LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

L’Unione Energetica Europea di Tusk e Hollande piace a tutti tranne che alla Merkel

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 30, 2014

Il progetto del Premier polacco e del Presidente francese è sostenuto da Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia ed Estonia, mentre ancora una risposta deve provenire da Italia e Spagna. Anche i principali candidati alla Presidenza della Commissione Europea, Schulz, Juncker e Verhofstadt, a favore del piano che implementa la sicurezza energetica dell’Unione Europea

Un sostegno positivo da parte di quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea ad un progetto fondamentale per la diversificazione e la sicurezza energetica degli Stati UE. Questo è il bilancio del primo round di consultazioni attuato dal Premier polacco, Donald Tusk, in merito alla realizzazione dell’Unione Energetica Europea: progetto, supportato in primis dal Presidente francese, Francois Hollande, che prevede da un lato la messa in comunicazione dei gasdotti dei Paesi UE e, nel contempo, la diversificazione delle forniture di gas, che oggi gli Stati membri importano a troppe alte quantità da poche fonti.

Come riportato dall’agenzia PAP, Tusk, dopo avere incassato l’ok di Hollande, ha ottenuto il supporto anche degli altri Paesi del Gruppo di Vysehrad – Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, oltre alla Polonia- e si appresta ora a consultazioni con il suo collega spagnolo, Mariano Rajoy.

Approccio positivo all’Unione Energetica è stato anche quello dei Paesi Baltici -Lituania, Lettonia ed Estonia- che soffrono una forte dipendenza da un solo forniture di energia, la Russia, mentre, come ha dichiarato Tusk, con il Premier italiano, Matteo Renzi, la discussione a riguardo è stata fissata a breve.

L’unico Paese ad avere avuto una reazione fredda all’Unione Energetica Europea è stata la Germania dove, secondo il Premier polacco, il sostegno al progetto del Cancelliere, Angela Merkel, è fondamentale per varare l’avvio della realizzazione del progetto già nella prossima seduta del Consiglio Europeo, come Hollande e Tusk hanno dichiarato di volere.

Malgrado l’opposizione della Merkel, l’Unione Energetica Europea ha ottenuto, seppur con sfumature differenti, il sostegno dei principali Candidati alla Presidenza della Commissione Europea che, lunedì, 27 Aprile, si sono fronteggiati nel primo dibattito tv tra i concorrenti alla guida dello scranno più ambito delle Istituzioni UE.

Il binomio inscindibile di energia e lavoro è stato sottolineato dal candidato del Partito dei Socialisti e Democratici Europei, Martin Schulz, che ha evidenziato come la realizzazione dell’Unione Energetica Europea sia necessaria non solo per rafforzare la sicurezza energetica dell’UE, ma anche e sopratutto per creare nuova occupazione.

La necessità di diminuire la dipendenza energetica sopratutto dalla Russia, e di avviare forniture di gas alternative per tutti i Paesi UE è stata supportata dal candidato del Partito Popolare Europeo, Jean Claude Juncker, che ha tuttavia evidenziato come la politica energetica debba rimanere una competenza delle singole nazioni.

Opposta è stata la visione del candidato dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei, Guy Verhofstad, che, dopo avere posto la realizzazione dell’Unione Energetica Europea come sua priorità in caso di elezione a Presidente della Commisisione, ha invece evidenziato come l’energia debba essere una stretta competenza di un’unica Istituzione Europea creata ad hoc.

La Slovacchia avvia le forniture di gas inverse all’Ucraina

Un passo verso la realizzazione dei postulati dell’Unione Energetica Europea è stato realizzato dalla Slovacchia che, sempre lunedì, 27 Aprile, ha avviato le forniture di gas russo a senso inverso dalla Germania all’Ucraina attraverso il gasdotto Vojany.

Il memorandum, che permette l’esportazione in Ucraina attraverso i gasdotti slovacchi di un massimale di 9 Miliardi di metri cubi di gas all’anno proveniente dalla Germania -che importa 55 Miliardi di metri cubi di gas russo all’anno attraverso il gasdotto Nordstream, realizzato nel 2012 sul fondale del Mar Baltico- segue gli accordi già firmati con Polonia ed Ungheria, attraverso i cui gasdotti Kyiv ha ottenuto la possibilità di importare un 8 miliardi di metri cubi di carburante.

La quota complessiva di oro blu importato attraverso l’utilizzo inverso dei gasdotti di Slovacchia, Polonia ed Ungheria permette all’Ucraina di acquisire 17 Miliardi di metri cubi di gas all’anno: una quantità che, seppur di poco, aiuta Kyiv a decrementare la dipendenza dalle importazioni dalla Russia, da cui l’Ucraina oggi dipende per il 90% circa del proprio fabbisogno.

Chi, invece, va contro il progetto di Unione Energetica Europea sono alcune delle principali compagnie energetiche europee, che badano più all’interesse personale che alla diminuzione della dipendenza dell’Europa da poche forniture di gas.

Martedì, 29 Aprile, la compagnia austriaca OMV ha firmato un accordo per la realizzazione in Austria del Southstream: gasdotto, progettato da un’accordo politico tra il Presidente russo, Vladimir Putin, e l’ex-Premier italiano Silvio Berlusconi, concepito per veicolare in Europa ulteriori 63 Miliardi dimetri cubi di gas russo.

Il Southstream, che secondo i progetti transita dalla Russia meridionale sul fondale del Mar Nero, per poi approdare in Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia ed Austria, è stato duramente contestato dalla Commissione Europea perché incrementa notevolmente la dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo.

Inoltre, la Commissione Europea ha bloccato la realizzazione del Southstream nell’ambito delle sanzioni imposte alla Russia per l’annessione militare della Crimea e, soprattutto, le provocazioni armate nell’Est dell’Ucraina.

Un accordo per la realizzazione materiale del Southstream è stato già stretto con la Russia dalla compagnia Italia Saipem, nonostante, pochi giorni prima, l’UE a essa dato il via alla prima delle due ondate di sanzioni nei confronti dell’entourage politico di Putin.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Europa Centrale ed Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

Advertisements

Ucraina: dopo la NATO, Putin provoca anche l’OSCE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 26, 2014

Tredici agenti tedeschi, cechi, danesi, polacchi e svedesi rapiti dagli squadroni russi che occupano alcune città dell’est ucraino. L’esercito della Russia avanza ad un chilometro dalla frontiera con l’Ucraina

Quattro tedeschi, un ceco, un danese, uno svedese ed un polacco sono le nazionalità dei tredici componenti della missione di Pace OSCE finiti nelle mani degli squadroni filorussi in Ucraina orientale -che fonti ben accreditate hanno dimostrato essere agenti dell’esercito della Russia- che, nell’Est dell’Ucraina, hanno arrestato i diplomatici europei nella giornata di venerdì, 25 Aprile.

Come riportato da fonti diplomatiche di Germania, Polonia e Svezia -le più attive nel lavorare per l’immediata liberazione degli ostaggi europei- i missionari OSCE erano impegnati nel monitoraggio dell’azione antiterroristica avviata dal Presidente ad interim ucraino, Oleksandr Turchynov, per porre fine all’occupazione degli uffici delle Amministrazioni Locali di Donetsk e di altre città dell’Ucraina dell’est da parte degli squadroni paramilitari in uniforme militare russa.

