LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: LA TURCHIA ABBANDONA IL NABUCCO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 31, 2012

Ankara dichiara prioritario il gasdotto Transanatolico per la propria politica energtica. La decisione influisce sui piani di sicurezza energetica dell’UE 

Il percorso del Gasdotto Europeo Sud-Est

Sullo stretto del Bosforo, il bello e cattivo tempo dell’indipendenza energetica europea. Nella giornata di lunedì, 30 Gennaio, il Ministero dell’Energia turco ha dichiarato che tra, le priorità strategiche di Ankara, il gasdotto Transanatolico ha superato il Nabucco.

Secondo quanto riportato da una nota, la Turchia preferisce sfruttare infrastrutture già esistenti, piuttosto che finanziare la costruzione di nuove condutture, progettate per il medesimo scopo: l’accesso da parte dell’Unione Europea alle risorse di gas del Bacino del Caspio.

“Il gasdotto Transanatolico trasporterà 16 miliardi di metri cubi annui di gas dall’Azebajdzhan attraverso condutture già in funzione – riporta la nota del Ministero – La costruzione del Nabucco potrebbe altresì incentivare la ricerca da parte di Bruxelles di nuove fonti di approvvigionamento , e realizzare una ancor maggiore diversificazione di quella inizialmente prevista”.

La posizione della Turchia ricopre una fondamentale importanza per l’Unione Europea: intenta nella non semplice realizzazione di una politica energetica quanto più indipendente dalle forniture di gas della Russia: da cui il Vecchio Continente dipende quasi in toto.

Oltre alle influenti Francia e Germania – sostenitrici della politica energetica del Cremlino e dei suoi progetti infrastrutturali atti a dividere l’Europa e mantenere l’egemonia energetica sul Vecchio Continente – l’iniziativa della Commissione Barroso deve fare i conti anche con la concorrenza interna tra due progetti infrastrutturali concepiti per trasportare oro blu centro-asiatico in territorio UE, senza transitare per quello russo.

Il primo è il Nabucco: gasdotto di 4 Mila chilometri di lunghezza ubicati in parte sul fondale del Mediterraneo, e in parte sulla terraferma nella sua tratta lungo i Balcani e la Penisola Anatolica. Dalla portata prevista di 31 Miliardi di metri cubi, il gasdotto di verdiana denominazione è supportato politicamente dall’Unione Europea e dal consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania ed Ungheria – e economicamente dalla compagnia austriaca OMW, dalla romena Transneft, dalla ungherese MOL e dalla bulgara Bulgargaz.

Concorrenti al Nabucco sono altri tre gasdotti, i cui consorzi, di recente, hanno deciso di unirsi nel Gasdotto Europeo del Sud-Est – SEEP – per offrire una valida alternativa a costo di gran lunga inferiore. Il primo è il già citato gasdotto Transanatolico: compartecipato dalle compagnie turca BOTAS, azera SOCAR, olandese Shell e britannica British Petroleum, è forte di un accordo recentemente siglato tra la Turchia e l’Azerbajdzhan per l’importazione di oro blu proveniente dal giacimento di Shakh Deniz ad Ankara.

Secondo progetto è l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia – ITGI – gestito dall’operatore Poseidon, in cui rientrano la compagnia turca BOTAS, la greca DEPA, e l’italiana Edison. Dalla penisola anatolica, l’ITGI trasporta l’oro blu fino ad Otranto sul fondale dei Mari Egeo e Ionio. Infine, il terzo gasdotto è la TAP – Trans-Adriatic-Pipeline – progettata per trasportare gas dalla Grecia a Brindisi attraverso l’Albania ed il Mare Adriatico, compartecipata dalle compagnie di Svizzera EGL, Norvegia, Statoil, e Germania E.On.

Vince la Russia con il suo divide et impera energetico

Seppur positiva in termini di risparmio economico, la rivalità tra il Nabucco e le singole condutture del Gasdotto Europeo Sud-Est favorisce solo il Southstream: progetto sottomarino voluto della Russia sul fondale del Mediterraneo per rifornire di gas direttamente l’Europa, mantenere il Vecchio Continente dipendente da Mosca, e bypassare Paesi politicamente invisi al Cremlino come Ucraina, Polonia, Moldova, e Romania.

Il Gasdotto Ortodosso – come è altrimenti noto il Southstream – in via di realizzazione, è compartecipato dal monopolista russo, Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesche, francese e greca, Wintershall, EDF e DEPA, e da quelle nazionali di Macedonia, Serbia e Slovenia.

Matteo Cazzulani

INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA SEMPRE PIU A RISCHIO: BLOCCATO L’OLEODOTTO ODESSA-BRODY-DANZICA.

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 30, 2012

Congelato il prolungamento della conduttura che avrebbe garantito l’importazione diretta di nafta centro-asiatica in territorio europeo e diminuito la dipendenza dell’Europa dalla Russia. Gli sviluppi del progetto come chiave per comprendere i rapporti tra l’UE e l’Ucraina, e l’importanza di quest’ultima per la sicurezza nazionale degli Stati Vecchio Continente

Il percorso del progetto Odessa-Brody-Plock-Danzica

Politica ed energia sono legate a stretto filo: il raffreddamento delle relazioni con i Paesi dell’Europa Orientale – dettato dalla loro involuzione democratica – può comportare il congelamento di piani indispensabili per la sicurezza dell’Unione Europea. Questo teorema geopolitico sta tutto nell’oleodotto Odessa-Brody: infrastruttura deputata all’invio di nafta dal terminale marittimo di Odessa, sul Mar Nero, fino al centro dell’Ucraina e, da qui, verso il territorio UE.

A rendere ancor più importante questo oleodotto è stato il suo prolungamento fino a Danzica: progettato per consentire l’afflusso diretto di greggio di provenienza centro-asiatica direttamente nel Vecchio Continente, e, in questo modo, diminuire la forte dipendenza che – così come per il gas – lega l’Europa alla Russia.

Il piano, non senza difficoltà, nel 2011 è stato inserito tra le priorità dell’Unione Europea grazie allo sforzo della Presidenza di turno della Polonia, il cui Premier, Donald Tusk – convinto dell’importanza strategica di una conduttura destinata a diversificare le forniture energetiche del Vecchio Continente – è riuscito anche a stanziare 120 Milioni di Euro dal budget UE per l’avvio dei lavori.

A vanificare tale slancio sono state le relazioni con il Presidente ucraino, Viktor Janukovych. Incassato il congelamento della firma dell’Accordo di Associazione con l’UE il 19 Dicembre 2001 – a causa dell’arresto politico della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko – il Capo di Stato di Kyiv si è progressivamente allontanato da Bruxelles.

A certificare tale raffreddamento è stata l’ultima dichiarazione del Premier ucraino, Mykola Azarov, il quale, sabato, 28 Gennaio, ha comunicato il blocco dei lavori per il prolungamento dell’Odessa-Brody fino a Danzica, incolpando la Polonia.

“Abbiamo proposto tale progetto diverse volte ai polacchi, ma ci hanno risposto che l’infrastruttura non rientra nei loro interessi” ha riportato le parole del Capo del Governo ucraino l’autorevole Dzerkalo Tyzhnja.

Tra le parole di Azarov e i fatti di Tusk resta una palese differenza di lettura su un progetto di cruciale importanza sia per l’Ucraina che per l’Unione Europea. Quest’ultima in particolare si trova ora impossibilitata a sfruttare il canale di importazione di nafta dal Centro-Asia: indispensabile per diminuire la quantità di greggio finora acquistata, a caro prezzo, da Russia e Paesi arabi.

