LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Politica USA: il Senato approva il Keystone XL

Posted in USA by matteocazzulani on January 30, 2015

Una maggioranza bipartisan di repubblicani e centristi democratici approva la realizzazione dell’oleodotto concepito per veicolare olio crudo sabbioso dal Canada al Texas attraverso il centro degli Stati Uniti. Il Capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, invita alla firma del provvedimento il Presidente statunitense, Barack Obama, che invece ventila l’ipotesi di veto

Philadelphia – 3 settimane per una mozione e più di 40 emendamenti da esaminare è quanto il Senato degli Stati Uniti d’America ha impegnato per giungere all’approvazione della realizzazione del Keystone XL, oleodotto progettato dal colosso energetico Trans Canada per veicolare 800 Mila barili di olio crudo sabbioso dallo stato dell’Alberta, in Canada, al Texas attraverso Montana, North Dakota, South Dakota, Nebraska, Illinois, Kansas, Missouri e Louisiana.

Come riportato da Politico, nella giornata di giovedì, 29 Gennaio, 62 senatori, tra repubblicani e centristi democratici, hanno votato a favore del provvedimento, contro 36 democratici liberali fortemente contrari alla realizzazione del Keystone XL.

L’approvazione della mozione, avvenuta dopo che, nella giornata di lunedì, 26 Gennaio, la maggioranza bipartisan di repubblicani e centristi democratici ha mancato i numeri per approvare il documento, porta ora la realizzazione del Keystone XL direttamente sulla scrivania del Presidente Barack Obama, un democratico liberale che ha già fatto sapere di essere orientato a porre il veto sul provvedimento.

Tuttavia, un gruppo ristretto di senatori sta valutando l’ipotesi di rinviare il provvedimento così come emendato al Senato alla Camera dei Rappresentanti, dove una mozione sulla realizzazione del Keystone XL è stata approvata ad ampia maggioranza.

Subito dopo l’approvazione, il Capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha invitato il Presidente Obama ad accettare il voto del Senato per realizzare un’infrastruttura necessaria per creare posti di lavoro ed incrementare la sicurezza energetica degli Stati Uniti.

Secondo quanto riportato dall’autorevole Reuterse, l’Amministrazione Obama, che in passato ha dubitato circa la reale capacità del Keystone XL di creare nuovi posti di lavoro, ha ritenuto necessario lasciare l’ultima parola sull’approvazione dell’oleodotto al Dipartimento di Stato, che ancora si deve pronunciare in merito alla fattibilità dell’opera.

Un oleodotto che divide

Come ritenuto dai sostenitori dell’iniziativa -repubblicani e centristi democratici- la realizzazione del Keystone XL non solo permetterebbe la realizzazione di nuovi posti di lavoro e l’incremento della sicurezza energetica degli Stati Uniti, ma rinsalderebbe le relazioni tra USA e Canada in uno scenario globale in cui la Comunità Trans Atlantica necessita di unità e coesione, sopratutto sul piano energetico.

I contrari al gasdotto -democratici liberali ed ambientalisti- contestano invece il fatto che il Keystone XL provocherebbe l’incremento dello sfruttamento del greggio in un’era in cui gli Stati Uniti d’America si sono impegnati a contrastare il surriscaldamento globale.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Obama rafforza l’intesa con l’India

Posted in USA by matteocazzulani on January 29, 2015

Il Presidente statunitense e il Premier indiano, Narendra Modi, concordano una partnership in ambito nucleare, climatico e militare. La crescita della Cina e la collaborazione Trans Pacifica le motivazioni del rafforzamento delle relazioni tra Stati Uniti ed India

Philadelphia – Una cooperazione di 4 Miliardi di Dollari per una partnership importante per gli equilibri geopolitici mondiali. Nella giornata di martedì, 27 Gennaio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Primo Ministro dell’India, Narendra Modi, hanno raggiunto un accordo per stanziare diversi miliardi di Dollari per rafforzare la cooperazione nucleare, tecnologica e militare.

Come riportato dall’autorevole Reuters, l’accordo tra Obama e Modi prevede il comune impegno per lo sviluppo dell’energia nucleare e la comune produzione di materiali di uso militare.

Inoltre, Obama e Modi hanno concordato l’incremento dell’utilizzo di energia pulita da parte dell’India, una decisione che, seppur non in maniera incisiva, segue la posizione presa dagli Stati Uniti per lottare contro il surriscaldamento globale.

