LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

UCRAINA: YANUKOVYCH MINACCIA LA CHIESA GRECO-CATTOLICA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on January 14, 2014

Il Viceministro degli Interni, Tymofy Kokhan, invita il Capo dei Greco-cattolici, l’Arcivescovo Svyatoslav Shevchuk, a non fornire assistenza spirituale durante le manifestazioni che, dal 21 Novembre scorso, hanno radunato in piazza a Kyiv un milione di persone. Papa Francesco prega per l’Unità e la Pace degli ucraini

Non solo protestare ed esprimere il proprio dissenso, nell’Ucraina del Presidente Viktor Yanukovych è vietato anche pregare. Nella giornata di lunedì, 13 Gennaio, il Capo della Chiesa Greco-cattolica, l’Arcivescovo Svyatoslav Shevchuk, ha reso noto di avere ricevuto agli inizi di Gennaio da parte del Viceministro degli Interni, Tymofy Kokhan, il divieto di organizzare preghiere sul Maydan durante le manifestazioni in sostegno all’integrazione dell’Ucraina in Europa.

Durante una conferenza stampa convocata ad hoc per illustrare il fatto, l’Arcivescovo Shevchuk ha evidenziato come il Ministero degli Interni abbia anche invitato il clero greco-cattolico a non partecipare alle dimostrazioni, nemmeno da privati cittadini, a non costruire cappelle per permettere ai fedeli che prendono parte alle dimostrazioni pacifiche di potere pregare, e a non organizzare Messe e Processioni senza il permesso delle Autorità.

In risposta, l’Arcivescovo Shevchuk, che si è detto preoccupato per la presa di posizione delle Autorità ucraine, ha sottolineato come la preghiera sia particolarmente necessaria per colmare il crescente malcontento del popolo ucraino nei confronti della Autorità, con cui, ad oggi, il dialogo è quasi assente.

La minaccia alla Chiesa Greco-cattolica è una risposta del Presidente Yanukovych al messaggio di vicinanza che, quattro giorni, fa è stato mandato agli ucraini da Papa Francesco, che, tramite il Nunzio Apostolico di Kyiv, ha espresso la sua preghiera per l’unità e la pace di tutto il popolo ucraino.

Del resto, il legame tra Papa Francesco e l’Arcivescovo Shevchuk è molto stretto fin da quando l’attuale Capo della Chiesa Greco-cattolica era alle dipendenze dell’allora Cardinale Bergoglio a Buenos Aires come guida dei greco-cattolici di Argentina.

Oltre che l’apertura delle ostilità diplomatiche con il Vaticano, le minacce di Yanukovych alla Chiesa greco-cattolica rappresentano una mossa politica per indebolire uno dei principali enti che, assieme alla Comunità Ebraica di Ucraina, alle comunità musulmane, alla Chiesa Cattolica ucraina e a quella Ortodossa del Patriarcato di Kyiv hanno da sempre sostenuto l’unità degli ucraini e l’integrazione dell’Ucraina in Europa.

La presa di posizione delle Chiese ucraine è stata necessaria per fronteggiare la feroce campagna di supporto delle idee della Russia di Putin, contrarie ad ogni avvicinamento dell’Ucraina all’Europa e ad ogni tentativo di rappacificazione interna di tutti gli ucraini, da parte del Capo della Chiesa Ortodossa del Patriarcato di Mosca, il Patriarca Cirillo, che non ha mai lesinato di affrontare temi politici durante le sue visite pastorali.

L’Ucraina è sempre più una dittatura

Oltre che un’attacco ad un’Istituzione religiosa in un Paese in cui le Chiese esercitano un forte ruolo di attrazione sociale e politica, le minacce di Yanukovych alla Chiesa Greco-cattolica pongono anche un problema di Libertà Religiosa in Ucraina, che si somma al mancato rispetto della Libertà di Stampa, dei Diritti Umani, del diritto di opposizione e, più in generale, della Democrazia.

Lo stop imposto alla Chiesa Greco-cattolica -un fatto che non vede precedenti dalla delegalizzazione del 1946 operata da Stalin- si somma al pestaggio di oppositori e giornalisti -tra cui Tetyana Chornovol e l’ex-Ministro degli Interni Yuri Lutsenko- ai processi politici a un centinaio di dissidenti -tra cui l’ex-Premier Yulia Tymoshenko- ai brogli operati durante le Elezioni Amministrative del 2010 e quelle Parlamentari del 2012, all’esautorazione dei poteri del Parlamento in favore di quelli del Presidente, e alle ripetute pressioni su stampa ed organi di informazione indipendenti.

Matteo Cazzulani

PS: Da cattolico credente e praticante ritengo poco opportuno trattare di Papa Francesco come un personaggio politico, anche se il dovere di cronaca mi ha costretto a questa non voluta banalizzazione. Sia chiaro che, per me, il Santo Padre ha oggi una missione ben più importante che litigare con un dittatorello post sovietico -posto che sia opportuno condannarne le malefatte, anche se, come ci ha detto proprio il Papa, noi non siamo nessuno per giudicare-: dare Fede e Speranza ad un’umanità persa in se stessa, demoralizzata e stanca di se stessa.

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EUROMAIDAN, HOLODOMOR E DEMOCRAZIA: TRE BUONI MOTIVI PER SCENDERE IN PIAZZA A MILANO PER L’UCRAINA NELL’UE

Posted in Editoriale by matteocazzulani on November 24, 2013

Organizzata a Kyiv una grande manifestazione contro la decisione del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, di arrestare il processo di integrazione ucraino nell’UE. Il ricordo della Grande Fame: genocidio del popolo ucraino del 1932-1933 che ha portato alla morte per fame di almeno 5 Milioni di ucraini.

La Democrazia, il Ricordo e il Sogno Europeo sono tre motivazioni per le quali oggi, Domenica, 24 Novembre, è bene parlare e manifestare per l’Ucraina. Nel pomeriggio, a Kyiv, presso il centrale Maydan Nezalezhnosti, è programmata una grande manifestazione spontanea degli ucraini che sostengono l’integrazione dell’Ucraina nell’UE.

La protesta, non violenta ed apartitica, prende il nome di Euromaidan e, oggi, è giunta al suo quarto giorno: da giovedì a sabato una media di tre Mila ucraini hanno manifestato non solo a Kyiv, ma anche di altre città dell’Ovest e dell’Est del Paese, resistendo alle cariche della polizia, dislocate dalle Autorità politiche per sedare la dimostrazione.

La manifestazione è stata provocata dalla decisione del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, e del Premier, Mykola Azarov, di non firmare con l’UE l’Accordo di Associazione: un documento che integra l’economia ucraina nel mercato unico libero europeo, e consente a Kyiv un vantaggio finanziario notevole, come la facilitazione per l’ottenimento del credito internazionale di cui l’Ucraina ha bisogno per porre fine ad una grave crisi che dura dal 2009.

