas russo importato nel mercato europeo bypassando i Paesi membri dell’Unione Europea dell’Europa Centro Orientale.

Sulla base del progetto di Duda già si era mosso Lech Kaczyński, Presidente della Polonia tra il 2005 e il 2010 che, per rafforzare la sicurezza dei Paesi dell’Intermarium, si attivò, sul piano energetico, sia per importare olio dall’Azerbaijan, che per ottenere forniture di gas dalla Norvegia.

La seconda concezione geopolitica di matrice polacca alla base del Corridoio Settentrionale è l’Unione Energetica Europea, progetto varato dal Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, durante gli ultimi mesi trascorsi alla guida del Governo della Polonia nel 2014.

Tusk, unico Premier nella storia polacca ad avere ottenuto la riconferma alle urne -grazie ad una parentesi di buongoverno che ha evoluto la Polonia in un moderno Paese dell’Unione Europea- varò, allora, un progetto atto a mettere in comunicazione i sistemi infrastrutturali energetici dei Paesi membri dell’Unione Europea.


Lo scopo dell’iniziativa di Tusk, che fu ampiamente condivisa dal Presidente francese, François Hollande, è la creazione di un mercato unico dell’energia che permetta ad ogni Paese membro dell’UE di contare su forniture stabili e garantite in caso di interruzioni improvvise del flusso di oro azzurro da parte di uno degli Stati fornitori.

L’Unione Energetica Europea di Tusk, che per certi versi ricorda un progetto analogo concepito dagli ex-Presidenti della Commissione Europea Jacques Délors e Romano Prodi, si basa sul principio di solidarietà tra i Paesi membri dell’UE.

Tuttavia, considerato come l’Unione Europea sia ancora in balia degli egoismi nazionali di singoli Paesi interessati ai propri interessi -Germania in primis- l’Unione Energetica Europea appare un progetto ancora lontano dal poter essere realizzato.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Guerra del Gas: Francia e Italia contro l’Unione Energetica Europea

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 12, 2016

Parigi e Roma, ma anche Belgio e Austria, chiedono alla Commissione Europea la revisione del meccanismo di solidarietà tra i Paesi membri dell’UE in materia di energia. L’interesse della Russia dietro alla condotta anti-europea di importanti Stati dell’Unione Europea



Varsavia – Tutti parlano tanto di Europa, ma nessuno, nei fatti, la vuole. Sopratutto quando in ballo c’è il gas di Putin. Nella giornata di lunedì, 11 Aprile, Francia, Italia, Belgio e Austria hanno chiesto ufficialmente la revisione del Pacchetto per la Sicurezza Energetica dell’Unione Europea, un documento varato dalla Commissione Europea nell’ambito dell’Unione Energetica Europea -progetto promosso dal Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per incrementare la sicurezza energetica dei Paesi membri dell’UE.

Come riportato dall’autorevole portale Energetyka 24, i Paesi contrari al Pacchetto hanno richiesto alla Commissione di rivedere il meccanismo di solidarietà tra gli Stati membri. Secondo il progetto, ogni Paese UE è tenuto a condividere le proprie forniture di gas con gli Stati colpiti da crisi energetiche e vittime di Guerre del Gas.

Secondo il Pacchetto per la Sicurezza Energetica UE, l’Unione Europea verrebbe divisa in nove zone energetiche, nelle quali i Paesi facenti parte di ciascuna zona sono chiamati a creare dei micromercati dell’energia unificando i propri sistemi infrastrutturali energetici nazionali. 

Oltre alla Zona Nord Ovest -Gran Bretagna e Irlanda- e alla Zona Nord Sud Ovest -Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo- il Pacchetto per la Sicurezza Energetica prevede il varo della zona del Corridoio Meridionale -Bulgaria, Grecia e Romania- della Zona Centro-Orientale -Germania, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia- e della Zona Sud-Orientale -Austria, Croazia, Italia, Slovenia e Ungheria. 

Ad esse, si aggiungono il Primo Mercato Energetico Baltico -Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia- ed il Secondo Mercato Energetico Baltico -Danimarca e Svezia- mentre Cipro e Malta restano Paesi autonomi.

Per realizzare le zone del mercato energetico UE, la proposta della Commissione prevede anche la realizzazione di un alto numero di rigassificatori, atti ad importare gas liquefatto -e, così, diversificare le forniture di gas dalle importazioni da Russia ed Algeria, dalle quali l’UE dipende fortemente- e nuovi gasdotti destinati a mettere in comunicazione i sistemi infrastrutturali energetici dei Paesi delle nove zone.

Considerata la complessità del progetto, l’opposizione di Francia, Italia, Belgio e Austria al disegno della Commissione assume una dimensione anti-europea ed anti-concorrenziale.