Tuttavia, la parte più importante dell’accordo tra Stati Uniti ed India è rappresentata da una nota comune emanata circa il condiviso impegno per la sicurezza nell’Oceano Indiano e nel Mare Cinese Meridionale, una battaglia che vede Obama e Modi schierati l’uno al fianco dell’altro per contenere la crescente potenza della Cina in ambito economico, militare ed energetico.

Oltre allo scacchiere cinese, gli Stati Uniti hanno proposto un coinvolgimento di primo piano nella lotta allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- dell’India, che, finora, si è tenuta lontano da ogni possibile coinvolgimento internazionale di rilievo militare.

La partnership tra Stati Uniti ed India rappresenta una continuità nella politica estera di Obama, che, con l’avvio di una relazione speciale con Modi, ha rinsaldato ulteriormente la posizione degli Stati Uniti nella regione dell’Asia/Pacifico presentando gli USA come il Paese leader una coalizione di Stati democratici per fronteggiare l’ascesa della Cina.

Fin dalla sua prima Amministrazione, iniziata nel 2009, Obama ha spostato il baricentro dell’attenzione geopolitica degli Stati Uniti dall’Europa all’Asia/Pacifico, rafforzando l’alleanza politica e militare con la Corea del Sud ed avviando trattative con Paesi tradizionalmente alleati della regione, come Australia e Giappone, per l’avvio di una partnership economica.

Lo shale per rafforzare la posizione degli USA in Asia/Pacifico

Il forte impegno di Obama nella regione dell’Asia/Pacifico è infatti dimostrato dalle energie che il Presidente statunitense sta impegnando per arrivare ad una pronta ratifica della Partnership Trans Pacifica -TPP.

Questo accordo mira alla creazione di una zona di libero mercato tra alcuni dei più importanti Paesi della regione, Cina esclusa, come, oltre agli Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud, Cile, Messico, Perù, Brunei, Malaysia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam.

Inoltre, con l’avvio dello sfruttamento del gas shale, e in attesa del via libera per la sua esportazione, gli Stati Uniti hanno stretto pre-contratti per le forniture di LNG con Corea del Sud, Singapore, Indonesia e proprio l’India, che, così, sarà portata a considerare gli USA come un Paese fondamentale per la propria sicurezza energetica.

Da parte sua, Modi, dopo la vittoria elettorale nel Maggio 2014, grazie all’accordo con Obama ha dimostrato la sua volontà di intraprendere una politica più attiva in campo estero, posizionando l’India in una posizione di alleanza con gli Stati Uniti e di aperto contrasto alla Cina.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: la minoranza democratica ferma l’approvazione del Keystone XL al Senato

Posted in USA by matteocazzulani on January 27, 2015

La maggioranza bipartisan in favore dell’infrastruttura concepita per veicolare olio crudo sabbioso canadese dall’Alberta in Texas non ha i numeri per chiudere il dibattito. Condizioni meteo e protesta per la conduzione del dibattito le ragioni che hanno dato forza al fronte del no sostenuto da Obama

Philadelphia – Una tempesta di neve può bloccare un’infrastruttura internazionale e ad aiutare il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ad ottenere un’inaspettata vittoria laddove i numeri lo davano, e lo danno ancora, nettamente perdente.

Lunedì, 26 Gennaio, la minoranza democratica al Senato ha sospeso l’iter di approvazione dell’oleodotto Keystone XL, una misura sponsorizzata dai repubblicani che, dopo avere ottenuto il controllo del Congresso dopo le ultime Elezioni di Mid-Term, mira a realizzare un’infrastruttura concepita per veicolare circa 800 Mila barili di olio crudo sabbioso dallo stato canadese dell’Alberta al Texas, attraverso Montana, North Dakota, South Dakota, Nebraska, Illinois, Kansas, Missouri and Louisiana.

Come riportato dall’autorevole Reuters, favorevoli alla chiusura del dibattito sull’approvazione della mozione che autorizza la realizzazione del Keystone XL sono stati solamente 53 senatori, una quota molto lontana dai 60 voti a favore che una coalizione bipartisan di repubblicani e centristi democratici avrebbe invece necessitato.

A motivare il risultato è stata l’assenza di un alto numero di senatori, molti dei quali costretti a disertare al seduta a causa della bufera di neve e gelo che, durante il voto, si sta preparando ad abbattersi su New York ed altri Stati del NordEst della nazione.