L’attività di monitoraggio, avviata secondo quanto previsto dal Documento di Vienna sulla Fiducia e sulla Sicurezza del 1999, non è piaciuta ai guerriglieri russi, che, dopo avere sequestrato i tredici diplomatici europei, hanno preteso il rilascio di alcuni loro commilitoni arrestati negli scorsi giorni dall’esercito regolare ucraino in cambio della liberazione degli ostaggi OSCE.

Di pari passo alla palese provocazione attuata nei confronti dell’OSCE, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha incrementato la pressione militare nei confronti dell’Ucraina spostando le esercitazioni armate dell’esercito della Russia ad un solo un chilometro dal confine con il territorio ucraino.

Lo spostamento delle esercitazioni delle forze armate russe, che secondo il linguaggio militare corrisponde ad una forte provocazione, segue l’intensificarsi da parte di aerei dell’esercito della Russia delle infrazioni dello spazio aereo di Finlandia, Gran Bretagna, Olanda e Danimarca: Paesi che appartengono sia all’Unione Europea che alla NATO.

L’UE resta sempre nel mirino dei russi

Con la provocazione all’OSCE, inviato in Ucraina per evitare l’inasprirsi di una situazione di crisi prossima al degenerare in un vero e proprio conflitto armato, e le precedenti dimostrazioni di forza nei confronti di UE ed Alleanza Atlantica, Putin intende mostrare quanto Mosca sia intenzionata a protrarre il conflitto ben oltre i conflitti ucraini.

Il vero obiettivo di Putin, che dalla sua rielezione alla guida della Federazione Russa ha sempre presentato la ricostruzione di un nuovo Impero Russo esteso entro i confini dell’Unione Sovietica come il principale obiettivo della sua Amministrazione in Politica Estera, è il coinvolgimento nel conflitto con l’Ucraina di Paesi UE -e anche membri NATO- in cui è presente una consistente minoranza linguistica russa, come Estonia, Lettonia e Lituania.

Nonostante le popolazioni russofone di Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania non siano mai state discriminate dai Governi di Kyiv, Tallinn, Riga e Vilna, Putin intende sollevare la questione linguistica per destabilizzare i tre Paesi UE e, così, minare l’integrità dell’Europa unita.

Sta proprio ai Paesi UE la necessità di comprendere fin da subito la minaccia rappresentata da Putin per varare un forte fronte comune in sostegno dell’integrità territoriale sia dell’Ucraina che dell’Unione Europea.

Questa posizione deve essere presa dai 28 Stati membri alcun timore nei confronti delle lobby filorusse del gas che, sopratutto in Francia, Belgio, Italia, Slovenia, Slovacchia e Ungheria, tendono ad anteporre i contratti con Mosca al varo di una politica energetica comune per l’UE, che, oggi ,è quantomai necessaria per il rafforzamento politico dell’Europa.

Matteo Cazzulani

Putin provoca la NATO

Posted in Russia by matteocazzulani on April 24, 2014

Aerei militari russi violano lo spazio aereo di Danimarca, Gran Bretagna e Paesi Bassi, dopo avere più volte attuato simili provocazioni sopra i cieli di Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia e Svezia. Il Cremlino ordina il riarmo nell’Oceano Artico e ai confini dell’Ucraina occupata

Una provocazione militare all’Occidente per ricreare la Russia imperiale che Putin ha sempre voluto ricostituire dalla sua rielezione nel 2012. Nella giornata di mercoledì, 23 Aprile, velivoli militari russi di categoria Tu-95 hanno violato lo spazio aereo di Gran Bretagna, Danimarca e Paesi Bassi: Stati NATO che, per pronta risposta, hanno sollevato i propri caccia per scortare gli apparecchi dell’esercito della Russia al di fuori del loro territorio.

Come riportato da una nota del Ministero della Difesa olandese, la violazione dello spazio aereo da parte dei russi è solo l’ennesima di una lunga serie iniziata lo scorso 10 Settembre, mentre simili sconfinamenti dei velivoli dell’esercito di Mosca sono già avvenuti, sempre in diverse occasioni, anche sopra il territorio di Estonia, Lettonia e Lituania.

Come riporta l’autorevole Reuters, lo sconfinamento dei velivoli militari russi è motivato dalla volontà di Mosca di testare lo stato di preparazione delle strutture difensive della NATO che, per reagire all’aggressione russa in Ucraina, ha rafforzato le difese in Europa Centrale, sopratutto in Polonia, Lituania e Romania.

Oltre alla volontà aggressiva, che prefigura la preparazione di un conflitto armato, a motivare le provocazioni russe ai Paesi della NATO che si affacciano sull’Oceano Artico, sul Mare del Nord e sul Baltico è anche il desiderio del Presidente russo, Vladimir Putin, di rafforzare la presenza militare di Mosca nel Polo Nord.

Come dichiarato dallo stesso Putin, martedì, 22 Aprile, il rafforzamento militare è dettato dalla necessità di presidiare i giacimenti di greggio e gas dell’Oceano Artico che, nonostante Accordi Internazionali collochino un’area neutrale, la Russia ritiene di propria appartenenza geografica.

Oltre alle provocazioni militari, a ricordare scenari da Seconda Guerra Mondiale è anche il sempre crescente riarmo dell’esercito di Mosca ai confini dell’Ucraina, dopo che, come riportato sempre dalla Reuters, nella città di Rostov sul Don si sono ammassati reparti militari della Federazione Russa.

Ufficialmente, la manovra è stata confermata da Mosca come preparazione per le parate del 9 Maggio -il Giorno della Vittoria URSS nella Seconda Guerra Mondiale, che i russi chiamano Grande Guerra Patriottica- ma mai in una ricorrenza del genere sono stati utilizzati missili terra-aria come quelli dislocati da Putin a pochi chilometri dall’Ucraina.

A dare un segnale di come questi mezzi armati potrebbero essere utilizzati sono le dichiarazioni del Ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, che ha minacciato l’Ucraina di creare una nuova crisi sul modello di quella attuata in Georgia nel 2008, qualora gli interessi della Russia nel territorio ucraino non saranno rispettati.

Mosca aggressiva come Berlino prima della Seconda Guerra Mondiale

Le minacce di Lavrov segue l’occupazione delle Amministrazioni Locali delle Regioni dell’Ucraina orientale da parte di reparti paramilitari spacciatisi per separatisti filorussi ucraini che, come dimostrato da foto pubblicate dal Governo ucraino, fanno parte dell’esercito russo di aggressione.

Il reparto di cui fanno parte i cosiddetti separatisti filorussi nell’est dell’Ucraina è lo stesso che, nel mese di Febbraio, ha occupato militarmente la Crimea prima dell’annessione forzata di questa regione ucraina alla Federazione Russa.

Prima ancora, questo reparto dell’esercito russo ha portato a compimento l’aggressione militare alla Georgia nel 2008 per strappare a Tbilisi le regioni georgiane di Abkhazia ed Ossezia del Sud.

Tutte queste azioni militari in Ucraina e in Georgia sono state motivate dalla volto a di Mosca di tutelare le popolazioni russofone che vivono nei territori ucraino e georgiano.