Più che legata alla vena anti-concorrenziale -tuttavia molto forte in Paesi dove la tradizione comunista è molto forte, come, per l’appunto, Francia, Italia, Belgio e Austria- l’opposizione di Parigi, Roma, Bruxelles e Vienna al Pacchetto per la Sicurezza Energetica Europea è da leggere come una mossa per forzare l’approvazione di una serie di progetti che questi Paesi Membri dell’UE hanno progettato, in via bilaterale, con la Russia.


Nordstream e Southstream vs solidarietà energetica UE

Infatti, a Francia e Belgio interessa il prolungamento del Nordstream, gasdotto progettato da Russia e Germania per veicolare nel mercato UE 110 miliardi di metri cubi di gas russo, bypassando i Paesi membri dell’UE dell’Europa Centro Orientale e, così, incrementando la dipendenza dell’UE dalle forniture di Mosca.

Da parte loro, Italia e Austria sostengono il Southstream, gasdotto progettato da questi due Paesi con la Russia per veicolare 63 miliardi di metri cubi di gas russo in Europa meridionale e, così, contrastare il progetto di diversificazione delle forniture di gas che la Commissione Europea ha varato per importare oro azzurro dall’Azerbaijan.

Sia il prolungamento del Nordstream che la realizzazione Southstream sono opposti dalla Commissione Europea perché non in linea con il Terzo Pacchetto Energetico: legge UE che vieta la gestione dei gasdotti, e il possesso del gas venduto attraverso di essi, da parte dello stesso attore.

Inoltre, sia il prolungamento del Nordstream che la realizzazione del Southstream sono considerati contrari alla politica di diversificazione delle forniture di gas dalla Russia: una misura promossa dalla Commissione Europea per incrementare concorrenza e trasparenza.

In nome dell’interesse bilaterale con la Russia, Francia, Italia, Belgio e Austria -che in altri ambiti si ergono a paladini dell’unità europea- dimostrano di essere poco interessati al meccanismo di solidarietà che, in campo energetico, Paesi membri dell’UE come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia necessitano come garanzia della propria sicurezza nazionale.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Guerra del Gas: l’Iran vuole esportare gas in Europa

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 14, 2016

L’Ambasciatore iraniano in Georgia, Abbas Taleb, dichiara la volontà di contribuire al piano dell’Unione Europea di diversificazione delle forniture di gas. Progetto AGRI e rigassificatore polacco di Świnoujście sono le ipotesi per l’importazione del gas di Tehran in Unione Europea



Varsavia – Diversificare le forniture di gas in Europa si può, e i soggetti interessati alla partita sono sempre di più. Nella giornata di giovedì, 11 Febbraio, l’Iran ha dichiarato la volontà di esportare il proprio gas naturale in Europa attraverso il progetto AGRI, una combinazione di gasdotti e rigassificatori che coinvolge Georgia, Romania ed Ungheria.

Come dichiarato dall’Ambasciatore iraniano in Georgia, Abbas Taleb, l’Iran ha avviato consultazioni con il Governo georgiano e con quello dell’Azerbaijan per esportare gas naturale in Georgia attraverso il territorio azero: un’iniziativa che, oltre ad incrementare la quantità di gas importata da Tbilisi, serve a rifornire il mercato dell’Unione Europea, che sta attuando un piano di diversificazione delle forniture di gas.

Nello specifico, l’Iran si è detto interessato ad esportare il proprio gas in Europa attraverso il rigassificatore romeno di Costanza che, secondo i progetti, riceverebbe LNG iraniano dalle coste della Georgia. Questo piano de facto rilancerebbe il progetto AGRI, in merito al quale, nel Luglio 2015, Azerbaijan, Georgia e Romania hanno dichiarato il proprio impegno per finalizzare l’iniziativa.

Oltre al rigassificatore di Costanza, l’AGRI, compartecipato dal colosso nazionale energetico azero SOCAR, dalla Oil and Gas Corporation of Georgia, dalla compagnia energetica ungherese MVM, e dalla romena Romgas per veicolare in Europa gas naturale dall’Azerbaijan attraverso la Georgia ed il Mar Nero, prevede la realizzazione di un gasdotto tra le località di Arad e Szeghed per trasportare il gas dalla Romania all’Ungheria.

Oltre al progetto AGRI, che richiede l’ottenimento di risorse finanziarie dall’UE, l’Iran sta trattando con la Repubblica Ceca per rifornire di gas liquefatto il mercato ceco attraverso il rigassificatore di Świnoujście: una manovra destinata ad incrementare l’importanza di un’infrastruttura attraverso la quale, proprio per diversificare le forniture di gas dirette nel mercato europeo, la Polonia ha avviato l’importazione di LNG dal Qatar.