Alti senatori di spessore, come i repubblicani John McCain e Marco Rubio e i democratici Harry Reid ed Elizabeth Warren, non hanno partecipato al voto per motivi istituzionali e personali.

Oltre alla bassa affluenza, a fare mancare il quorum alla maggioranza bipartisan favorevole al Keystone XL è stata anche una pattuglia di centristi democratici che, pur essendo favorevole all’infrastruttura, ha votato con i democratici liberali in segno di protesta contro la chiusura affrettata del dibattito sugli emendamenti presentati dal Partito Democratico decisa, nella giornata di venerdì, 23 Gennaio, dal Capogruppo dei repubblicani, Mitch McConnell.

Pronta, alla prima sconfitta dei repubblicani al Senato, è stata la risposta della Presidente della Commissione Energia, la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski, che ha evidenziato come un accordo sia ora necessario tra repubblicani e democratici per approvare un documento condiviso nel più breve tempo possibile.

Da parte sua, il Senatore del New York Chuck Schumer, un democratico, ha sottolineato come la posizione dura del Partito Democratico sia stata motivata dalla decisione di McConnell di chiudere il dibattito in maniera frettolosa sugli emendamenti democratici.

McConnell si è giustificato dichiarando che la procedura da lui scelta ha permesso ai democratici di presentare un numero di emendamenti ben più alto rispetto a quello che, pochi mesi prima, l’ex-maggioranza democratica ha permesso di presentare all’allora minoranza repubblicana.

Tom Carper, senatore del Delaware del Partito Democratico, ha invece dichiarato di essere stato uno dei democratici favorevoli al Keystone XL ad avere votato contro il provvedimento in segno di protesta per la decisione di McConnell.

Obama verso il veto all’oleodotto

Con la sconfitta repubblicana al Senato, la discussione sul Keystone XL procede con un ritmo più lento rispetto a quello che la maggioranza bipartisan favorevole all’infrastruttura ha inteso accelerare con il voto.

Nonostante il parere del Congresso, il Presidente Obama, un democratico liberale, ha già dichiarato di non intendere sostenere il Keystone XL, ventilando persino l’ipotesi di porre il veto qualora la mozione della colazione di repubblicani e centristi democratici fosse approvata in definitiva.

La decisione di Obama, ribadita durante lo Stato dell’Unione -il discorso più importante che il Presidente rivolge alla Nazionale in diretta TV a Camere riunite- è motivata da un lato dalla volontà di soddisfare le richieste degli ambientalisti.

Dall’altro, Obama ritiene che il Keystone XL produca danni alla lotta al surriscaldamento globale, che gli Stati Uniti si sono impegnati a contrastare diminuendo le emissioni inquinanti.

I repubblicani e i centristi democratici ritengono, invece, che il Keystone XL crei posti di lavoro e favorisca la sicurezza energetica degli Stati Uniti.

Inoltre la coalizione che sostiene l’infrastruttura ritiene che la realizzazione del Keystone XL favorisca rafforzamento dei rapporti bilaterali con il Canada.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Politica USA: Pacifico e diplomazia le priorità della politica estera nello Stato dell’Unione di Obama

Posted in USA by matteocazzulani on January 22, 2015

Durante il più importante discorso alla nazione, il Presidente degli Stati Uniti invita alla finalizzazione della Partnership Trans Pacifica per contenere la Cina nella regione dell’Asia/Pacifico, e vanta il successo della linea morbida della sua Amministrazione nei confronti di Russia, Siria, Cuba ed Iran. Lotta al surriscaldamento globale e leadership nel settore del gas tra i punti esposti da Obama nella parte dedicata alla politica estera

Philadelphia – Economia, diplomazia e la forza solo quando e se serve. Questa è la strategia di politica estera che il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha presentato durante lo Stato dell’Unione, il discorso annuale che il Capo dello Stato rivolge una volta all’anno a Camere riunite, in collegamento diretto con tutto il Paese, per esporre le linee-guida della sua Amministrazione.

Obama, dopo avere sottolineato la necessità per gli Stati Uniti di assumere una nuova leadership nel Mondo, ha evidenziato come egli preferisca avvalersi di strumenti diplomatici e di misure economiche, piuttosto che di soluzioni di carattere militare, per contrastare minacce globali alla democrazia e ai valori dell’Occidente.