Il niet ucraino, dimostrato con la votazione contraria della maggioranza filo-presidenziale in Parlamento ai sei Progetti di Legge che permettono cure mediche urgenti alla Leader dell’Opposizione Yulia Tymoshenko -conditio sine qua non posta da Bruxelles per la firma dell’Accordo di Associazione- è stato motivato dagli ucraini con la mancata garanzia da parte dell’UE di rimborsi economici all’Ucraina derivanti dalle ritorsioni che la Russia avrebbe potuto apportare in caso di integrazione di Kyiv nel mercato unico europeo.

Domenica, 26 Novembre, è la ricorrenza del Grande Holodomor: genocidio del popolo ucraino voluto da Stalin nel 1932-1933, contestualizzato nel processo di collettivizzazione coatta delle terre nell’URSS, per eliminare una popolazione ritenuta troppo intraprendente, ribelle ed incline alle rivendicazioni di indipendenza ed autonomia da Mosca.

Lo Holodomor del 1932 e 1933 -anticipato da quello del 1920, e seguito da quello del 1946- ha comportato l’eliminazione di circa 5 Milioni di persone, ed è consistito nel razionamento totale delle derrate alimentari da parte dell’Armata Rossa, che ha occupato case e villaggi, e, così, ha impedito agli ucraini del centro e dell’Est del Paese di nutrirsi.

Lo Holodomor è riconosciuto come genocidio del popolo ucraino da parte di tredici stati, tra cui l’Italia, ma non dalla Russia, che ha sempre negato, e continua tuttora, che la Grande Fame sia stato un processo voluto da Mosca per eliminare la nazione ucraina.

Putin non vuole Kyiv in Europa

Proprio la Russia è protagonista nel quadro politico ucraino, dal momento in cui i russi stanno cercando in tutti i modi di inglobare l’Ucraina nell’Unione Doganale Eurasiatica: processo di integrazione sovranazionale concepito da Mosca per stabilire l’egemonia della Federazione Russa nel mondo ex-Sovietico.

L’entrata dell’Ucraina nell’Unione Doganale Eurasiatica è un passo fondamentale affinché la Russia ricostruisca un suo impero nello spazio ex-URSS: un’entità statale che, come dichiarato a più riprese dal Presidente Putin, deve portare alla disgregazione dell’UE, ed alla sua eliminazione dalla competizione economica mondiale.

Per questa ragione, la Russia ha contrastato la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un documento di cui Bruxelles -così come Kyiv- ha bisogno per evitare il ricostituirsi di un impero russo ai suoi confini e, sopratutto, per integrare al più presto un Paese di fondamentale importanza sul piano economico, infrastrutturale energetico, agricolo, umano ed industriale.

Manifestazione oggi a Milano, ore 15 via Dante

Voglia di Europa da parte degli ucraini, ricordo dello Holodomor, e necessita per l’UE di aprire al più presto le porte ad un Paese con cui, soprattutto l’Italia, ha già forti legami storici, umani e sociali -si pensi alle numerose badanti ed infermiere di nazionalità ucraina che lavorano nel nostro Paese, senza contare l’alto numero di studenti attratti dalla cultura e dalla lingua italiana- sono dunque tre valide motivazioni per scendere in piazza per supportare pubblicamente l’Ucraina da italiani.

Ci troviamo oggi a Milano alle 15 in via Dante, angolo Piazza Cairoli, con indosso un qualcosa di ucraino, di europeo -basta una bandiera per chi ne è in possesso- o un capo arancione, per dire no alla condotta autoritaria di un Presidente che decide senza ascoltare il suo popolo, ed esprimere il nostro sostengo affinché l’Europa sia un sogno realizzabile anche per i nostri fratelli ucraini.

Non possiamo, come ha detto un importante poeta del romanticismo europeo, amare la libertà se non si hanno a cuore le sorti di almeno un’altro popolo oltre al nostro.

Matteo Cazzulani

Conoscere la storia d’Europa: visita al Museo delle Vittime del Genocidio di Vilna

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on August 24, 2012

Ungheria, Polonia e Lituania il giorno dell’Anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop hanno ricordato le vittime dei totalitarismi comunista e nazista. Una visita virtuale all’esposizione museale lituana.

Vilna (Lituania) – Ungheria, Polonia e Lituania: tre Paesi dell’Europa Centrale uniti nel comune ricordo delle stragi compiute dai totalitarismi del Ventesimo Secolo. Nella giornata di giovedì, 23 Agosto, e stata celebrata la Giornata Europea del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari, istituita per commemorare i milioni di morti provocati dal comunismo e dal nazismo in Europa Centrale ed Orientale durante tutto il Novecento.

La commemorazione più importante ha avuto luogo a Budapest, dove le Autorità ungheresi e polacche si sono riunite per celebrare solennemente la ricorrenza.

Come sottolineato dal Sottosegretario di Stato del Ministero della Giustizia polacco, Wojciech Wegrzyn, il 23 Agosto 1939, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, ha avuto inizio la collaborazione tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista, che ha portato alla spartizione dell’Europa Centrale tra Mosca e Berlino, e alla realizzazione nel cuore del Vecchio Continente di eccidi e violenze che non bisogna dimenticare.

“Stalin ed Hitler credevano nell’eternità del tempo e nel permanere per sempre dei loro regimi – ha dichiarato il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban – Essi credevano che fosse possibile cancellare il ricordo del passato. Si sono sbagliati, e noi oggi non dobbiamo dimenticare quanto da essi compiuto”.

La celebrazione e avvenuta su iniziativa di Ungheria e Polonia nel Museo del Terrore di Budapest, la cui costruzione e stata fortemente voluta dal Governo Orban per dare la possibilità alle future generazioni di conoscere con i propri occhi quanto provocato in Europa Centrale dai due totalitarismi.

Il Museo si trova infatti presso la vecchia centrale operativa dei fascisti ungheresi che collaboravano coi nazisti. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’edificio – che oltre alla parte museale conserva le sale dove i dissidenti venivano torturati, detenuti, interrogati e fucilati, e divenuto la sede del Servizio di Sicurezza comunista.

Simile atmosfera di quella di Budapest la si e potuta registrare anche in Lituania. A Vilna, il Giorno del Ricordo delle Vittime dei Regimi Totalitari e stata l’occasione per issare tutte le bandiere presso gli edifici pubblici a mezz’asta, e permettere alla popolazione la visita gratuita al Museo delle Vittime dei Genocidi.

Proprio come il Museo del Terrore di Budapest, il centro museale di Vilna e situato presso la vecchia sede del KGB e dell’NKVD: le due principali emanazioni del regime sovietico responsabili, anche in Lituania, di massacri ai danni di migliaia di avversari politici.