Questa motivazione è stata utilizzata, prima di Putin, solo da Adolf Hitler per annettere Sudeti, Austria e Corridoio di Danzica al Terzo Reich prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

Putin alza la tensione in Ucraina: politico del Partito della Tymoshenko ucciso dalle squadre di occupazione russe del Donbas

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 23, 2014

Volodymyr Rybak, Consigliere Comunale di Gorlivka del Partito Batkivshchyna, di orientamento democratico, è stato trovato morto dopo essere stato torturato dai guerriglieri filorussi che occupano le Amministrazioni Locali dei centri della Regione di Donetsk. Una sparatoria a Slovyansk, che ha provocato 5 morti, e l’attacco a un aereo ucraino hanno provocato la ripresa dell’azione anti-terrorismo indetta dal Presidente ad interim ucraino Oleksandr Turchynov

Era entrato come ogni mattina nel suo ufficio di Consigliere Comunale, poi è stato rapito, torturato e ucciso. Nella giornata di martedì, 22 Aprile, è stato ritrovato il corpo esanime di Volodymyr Rybak: Consigliere Comunale di Gorlivka, uno dei centri del Donbass occupati dai guerriglieri separatisti filorussi, appartenente al Partito di orientamento social-popolar-democratico Batkivshchyna guidato dall’ex-Premier Yulia Tymoshenko.

Come riportato dal referto medico ufficiale, Rybak dopo essere stato rapito da un manipolo dei guerriglieri filorussi, ha subito torture, di cui sono ben evidenti i segni sul suo corpo.

Pronta è stata la reazione del Presidente ucraino ad interim, Oleksandr Turchynov, che, dopo avere sottolineato come l’atteggiamento dei separatisti filorussi abbia superato il limite dell’accettazione, ha ripreso l’operazione antiterrorismo nel Donbas, sospesa per rispettare la Pasqua.

Oltre all’omicidio di Rybak, tra le provocazioni militari dei guerriglieri separatisti filorussi, sempre martedì 22 Aprile, ha avuto luogo un attacco armato ad un velivolo dell’aeronautica militare ucraina di categoria An-30 incaricato di fotografare gli edifici occupati dai ribelli.

L’episodio è avvenuto a Slovyansk: uno dei centri abitati del Donbas più saldamente nelle mani dei guerriglieri filorussi dove, qualche giorno prima, ha avuto luogo anche una sparatoria che ha portato alla morte di cinque persone.

Come dimostrato da fotografie divulgate dal Governo ucraino, i guerriglieri filorussi che occupano i centri abitati del Donbas appartengono a forze dell’esercito russo già impegnato durante l’occupazione militare della Crimea -fatto che ha poi portato all’annessione armata della penisola ucraina alla Federazione Russa- e, prima ancora nel 2008, durante l’aggressione armata in Georgia.

L’escalation violenta nell’Ucraina orientale è un’escamotage adottato dal Presidente russo, Vladimir Putin, per incrementare la tensione e, con la scusa di tutelare le popolazioni di lingua russa che vivono nell’area, creare le condizioni per autorizzare un’intervento armato dell’esercito russo nel Donbas.

Il Donbas, in cui, come dimostra un recente sondaggio dell’autorevole Centro Sociologico Internazionale di Kyiv, la popolazione russofona non è mai stata discriminata dal Governo ucraino, né è mai stata vittima di alcuna forma di repressione, è la Regione economicamente più ricca dell’Ucraina.

La sua annessione alla Russia consentirebbe non solo la presa di possesso da parte della Federazione Russa di uno dei più importanti centri carboniferi e della metallurgia dell’Europa Orientale, ma anche e sopratutto un considerevole impoverimento della già economicamente debole Ucraina.

Gli USA inviano aiuti logistici a Kyiv

Per aiutare l’Ucraina a resistere all’aggressione della Russia, gli Stati Uniti d’America hanno dichiarato aiuti per 50 Milioni di Dollari per aiutare Kyiv ad attuare riforme economiche, politiche ed acquistare materiale bellico non offensivo come radar e mezzi di trasporto.

Oltre alla somma, il Vicepresidente USA, Joe Biden, durante la sua visita a Kyiv ha anche promesso sostegno per l’implementazione della diversificazione delle forniture di gas dell’Ucraina, che ad oggi dipende per il 92% del suo fabbisogno dalle importazioni dalla Russia

Matteo Cazzulani

Pace e Libertà: così Obama tutela l’Europa dall’aggressione imperiale di Putin

Posted in Editoriale by matteocazzulani on April 21, 2014

La visita del Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, in Ucraina determina il ritorno degli USA ad una politica assertiva per la difesa del Diritto Internazionale in Europa. L’assenza dell’UE e la forza della propaganda russa a dare manforte alla politica imperialista di Mosca che mette a serio repentaglio la sicurezza nazionale dell’UE

“In Biden we trust” è il titolo di un articolo che ho scritto nella primavera del 2009, quando il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, fu mandato in Europa Centrale dal neoeletto Presidente USA, Barack Obama, per rassicurare Polonia e Repubblica Ceca in merito alla vicinanza dell’Amministrazione statunitense democratica dopo la decisione del nuovo inquilino della Casa Bianca di revocare il piano di realizzazione dello scudo antimissilistico a Varsavia e Praga.

Allora, la mossa di Obama, in controtendenza con il provvedimento varato dall’Amministrazione repubblicana di George W Bush, ha segnato l’inizio di una politica di ‘reset’ nei confronti della Russia di Putin, necessaria all’Amministrazione democratica USA per spostare il focus della strategia geopolitica statunitense dall’Europa all’Asia: laddove si era già da tempo collocato il reale centro degli affari globali.

Oggi, la visita di Biden in Ucraina, organizzata per esprimere pieno sostegno ad un Paese che ha subito da parte della Russia di Putin un’occupazione parziale del suo territorio dopo l’annessione militare di una sua regione -la Crimea- e una continua campagna di aggressione energetica e commerciale, apre una nuova fase della politica estera USA, che sono finalmente tornati a sostenere la democrazia, la libertà e il rispetto dello Stato di Diritto in Europa.

A motivare il gesto politico di Obama è il comportamento preoccupantemente sciovinista e guerrafondaio della Russia di Putin, che, per controllare il territorio ucraino -pedina fondamentale per realizzare la ricostruzione dell’Impero Russo: il grande sogno di Putin- ha invaso una sua Regione, infrangendo così gli importanti Accordi di Budapest del 1994, che sanciva l’inviolabilità dei confini dell’Ucraina in cambio della denuclearizzazione dell’esercito di Kyiv.

Oltre alla messa in discussione di un importate capitolo del disarmo nucleare su scala globale, Putin, con la giustificazione del suo intervento armato in Crimea -e, possibilmente, anche in Ucraina orientale- per tutelare le popolazioni russofone presenti in territorio ucraino, ha anche riaperto la questione delle minoranze linguistiche: un argomento, di cui in passato si è avvalso Hilter per annettere al Terzo Reich Austria, Sudeti e Corridoio di Danzica prima della Seconda Guerra Mondiale, che rimette in discussione l’intera natura delle relazioni tra Stati sovrani.