Un oleodotto complicato

L’Odessa-Brody-Danzica è una esemplificazione dei rapporti tra l’Ucraina e la Polonia – e, con essa, l’Unione Europea: mai del tutto decollati dall’ottenimento dell’Indipendenza da parte di Kyiv, nel 1991. Rappresentano eccezioni rare parentesi: come i cinque anni seguenti al processo democratico ucraino, passato alla storia come Rivoluzione Arancione.

Il prolungamento dell’Oleodotto Odessa-Brody fino a Plock – città nei pressi di Varsavia – concepito per trasportare nafta acquistata da Turkmenistan, Azerbajdzhan e Kazakhstan direttamente in Polonia attraverso il territorio dell’Ucraina, viene preventivato nel 2001 dai Premier polacco e ucraino di quell’anno, Jerzy Buzek – fino a pochi giorni or sono Presidente del Parlamento Europeo – e Viktor Jushchenko – futuro Presidente ucraino, eletto in seguito alla Rivoluzione Arancione.

Due anni più tardi, su iniziativa dei due Presidenti, Aleksander Kwasniewski e Leonid Kuchma, viene firmata con la Commissione Europea una dichiarazione di sostegno politico al progetto energetico. Inoltre, viene registrata la Sarmatia: compagnia energetica polacco-ucraina, compartecipata da enti azeri, turkmeni e georgiani, incaricata non solo di realizzare il prolungamento della conduttura fino a Danzica e ai Paesi Baltici, ma anche di garantire le forniture di greggio secondo un complicato tragitto terra-mare. Dal Bacino del Caspio, la nafta sarebbe dovuta essere trasportata via terra in Georgia, da dove, caricata su navi, avrebbe raggiunto Odessa e, quindi, il territorio polacco.

Tuttavia, nel 2004 i rapporti tra Polonia ed Ucraina peggiorano in seguito alla fallita scalata del colosso ucraino ISD all’ambito complesso metallurgico Huta Czestochowa. Per ripicca, su direttiva di Kuchma, il Premier ucraino, Viktor Janukovych – l’attuale Presidente – inverte lo sfruttamento dell’Odessa-Brody da nord verso sud per trasportare nafta di provenienza russa verso il Mar Nero, ed esportarla via mare a mercati alternativi a quello polacco.

Il prolungamento dell’Odessa-Brody nel territorio dell’Unione Europea riprende attualità in seguito alla Rivoluzione Arancione. Nel 2005, i Presidenti Lech Kaczynski e Viktor Jushchenko varano un nuovo progetto per collegare con un unico oleodotto il Mar Nero al Mar Baltico: da Odessa a Danzica.

Sostenuto dall’Europa Centrale – oltre che da Polonia ed Ucraina, anche da Ungheria, Slovacchia e Paesi Baltici – il progetto entra nuovamente in crisi nell’agosto 2008, quando l’aggressione militare della Russia alla Georgia danneggia gravemente l’oleodotto tra il Mar Caspio e il Mar Nero: tratta da cui passa l’intera importazione di greggio centro-asiatico a Tbilisi.

Al conflitto armato russo-georgiano, in Ucraina si somma la crisi politica interna al campo arancione: la rivalità tra Jushchenko e il Primo Ministro, Julija Tymoshenko – vera e propria Leader spirituale della Rivoluzione Arancione – blocca ogni decisione sia a livello politico che energetico: tra cui, per l’appunto, l’Odessa-Brody-Danzica.

Una nuova svolta si registra nel 2010, quando il neoeletto Presidente ucraino, Viktor Janukovych – contrariamente a quanto fatto sei anni prima da Capo del Governo – ripristina lo sfruttamento dell’Odessa-Brody da sud a nord per trasportare nafta venezuelana verso la Bielorussia.

L’intenzione del Capo di Stato ucraino è la realizzazione di una politica di neutralità energetica sia dall’Europa che dalla Russia, ma il ripristino del senso d’utilizzo originario dell’Odessa-Brody convince il nuovo Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ed il Premier, Donald Tusk, ad intavolare trattative per il ripristino del prolungamento della conduttura fino a Danzica, ed inserire il progetto tra le priorità strategiche dell’Unione Europea.

Tuttavia, le relazioni tra Bruxelles e Kyiv si fanno sempre più aspre a causa del processo politico alla Tymoshenko – divenuta Leader dell’Opposizione Democratica ucraina – fino a rompersi definitivamente dopo l’arresto della Lady di Ferro ucraina: come dimostra il congelamento della firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina. Gli sforzi profusi dalla Polonia risultano vani, e l’Ucraina si trova sempre più isolata a livello internazionale: totalmente in balia della Russia, sopratutto sul piano energetico.

Alla luce di tutto questo, occorre evidenziare quanto la condotta illiberale del Presidente Janukovych sia gravosa per la sicurezza energetica dell’Unione Europea, che, in assenza delle repressioni agli esponenti di spicco dell’Opposizione Democratica a Kyiv, avrebbe potuto contare su un’Ucraina garante delle forniture di greggio alternative a quelle russe.

Matteo Cazzulani

NAGORNO-KARABAKH: NON SOLO UNA QUESTIONE DI “BUONI” E “CATTIVI”

Posted in Editoriale by matteocazzulani on January 29, 2012

L’articolo “Genocidio armeno e Guerra del Gas”, pubblicato il 27 Gennaio sul Legno Storto, è stato oggetto di obiezioni da parte dell’Iniziativa Italiana per il Karabakh: preoccupata nell’evidenziare le sole responsabilità azere di un conflitto delicato e complesso. Il perché le questioni etniche dell’area ex-URSS non possono essere giudicate limitandosi alla circoscritta area geografica, bensì, considerando un areale più ampio: in cui le tendenze imperiali di Mosca – mai sopite – rappresentano una minaccia attuale per l’Unione Europea

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

Le obiezioni sono legittime, ma il vero significato della questione resta poco chiaro. Di recente, l’articolo “Genocidio Armeno e Guerra del Gas” è stato oggetto di critica da parte dell’Iniziativa Italiana per il Nagorno-Karabakh che, con una lettera alla Redazione, ha obiettato su alcuni passaggi inerenti la regione contesa tra Armenia ed Azerbajdzhan.

Tra essi, viene discussa l’ampiezza della regione – 11458,00 chilometri quadrati, contro i 4500 riportati nell’articolo – è sottolineato il diritto alla nascita di questo Stato autonomo “concordemente con la legislazione dell’URSS e successivi atti giuridici della Corte Costituzionale di Mosca”, e si addossa la colpa del mancato riconoscimento della “piccola, indipendente realtà democratica del Nagorno-Karabakh” agli “interessi petroliferi dell’Occidente”.

Tralasciando ogni commento sulle obiezioni di carattere geografico – la superficie di 4500 chilometri quadrati è confermata dai più autorevoli siti di informazione, tra cui quello della BBC: da cui l’autore dell’articolo ha tratto l’informazione – restano una serie di problemi di fondo che portano a tre serie riflessioni di ordine culturale, storico, e geopolitico.

La prima, su cui l’autore dell’articolo concorda con quello della lettera, riguarda la scarsa attenzione che, salvo rare eccezioni, l’informazione e l’istruzione italiana riservano allo Spazio ex-sovietico. Nel Belpaese, tanto si parla di Africa, troppo di Sudamerica, ma poco nulla di Europa Centro-Orientale, e, quando lo si fa, sovente si traggono conclusioni superficiali: motivate dalla considerazione del problema da una prospettiva russo-centrica.

Sul perché l’Italia racconta con le lenti di Mosca presente e passato di altri Paesi europei – molti dei quali membri UE – è una questione culturale tanto consolidata quanto inaccettabile, che, di conseguenza, porta ad una scarsa informazione anche sull’area dell’ex-Unione Sovietica: tra cui, per l’appunto, il Nagorno-Karabakh.