Priorità nella politica estera di Obama è la firma della Partnership Trans Pacifica -TPP- un accordo che crea una zona di libero scambio tra gli Stati Uniti ed i più importanti Paesi della regione del Pacifico, come Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud, Cile, Messico, Perù, Brunei, Malaysia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam.

Come dichiarato da Obama, il TPP permette agli Stati Uniti d’America e ai suoi alleati nel Pacifico di contrastare la crescita della Cina che, senza la creazione di un fronte economico comune tra i Paesi della Partnership Trans Pacifica, è destinata a ricoprire un ruolo egemone in una zona del Mondo cruciale per le sorti della geopolitica globale.

Oltre alla Partnership Trans Pacifica, Obama ha evidenziato la necessità di finalizzare un accordo di cooperazione economica con l’Unione Europea, con la quale le trattative per il varo della Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantica -TTIP- sono ancora in via di conclusione.

Altro ambito in cui l’economia rappresenta una leva per la realizzazione di una politica estera incisiva, secondo Obama, è anche quello della Russia, che proprio a causa delle sanzioni economiche, applicate dagli Stati Uniti come riposta all’aggressione militare all’Ucraina, si trova ora economicamente in ginocchio.

“Stiamo dimostrando il potere della forza e della diplomazia degli Stati Uniti d’America. Abbiamo fermamente sostenuto il principio che i Paesi più forti non possono sopraffare quelli più deboli. Ci siamo opposti all’aggressione russa, abbiamo sostenuto la democrazia in Ucraina, abbiamo riassicurato i nostri alleati della NATO” ha dichiarato Obama.

La diplomazia è stata anche la carta di cui Obama, come ricordato durante lo Stato dell’Unione, si è avvalso anche con Cuba, con cui gli Stati Uniti hanno ripristinato rapporti diplomatici congelati dal 1961.

Come sottolineato da Obama, la decisione di riaprire le relazioni con Cuba rappresenta un piccolo passo, incoraggiato da Papa Francesco, che chiude definitivamente con una pesante eredità della Guerra Fredda sulla quale, finora, nessun Presidente statunitense ha avuto il coraggio di mettere la parola fine.

Altro ambito della politica internazionale in cui Obama ha premuto sull’acceleratore della diplomazia è quello delle relazioni con l’Iran, nei confronti del quale, come già anticipato durante la visita con il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, il Presidente statunitense ha ritenuto necessario continuare a dialogare per evitare la proliferazione atomica.

“Le misure proposte dal Congresso in favore dell’inasprimento delle sanzioni all’Iran rischiano di mandare in fumo il percorso finora fatto e di estraniare gli Stati Uniti dai suoi alleati nel Mondo. Per questa ragione, porrò il veto su ogni simile provvedimento” ha dichiarato Obama.

Sempre in ambito diplomatico, Obama ha sottolineato la volontà degli Stati Uniti di rafforzare le strutture difensive dell’Afghanistan attraverso l’addestramento di reparti militari locali.

Nello stesso tempo, Obama ha ritenuto necessario l’uso della forza per contrastare lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ed ha richiesto al Congresso l’approvazione di una misura che autorizzi l’intervento militare contro l’ISIL.

Obama ha poi annoverato tra le priorità della politica estera anche un maggiore impegno degli USA per contrastare il Global Warming, sul quale gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo storico con la Cina per decrementare le emissioni inquinanti dei due Paesi del Mondo maggiormente responsabili per il surriscaldamento globale.

Infine, Obama ha supportato lo sviluppo dello sfruttamento dei giacimenti domestici di gas per rafforzare la leadership USA nel mercato mondiale dell’Europa dell’energia, ed ha espresso la sua contrarietà, seppur senza nominarlo, alla realizzazione dell’oleodotto Keystone XL, un’infrastruttura concepita per veicolare olio crudo sabbioso dal Canada al Texas attraverso il centro degli Stati Uniti.

La risposta dei repubblicani

Pronta, a Obama, è stata la risposta della senatrice dell’Iowa, Joni Ernst, che, per contro dei repubblicani, ha attaccato il Presidente a partire proprio dal Keystone XL, considerato dall’esponente del Partito Repubblicano un’infrastruttura necessaria per creare nuove opportunità di lavoro.

La Ernst ha poi concordato con Obama sulla necessità di abbattere le barriere doganali nella regione dell’Asia/Pacifico e sul bisogno di incrementare l’impegno bellico contro lo Stato Islamico e il terrorismo internazionale.