Sulla base di questo background, la mossa di Obama è necessaria per ripristinare la Pace in Europa. Per farlo, il Presidente USA ha preso spunto dalla dottrina dell’Internazionalismo Liberale che, fondata da Woodrow Wilson, e seguita, tra gli altri, da Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Fitzgerald Kennedy, Lindon Johnson, Ronald Reagan e Bill Clinton, considera lo sviluppo di Democrazia, Libertà, Diritti Umani e Progresso nel Mondo come condizione necessaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America.

Alla positiva notizia del ritrovato impegno per la Pace e la Libertà in Europa da parte di Obama fanno però compagnia notizie a dir poco preoccupanti, come, in primis, l’assenza dell’Unione Europea, che ha perso un’occasione irripetibile per esercitare finalmente un ruolo da protagonista sullo scenario globale.

Dinnanzi alle mire imperialiste realizzate con metodi bellici da parte della Russia di Putin in un Paese europeo per storia, cultura e tradizioni come l’Ucraina, l’UE avrebbe dovuto dapprima aprire le sue porte a Kyiv mediante l’abbattimento del regime dei visti per quei cittadini ucraini che desiderano vivere e progredire in territorio europeo.

Successivamente, l’Europa avrebbe dovuto parlare con Mosca in maniera forte e chiara in sostegno del rispetto di Democrazia, Diritti Umani e Pace: principi su cui l’Unione Europea è stata fondata.

Un’apertura dell’UE all’Ucraina, da prendere senza timore per possibili ripercussioni dello Zar del Gas Putin -che se il gas non lo vende all’Europa non lo vende a nessuno- avrebbe ridato linfa alla mission di politica estera dell’Unione Europea come unico soggetto in grado di garantire lo sviluppo di Pace, Progresso, Democrazia e Libertà per mezzo di accordi commerciali e politici.

Questa, del resto, è stata la politica attuata nel 2004 con l’allargamento ai Paesi dell’Europa Centrale dall’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, in piena alternativa all’esportazione della democrazia con le armi e le bombe attuata dall’Amministrazione repubblicana di Bush.

Un altro aspetto negativo della questione è la constatazione di quanto ancora attraente sia la propaganda russa in Europa, sopratutto in Paesi come Italia e Francia, che hanno recepito appieno vere e proprie menzogne messe in circolo dalla Russia di Putin per discreditare gli ucraini come fascisti e irrispettosi delle minoranze nazionali.

Come confermato da un recente sondaggio dell’autorevole Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, nessun ucraino russofono è mai stato vittima di violenze ed intimidazioni, né è mai stato minacciato dal Governo ucraino per la sua appartenenza linguistica.

Quando Putin dichiara che le proteste per la democrazia in Ucraina sono attuate dai fascisti armati di Pravy Sektor -e i media italiani quotano queste panzane senza verificare il fatto- mente spudoratamente: Pravy Sektor -come ho avuto modo di dichiarare oggi su Radio Popolare- rappresenta solo il 4% del fronte politico ucraino, e nell’Ucraina dell’Est gli squadroni di separatisti filorussi -in realtà agenti dell’esercito di Mosca infiltrati da tempo in territorio ucraino- hanno messo al bando i Partiti democratici ucraini dopo avere proclamato la “caccia all’ucrainofono”.

Se in Europa esiste un regime davvero fascista, dove le minoranze etniche, linguistiche, religiose e sessuali sono represse, il dissenso politico sottaciuto, e i giornalisti non allineati picchiati quando non addirittura uccisi, questo è la Russia di Putin, e non l’Ucraina della Tymoshenko, né l’America di Obama.

L’UE è in pericolo se non si rafforza politicamente nell’areale internazionale

La mobilitazione degli USA in sostegno di Democrazia e Libertà, e l’assenza di un’iniziativa reale dell’UE, lascia capire che l’Europa ha bisogno dell’America democratica di Obama per tutelare i propri valori, quando non addirittura la propria esistenza.

Come sottolineato dall’autorevole centro studi polacco PISM -che è autorevole anche e sopratutto perché è polacco, e quindi più capace di comprendere le dinamiche dell’Europa Orientale- lo scopo di Putin nell’avere sollevato la questione linguistica non è tanto il giustificare l’azione militare in Ucraina, bensì il preparare simili provocazioni in Estonia, Lettonia e Lituania: Paesi UE in cui vive una cospicua popolazione russofona.

C’è bisogno di più Obama, Kennedy, Spinelli e Prodi

Sulle dichiarazioni che ho rilasciato a Radio Popolare, e che qui ho riportato in maniera più estesa, avrei potuto scrivere la classica mia nota come Responsabile dei rapporti con l’Ucraina del PD metropolitano milanese.

Non ho ritenuto opportuno farlo per non mettere in imbarazzo il Segretario metropolitano, anche se dall’impegno profuso in prima persona da autorevoli esponenti democratici italiani, in primis dal Vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella, ma anche dagli Europarlamentari Patrizia Toia e David Sassoli, dalla Parlamentare Lia Quartapelle, e dalle dichiarazioni di recente rilasciate dall’ex-Premier Massimo D’Alema, è chiaro che il PD è, come unico Partito nell’arco politico italiano, in prima fila per il rispetto della Democrazia, della Libertà, dei Diritti Umani e della Pace.

In una situazione in cui, in Italia, Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Forza Italia si sono schierati apertamente a difesa dell’aggressione della Russia all’Ucraina, sarebbe opportuno che il nostro Paese, come sostiene il PD, attingesse di più da Obama, Kennedy, Clinton, Spinelli e Prodi, e non da Putin, Grillo, Salvini e Berlusconi, per restituire dignità e slancio internazionale ad un’Unione Europea che, oggi, ha estremo bisogno di aiuto.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Fondazione Filitalia International
Twitter: @MatteoCazzulani

“Caccia all’ucrainofono” e pressione militare: le bugie di Putin sull’Ucraina vengono a galla

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 20, 2014

Gli squadroni militari separatisti del Donbas dichiarano fuorilegge l’uso della lingua ucraina e l’attività dei principali Partiti democratici del Paese. L’Addetto Stampa del Presidente russo conferma la massiccia presenza di reparti dell’esercito russo a pochi chilometri da Donetsk

L’intolleranza e la forza militare sono le armi di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si sta avvalendo per incrementare la tensione politica in Europa Centro-Orientale. Nella giornata di sabato, 19 Aprile, il Capo degli squadroni separatisti della regione del Donbas -ubicata nell’Est dell’Ucraina- Vyacheslav Ponomarev, ha dichiarato aperta la caccia all’ucrainofono, e, dopo avere consolidato il controllo dei Palazzi Governativi occupati già da più di una settimana, ha messo al bando l’attività delle sedi locali dei Partiti di ispirazione democratica UDAR e Batkivshchyna.

Sia la messa al bando dei due Partiti principali impegnati nella campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali -UDAR supporta la corsa del magnate arancione Petro Poroshenko, dato per favorito, mentre Batkivshchyna è la forza partitica dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko- che l’istigazione alla violenza nei confronti di chi padroneggia pubblicamente la lingua ucraina sono atti preoccupanti che violano gli accordi presi di recente a Ginevra tra Stati Uniti d’America, Unione Europea e Russia per assicurare la de-escalation della situazione in Ucraina.

Inoltre, il manipolo di separatisti che ha occupato le sedi dell’Amministrazione Locale, e che ha preteso l’indizione di un referendum per sancire l’annessione del Donbas alla Federazione Russa, è, secondo fonti ben accreditate, composto da agenti militari russi infiltrati in territorio ucraino per destabilizzare la regione facendo leva sulla questione linguistica, similmente a quanto già fatto da Mosca in Crimea.

