LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

“Wałęsa agente comunista”: così Kaczynski vorrebbe vendicarsi del leader di Solidarność. 

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on February 22, 2016

Pubblicate alcune delle documentazioni che proverebbero la collaborazione del primo Presidente della Polonia libera con i Servizi Segreti della Polonia filo-sovietica. La rivalità con il Capo del Partito di maggioranza nel Paese una delle motivazioni che potrebbero riscrivere la storia d’Europa



Varsavia – 183 pagine destinate a cambiare la storia della Polonia e dell’Europa, dietro le quali, oltre al giallo storico, si celano scenari ancor più inquietanti. Nella giornata di lunedì, 22 Febbraio, l’Istituto per la Memoria Nazionale polacco -IPN- ha reso noto alla stampa documentazioni dei Servizi Segreti della Polonia Popolare che proverebbero la collusione, con il regime filo-sovietico, di Lech Wałęsa: lo storico Capo del sindacato autonomo Solidarność, primo Presidente della Polonia libera, nonché guida del processo democratico che ha portato Varsavia, nel 1989, a divenire una moderna democrazia europea con un’economia di mercato.

I documenti, ritrovati in casa di Maria Kiszczak -la vedova del Generale Czesław Kiszczak: uno dei gerarchi di spicco della Polonia Popolare giudicato responsabile di eccidi e repressioni politiche- testimonierebbero che Wałęsa ha collaborato con i Servizi Segreti del regime filo-sovietico tra il 1970 e il 1976: un fatto che il leader di Solidarnosc ha negato a più riprese, pur ammettendo, tuttavia, di avere avuto contatti con la polizia di regime.

Dinnanzi alla questione, la società polacca è fortemente divisa. “Wałęsa ha chiuso con il passato sovietico e ha portato la Polonia in Europa: ciò che ha fatto negli anni Settanta, se comprovato, non cambia l’opinione, positiva, che ho di lui” dichiara Piotr, giovane architetto di orientamento politico moderato.

“Si è scoperto quello che già si sapeva: Wałęsa è un agente del regime filo-sovietico che, coerentemente, ha poi continuato a fare politica dopo la sua presidenza” sostiene, invece, Bartosz: ingegnere informatico di orientamento conservatore.

Oltre alla portata storico-sociale, il Caso Wałęsa ha una forte connotazione di carattere politico. Essa, infatti, si ascrive nel solco della rivalità tra Walesa e Jarosław Kaczyński: il Capo del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS- la forza politica, di maggioranza assoluta nel Paese, alla quale appartengono il Premier, Beata Szydło, il Presidente, Andrzej Duda, e tutti i Ministri del Governo.

Del resto, tra Wałęsa e Kaczyński non è mai corso buon sangue fin dai tempi della comune militanza in Solidarność, anche se il punto di rottura definitivo tra i due si registra quando Kaczyński crea un movimento di protesta contro l’Amministrazione Presidenziale tutto interno all’area Solidarność che accusa il Capo dello Stato di avere collaborato con i servizi segreti della Polonia Popolare.

Il primo atto della guerra tra i due membri di Solidarność si consuma nel 1992, quando il Presidente Wałęsa dimissiona il Governo di Jan Olszewski, appoggiato da Kaczyński, alla vigilia della presentazione di un rapporto che, secondo l’allora ministro degli interni, Antoni Macierewicz -storico braccio destro di Kaczyński- avrebbe comprovato la connivenza tra il leader di Solidarność e il regime della Polonia Popolare.

Con la nomina a Premier di Kaczyński nel 2005, il Governo avvia la Lustrazione: procedura, che avrebbe dovuto portare alla luce i nomi delle persone che hanno collaborato con i servizi Segreti della Polonia Popolare, mirata anche a provare la presunta connivenza di Wałęsa con il regime filo-sovietico. 

Con la caduta del Governo Kaczyński nel 2007, anche il progetto della Lustrazione viene accantonato. Tuttavia, la recente pubblicazione del rapporto su Wałęsa ha, ora, riaperto la diatriba tra il leader di Solidarność e Kaczyński. Il tutto, a tre mesi dal ritorno al potere di Kaczyński che, pur non ricoprendo incarichi di Governo, de facto mantiene una fortissima influenza sia sull’Esecutivo che sulla Amministrazione Presidenziale: una coincidenza che ha non ha lasciato indifferenti.


Oltre al recente ritorno al Governo di Kaczyński, a destare curiosità sulla faccenda sono anche due avvenimenti che hanno visto il Governo polacco perdere prestigio sul piano internazionale.

Con il raggiungimento del compromesso per il mantenimento della Gran Bretagna nell’Unione Europea, che prevede la diminuzione dei diritti sociali goduti dagli emigrati polacchi nelle isole britanniche, Kaczyński ha dimostrato di non avere appeal sul Primo Ministro britannico, David Cameron, finora ritenuto dal PiS il migliore alleato di Varsavia in Europa Occidentale per via della comune ispirazione conservatrice.

Inoltre, la recente dichiarazione di preoccupazione in merito allo stato della democrazia in Polonia espressa del Senatore degli Stati Uniti d’America John McCain -uno dei leader del Partito Repubblicano notoriamente attento alle vicende dell’Europa Centro-Orientale- ha incrinato uno dei legami transatlantici sui quali Kaczynski contava maggiormente.

Nello specifico, McCain ha criticato le riforme di Giustizia e media approvate, di recente, dal Governo polacco: provvedimenti che sottopongono sia i Giudici della Corte Costituzionale, che i Capi di Redazione delle testate televisive e radiofoniche statali al diretto controllo del Governo.

Per via di queste casualità, in molti in Polonia vedono nell’apertura del Caso Wałęsa un’occasione, per Kaczyński, di deviare l’attenzione dei media nazionali ed internazionali dalle crescenti critiche che il Governo di Varsavia sta riscuotendo in campo internazionale.


Intanto i giovani polacchi e parte del Governo guardano a Putin 

Oltre alla questione meramente politica e personale, il Caso Wałęsa potrebbe essere anche l’inizio di una deriva nazionalista in Polonia che -il condizionale è d’obbligo- spingerebbe Varsavia dall’essere il Paese leader della promozione di democrazia e libertà in Europa Centrale ed Orientale di oggi all’allinearsi al fronte dei Paesi membri dell’Unione Europea con chiaro orientamento anti europeo e filo russo, al quale già appartengono Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Grecia e Cipro.

Infatti, la demolizione dell’immagine di Wałęsa porta giocoforza ad una rivalutazione totale del movimento di Solidarność e del percorso non violento che la Polonia ha compiuto verso l’Europa e l’Occidente, così che l’onestà intellettuale e la statura politica dei leader del processo democratico polacco, a partire dal Primo Presidente della Polonia libera, verrebbero, pericolosamente, messe in discussione.

A giovare di questo vacuum storico-culturale potrebbe essere non solo Kaczyński, ma anche la corrente di pensiero, sempre più forte sopratutto tra i giovani, di chi, in Polonia, vede nel Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, l’unico garante della stabilità e dei valori “tradizionali cristiani” nella regione dell’Eurasia.