Pertanto, bene fa l’Iniziativa Italiana per il Karabakh a “lavorare da poco più di un anno per far conoscere anche in Italia” questa realtà territoriale: sulla quale, tuttavia, nonostante le difficoltà storico-culturali, è sempre bene mantenere un equilibrio di vedute.

Proprio nella ratio storica sta il secondo punto: il conflitto del Nagorno-Karabakh è una delle molteplici frizioni etniche nell’ex-Unione Sovietica sfruttate da Mosca, sin dai tempi dello zarismo, per mantenere la propria egemonia imperiale nell’area. Un caso simile a quello del Nagorno-Karabakh è, ad esempio, quello della Crimea.

Questa penisola sul Mar Nero in epoca antica è avamposto degli sciiti, poi terra di conquista per goti, unni, e tatari dell’Orda d’Oro. Nel 1400, passa sotto l’influenza dei turchi, per poi, due secoli più tardi, essere oggetto di scontro tra la Respublica Polacco-Lituana, la Turchia, e l’Impero Russo.

Indebolitasi la prima, la Crimea – Canato multietnico e plurireligioso – diventa una questione tra turchi e russi, i quali, nel 1783, includono la penisola nell’Impero Zarista. Roccaforte dell’Armata Bianca durante la Rivoluzione Bolscevica, la Crimea, nel 1921, è inclusa nella Repubblica Socialista Sovietica Russa, ed è presto colpita dai primi due Holodomor .

Queste carestie artificiali – organizzate nel 1921-22 e nel 1932-33 nell’ambito della politica di collettivizzazione forzata delle terre di Stalin – sono provocate della autorità di Mosca per eliminare il popolo ucraino: ritenuto pericoloso ed ostile all’imposizione del comunismo. Eliminati gli ucraini, Stalin, nel 1944, convinto della collaborazione tra i tatari e i nazisti, deporta l’intera popolazione mussulmana della penisola in Siberia.

Completamente russificata dal punto di vista etnico, culturale, e linguistico, nel 1954 la Crimea è ceduta alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Indipendente da Mosca nel 1991, Kyiv deve gestire la presenza russa non solo a livello etnico, ma anche militare: la permanenza della Flotta Russa del Mar Nero nella base militare di Sebastopoli è questione attuale fino al 2042.

Di pari passo, la Russia ha gioco facile nell’appoggiare le rivendicazioni separatiste dei russi di Crimea per destabilizzare l’Ucraina, e contrastarne le legittime aspirazioni euro-atlantiche: sopratutto in seguito alla Rivoluzione Arancione del 2004.

Questo lungo excursus sulla Crimea è solo un esempio per indicare come delicate questioni di carattere etnico nell’ex-Unione Sovietica non possano essere analizzate a prescindere da un contesto più ampio della singola regione che si desidera trattare.

Così come la vicenda di Crimea non può esaurirsi alla sola questione tra russi e tatari, ma va altresì collegata alle politiche etniche sovietiche adottate anche nei confronti degli ucraini – e, in epoca odierna, ai rapporti di forza tra la Russia e l’Ucraina Indipendente – anche la questione nel Nagorno-Karabakh non può essere limitata ad un conflitto tra “buoni” e “cattivi”, azeri o armeni che siano.

Da dove proviene il maggiore pericolo per l’Unione Europea

A dover essere sottolineata è, bensì, una pericolosa costante della storia che dovrebbe allarmare in primo luogo gli Europei: nello spazio ex-sovietico, la tentazione imperiale della Russia non è mai cessata, e, nel 2012, si appresta a riemergere con ancora maggior vigore.

Oggi, in un Mondo totalmente diverso da quello in cui si è vissuti solo un decennio fa, Mosca vuole imporsi come superpotenza al pari di Cina, India, e Brasile: il tutto, chiaramente a discapito dell’Unione Europea, destinata sempre più alla provincia del pianeta.

Negli ultimi mesi, su spinta del futuro Presidente russo, Vladimir Putin, il Cremlino ha ricompattato attorno a se la vecchia URSS nell’ambito dell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione economica e politica, concepito da Mosca, ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea, con il preciso scopo di eliminare Bruxelles dalla competizione globale.

Con l’UE in preda alla crisi dell’Euro, gli Stati Uniti che hanno rinunciato al ruolo di difensori dei valori occidentali nel Mondo finora esercitato, e le forniture di gas per l’Europa in mano quasi unicamente alla Russia, occorre ammettere che la minaccia principale per la Sicurezza ed il prestigio internazionale del Vecchio Continente proviene ancora da est.

Per questa ragione, e per salvaguardare il futuro nostro e delle prossime generazioni di Europei, è opportuno non lasciarsi attirare dalle sirene arabe, o preoccuparsi solo per il rafforzamento della posizione geopolitica della Turchia, ma guardare al Mondo nella sua totalità: coniugando prospettive globali con riflessioni di carattere storico, culturale, ed energetico.

Matteo Cazzulani

Forum Internazionale di Davos: economia ed energia i temi principali

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on January 28, 2012

Julija Tymoshenko nella sua cella del carcere di massima sicurezza.

La tradizionale kermesse elvetica dominata dalla crisi dell’euro, su cui esponenti europei ed americani e Leader UE hanno espresso ottimismo e proposte considerevoli. Il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, solleva la questione energetica, e nicchia sul caso di Julija Tymoshenko: Anima dell’Opposizione Democratica incarcerata per avere siglato accordi per il gas onerosi per l’Ucraina, ma necessari per evitare all’Unione Europea un inverno al freddo.

Ottimismo e doppie interpretazioni hanno caratterizzato la sessione di venerdì, 27 Gennaio, del Forum Economico internazionale di Davos: una kermesse importante, non solo per la cadenza annuale con cui leader politici e big della finanza mondiale si riuniscono nella cittadina elvetica, ma, sopratutto, per le problematiche di stretta attualità emerse come topic principale dei dibattiti.

A dominare e stata la crisi dell’Euro. Secondo quanto dichiarato dal Capo del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, l’unico mezzo per salvare la moneta unica del Vecchio Continente e la concessione di maggiori poteri al FMI che, ad oggi, non possiede gli strumenti necessari per salvare, in caso di ulteriore peggioramento della situazione, Spagna e Italia.

Accorato e stato l’appello lanciato dal Commissario Europeo all’Economia, Olli Rehn, che ha illustrato come l’uscita dalla crisi in Europa sia possibile solo con il coinvolgimento degli Stati Uniti d’America. Una solidarietà nordatlantica condivisa dal Segretario al Tesoro USA, Timothy Geithner: presente al Forum Economico in rappresentanza di Washington. 

Largo spazio sulla crisi dell’Euro e stato riservato anche ai singoli Presidenti e Premier dell’Unione Europea. Di rilievo l’intervento del Capo di Governo danese, Helle Thorning-Schmidt, che ha evidenziato come, oggi, l’economia abbia relegato al di fuori dei suoi confini la generazione dei 25enni: incapaci di trovare un lavoro fisso dopo avere finito gli studi. Secondo la premier della Danimarca – presidente di turno dell’UE – compito primario per l’Unione dovrebbe essere dunque la creazione di nuovi posti di lavoro.

Ottimismo, invece, da parte del Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, che ha illustrato come la Polonia – che ha ceduto a Copenaghen la guida dell’Unione Europea – sia stata in grado di sollevarsi da condizioni economiche ben peggiori di quelle odierne. Secondo Komorowski, la costruzione di un’economia di mercato mediante terapie shock e provvedimenti coraggiosi sono esperienze della storia polacca che, oggi, potrebbero essere prese ad esempio dall’Unione Europea tutta per battere la crisi dell’Euro. 