A testimoniare l’assenza di sostegno politico ai separatisti da parte della popolazione del Donbas -e dunque l’appartenenza all’esercito russo se non di tutti gli appartenenti agli squadroni separatisti almeno di una loro larga parte- è una rilevazione pubblicata, sempre sabato, 19 Aprile, dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv.

Secondo lo studio, circa il 70% degli abitanti delle regioni russofone -ma non russofile- dell’Ucraina si oppone all’annessione dell’Est ucraino alla Federazione Russa, né ritiene che i cittadini ucraini di lingua russa siano mai stati discriminati dal Governo di Kyiv.

A dare manforte ai separatisti nel Donbas è anche la massiccia presenza dell’esercito russo ai confini orientali dell’Ucraina, proprio a pochi chilometri da Donetsk, che, come riportato dall’autorevole Deutsche Welle, è stato confermato dall’Addetto Stampa del Presidente Putin, Dmitry Peskov.

Nello specifico, Peskov ha sottolineato come reparti dell’esercito russo siano stati appositamente dislocati a sostegno delle divisioni già presenti ai confini con l’Ucraina in seguito alle azioni militari dei separatisti nel Donbas.

Le dichiarazioni del rappresentante del Presidente Putin confermano quanto già da tempo rivelato dalla NATO che, sulla base di foto satellitari, ha evidenziato la presenza di 40 Mila oggetti militari russi ai confini dell’Ucraina, pronti ad un’immediata azione militare nel territorio ucraino.

Inoltre, le ammissioni di Peskov seguono quelle fatte dallo stesso Putin giovedì, 17 Aprile, quando il Presidente russo ha dichiarato che l’annessione armata alla Russia della Crimea è stata preceduta dall’occupazione della penisola ucraina da parte di reparti dell’esercito del Cremlino.

Non solo l’Ucraina: a rischio è sopratutto l’Europa

L’assenza di sostegno popolare ai separatisti del Donbas, i dati della rilevazione dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, e la presenza dell’esercito russo ai confini orientali dell’Ucraina sono sempre stati negati dalla propaganda russa che, potendo contare su un vasto sostegno nel Mondo, sopratutto da parte dei Paesi BRICS e da alcuni ambiti di estrema destra ed estrema sinistra in Europa Occidentale, ha propagandato menzogne per presentare gli ucraini come fascisti antisemiti che reprimono i propri concittadini russofoni.

A dare una lettura obiettiva, e preoccupante, dello scopo della propaganda russa è stato il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, che, in un articolo sul Washington Post, ha sottolineato come la Russia sia intenzionata ad impedire in Ucraina l’attuazione delle riforme che il Governo provvisorio ha faticosamente avviato per adattare le strutture politiche ed economiche di Kyiv a quelle delle democrazie dell’Unione Europea.

Ancor più calzante è il parere espresso dal Direttore dell’autorevole Istituto Polacco di Affari Internazionali -PISM- Marcin Zaborowski, che ha sottolineato come a dovere temere le azioni militari di stampo imperialista attuate dalla Russia in Ucraina debbano anche essere Estonia, Lettonia e Lituania: Paesi UE dove vive una consistente minoranza russofona.

A confermare i timori del Direttore del PISM è la registrazione alla Duma russa di un Progetto di Legge che sancisce l’illegalità del dissolvimento dell’URSS: un fatto che, sul piano giuridico, autorizzerebbe Mosca a rivendicare il controllo Paesi baltici e, così, provocare lo smembramento del territorio dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

Ucraina: Obama sostiene la TAP

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 19, 2014

L’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America, per decrementare la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia di Putin, sostiene la realizzazione in tempi brevi del Corridoio Meridionale, progettato per veicolare gas dall’Azerbaijan. Le azioni militari dei russi in Ucraina orientale hanno portato all’aumento dell’interesse USA per l’infrastruttura, e a incentivare in Europa la realizzazione di rigassificatori per importare shale liquefatto statunitense ed LNG da Qatar, Norvegia, Egitto.

Sostegno ad un gasdotto che diversifica le forniture di gas per l’Europa e che riguarda l’Italia molto da vicino. Questo è il primo passo che gli Stati Uniti d’America hanno preso per supportare l’Unione Europea nel diversificare le forniture di gas dalla Russia: una manovra necessaria per diminuire la dipendenza energetica da un Paese, la Federazione Russa, che, come dimostrato in occasione della crisi in Ucraina, troppo spesso si avvale dell’arma energetica come mezzo di coercizione geopolitica volto a realizzare una politica estera di stampo imperialista.

Come riportato dall’autorevole politico.com, l’Amministrazione del Presidente USA, Barack Obama, ha sostenuto la necessità di implementare i lavori per la realizzazione del Corridoio Meridionale UE: fascio di gasdotti progettato per veicolare 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno sfruttati in Azerbaijan dalla Georgia all’Italia.

Nello specifico, il Vicesegretario di Stato per gli Affari Energetici, Amos Hochstein, nella giornata di mercoledì, 16 Aprile, ha rimarcato come l’Amministrazione Obama abbia sempre riposto grandi sforzi nel sostenere la realizzazione di un’infrastruttura, il Corridoio Meridionale, necessaria per garantire all’Europa forniture di gas alternative a quelle della Russia.

Le parole di Hochstein, che ha supportato come gli USA siano maggiormente impegnati nel sostenere il Corridoio Meridionale in seguito all’annessione militare della Crimea alla Russia ed alle azioni militari di Mosca nell’est dell’Ucraina, seguono le dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense, John Kerry, che, durante lo scorso vertice sull’energia USA-UE, ha evidenziato come il gas dall’Azerbaijan sia solo una delle forniture di gas alternative a quella del Cremlino.

Kerry ha infatti invitato l’UE a realizzare al più presto rigassificatori per importare gas liquefatto da Qatar, Norvegia, Egitto ed USA che, con l’avvio dello sfruttamento dello shale -oro blu estratto da rocce argillose poste a bassa profondità- ha incrementato esponenzialmente le esportazioni a prezzo basso.

Un’infrastruttura fondamentale per la sicurezza energetica europea

Il Corridoio Meridionale UE è composto nella sua parte iniziale dal Gasdotto Trans Anatolico -TANAP- progettato per veicolare il gas dell’Azerbaijan dalla Georgia alla Turchia Occidentale. La seconda parte è invece formata dal Gasdotto Trans Adriatico -TAP- che è stato progettato per trasportare il gas azero dalla Grecia all’Italia attraverso l’Albania.

La portata di gas del Corridoio Meridionale di 16 Miliardi di metri cubi di gas all’anno può incrementare con l’avvio dell’importazione di gas anche da Turkmenistan, Iraq del Nord ed Israele.

Inoltre, in aggiunta all’Italia il Corridoio Meridionale UE può raggiungere anche Ungheria, Slovacchia e Polonia attraverso una diramazione della TAP dall’Albania alla Croazia, la Romania attraverso una ramificazione della TAP dalla Grecia in Bulgaria, ed anche la Gran Bretagna attraverso il prolungamento della TAP dall’Italia a Svizzera, Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi.