Del resto, Putin stesso, che ha considerato la caduta dell’URSS “la più grande tragedia del secolo scorso” presenta di proposito la Russia come il Paese storicamente leader degli Stati dell’Ex-Patto di Varsavia e saldamente radicato alle tradizioni cristiane per ottenere l’appoggio alla politica internazionale di Mosca da parte di cittadini europei, perlopiù di estrema destra ed estrema sinistra -ma anche di tanti moderati, come dimostra il caso dell’Italia- delusi dall’Unione Europea e impauriti dallo spettro dell’immigrazione selvaggia.


A supportare la tesi della “putinizzazione ideologica” della Polonia collegata con il Caso Wałęsa è sia la stretta alleanza tra Kaczyński e il Premier ungherese Viktor Orbán -entrambi delusi dall’Unione Europea e fortemente contrari alla politica di accoglienza dei migranti approvata dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel- ma anche il recente varo di una coalizione tra PiS e il Movimento Kukiz’15: forza politica  di orientamento nazionalista e populista fortemente euroscettica e filorussa.

Non a caso, in cambio dell’appoggio a PiS per ottenere la maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione, Paweł Kukiz -ex-rock star passato alla politica- ha preteso, e ottenuto, la nomina di giornalisti a lui politicamente vicini, di chiaro orientamento filorusso ed antieuropeo, a Capo delle principali testate televisive e radiofoniche statali.

Se, come dichiarato dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, la Polonia rischia davvero una putinizzazione politica, il Caso Wałęsa, il crescente peso del Movimento di Kukiz e la sempre maggiore influenza delle frange giovanili antieuropee e filo putiniane potrebbero essere i segnali dell’involuzione democratica di un Paese-faro, per ragioni storiche e culturali, della civiltà europea.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Orban ci ripensa su Ucraina, Russia ed Europa

Posted in Ungheria by matteocazzulani on November 16, 2015

Il Premier ungherese dichiara che l’inviolabilità dei confini ucraini è condizione fondamentale per la sicurezza di Budapest. Parole di elogio anche nei confronti dell’Unione Europea dopo le recenti frizioni.



Varsavia – I confini dell’Ucraina devono rimanere inviolati e l’Unione Europea deve essere rafforzata per creare un’entità statale in grado di valorizzare e sviluppare i suoi Paesi membri. Questa è la nuova posizione del Premier ungherese, Viktor Orban, che nella giornata di martedì, 10 Novembre, sulle colonne del portale Portfolio.hu ha dichiarato il sostegno dell’Ungheria all’indipendenza e all’integrità territoriale ucraina.

Nello specifico, Orban ha evidenziato che la destabilizzazione dell’Ucraina non rientra nell’interesse nazionale ungherese, così come la presenza di un confine condiviso con la Russia, che il Premier dell’Ungheria ha definito essere “indesiderato” da Budapest.

La presa di posizione di Orban, che pur avendo dichiarato la sua volontà di mantenere un rapporto di stretta collaborazione con la Russia ha sottolineato che l’Ungheria si batterà per l’integrità territoriale ucraina, rappresenta un vero e proprio cambio di campo, dal momento in cui il Premier ungherese è stato tra i leader europei che non hanno mai condannato né l’annessione armata della Crimea a parte di Mosca, né l’occupazione militare russa del Donbas.

Inoltre, nel corso di diversi eventi pubblici, Orban si è presentato come paladino dei diritti della minoranza magiara in Ucraina che, secondo il suo punto di vista, sarebbero calpestati dal nuovo Governo di Kyiv: un’argomentazione che lede con la realtà dei fatti, ma che risulta pienamente in linea con la retorica anti-ucraina del Presidente della Russia, Vladimir Putin.

La svolta “pro-Ucraina” di Orban -che molto probabilmente resterà una mera dichiarazione senza alcuna attuazione pratica- non è che l’ultimo valzer geopolitico del Premier ungherese, che è già passato dal fronte Occidentale a quello russo nel corso degli ultimi anni.

Nel 2011, Orban ha fortemente sostenuto la realizzazione del Southstream, gasdotto concepito dalla Russia per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo in piena violazione delle leggi europee in materia di libera concorrenza. Pochi anni prima, Orban era uno dei più accesi sostenitori del Nabucco, infrastruttura concepita dalla Commissione Europea per diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea veicolando gas direttamente dall’Azerbaijan.

Nel 2014, di pari passo con il Southstream, Orban ha consentito a Putin investimenti per 10 miliardi di Euro finalizzati all’ampliamento della centrale nucleare di Paks, l’unica dell’Ungheria, una decisione che ha de facto incrementato il controllo della Russia sul settore energetico ungherese. 

Nel 1999, Orban, alla sua prima esperienza da Premier, ha condotto convintamente l’Ungheria nella NATO per salvaguardare l’appartenenza dell’Ungheria nella comunità occidentale, memore del periodo in cui Budapest è stata ripetutamente soggiogata dalla Russia sovietica.

Nel suo cambio di posizione geopolitica, Orban ha fatto anche riferimento all’Unione Europea, ribadendo che la convinta adesione all’UE dell’Ungheria ha consentito a Budapest di essere oggi un’altra Ucraina. 

Le parole di lode di Orban nei confronti dell’UE vanno però in disaccordo con quanto il Premier ungherese ha dichiarato sull’Unione Europea nel Febbraio 2015, dipingendo in negativo il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per via delle sue posizioni di forte critica nei confronti della Russia.

L’Ungheria lentamente torna a casa

Proprio la figura di Tusk, Premier della Polonia per otto anni, è centrale nel comprendere il perché della svolta filorussa di Orban, che in occasione di diversi vertici europei si è presentato come il leader di uno schieramento “russofilo” interno all’UE composto da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.

Infatti, con la decisione dei Governi Tusk di porre la collaborazione con la Germania come priorità della politica estera polacca, la Polonia ha de facto privato l’Europa Centro Orientale del suo leader naturale, lasciando che Orban e i leader politici di Repubblica Ceca e Slovacchia si lasciassero tentare dalle sirene di Putin, abile a offrire vantaggi energetici ed economici in cambio della fedeltà politica alla linea di Mosca.

A cambiare la situazione è stata l’elezione a Presidente di Andrzej Duda, che ha riportato Varsavia ad essere il Paese leader dell’Europa Centro Orientale, avviando un lento ma deciso riavvicinamento di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia ad un impegno all’interno di una coalizione regionale con Polonia e Paesi Baltici per difendere gli interessi della regione all’interno dell’Unione Europea e della NATO. 

Come dimostrato dal recente Minivertice NATO di Bucarest, Polonia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno infatti dichiarato la volontà di rafforzare le strutture difensive dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro Orientale per tutelare la sicurezza della regione dall’aggressione militare russa.