Sull’Iran, la Ernst ha espresso forte contrarietà al piano dell’Amministrazione Democratica di continuare con le trattative per persuadere Teheran a rinunciare al programma di proliferazione nucleare.

Da parte sua, la Ernst ha sottolineato la necessità di inasprire le sanzioni nei confronti di un Paese il cui riarmo nucleare rappresenta una minaccia per la sicurezza globale.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Obama e Cameron rilanciano la collaborazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna per la prosperità nel Mondo

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on January 17, 2015

Il Presidente statunitense e il Primo Ministro britannico concordi sull’impegno comune contro il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia e il programma di proliferazione nucleare iraniano. Il motore USA-Regno Unito riprende a funzionare dopo l’era Reagan-Thatcher e Clinton-Blair

Philadelphia – C’è un’Europa “vecchia”, ripiegata su un oramai anacronistico asse franco-tedesco, ansiosa di ristabilire buone relazioni con uno Stato che viola il Diritto Internazionale come la Russia. Invece, c’è anche un’altra Europa, più attenta ai valori dell’Occidente, che vede l’Atlantico non come una barriera, bensì come il centro di una cooperazione Trans Atlantica importata sulla difesa di democrazia, libertà e diritti umani.

Nella giornata di venerdì, 16 Gennaio, a Washington, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, hanno rilanciato la partnership globale tra i due Paesi motori della Comunità Trans Atlantica.

Come dichiarato da Obama durante la conferenza stampa di chiusura del vertice con Cameron, durato circa due giorni, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono impegnati a rafforzare l’intelligence e a difendere i propri confini per contrastare le numerose minacce che mettono a serio repentaglio la pace nel Mondo, come il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e la proliferazione nucleare iraniana.

Obama, dopo avere evidenziato come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna coopereranno con forza per contrastare l’ISIL e Al Qaeda, ha contestato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina, ed ha dichiarato pieno appoggio al Governo ucraino per la difesa della propria integrità territoriale e per l’approvazione di importanti riforme di carattere economico e politico.

Obama ha anche sottolineato come la sicurezza digitale e l’implementazione dell’approvazione del trattato di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantica -TTIP- siano altri punti prioritari della cooperazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna.

Infine, Obama, concordemente con Cameron, ha invitato il Congresso a non approvare una legge per l’incremento delle sanzioni all’Iran, poiché ogni seppur piccolo spiraglio per la diplomazia deve essere ancora perseguito per potere evitare la proliferazione nucleare di Teheran.

“Quando Stati Uniti e Gran Bretagna sono al fianco l’uno agli altri, il mondo è più sicuro e più giusto” ha dichiarato Obama, che ha anche apprezzato la decisione di Cameron di collaborare in materia di lotta contro Ebola e riduzione delle emissioni inquinanti.

Da parte sua, Cameron ha sottolineato come Stati Uniti e Gran Bretagna debbano impegnarsi nel mondo per sviluppare e garantire prosperità e sicurezza sia sul piano economico che su quello nazionale.

Cameron ha anche contestato la Russia per la politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ed ha rinnovato l’impegno congiunto di Gran Bretagna e Stati Uniti per il rafforzamento delle strutture difensive della NATO nei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Centro-Orientale che, oggi, vedono la loro sicurezza nazionale messa a serio repentaglio a causa della politica aggressiva di Mosca.

“Gran Bretagna e Stati Uniti condividono gli stessi valori di libertà, democrazia e prosperità, vedono il mondo nella stessa maniera e parlano persino la medesima lingua” ha dichiarato Cameron.

Il rilancio della partnership tra Stati Uniti d’America e Gran Bretagna segna un passaggio importante nella geopolitica degli ultimi decenni, durante i quali proprio il legame tra gli USA e il Regno Unito ha permesso la tutela e la diffusione dei valori dell’Occidente in Europa e nel Mondo.

Negli anni ’80, la solida intesa tra il Presidente USA di orientamento repubblicano Ronald Reagan e il Primo Ministro britannico conservatore Margaret Thatcher ha dato un decisivo contributo alla caduta del comunismo e alla diffusione di democrazia e libertà in Europa Centrale.

Negli anni ’90, la collaborazione tra il Presidente USA democratico Bill Clinton e il Primo Ministro britannico di appartenenza laburista Tony Blair ha portato all’eliminazione di una delle ultime dittature nel cuore dell’Europa, come quella di Slobodan Milosevic in Serbia.