Sia la TANAP che la TAP, supportate dalla Commissione Europea e dai Governi nazionali di Turchia, Grecia, Italia, Albania, Croazia, Bulgaria e Svizzera, sono compartecipate dal colosso britannico British Petroleum, da quello azero SOCAR, da quello norvegese Statoil, dalla compagnia francese Total, dalla svizzera AXPO, dalla tedesca E.On e dalla belga Fluxys.

Un progetto necessario sostenuto dal PD, ed anche da PSI, Forza Italia ed NCD

Oltre che infrastruttura necessaria per diminuire la dipendenza dell’Europa dal gas della Russia di Putin, la TAP è anche un gasdotto che accresce il ruolo dell’Italia in ambito europeo, facendo del nostro Paese l’hub del carburante azero in UE.

L’approdo della TAP in Italia è stata resa possibile grazie al voto favorevole in Parlamento di PD, Forza Italia, NCD e PSI al progetto di realizzazione del gasdotto in Salento presentato dall’allora Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini.

Malgrado la realizzazione della TAP rafforzi l’economia del nostro Paese, diminuisca il costo della bolletta del gas e crei nuovo posti di lavoro nel settore, M5S, SEL, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno votato contro, rischiando così di fare un assist geopolitico a Putin.

Matteo Cazzulani
Analista di Politiche dell’Europa Centro-Orientale
@MatteoCazzulani

La Polonia aiuta l’Ucraina a diversificare le forniture di gas dalla Russia, mentre Slovacchia ed Ungheria nicchiano

Posted in Guerra del gas, Ukraina by matteocazzulani on April 17, 2014

La compagnia energetica tedesca RWE inizia le esportazioni di carburante russo attraverso i gasdotti polacchi, mentre Kyiv è ancora in trattativa per avvalersi delle infrastrutture slovacche ed ungheresi. La Romania interessata a dare priorità alla Moldova.

A fluire in Ucraina sarà sempre gas russo, ma questa volta importato da ovest a prezzi meno cari sia sul piano economico che politico. Nella giornata di mercoledì, 16 Aprile, la compagnia tedesca RWE ha avviato l’esportazione di gas russo in Ucraina attraverso l’uso inverso dei gasdotti della Polonia in seguito ad un accordo stretto tra la compagnia polacca Gaz-System e quella ucraina Ukrtranshaz.

L’accordo tra le due compagnie che si occupano della gestione dei gasdotti nazionali nei rispettivi Paesi prevede nello specifico l’importazione in Ucraina all’anno di 1,5 Miliardi di metri cubi di gas che la RWE acquista dalla Russia tramite il Nordstream.

Questo gasdotto è stato realizzato da Mosca nel 2012 per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo veicolando 55 miliardi di metri cubi all’anno di oro blu dal territorio russo a quello tedesco, e per dividere al suo interno l’Unione Europea bypassando i Paesi dell’Europa Centro-Orientale -Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania: tutti membri UE.

Oltre alla Polonia, a rifornire di gas l’Ucraina potrebbe essere anche la Slovacchia, su cui però permangono punti aperti nelle trattative legati all’utilizzo inverso dei gasdotti slovacchi.

Da un lato, la parte ucraina vorrebbe avvalersi di quattro infrastrutture energetiche che transitano per la località di Nove Kapusany, capaci di veicolare a Kyiv 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, mentre, dall’altro, la parte slovacca ha proposto l’utilizzo del gasdotto utilizzato per la centrale elettrica di Vojany, che, tuttavia, ha una capacità massima di solo 7 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno.

Il tentennamento della Slovacchia è legato al timore della compagnia Eustream -il più importante gestore del transito del gas russo in Europa- di infrangere clausole contrattuali con il monopolista russo del gas Gazprom: la longa manus del Cremlino in campo energetico che, proprio tramite la Slovacchia, esporta ancora la maggior parte del suo carburante destinato agli acquirenti dell’Europa Occidentale.

Altro Paese UE coinvolto nel progetto di diversificazione delle forniture di gas per l’Ucraina è l’Ungheria, che, tuttavia, ha promesso a Kyiv il transito in senso inverso del gas russo in territorio ucraino di solo 3 Miliardi di metri cubi di oro blu all’anno.

Così come in Slovacchia, l’impasse in Ungheria è dettata dalla pressione politica della Russia, che intrattiene rapporti molto stretti sul piano politico con il Premier ungherese Viktor Orban e che, proprio grazie ad un accordo tra il neo-riconfermato Capo del Governo magiaro e il Presidente russo, Vladimir Putin, finanzia con un credito molto oneroso la realizzazione di una centrale nucleare a Paks.

Altro Paese dell’Europa Centrale che potrebbe dare un forte contributo alla diversificazione delle forniture di gas per l’Ucraina è la Romania, che tuttavia preferisce avvalersi delle esportazioni del gas da lei prodotto per decrementare la dipendenza dalle importazioni di oro blu russo della Moldova: Paese a cui è maggiormente legata per ragioni storiche, culturali ed economiche.

L’Europa unita può ricomparire un ruolo fondamentale

La diversificazione delle forniture di gas per l’Ucraina è fondamentale per garantire a Kyiv di diminuire la dipendenza dal gas russo, di cui Mosca si avvale come mezzo di coercizione geopolitica per imporre la propria influenza su Stati terzi indipendenti e sovrani, anche membri UE, come Ucraina e Paesi Baltici.

Tuttavia, l’importazione di gas russo da ovest potrebbe non bastare per l’Ucraina, in quanto la somma delle quantità di carburante promesse da Polonia, Slovacchia ed Ungheria sono ben lontane dai 30 Miliardi di metri cubi all’anno di cui Kyiv necessita per soddisfare il proprio fabbisogno.

Per questo, è necessario da un lato che a prendere le redini della situazione sia l’Europa, con l’integrazione immediata dell’Ucraina nel costituendo mercato unico UE dell’Energia, che va realizzato a breve per mettere in comunicazione i gasdotti di tutto il continente e garantire così ai Paesi membri forniture diversificate in grado di non lasciare a secco nessuno Stato dell’UE.

Dall’altro, è necessaria per l’Ucraina la realizzazione di un rigassificatore per importare gas liquefatto da Qatar, Egitto, Norvegia e Stati Uniti d’America, che già si sono detti interessati ad avviare esportazioni di LNG a prezzi bassi per aiutare l’Europa a decrementare la dipendenza energetica e politica dalla Russia di Putin.

Matteo Cazzulani

Penetrazione militare e propaganda: ecco come Putin destabilizza l’Ucraina

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 16, 2014

Come confermato da fonti e dossier ben autorevoli, i separatisti russi armati che hanno preso possesso delle sedi della Amministrazioni Locali a Donetsk, Lugansk, Slovyansk, Kramatorsk, Chervomoarmiysk e Druzhkova sono stati da tempo addestrati ed armati da Mosca. I dati OSCE sbugiardano anche il presunto timore di ripercussioni sulle popolazioni russofone ucraine da parte del Governo di Kyiv

Prima la Crimea, poi l’est dell’Ucraina, ed il Governo ucraino questa volta è costretto all’extrema ratio per vedere riconosciuta la propria integrità territoriale garantita da Accordi Internazionali che la Russia di Putin continua a mettere a serio repentaglio. Nella giornata di lunedì, 14 Aprile, il Presidente ad interim ucraino, Oleksandr Turchynov, nella qualità di Capo Supremo delle forze armate dell’Ucraina, ha autorizzato un’intervento mirato a riprendere il possesso delle Amministrazioni Locali di alcune città dell’est del Paese -Donetsk, Luhansk, Slovyansk, Kramatorsk, Chervonoarmiysk e Druzhkova- occupate con le armi da sedicenti militanti filorussi dallo scorso 12 Aprile.

La reazione alle occupazioni dei separatisti filorussi, che, dopo avere proclamato l’indipendenza delle Regioni dell’est dell’Ucraina, hanno espresso la volontà di indire un referendum per entrare nella Federazione Russa, è legittima e necessaria per permettere a Kyiv di rispondere, con l’unico mezzo rimasto a sua disposizione, ad un preciso piano di Putin, volto ad inasprire la destabilizzazione politica dell’Ucraina provocata dopo l’annessione militare della Crimea.

A testimoniare la natura premeditata dell’occupazione delle Amministrazioni Locali dell’est dell’Ucraina da parte dei separatisti filorussi è la pianificazione di identiche azioni paramilitari realizzate nelle città dell’est dell’Ucraina, con una cadenza temporanea dalla precisione quasi svizzera: oltre agli edifici del Potere locale, ad essere occupate sono state anche strade, svincoli stradali, aeroporti locali. In molti casi i separatisti filorussi, dopo avere aperto il fuoco, hanno provocato feriti e detenuto in prigionia alcuni esponenti dell’Esercito ucraino.

Un’aurea di sospetto è legata anche alla natura dei separatisti filorussi. Come riportano diverse fonti ben accreditate, si tratta di uomini che indossano uniformi riconducibili all’esercito russo visibilmente private delle insegne, con tanto di nastro di colore nero e arancione utilizzato dagli sciovinisti russi per ricordare le vittorie dell’Armata Rossa come pretesto per legittimare l’egemonia della Russia di Putin in Europa Orientale.

I separatisti russi, tra i quali si sarebbero infiltrati anche reparti dell’esercito regolare russo, portano armi russe di categoria AK-74s e Dragunov, e, sempre secondo quanto riportato da rapporti di intelligence, sono stati addestrati a Kharkiv e Donetsk nella prima settimana di Aprile da ufficiali delle Forze Speciali russe GRU.

Oltre all’addestramento militare per occupare militarmente i Palazzi del Potere locale, sempre come confermato da diverse fonti molto accreditate, reparti dei Servizi Segreti della Federazione Russa hanno fornito ai separatisti, e continuano a fornire, dettagliate istruzioni su come organizzare azioni di destabilizzazione politica in Ucraina orientale, anche sul piano mediatico ed informativo, proprio come fatto in Crimea per giustificare l’intervento armato dell’Esercito russo e la successiva annessione della penisola ucraina alla Russia.

A dare manforte all’azione di Putin in Ucraina orientale è anche e sopratutto un’attenta campagna mediatica di disinformazione, che mira da un lato a presentare gli ucraini come aggressori estremisti posti in attiva luce, e, dall’altro, a giustificare le azioni dei separatisti per realizzare la volontà della popolazione locale.

La prima delle menzogne della propaganda putiniana è la presentazione di un’Ucraina orientale sull’orlo di una Guerra Civile per via dell’ampio consenso goduto dai separatisti filorussi tra la popolazione. Niente di più falso, dal momento in cui una rilevazione dell’IRI -consultabile al seguente link http://www.iri.org/sites/default/files/2014%20April%205%20IRI%20Public%20Opinion%20Survey%20of%20Ukraine%2C%20March%2014-26%2C%202014.pdf – confermata dall’OSCE, dimostra come il 67% degli abitanti delle regioni orientali sia contrario all’annessione delle regioni ucraine dell’est nella Federazione Russa.

Questo dato è confermato dallo sparuto numero dei componenti degli squadroni separatisti che hanno occupato gli uffici delle Amministrazioni Locali dell’Ucraina orientale, galvanizzati dal prendere l’iniziativa dalla massiccia presenza dell’esercito russo ai confini orientali del Paese.

Inoltre, anche le manifestazioni di sostegno a Putin avvenute nell’est del Paese sono state di gran lunga inferiori per partecipazione e durata rispetto a quelle sul Maydan per la democrazia e la libertà in Ucraina contro il regime dell’ex-Presidente Viktor Yanukovych.

La seconda menzogna della propaganda putiniana è legata alla presunta discriminazione che la popolazione russofona in Ucraina soffrirebbe da parte del Governo ucraino, che, secondo Mosca, autorizzerebbe l’intervento armato della Federazione Russa nelle Regioni orientali ucraine -russofone ma non russofile- così come già avvenuto in Crimea.

Sempre secondo i dati OSCE, la popolazione russofona in Ucraina non solo non ha mai denunciato discriminazioni di alcun tipo, ma ha persino dichiarato di sentirsi maggiormente tutelata dalle Autorità di Kyiv piuttosto che da quelle di Mosca.

Inoltre, anche altre minoranze nazionali presenti sul territorio ucraino, come cechi, tatari, ungheresi, italiani, tedeschi ed ebrei, hanno confermato di sentirsi ampiamente tutelati dal Governo dell’Ucraina, mentre gli unici timori di discriminazione sono stati sollevati dalle minoranze linguistiche ucraine, tatare ed italiane in Crimea che, dopo essere passate sotto la giurisdizione della Federazione Russa, temono di vedere terminare la piena coesistenza pacifica con la maggioranza russa che, finora, lo Stato di Ucraina ha loro garantito.

La terza menzogna è legata all’assenza di misure di pressione economica da parte della Russia nei confronti dell’Ucraina. Al contrario di quanto dichiarato da Putin, la Federazione Russa ha incrementato il prezzo del gas venduto a Kyiv dell’80% in sole due settimane, ed ha preteso il pagamento di un debito di 11 miliardi di Dollari provocato dalla decisione di Mosca di invalidare, in maniera unilaterale, gli Accordi di Kharkiv -con cui, in cambio di uno sconto misero sul gas, l’ex-Presidente Yanukovych ha concesso il prolungamento dello stazionamento della Flotta Russa del Mar Nero nel porto di Sebastopoli fino al 2037.

Inoltre, la Russia ha bloccato le importazioni di beni di consumo dall’Ucraina: una misura che colpisce gravemente l’economia ucraina, che dipende fortemente dalle esportazioni a Mosca.

Mosca risuscita l’URSS per attaccare l’Europa

La presenza di una fitta rete di propaganda accuratamente preparata ed oleata da Putin dimostra quanto la Russia sia intenzionata a portare avanti il conflitto ucraino per destabilizzare l’intera Regione dell’Europa Orientale.

Sulla medesima frequenza è la registrazione alla Duma di un Progetto di Legge che revoca lo scioglimento dell’URSS: una questione che riconsidera le basi giuridiche dei rapporti politici non solo tra Mosca e Kyiv, ma anche tra la Federazione Russa e i Paesi ex-URSS dell’Unione Europea, come Estonia, Lettonia e Lituania.

In questi Stati, guarda caso, la Russia ha recentemente realizzato sondaggi per soppesare il grado di attaccamento alla politica del Cremlino delle minoranze russofone in territorio estone, lettone e lituano. Minoranze che, così come i russi di Crimea, i Governi di Tallinn, Riga e Vilna, concordemente con la legislazione UE, non hanno mai discriminato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

Putin scende in campo alle Europee. Con Le Pen, Salvini, Jobbik ed Alba Dorata

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on April 12, 2014

Secondo l’autorevole centro studi ungherese Political Capital Policy Research and Consulting Institute, per destabilizzare l’Unione Europea ed estendere l’influenza russa in Europa, il Presidente russo, oltre che della forza militare e del gas, si avvale anche di una coalizione di Partiti di estrema destra ed euroscettici in grado di ottenere ampi consensi. La dottrina del conservatorismo post-sovietico e l’odio per l’immigrazione e gli Stati Uniti d’America tra le motivazioni che spingono movimenti europei ad abbracciare lo zar del gas come loro riferimento

Una grande famiglia elettorale europea per ottenere un buon risultato sull’onda dell’euroscetticismo e minare dall’interno il funzionamento di un’Unione Europea che, come dimostrato dal caso ucraino, se agisce unita e con una voce sola è ancora in grado di dare forza allo sviluppo della Democrazia e della Libertà nel Mondo. Questa, secondo quanto riportato da uno studio del Marzo 2014 dell’autorevole centro studi ungherese Political Capital Policy Research and Consulting Institute, è la strategia elettorale per le prossime Elezioni Europee del Presidente russo, Vladimir Putin.

Come riportato dal documento -visualizzabile al seguente link http://www.riskandforecast.com/useruploads/files/pc_flash_report_russian_connection.pdf – Putin avrebbe deciso di estendere l’influenza della Russia in Europa non solo con la forza militare e con il gas, come finora fatto rispettivamente con l’Ucraina e con i Paesi dell’UE, ma anche con la presenza di una coalizione elettorale a lui fedele in grado di influenzare le decisioni politiche delle Istituzioni europee e, se possibile, rallentare la già fin troppo farraginosa macchina decisionale dell’Europa unita.

Il sostegno dato da Putin a questo partiti sarebbe, più che di natura economica, di carattere logistico, con la fornitura di un know how e di una copertura mediatica che, aggiunta all’assistenza data a questi soggetti partitici da Mosca, porta al compattarsi di questa coalizione a partire da elementi di carattere ideologico e propagandistico che, in un’Europa fortemente in crisi, fanno breccia sull’elettorato poco colto ed incolto.

Nella rete della coalizione putiniana in Europa sono presenti sopratutto Partiti di estrema destra e movimenti euroscettici che, con la critica aspra all’Europa basata sul sentore della pancia della gente più che su valide e fondate argomentazioni, da un lato minano a racimolare consensi e, dall’altro, sviluppano un pensiero di netta opposizione non solo all’UE, ma a tutta la civiltà occidentale nel suo complesso, a cui contrappongono la Russia di Putin come nuovo punto di riferimento geopolitico.

Dichiarazioni in tale direzione sono state effettuate, ad esempio, dal Capo del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, che ha invitato a superare l’UE della burocrazia e delle tasse con l’Unione Pan-Europea che, oltre agli Stati Nazionali europei, comprenda anche Svizzera e Russia, chiudendo le porte alla Turchia.

Tra i principali esponenti della coalizione putiniana lo studio annovera anche il Segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, che ha dichiarato come la Russia sia il futuro e come il Carroccio miri a cementare le relazioni con la Federazione Russa.

Su posizioni marcatamente filorusse ci sono anche i greci di Alba Dorata, che, come dichiarato dal loro Capo, Nikolaos Michaloliakos, propongono una stretta coalizione con Mosca destinata a dominare l’Europa, in quanto la Grecia è ritenuta superpotenza del mare, mentre la Russia e la superpotenza della terra.

A distinguersi per posizioni filo putiniane è anche il movimento di estrema destra ungherese Jobbik che, forte del 20% ottenuto nelle ultime elezioni ungheresi, ritiene necessario costruire un’Unione Euro-Asiatica che valorizzi il ruolo dei popoli e delle regioni, che che veda l’Ungheria esercitare la funzione di ponte tra Europa e Russia.

Oltre al Partito Nazionale Britannico, che ha dichiarato che le elezioni politiche russe sono più corrette di quelle che si attuano in Europa, della coalizione filo putiniana che partecipa alle prossime Elezioni Europee fanno parte anche il Partito della Libertà olandese, la FPO austriaca, i Democratici Svedesi e l’Interesse Fiammingo.

Oltre che tattica, la decisione di Putin di formare una coalizione in suo supporto per le prossime Elezioni Europee è motivata anche dalla dottrina dell’Eurasismo: un preciso progetto ideologico, con cui il Presidente russo si è presentato agli elettori durante le elezioni Presidenziali del 2012, che prevede la costituzione di una superpotenza russa che compatta sotto la sua egida i Paesi dell’Europa, considerata una propaggine della Grande Russa.

Questa dottrina, ribattezzata Conservatorismo post-sovietico, è pienamente accolta dai Partiti di estrema destra europei per contestare l’UE. Non a caso, i Partiti in questione hanno sostenuto i dittatori ucraini, bielorussi e siriani Yanukovych, Lukashenka ed Assad, hanno condannato l’intervento umanitario della NATO in Kosovo, propagano odio verso la Turchia, gli immigrati e il riconoscimento delle coppie di fatto sia etero che omosessuali, attingendo non poco dall’antiamericanismo latente ben radicato in molti dei Paesi dell’Unione, Francia e Italia in primis.

Questi Partiti nulla hanno detto, e semmai hanno persino negato, in merito alle violazioni dei Diritti Umani perpetrate dalla Russia di Putin in Cecenia e in altri teatri geopolitici, né hanno mai condannato la sistematica repressione della Libertà di Stampa, di Parola, di Associazione e di Pensiero, con tanto di arresti ed omicidi di attivisti politici e giornalisti.

Un preciso monito per le prossime Elezioni: salvare la Democrazia e la Libertà

Il rafforzamento della coalizione putiniana, che ha avuto sostenitori, per lo meno sul piano economico, anche da casi singoli appartenenti ad altre famiglie politiche -basti pensare al sostegno a Putin dato da Orban, Berlusconi, Schroder e Tsipras- crea un forte punto di preoccupazione per il mantenimento non solo dell’Unione Europea, ma della civiltà europea in generale.

Per evitare il ritorno ad un medioevo politico, in cui l’odio per il diverso e l’assenza di democrazia regolano la Cosa Pubblica, è auspicabile che ad ottenere il maggior numero di consensi siano quelle forze politiche europee che sostengono un rafforzamento politico dell’UE, in quanto è solo con l’Europa che i Paesi dell’Unione possono uscire dalla crisi.

Gli elettori europei su questo avranno due opzioni ben precise: sostenere chi propone una maggiore attenzione al sociale e al lavoro, oppure chi continua a dare appoggio al rigore finanziario -nello specifico, rispettivamente PSE e PPE- ma senza mai mettere in discussione i valori che l’Europa è stata in grado di garantire per un secolo circa in un continente devastato da secoli di odi e divisioni: Pace, Democrazia, Libertà, Diritti Umani e Civili.

Matteo Cazzulani
Analista politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani