LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Turchia e Israele rispondono alla Russia con una storica partnership energetica

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 21, 2015

Il Presidente turco, Tayyip Erdogan, e il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, vicini ad un accordo per l’importazione del gas del Leviathan. Ankara, a seguito dell’interruzione delle relazioni energetiche con Mosca, ottiene il sostegno del Qatar, mentre Tel Aviv rafforza le relazioni energetiche con l’Unione Europea



Varsavia – Lo sconfinamento di un velivolo militare russo Su 24 in Turchia, ed il suo conseguente abbattimento da parte dell’esercito turco, sta portando Ankara ad un passo dal concludere un accordo storico con Israele. Nella giornata di venerdì, 18 Dicembre, Turchia e Israele hanno avviato consultazioni per l’importazione in Turchia di gas naturale israeliano proveniente dal giacimento Leviathan, ubicato nel Mar Mediterraneo, al largo di Israele.

Come riportato da YetNews, il Leviathan, giacimento dalla portata di 622 miliardi di metri cubi di gas, è considerato dalla Turchia un’importante fonte di importazione di gas alternativa alla Russia, con cui Ankara ha congelato le reazioni energetiche in seguito all’abbattimento del Su 24 russo.

Come dichiarato dal Ministro dell’Energia israeliano, Yuval Steinitz, la partecipazione della Turchia allo sfruttamento del Leviathan è utile per sviluppare il giacimento e renderlo appetibile agli occhi di compagnie internazionali.

Il riattivarsi del dialogo tra Turchia ed Israele è parte di un meccanismo ben più ampio che ha coinvolto anche altri Paesi della regione, come Qatar ed Azerbaijan, uniti in un sodalizio energetico che, in prospettiva, potrebbe favorire anche l’Unione Europea.

Nella giornata di giovedì, 17 Dicembre, il Qatar ha promesso l’estensione illimitata, a seconda dei bisogni di Ankara, della quantità di gas liquefatto di 1,2 miliardi di metri cubi che il Governo turco si è impegnato ad acquistare con un accordo raggiunto di recente durante una vista del Presidente della Turchia, Tayyip Erdogan.

Come riportato dall’Ambasciatore del Qatar in Turchia, Salem Mubarak Al-Shafi, la decisione di aiutare Ankara sul piano energetico è dettata dalla volontà di sostenere, in un momento particolarmente delicato, un Paese, la Turchia, con cui Qatar condivide la medesima posizione a riguardo delle crisi internazionali più dirimenti, dalla Siria alla Libia, fino allo Yemen.

Oltre ad Israele e Qatar, la Turchia, che a seguito del congelamento delle relazioni energetiche con la Russia ha siglato un accordo per l’importazione di 4,4 Miliardi di LNG annui dalla Nigeria, ha anche rafforzato la partnership con l’Azerbaijan, con cui Ankara ha in essere un accordo per l’importazione di 6,6 miliardi di metri cubi di gas provenienti dal giacimento Shakh Deniz e la realizzazione del Gasdotto Trans Anatolico -TANAP.  

Questo gasdotto, la TANAP, è progettato per veicolare un massimale di 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno in territorio turco e, in seguito, in Unione Europea. Interessamento alla TANAP, che è parte del Corridoio Meridionale Energetico Europeo -fascio di gasdotti concepito dalla Commissione Europea per diversificare le forniture di gas e decrementare la dipendenza da Russia ed Algeria- è stato espresso anche da Israele.

Come riportato dall’Ambasciatore israeliano a Baku, Dan Stav, Israele intende compartecipare alla TANAP nell’ambito di un programma di partnership con l’Azerbaijan in materia di energia ed agricoltura. Inoltre, alla luce delle trattative con la Turchia, la compartecipazione di Israele alla TANAP avverrebbe proprio tramite la realizzazione del gasdotto per importare gas naturale dal giacimento Leviathan in territorio turco su cui Ankara e Tel Aviv stanno trattando.

Un ulteriore elemento che facilita la realizzazione dell’accordo energetico tra Israele e la Turchia è l’accordo raggiunto tra il Governo israeliano, la compagnia energetica statunitense Noble Energy e l’israeliana Delek per lo sfruttamento del Leviathan.

L’accordo, che pone fine ad una lunga impasse politica, prevede il controllo della Noble Energy e della Delek sul Leviathan, in cambio della promessa da parte delle due compagnie energetiche di sfruttare al più presto anche gli altri due giacimenti di gas israeliani nel Mar Mediterraneo: il Tamar e il Dalit.

Come dichiarato dal Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, l’accordo permette ad Israele non solo di soddisfare il proprio fabbisogno di energia, ma anche di esportare gas naturale in Giordania, Egitto, Turchia ed Unione Europea.

A proposito dell’Unione Europea, l’esportazione del gas israeliano avverrebbe proprio grazie al collegamento del Leviathan con la TANAP, di cui Israele si avvarrebbe per immettere il proprio gas nel fascio di gasdotti deputato al trasporto di oro azzurro dall’Azerbaijan in Europa.

Verso la soluzione del caso della Marmara Flotilla

Nonostante il cospicuo interesse da parte di ambo le parti, un ostacolo all’accordo energetico tra Turchia e Israele è rappresentato dall’attacco alla Marmara Flotilla, un cargo marittimo deputato alla consegna di armi ai terroristi palestinesi sotto forma di aiuti umanitari, nel corso del quale, nel 2010, nove cittadini turchi sono stati uccisi.

Come riportato dalla Reuters, una soluzione alla questione sembrerebbe essere molto vicina a seguito di trattative in Svizzera tra il Sottosegretario agli Esteri del Governo turco, Feridun Sinirlioglu, l’inviato di Netanyahu in Turchia, Joseph Ciechanover, e il Capo del Mossad, Yossi Cohen. 

Secondo indiscrezioni, Israele si sarebbe detta disposta a corrispondere una compensazione finanziaria alle vittime turche dell’attacco, così come richiesto da Erdogan. 

Non a caso, il Presidente turco ha descritto la normalizzazione delle relazioni con Israele come un passo necessario per la sicurezza e la prosperità del Medio Oriente.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche energetiche

@MatteoCazzulani

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Gruppo di Vysegrad e Parlamento Europeo contro il Nordstream, ma Juncker si schiera con Putin contro Obama

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 12, 2015

L’attivismo della Polonia come Paese-leader dell’Europa Centro Orientale porta anche Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia a contestare il gasdotto voluto da Russia e Germania per bloccare la politica energetica dell’Unione Europea. Anche popolari, socialisti, conservatori e verdi condannano il Nordstream al Parlamento Europeo



Varsavia – Il gasdotto Nordstream è un progetto politico, e non energetico, contestato dalla volontà popolare, ma non dai vertici di un’Unione Europea a guida franco-tedesca sempre più filorussa ed antiamericana. Nella giornata di venerdì, 9 Ottobre, il Gruppo di Vysegrad, associazione di Stati dell’Europa Centrale della quale fanno parte Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha criticato l’accordo per il raddoppio di un gasdotto, il Nordstream, concepito per veicolare 110 miliardi di metri cubi totali di gas russo dalla Russia alla Germania, attraverso il fondale del Mar Baltico.

Come dichiarato dal Presidente polacco, Andrzej Duda, che ha partecipato ad un vertice del Gruppo di Vysegrad assieme al Presidente ungherese, Janos Ader, al Presidente ceco, Milos Zeman, al Presidente slovacco, Andriej Kiska e al Presidente croato, Kolinda Grabar-Kitarovic, il Nordstream è un accordo politico tra Russia e Germania destinato ad incrementare la dipendenza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale dal gas russo.

La condanna del gasdotto russo-tedesco, su cui Mosca ha puntato molto per mantenere la propria influenza sull’Unione Europea, è stata condivisa non solo da Polonia e Croazia, ma anche da Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia: Paesi che negli scorsi anni, complice il mancato interesse da parte di Varsavia nel ricoprire il ruolo-guida del Gruppo di Vysegrad che storicamente spetta alla Polonia, hanno guardato alla Russia come alleato strategico su questioni di carattere energetico e politico.

Oltre ai partner della Polonia nel Gruppo di Vysegrad, a sostenere la battaglia di Duda contro il raddoppio del Nordstream sono altri Paesi dell’Europa Centro Orientale come Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ed anche quasi tutti i gruppi del Parlamento Europeo, che nella giornata di giovedì, 8 Ottobre, hanno fortemente contestato il progetto franco-tedesco.

Come dichiarato da Jerzy Buzek, Presidente della Commissione Energia del Parlamento Europeo e membro del Partito Popolare Europeo, il Nordstream divide l’Unione Europea penalizzando i Paesi membri dell’Europa Centro Orientale senza assicurare vantaggi economici ad alcuno Stato dell’UE.

Flavio Zanonato, del gruppo dei Socialisti e Democratici, ha illustrato come il Nordstream sia parte di una politica energetica aggressiva da parte della Russia finalizzata alla sottomissione energetica dell’Europa Centrale e dell’Ucraina, Paese che ambisce all’integrazione nell’UE.

Marek Grobarczyk, del gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei, ha sottolineato come, se realizzato, il raddoppio del Nordstream finirebbe per coprire il 50% del fabbisogno energetico dell’Unione Europea, isolando, però, i Paesi membri dell’Europa Centro Orientale, e ponendo una seria minaccia alla tenuta politica dell’UE così facendo.

Infine, Claude Turmes dei Verdi europei ha dichiarato come il raddoppio del Nordstream sia sostenuto da potenti lobby legate, tra gli altri, al monopolista statale russo del gas Gazprom e al colosso olandese-britannico Shell, che vedono nel Cancelliere tedesco Angela Merkel e nel Presidente francese Francois Hollande i più stretti alleati.

Oltre a Merkel e Hollande, che hanno sempre sostenuto il Nordstream a discapito della solidarietà europea, che invece tanto hanno preteso sulla questione dei migranti, ad appoggiare i piani energetici e politici della Russia in Europa è stato il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker.

La Commissione Europea vuole la Russia e non gli USA

Sempre nella giornata di venerdì, 9 Ottobre, Juncker ha dichiarato che l’Unione Europea deve migliorare le proprie relazioni con la Russia senza seguire gli Stati Uniti d’America: una posizione totalmente antiamericana che pone un forte problema di carattere politico all’interno dell’UE.

Infatti, la dichiarazione di Juncker, riportata dall’autorevole Reuters, arriva alla vigilia di una discussione per il mantenimento delle sanzioni che l’Occidente -USA ed UE- hanno applicato alla Russia in seguito all’annessione armata dell’Ucraina e all’occupazione dell’Ucraina Orientale.

La posizione filorussa di Juncker è stata rilasciata anche all’indomani dell’intervento russo in Siria, che, come dimostrato da diverse fronti giornalistiche e di intelligence, ha colpito l’opposizione al regime siriano di Bashar Al Assad anziché lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- che USA, Gran Bretagna e Francia sono impegnati a combattere dal Settembre 2014.

Infine, le dichiarazioni di Juncker seguono un incontro bilaterale tra il Presidente della Commissione Europea e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, i cui contenuti restano prevalentemente segreti.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Putin riapre le ostilità in Georgia

Posted in Georgia, NATO by matteocazzulani on July 15, 2015

L’esercito russo si espande in Ossezia del Sud, regione georgiana occupata dal 2008, per bloccare l’oleodotto Baku-Supsa. Il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale per la diversificazione energetica dell’Unione Europea messo a serio repentaglio



Varsavia – Non in Lettonia, nemmeno in Polonia, e neanche ancora in Ucraina, come in molti temevano. Con l’inizio dell’estate, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha avviato una nuova offensiva militare in Georgia con l’occupazione di un’ulteriore porzione dell’Ossezia del Sud, regione storicamente e culturalmente georgiana che la Russia controlla illegalmente dal 2008.

Come riportato dall’autorevole sito di informazione militare Defence24, la manovra dell’esercito russo, avvenuta nei pressi di Tsitelubani -Paese ubicato nei pressi di Gori- ha permesso alla Russia di controllare una parte dell’oleodotto Baku-Supsa, una delle infrastrutture da cui l’olio estratto dal Mar Caspio viene esportato in Europa senza transitare per il territorio russo.

Con il controllo anche solo parziale dell’oleodotto Baku-Supsa, la Russia rende impossibile la realizzazione di un corridoio energetico per l’esportazione dell’olio centro asiatico in Europa Centrale, una delle regioni dell’Unione Europea maggiormente dipendenti dalle importazioni di energia russa.

Questo progetto, supportato dal consorzio Sarmatia -sostenuto politicamente da Polonia, Ucraina, Azerbaijan, Georgia e Lituania, e compartecipato dalla compagnia energetica polacca PERN, da quella ucraina UkrTransNafta, dalla georgiana GOGC, dalla lituana Klaipedos Nafta e dal colosso azero SOCAR- prevede l’invio dell’olio azero attraverso il Baku-Supsa e il suo trasporto via nave fino al porto di Odessa. Da qui, il carburante centro asiatico sarebbe inviato al porto di Danzica una volta completato il prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody-Plock fino alla città polacca.

L’occupazione di una fetta di territorio in cui transita l’oleodotto Baku-Supsa ha avuto luogo a pochi mesi dalla vittoria nelle Elezioni Presidenziali polacche di Andrzej Duda, giovane candidato conservatore che, in materia di politica estera ed energetica, ha dichiarato di voler ripristinare le iniziative attuate dal suo Predecessore, Lech Kaczynski.

Dinnanzi all’assenza di iniziative da parte dell’Unione Europea atte a garantire la sicurezza energetica dei suoi Paesi membri, Lech Kaczynski ha dato un forte impulso al progetto Sarmatia per diversificare le forniture di energia dell’Europa Centro-Orientale.

L’attività militare a scopo energetico della Russia in Georgia rappresenta una continuità preoccupante con le iniziative belliche che l’esercito russo sta attuando in Ucraina, dove, in seguito all’annessione armata della Crimea, le milizie di Mosca occupano le regioni orientali ucraine e, secondo fonti afferenti all’ambito militare, avrebbero come prossimo obiettivo proprio la città di Odessa.

Inoltre, come testimoniato da diverse fonti internazionali, l’esercito russo sta attuando sistematiche provocazioni nei cieli e nelle acque territoriali di Stati membri di NATO ed Unione Europea, quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Gran Bretagna.

Obama e l’Europa ancora indifferenti

A facilitare l’attività bellica della Russia è la noncuranza dell’Unione Europea, incapace di condannare fermamente l’aggressività militare di Mosca nei confronti dei Paesi membri dell’UE situati in Europa Centro-Orientale.

Oltre al silenzio dell’UE, provocato dagli stretti interessi energetici ed economici con la Russia di alcuni Stati membri spiccatamente filorussi -Germania, Grecia, Italia ed Ungheria in primis- a favorire l’attività bellica di Putin in Georgia ed Ucraina è anche la distrazione dell’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America del democratico Barack Obama.

Nel Dicembre 2014, Obama ha rifiutato di concedere a Georgia ed Ucraina lo status di alleato particolare della NATO, un riconoscimento, chiesto a gran voce dai membri del Congresso sia repubblicani che democratici, che avrebbe consentito una stretta collaborazione militare di Tbilisi e Kyiv con gli USA.

Come riportato dalla Reuters, d’altro canto l’Amministrazione Obama ha concesso lo status di alleato particolare della NATO alla Tunisia, l’unico Paese del Nord Africa ad avere compiuto un processo democratico dopo le cosiddette Primavere Arabe.

Senza una reale comprensione da parte di Obama del problema rappresentato dall’aggressività militare russa in Europa Centrale ed Orientale -che tuttavia è stato ben compreso dal principale candidato alle Primarie repubblicane, Jeb Bush- l’Unione Europea vede la sicurezza energetica, nazionale e militare dei suoi Stati membri essere seriamente a repentaglio.

Inoltre, senza un vero e proprio rafforzamento della NATO, con una presenza permanente di uno o più contingenti dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro-Orientale, e senza una comune politica dell’energia che punti a diversificare le forniture di gas e olio dalla forte dipendenza da Mosca, l’Unione Europea sarà incapace di affrancarsi dall’influenza di Putin sul piano militare ed energetico.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

La Finlandia si allontana dalla NATO dopo le elezioni

Posted in Finlandia, NATO by matteocazzulani on April 20, 2015

La vittoria del Partito di Centro del multimilionario Juha Sipila raffredda le possibilità di integrazione nella NATO, sostenuta dalla Coalizione Nazionale del Premier uscente, Alex Stubb. L’economia il tema principale della consultazione elettorale

Se Atene -intesa come la Comunità Trans Atlantica- piange, Sparta -la Russia di Putin- non ride. Questo è il bilancio delle Elezioni Parlamentari in Finlandia che, nella giornata di Domenica, 19 Aprile, hanno visto trionfare il Partito di Centro. Questa forza di orientamento liberal-democratico ha ottenuto 49 seggi sui 200 messi in palio nel Parlamento monocamerale finlandese.

Come seconda forza, quasi a sorpresa, si è affermato il Partito dei Finnici, movimento nazionalista, populista ed antieuropeo che ha basato la sua campagna elettorale su un’aspra critica all’Unione Europea, riuscendo ad ottenere ben 38 seggi.

Come riportato dall’autorevole Reuters, solamente terza, anche se staccata di poco con 37 seggi, si è posizionata la Coalizione Nazionale del Premier uscente Alexander Stubb, una forza moderata e conservatrice che ha pagato il prezzo di una crisi economica sempre più forte nel Paese.

Come dichiarato dal Leader del Partito di Centro, Juha Sipila, la nuova coalizione di governo vedrà i liberal-democratici condividere la guida del Paese con i populisti del Partito dei Finni, il cui Capo, Timo Soini, ha già dichiarato di accettare la responsabilità di fare parte della maggioranza.

Secondo quanto riportato da El Pais, all’opposizione, di sicuro, si posizionerà la Coalizione Nazionale, sopratutto dopo che il Segretario del Partito SocialDemocratico, Antii Rinne, ha dichiarato di non volere utilizzare i suoi 36 seggi per dare la possibilità a Stubb di mantenere il ruolo di Premier a Capo di una Grande Coalizione simile a quella tedesca.

Nonostante il tema principale della campagna elettorale sia stato l’economia, la politica estera ha ricoperto un ruolo importante, dal momento in cui, dopo la ripresa dell’attività bellica della Russia, la sicurezza nazionale della Finlandia si trova oggi particolarmente a repentaglio.

Dopo le ripetute violazioni dello spazio aereo finlandese da parte di velivoli militari dell’aviazione russa, il Premier Stubb ha rafforzato la cooperazione militare con Svezia, Danimarca e Norvegia, ed ha ventilato l’ipotesi di integrare la Finlandia nella NATO.

L’opinione del Premier Stubb, il politico più atlantista dello scenario finlandese, è stata contrastata da Sipila, che, in linea con la tradizionale posizione di neutralità predicata dal suo Partito -che deve molto del suo programma all’ideologia neutralista dell’ex-Presidente Urho Kekkonen- si è detto contrario all’ingresso della Finlandia nella NATO.

Tuttavia, il Leader del Partito di Centro non ha chiuso totalmente la questione dell’appartenenza di Helsinki all’Alleanza Trans Atlantica, sostenendo, a poche ore dalla fine del conteggio dei voti, che un dibattito sull’ingresso della Finlandia nella NATO è comunque necessario.

Per Putin un risultato agrodolce

Con la sconfitta di Stubb, la Comunità Trans Atlantica perde uno dei Capi di Governo più atlantisti in Europa che, come riportato dal Helsinki Times, ha avuto la lungimiranza di considerare la NATO come l’unica soluzione possibile per garantire la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Unione Europea dall’aggressività della Russia.

Tuttavia, l’apertura di Sipila alla questione dell’ingresso di Helsinki nell’Alleanza Atlantica dimostra come, nonostante le divergenze interne, la politica estera della Finlandia potrebbe non registrare cambiamenti per quanto riguarda il lento, ma inesorabile avvicinamento alla NATO.

A preoccupare, tuttavia, resta anche l’ottimo risultato del Partito dei Finni che, così come gli altri Partiti euroscettici ed antieuropei -basti pensare al Front National in Francia, allo UKIP in Gran Bretagna, alla Lega Nord e al Movimento 5 Stelle in Italia- sostiene posizioni molto vicine, se non addirittura collimanti, con la propaganda di Putin.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche Trans Atlantiche, Europa Centro Orientale ed energetiche

@MatteoCazzulani

Netanyahu incrementa il gap con Obama sull’Iran

Posted in Medio Oriente, USA by matteocazzulani on March 4, 2015

Il Premier israeliano critica il Presidente statunitense per la politica troppo morbida nei confronti del regime di Teheran durante un discorso al Congresso degli Stati Uniti. I repubblicani sostengono Netanyahu, mentre i democratici difendono l’iniziativa di Obama.

Non è bastato abbassare i toni all’inizio di un discorso di 40 minuti circa, interrotto da più di 20 standing ovation, per evitare al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di rendere ancora più profonda la divergenza politica con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Netanyahu, durante un discorso pronunciato presso il Congresso USA a Camere riunite, nella giornata di martedì, 3 Marzo, ha messo in guardia circa l’inefficacia di un accordo che gli Stati Uniti e l’Occidente stanno negoziando con l’Iran per limitare la proliferazione nucleare del regime di Teheran.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Netanyahu, senza svelare i dettagli dell’accordo che il Presidente Obama sta negoziando con l’Iran, ha ritenuto che i negoziati non garantiscono la rinuncia da parte di Teheran ai progetti di arricchimento dell’uranio.

In particolare, Netanyahu ha contestato la proposta di Obama di varare un accordo che vieta la proliferazione nucleare dell’Iran per dieci anni, un lasso di tempo che, secondo il Premier israeliano, non serve ad eliminare una volta per tutte la minaccia che Teheran rappresenta per la sicurezza nazionale di Israele.

Pronta è stata la risposta di Obama, che ha sempre sostenuto l’approccio morbido nei confronti dell’Iran come mezzo di successo per persuadere Teheran ad arrestare la proliferazione nucleare.

In una nota immediatamente successiva al discorso di Netanyahu, il Presidente statunitense ha dichiarato di non riscontrare alcuna proposta alternativa da parte del Premier israeliano.

Obama, un democratico, ha inoltre contestato la decisione della maggioranza repubblicana del Congresso di invitare Netanyahu a tenere un discorso alla vigilia della conclusione dei negoziati con l’Iran, ed ha sottolineato come la politica estera sia una stretta competenza dell’Amministrazione Presidenziale.

Reazione positiva al discorso di Netanyahu è stata espressa dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che similmente a molti suoi colleghi repubblicani ha ritenuto le parole del Premier israeliano chiare ed aderenti alla realtà nel descrivere la minaccia che l’Iran rappresenta per la sicurezza globale.

Opposto, invece, è stato il commento della Capogruppo dei democratici alla Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che, come riportato da Politico, ha ritenuto le critiche di Netanyahu ai negoziati intavolati da Obama un insulto alla capacità degli Stati Uniti di contrastare la proliferazione nucleare su scala globale.

Nelle scorse settimane, la questione iraniana ha coinvolto anche il Senato, dove una maggioranza bipartisan si è detta favorevole all’inasprimento delle sanzioni già imposte dagli USA all’Iran.

Ciò nonostante, sia Obama che il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, un conservatore come Netanyahu, hanno invitato i senatori statunitensi a non innalzare la tensione per permettere agli USA e all’Occidente la finalizzazione dei negoziati con il regime di Teheran.

Alle Elezioni Parlamentari israeliane probabile un ribaltone

La querelle originatasi negli Stati Uniti per via del discorso di Netanyahu al Congresso è legata al rapporto controverso tra il Premier israeliano ed Obama, tra cui non vi è mai stato un buon feeling.

Durante la campagna elettorale per le Presidenziali statunitensi del 2012, Netanyahu, nemmeno troppo velatamente, ha sostenuto la corsa dell’avversario di Obama, il candidato repubblicano Mitt Romney.

Obama, da parte sua, non ha mai fatto mistero di preferire per Israele una leadership diversa rispetto a quella di Netanyahu per via delle posizioni troppo conservatrici espresse dal Premier israeliano sopratutto in materia di politica estera.

Oltre a dividere lo spettro politico statunitense, con i repubblicani apertamente a sostegno del discorso del Premier israeliano e i democratici scettici sulla posizione del leader di Israele apertamente in contrasto con il Presidente Obama, Netanyahu ha anche giocato una carta pesante in vista delle imminenti Elezioni Parlamentari israeliane.

Secondo i più recenti sondaggi, il Likud, il partito conservatore di Netanyahu, è superato di una manciata di punti dall’Unione Sionista, la coalizione di centro-sinistra composta dal Partito Laburista e dalla forza politica di centrosinistra Hatnuah.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton e Jeb Bush già pronti con gli staff

Posted in USA by matteocazzulani on February 19, 2015

L’ex-Segretario di Stato supportata da uno staff di veterani delle sue precedenti campagne elettorali e di quelle del Presidente statunitense, Barack Obama. L’ex-Governatore della Florida assolda i consiglieri di politica estera degli ex-Presidenti George H W Bush, George Bush e Ronald Reagan

Philadelphia – Non hanno ancora ufficializzato la loro candidatura, ma l’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton, e l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, stanno già giocando alle figurine per la formazione dei rispettivi staff elettorali in vista delle Elezioni Presidenziali statunitensi.

Hillary Clinton, ex-First Lady favorita nelle Elezioni Primarie per la selezione del candidato democratico alle presidenziali, avrebbe ingaggiato come manager della sua campagna elettorale Robby Mook, uno dei principali allenatori di candidati alle elezioni negli Stati Uniti.

Come riportato dall’autorevole Politico, Mook, che ancora non ha confermato la sua nomina, si troverà a coordinare una squadra di personalità provenienti sia dallo staff di Hillary Clinton che da quello del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

L’integrazione tra gli staff della Clinton e di Obama, epici avversari nelle primarie del Partito Democratico del 2008, è dimostrata dalle nomine di John Podesta, Jennifer Palmieri e Jim Margolis rispettivamente a Coordinatore della campagna elettorale di Hillary Clinton, Capo della comunicazione e consulente principale.

Altre personalità dello staff di Obama che potrebbero entrare nella squadra della Clinton sono il confidente del Presidente, Joel Benenson, e il manager della sua campagna elettorale del 2012, Jim Messina.

Inoltre, gli strateghi di comunicazione elettorale Jeremy Bird and Mitch Steward, impegnati sia nella campagna di Obama del 2012 che della pre-campagna delle primarie della Clinton “Ready for Hillary”, potrebbero essere affiancati dagli esperti di comunicazione digitale Teddy Goff e Andrew Bleeker.

Oltre ai veterani delle campagne elettorali di casa democratica, Mook potrebbe inserire la capo comunicazione de L’Oreal, Kristina Schake, e il Vice Direttore della campagna per le elezioni al Senato del Partito Democratico, Matt Carter.

Oltre alla Clinton, favorita dall’assenza di avversari di spessore nelle primarie democratiche, anche Bush ha costruito un proprio Dream Team focalizzato sopratutto sulla politica estera, un settore in cui il Partito Repubblicano è pronto a dare battaglia approfittando della debolezza finora dimostrata da Obama nel settore.

Come riportato dalla Reuters, Bush, che ha presentato le linee guida della sua politica estera durante una conferenza presso il Chicago Council of Global Affairs nella giornata di mercoledì, 18 Febbraio, ha inserito nel suo staff Richard Hass e Robert Zoellick, già collaboratori dei presidenti George H W Bush e George W Bush, rispettivamente il padre e il fratello di Jeb Bush, sulle questioni internazionali.

A prendere parte allo staff di Bush sono anche il moderato James Baker, il Segretario di Stato dell’Amministrazione di George H W Bush e, prima ancora, consigliere di Ronald Reagan, e il conservatore Paul Wolfowitz, che ha consigliato l’intervento militare in Iraq nel 2003 all’allora Vice Presidente, Dick Cheney.

Una presenza importante nello staff di Bush, infine, è quella di Condoleeza Rice, già Segretario di Stato e, prima ancora, consigliere di George W Bush in materia di difesa e sicurezza.

Partita aperta negli swing state

La competizione tra Clinton e Bush è già abbastanza accesa, come dimostrato da un sondaggio della Quinnipiac University, che ha rilevato come, in tre Stati Chiave come Iowa, Virginia e Colorado, la partita sia tutt’altro che chiusa.

In Iowa, la Clinton vincerebbe su Bush con il 44% contro il 36%, così come in Virginia, dove la democratica è data in testa con il 45% contro il 35% del candidato repubblicano. Tuttavia, in Virginia Clinton e Bush sono incollati al 42% rispettivamente.

Un’altro sondaggio, realizzato da NBC/Maristpoll, ha sancito la vittoria di misura della Clinton su Bush in New Hampshire con il 48% contro il 42%.

Tuttavia, in South Carolina ha stimato il candidato repubblicano in vantaggio con il 48% sull’esponente democratica, ferma al 45%.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Politica USA: Ash Carter confermato Segretario alla Difesa

Posted in USA by matteocazzulani on February 14, 2015

Un’ampia maggioranza al Senato conferma la nomina del tecnico vicino ai democratici voluto dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a Capo del Pentagono. Professionalità ed indipendenza le qualità apprezzate anche dai repubblicani

Philadelphia – Un politico molto tecnico a Capo del Pentagono in un periodo in cui l’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America ha ripreso un ruolo attivo in politica internazionale. Nella giornata di giovedì, 12 Febbraio, il Senato degli Stati Uniti ha approvato la nomina di Ash Carter a Segretario alla Difesa, dopo che, nella giornata martedì, 10 Febbraio, la Commissione Servizi Armati ne ha raccomandato l’approvazione all’unanimità.

La nomina di Carter, un tecnico politicamente vicino al Partito Democratico, ha ottenuto una maggioranza schiacciante di 93 Senatori, contro soli 5 contrari appartenenti all’ala più conservatrice del Partito Repubblicano, che non hanno accettato il candidato proposto dal Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, alla guida del Pentagono.

Già Vice Segretario alla Difesa durante la guida del Pentagono di Leon Panetta -il secondo Segretario alla Difesa dell’Amministrazione Obama- e Top Buyer del Dipartimento della Difesa sotto l’Amministrazione di Bill Clinton, Carter è stato apprezzato per la sua profonda conoscenza dell’apparato interno al Dipartimento, oltre che per la sua capacità di lettura delle tematiche legate a sicurezza e difesa originate dalla sua lunga esperienza.

Come riportato dal Capogruppo dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, il voto favorevole a Carter del Partito Repubblicano è legato alla richiesta che il nuovo Segretario alla Difesa sia capace di incidere nelle decisioni di Obama in materia di difesa e sicurezza nazionale.

Claire McCaskill, esponente democratica presso la Commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che Carter è la persona giusta per ricoprire un ruolo in un settore, quello del Pentagono, chiamato a decisioni importanti in un periodo di rinnovato coinvolgimento in politica estera da parte dell’Amministrazione Obama.

Come riportato dall’autorevole Politico, il consenso bipartisan al nuovo Segretario alla Difesa è stato dimostrato dal clima nel quale l’audizione di Carter è avvenuta presso la Commissione Servizi Armati del Senato, durante la quale il candidato Segretario ha dimostrato di possedere una visione di politica estera e di difesa chiara ed autonoma.

Il predecessore di Carter, Chuck Hagel, un repubblicano vicino alle posizioni di Obama su questioni importanti come Iraq, Iran e Israele, ha invece dovuto passare un esame molto più attento da parte del Senato, che ha approvato la sua nomina con un’esigua maggioranza di 58 senatori contro 41 dopo diversi giorni di ostruzionismo da parte di esponenti dello stesso Partito Repubblicano.

Il nuovo Segretario subito al lavoro su bilancio ed Ucraina

Confermata la sua nomina, Carter, il quarto Segretario alla Difesa nominato da Obama, dopo il democratico Panetta e i repubblicani Hagel e Robert Gates, è ora chiamato ad assumere fin da subito il controllo del Dipartimento alla Difesa sia sul piano finanziario che politico.

Da un lato, il nuovo Segretario alla Difesa deve redigere e presentare il nuovo bilancio del Pentagono, cercando di evitare i tagli che l’Amministrazione Obama ha più volte ventilato.

Carter dovrà inoltre prodigarsi per l’acquisto degli armamenti necessari per rafforzare le strutture militari dell’esercito statunitense, chiamato sia ai raid mirati contro l’ISIL che alla difesa degli Stati Uniti in un’epoca di insicurezza globale legata al terrorismo.

Infine, come riportato dalla Reuters, il nuovo Segretario alla Difesa dovrà fare sentire la sua voce presso l’Amministrazione in merito a questioni di alta importanza, come il sostegno militare all’Ucraina e il posticipo del ritiro dell’esercito USA dall’Afghanistan, su cui Carter, a differenza di Obama, è apertamente a favore.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama chiede al Congresso un’autorizzazione leggera per continuare ad attaccare l’ISIL

Posted in USA by matteocazzulani on February 12, 2015

Il Presidente statunitense chiede un ok temporaneo per continuare gli attacchi mirati allo Stato Islamico e l’addestramento delle truppe irachene, ma senza alcun ingaggio via terra. Repubblicani e democratici tendenzialmente favorevoli, anche se non mancano i perplessi

Philadelphia – Equilibrio e flessibilità sono le parole d’ordine della richiesta di Autorizzazione di Uso della Forza Militare contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha presentato al Congresso nella giornata di mercoledì, 11 Febbraio.

Durante una conferenza stampa di presentazione della richiesta, Obama ha sottolineato la necessità di approvare il documento presso il Congresso per dare forza agli Stati Uniti nell’ambito dell’azione di opposizione all’ISIL che l’aviazione e l’esercito di terra statunitense stanno già compiendo, per mezzo di bombardamenti mirati ed addestramento delle truppe irachene, sulla base di un decreto esecutivo del Presidente.

La richiesta, un documento molto moderato, prevede la continuazione dei bombardamenti mirati e delle operazioni di addestramento delle truppe di terra irachene che l’esercito degli Stati Uniti sta già realizzando in collaborazione con gli altri 60 Paesi della colazione mondiale anti-ISIL.

Nello specifico, la richiesta di Obama non prevede alcun ingaggio da parte delle truppe di terra, ad eccezione di operazioni di salvataggio di personale statunitense e di assistenza logistica ad azioni compiute dagli alleati impegnati sul territorio.

Inoltre, la richiesta comprende una clausola che obbliga il Congresso a riesaminare il rinnovo dell’Autorizzazione non appena il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America si sarà insediato dopo la scadenza del mandato di Obama alla Casa Bianca.

La presentazione della richiesta al Congresso è stata decisa dal Presidente Obama dopo l’uccisione dell’ennesimo ostaggio statunitense da parte dell’ISIL, che ha già barbaramente ammazzato altri prigionieri di diversa nazionalità.

Tuttavia, la richiesta di Obama potrebbe non avere approvazione facile al Congresso, dal momento in cui lo scetticismo non manca sia tra i repubblicani che tra i democratici.

Lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, pur assicurando il voto favorevole dei repubblicani, ha dichiarato la propria perplessità in merito alla possibilità che la strategia di Obama, così come annunciata, possa portare al risultato prefissato.

Alcuni democratici liberali hanno invece criticato la strategia di Obama perché essa prevede il coinvolgimento delle truppe di terra, nonostante la filosofia generale del provvedimento sia stata improntata sul disimpegno dell’esercito USA sul piano terrestre.

Il Canada a fianco degli Stati Uniti

La mossa di Obama ha trovato la pronta risposta del Canada, uno degli alleati più stretti della coalizione anti-ISIL, che, come riportato dall’autorevole Reuters, ha valutato l’ipotesi di prolungare la permanenza dell’esercito canadese in Iraq per proseguire le operazioni di training delle forze armate irachene.

Come riportato dal Ministro della Difesa del Governo conservatore canadese, Jason Kenney, il prolungamento del mandato non coincide tuttavia con l’autorizzazione all’ingaggio militare via terra, che il Canada, così come gli Stati Uniti, non intende avallare.

Come pronta risposta, l’opposizione del Nuovo Partito Democratico, forza partitica di orientamento socialdemocratico, ha contestato il Premier canadese, Stephen Harper, per avere esposto le truppe di terra canadesi a ripetuti incontri armati con le forze dell’ISIL.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Ucraina: Obama concede l’ultima chance alla Merkel con Putin

Posted in USA by matteocazzulani on February 10, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti supporta l’iniziativa diplomatica del Cancelliere tedesco ma lascia aperta la possibilità di rifornire di armi l’esercito ucraino. Cresce il sostegno del Congresso e degli Adviser di Obama al sostegno militare all’Ucraina

Philadelphia – Passi ancora la linea morbida, quella delle pacche sulle spalle e del timore reverenziale nei confronti del Presidente della Russia, Vladimir Putin, ma se la via diplomatica non dovesse arrestare l’aggressione militare Russia in Ucraina occorrerà cambiare verso, e la Germania si accollerà tutta la responsabilità del fallimento.

Questo è il messaggio lanciato dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al Cancelliere tedesco, Angela Merkel, durante un vertice bilaterale presso la Casa Bianca, nella giornata di lunedì, 9 Febbraio.

Pur di non rompere l’unità dell’Occidente, Obama ha dichiarato di sostenere l’iniziativa diplomatica che la Merkel ed il Presidente francese, Francois Hollande, hanno intrapreso nei confronti di Putin, nonostante ogni tentativo di mediazione con la Russia non abbia portato ad alcun miglioramento della situazione in Ucraina, dove miliziani pro-russi armati da Mosca stanno occupando le regioni dell’est ucraino.

Per questa ragione, il Presidente statunitense non ha escluso l’ipotesi di autorizzare l’invio di armi all’Ucraina per permettere agli ucraini di difendersi e di garantire l’inviolabilità dei confini nazionali, una conditio sine qua non che sia Obama che la Merkel hanno indicato come necessaria per il mantenimento della pace in Europa.

Tuttavia, la Merkel ha manifestato un’opinione differente da quella di Obama nel rifiutare categoricamente ogni invio di armi all’Ucraina, in quanto, secondo il Cancelliere tedesco, il gesto incrementerebbe l’ostilità di Putin.

Seppur evidente, la frattura tra Obama e la Merkel sull’atteggiamento da mantenere nei confronti di Putin è stata mitigata dallo stesso Presidente statunitense, che, come dimostrato dal suo sguardo durante la conferenza stampa, ha dato alla Germania l’ultima chance di perseguire una via diplomatica con la Russia in cui sempre meno personalità hanno oramai fiducia negli Stati Uniti.

Oltre ad una nutrita pattuglia di adviser personali del Presidente, anche Ash Carter, il candidato Segretario alla Difesa scelto da Obama, ha dichiarato di essere favorevole ad inviare armi agli ucraini per colmare il gap con l’esercito russo.

Come riportato dalla Reuters, la posizione di Obama, che finora ha dimostrato riluttanza nei confronti di ogni possibile invio di armi sia in Ucraina che in Siria, è motivata da una mozione, approvata dal Congresso lo scorso Dicembre in maniera bipartisan, che autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad inviare equipaggiamenti militari all’esercito ucraino.

Obama ha firmato il provvedimento, ma ne ha sospeso l’esecuzione in attesa di risvolti positivi da parte di Putin che, tuttavia, non si sono verificati.

Finita la luna di miele con la Russia

Anche per questa ragione, Obama, nel National Security Strategy, un documento che enuncia le priorità del Presidente in materia di sicurezza, ha definito la Russia come un Paese che rappresenta un potenziale pericolo internazionale.

Come riportato da Politico, nella versione precedente del documento, emanata nel 2010, il Presidente statunitense ha invece ritenuto la Russia essere un potenziale partner.

La posizione di Obama, un democratico liberale che ha oramai perso fiducia nei confronti di Putin, è stata criticata dai repubblicani, che, per voce del Presidente della Commissione Servizi Armati del Senato, John McCain, hanno contestato la mancata volontà di autorizzate l’invio di armi in Ucraina.

McCain, durante la conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera, ha criticato la decisione di Obama di inviare agli ucraini solamente mezzi non offensivi e generi di conforto che, tuttavia, nulla possono contro le armi dell’esercito russo.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Politica USA: Ash Carter prende le distanze da Obama

Posted in USA by matteocazzulani on February 5, 2015

Il candidato Segretario alla Difesa in disaccordo con il Presidente degli Stati Uniti su Ucraina, Afghanistan e Guantanamo. Nonostante le divergenze, la nomina di Carter non sembra essere a repentaglio

Philadelphia – Indipendente ed autonomo a sorpresa. Così è apparso il candidato Segretario alla Difesa, Ash Carter, durante l’audizione di conferma presso la Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti, nella giornata di mercoledì, 4 Febbraio.

Carter, un esponente del Partito Democratico che ha già servito come Vice Segretario alla Difesa, è stato scelto dal Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, come successore di Chuck Hagel, l’attuale Segretario alla Difesa, di orientamento repubblicano, che ha rassegnato le dimissioni per divergenze di vedute con il Obama.

Per via del precedente di Hagel, Carter avrebbe dovuto essere una personalità pienamente allineata alle posizioni di Obama in politica estera e di difesa. Tuttavia, durante la sua audizione, Carter si è distanziato dalle decisioni prese dall’Amministrazione Presidenziale su importanti scenari globali.

In primis, Carter si è detto favorevole a rifornire di armamenti anche letali l’Ucraina per aiutare Kyiv a fronteggiare l’aggressione militare da parte della Russia.

Proprio il giorno precedente, martedì, 3 Febbraio, Ben Rhodes, il Vice Consigliere di Obama per la Difesa, ha dichiarato che l’Amministrazione Presidenziale non intende concedere alcun aiuto armato all’Ucraina.

Sull’Afghanistan, Carter ha ventilato l’ipotesi di congelare il ritiro dell’esercito statunitense per consentire la messa in sicurezza del Paese, mentre Obama ha dichiarato la volontà di completare l’evacuazione del territorio afghano da parte dei soldati USA entro la fine del suo mandato.

Per quanto riguarda la base di Guantanamo, Carter si è detto contrario al rilascio di prigionieri ritenuti pericolosi per la sicurezza degli Stati Uniti, mentre Obama ha dichiarato di intendere procedere con la chiusura del campo di prigionia cubano.

Le differenze tra Carter e Obama non pregiudicano la scelta che il Presidente ha riposto sull’ex-Vice Segretario, dal momento in cui Carter, se confermato, sarebbe il quarto Segretario alla Difesa nominato dall’Amministrazione Obama, dopo Hagel, il democratico Leon Panetta e il repubblicano Robert Gates.

Inoltre, Obama ha sempre dimostrato di limitare l’ambito decisionale sulle questioni inerenti alla politica di difesa ad un cerchio ristretto di personalità a lui legate, tra cui la Consigliera del Presidente per la politica di difesa, Susan Rice.

Favorevole, con critiche, la risposta della Commissione

La scarsa importanza finora prestata al Segretario alla Difesa da parte di Obama è stata un’obiezione sollevata dal Presidente della Commissione Servizi Armati, John McCain, un repubblicano tradizionalmente critico della politica estera e di difesa dell’Amministrazione Presidenziale democratica, che, dopo avere apprezzato l’Exposé di Carter, ha dubitato sull’effettiva possibilità per Carter di modificare le decisioni del Presidente.

Pronta, come riportato dall’autorevole Politico, è stata la risposta del Senatore Joe Manchin, un centrista democratico che ha ricordato che Carter, da Segretario alla Difesa, sarà chiamato a lavorare insieme all’Amministrazione Presidenziale, e non in opposizione ad essa.

Nel dibattito sulla politica estera e di difesa è entrato anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, uno dei candidati alle Elezioni Primarie repubblicane.

Come riportato dalla Reuters, Bush ha evidenziato come gli Stati Uniti debbano ripristinare il rapporto di fiducia nei confronti degli alleati dell’Europa Centro-Orientale e di Israele.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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