Oggi, una nuova partnership tra il Presidente democratico Obama e il Primo Ministro conservatore Cameron ha tutte le carte in regola per rilanciare il ruolo dell’Occidente in un mondo in cui, dopo anni di vano disimpegno dalle questioni mondiali, la comunità Trans Atlantica vede se stessa e i suoi valori ancora più minacciati di quanto non fosse prima.

Un’Europa meno “carolingia” e più “atlantica”

Oltre ad Al Qaeda, all’ISIL e alla Russia, a rappresentare una minaccia per la sicurezza, la pace e la prosperità della comunità Trans Atlantica è anche lo strenuo antiamericanismo ed antisemitismo di una buona fetta dell’élite politica e dell’opinione pubblica europea.

Sopratutto in Paesi come Francia, Germania ed Italia, essa dimostra un’inspiegabile insofferenza nei confronti degli Stati Uniti e della cultura occidentale assumendo posizioni filorusse, terzomondiste ed apertamente filo-arabe, così come dimostra chi, oggi, invoca a gran voce il ristabilimento di buone relazioni con la Russia.

Una nuova Europa, meno “carolingia” e più “atlantica”, è oggi necessaria per mettere la Comunità Trans Atlantica al passo coi tempi di un mondo che non risponde più ai paradigmi della Guerra Fredda, e che vede una pluralità di soggetti nutrire odio e rancore verso l’Occidente.

Il rilancio della partnership tra Obama e Cameron, basata anche su una forte amicizia personale, è l’opportunità da cogliere per riattivare il motore anglo-statunitense, grazie al cui funzionamento l’Europa e l’Occidente hanno potuto davvero contare nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
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Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney scende in campo contro Jeb Bush e Hillary Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on January 13, 2015

L’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 fronteggia nelle primarie repubblicane l’ex-Governatore della Florida ed esclude la corsa di esponenti di spicco come il Governatore del New Jersey Chris Christie, il Senatore della Florida Marco Rubio e il Rappresentante del Wisconsin Paul Ryan. La sconfitta con Obama nel 2012 e il vantaggio nei sondaggi sull’ex-Segretario di Stato ha convinto Romney a prendere parte alla competizione

Philadelphia – Passione e ragione sono le due motivazioni che hanno portato l’ex-Governatore del Massachusetts Mitt Romney ad annunciare l’intenzione di partecipare nelle primarie presidenziali repubblicane.

Come riportato dal Wall Street Journal, e ripreso dall’autorevole Reuters, Romney, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nelle Elezioni Presidenziali del 2012 -vinte poi dal democratico Barack Obama- ha comunicato la sua intenzione di scendere in campo durante una cena di gala in California, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio.

La discesa in campo di Romney, che per due volte, nel 2012 e nel 2008, ha già partecipato alle primarie del Partito Repubblicano, segue quella di Jeb Bush, ex-Governatore della Florida che, con un messaggio su Facebook lo scorso Dicembre, ha dichiarato l’intenzione di esplorare la sua candidatura.

Lo scontro tra Romney e Bush, fratello e figlio rispettivamente degli ex-Presidenti George Bush junior e George Bush senior, è destinato a dividere l’establishment repubblicano, che proprio nell’ex-Governatore del Massachusetts e nell’ex-Governatore della Florida vede i loro candidati naturali.

Inoltre, la scelta di Romney di correre nelle primarie repubblicane porta anche alla riduzione dei potenziali contender che, finora, hanno valutato l’ipotesi di partecipare alla consultazione interna al Partito Repubblicano in assenza di un candidato forte.

La prima personalità che potrebbe rinunciare è il Governatore del New Jersey, Chris Christie, un repubblicano di centro molto apprezzato sia da un elettorato bipartisan che da esponenti dell’establishment repubblicano.

Anche il Senatore della Florida Marco Rubio si trova in difficoltà sia a causa della decisione di Romney di scendere in campo, che dalla presenza nella competizione di Jeb Bush, che proprio in Florida ha consolidato la sua carriera politica.

Chi, invece, ha già gettato la spugna è il Rappresentante del Wisconsin alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che, dopo avere corso come candidato Vicepresidente in ticket con Romney nel 2012, ha dichiarato di non intendere candidarsi alle primarie repubblicane.

Come riportato da Politico, la decisione di Romney di cercare nuovamente l’elezione alla Presidenza è dettata dalla sua voglia di raggiungere un successo a cui egli aspira dopo la bruciante sconfitta nelle Presidenziali del 2012 contro Obama.

Oltre alla motivazione emotiva, a spingere Romney a partecipare alle primarie repubblicane sono anche i sondaggi, che, in caso di vittoria, lo danno per vincente nelle Elezioni Presidenziali sul potenziale candidato presidente democratico, Hillary Clinton.

Corsa meno concitata nel campo democratico

Proprio a proposito del Partito Democratico, la competizione interna non sembra essere così dinamica come quella nel campo repubblicano.

A fronteggiare Hillary Clinton, una democratica di centro che ancora non ha sciolto la riserva se candidarsi o meno alle primarie democratiche, potrebbe essere solamente la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, una democratica liberale che, tuttavia, i sondaggi danno molto distante dall’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama e il Congresso ai ferri corti sul Keystone XL

Posted in USA by matteocazzulani on January 10, 2015

La Corte Suprema del Nebraska da il via libera alla realizzazione dell’oleodotto concepito per veicolare olio crudo sabbioso dal Canada al Texas, mentre la Camera dei Rappresentanti approva la costruzione del Keystone XL. A repentaglio i rapporti tra Stati Uniti e Canada

Philadelphia – Un oleodotto che divide sia gli Stati Uniti che il Nordamerica. Nella giornata di venerdì, 9 Gennaio, la Corte Suprema dello Stato del Nebraska ha dato il via libera alla realizzazione del Keystone XL, un oleodotto, progettato dal colosso energetico canadese Trans Canada, per veicolare 830 Mila barili di olio crudo sabbioso dallo stato dell’Alberta, in Canada, alle raffinerie del Texas, negli Stati Uniti.

La decisione della Corte Suprema del Nebraska è stata seguita dal voto favorevole della Camera dei Rappresentanti ad una mozione che prevede la realizzazione del Keystone XL. A favore del provvedimento hanno votato, compatta, la maggioranza repubblicana ed i centristi democratici.

A commento del voto, lo Speaker della Camera Bassa del Parlamento, il repubblicano John Boehner, ha invitato il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ad approvare la realizzazione del Keystone XL senza più alcun timore per un possibile pronunciamento negativo della Corte Suprema del Nebraska.

Pronta è stata la risposta di Obama, un democratico liberale che, tramite il suo portavoce Eric Schulz, ha fatto sapere di essere intenzionato a porre il veto sul provvedimento per la costruzione del Keystone XL.

I repubblicani ed i centristi democratici sostengono che la realizzazione dell’infrastruttura possa creare nuovi posti di lavoro, incrementare la sicurezza energetica degli Stati Uniti, e rafforzare i rapporti bilaterali con il Canada.

I democratici liberali, invece, sono contrari al Keystone XL perché ritengono l’infrastruttura controproducente per la lotta alle emissioni inquinanti, in cui gli Stati Uniti, proprio sotto l’Amministrazione Obama, si sono schierati in prima fila.

La questione del Keystone XL riguarda, inoltre, i rapporti con il Canada, Paese tradizionalmente alleato degli USA che, con l’avvio dello sfruttamento dell’olio e del gas shale, ha avviato una competizione con gli Stati Uniti per il primato delle esportazioni di energia non convenzionale a livello mondiale.

Con una nota, il Governo canadese ha accolto con favore la decisione della Corte Suprema del Nebraska in favore della realizzazione del Keystone XL, ed ha auspicato una pronta approvazione da parte sia del Congresso che dell’Amministrazione Presidenziale.

Da parte sua, Obama, durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno, ha dichiarato apertamente che l’infrastruttura in questione serve solo al Canada per trasportare olio crudo presso i terminali statunitensi, senza assicurare alcun vantaggio all’economia statunitense.

Al senato la decisione definitiva

Il duello tra il Congresso ed Obama attende ora il suo ultimo atto presso il Senato, dove la maggioranza repubblicana conta di ottenere i 67 voti favorevoli al provvedimento per approvare il Keystone XL aggirando il veto del Presidente degli Stati Uniti.

Come riportato dal senatore repubblicano John Hoeven, il senato è vicino ad avere la maggioranza necessaria ad aggirare il veto presidenziale.

Tuttavia, oltre che dal voto al senato, l’approvazione del Keystone XL dipende anche dal parere espresso sull’argomento dal Dipartimento di Stato statunitense.

Come dichiarato dall’attuale Segretario di Stato USA, John Kerry, durante il vertice sul clima in Perù, in un’epoca in cui si cerca di ridurre le emissioni inquinanti la realizzazione di un oleodotto è controproducente.

Differente è stato però il parere del precedente Segretario di Stato, nonché possibile candidata alle primarie presidenziali democratiche, Hillary Clinton, che, nel 2010, ha dato l’assenso preventivo al progetto per permettere agli USA di diversificare le proprie forniture.

Matteo Cazzulani
Analista politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: l’attentato di Parigi spinge i repubblicani alla linea morbida con Obama

Posted in USA by matteocazzulani on January 9, 2015

Lo Speaker John Boehner convoca il gruppo del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti per rivedere il congelamento delle risorse erogate al Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Il Presidente degli Stati Uniti per la prima volta duro con il terrorismo internazionale di matrice islamica

Philadelphia – Avrebbero dovuto congelare i fondi destinati al funzionamento del Dipartimento della Sicurezza Nazionale per mettere in difficoltà il Presidente, ma gli attacchi terroristici di Parigi potrebbero spingere i repubblicani a concedere più danaro a Barack Obama proprio laddove la Casa Bianca ha più bisogno.

Nella giornata di giovedì, 8 Gennaio, all’indomani dell’attentato terroristico di matrice islamica alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo, lo Speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso, John Boehner, ha convocato una riunione del gruppo del Partito Repubblicano per discutere sulle nuove misure da adottare nei confronti del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Boehner, spinto da molti esponenti del suo partito, è orientato a concedere al Dipartimento della Sicurezza Nazionale maggiori finanziamenti finalizzati unicamente all’adozione di misure contro il terrorismo.

Questa decisione, tuttavia, costringerebbe i repubblicani ad ammorbidire una linea particolarmente dura approntata per evitare ad Obama di disporre delle risorse necessarie per regolarizzare 4,7 milioni di immigrati irregolari, una misura che il Presidente ha dichiarato di volere attuare avvalendosi del suo potere esecutivo e dei fondi in possesso del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.

Lo scorso Dicembre, il Congresso ha approvato un bilancio che finanzia per tutto l’anno i Dipartimenti dell’Amministrazione Presidenziale, fatto salvo quello della Sicurezza Nazionale, che ha ottenuto una proroga nella ricezione delle risorse finanziarie fino a Febbraio.

L’approvazione del bilancio è stata frutto di una mediazione tra lo Speaker Boehner ed il Presidente Obama, che, con l’erogazione di fondi ai Dipartimenti, hanno evitato lo Shut Down, ossia il blocco del funzionamento delle strutture governative.

Oltre ad ammorbidire la posizione dei repubblicani al Congresso, l’attentato terroristico di Parigi ha indurito l’atteggiamento di Obama nei confronti del terrorismo di matrice islamica, che il Presidente degli Stati Uniti ha definito essere nemico dei valori di libertà dell’Occidente per la prova volta dall’avvio della sua Amministrazione.

Come riportato da Politico, finora Obama ha mantenuto toni molto moderati nei confronti del terrorismo internazionale di matrice islamica, come quando, in seguito all’attentato terroristico di Bengasi, il Presidente USA ha condannato la realizzazione di un video critico dell’islam che avrebbe aizzato la furia dei terroristi anziché contestare il fanatismo degli assaltatori.

Charlie Hebdo entra nelle primarie presidenziali

L’attentato di Parigi è destinato a mutare anche la posizione dei principali candidati alle primarie presidenziali.

Già a seguito dell’attentato di Bengasi, Mitt Romney, allora candidato del Partito Repubblicano e probabile front-runner nelle primarie repubblicane per la Casa Bianca, ha criticato l’Amministrazione Obama per le posizioni troppo tenere nei confronti del terrorismo islamico.

L’attacco di Romney alla Casa Bianca è stato motivato dopo che contestazioni alla realizzazione del filmato critico dell’Islam sono state mosse, sempre nel 2012, da Hillary Clinton, allora Segretario di Stato e, oggi, potenziale candidata nelle primarie democratiche data per vincente da tutte le rilevazioni.

Per la Clinton, la condotta morbida assunta in occasione dell’attentato di Bengasi rappresenta un punto cruciale su cui l’esponente democratica è da tempo fortemente contestata.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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