Ad inaugurarla, il 14 Ottobre 1992, e stata un’iniziativa congiunta del Ministero lituano della Cultura e dell’Educazione e della Presidenza dell’Unione dei Prigionieri e dei Deportati Politici. Il 24 Marzo 1997, il Museo e stato riorganizzato per colerebbe del Governo della Lituania, e la sua gestione e stata affidata al Centro Ricerche sul Genocidio e sulla Resistenza lituano.

La struttura, situata presso la centrale via Gedimino, possiede tre piani, entro i quali sono dislocati più di 100 Mila reperti organizzati in un percorso espositivo ben strutturato. La prima sezione, situata sul piano terreno, raccoglie reperti legati a tre fasi della Storia della Lituania.

Si inizia con il periodo tra il il 1940 e il 1941 – quando le armate dell’Unione Sovietica con l’appoggio politico della Germania Nazista hanno occupato la Lituania ed hanno portato al progressivo annichilamento della sovranità politica e culturale dei lituani – per seguire con la Guerra Partigiana lituana tra il 1944 e il 1953 – combattuta dalla Lituania contro la dominazione sovietica, dopo tre anni di occupazione nazista, per ristabilire uno Stato indipendente – e concludere con la soppressione dell’attività bellica dei partigiani, avvenuta con l’eliminazione brutale di 20 Mila combattenti da parte delle forze armate comuniste com il sostegno militare dell’esercito russo.

La seconda sezione e dedicata alla descrizione della vita nei campi di detenzione in Lituania e nel resto dell’Unione Sovietica, dove gran parte dei partigiani lituani e stata spostata con la forza.

Proprio alle deportazioni di massa dei lituani – avvenuta tra il 1944 e il 1991 in maniera scientificamente organizzata per separare nuclei famigliari e rompere legami affettivi tra i sospettati di dissenso al regime comunista – e dedicata la seconda parte della seconda sezione, che comprende anche un’esibizione dedicata alla resistenza popolare nonviolenta all’Unione Sovietica tra il 1954 e il 1991, ed una serie di reperti inerenti all’attività del KGB a Vilna e in altre città della Lituania.

E nel piano seminterrato che si trova la parte più importante del Museo delle Vittime dei Genocidi: la Prigione del KGB. Essa e stata costruita dai sovietici nel 1940 per processare, detenere ed eliminare i dissidenti lituani. Una volta spezzata la guerra partigiana della Lituania, nel 1953, solo 23 delle 50 celle della Prigione sono state utilizzate per la detenzione e gli interrogatori dei prigionieri prima del loro invio nei Gulag in Russia, mentre il resto e stato adibito ad archivio fino all’Agosto del 1991, quando i russi sono stati costretti ad abbandonare la Lituania.

Tra le sale dell’esposizione, di particolare importanza sono i luoghi insonorizzati in cui venivano effettuate le torture, le stanze buie e umide in cui venivano rinchiusi i detenuti dopo gli interrogatori, la “sala dell’acqua” – in cui i prigionieri erano costretti a sostare su uno setto bordo per non cadere in una piscina di acqua ghiacciata – e, infine, la sala delle esecuzioni.

Quest’ultimo luogo si trova in una posizione più isolata, e mantiene l’aspetto tetro e funesto del passato. Dopo una sala in cui veniva compilato il certificato di morte del condannato, segue una stanza di poco più grande, in cui veniva eseguita l’esecuzione. A spiegare come il tutto avvenisse in maniera sistematica e ripetitiva e un filmato, proiettato su uno schermo all’interno della sezione.

Anche ebrei e sacerdoti cattolici tra le vittime dei totalitarismi comunista e nazista

Per concludere, non manca presso la prigione una stanza dedicata alle vittime ebraiche della Shoah provocate dall’occupazione nazista tra il 1941 e il 1944, ed una contenente i reperti appartenuti ai Sacerdoti cattolici impegnati con la preghiera nel sostegno della lotta partigiana: uccisi anch’essi dalla furia comunista per avere rifiutato di collaborare con il regime sovietico.

Matteo Cazzulani

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4 GIUGNO 1989: SOLIDARNOSC VINCE LE ELEZIONI

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 4, 2012

Ventitré anni or sono il sindacato autonomo polacco ha vinto le elezioni semi-libere con cui ha avuto inizio il processo di disgregazione del comunismo in Polonia e nel resto dell’Europa Centrale. L’importanza dell’evento per le società europee ancora sottoposte a regimi dittatoriali nel Vecchio Continente e per la creazione di una comune coscienza dell’Unione Europea basata sui valori della democrazia, dei diritti umani, e della nonviolenza.

Il simbolo di Solidarnosc

Una vittoria bulgara in elezioni non libere come fondamento della democrazia in Europa Centrale. Potrebbe sembrare un paradosso, ma questo, parafrasando le parole dei protagonisti, fu il “prezzo da pagare” per sconfiggere il comunismo e dare avvio a un processo democratico culminato con la dissoluzione dell’URSS e l’allargamento dell’UE.

Nella giornata di lunedì, 4 Giugno, cade il ventitreesimo anniversario delle prime elezioni per il Parlamento polacco alle quali il regime comunista di Varsavia ha ammesso la partecipazione dell’opposizione. Il merito è stato tutto degli sforzi profusi dal sindacato autonomo Solidarnosc che, guidato dalla carismatica personalità di Lech Walesa, Bronislaw Geremek, Adam Michnik, Jacek Kuron e altri, e sostenuto dalla mobilitazione del popolo polacco, hanno costretto le autorità di Varsavia a convocare una consultazione democratica per rinnovare il Senato e il 35% dei seggi della Camera Bassa.

Il trionfo di Solidarnosc – fondato 8 anni prima, ma fino ad allora mai riconosciuto sul piano legale – è stato totale: al Senato, il sindacato libero ha guadagnato 99 seggi su 100, mentre alla Camera Bassa la lista di Walesa ha ottenuto tutti i 161 seggi messi a disposizione dalle autorità.

Le elezioni non sono state completamente libere, ma hanno permesso il varo del primo governo non-comunista in Europa Centrale. Sotto l’esecutivo di Tadeusz Mazowiecki a distinguersi è stata l’attività del Ministro dell’Economia, Leszek Balcerowicz: autore di una “terapia shock” che, in breve tempo, ha portato la Polonia a convertire le sue strutture finanziarie ed economiche al libero mercato e agli standard europei.

L’esempio dei polacchi è stato seguito da altri Stati dell’Europa Centrale a lungo sottomessi al dominio sovietico: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia – e più tardi Romania e Bulgaria – non solo hanno fatto propri i parametri europei, ma hanno dichiarato fin da subito l’intenzione di tornare a far parte della comunità occidentale, a cui essi appartengono per storia, cultura, e tradizione.

Nel 1999, i Paesi dell’Europa Centrale sono entrati nella NATO, mentre nel 2004 è stata la volta dell’ingresso nell’Unione Europea – eccetto Romania e Bulgaria, entrate nel 2007.

L’esempio per le rivoluzioni democratiche in Europa Orientale

L’epopea di Solidarnosc ha costituito un modello anche per tutte le rivoluzioni “colorate” che hanno portato popoli dell’Europa Balcanica e Orientale a ribellarsi a regimi autoritari di diretta origine sovietica.

Gli esempi di esse sono state le manifestazioni dei giovani di Otpor in Serbia nel 2000 contro la dittatura di Slobodan Milosevic, la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 contro il regime dell’ex-braccio destro di Stalin, Eduard Shevernadze, e la Rivoluzione Twitter in Moldova nel 2009 contro l’autocrazia filo-russa del comunista Vladimir Voronin.

Per la sua lotta pacifica, Solidarnosc è stato anche l’esempio per le altre due proteste “colorate” nonviolente europee che, purtroppo, hanno avuto un successo limitato nel tempo.

Esse sono state in primo luogo la Rivoluzione Arancione in Ucraina nel 2004 contro la democratura di Leonid Kuchma: il suo delfino, Viktor Janukovych, tornato al potere nel 2010, ha cancellato i progressi effettuati da Kyiv sotto i governi democratici dell’Amministrazione di Viktor Jushchenko, e ha incarcerato gli oppositori, tra cui la Leader del campo filo-europeo, Julija Tymoshenko. L’altra è stata la Rivoluzione dei Jeans in Bielorussia contro la dittatura di Aljaksandr Lukashenko: tiranno postsovietico tutt’oggi al potere.

Per il suo carico di giustizia, pace, e nonviolenza, e per il fatto di rappresentare un modello per i movimenti democratici di Paesi europei – che, per ragioni geopolitiche, energetiche, e a causa delle politiche filo-russe dei Paesi della parte occidentale del Vecchio Continente – Germania e Francia – non sono ancora membri dell’UE – Solidarnosc rientra di diritto tra le pagine più importanti della storia del Vecchio Continente.

Il coraggio dimostrato nel combattere la dittatura, e nel dare avvio al crollo di uno dei due totalitarismi del Novecento, il comunismo, è una parte del DNA di tutti gli europei, che dai fatti avvenuti in Polonia ventitré anni or sono possono individuare uno dei principali valori posti a fondamento della casa comune europea: l’amore per la democrazia e la tutela dei diritti umani.

Matteo Cazzulani

MEMORIA STORICA E MAGGIORE INTEGRAZIONE: LA POLONIA GIA’ LAVORA PER L’EUROPA DI DOMANI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 30, 2011

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, rende omaggio alle vittime polacche ed ucraine delle fosse comuni staliniane di Bykovnja, e rilancia il solido rapporto con l’Ucraina, con la speranza di un prossimo ingresso nell’UE. Storico discorso del Ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, a Berlino, dove, tra gli applausi, evidenzia le soluzioni di Varsavia per rafforzare Bruxelles

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski

Un gesto di responsabilità nei confronti del passato, con uno sguardo fisso al presente, ed all’immediato futuro. Così si è caratterizzata la giornata politica di lunedì, 28 Novembre, di una Polonia oramai giunta all’ultimo mese di presidenza di turno dell’Unione Europea. Un’incombenza non da poco, che Varsavia sta gestendo al meglio possibile in un periodo di crisi sia sul piano della politica interna che estera.

Nella mattinata, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, si è recato in Ucraina al cimitero di Bykovnja, nei pressi di Kyiv, dove è stato eretto un obelisco in memoria dei polacchi sterminati dalla polizia staliniana tra il 1939 ed il 1940: dopo la spartizione della Polonia – pianificata d’accordo con la Germania di Hitler – Stalin ha ordinato all’NKVD l’arresto e l’esecuzione di circa 3435 polacchi appartenenti ad intellighenzia ed alte sfere militari, poi seppelliti in fosse comuni a Katyn, Kherson e Kharkiv. In queste località – tristemente note alla storiografia dell’Europa Centrale, ma non ancora a quella del Belpaese – già sorgono memoriali simili a quello in programma a Bykovnja entro il 2012, dove, fino ad oggi, ad essere ricordate sono solo le vittime ucraine di comunismo e nazismo.

“E’ una pagina nera della storia, che accomuna Polonia ed Ucraina in una memoria che non ci deve dividere, ma unire – ha dichiarato Komorowski dinnanzi all’obelisco, in compagnia del suo collega ucraino, Viktor Janukovych – La reale attività dell’NKVD è stata sottaciuta per tutto il periodo sovietico – ha continuato – ma oggi, finalmente liberi, per mezzo della verità storica intendiamo costruire rapporti sempre migliori con i nostri vicini – ha continuato – che hanno condiviso tali barbarie”.

Un concetto che il Presidente polacco ha ripetuto anche nel pomeriggio, quando il tema dei colloqui con Janukovych si è spostato sulla stretta attualità. Komorowski ha invitato il collega ucraino a dare un chiaro segnale di rispetto della democrazia e dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda la Leader dell’Opposizione, Julija Tymoshenko: la detenzione in isolamento dell’ex-Primo Ministro – seguita ad uno dei tanti processi-farsa che le Autorità hanno scatenato a carico di esponenti del campo arancione – può seriamente compromettere la firma di un’Accordo di Associazione UE-Ucraina, con cui Bruxelles intende riconoscere a Kyiv lo status di partner privilegiato, oggi goduto da Svizzera, Islanda, e Norvegia.

“Vorremmo che l’affare Tymoshenko non condizioni le trattative per la conclusione dei negoziati – ha dichiarato il Capo di Stato polacco nella tarda serata, dopo avere incontrato anche il braccio destro della Leader dell’Opposizione, Oleksandr Turchynov – siamo amici e fratelli del popolo ucraino, e ne sosteniamo le legittime aspirazioni europee. Tuttavia – ha continuato – molti dei Paesi UE sono contrari ad ogni Accordo fino a quando Kyiv non ritornerà a rispettare pluralismo partitico e dialettica democratica”.

Sikorski da lezioni di europeismo alla Merkel

Parole di alta responsabilità che hanno fatto eco a quelle pronunciate a Berlino dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski: invitato d’eccezione ad un convegno intergovernativo, organizzato dall’Associazione di Politica Estera Tedesca, il Capo della Diplomazia di Varsavia ha definito con chiarezza proposte e misure per salvare l’Europa dalla crisi.

In primis, maggiore presenza della Polonia nell’ambito decisionale dell’UE, almeno alla pari di quel trio franco-tedesco-italiano che si appresta a riscrivere le regole per salvare la casa comune. Come illustrato da Sikorski, la prima minaccia per il Vecchio Continente è la crisi dell’Euro, di cui si devono occupare tutti i 27 Paesi dell’Unione: compreso chi, come la Polonia, pur non avendo adottato la valuta unica ha un’economia fortemente dipendente dallo stato di salute di eurolandia.

“Non bisogna addossare la colpa della crisi all’allargamento: proprio l’ingresso dei Paesi dell’Europa Centrale ha permesso alle esportazioni tedesche un’incremento da 15 a 95 Miliardi tra il 2004 ed il 2010 – ha evidenziato il Ministro degli Esteri – E’ una questione di fiducia. L’unica risposta possibile è la maggiore integrazione delle istituzioni europee, su cui Varsavia è in prima fila per un lavoro comune ed adeguato”.

Una proposta su cui Sikorski ha fornito esempi concreti, come la diminuzione del numero dei Commissari: dai 27 attuali a non più di 12, designati non più per logiche di appartenenza nazionale, ma, possibilmente, a rotazione, tenendo conto della capacità del singolo politico più che del peso dello Stato di provenienza.

Altra innovazione – che gioverebbe sia all’assetto decisionale del Vecchio Continente che alle casse del bilancio comunitario – è la fusione tra le cariche di Presidente della Commissione Europea e Rappresentante del Consiglio dell’UE: spesso i rispettivi titolari, José Manuel Barroso ed Herman Van Rompuy, si sono occupati delle medesime tematiche, gettando il Vecchio Continente in un’impasse istituzionale inaccettabile per dare risposte concrete alla concorrenza mondiale. Infine, il Capo della Diplomazia polacca ha proposto lo smantellamento di due delle tre sedi UE – Bruxelles, Strasburgo, e Lussemburgo – per un risparmio annuo di non meno di 200 Milioni di Euro.

Il discorso di Sikorski è stato accolto con applausi ed un entusiasmo rari in terra teutonica per un esponente della Polonia – prima di lui, solo il suo predecessore, Wladyslaw Bartoszewski, ha ricevuto simili ovazioni il 28 Maggio 1995, durante l’exposé al parlamento tedesco in occasione del cinquantesimo anniversario della Fine della Seconda Guerra Mondiale. Diversi tra gli esperti hanno addirittura evidenziato come il Ministro degli Esteri polacco abbia saputo proporre una nuova Europa capace di ripartire, e risvegliare nei tedeschi un sentimento europeista ultimamente frustrato dalla crisi: riuscendo laddove lo stesso Cancelliere, Angela Merkel, ha ultimamente arrancato.

“Temo addirittura che la Germania non sia così matura da comprendere il discorso di Sikorski – ha dichiarato Cornelius Ochmann, analista dell’autorevole Fondazione Bertelsmann – a Berlino nessun altro politico dell’ex-blocco orientale ha mai pronunciato parole così cariche di europeismo”.

Matteo Cazzulani

VERITA SU STALIN ED HITLER: L’ INTEGRAZIONE UE PASSA ANCHE DALLA STORIA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 28, 2011

L’iniziativa del Centro Europeo di Studio sui Totalitarismi presa per educare le nuove generazioni europee su un passato di sangue e violenza non adeguatamente trattato nemmeno nel presente. Il ruolo del Gruppo di Vysehrad e della presidenza polacca, particolarmente impegnata al futuro di un continente sempre più vecchio e relegato ai margini del Mondo globalizzato

Campagna di divulgazione dei crimini del comunismo a Leopoli, Ucraina

Non servirà a battere la crisi, e nemmeno a risolvere la cronica mancanza di una politica estera, di difesa, ed energetica comune, ma almeno permetterà ad un Vecchio Continente chiarezza sul proprio passato, ed un futuro maggiormente responsabile. Nella giornata di Sabato, 15 Ottobre, è stata varata la creazione del Centro Europeo di Studio sui Totalitarismi, una struttura per il coordinamento del lavoro di storici UE, finalizzato a ricerca, documentazione, e produzione di materiale riguardo al comunismo ed al nazismo: due grandi barbarie che, non ancora adeguatamente investigate – sopratutto nei Paesi dell’Europa Occidentale – nel secolo scorso hanno trasformato il continente in una fabbrica di morte.

Nello specifico, il Centro si occuperà di dialogare con le nuove generazioni di studenti che, nati dopo il crollo del Muro di Berlino, rischiano di smarrire la reale percezione della gravità di fatti come gulag, purghe, olocausto, shoah, holodomor ed altri crimini contro l’umanità perpetrati da sanguinari dittatori quali Stalin ed Hitler. Come illustrato nella conferenza stampa di presentazione del progetto, il Centro – che avrà sede a Praga, nel cuore dell’Europa, con una filiale a Bruxelles, la Capitale politica – ha lo scopo di rendere giustizia ai milioni di europei vittime di inaudite violenze per differente appartenenza politica, religiosa e nazionale: la cui reale portata non va né dimenticata, né ridimensionata.

A livello politico, a dare una scossa all’iniziativa europea è stato il Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, e Slovacchia – che, avendo sperimentato sulla propria pelle ambo i totalitarismi fino ad una ventina di anni or sono, hanno deciso di mettere il proprio passato al servizio del futuro di una generazione europea che, nel bene o nel male, è destinata un giorno a prendere le redini del Vecchio Continente.

“E’ sulla storia delle nostre generazioni che si costruisce il futuro – ha illustrato il Primo Ministro ceco, Petr Necas – per questo l’iniziativa è di fondamentale importanza”.

Ancora un successo per Varsavia

Dunque, un’iniziativa per l’integrazione europea fortemente voluta anche dalla singola Polonia: presidente di turno UE che, non senza difficoltà, sta sfruttando il primo semestre di guida della sua storia per rafforzare le strutture comunitarie, e dare a Bruxelles una comune visione in settori chiave come l’Estero, l’Energia, e la Difesa. Se nei primi due casi un qualche minimo successo è stato raggiunto – si ricordi l’avvio dei negoziati per Accordi di Associazione con l’UE per Moldova e Georgia, e la collaborazione con la Commissione Barroso per diminuire la dipendenza dal gas russo – nel secondo, Varsavia non è riuscita a battere la cronica divisione che caratterizza il Vecchio Continente fin dalla sua nascita. Ma non si è data per vinta.

Respinta l’idea di evolvere ad esercito europeo il Gruppo di Weimar – alleanza di coordinamento degli sforzi militari tra Polonia, Francia, e Germania – a causa del veto di una Gran Bretagna maggiormente attenta a non sminuire il ruolo della NATO, il governo polacco si è rivolto proprio a Vysehrad per concepire una comune forza di intervento in crisi internazionali con la partecipazione di Georgia ed Ucraina, da allargare in primis agli Stati Baltici e, successivamente, all’Europa Occidentale.

Un programma che, se attuato, potrebbe finalmente dimostrare quanto la tanto vituperata in Occidente Nuova Europa sia molto più filo europea di molti altri Paesi. Magari, riuscendo a convincere francesi, tedeschi, ed inglesi, che dinnanzi alle crisi economiche ed umanitarie di oggi – default nel sud UE e ritorno delle velleità imperiali della Russia di Putin – l’unico modo per mantenere il continente competitivo sia l’allargamento ad est, e l’unità di azione: sopratutto in quei settori in cui singoli colossi energetici antepongono il proprio interesse a quello generale.

Matteo Cazzulani

HOLODOMOR: IL MONDO RICORDA IL GENOCIDIO DEGLI UCRAINI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 26, 2011

Il 26 Novembre è la giornata mondiale del ricordo della Grande Fame, perpetrata dal regime staliniano per eliminare il popolo ucraino da terre storicamente ambite dai russi. L’importanza di una pagina nera della storia europea, politicamente scorretta secondo la vulgata sovietica

Commemorazioni dello Holodomor a Kyiv

Spesso le parole hanno un’importanza ben maggiore della semplice comunicazione, anche a costo di essere noiosi, pedanti, e ripetitivi. Nella giornata di Sabato, 26 Novembre, il Mondo intero ricorda lo Holodomor: genocidio del popolo ucraino per mano del regime staliniano che, nell’ambito della collettivizzazione forzata delle terre, tra il 1932 ed il 1933 ha ucciso per fame circa 7 milioni di piccoli proprietari terrieri e contadini, rei di non appartenere né alla classe operaia, né ad una popolazione mansueta dinnanzi al giogo russo.

A dimostrazione del carattere nazionale della barbarie sono le regioni in cui lo Holodomor è stato acutamente organizzato: le Oblast’ di Donec’k, Dnipropetrovs’k, Kharkiv, Poltava, Kherson, Kyrovohrad, Mykolajiv, Cherkasy, Zaporizhzhja, e persino il Kuban – oggi geograficamente nella Federazione Russa – terre popolate da ucraini che i sovietici, riprendendo la politica zarista, hanno voluto russificare per legittimare il proprio dominio, dapprima con deportazioni forzate, poi con la morte per fame.

Sulle modalità di esecuzione, le testimonianze che ancor oggi si possono raccogliere in molti villaggi dell’Ucraina sono tanto chiare quanto agghiaccianti. I villaggi venivano sistematicamente isolati dai soldati dell’Armata Rossa, le vie di comunicazione presidiate, il bestiame ed ogni altro genere di conforto confiscato. Nessuna necessità di sparare, salvo quando qualche ucraino veniva scoperto con delle sementi, magari accuratamente nascoste persino nel risvolto dei calzoni.

Dettagli atroci che, ancor oggi, devono essere del tutto riabilitati. Duole constatare come non solo i libri di storia dell’Europa Occidentale – con l’eccezione di quelli britannici – continuino sistematicamente ad ignorare questo genocidio di un popolo del Vecchio Continente, ma, di recente, come persino le stesse Autorità ucraine – molto probabilmente in sudditanza psicologica di Mosca – abbiano declassato la Grande Fame ad una “grande tragedia che ha accomunato russi, bielorussi ed ucraini”.

Queste sono state le parole del Presidente, Viktor Janukovych nel maggio del 2010 presso un Consiglio d’Europa esterrefatto tanto quanto gli stessi ucraini che, immediatamente, hanno preso le distanze dalle parole del loro Capo di Stato, altresì apprezzate da una sinistra al caviale che, molto influente nella cultura europea, ben si astiene nel permettere l’insegnamento nelle scuole dell’ennesimo genocidio compiuto da Stalin e, più in generale, dall’Unione Sovietica.

Dunque, lo Holodomor è una pagina politicamente scorretta, da non leggere perché scomoda e pericolosa, oppure da raccontare in modo parziale e distorto. Una tentazione che, in qualche modo, ha colpito anche chi scrive, dimentico di precisare che quella del 1932-33 non è che la seconda ondata della Grande Fame. Prima di essa vi fu quella del 1920-1921, all’indomani della Rivoluzione Bolscevica, mentre la terza avvenne tra il 1946 ed il 1947, dopo un Secondo Conflitto Mondiale in cui, attaccati da comunisti e nazisti, quello ucraino è stato tra i popoli più duramente colpito.

A riconoscere la Grande Fame come genocidio del popolo ucraino è stata la Verkhovna Rada all’indomani dell’Indipendenza nel 1991, ma solo un decreto firmato dall’ex-Presidente, Viktor Jushchenko, ha istituzionalizzato la ricorrenza.

Nonostante l’indifferenza delle autorità odierne, a Kyiv, ed in altre città ucraine, è prevista la classica veglia di preghiera, con l’accensione pubblica di una candela alle 16: quando il sole è già tramontato, e l’unica luce visibile è quella del simbolo della Grande Fame. Come ogni anno, a tale iniziativa partecipa anche la diaspora ucraina nel Mondo, spesso sostenuta dalle comunità locali, per nulla insensibili alla ricorrenza.

Una candela per battere lil silenzio

Forse, nel privato di ciascuno, non sarebbe una cattiva idea l’accensione di una candela anche in ogni famiglia italiana: così come questo articolo, non servirà alla riabilitazione delle vittime innocenti, ma sarà un segno di maturità civile che, si spera, possa spingere un Vecchio Continente sempre più attaccato al gas di Putin, piuttosto che ai valori dell’Occidente, a fare finalmente i conti con il proprio passato, ed a riconoscere anche quegli episodi della storia politicamente scorretti.

Una lettura onesta della storia è condizione fondamentale non solo per il rafforzamento di una comune coscienza europea, ma anche per la crescita della generazione del domani, chiamata ad affrontare tempi che, sul piano internazionale, si prospettano assai complicati.

Matteo Cazzulani

WROCLAW CAPITALE DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA DI OGGI E DI DOMANI

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 17, 2011

Incontro dei Presidenti polacco, tedesco ed ucraino in occasione dell’anniversario della fondazione dell’Università del capoluogo slesiano, segnato dalle barbarie staliniane del secondo dopoguerra. La firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina al centro dei colloqui. La Russia fissa la data per il varo dell’Unione Eurasiatica

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski

La città slesiana ferita delle barbarie del Novecento come ultimo bastione per la difesa di un’Europa libera, democratica ed allargata da una Russia dalle rinate velleità imperiali. Nella giornata di martedì, 15 Novembre, i Presidenti di Polonia, Germania, ed Ucraina – Bronislaw Komorowski, Christian Wulff, e Viktor Janukovych – si sono incontrati a Wroclaw per celebrare l’anniversario di fondazione dell’Università Statale della città polacca.

Figlia della tradizione dell’Ateneo tedesco del periodo prebellico e di quello polacco di Leopoli – entrambi chiusi dopo la seconda guerra mondiale, quando, concordemente con gli accordi di Jalta, Stalin ordinò la deportazione dei polacchi del capoluogo galiziano in quello di una Slesia svuotata dell’elemento tedesco e restituita alla Polonia Popolare satellite dell’URSS – la struttura oggi non solo conserva il ricordo di un passato doloroso e tormentato, ma è uno dei centri più attivi per l’integrazione europea e la promozione del suo allargamento ad est: sopratutto ad una realtà appartenente di diritto al Vecchio Continente per storia, cultura, e tradizioni, ma ancora esclusa dall’unione politica di Bruxelles, come l’Ucraina.

Però, sul futuro europeo di Kyiv si addensano ancora troppe nubi: non solo quelle naturali, che hanno costretto l’aereo di Viktor Janukovych a posticipare l’atterraggio a Wroclaw, ma sopratutto quelle politiche, legate ad un’ondata di repressione a danno di giornalisti ed esponenti dell’Opposizione che, tra gli altri, ha portato alla condanna a sette anni di isolamento per la Leader del campo arancione, Julija Tymoshenko.

Un macigno sulle trattative per la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina – documento con cui Bruxelles intende riconoscere a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato oggi goduto da Norvegia, Islanda, e Svizzera – dal momento in cui il rispetto degli standard di libertà è una delle prerogative essenziali per la conclusione dei negoziati con l’Unione.

A conferma di tale problema, il contemporaneo pronunciamento del Parlamento ucraino a sfavore della decriminalizzazione dell’articolo 365 del Codice Penale ucraino, che avrebbe consentito la scarcerazione della Tymoshenko – condannata per abuso d’ufficio e gestione fraudolenta del bilancio statale durante il suo ultimo premierato, dal 2007 al 2010.

“Spero che le nubi si diradino non solo sulla Slesia, ma anche su un’Ucraina che ancora deve dimostrare di rispettare i principi democratici – ha dichiarato Wulff in seguito alla notizia – l’esempio è quello della Polonia che, liberatasi dal giogo sovietico, è oggi parte della casa europea”.

Pronta la risposta di Janukovych che, nei colloqui a tre del primo pomeriggio, ha rigettato ogni responsabilità sull’affare Tymoshenko, circoscritto l’evento alla lotta contro la corruzione – che finora ha interessato solo i suoi avversari politici – ed addossato ogni responsabilità ad una magistratura che, alla luce della modalità di conduzione dei processi agli esponenti del campo arancione – senza il rispetto dei diritti della Difesa, e basati su prove sommarie, prive di fondamento, persino datate il 31 di Aprile – è davvero difficile ritenere imparziale ed indipendente.

Sulla medesima linea di Wulff, il padrone di casa, Bronislaw Komorowski, che, nel corso dei colloqui privati con il collega ucraino, durati fino a tarda serata, ha invitato le Autorità di Kyiv a dare un chiaro segnale in controtendenza con quanto dimostrato nella mattinata dal Parlamento, e ribadito a Janukovych l’importanza della presidenza di turno polacca dell’Unione Europea: una delle poche a supportare pienamente le ambizioni occidentali dell’Ucraina.

Infatti, è proprio la Polonia è il Paese che, più di tutti, capisce l’importanza della ratifica dell’Accordo di Associazione per la sicurezza e la prosperità futura di un’Europa sempre più provincia in un Mondo dominato da tigri asiatiche ed orsi russi. L’integrazione dell’Ucraina e degli altri Paesi dell’Europa Orientale – Moldova, Georgia e Bielorussia – è condizione indispensabile per scongiurare il ripristino da parte di Mosca di una riedizione dell’Unione Sovietica in salsa sciovinista, fortemente propagandata dal Primo Ministro, Vladimir Putin, certo del ritorno sullo scranno presidenziale.

L’Eurasia di Putin la nuova URSS

Oltre ad un programma di politica estera espressamente rivolto all’eliminazione dell’Unione Europea, considerata il primo nemico da abbattere per riconquistare il rango di superpotenza perso con il crollo dell’URSS, lo zar del gas è passato ai fatti, con la costituzione dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka e della Zona di Libero Scambio CSI: progetti di integrazione economica, da evolvere quanto prima anche sul piano politico con il varo dell’Unione Eurasiatica.

Come dichiarato dallo stesso Putin, proprio poche ore prima del vertice di Wroclaw, il nuovo progetto – in cui è previsto l’ingresso di tutte le ex-Repubbliche sovietiche, tra cui l’Ucraina ed altri Paesei europei – è più che un ipotesi: retta da Commissari, e non da Presidenti e Ministri, sarà presentata simbolicamente il prossimo 25 Dicembre: anniversario del crollo di un’URSS di cui l’Eurasia putiniana si ritiene la legittima erede.

Matteo Cazzulani

“Italia, grazie per il sostegno”. Il messaggio degli esponenti di Julija Tymoshenko al Legno Storto.

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 14, 2011

A nome di 3 Mila ucraini, delegazione del partito della Leader dell’Opposizione Democratica richiede il veto sui visti per i giudici dei processi politici contro esponenti del campo arancione. Il ringraziamento di Bat’kivshchyna al sostegno di Roma.

“Ci rivolgiamo alla Comunità internazionale perché in Ucraina non c’e giustizia. Oggi cominciamo con gli USA, domani con Canada, Unione Europea, Commissione Europea, e Svizzera”. Questa la motivazione che ha spinto più di 3 mila ucraini a sottoscrivere la richiesta di divieto della concessione dei visti per Rodion Kirejev, Marija Jefremova, e Serhij Vovk, i pm dei processi a carico della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e dell’ex-Ministro degli Esteri, Jurij Lucenko, entrambi detenuti in isolamento per sospette accuse di abuso d’ufficio.

“Agli esecutori di processi politici deve essere vietato l’ingresso in Paesi dove la democrazia e sovrana – ha illustrato uno dei Deputati Nazionali di Bat’kivshchyna, il Partito di Julija Tymoshenko – tutte le nostre richieste di liberazione della Leader dell’Opposizione Democratica da una misura troppo severa per le imputazioni sono state rigettate, persino in appello. Ora, solo l’Occidente ci può aiutare a mantenere lo stato di diritto in Ucraina”.

Parole forti, stampate su un ciclostilato di una decina di pagine – tante per contenere le numerose sottoscrizioni – consegnate alla rappresentanza di Washington a Kyiv.

Calde, come quelle della stessa Tymoshenko all’Eu.Observer, direttamente dalla cella, sempre di appello all’Occidente. “Temo per la mia vita, conosco bene la filosofia staliniana: via la persona, via il problema”.

La condanna di Roma.

Ma non solo l’Europa, per una volta, anche l’Italia e al centro degli affari ucraini, con il lancio di agenzia che ha riportato il turbamento espresso dalla Farnesina all’Ambasciatore ucraino nel Belpaese.

“Siamo grati a Roma – ha dichiarato l’intera delegazione di Bat’kivshchyna – abbiamo bisogno del singolo sostegno di tutti i Paesi dell’Unione Europea. E quello italiano ci rende particolarmente felici, in quanto proveniente da una cultura nel cuore di molti ucraini”.

Ringraziamenti per una posizione di cui, anche a costo di un tocco di superbia, il Legno Storto si sente responsabile: unico media sul campo nel raccontare quanto avviene realmente, a differenza di sedicenti reporter di note agenzie di informazione del Belpaese, presenti sul luogo solo nei momenti di calma, e pronte a lesinare il confronto di idee quando l’opinione dell’interlocutore non collima con la vulgata politicamente corretta e difesa a spada tratta dal rappresentante del media dal verde colore.

Un esempio che, da un lato, ci incoraggia ad andare avanti, convinti che un’onesta informazione sia un servizio utile se non altro al rispetto dei propri ideali. Dall’altro, invece, pone un serio dubbio sulla qualità del sistema di informazione italiano: spesso in mano a persone per nulla in contatto con la gente, e non in possesso delle conoscenze linguistiche della lingua del Paese.

Almeno qui a Kyiv, dove la popolazione ha voglia di Europa, giustizia, e Liberta, e la lingua ufficiale e l’ucraino, e non il russo.

Matteo Cazzulani

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Passeggiata con Jaroslav Hrycak alla scoperta di Leopoli in esclusiva per Legno Storto e La Voce Arancione

Posted in Ukraina by matteocazzulani on July 11, 2011

Lo stimato storico dell’Universita Cattolica Ucraina svela alcuni dei segreti della Città delle cinque culture: capitale culturale mitteleuropea di una Ucraina in cerca di cerca se stessa.

Non solo processi politici, risse in Parlamento con lanci di uova e fumogeni, e nemmeno due squadre impegnate a rincorrere un pallone: l’Ucraina, quella vera, e un pozzo di storia tutto da scoprire, sopratutto se a illustrarla e uno studioso d’eccezione di fama internazionale, come Jaroslav Hrycak.

Una di quelle figure che, nonostante vi si abiti da tempo, riesce a presentare con nuove tinte una città complessa ed affascinante come Leopoli.

“Una piccola New York” come la ha definita lo storico dell’Universita Cattolica Ucraina – UKU – sottolineandone la multietnicita che ha caratterizzato passato e presente del capoluogo galiziano: così come la Grande Mela, Leopoli – L’viv in ucraino, Lwow in polacco, Lemberg in tedesco – e un crogiuolo di etnie, culturalmente attivo, noto ed apprezzato, ma non capitale di uno Stato.

Una sorte segnata sin dal passato, quando la città, fondata nel 1272 dal re Danyl’ Romanovs’kyj come capitale del Principato di Galizia e Volinia, e stata abitata da polacchi, tedeschi, ruteni, armeni, ebrei, “serbi” – intesi come balcanici in generale – con elementi italiani, scozzesi, e tatari.

Così come tante sono le culture in essa presenti, diversi sono anche i centri della città. Il primo e il Vysokyj Zamok – Castello Alto – oggi un promontorio su cui e sorta una delle sette fortezze, distrutte nel Seicento, che hanno assicurato approvigionamento di acqua alla città. “Conquistarle significava prendere l’intera città – evidenzia Hrycak – per questo i quartieri a ridosso di essa, più periferici, erano abitati dalle etnie meno influenti, come gli ebrei”.

Proprio la componente ebraica ha abitato il secondo centro di Leopoli: una piazza – lo Staryj Rynok – oggi spoglia, su cui era posto il centro della capitale del Principato di Galizia e Volinia.

Da rimarcare e come quella degli ebrei sia stata una presenza tutt’altro che monolitica, dal momento in cui a Leopoli essa era divisa tra Aschenaziti – più colti ed insediati nel ghetto entro le mura della città vecchia – ed ortodossi – più radicali e poveri, relegati al di fuori della cerchia urbana.

Medesima condizione quella degli armeni: etnia senza Patria, ricca ed istruita, dedita non solo ai commerci, ma anche alle traduzioni ed alle mediazioni tra le varie componenti di una città definita come multietnica nella pietra, ma non nella gente.

Proprio il “quartiere” armeno si trova a poca distanza dal terzo centro storico, quello della Leopoli polacca, nata dalla conquista di re Casimiro III nel quattordicesimo secolo. Da allora, l’elemento dominante in città e stato sempre quello polacco, l’unico autorizzato ad abitare il centro.

Assieme ad esso, conviveva quello ucraino, distinto dal primo non per nazionalità, ma per status sociale: così come nel resto del Commonwealth, “polacco” si poteva ritenere chi era nobile, mentre i contadini ed i “plebei” – a Leopoli linguisticamente ucraini – non potevano forgiarsi di tale titolo.

Una differenza evidente anche sul piano religioso, come spiega il noto storico dinnanzi alla chiesa Rutena, caratterizza dallo storto campanile che ha ospitato ai suoi piedi le prime confraternite religiose – Bratstva – e la prima Università per ortodossi in Europa: un sito tanto importante da essere proposto dall’ex-Presidente ucraino, Viktor Jushchenko, come residenza ufficiale del Patriarca di Kyiv.

La convivenza tra polacchi ed ucraini e continuata anche sotto gli Asburgo – a Leopoli dal 1772 – e persino durante la Guerra Polacco-Ucraina del 1919: “l’ultima guerra del romanticismo” in cui le fazioni si sono combattute soltanto di giorno, poiché al calare del buio scattava l’ora del riposo, e della vita modana in compagnia.

Un aspetto spesso tralasciato dai libri di una storia che Hrycak sta faticosamente cercando di ricostruire, e raccontare, con la
necessaria dignità ed onesta, lontano da interpretazioni sovietiche e rigurgiti nazionalisti.

Un passato poco noto agli stessi leopoliensi, che, dopo i fatti del 1919, hanno subito le peggiori dittature del secolo scorso, responsabili dell’annichilimento culturale della città.

“Hitler ha eliminato gli ebrei da Leopoli – ha dichiarato Hrycak – Stalin, a sua volta, i polacchi. Leopoli – ha continuato – e rimasta una città ucraina, riempita di elementi russi, e gli abitanti – ha concluso – hanno dimenticato il proprio passato”.

Tuttavia, come afferma lo stesso storico, non tutto e perduto: la città delle cinque culture – come simbolizzato dal logo con le cinque torri – ha conservato il suo spirito mitteleuropeo, che si avverte anche solo camminando per il Prospekt Svobody, o sorseggiando un caffè in uno dei bar tra Ploshcha Rynok e la Virmens’ka Vulycja. Inoltre, Leopoli possiede tre università attive – Ivano Franko, Politekhnika, e Cattolica – ed in stretto contatto con il Vecchio Continente.

Un patrimonio che, in vista degli Europei di Calcio del 2012 e, sopratutto, dello sviluppo del Partenariato Orientale UE sotto la presidenza della Polonia, può fare di Leopoli il motore dell’integrazione ucraina nell’Occidente.

Malgrado il regresso della democrazia, la repressione di Opposizione Democratica e stampa libera, e l’indifferenza di un’Europa Occidentale, ancora mentalmente chiusa in categorie da guerra fretta, e culturalmente impregnata di ideologia comunista.

Matteo Cazzulani

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