Oltre a Repubblica Ceca e Polonia, a beneficiare dell’importazione del gas iraniano attraverso il terminale di Świnoujście sarebbero anche Slovacchia, Ungheria e Croazia, i Paesi attraverso i quali transita il Corridoio Nord Sud: infrastruttura concepita per collegare il rigassificatore polacco con quello croato di Krk. 

Dal punto di vista dell’Unione Europea, l’importazione di gas dall’Iran è complementare al Corridoio Energetico Meridionale UE: fascio di gasdotti concepito, sempre nell’ottica del piano di diversificazione delle forniture di energia, per importare, nel mercato europeo, gas naturale dall’Azerbaijan attraverso Turchia, Grecia, Albania e Italia.  

Inoltre, Israele ha dichiarato interesse a rifornire l’Europa di gas proveniente dai giacimenti Leviathan, Tamar e Dalit, ubicati nel Mar Mediterraneo, attraverso Cipro e Grecia.

L’Ucraina per la diversificazione delle forniture di gas dell’Unione Europea

In aggiunta ad AGRI e rigassificatore di Świnoujście, una possibilità supplementare per le forniture di gas iraniano in Europa potrebbe essere rappresentata dall’Ucraina grazie al terminale di Odessa, un progetto sul quale è già pronto un piano preliminare di realizzazione. 

A rendere forte la richiesta, oltre all’impegno in merito del Governatore della Regione di Odessa, Mikheil Saakashvili, sono state le dichiarazioni del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che, durante la Conferenza sulla Sicurezza Internazionale di Monaco, ha sottolineato come l’Ucraina garantisca da tempo il flusso di gas in Europa attraverso il proprio sistema infrastrutturale energetico.

Nello specifico, Poroshenko ha evidenziato come l’Ucraina abbia sempre garantito all’Europa forniture stabili di gas naturale proveniente dalla Russia, Paese che, oggi, intende bypassare i gasdotti ucraini mediante l’ampliamento del Nordstream. 

Questa infrastruttura, progettata sul fondale del Mar Baltico, è concepita per veicolare oro blu russo dalla Russia direttamente in Germania, de facto isolando i Paesi dell’Europa Centro Orientale e diminuendo il ruolo dell’Ucraina come Paese di transito del gas russo in Unione Europea.

Sempre durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, critiche al Nordstream sono state espresse dal Presidente della Polonia, Andrzej Duda, che, a nome anche di Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania, Lettonia ed Estonia, ha sottolineato come l’Unione Europea non abbia bisogno di incrementare le forniture da un Paese, la Russia, dal quale l’UE è ad oggi fortemente dipendente sul piano energetico.

Opinione simile a quella di Duda e Poroshenko è stata espressa, in precedenza, dal Vice Presidente della Commissione Europea, Maros Ševčovič, responsabile per la realizzazione dell’Unione Energetica UE.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Nuova Via della Seta: l’Ucraina unisce Europa e Cina

Posted in Ukraina by matteocazzulani on January 19, 2016

Avviato un nuovo itinerario per veicolare merci e prodotti dal territorio UE a quello cinese attraverso Ucraina, Georgia, Azerbaijan e Kazakhstan. Realizzata l’intuizione del Governatore della Regione di Odessa, Mikheil Saakashvili, atta a porre il Mar Nero al centro di una via di scambio veloce e sicura tra Bruxelles e Pechino



Varsavia – La Cina è più vicina, oggi anche grazie all’Ucraina. Nella giornata di venerdì, 15 Gennaio, presso il porto di Illichivsk, vicino ad Odessa, è stata inaugurata la Nuova Via della Seta: un percorso di 5.400 chilometri via mare e terra per il trasporto di merci, prodotti agricoli, industriali e alimentari dalla Lituania alla Cina tramite Ucraina, Georgia, Azerbaijan e Kazakhstan.

Il progetto, inaugurato con la partenza di un primo carico-pilota di prodotti ucraini destinati al settore ferroviario cinese, è frutto di un’intesa che il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, e il suo collega del Kazakhstan, Nursultan Nazarbayev, hanno raggiunto lo scorso 12 Gennaio. 

I due Presidenti, sulla base di accordi precedentemente raggiunti tra il Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, e i Capi di Governo dei Paesi interessati, hanno convenuto in merito alla necessità di varare un corridoio per la circolazione delle merci tra Europa Centro Orientale, Caucaso ed Asia centrale più corto rispetto a quello che, attualmente, passa attraverso la Russia.

Importante per il varo della Via della Seta è stato anche il ruolo del Governatore della Regione di Odessa, Mikheil Saakashvili, che già ai tempi in cui ricopriva la carica di Presidente della Georgia ha fortemente voluto la realizzazione del progetto per sfruttare al massimo le potenzialità di una regione, quella del Mar Nero, che può collegare due potenze economiche quali Unione Europea e Cina in maniera veloce e sicura.