Continua il regresso della democrazia in Ucraina

Altro tema emerso nei colloqui e l’energia. A sollevarlo e stato il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, che, nel corso del pranzo-conferenza organizzato dal businessman Viktor Pinchuk, si e lamentato per l’alto prezzo che il suo Paese e costretto a pagare alla Russia per il gas. 

Un aspetto scottante, che ha sollevato automaticamente il caso di Julija Tymoshenko: ex-Primo Ministro, oggi Leader dell’Opposizione Democratica, incarcerata, dopo un processo politico, per avere accettato nel 2009 le tariffe contestate a pranzo da Janukovych. Tuttavia, il si della Tymoshenko al diktat dell’allora suo collega russo, Vladimir Putin, ha consentito all’Ucraina di evitare l’interruzione delle forniture di oro blu da Mosca, e, all’Unione Europea, di passare un inverno al freddo.

Durante il dibattito pubblico, con la presenza del Capo di Stato Emerito polacco, Aleksander Kwasniewski – l’unico Leader occidentale ad aver incontrato Janukovych – il Presidente ucraino ha dichiarato che adotterà ogni mezzo in suo potere per liberare la Leader dell’Opposizione Democratica. Poco più tardi, tuttavia, interpellato dai giornalisti, Janukovych ha sottolineato come ad occuparsi del caso Tymoshenko debba essere il Parlamento, e non il Presidente.

Una frase che lascia ancora molte nubi sulla detenzione della carismatica Leader dell’opposizione ucraina: nota in Occidente per lo più per per avere guidato il processo democratico del 2004, passato alla storia come Rivoluzione Arancione, ma meno per avere tutelato la sicurezza energetica dell’Unione Europea nel 2009. 

Giovedì, 26 Gennaio, Janukovych ha firmato un decreto che esautora il Parlamento della competenza su questioni di carattere internazionale, tra cui, dopo la straordinaria mobilitazione mondiale in condanna della detenzione politica della Tymoshenko, e facile inserire il caso della Leader dell’Opposizione Democratica.

Matteo Cazzulani

L’EUROPA A FAVORE DI JULIJA TYMOSHENKO E DELLA DEMOCRAZIA IN UCRAINA

Posted in Ukraina, Unione Europea by matteocazzulani on January 27, 2012

Il Consiglio d’Europa chiede l’immediata liberazione della Leader dell’Opposizione Democratica e degli altri esponenti del campo arancione vittime della repressione politica in atto sulle Rive del Dnipro, non escludendo il ricorso a sanzioni. Il Presidente, Viktor Janukovych contestato anche dalla presidenza di turno dell’UE danese e dall’Ambasciatore francese per i Diritti Umani.

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

Liberare immediatamente Julija Tymoshenko e gli altri detenuti politici in Ucraina. Questo il messaggio espresso dal Consiglio d’Europa nella tarda serata di giovedì, 26 Gennaio, con una mozione votata da una robusta maggioranza: favorevoli 69 deputati, contrari 8, astenuti 14.

Una posizione severa e risoluta, con cui l’organismo europeo ha ritenuto le autorità ucraine responsabili di un regresso democratico che, nell’ultimo anno e mezzo, ha portato ad arresti, processi, ed esili forzati di una decina di esponenti dell’Opposizione Democratica. Tra essi, la carismatica Leader, Julija Tymoshenko: nota per avere guidato il processo democratico in Ucraina nel 2004 passato alla storia come Rivoluzione Arancione.

Nello specifico, i Deputati del Consiglio d’Europa hanno richiesto al Presidente Janukovych l’adozione di ogni misura necessaria dal punto di vista legale per rimettere immediatamente in libertà i Leader politici del campo arancione, e consentire loro la partecipazione alle prossime elezioni parlamentari.

“L’Assemblea [del Consiglio d’Europa, M.C. ] ritiene esagerata l’applicazione degli articoli 364 e 365 per condannare Leader politici alla fine del loro mandato – riporta il documento – Questo infrange la sovranità del diritto, ed è inaccettabile. Il Consiglio d’Europa invita il governo ucraino a cancellare le imputazioni mosse sugli esponenti politici dell’opposizione. La valutazione dell’operato dei politici e dei loro atti è prerogativa del parlamento e, quindi, degli elettori, ma non dei tribunali”.

La mozione evidenzia inoltre come simili preoccupazioni siano già state mosse in passato per le medesime motivazioni, senza che alcuna risposta positiva sia pervenuta dalle Autorità ucraine, né che la situazione sia mutata.

“L’Assemblea presta attenzione con preoccupazione alle notizie circa il peggioramento delle condizioni di salute di Jurij Lucenko e dell’ex-viceministrodella Difesa, Valerij Ivashchenko – continua il documento – che permangono in stato d’arresto e che necessitano di cure mediche. L’Assemblea richiede di liberarli immediatamente, e di chiuderne i relativi processi per motivi umanitari. Inoltre, esprime pari preoccupazione per lo stato di salute della signora Julija Tymoshenko, invita le Autorità a garantirle assistenza sanitaria e, se necessario, la visita di medici internazionali, anche al di fuori del penitenziario”.

Nella mozione, il Consiglio d’Europa ha lanciato anche un preciso appello per la revisione dell’intero assetto della Costituzione ucraina e della legge elettorale secondo le direttive proposte dall’Unione Europea. Infine, dopo avere auspicato il miglioramento delle condizioni sulle Rive del Dnipro – condicio sine qua non per l’integrazione europea del’Ucraina – il documento non ha escluso il varo di sanzioni contro Kyiv se la democrazia non sarà ristabilita.

“Se quanto richiesto non sarà attuato in tempi ragionevoli, sorgeranno serie domande sulla dedizione dell’Ucraina al rispetto della democrazia e dello stato di diritto. L’Assemblea invita il Comitato di Monitoraggio ad osservare con attenzione la situazione, e a proporre ogni forma di azione futura da parte del Consiglio d’Europa, inclusa l’adozione di sanzioni, se le prerogative del documento non saranno realizzate”.

Critiche a Janukovych sono state mosse anche da alti rappresentanti dell’Unione Europea concordi nell’illustrare come i processi politici e le condizioni di detenzione ai limiti dell’accettabile riservate ai prigionieri politici rendano impossibile ogni forma di integrazione dell’Ucraina nell’UE. Il Segretario generale del Ministero degli Esteri della Danimarca, Klaus Grube, ha dichiarato che la presidenza di turno danese si attiverà per il rispetto della democrazia sulle Rive del Dnipro, con particolare attenzione al caso Tymoshenko.

Parallelamente, l’Ambasciatore francese per i Diritti Umani, François Zimere – a cui, la scorsa settimana, è stato vietato un incontro con la Tymoshenko presso il carcere di Kharkiv, dove la Leader dell’Opposizione Democratica è detenuta – ha evidenziato come l’Ucraina di Janukovych non sia affatto pronta per la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE: documento storico con cui Bruxelles riconoscerebbe a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera.

Julija Tymoshenko e il suo processo

Julija Tymoshenko, ex-Primo Ministro, è stata condannata a sette anni di detenzione in isolamento per avere firmato gli accordi per il rinnovo delle forniture di gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. Seppur oneroso, il contratto ha evitato l’interruzione dell’invio di oro blu da Mosca all’Occidente, e scongiurato un inverno al freddo per l’Ucraina e per tutti i Paesi dell’Unione Europea.

Il verdetto è maturato dopo un processo condotto in maniera irregolare e parziale: con la Tymoshenko reclusa in carcere in via cautelativa, la difesa privata dei propri diritti, e prove a supporto delle imputazioni fabbricate ad hoc – addirittura datate il 31 Aprile. In aggiunta, la Leader dell’Opposizione Democratica, già in carcere, ha subito un secondo arresto preventivo perché ritenuta soggetto potenzialmente pericoloso per il proseguo del procedimento che la vede imputata per evasione fiscale durante la presidenza del colosso energetico JEESU – guidato prima della discesa in campo del 1998.

Quest’ultima sentenza è stata annunciata al termine di un procedimento ai limiti del macabro: con giudice e pubblica accusa seduti attorno al letto in cui la Tymoshenko è costretta a giacere a causa di gravi condizioni di salute, trascurate dalle Autorità carcerarie. Tale trattamento ha reso impossibile il varo dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina, preventivato per il 19 Dicembre 2011: venendo meno al rispetto della democrazia e dei Diritti Umani, Kyiv ha infranto parametri fondamentali per l’integrazione politica ed economica con Bruxelles.

Ciò nonostante, alla vigilia di Capodanno, l’ex-Primo Ministro è stata deportata nella colonia penale Kachanivs’kyj di Kharkiv: allontanata dalla famiglia e dalla vita politica. Condannata anche dalla Corte d’Appello, la difesa della Tymoshenko ha deciso di ricorrere alla Cassazione ed alla Corte Europea per i Diritti Umani.

Matteo Cazzulani

LA CRISI FRANCO-TURCA : UN RISCHIO PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Azerbajdzhan, Francia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 26, 2012

Il Senato francese riconosce il diniego del genocidio degli armeni come reato, scatenando le reazioni di Turchia ed Azerbajdzhan. Oltre alla rottura tra Parigi ed Ankara, a rischio è anche il riesplodere della contesa tra armeni ed azeri per il Nagorno-Karabakh, su cui la Russia mantiene il controllo per impedire la politica di autonomia energetica dell’UE da Mosca

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell’Europa. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che sanziona la negazione pubblica del genocidio degli armeni in Francia con un anno di prigione ed una multa di 45 Mila euro.

A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale, composta dall’opposizione socialista e dalla maggioranza dell’UMP fedele al Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un’iniziativa parlamentare concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all’Eliseo. Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di legge potrebbe scatenare nei rapporti bilaterali con la Turchia.

Secondo il documento, e il giudizio di diversi storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell’Impero Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un’operazione di pulizia etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera dell’avvenimento come un inopportuno inserimento nelle questioni interne alla Turchia.

Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto l’iniziativa “vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti dello Stato turco”. In aggiunta, l’Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti diplomatici tra Ankara e Parigi.

Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy oramai certa. A suo favore, non gioca solo l’ambizione politica del Presidente transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di protagonista.

Tuttavia, ripercussioni dovute all’iniziativa francese si sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea. Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno, Serzh Sarkisjan, che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel denunciare anche l’occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.

La Francia litiga, l’Europa perde

Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti nella Repubblica Sovietica dell’Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell’URSS è stata contesa, in due guerre, nel 1987 e nel 1994, tra azeri ed armeni. Questi ultimi sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell’Armenia, ed ubicata in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.

Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare all’egemonia sull’ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno dell’Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata fino al 2044. Di contro, l’Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la corsa all’approvvigionamento energetico dell’Unione Europea.

Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il transito per il territorio della Russia, da cui l’UE dipende quasi totalmente. Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere in scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle ostilità militari.

Come rilevato da analisti in materia energetica, la stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e condutture dal centro Asia all’Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Azerbajdzhan con l’Occidente, può mantenere il Vecchio Continente energicamente dipendente dalla Russia.

Le conseguenze di tale scenario sulla sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza energetica dell’Unione Europea, e, per questo, da evitare in tutti i modi.

Non è un caso se anche presso la stampa francese sono emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe staliniane, della Shoah e dello Holodomor: genocidio del popolo ucraino, peraltro, mai riconosciuto dalle Autorità transalpine.

Matteo Cazzulani

PROCESSO A JURIJ LUCENKO: AVANTI TUTTA SENZA I TESTIMONI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on January 25, 2012

Una trentina di teste in attesa di deporre è stata ignorata dal giudice, Serhij Vovk, che ha preferito leggere deposizioni scritte in conferma della colpevolezza dell’ex-Ministro degli Interni dei governi arancioni. La protesta dell’esponente dell’Opposizione Democratica e dei suoi legali non serve a fermare un iter processuale destinato alla chiusura in tempi brevi

L'ex-ministro degli Interni, Jurij Lucenko

21 memorie scritte in un’ora e mezza di sessione pomeridiana. Questa la modalità con cui è stata condotta l’udienza di martedì, 24 Gennaio, del Processo a Jurij Lucenko: ex-Ministro degli Interni ed esponente di spicco dell’Opposizione Democratica ucraina.

Al rientro dalla pausa pranzo, il giudice, Serhij Vovk, ha rinunciato all’audizione di una trentina di testimoni, da giorni in attesa di deporre. Di costoro, tuttavia, sono state accolte delle memorie scritte.

“Non convocare i testimoni è un’irregolarità. Lei sa benissimo che i teste finora interrogati hanno negato le accuse sollevate a mio carico – ha protestato Lucenko dalla gabbia nella quale è costretto ad assistere alle sedute: ancor prima che un verdetto ne abbia accertato la presunta colpevolezza – le persone in attesa di deporre hanno aspettato fino ad adesso, mentre altre si sono dovute recare al lavoro”.

“Sono state raccolte le generalità dei testimoni, e le loro testimonianze scritte. Il giudice ha tutto il diritto di accluderle agli atti senza la presenza fisica degli autori. Punto” ha risposto freddamente Vovk, iniziando una lettura delle deposizioni scritte veloce e confusa, in cui l’unica frase ricorrente, e ben scandita, ha riguardato l’ammissione della colpevolezza del politico dell’Opposizione Democratica.

A nulla è servita la protesta degli avvocati difensori di Lucenko: intenti nel convincere il Pubblico Ministero a convocare nuovamente i testimoni in una seduta supplementare.

“Vostro Onore, esiste una risoluzione della Corte Europea dei Diritti Umani che certifica la mancata audizione dei testimoni come reato – ha dichiarato l’avvocato Ihor Fomin – Tenga conto che la difesa è una parte in causa del processo”.

Secondo quanto rilevato da diversi esperti, negli ultimi giorni il processo Lucenko ha subito una notevole accelerata: chiaramente mirata alla chiusura del procedimento in tempi brevi, contrariamente alla condotta finora adottata dal PM.

Il secondo processo politico a Kyiv

L’ex-Ministro degli Interni è accusato di incremento della paga e concessione illecita di abitazioni statali al proprio autista, Leonid Prystupljuk, gestione fraudolenta del bilancio statale nell’organizzazione della Giornata della Polizia del 2008, e chiusura anticipata delle indagini sull’autista dell’ex-Vice-Procuratore Savchjuk: proprietario della casa in cui, alla vigilia della Rivoluzione Arancione, è stato avvelenato l’ex-Presidente, Viktor Jushchenko.

Il 26 Dicembre 2010, al rientro dalla passeggiata con il cane, Lucenko è stato prelevato da una squadra speciale di polizia, e recluso nel Carcere di Massima Sicurezza Luk’janivs’kyj di Kyiv.

Al pari della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e di un’altra decina di esponenti del campo arancione, l’ex-Ministro degli Interni è stato sottoposto immediatamente ad un processo politico costruito su prove irregolari, e condotto in maniera parziale: con la difesa sistematicamente privata dei propri diritti.

Nel caso di Lucenko, degli 83 testimoni finora ascoltati solo tre hanno riconosciuto l’ex-Ministro degli Interni colpevole, mentre la restante ottantina ha categoricamente negato la sussistenza delle imputazioni.

Avvocati e sostenitori politici dell’esponente dell’Opposizione Democratica addossano la responsabilità dell’ondata di repressione politica al Presidente ucraino, Viktor Janukovych. Appelli e risoluzioni per la liberazione di Lucenko sono stati emanati da Stati Uniti, Unione Europea, ONU, OSCE, NATO e principali ONG internazionali indipendenti.

Matteo Cazzulani

GASATA, EURASIATICA, E MEDITERRANEA: ECCO LA NUOVA-VECCHIA RUSSIA DI PUTIN

Posted in Russia by matteocazzulani on January 24, 2012

Il prossimo Presidente, Vladimir Putin, resta senza rivali “scomodi” nella corsa al Cremlino, e presenta un programma basato sulla difesa della nazionalità russa. Sul piano internazionale, Mosca persegue l’espansione imperiale sull’ex-URSS con l’ambizione di riottenere lo status di superpotenza mondiale a discapito dell’Unione Europea: annichilita tramite il gas, con la connivenza dell’asse franco-tedesco. Si rafforza la presenza russa nel Mediterraneo per mezzo di alleanze con i Paesi arabi

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Sempre più certezze sulla Russia di domani. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Commissione Elettorale Centrale ha messo in discussione la candidatura dell’esponente liberale Grigorij Javlin’skij: nel 23% delle firme in sostegno al Leader del Partito Jabloko sarebbero state riscontare irregolarità tali da non permettergli il riconoscimento dello status di pretendente alla presidenza della Federazione Russa.

Secondo diversi esperti, se confermata, l’esclusione di Javlin’skij indicherebbe la chiara volontà da parte delle Autorità di impedire il ballottaggio nelle prossime elezioni presidenziali – dato per probabile dagli ultimi sondaggi – e, sopratutto, evitare accuse di brogli da parte della comunità internazionale: infatti, sono stati i rappresentanti di lista di Jabloko a certificare il numero più alto di irregolarità nel corso della conta dei voti durante le elezioni parlamentari dello scorso Dicembre.

Certo il vincitore, e certo il suo programma. Vladimir Putin – attuale Primo Ministro e candidato alla presidenza dell’establishment al potere al Cremlino ininterrottamente dal 2000 – in un articolo sulla Nezavisimaja Gazeta ha illustrato quale saranno le priorità della politica interna della sua amministrazione: un “patriottismo civico” teso alla costruzione di una “Forte Russia” etnicamente più omogenea possibile.

Nello specifico, Putin ha rigettato ogni politica nazionalista, ma di fatto ha preventivato un controllo più severo sulle immigrazioni, l’introduzione di un esame di lingua russa obbligatorio per tutti gli stranieri, e la costruzione di una nazione multietnica cementata attorno al “nucleo russo”. Un piano chiaro, su cui da tempo la Russia sta lavorando in maniera scientifica: le recenti tensioni con il Tadzhikistan hanno portato le autorità di Mosca ad espellere centinaia di immigrati provenienti da Dushanbe, e simili trattamenti si sono ripetuti nel recente passato nei confronti di immigrati regolari di provenienza caucasica, sopratutto georgiana.

Proprio la Georgia resta il primo obiettivo di una politica estera che Putin ha già delineato nemmeno troppo velatamente. L’aggressione russa a Tbilisi dell’Agosto 2008 è una partita tutt’altro che chiusa, che potrebbe riaprirsi proprio nei prossimi mesi. Come rilevato da diversi esperti, la congiuntura internazionale – con l’Europa debole, gli USA impegnati nella corsa alla Casa Bianca, e l’attenzione dei media internazionali incentrata sui Giochi Olimpici – è la medesima del periodo in cui i carri armati di Mosca hanno infranto la sovranità territoriale georgiana, e strappato a Tbilisi il controllo di due regioni della Georgia settentrionale: Abkhazija ed Ossezia del Sud.

A fare compagnia alla Georgia potrebbero essere tutti quei Paesi della Comunità di Stati Indipendenti che non accetteranno di buon grado l’integrazione nell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione economica e politica, ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea, volto a riunificare l’ex-Unione Sovietica attorno alla guida della Russia che, così, riotterrebbe lo status di superpotenza internazionale.

In un Mondo sempre più dominato da tigri asiatiche e puma brasiliani, l’orso russo ha come primo obiettivo l’eliminazione dalla scena globale dei banchieri europei e dei cowboy americani: una zampata vigorosa, provata dalla recente politica di Mosca sul fronte europeo ed energetico. Il monopolista russo del gas, Gazprom, ha condotto una politica di revisione dei contratti con le principali compagnie energetiche del Vecchio Continente, ottenendo il prolungamento della scadenza degli accordi e fedeltà assoluta in cambio di sconti.

Inoltre, Mosca è stata abile ad inserire clausole che consentirebbero ai russi di rilevare la gestione dei gasdotti in diversi Stati europei, seppure in piena violazione della legge UE: il Terzo Pacchetto Energetico, varato dal Parlamento Europeo da più di un anno, prevede l’unificazione e la liberalizzazione delle condutture del Vecchio Continente, e ne vieta il controllo da parte di enti extra-europei. Nell’infrangere la legge, e gli interessi del’Unione Europea, Putin può contare su alleati di peso come Germania e Francia: legati a Mosca, oltre che dalla dipendenza energetica, anche da tradizionali rapporti di cooperazione, che già in passato hanno portato a tragici eventi.

Su espressa richiesta dell’attuale Presidente russo, Dmitrij Medvedev, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha richiesto alla Commissione Europea di ammorbidire il Terzo Pacchetto Energetico: sopratutto, per consentire agli enti non-UE la compartecipazione nella gestione dei gasdotti del Vecchio Continente. Uno sforzo diplomatico coraggioso ed anti-europeo, che alla Merkel è stato ripagato con il rifornimento di gas direttamente dalla Russia. Nel Novembre del 2011 è entrato in funzione il Nordstream: gasdotto sul fondale del Baltico concepito da Mosca per bypassare Paesi UE politicamente ostili al Cremlino – Polonia e Stati Baltici – e, con il benestare di Germania, Francia e Olanda, dividere l’Europa tra Paesi occidentali “buoni” e membri centrali “cattivi” – ovviamente, secondo l’ottica della Russia.

Simile progetto, in via di realizzazione, è il Southstream: gasdotto sul fondale del Mediterraneo progettato per rifornire di gas Grecia, Balcani e Italia, compartecipato da Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesca, francese e greca Wintershall, EDF e DEPA, e da quelle nazionali di Slovenia, Serbia e Macedonia. Diversamente dal Nordstream, il Gasdotto Ortodosso – com’è stato rinominato il Southstream – ha un triplice scopo: dividere l’Europa, scoraggiare le ambizioni europee di Ucraina e Moldova – Paesi europei per cultura e tradizione, su cui Mosca ha da tempo rinnovato i propri appetiti imperiali eurasiatici – e cementare l’influenza russa nel Mediterraneo.

Contro Occidente ed Israele

Proprio la presenza di Mosca nel Mare Nostrum è un segnale importante ed attuale. Come riportato dall’autorevole Kommersant”, lunedì, 23 Gennaio, la Russia ha firmato un contratto per la vendita di 36 aerei militari Jak-130 alla Siria: secondo diversi esperti, l’affare sarebbe il primo passo di un’alleanza di ferro tra Mosca e Damasco in chiave anti-occidentale, per cui ad esprimere preoccupazione è anche Israele.

Infatti, Tel Aviv deve ora fare i conti con una Russia in buoni rapporti con tutti i Paesi ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale israeliana. Lunedì, 23 Gennaio, Mosca ha duramente criticato l’embargo della nafta proveniente dall’Iran da parte dell’Unione Europea: deciso da Bruxelles per protestare contro i piani di riarmo nucleare di Teheran. Venerdì, 20 Gennaio, il Presidente dell’Autonomia Palestinese, Mahmud Abbas, ha ottenuto rassicurazioni dalla Russia sul sostegno di Mosca alla causa palestinese, ed ha riconosciuto il Cremlino tra i principali interlocutori e consiglieri nelle trattative con Israele per l’ottenimento dell’indipendenza della Palestina.

Matteo Cazzulani

PER VOLONTA DI JULIJA TYMOSHENKO L’OPPOSIZIONE DEMOCRATICA UCRAINA SI UNISCE.

Posted in Ukraina by matteocazzulani on January 23, 2012

Il Comitato di Resistenza alla Dittatura vara comuni iniziative ed una lista unica per le Elezioni Parlamentari dell’Ottobre 2012, ma registra già le prime defezioni. Il Presidente, Viktor Janukovych, convinto della pronta integrazione dell’Ucraina nell’UE grazie all’organizzazione dei campionati europei di calcio

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

Un fronte unico per riportare la democrazia in Ucraina. Questo l’obiettivo che ha spinto l’Opposizione Democratica ucraina a firmare la Dichiarazione di Unità del Comitato di Resistenza alla Dittatura: coalizione politica varata per contrastare il regresso democratico provocato dall’Amministrazione del Presidente, Viktor Janukovych.

L’accordo prevede come obiettivo l’ottenimento della maggioranza in Parlamento, da raggiungere per mezzo di comuni iniziative elettorali, formazione di un solo cartello politico, creazione di un unico gruppo alla Rada dopo le elezioni parlamentari dell’Ottobre 2012, e varo di una squadra di governo capace di riportare nel Paese democrazia ed Europa.

Nello specifico, le forze politiche del Comitato di Resistenza alla Dittatura hanno concordato il varo di candidati unici per i collegi maggioritari, mentre per quelli proporzionali è stata preventivata una la lista comune dell’Opposizione Democratica creata solo da Bat’kivshchyna – il Partito della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko – Front Zmin – il Partito dell’ex-Speaker del Parlamento, Arsenij Jacenjuk – e Svoboda – Partito molto forte nelle regioni occidentali del Paese.

Ad ispirare la mossa politica – presentata con un comizio sulla piazza antistante la Sofijs’ka Lavra, ai piedi del monumento a Bohdan Khmel’nyc’kyj, a cui hanno partecipato in 10 Mila – è stata la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko. La reclusione nella colonia penale femminile Kachanivs’kyj di Kharkiv – dove l’ex-Primo Ministro è condannata da una sentenza politica a sette anni di isolamento – non ha impedito all’Anima della Rivoluzione Arancione di supportare l’unità del Comitato di Resistenza alla Dittatura in una data di rilevanza storica.

“Una squadra, una vittoria. Deve essere questo lo slogan attorno al quale l’Opposizione Democratica si batterà per sconfiggere le Autorità oggi al potere – ha dichiarato la Tymoshenko in una lettera letta pubblicamente dal suo braccio destro, Oleksandr Turchynov – 93 anni fa, in questa piazza [quella della Sofijs’ka Lavra, M.C.] è stato proclamato l’Universale della Fratellanza del Popolo Ucraino, allora minacciato da nemici esterni [il 22 Gennaio 1919 è stata varata l’unione tra la Repubblica Popolare Ucraina e la Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale. Per questa ragione tale data è festa nazionale con il nome di Giorno della Fratellanza, M.C.] “.

“Oggi – ha continuato – il Paese è in balia di un pericolo interno, con mafiosi al potere ed un Presidente spinto da manie di grandezza. Le Autorità hanno svenduto gli interessi nazionali, isolato il Paese in campo internazionale, ed annichilito il popolo, che, privato di libertà, democrazia e benessere, è in preda al terrore. L’Ucraina resterà il Paese di Jaroslav Mudryj, Taras Shevchenko e Bohdan Kmel’nyc’kyj – ha concluso – ma non sarà mai il regno personale di Janukovych”.

Dal canto suo, davanti a circa 300 alti rappresentanti dello Stato accorsi al palazzo Ukrajina per le celebrazioni del Giorno della Fratellanza e dell’Indipendenza, il Presidente ucraino ha dedicato gran parte del discorso ufficiale ad un attacco indiretto alla Tymoshenko, la cui detenzione è stata ritenuta necessaria per punire un colpevole di reati anti-statali.

Inoltre, il Capo dello Stato ha espresso la convinzione che lo svolgimento dei campionati europei di calcio del 2012 in Polonia ed Ucraina sarà la chiave di svolta per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea: documento con cui Bruxelles riconoscerebbe a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato oggi goduto da Islanda, Norvegia e Svizzera, il cui varo, previsto per il 19 Dicembre 2011, è stato congelato a causa della condanna politica inflitta a Julija Tymoshenko.

“L’Ucraina è vittima di accordi onerosi per il gas, i cui responsabili devono pagare per quanto realizzato dinnanzi al popolo” ha dichiarato Janukovych riferendosi alla Tymoshenko: condannata alla reclusione in isolamento per avere accettato, nel Gennaio 2009, forniture di oro blu dalla Russia ad un prezzo livellato agli standard europei.

“Le nostre priorità – ha continuato il Presidente – sono stabilità, sicurezza economica, incremento delle paghe sociali, e lavori di preparazione per il campionato europeo di calcio del 2012. Sono sicuro – ha concluso Janukovych – che tale avvenimento consentirà a breve la firma dell’Accordo di Associazione e della Zona di Libero Scambio UE-Ucraina”.

Le prime divisioni nel Comitato di Resistenza alla Dittatura

Tra i presenti alle celebrazioni ha figurato anche l’ex-Presidente – e rivale durante la Rivoluzione Arancione – Viktor Jushchenko. Una scelta che ha fatto discutere, in quanto il Partito di cui il Capo di Stato Emerito è Leader onorario, Nasha Ukrajina, ha partecipato alla contemporanea manifestazione dell’Opposizione Democratica, e, rappresentato dal Vice-Capo, Valentyn Nalyvajchenko, ha firmato la Dichiarazione di Unità del Comitato di Resistenza alla Dittatura.

Alla defezione di Jushchenko si è aggiunta anche quella di un altro esponente di spicco del campo arancione: l’ex-Ministro della Difesa, Anatolij Hrycenko. Con una nota, Hrycenko ha accusato i Leader del Comitato di Resistenza alla Dittatura di prestare scarsa considerazione al suo movimento, la Hromadjans’ka Iniciatyva, e di pretendere la firma del documento senza garanzie di candidatura.

Come rilevato da diversi esperti, l’unità di tutta l’Opposizione Democratica è condizione necessaria per battere Janukovych in elezioni parlamentari cruciali per le sorti del Paese. La maggioranza delle commissioni elettorali è controllata da emissari delle Autorità, e, con tutta probabilità, il Partija Rehioniv – la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono Presidente, Premier e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri – sfrutterà risorse statali per la propria campagna pubblicitaria.

Matteo Cazzulani

Jurij Lucenko e la repressione politica: quattro svenimenti in quattordici ore di processo

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on January 22, 2012

Nel giorno della commemorazione del sacrificio di Jan Palach, l’ex-Ministro degli Interni e tenuto sotto torchio dal giudice Vovk per un’intera giornata, nonostante le precarie condizioni di salute. Le similitudini col procedimento a carico della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, ed i ricorsi storici della lotta all’autoritarismo.

Processato allo sfinimento durante l’anniversario del sacrificio di Jan Palach: a volte la storia sa essere sarcastica, sopratutto in Paesi che hanno perduto la democrazia. Nella giornata di giovedì, 19 Gennaio, l’ex-Ministro degli Interni ucraino, Jurij Lucenko, e stato costretto a presenziare alla seduta del processo in cui e imputato per ben 14 ore. 

Un record per il procedimento giudiziario in cui l’esponente dell’Opposizione Democratica e accusato di gestione fraudolenta del bilancio statale, raccomandazione e favoreggiamento. Infrazioni della legge che Lucenko avrebbe compiuto nel periodo in cui, durante i governi arancioni di Julija Tymoshenko, ha diretto uno dei dicasteri più delicati. 

Quelli ipotizzati per Lucenko sono reati diffusi in un Paese, come l’Ucraina, in cui la corruzione e diffusa ad ogni livello della sfera pubblica e privata. Tuttavia, all’esponente dell’Opposizione Democratica sono costati la detenzione in isolamento, per via cautelativa, dal 26 Dicembre 2010. 

Da allora, il processo si e svolto a rilento, ma nelle ultime settimane le sedute si sono susseguite a cadenza giornaliera: spesso, senza nemmeno la pausa per il pranzo. 

Il picco, il 19 Gennaio, quando il giudice Vovk ha aperto la seduta alle 9 del mattino per chiuderla alle 23 della sera. 14 ore durante le quali Lucenko – costretto ad assistere da dietro le sbarre – ha necessitato di soccorsi sanitari per ben quattro volte: affamato e debole, nel pieno dei lavori e addirittura svenuto.

“Lucenko e malato – ha dichiarato la moglie, Iryna – i medici gli hanno prescritto una rigida dieta, con pasti non meno di sei volte al giorno. Ma non e possibile rispettare tale regolarità se si deve presenziare a sedute giornaliere”.

Secondo l’Opposizione Democratica, Vovk avrebbe ottenuto l’ordine dall’Amministrazione del Presidente, Viktor Janukovych, di velocizzare la formulazione della condanna per l’ex-Ministro degli Interni, malgrado la quasi totalità dei testimoni lo abbia scagionato, e riconosciuto l’innocenza da ogni accusa.

Quello di Lucenko e un quadro del tutto simile a quello riservato alla Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko: ex-Primo Ministro, condannata a sette anni di isolamento in una colonia penitenziaria di periferia per abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. 

La condanna e maturata al termine di un processo condotto in maniera sommaria: con la Tymoshenko – principale avversaria di Janukovych – detenuta preventivamente, la maggioranza dei testimoni schierata a suo favore, la difesa sistematicamente privata dei suoi diritti, e prove irregolari: addirittura datate il 31 Aprile.

La storia insegna

A rendere amaro l’episodio di Lucenko e la concomitanza con il giorno in cui il Mondo intero ricorda il sacrifico di Jan Palach. Il 19 Gennaio 1968 questo giovane studente cecoslovacco si e dato fuoco contro “l’aiuto fraterno” dei carri armati sovietici: intervenuti a Praga per reprimere nel sangue il tentativo di costruzione del “socialismo dal volto umano” da parte della Cecoslovacchia di Dubcek.

Diverse sono le epoche e le situazioni storico-politiche, ma medesimo rimane l’autoritarismo ed il grado di repressione a cui, con soluzioni e modalità ardue da comparare, Lucenko e Palach hanno voluto reagire: l’ucraino con il coraggio e la determinazione, il ceco con la propria vita. 

Ovviamente, il gesto estremo dello studente suicida in Piazza Venceslao e da evitare sul Majdan Nezalezhnosti. Del resto, sono passati solo sette anni da quando Lucenko e la Tymoshenko, con l’arma della pacifica sommossa colorata – passata alla storia come Rivoluzione Arancione – hanno battuto l’autoritarismo post-sovietico del tandem Kuchma-Janukovych, e sono riusciti a regalare all’Ucraina una parentesi di libertà, giustizia,  Europa, e democrazia.

Matteo Cazzulani
lademocraziaarancione@gmail.com

Jurij Lucenko ( Rivne, 14 Dicembre 1965) ingegnere e politico ucraino,

Dal 1994 al 1996 lavora presso l’amministrazione della Oblast’ di Rivne nella Commissione Riforme Economiche, Trasporti, Collegamenti, e Industria.

Dal 1996 al 2006 milita nel Partito Socialista di Ucraina, e Segretario del Consiglio Politico e Capo della giovanile.

Nel 1998 e Vice-Ministro della Scienza e Tecnologia, poi collaboratore del Primo Ministro, Volodymyr Pustovojtenko.

Dal 1999 al 2002 e aiutante del Segretario del Partito Socialista di Ucraina, Olekdandr Moroz

Dal 2000 al 2001 e Capo della protesta “Ucraina Senza Kuchma”, originata in seguito all’assassinio del giornalista di opposizione Gija Gongadze per contestare l’involuzione autoritaria impressa dall’Amministrazione presidenziale di Leonid Kuchma.

Dal 2004 al 2005 e uno dei protagonisti, assieme a Julija Tymoshenko e Viktor Jushchenko – candidati rispettivamente al premierato ed alla presidenza della coalizione democratica “Syla Narodu” – della Rivoluzione Arancione: manifestazione pacifica di migliaia di ucraini scesi in piazza per più di un mese contro i brogli elettorali perpretrati dall’Amministrazione Kuchma in favore del candidato dell’establishment, Viktor Janukovych.

Dal 4 Febbraio 2005 al Primo di Dicembre 2006 e Ministro degli Interni nei governi Tymoshenko primo e Jekhanurov.

Nel luglio 2006 rompe con Moroz per la decisione di allearsi con il Partija Rehioniv di Janukovych e coi comunisti in una coalizione di governo. Fonda il proprio soggetto politico “Avanti Ucraina”, ma il Presidente, Viktor Jushchenko, lo convince a mantenere la guida degli Interni anche durante il secondo governo Janukovych.

Il Primo di Dicembre del 2006 e sfiduciato dalla Maggioranza per incongruenza politica. Lucenko trasforma “Avanti Ucraina” nel Partito “Narodna Samooborona”, alleato con la forza politica di Jushchenko “Nasha Ukrajina”.

Nelle elezioni Parlamentari anticipate del settembre 2007 guida la lista Nasha Ukrajina-Narodna Samooborona. Il 19 Dicembre e Miniztro degli Interni nel secondo governo Tymoshenko.

Lucenko si allontana sempre più dal Presidente Jushchenko per avvicinarsi al Primo Ministro, Julija Tymoshenko, sostenendone il suo terzo governo di minoranza.

 Il 28 Gennaio 2010 e sfiduciato dalla Rada, ma resta in carica in quanto nominato Primo Vice-Ministro del suo stesso dicastero.

Nel Febbraio 2010 il Presidente, Viktor Janukovych, instaura il governo Azarov a lui fedele. Lucenko e indagato per gestione fraudolenta del bilancio statale, corruzione e favoreggiamento durante il suo mandato ministeriale.

Il 26 Dicembre 2010 e arrestato dalle squadre speciali di polizia e rinchiuso in isolamento nel carcere Luk’janivs’kyj di Kyiv.

Il seguente articolo e di proprietà de La Voce Arancione – https://matteocazzulani.wordpress.com – La sua pubblicazione e consentita previa citazione di autore e/o fonte e mancato stravolgimento del suo senso. 

L'ex-ministro degli Interni, Jurij Lucenko