Matteo Cazzulani 

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Caso Kohver. Putin dichiara guerra all’Occidente

Posted in NATO by matteocazzulani on August 21, 2015

La Corte Regionale russa di Pskov condanna al carcere l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza estoni, prelevato in Estonia e deportato in Russia da agenti dei Servizi Segreti di Mosca. Dopo le violazioni dello spazio aereo e marittimo dei Paesi del Baltico, l’esercito russo ha innalzato il livello delle provocazioni nei confronti di Stati membri della NATO 



Varsavia – 15 anni di galera e una multa di 1800 euro sono i numeri che caratterizzano un atto intimidatorio, di chiaro stampo politico, che la Russia ha commesso nei confronti della Comunità Occidentale. Così, Unione Europea e NATO devono correre ai ripari per evitare un’escalation militare con Mosca sempre più probabile. 

Nella giornata di mercoledì, 19 Agosto, la Corte regionale di Pskov ha condannato al carcere l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza estoni Eston Kohven, detenuto per un anno intero in Russia dopo essere stato rapito in Estonia, ed immediatamente deportato illegalmente in territorio russo, da parte di agenti dei Servizi Segreti di Mosca lo scorso 5 Settembre.

Secondo il verdetto della Corte russa, Kovher sarebbe colpevole di spionaggio e attraversamento illegale della frontiera con la Russia. Tuttavia, il Governo dell’Estonia ritiene che l’ufficiale dei servizi di sicurezza di Tallinn sia stato prelevato a forza in territorio estone.

Alla notizia della condanna, pronta è stata la risposta del Premier estone, Taavi Roivas, che ha definito l’accaduto una grave violazione del Diritto Internazionale nei confronti di un Paese membro dell’Unione Europea e della NATO.

In effetti, dal punto di vista procedurale e formale la condanna di Kohver, e prima ancora il suo arresto in Estonia e la sua deportazione in Russia da parte di agenti  dei Servizi Segreti russi, rappresenta non solo un’azione illegale, ma è anche e sopratutto una vera e propria dichiarazione di guerra.

Del resto, la Russia non è nuova ad atti intimidatori nei confronti di Tallinn e, più in generale, dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale e settentrionale, come dimostrano le continue violazioni da parte dell’esercito di Mosca degli spazi aerei e marittimi di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Norvegia e Gran Bretagna.

Tuttavia, con l’arresto di Kohver la Russia ha innalzato il livello delle provocazioni, quasi certamente con lo scopo di portare uno dei Paesi membri della NATO a porre le basi per il verificarsi di un casus belli che potrebbe autorizzare un intervento armato russo nel Baltico.

Dopo l’aggressione militare alla Georgia nel 2008, l’annessione armata della Crimea e l’occupazione dell’Ucraina Orientale nel 2014, la Russia ha infatti l’obiettivo di estendere la sua azione bellica nel Baltico per ristabilire la totale influenza nell’ex-URSS e nel contempo, indebolire Unione Europea e NATO.

A rafforzare l’iniziativa armata della Russia è la consapevolezza che né la NATO a trazione Obama, né l’Unione Europea guidata dal tandem Juncker-Mogherini sono pronti a difendere i propri Stati membri e, così facendo, contrastare il disegno egemonico di Mosca nello spazio ex-sovietico.

La Polonia di Duda può salvare l’Europa

Nello specifico, il progetto della Russia, così come definito da Alexander Dugin, l’ideologo di orientamento nazibolscevico del Presidente della Federazione Russia, Vladimir Putin, è quello di estendere il dominio di Mosca in Europa, considerata una propaggine geografica della Grande Russia.

Preso atto della debolezza di Unione Europea e NATO, incapaci di arginare l’avanzata della Russia con una politica risoluta e coraggiosa, l’unica soluzione perseguibile per salvare l’Occidente è la realizzazione di un’alleanza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale situati tra il Mar Baltico e il Mar Nero.

Come dichiarato dal Presidente polacco, Andrzej Duda, questa alleanza di Paesi dell’Europa Centro-Orientale -a cui, sotto l’egida della Polonia, potrebbero fare parte Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Romania, Croazia e Bulgaria- ha come principale scopo l’ottenimento del posizionamento permanente di contingenti NATO in questa regione d’Europa che, ad oggi, vede minacciata la propria sicurezza per mano della Russia. 

Il disegno, già perseguito tra il 2005 e il 2010 da Lech Kaczynski -il coraggioso Presidente della Polonia scomparso nella controversa Catastrofe di Smolensk- risale alla concezione dell’Intermarium, adottata con successo dal Leader della Seconda Repubblica polacca, Jozef Pilsudski, per arrestare l’avanzata dell’Unione Sovietica in Europa nel 1920.

Oggi come allora, considerato il timore di Germania e Francia nei confronti della Russia, il ruolo-guida della Polonia in Europa Centro-Orientale, che il Presidente Duda ha chiaramente dichiarato di volere ripristinare, è la soluzione che potrebbe garantire la sicurezza dell’Europa. 

Inoltre, solo grazie alla resistenza dell’Europa Centro-Orientale la Comunità Occidentale potrebbe tutelare efficacemente Democrazia, Libertà, Diritti Umani e Libero Mercato: Valori rispettati nei Paesi dell’Unione Europea e della NATO, ma costantemente calpestati nella Russia di Putin.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Ucraina: Lettonia, Lituania ed Estonia preparano la resistenza a Putin

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 18, 2014

Il Ministro degli Interni lettone e quello lituano, con l’appoggio del loro collega estone, varano una Commissione deputata alla garanzia della sicurezza nazionale interna dei tre Paesi del Baltico. Le provocazioni del Presidente russo alla base del documento

Una misura per garantire la sicurezza nazionale, prima che le provocazioni del Presidente russo, Vladimir Putin, destabilizzino il “ventre molle” dell’Unione Europea. Nella giornata di martedì, 16 Settembre, Lettonia, Lituania ed Estonia hanno varato un accordo per la creazione di una Commissione per la Sicurezza Interna dei tre Paesi del Baltico.

Come riportato dal portale Delfi, l’accordo è stato già siglato dal Ministro degli Interni lettone, Rihard Kozlovskis, e dal suo collega lituano, Alfonsas Barakausas, in attesa che anche il titolare degli Interni estone, Hanno Pevkur, apporti la propria firma, dopo avere tuttavia dichiarato il suo sostegno all’iniziativa.

Nello specifico, la Commissione sarà composta da esperti e veterani in materia di sicurezza chiamati a sorvegliare la situazione interna ai tre Paesi Baltici e ad adottare misure di reazione immediata in caso di minacce e provocazioni provenienti dall’estero.

L’accordo tra i tre Paesi del Baltico è motivato dalla crescente insicurezza legata alle recenti provocazioni di carattere politico-militare che la Russia sta attuando in Lettonia, Lituania ed Estonia.

Dopo avere sostenuto apertamente le manifestazioni della minoranza russofona in territorio lettone, Mosca ha preteso l’estradizione di alcuni “disertori” lituani che hanno rifiutato di servire nell’Armata Rossa dopo il crollo dell’URSS.

Per quanto riguarda l’Estonia, le forze speciali russe hanno rapito in territorio estone l’agente dei Servizi Segreti Eston Rahvan, subito deportato in Russia, processato e condannato al carcere per presunte azioni di spionaggio nei confronti di Mosca.

Ad accrescere il timore dei Paesi Baltici è anche la rivelazione di alcuni dossier di molti esperti, come l’inglese Edward Lucas, che hanno riportato come, dopo l’aggressione militare all’Ucraina, il vero obiettivo di Putin sia quello di attaccare l’Europa.

Pur essendo membri della NATO, e parte dell’UE, Lettonia, Lituania ed Estonia sono tuttavia territori privi di barriere naturali, e, sopratutto, Stati notevolmente dipendenti dalla Russia sul piano economico ed energetico.

La Russia rompe la tregua in Crimea, i miliziani pro-russi nel Donbas,

A conferma dell’aggressività di Putin è l’intenzione di rafforzare la presenza dell’esercito russo in Crimea: regione ucraina che la Russia ha annesso militarmente lo scorso Marzo, in piena violazione degli accordi internazionali.

Come dichiarato dal Ministro della Difesa russo, Sergey Shoygu, la Russia è pronta a dislocare reparti dell’esercito aggiuntivi in Crimea.

Pronta è stata la risposta della NATO che, come riportato dall’autorevole Reuters, ha ritenuto le intenzioni della Russia destabilizzanti della regione e ulteriore prova delle reali intenzioni aggressive di Mosca.

Sul medesimo livello è la notizia della violazione della tregua con l’Ucraina nel Donbas da parte dei miliziani pro-russi, supportati politicamente e logisticamente dalla Russia.

Come riportato da numerose fonti internazionali, i miliziani pro-russi hanno attaccato l’aeroporto di Donetsk e i quartieri circostanti, nonostante il Governo ucraino abbia concesso la tregua, l’amnistia per i colpevoli di reati e lo Statuto Speciale al Donbas e alla Oblast di Luhansk.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Putin vs. NATO: anche la Lituania nel mirino della Russia

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 10, 2014

La magistratura russa richiede assistenza alla Procuratura Generale di Vilna per processare i ‘disertori’ che dopo l’Indipendenza lituana non hanno prestato il servizio di leva obbligatorio nell’esercito dell’URSS. Il Dipartimento alla Difesa della Lituania invita i cittadini a non viaggiare in Paesi extra-NATO

Prima in Lettonia con le proteste della popolazione russofona -trucco già utilizzato per giustificare l’invasione militare in Georgia e Ucraina- poi in Estonia con il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti estoni Eston Rohven, infine, anche in Lituania con la vicenda dei ‘disertori’ dell’Armata Rossa. Nella giornata di martedì, 9 Settembre, la Procuratura Generale lituana ha ricevuto la richiesta di aiuto da parte della magistratura russa per denunciare una persona accusata di avere disertato il servizio di leva nell’esercito sovietico nel 1990.

Come riportato dal portale Delfi, pronta è stata la riposta della Procuratura Generale lituana, che ha negato ogni forma di collaborazione coi russi, in quanto il fatto, avvenuto dopo la dichiarazione e il riconoscimento dell’Indipendenza della Lituania, non costituisce reato secondo il codice penale di Vilna.

Tuttavia, oltre che ad essere priva di ogni fondamento giuridico, la richiesta della magistratura russa rappresenta un potenziale precedente che potrebbe presto coinvolgere gli altri 1562 cittadini lituani che nel 1990 hanno rifiutato di servire nell’Armata Rossa.

Tra essi, secondo i dati del Ministero della Difesa lituano, 20 persone considerate ‘disertori’ dell’Armata Rossa sono state catturate e rinchiuse in carcere in Russia, mentre altre 1465 sono state costrette all’anonimato per qualche tempo.

Per questa ragione, il Dipartimento della Difesa Nazionale della Lituania ha invitato i cittadini lituani che hanno rinunciato al servizio di leva nell’URSS dopo l’ottenimento dell’Indipendenza a non recarsi in nessun modo e per nessuna ragione in Paesi che non appartengono alla NATO.

Il possibile arresto di questi cittadini lituani in Russia, o in Paesi alleati di Mosca, finirebbe per innescare un meccanismo di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si potrebbe facilmente avvalere non solo per richiedere l’estradizione degli altri ‘disertori’, ma anche per creare un vero e proprio casus belli con la Lituania.

Del resto, voci autorevoli in merito all’interferenza di Putin nelle questioni interne alla Lituania si sono sollevate già durante la recente crisi di Governo provocata dall’uscita dell’Azione Elettorale dei Polacchi in Lituania -AWPL- dalla coalizione che appoggia il Premier Algirdas Butkevicius -una maggioranza delle ‘larghe intese’ composta dal Partito Social Democratico Lituano, dal Partito del Lavoro e dai conservatori di Ordine e Giustizia.

La AWPL, che raccoglie i voti della minoranza polacca conservatrice, secondo il rating stilato da importanti centri studi internazionali, come l’OSW, appartiene infatti alla fascia dei Partiti sostenuti e finanziati logisticamente dal Cremlino per sostenere la politica imperialista di Putin e destabilizzare l’equilibrio interno a Paesi che si oppongono alla politica imperiale di Mosca.

La provocazione in Lituania va poi di pari passo con altri atteggiamenti simili assunti da Putin per provocare il casus belli con altri Paesi della regione del Baltico, come, lo scorso sabato 6 Settembre, il rapimento in Estonia di un agente dei Servizi Segreti estone, Eston Rahvan, subito deportato in Russia, processato e condannato alla detenzione per azioni di spionaggio.

In Lettonia, sui cui cieli da tempo l’aviazione militare russa sconfina, Putin è sospettato di avere indotto la protesta della minoranza russofona per presentare il Paese come repressivo nei confronti dei russi: una tattica che ha già portato la Russia ad invadere l’Ucraina in nome del diritto, presunto, di Mosca di tutelare la popolazione ucraina di lingua russa.

L’importanza di rafforzare la NATO prima che sia troppo tardi

A mettere in allarme sulle possibili provocazioni di Putin nel Baltico è stato il noto commentatore dell’Economist Edward Lucas che, durante un’audizione presso la Camera dei Comuni britannica, ha evidenziato come il vero scopo di Putin sia attuare la guerra all’Unione Europea e alla NATO, iniziando proprio dal provocare il ‘ventre molle’ dell’Occidente, ossia i Paesi Baltici.

Simile posizione è stata presa dal Presidente della Lituania, Dalija Grybauskaite, che, durante il vertice sulle nomine del nuovo Presidente del Consiglio Europeo e dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’UE, ha sottolineato come, con l’invasione all’Ucraina, Putin abbia lanciato la dichiarazione di guerra all’Europa.

“Con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha violato il memorandum di Budapest -ha dichiarato alla CNN la nota commentatrice Anne Applebaum, facendo riferimento all’accordo con cui l’Ucraina ha rinunciato al nucleare in cambio del riconoscimento dell’inviolabilità del suo territorio da parte di Russia, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna- ma nessuno ha pagato per questo, né l’Occidente ha voluto difendere Kyiv”.

“Mi chiedo se ora siamo pronti a difendere almeno Estonia, Lettonia e Lituania, e, se sì, quanto presto” ha continuato la Applebaum, sottolineando che senza un rafforzamento della NATO i Paesi dell’Europa Centro-Orientale si sentono sempre più insicuri dinnanzi alla politica di espansione militare della Russia di Putin.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Un Maidan anche a Mosca: la motivazione della “NATOfobia” di Putin

Posted in Russia by matteocazzulani on September 9, 2014

Come riportato dall’autorevole centro studi Strategia XXI, il Presidente russo ha deciso di giocare la carta della contrapposizione con l’Occidente per arginare la perdita interna di consensi e l’isolamento economico ed energetico internazionale della Russia. La mentalità sovietica, ancora forte in una larga parte della popolazione russa, e l’anti americanismo culturale di alcuni Paesi in Europa sono i più solidi alleati della propaganda di Putin

Ha contestato l’Occidente e gli ha dichiarato apertamente guerra, ma le leggi del libero mercato, e i principi del mondo libero, possono metterlo all’angolo, sopratutto in Patria. Questo è il sottofondo della guerra appena iniziata tra la Russia e la NATO, che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha iniziato con l’invasione diretta dell’Ucraina, e, prima ancora, con l’annessione armata della Crimea e con l’aggressione militare in Georgia.

Come riportato da un’analisi dell’autorevole centro-studi Strategia XXI, a dare benzina alla guerra di Putin contro l’Occidente è una “NATOfobia” che il Presidente russo coltiva da tempo per tratteggiare un nemico comune dinnanzi al quale compattare un popolo che, a causa della condotta del Capo di Stato della Russia stesso, è oramai stanco dopo anni di repressione, corruzione e propaganda.

Oltre che per la pressione interna, che secondo fonti ben informate avrebbe anche coinvolto alcuni degli oligarchi vicini al Cremlino, Putin ha deciso di avvalersi proprio ora della carta della guerra alla NATO per motivi di ordine energetico ed economico.

Con l’avvio di una decisa politica di diversificazione delle forniture di energia da parte dell’Unione Europea, che ha programmato la realizzazione di nuovi gasdotti e rigassificatori per importare gas naturale e liquefatto da Azerbaijan, Norvegia, Egitto e Qatar, la Russia vede giocoforza ridimensionato il suo peso nel mercato energetico dell’Europa.

Inoltre, a dare la spallata a Putin, sempre in ambito energetico, è il possibile avvio dell’esportazione del gas shale che gli Stati Uniti d’America hanno iniziato a sfruttare e che, previo via libera del Congresso, gli USA inizieranno presto anche ad esportare in Europa e in mercati globali in cui la Russia ha perso la concorrenza con gli USA, come Corea del Sud, Giappone, Singapore, India ed Indonesia.

Per quanto riguarda il lato economico, Putin soffre per le sanzioni che UE ed USA hanno applicato alla Russia per protestare contro l’aggressione militare all’Ucraina.

Le sanzioni, come sottolinea l’analisi di Strategia XXI, sono destinate a congelare in toto i conti bancari dei grandi oligarchi che, finora, hanno sostenuto il Presidente russo.

A complicare la situazione è stata la decisione del Presidente russo di apporre contro-sanzioni vietando alcune importazioni da USA e UE: una ritorsione letale che ha finito per incrementare il costo dei prodotti nel mercato interno russo, dove la popolazione, sempre più povera, ha un potere d’acquisto sempre più basso.

La decisione di avvalersi della NATO come nemico principale di Putin è stata favorita da due fattori. In primis, agitando lo spauracchio dell’Alleanza Atlantica, il Presidente russo intende giocare sulla sensibilità dei nostalgici dell’URSS, che vedono ancora l’Occidente come un attore geopolitica imperialista e nemica.

Lo spauracchio della NATO permette inoltre a Putin di riscuotere successo in Paesi dell’UE in cui l’anti americanismo -che va di pari passo con l’antisemitismo- è molto ben radicato nelle coscienze politiche e nel pensiero dell’opinione pubblica.

Tra questi Paesi è lecito annoverare Francia e Italia, dove una larga fetta del tessuto sociale e del mondo politico, sensibili alla propaganda del Cremlino, è portata a ritenere la NATO come una forza aggressiva, e non difensiva come giustamente concepito da Gran Bretagna, Danimarca e dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Sostituire l’austerity con l’incremento della spesa per la difesa

La guerra che Putin ha dichiarato alla NATO potrebbe presto coinvolgere anche Paesi che fanno parte dell’Alleanza Atlantica stessa, portando così ad un conflitto aperto tra Russia ed Occidente, che, come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, in caso di attacco è pronto ad intervenire per rispettare l’Art. 5 del Patto nordatlantico.

Come spiegato durante un’audizione presso la Camera dei Comuni del Parlamento della Gran Bretagna dall’autorevole politologo Edward Lucas, la Russia, dopo l’aggressione militare all’Ucraina, ha interesse a provocare il conflitto armato anche con i Paesi Baltici, che per via della loro dipendenza economica ed energetica da Mosca rappresentano il ventre molle della NATO.

A conferma di questo sospetto è stato, lo scorso sabato, 6 Settembre, il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti dell’Estonia, Eston Rahvan, che, dopo essere stato catturato da agenti russi in territorio estone, è stato già processato e condannato al carcere in Russia.

Dinnanzi a queste minacce, l’Occidente deve prendere una posizione risoluta e aderente alla realtà dei fatti: Putin non è infatti più definibile come un partner, bensì è dichiaratamente un nemico dell’Occidente.

Oltre a rafforzare la presenza militare, possibilmente in maniera permanente, in Europa Centro-Orientale, i Paesi della NATO devono fin da subito incrementare le uscite di bilancio per il rafforzamento delle proprie strutture difensive.

L’incremento del budget per la difesa, da fissare ad almeno il 2% delle uscite di bilancio complessive di ogni Paese NATO, può essere preso, per lo meno in Europa, dalla revoca del Patto di Stabilità, che ad oggi imbavaglia i Governi dell’UE.

Questo investimento in favore della difesa, oltre ad essere la miglior forma di contenimento nei confronti di Putin, è anche un modo per rivedere una politica economica che finora ha strozzato i Paesi dell’UE.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ucraina: le sanzioni UE fanno davvero male a Putin

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 22, 2014

Come riporta uno studio dell’autorevole OSW, la Russia non è in grado di supplire nel breve termine all’embargo applicato dall’Unione Europea, anche per causa delle contro-sanzioni che il Presidente russo ha imposto ai beni agro-alimentari ed ortofrutticoli europei. Tuttavia, la propaganda della Russia sta avendo effetto in diversi Stati membri dell’UE

Non solo per l’isolamento geopolitico: le sanzioni che l’Unione Europea ha applicato alla Russia in risposta all’aggressione militare all’Ucraina, e al sostegno bellico-finanziario ai miliziani pro-russi nel Donbas, stanno facendo davvero male a Mosca e alla sua economia. A riportarlo è uno studio dell’autorevole centro studi OSW, che ha sottolineato come la guerra di sanzioni scatenatasi tra UE e Russia stia per indebolire in maniera consistente sopratutto Mosca.

Le sanzioni imposte dalla Russia lo scorso 7 Agosto, in reazione a quelle applicate dall’UE il Primo di Agosto, riguardano l’embargo sull’importazione dall’Unione Europea di gruppi di merce scelti e di prodotti agricolo-alimentari, il cui fabbisogno, tuttavia, può essere soddisfatto da Mosca solo e solamente grazie all’import dal mercato europeo.

Le sanzioni della Russia all’UE, che come OSW evidenzia sono state adottate dal Governo in fretta e furia, senza alcun consulto con esperti, né esponenti di categoria, ma solo per realizzare un preciso ordine del Presidente russo, Vladimir Putin, stanno infatti portando ad un deficit interno a Mosca tra la domanda e l’offerta, sopratutto per quanto riguarda formaggi e altri latticini, verdura, frutta e prodotti tecnici per le aziende agricole.

Inoltre, come riporta sempre OSW, la Russia, per limitare le importazioni di carni e di altri prodotti alimentari europei nel mercato russo, ha imposto controlli fitosanitari molto stringenti, senza tuttavia occuparsi del controllo degli allevamenti interni, che, a causa di epidemie e incuria, non riescono a colmare il gap dovuto dall’assenza di importazioni dall’UE.

Per arginare il deficit, la Russia non può contare né sull’incremento della produzione interna -un settore in cui, come riporta OSW, le aziende agricole e gli enti regionali sono sempre più indebitati ed arretrati- né sulla diversificazione delle importazioni con l’aumento degli acquisti dei beni alimentari e tecnici da Cina, Turchia, Sudamerica, Egitto e Iran.

Oltre all’elevato costo per il trasporto delle merci, le importazioni da Cina, Turchia, Sudamerica, Egitto e Iran -i Paesi a cui Mosca si è rivolta per porre rimedio alle sanzioni UE- non sono in grado di pareggiare in Russia l’import dall’Europa nemmeno per quanto riguarda la qualità: un aspetto a cui sopratutto gli acquirenti di alto tenore, in Russia in tanti sono particolarmente attenti.

A mettere a repentaglio la situazione della Russia è anche il mancato riexport nel mercato russo di beni europei veicolati da Paesi terzi: la Svizzera e la Norvegia hanno supportato gran parte delle sanzioni UE in ambito economico, mentre Bielorussia e Kazakhstan hanno preferito incrementare l’importazione dei prodotti europei per soddisfare la domanda interna ed abbassare i costi dei beni alimentari presso i loro mercati interni.

Quanto sta accadendo in Bielorussia e Kazakhstan è particolarmente rilevante, dal momento in cui la Russia sta puntando proprio sulla solida alleanza con Minsk e Astana per creare un unico mercato dell’area ex-URSS nell’ambito dell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione geopolitica, concepito da Mosca per restituire al Cremlino lo status di superpotenza mondiale con una cospicua influenza a livello sovra regionale, che le sanzioni UE sono riuscite a mettere in crisi.

Regresso economico e messa a repentaglio dei sogni di grandezza imperiale a parte, la Russia sta tuttavia controbattendo all’Europa in maniera efficace, con la speranza che le armi messe in campo da Mosca riescano a fiaccare la già debole iniziativa dell’UE, prima che gli effetti delle sanzioni europee costringano Putin a porre fine all’appoggio logistico ed economico ai miliziani pro-russi in Ucraina.

La prima arma messa in campo da Mosca sono le contro-sanzioni che, come riporta sempre OSW, hanno già colpito il 20% dell’export agricolo di Estonia, Lettonia, Lituania, Lettonia e Finlandia, e gran parte di quello dei prodotti ittici di Norvegia e di quello ortofrutticolo della Polonia. Inoltre, le sanzioni russe hanno anche colpito il settore agro-alimentare di Italia e Germania, e quello turistico della Slovenia.

La seconda arma di cui la Russia si avvale è l’opera di propaganda, che, forte del ben radicato antiamericanismo in quasi tutta Europa -sopratutto in Francia, Italia e Germania- mira oggi a fomentare la diffusione di notizie sugli effetti negativi delle sanzioni UE a Mosca presso i mercati interni dei Paesi europei: il medesimo meccanismo con cui, ieri, sempre la macchina della disinformazione di Mosca ha presentato gli ucraini come “pericolosi nazisti” e “popolo aggressore”.

In reazione alle sanzioni della Russia, molti tra i Paesi europei -Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Romania e Norvegia in primis- hanno diversificato il proprio export aprendo a Turchia, Cina, Cile, Bielorussia, Georgia, Kazakhstan ed altri mercati sudamericani ed asiatici.

Tuttavia, in altri Stati dell’UE, la propaganda russa ha ottenuto il proprio risultato, come dimostrato dalle dichiarazioni contro le sanzioni europee espresse dai Presidenti di Repubblica Ceca e Slovacchia, Milos Zeman e Robert Fico, e dal Premier ungherese, Viktor Orban, mentre il Ministro degli Esteri greco, Evangelos Venizelos, ha avviato trattative separate con la Russia per evitare sanzioni da parte di Mosca nonostante la posizione comune dell’UE.

Kyiv potrebbe riottenere la Crimea se il prezzo del greggio continua a scendere

A riprova della crisi in cui si trova la Russia, a causa delle sanzioni UE, è anche il crollo del prezzo del greggio sul mercato mondiale, a cui è collegato il tariffario che Mosca impone all’Ucraina per la compravendita del gas.

Secondo quanto riportato dall’Ukrayinska Pravda, fino a quando il prezzo del greggio resta superiore ai 100 Dollari al Barile, la Russia può permettersi di perseguire i disegni di aggressione militare a stampo imperialista come quello attuato in Ucraina.

Tuttavia, come riportato dal giornale russo Vedomosti, il prezzo del greggio, a causa sia delle sanzioni UE sul settore energetico russo, che delle crisi politiche in Libia ed Iraq, sta crollando abbastanza vertiginosamente.

Qualora il prezzo del greggio dovesse scendere sotto i 100 Dollari per Barile, la Russia, come riportato sempre dall’Ukrayinska Pravda, potrebbe rinunciare all’impegno armato in Ucraina a fianco dei miliziani pro-russi, finanche a concedere a Kyiv la restituzione della Crimea.

Secondo l’autorevole sito di informazione ucraino, è proprio su questo tema che potrebbe basarsi l’incontro tra il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, e il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che Berlino ha fortemente voluto prima del vertice di Minsk tra il Capo di Stato dell’Ucraina, i rappresentanti UE, e quelli dei Paesi dell’Unione Eurasiatica.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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L’Ucraina dice no al ‘convoglio umanitario’ di Putin: “Trasporta armi dalla Russia”

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 13, 2014

Il Portavoce del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino, Andriy Lysenko, si oppone al convoglio che il Presidente russo intende inviare nel Donbas senza avere specificato il contenuto. La Croce Rossa dichiara neutralità e incredulità per la condotta di Mosca

Due tentativi di invasione in una settimana è troppo per accettare un finto aiuto umanitario da parte di un Paese che, come provato, arma e finanzia miliziani impegnati ad occupare una consistente regione ucraina. Questa è la motivazione che ha portato l’Ucraina a rifiutare il convoglio che la Russia ha dichiarato di avere fatto partire per portare nelle zone occupate dai miliziani pro-russi soccorsi sanitari.

Come dichiarato dal Portavoce del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino, Andriy Lysenko, l’Ucraina teme, sulla base di prove e di numerose testimonianze, che la Russia intende avvalersi dell’operazione umanitaria per infiltrare nel Donbas arme e truppe a rinforzo dei miliziani pro-russi.

A conferma dei sospetti è anche la posizione della Croce Rossa che, nonostante le dichiarazioni del Presidente russo, Vladimir Putin, in merito alla volontà di coinvolgere l’ente internazionale, ha dichiarato di non avere ricevuto da Mosca alcuna indicazione in merito al contenuto del carico diretto dalla Russia all’Ucraina.

Nello specifico, il Portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Andre Loersch, ha invitato la Russia ad accettare presso il confine con l’Ucraina il trasbordo del contenuto su mezzi ucraini noleggiati dall’organizzazione internazionale, che, così, avrebbero potuto raggiungere il Donbas sotto l’egida di un ente impegnato a mantenere la neutralità.

Pronta è stata la risposta del Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che ha negato la possibilità di trasbordo dai mezzi russi a quelli ucraini del carico del cosiddetto ‘aiuto umanitario’ di Putin.

Secondo quanto accaduto nella storia, come in Ungheria nel 1954, in Cecoslovacchia nel 1968, e in Georgia nel 2008, la Russia è solita inviare ‘aiuti fraterni’, composti da mezzi armati e truppe d’assalto, per occupare quei Paesi sovrani ed indipendenti che osano affrancarsi dall’influenza di Mosca.

Lo scorso venerdì, 8 Agosto, come dichiarato sempre dal Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino, l’esercito dell’Ucraina ha fermato un simile convoglio di ‘aiuti umanitari’ proveniente dalla Russia che, in realtà, conteneva armamenti e reparti dell’esercito russo intenzionati ad entrare nel Donbas.

Per questa ragione, anche l’Ucraina ha avuto il legittimo pensiero che l”aiuto umanitario’ di Putin potesse essere motivato dalla medesima intenzione di quelli che hanno portato nel 2008 all’occupazione delle regioni di Abkhazia ed Ossezia del Sud.

Renzi con Obama accanto a Kyiv

A sostegno dell’Ucraina si sono schierati il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Premier italiano, Matteo Renzi, che, come riportato da una nota della Casa Bianca, hanno apprezzato gli sforzi di Kyiv per ottenere aiuti umanitari, ed ha messo in guardia la Russia dal prendere iniziative unilaterali che, senza il consenso del Governo ucraino, sono da ritenere illegali.

In aggiunta, il Premier Renzi, come riporta una nota di Palazzo Chigi, durante una conversazione telefonica con il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha ribadito il pieno sostegno dell’Italia all’integrità territoriale ucraina.

La posizione di Renzi, saggia e coraggiosa, porta l’Italia all’interno dell’alveo dell’Occidente dopo anni di politica marcatamente filorussa sotto i Governi dei Premier Berlusconi e Monti.

Con il sostegno all’integrità territoriale ucraina, Renzi ha attinto a piene mani all’insegnamento morale della Resistenza, che chiama gli italiani a porsi a difesa della pace, della democrazia, della libertà, del progresso e dell’Europa.

Dinnanzi all’aggressione di un Paese dalla rinata velleità militarista di stampo imperialista come la Russia, l’Italia ben fa dunque a schierarsi accanto all’Ucraina, che è un Paese europeo per storia, cultura, società, lingua, religione e tradizioni.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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L’Ucraina teme l'”aiuto umanitario” di Putin

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 12, 2014

Il Presidente russo, durante una conversazione telefonica con il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ventila l’ipotesi di una missione di soccorso di Mosca nel Donbas. Il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, invita Obama a riconoscere a Kyiv lo status di alleato degli Stati Uniti d’America

In epoca sovietica, l”aiuto fraterno’ consisteva nell’invio da parte dell’Unione Sovietica di carri armati e mezzi militari presso quegli Stati satelliti di Mosca che, come l’Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968, intendevano affrancarsi, seppur solo parzialmente, dall’orbita dell’URSS. Oggi, gli ucraini temono un simile ‘aiuto fraterno’ mascherato da aiuto umanitario da parte del Presidente della Russia, Vladimir Putin, teso a inserire in Ucraina truppe dell’esercito russo.

A motivare il timore degli ucraini è stata la dichiarazione del Presidente Putin che, lunedì, 11 Agosto, durante una telefonata con il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha dichiarato l’intenzione di inviare in Ucraina un aiuto umanitario russo.

Come riportato dalla Ukrayinska Pravda, Putin avrebbe lamentato la situazione di emergenza umanitaria nell’est dell’Ucraina, colpito dalle operazioni militari tra l’esercito ucraino e i miliziani pro-russi.

La notizia ha subito gettato in allarme l’Ucraina, dal momento in cui, venerdì, 8 Agosto, l’esercito ucraino schierato alla frontiera orientale del Paese ha fermato un convoglio mascherato da missione umanitaria carico di militari russi diretti nel Donbas.

Pronta alle dichiarazioni di Putin è stata la reazione del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che ha subito informato dell’accaduto il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, nonostante la Croce Rossa, come riportato dall’agenzia Ukrinform, abbia dichiarato di non prestare il fianco al transito illegale di armi e di soldati dalla Russia all’Ucraina.

Durante la conversazione con Obama, il Presidente Poroshenko ha anche chiesto al Congresso statunitense di approvare al più presto l’Atto che riconosce ad Ucraina, Georgia e Moldova lo status di Paesi alleati USA.

Questo documento, che deve essere ancora approvato in lettura definitiva, paragona l’Ucraina agli altri Paesi della NATO, verso cui gli USA hanno obbligo di ausilio militare difensivo in caso di aggressione da parte di eserciti di Stati non appartenenti all’Alleanza Atlantica.

Anche UE e NATO stanno con Kyiv

A sostegno di Poroshenko si è subito schierato Barroso, che durante la conversazione con Putin ha messo in guardia il Presidente russo dall’attuare azioni di guerra in maniera unilaterale.

A preoccupare Ucraina ed Europa sono sopratutto le continue esercitazioni militari che l’esercito russo sta attuando a ridosso dei confini ucraini.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, ai confini con l’Ucraina sarebbero presenti circa 40 Mila soldati russi pronti all’invasione delle regioni orientali ucraine.

A parlare di alta probabilità di un attacco russo all’Ucraina è stato, di recente, anche il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Sanzioni alla Russia e caso Saakashvili: la Georgia ha problemi con l’Europa

Posted in Georgia by matteocazzulani on August 9, 2014

Il Ministro degli Esteri georgiano, Maia Panjikidze, contesta pubblicamente le misure economiche adottate dall’UE in risposta all’aggressione militare russa all’Ucraina, poco dopo che la Corte Suprema ha autorizzato l’arresto dell’ex-Presidente e leader dell’Opposizione filo atlantica. USA, Polonia, Lituania e Svezia fortemente preoccupate per il possibile caso di giustizia selettiva

Contestare pubblicamente un’azione diplomatica approntata dai più importanti alleati del Paese che si rappresenta è segno che gli amici in questione, in fondo, non sono poi considerati tali. Questa è stata la sensazione emersa presso le cancellerie dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America in seguito alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri georgiano, Maia Panjikidze, che, nella giornata di giovedì, 7 Agosto, ha criticato le sanzioni applicate da USA e UE alla Russia in risposta all’aggressione militare all’Ucraina.

Nello specifico, la Panjikidze, come riportato da Civil Georgia, ha ritenuto le sanzioni una misura inutile, che, anzi, ha portato a contro-sanzioni da parte della Russia anche nei confronti della Georgia, come la chiusura dello spazio aereo russo alle compagnie UE: un fatto che ha aumentato il tempo di percorrenza dei voli diretti in territorio georgiano dall’Unione Europea e dall’Ucraina.

Le posizioni del Ministro degli Esteri georgiano sono opinabili nel merito, ma, dal punto di vista formale, hanno aperto un caso internazionale, dal momento in cui nessuno in Occidente si aspettava una posizione apertamente critica da parte di un Paese alleato che si appresta ad avviare un difficile percorso di integrazione euro-atlantica.

Pronta è stata la reazione del Capogruppo in Parlamento del principale Partito di opposizione Movimento Popolare Unito -UNM- Davit Bakradze, che ha evidenziato come la posizione del Ministro Panjikidze, e più in generale quella della coalizione di Governo Sogno Georgiano -GD- non sia in linea con quella dei più importanti alleati della Georgia.

Le dichiarazioni della Panjikidze -che il Ministro georgiano ha poi dichiarato essere state di proposito fraintese dall’opposizione per creare una bagarre politica- hanno gettato benzina sul fuoco che già arde i rapporti tra la Georgia e l’Occidente, notevolmente compromessi dopo la sentenza di arresto preventivo emanata dalla Corte Suprema Georgiana a carico dell’ex-Presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, e di altre alte Autorità del Paese lo scorso 28 Luglio.

Saakashvili, attuale Leader UNM e protagonista del processo democratico georgiano del 2003 noto come ‘Rivoluzione delle Rose’, è stato accusato di abuso d’ufficio dopo due anni dalla fine del suo mandato alla guida del Paese: una sentenza che ha allarmato l’Occidente, perplesso dinnanzi al possibile utilizzo strumentale della giustizia a fini politici.

In effetti, la sentenza a Saakashvili ricorda molto, nei modi e nei dettagli, quella applicata all’ex-Premier ucraino, Yulia Tymoshenko: anima della ‘Rivoluzione Arancione’ del 2004 -processo democratico in Ucraina successivo a quello georgiano- che, nel 2011, è stata condannata a sette anni di reclusione per abuso d’ufficio dopo un processo politico messo in atto dall’ex-Presidente, il dittatore Viktor Yanukovych, per eliminare la sua temibile avversaria politica.

Pronta, in seguito al mandato di arresto per Saakashvili, è stata la reazione del Dipartimento di Stato USA, che ha espresso forte preoccupazione per la sentenza, ed ha invitato le Autorità georgiane a mantenere il piano legale separato da quello politico, ed ha dichiarato la volontà di monitorare la situazione per constatare se il caso Saakashvili rappresenta o meno un nuovo caso di giustizia selettiva nel mondo ex-URSS.

Simile è stata la posizione assunta dal Ministero degli Esteri della Polonia -il più importante alleato della Georgia in seno all’UE- che, con una nota ufficiale, preso atto dell’atmosfera già caratterizzata da precedenti arresti di esponenti dell’opposizione, ha dichiarato il timore che l’arresto di Saakashvili possa rappresentare un caso di uso politico del mezzo giudiziario, atto ad eliminare dalla competizione politica il leader dell’opposizione.

“L’uso politico del mezzo giudiziario è incompatibile con i principi dell’Unione Europea” ha commentato su Twitter il Ministro degli Esteri della Lituania -altro Paese storicamente amico della Georgia- Linas Linkevicius, a cui ha risposto di persona il Premier georgiano, Irakli Garibashvili, per illustrare come l’arresto del leader UNM sia in linea con le regole della magistratura.

“Stupisce, e duole constatare, che la Georgia critica la voce dei suoi migliori amici europei anziché ascoltarla” è stata la risposta del Ministro degli Esteri della Svezia, Carl Bildt, che si è detto stupito della presa di posizione del Premier di un Paese che ha più volte dichiarato di desiderare l’integrazione nell’Unione Europea.

L’importanza di Tbilisi per la politica di diversificazione delle forniture di gas UE

Sia le sanzioni che il caso Saakashvili hanno messo a serio repentaglio i buoni rapporti tra Georgia e l’Occidente, divenuti eccellenti dopo che Tbilisi ha firmato, lo scorso 27 Giugno, assieme a Ucraina e Moldova, l’Accordo di Associazione con l’UE.

Oltre alla firma del documento, che integra progressivamente l’economia georgiana nel mercato unico europeo, la Georgia rappresenta per l’UE un partner fondamentale nella diversificazione delle forniture di gas che la Commissione Europea ha varato per decrementare la dipendenza energetica dalla Russia.

La Georgia è infatti Paese di transito del Gasdotto del Caucaso del Sud-Est: un’infrastruttura attraverso la quale il gas dell’Azerbaijan è inviato dapprima in Turchia attraverso il Gasdotto Trans Anatolico -TANAP- e, successivamente, in Grecia, Albania e Italia tramite il Gasdotto Trans Adriatico -TAP.

Per fermare la diversificazione delle forniture di gas dell’Europa, la Russia sta cercando di destabilizzare la Georgia, dopo avere aggredito Tbilisi militarmente nell’Agosto del 2008 per cercare di rovesciare l’Amministrazione Saakashvili: punita da Mosca per il suo orientamento filo europeo e filo atlantico.

In particolare, la Russia intende sostituire a TANAP e TAP il Southstream: un gasdotto, che invia gas russo in Austria attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia, concepito per incrementare la dipendenza dell’Europa da Mosca, privare l’Ucraina dello status di Paese di transito del gas russo verso l’UE, e per annullare il progetto di diversificazione delle forniture di gas concepito dalla Commissione Europea.

Per questa ragione, lo stesso Saakashvili, che ora ripara tra Polonia e Ucraina per evitare l’arresto, ha ritenuto la sentenza a suo carico politicamente motivata da un disegno di respiro internazionale orchestrato dalla Russia per eliminare un esponente politico di spessore di orientamento filo atlantico.

In particolare, Saakashvili ritiene coinvolti nella sua condanna sia il Premier Garibashvili che capo di Sogno Georgiano Bidzina Ivanishvili: l’uomo più ricco di Georgia, cresciuto ed affermatosi in Russia, che, dopo avere fondato in poco tempo la coalizione Sogno Georgiano, nelle Elezioni Parlamentari del 2012 è riuscito nell’impresa di relegare l’UNM all’opposizione.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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