Tuttavia, oltre ad agricoltura, industria ed alimentari, nella Nuova Via della Seta c’è molto di più. Come dichiarato dal Vicepremier ucraino, Hennadiy Zubko, questo progetto, per Unione Europea ed Ucraina, rappresenta un’opportunità per importare olio e gas naturale provenienti da importanti produttori mondiali quali Kazakhstan ed Azerbaijan.

Del resto, sia l’Unione Europea che l’Ucraina hanno varato progetti per diversificare le forniture di energia atti a diminuire la dipendenza da Russia ed Algeria. 

Polonia e Lituania per la sicurezza energetica ucraina

Da un lato, la Commissione Europea ha incentivato la realizzazione di rigassificatori per importare gas liquefatto da Qatar, Egitto, Norvegia e Stati Uniti d’America, ed ha stabilito la progressiva integrazione dei sistemi infrastrutturali dei Paesi membri dell’UE. 

In aggiunta, un fascio di gasdotti è stato progettato, sempre dalla Commissione Europea, per importare in Europa gas naturale dall’Azerbaijan attraverso Georgia e Turchia.

D’altro canto, l’Ucraina ha rinunciato alle importazioni di gas dalla Russia, incrementando l’acquisto di oro azzurro russo in Germania veicolato in territorio ucraino tramite i gasdotti della Slovacchia. 

Inoltre, per diversificare le forniture di gas l’Ucraina ha ricevuto due importanti offerte che, in previsione dell’importazione di energia attraverso la Nuova Via della Seta, potrebbero aiutare Kyiv ad incrementare la propria sicurezza energetica.

Come dichiarato dal Presidente polacco, Andrzej Duda, la Polonia intende aiutare l’Ucraina fornendo parte del gas che Varsavia riceve dal Qatar presso il rigassificatore di Swinoujscie, una delle infrastrutture energetiche realizzate in conformità alle direttive della Commissione Europea.

A tale scopo, utile si potrebbe rivelare anche il nuovo rigassificatore che, come dichiarato dal Premier polacco, Beata Szydło, la Polonia intende realizzare nei pressi di Danzica.

Inoltre, anche la Lituania si sta attivando per incrementare la sicurezza energetica dell’Ucraina. Come dichiarato dall’Ambasciatore lituano a Kyiv, Marijus Janukonis, Vilna sta lavorando di concerto con la Polonia per avviare le esportazioni del gas liquefatto che la Lituania importa dalla Norvegia presso il terminale di Klaipeda attraverso i gasdotti polacchi.

L’iniziativa lituana è una risposta al diniego dato dal Presidente della Bielorussia, Alyaksandar Lukashenka, in merito ad un precedente progetto di Vilna di veicolare in Ucraina il gas importato a Klaipeda attraverso il territorio bielorusso.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Gli USA avviano le esportazioni di gas in Europa

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 14, 2016

Le compagnie degli Stati Uniti Chevron e ConocoPhilips inviano gas e olio shale liquefatto rispettivamente in Gran Bretagna e Italia. L’eliminazione dell’embargo sull’esportazione di energia e la rivoluzione shale statunitense le motivazioni che portano gli USA a diventare uno dei principali esportatori



Varsavia – Una nave cargo di quasi 300 metri è destinata a mutare la geopolitica del gas mondiale. Nella giornata di martedì, 12 Gennaio, la compagnia energetica statunitense Chevron ha avviato il primo trasporto di gas shale liquefatto dagli Stati Uniti verso i mercati esteri.

Nello specifico, la commessa di LNG, in partenza dal rigassificatore di Sabine Pass, in Louisiana, è diretta alla Gran Bretagna in virtù di un accordo stipulato dalla compagnia energetica britannica BG con la Chevron per l’importazione di gas shale dagli Stati Uniti.

Oltre alla spedizione del gas della Chevron, gli Stati Uniti, nella giornata di giovedì, 31 Dicembre, hanno anche avviato la prima commessa all’estero di greggio, questa volta realizzata dalla compagnia ConocoPhilips dalla centrale di Corpus Christi, in Texas, diretta in Sardegna e Sicilia.

Le due storiche esportazioni di LNG e greggio sono state rese possibili dalla rimozione dell’embargo sull’esportazione delle risorse naturali che, di recente, il Congresso statunitense ha approvato con un sostegno bipartisan di repubblicani e democratici e l’imprimatur dell’Amministrazione del Presidente USA, Barack Obama.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha autorizzato l’esportazione di gas e olio da cinque terminali: oltre a Sabine Pass e Corpus Christi, i siti interessati sono Cameron LNG in Louisiana, Freeport LNG in Texas, Cove Point LNG nel Maryland.

Con l’avvio dell’esportazione di energia, gli Stati Uniti intendono avvalersi dell’incremento della produzione interna di gas e olio shale -estratti da rocce argillose situate a bassa profondità con sofisticate tecniche di fracking- per imporsi tra i primi esportatori di energia al Mondo, superando, secondo le stime, la Russia e restando secondi solo a Qatar ed Australia.

Nello specifico, i mercati ai quali gli Stati Uniti hanno rivolto la loro attenzione sono, principalmente, Corea del Sud, Giappone, India, Singapore e Taiwan, alleati strategici nell’area dell’Asia/Pacifico dove l’Amministrazione Obama si sta impegnando a contenere la crescente influenza della Cina.

Tuttavia, un mercato interessante per gli Stati Uniti è anche l’Europa, dove la Commissione Europea ha incentivato la realizzazione di rigassificatori per permettere ai Paesi dell’Unione Europea di diversificare le proprie forniture di gas e, così, decrementare la dipendenza energetica da Algeria, Russia e Medio Oriente.

L’Ucraina guarda all’Europa

Se l’Europa, seppur timidamente, guarda agli Stati Uniti, chi guarda all’Europa come fornitore di gas è l’Ucraina che, nella giornata di mercoledì, 13 Gennaio, ha avviato l’importazione di gas dalla Polonia mediante la compagnia Enerhiya Ukrayiny.

L’importazione, della portata di 20 Milioni di metri cubi all’anno, segue l’accordo che la compagnia energetica statale ucraina Naftohaz ha raggiunto proprio con la Polonia per trasportare in Ucraina gas proveniente dal Qatar tramite le infrastrutture polacche sul Mar Baltico.

Inoltre, l’Ucraina, che ha deciso di rinunciare all’importazione del gas dalla Russia come risposta all’annessione illegale russa della Crimea e all’occupazione armata del Donbas da parte dell’esercito di Mosca, ha già avviato l’importazione di gas russo acquistato in Germania, attraverso l’uso invertito dei gasdotti di Slovacchia ed Ungheria.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

La Polonia invita l’Ucraina nella NATO 

Posted in Polonia, Ukraina by matteocazzulani on December 19, 2015

Il Presidente polacco, Andrzej Duda, invita il suo collega ucraino, Petro Poroshenko, a partecipare al vertice NATO di Varsavia. La Polonia concede un prestito per le riforme e assistenza energetica con l’esportazione del gas liquefatto da Swinoujscie all’Ucraina.  





Varsavia – Sicurezza, finanza, energia. Questi sono stati i temi principali della visita del Presidente della Polonia, Andrzej Duda, in Ucraina, dove, nella giornata di martedì, 15 Dicembre, ha incontrato in Presidente ucraino, Petro Poroshenko, e il Premier ucraino Arseniy Yatsenyuk. La visita è stata caratterizzata dall’invito all’Ucraina a partecipare al vertice NATO di Varsavia, che Duda ha ufficialmente rivolto a Poroshenko per aiutare Kyiv ad integrarsi progressivamente nelle strutture euroatlantiche.

Oltre all’invito al vertice NATO, Duda ha preannunciato la concessione di un credito di 4 miliardi di Zloty -circa 1 miliardo di Euro- per aiutare l’Ucraina ad implementare le riforme anticorruzione -necessarie per ottenere la liberalizzazione del regime dei visti Schengen, un obiettivo al quale Kyiv ambisce da tempo- e per risollevare un’economia fortemente indebolita dalla guerra con la Russia nel Donbas.

A proposito dell’occupazione russa del Donbas, e dell’annessione armata della Crimea alla Russia, Duda ha ribadito il pieno sostegno della Polonia all’integrità territoriale ucraina. I due Presidenti hanno anche criticato il raddoppio del Nordstream -gasdotto progettato dalla Russia per incrementare la dipendenza energetica dell’Europa dal gas di Mosca veicolando 115 miliardi di metri cubi all’anno di oro blu russo direttamente in Germania attraverso il fondale del Mar Baltico- in quanto questo progetto bypassa sia i Paesi membri dell’Unione Europea dell’Europa Centro Orientale, che l’Ucraina, ad oggi il principale stato di transito del gas russo in UE.

Sempre a proposito di energia, Duda ha offerto all’Ucraina la possibilità di usufruire del rigassificatore di Swinoujscie -recentemente realizzato per importare nel mercato polacco gas liquefatto dal Qatar- per diversificare le forniture di gas, e rendere così non necessario l’acquisto di energia dalla Russia. Tuttavia, per realizzare questo punto è necessaria la realizzazione dell’Interconnettore polacco-ucraino, un’infrastruttura che il Governo polacco ha già messo in preventivo.

Soddisfazione per le proposte di Duda è stata espressa da Poroshenko, che ha ringraziato la Polonia per il sostegno politico, morale ed economico in un momento particolarmente difficile per l’Ucraina. Simili apprezzamenti sono stati espressi anche dal Premier Yatsenyuk, sopratutto in merito al sostegno energetico che la Polonia intende dare all’Ucraina.

Un nuovo periodo nei rapporti polacco-ucraini

Con la visita, Duda e Poroshenko hanno inaugurato un nuovo capitolo delle relazioni polacco-ucraine, storicamente basate sulla lungimirante dottrina elaborata nel secondo dopoguerra, a Parigi, da Jerzy Giedroyc e dei pubblicisti di Kultura. Questa dottrina prevede che l’esistenza di un’Ucraina indipendente ed amica dei suoi vicini è condizione necessaria per la sicurezza e la pace della Polonia, degli altri Paesi della regione e dell’Europa tutta.

Nello specifico, la presentazione di iniziative concrete in ambito fiscale ed energetico ha segnato l’avvio di una collaborazione pragmatica tra Polonia ed Ucraina, dopo anni in cui la partnership strategica polacco-ucraina è stata onorata spesso solo a parole.

Dopo l’epoca dell'”attivismo costruttivo” per l’emancipazione dell’Ucraina durante l’epoca della Presidenza del socialista polacco Aleksander Kwaśniewski e dell’Amministrazione ucraina di Leonid Kuchma, i rapporti polacco-ucraini hanno toccato il picco più alto con l'”era romantica” tra il Presidente polacco conservatore Lech Kaczyński e l’Amministrazione ucraina del filo europeo Viktor Yushchenko, sorta dopo la Rivoluzione Arancione del 2004.

Con l’elezione del moderato Bronisław Komorowski in Polonia e di Viktor Yanukovych in Ucraina nel 2010, le relazioni polacco-ucraine hanno vissuto uno stallo a causa del progressivo disinteresse di Varsavia nei confronti dell’Europa Orientale e del regresso democratico ucraino che ha portato agli arresti politici della leader dell’Opposizione Democratica Yulia Tymoshenko e di altri esponenti del dissenso a Yanukovych.

Ora, a seguito del ripristino della democrazia in Ucraina dopo la Rivoluzione della Dignità del 2014, e con l’elezione di Duda -che ha posto la creazione di un’alleanza regionale dei Paesi dell’Europa Centro Orientale, di cui fa l’arte anche l’Ucraina, come priorità della sua politica estera- Polonia e Ucraina hanno un’opportunità imperdibile per rafforzare la loro partnership e garantire la sicurezza in Europa.

Tra Varsavia e Kyiv restano, tuttavia, alcune tematiche dirimenti, come la memoria storica inerente alle stragi perpetrate da ambo le parti nel periodo attorno alla Seconda Guerra Mondiale. 

Per questa ragione, Duda e Poroshenko hanno preannunciato la creazione di un Comitato Consultativo tra le due Amministrazioni per limare le differenze di vedute sulla questione.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Orban ci ripensa su Ucraina, Russia ed Europa

Posted in Ungheria by matteocazzulani on November 16, 2015

Il Premier ungherese dichiara che l’inviolabilità dei confini ucraini è condizione fondamentale per la sicurezza di Budapest. Parole di elogio anche nei confronti dell’Unione Europea dopo le recenti frizioni.



Varsavia – I confini dell’Ucraina devono rimanere inviolati e l’Unione Europea deve essere rafforzata per creare un’entità statale in grado di valorizzare e sviluppare i suoi Paesi membri. Questa è la nuova posizione del Premier ungherese, Viktor Orban, che nella giornata di martedì, 10 Novembre, sulle colonne del portale Portfolio.hu ha dichiarato il sostegno dell’Ungheria all’indipendenza e all’integrità territoriale ucraina.

Nello specifico, Orban ha evidenziato che la destabilizzazione dell’Ucraina non rientra nell’interesse nazionale ungherese, così come la presenza di un confine condiviso con la Russia, che il Premier dell’Ungheria ha definito essere “indesiderato” da Budapest.

La presa di posizione di Orban, che pur avendo dichiarato la sua volontà di mantenere un rapporto di stretta collaborazione con la Russia ha sottolineato che l’Ungheria si batterà per l’integrità territoriale ucraina, rappresenta un vero e proprio cambio di campo, dal momento in cui il Premier ungherese è stato tra i leader europei che non hanno mai condannato né l’annessione armata della Crimea a parte di Mosca, né l’occupazione militare russa del Donbas.

Inoltre, nel corso di diversi eventi pubblici, Orban si è presentato come paladino dei diritti della minoranza magiara in Ucraina che, secondo il suo punto di vista, sarebbero calpestati dal nuovo Governo di Kyiv: un’argomentazione che lede con la realtà dei fatti, ma che risulta pienamente in linea con la retorica anti-ucraina del Presidente della Russia, Vladimir Putin.

La svolta “pro-Ucraina” di Orban -che molto probabilmente resterà una mera dichiarazione senza alcuna attuazione pratica- non è che l’ultimo valzer geopolitico del Premier ungherese, che è già passato dal fronte Occidentale a quello russo nel corso degli ultimi anni.

Nel 2011, Orban ha fortemente sostenuto la realizzazione del Southstream, gasdotto concepito dalla Russia per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo in piena violazione delle leggi europee in materia di libera concorrenza. Pochi anni prima, Orban era uno dei più accesi sostenitori del Nabucco, infrastruttura concepita dalla Commissione Europea per diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea veicolando gas direttamente dall’Azerbaijan.

Nel 2014, di pari passo con il Southstream, Orban ha consentito a Putin investimenti per 10 miliardi di Euro finalizzati all’ampliamento della centrale nucleare di Paks, l’unica dell’Ungheria, una decisione che ha de facto incrementato il controllo della Russia sul settore energetico ungherese. 

Nel 1999, Orban, alla sua prima esperienza da Premier, ha condotto convintamente l’Ungheria nella NATO per salvaguardare l’appartenenza dell’Ungheria nella comunità occidentale, memore del periodo in cui Budapest è stata ripetutamente soggiogata dalla Russia sovietica.

Nel suo cambio di posizione geopolitica, Orban ha fatto anche riferimento all’Unione Europea, ribadendo che la convinta adesione all’UE dell’Ungheria ha consentito a Budapest di essere oggi un’altra Ucraina. 

Le parole di lode di Orban nei confronti dell’UE vanno però in disaccordo con quanto il Premier ungherese ha dichiarato sull’Unione Europea nel Febbraio 2015, dipingendo in negativo il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per via delle sue posizioni di forte critica nei confronti della Russia.

L’Ungheria lentamente torna a casa

Proprio la figura di Tusk, Premier della Polonia per otto anni, è centrale nel comprendere il perché della svolta filorussa di Orban, che in occasione di diversi vertici europei si è presentato come il leader di uno schieramento “russofilo” interno all’UE composto da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.

Infatti, con la decisione dei Governi Tusk di porre la collaborazione con la Germania come priorità della politica estera polacca, la Polonia ha de facto privato l’Europa Centro Orientale del suo leader naturale, lasciando che Orban e i leader politici di Repubblica Ceca e Slovacchia si lasciassero tentare dalle sirene di Putin, abile a offrire vantaggi energetici ed economici in cambio della fedeltà politica alla linea di Mosca.

A cambiare la situazione è stata l’elezione a Presidente di Andrzej Duda, che ha riportato Varsavia ad essere il Paese leader dell’Europa Centro Orientale, avviando un lento ma deciso riavvicinamento di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia ad un impegno all’interno di una coalizione regionale con Polonia e Paesi Baltici per difendere gli interessi della regione all’interno dell’Unione Europea e della NATO. 

Come dimostrato dal recente Minivertice NATO di Bucarest, Polonia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno infatti dichiarato la volontà di rafforzare le strutture difensive dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro Orientale per tutelare la sicurezza della regione dall’aggressione militare russa.

Matteo Cazzulani 

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

L’Europa Centro Orientale mette in guardia la NATO da Russia, Germania e Nordstream

Posted in NATO, Polonia by matteocazzulani on November 9, 2015

Nel Minivertice NATO di Bucarest, Polonia, Romania, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica Ceca ed Ungheria adottano una posizione comune per una maggiore presenza dell’Alleanza Atlantica a difesa della regione. Condannato il raddoppio del Nordstream voluto da russi e tedeschi.



Varsavia – Gli eserciti NATO devono stare laddove serve, senza remore, né ipocrisia. Nella giornata di mercoledì, 4 Novembre, a Bucarest, la capitale della Romania, i Presidenti di Polonia -Andrzej Duda- Romania -Klaus Iohannis- Lituania -Dalija Grybauskaite- Estonia -Toomas Hendryk- Lettonia -Raimonds Vejonis- Slovacchia -Andrej Kiska- Ungheria -Janos Ader- e Bulgaria -Roosen Plevneliev- e il Presidente della Camera Bassa del Parlamento della Repubblica Ceca, Jan Hamacek, hanno sostenuto, in maniera congiunta, la necessità di rafforzare le strutture difensive della NATO in Europa Centro Orientale per garantire la sicurezza di una regione fortemente preoccupata dinnanzi all’aggressività militare della Russia in Ucraina.

Durante il vertice, ribattezzato “Minivertice NATO”, e con la presenza del Vice Segretario Generale della NATO, Alexander Vershbow, i Paesi dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Centro Orientale hanno sottolineato la necessità di ampliare la Forza di Reazione Immediata, un contingente introdotto nell’ambito dell’ultimo vertice NATO di Newport come reazione in caso di invasione russa in Europa. Inoltre, i Paesi NATO dell’Europa Centro Orientale hanno auspicato una maggiore collaborazione militare con gli Stati Uniti, ed hanno supportato l’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Balcani, Europa Orientale e Caucaso.

Con la dichiarazione del Minivertice NATO, convocato su iniziativa di Duda e Iohannis, i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno finalmente adottato una posizione condivisa, atta a richiedere tutele militari e politiche dinnanzi alla possibile estensione del conflitto ucraino a Paesi dell’Alleanza Atlantica. Un fatto, quello presentato dai Paesi NATO dell’Europa Centro Orientale, tutt’altro che improbabile, come le ripetute violazioni dello spazio aereo di Finlandia, Svezia, Paesi Baltici, Polonia e Gran Bretagna da parte dell’aviazione militare russa ampiamente dimostrano.

Oltre alla minaccia militare rappresentata dalla Russia di Putin, i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno anche condannato il raddoppio del gasdotto Nordstream, un’iniziativa sostenuta da Russia e Germania per raddoppiare la quantità di gas russo inviato direttamente in territorio tedesco attraverso il fondale del Mar Baltico, bypassando l’Europa Centro Orientale, dai 55 Miliardi di metri cubi di gas annui attuali.

Durante un incontro bilaterale con Iohannis atto a rafforzare i rapporti polacco-romeni, Duda ha descritto il raddoppio del Nordstream, il cui primo tratto è stato realizzato nel 2012, come un investimento economicamente inutile e politicamente dannoso. Infatti, come ha sottolineato Duda, ad oggi il Nordstream è utilizzato solo per la metà della sua capacità, e il suo raddoppio incrementerebbe la dipendenza dell’Unione Europea dal gas della Russia.

Diverso da quello di Duda è il parere del Vice Cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, che in ben tre occasioni negli ultimi giorni ha incontrato i vertici del monopolista russo statale del gas Gazprom, la longa manus del Cremlino che coordina la realizzazione del raddoppio del Nordstream.

Da parte sua, anche il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha supportato il raddoppio del Nordstream come un progetto puramente economico che rientra nell’interesse nazionale della Germania.

L’ipocrisia di Berlino tra gas di Mosca e migranti

Con la dichiarazione congiunta conseguente al Minivertice NATO, i Paesi dell’Europa Centro Orientale hanno de facto rafforzato un’alleanza per tutelare gli interessi di una regione tradizionalmente poco considerata dai principali stati membri dell’Unione Europea e storicamente stretta e contesa tra Russa e Germania.

L’alleanza dei Paesi NATO dell’Europa Centro Orientale è la realizzazione del'”Intermarium”, coalizione dei Paesi situati tra il Mar Baltico e il Mar Nero, tra la Russia e la Germania, che Duda ha dichiarato di volere realizzare come principale obiettivo della sua politica estera, seguendo l’esempio del Leader della Polonia interbellica, Jozef Pilsudski, e dell’ex-Presidente polacco, Lech Kaczynski, che proprio nell'”Intermarium” hanno visto una garanzia per la sicurezza nazionale della regione dall’interesse russo e tedesco.

Infatti, l’opposizione di Duda al Nordstream rispecchia quanto l’Intermarium sia necessario oggigiorno, dal momento in cui questo gasdotto è realizzato sulla base di un accordo bilaterale tra Russia e Germania che penalizza l’Europa Centro-Orientale, nonostante sia questa regione, che Berlino appartengano all’Unione Europea.

Dal canto suo, la Germania sostiene il Nordstream per mantenere fede alla svolta verde in politica energetica conseguente alla rinuncia al nucleare -altrimenti nota come Energiewende- per soddisfare gli interessi che tante imprese tedesche hanno con aziende russe, e per evitare che una Russia fiaccata dalle sanzioni economiche, che l’Occidente ha applicato a Mosca in seguito all’occupazione di Crimea ed Ucraina orientale, si rifaccia in Europa con l’uso delle armi.

Tuttavia, la strategia che la Germania intende assumere nei confronti della Russia di Putin mediante il sostegno al Nordstream è sia di corto respiro che contraria alla lezione della storia, che proprio nell’appeasement delle potenze occidentali nei confronti dell’imperialismo militarista di Hitler ci insegna essere una delle cause dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Inoltre, con l’accordo per il raddoppio del Nordstream la Germania dimostra di non avere affatto a cuore quel concetto di solidarietà europea che, invece, proprio il Governo tedesco ha tanto sbandierato per imporre ai Paesi dell’Europa Centro Orientale -gli stessi penalizzati dalla realizzazione del Nordstream- il meccanismo di collocazione forzata dei migranti.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani