LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Ucraina: Putin apre il fronte anche in Transnistria

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 10, 2014

Il riarmo delle forze militari russe nella regione separatista della Moldova, al confine col territorio ucraino, porta all’interruzione delle trattative per la normalizzazione dei rapporti tra Tiraspol e Chisinau. Considerevole l’attività dell’esercito di Mosca anche ai confini delle Regioni orientali dell’Ucraina, dove separatisti foraggiati dal Cremlino hanno occupato gli edifici dell’Amministrazione Locale.

La pressione militare in Moldova, il gas e la il separatismo violento in Ucraina. Queste sono le due armi di cui si sta avvalendo il Presidente russo, Vladimir Putin, per destabilizzare politicamente Moldova ed Ucraina e, così, imporre una volta per tutte l’influenza della Federazione Russa sui due Paesi dell’Europa Orientale che, di recente, hanno integrato i loro mercati in quello comune dell’Unione Europea con la firma dell’Accordo di Associazione.

Nella giornata di mercoledì, 9 Aprile, le Autorità della Transnistria -Regione separatista della Moldova sostenuta politicamente da Mosca in cui stazionano reparti dell’esercito russo- hanno sospeso la partecipazione al Tavolo delle Trattative internazionale per la normalizzazione delle relazioni con la Moldova, in segno di protesta per l’approvazione di sanzioni da parte del Governo moldavo e per il blocco della frontiera da parte di quello ucraino.

Come riportato dal Kommersant”, la decisione di non partecipare al Tavolo delle Trattative -a cui, oltre alla Transnistria, prendono parte anche Ucraina, Moldova, Russia, Stati Uniti d’America e UE- è stata presa dopo che la Russia ha ripristinato esercitazioni militari che hanno coinvolto forze d’assalto utilizzabili per un attacco militare a Paesi vicini alla Transnistria, come, per l’appunto, Moldova ed Ucraina.

Proprio l’Ucraina, più che la Moldova, sembra essere il vero obiettivo della pressione militare di Putin in Transnistria, sopratutto dopo che, nelle Regioni orientali del Paese -russofone ma non russofile- manipoli di separatisti, che secondo fonti ben informate sono stati addestrati e foraggiati da Mosca, hanno occupato gli edifici dell’Amministrazione Locale di Donetsk e Luhansk, ed hanno dichiarato la nascita di Repubbliche autonome intenzionate ad aderire alla Federazione Russa.

A dare manforte ai separatisti del Donbas e di Luhansk è sopratutto la presenza di folti reparti dell’esercito russo a pochi chilometri dalla frontiera ucraina che, negli scorsi giorni, similmente a quanto fatto in Transnistria hanno avviato esercitazioni e manovre che, secondo l’opinione di autorevoli militaristi, lasciano presupporre la preparazione ad un intervento militare.

Kyiv resta senza il gas russo

Oltre alla pressione militare, la Russia ha incrementato in Ucraina anche quella energetica quando, sempre mercoledì, 9 Aprile, il Premier russo, Dmitry Medvedev, ha ventilato l’ipotesi di richiedere il pagamento anticipato per le forniture di gas al Governo ucraino.

La richiesta, congelata -ma non respinta- dal Presidente Putin, segue la decisione del monopolista statale russo del gas, Gazprom, di incrementare il tariffario per le esportazioni in Ucraina da 268,5 Dollari per mille metri cubi di oro blu a 485,5 Dollari per mille metri cubi: un prezzo ben superiore sia alla quota di mercato che alla bolletta imposta dalla Russia ai Paesi UE.

Pronta è stata la riposta del ministro dell’Energia ucraino, Yuri Prodan, che, a poche ore di distanza, ha dichiarato l’interruzione dell’importazione di gas dalla Russia a causa dell’impossibilita di raggiungere un accordo con Mosca sul rinnovo del contratto, ed ha denunciato l’incremento delle tariffe richiesto dalla Federazione Russa come politicamente motivato.

Infatti, l’incremento del prezzo del gas per l’Ucraina è stato richiesto dalla Russia in seguito all’annessione militare della Crimea alla Federazione Russa: un fatto che ha invalidato gli Accordi di Kharkiv.

Questi Accordi, firmati dall’ex-Presidente ucraino Viktor Yanukovych nel Maggio 2010, garantivano a Kyiv uno sconto sulle tariffe per l’importazione di oro blu dalla Russia in cambio del prolungamento dello stazionamento della Flotta Russa del Mar Nero nel porto ucraino di Sebastopoli.

Matteo Cazzulani

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SOCHI: PUTIN OCCUPA PARTE DELLA GEORGIA E PREPARA L’OFFENSIVA IN UCRAINA

Posted in Russia by matteocazzulani on February 6, 2014

La Russia occupa 11 chilometri del territorio georgiano per questioni di sicurezza inerenti alle Olimpiadi Invernali, ma la mossa vuole bloccare le forniture di gas dell’Azerbaijan dirette in Unione Europea. Mosca pronta a supportare la federalizzazione dell’Ucraina per separare il Paese ed annettere le regioni orientali nell’Unione Doganale Eurasiatica.

Undici chilometri che limitano la sovranità territoriale di un Paese indipendente e che mettono a serio repentaglio la sicurezza energetica dell’Europa. Nella giornata di martedì, 5 Febbraio, la Federazione Russa ha dichiarato di avere occupato 11 chilometri del territorio della Georgia per garantire il controllo dei dintorni di Sochi, la sede delle Olimpiadi Invernali che i principali Capi di Stato del Mondo libero occidentale -dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, a quello tedesco, Joachim Gauck fino al Capo di Stato francese Francois Hollande- hanno deciso di boicottare per protestare contro le violazioni dei Diritti Umani da parte del Presidente della Russia, Vladimir Putin.

Il territorio occupato riapre una crisi politica tra Russia e Georgia, in quanto esso appartiene all’Abkhazia: regione georgiana strappata da Mosca dopo l’aggressione militare dell’Agosto 2008, alla quale è seguita una fase di stallo che ancora vede l’esercito russo infrangere la sovranità territoriale di Tbilisi.

Oltre che una dimostrazione di forza nei confronti della Georgia, Mosca intende avvicinare la propria frontiera all’area in cui transita il Gasdotto del Caucaso Sud Orientale: infrastruttura che veicola il gas proveniente dall’Azerbaijan in Turchia da cui si rifornirà il Gasdotto Trans Adriatico -TAP, progettato dall’Unione Europea per diversificare le forniture di oro blu veicolando carburante azero in Italia attraverso Grecia ed Albania.

Simile offensiva nei confronti dell’Europa è quella che la Russia sta preparando in Ucraina, dove, come dichiarato in un’intervista al Kommersant” dal Consigliere principale del Presidente Putin, Sergey Glazyev, Mosca sostiene la federalizzazione del Paese sul modello della Groenlandia, con la concessione di poteri di politica fiscale, monetaria ed estera alle singole regioni.

La proposta federalista della Russia, come dichiarato da Glazyev, permette alla parte occidentale dell’Ucraina di entrare nell’UE, mentre le regioni orientali potrebbero aderire all’Unione Doganale Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale progettato da Mosca per estendere l’influenza della Federazione Russa nel Mondo ex-sovietico e, come dichiarato a più riprese dallo stesso Putin, contrastare l’UE nella competizione economica mondiale.

Se realizzata, la teoria federalista comporterebbe un danno enorme per l’UE, che si ritroverebbe a dovere integrare la parte occidentale dell’Ucraina economicamente più povera, anche se culturalmente più ricca, mentre la Russia di Putin prenderebbe possesso della zona più industrializzata.

Inoltre, il venir meno di un’Ucraina indipendente e unita pone a serio repentaglio la sicurezza di tutta l’UE, in quanto la Russia di Putin si sentirebbe legittimata pretendere la polverizzazione della sovranità anche di altri Paesi dell’ex-blocco sovietico per rafforzare la sua presenza nel Mondo ex-URSS ed incrementare la pressione politica ed economica su Bruxelles, continuando ad avvalersi del gas come strumento geopolitico -come finora, del resto, Mosca ha sempre fatto.

Yanukovych affida il Premierato ad Arbuzov

A proposito dell’Ucraina, continua la chiusura del Presidente, Viktor Yanukovych, alle richieste di discontinuità da parte dell’opposizione, che si sono fatte più pressanti dopo l’uccisione di almeno sette dimostranti da parte della polizia di regime Berkut e l’arresto di diverse centinaia di altri dissidenti.

Con un decreto urgente, il Presidente Yanukovych ha cambiato alcuni articoli della Costituzione per permettere al Premier ad Interim da lui nominato, Serhiy Arbuzov, e ai Ministri dimissionari -tra cui il titolare del Dicastero degli Interni, Vitaly Zakharchenko, la persona che ha autorizzato la polizia a sparare sui manifestanti dell’opposizione in diverse occasioni- di esercitare a pieno titolo le funzioni di Governo.

La mossa di Yanukovych contrasta con le richieste della Comunità Internazionale, che ha posto come condizione necessaria per evitare l’inasprirsi della crisi la formazione di un Governo tecnico di unità nazionale, incaricato di restituire al Parlamento i poteri ad esso sottratti dal Presidente ucraino nel 2010, e di organizzare nuove Elezioni libere e regolari.

Infine, la concessione ad Arbuzov del Premierato non crea alcuna discontinuità con il passato, quando la carica di Premier è stata ricoperta finora da Mykola Azarov: il braccio destro di Yanukovych che si è sempre dimostrato pronto a realizzare le direttive imposte dal Presidente.

Matteo Cazzulani

SHALE: LA RUSSIA INTERESSATA ALL’ARGENTINA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 6, 2013

Il monopolista statale russo del gas, Gazprom, vicino al controllo delle azioni sul gas argentino della compagnia tedesca Wintershall. I buoni rapporti tra Putin e la Kirchner a corredo dell’accordo

Favorevole in America Latina, contrario in Europa. Questa è la versione presentata dal giornale russo Kommersant” in merito alla posizione del monopolista statale della Russia del gas, Gazprom, sullo shale gas.

Secondo la fonte, Gazprom ha avviato trattative con la compagna tedesca Wintershall per l’acquisizione di progetti in Argentina per lo sfruttamento dello shale.

Nello specifico, l’operazione consiste nello scambio di azioni tra Gazprom e Wintershall in 15 progetti energetici in diverse aree del Mondo, e la compartecipazione in alcune compagnie energetiche attive in Europa, come Wingas, WIEH e WIEE.

L’interesse di Gazprom per lo shale argentino è una notizia, dal momento in cui il monopolista statale russo del gas si è sempre opposto allo sfruttamento dell’oro blu non convenzionale in Europa.

Gazprom, che è emanazione diretta del Cremlino, teme che l’avvio dello sfruttamento di shale decrementi il monopolio che, oggi, la Russia mantiene nel mercato energetico europeo.

A favorire l’intesa tra Gazprom e l’Argentina è l’accordo stretto tra la Presidente argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, e il Capo di Stato russo, Vladimir Putin, nel 2012.

Kirchner e Putin hanno stabilito la cooperazione bilaterale per la realizzazione di gas liquefatto tra Gazprom e il monopolista statale argentino YPF.

Secondo le rilevazioni EIA, l’Argentina, con 802 Trilioni di Piedi Cubi, è il terzo Paese al Mondo per riserve di gas shale, dopo USA e Cina, che possiedono rispettivamente 1161 e 1115 Trilioni di Piedi Cubi.

Dopo la nazionalizzazione forzata della YPF, attuata per concedere al monopolista nazionale il controllo unico sulle risorse energetiche argentine, la Presidente Kirchner ha concesso al colosso statunitense Chevron il permesso di sfruttare il giacimento di shale Vaca Muerta, uno dei più capienti al Mondo.

Una manovra contro gli USA di Obama

L’interesse della Russia all’Argentina, se confermato, rientra in una strategia globale tesa a contrastare il predominio degli Stati Uniti d’America che, con l’avvio dello sfruttamento dello shale, hanno incrementato sensibilmente la produzione interna di gas.

Gli USA hanno anche avviato le esportazioni di shale in India e Gran Bretagna, hanno firmato pre-accordi per le forniture in Corea del Sud, Taiwan, Singapore, ed hanno riscosso l’interesse ad importare gas non convenzionale di Spagna, Polonia, Lituania ed Italia.

Come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, lo shale è inoltre necessario per ridurre le emissioni inquinanti, e contribuire concretamente alla lotta mondiale al Global Warming.

Matteo Cazzulani

GAS: LA RUSSIA AGISCE SU DUE FRONTI PARALLELI

Posted in Guerra del gas, Russia by matteocazzulani on March 19, 2013

Il Ministro dell’Energia russo, Alexandr Novak, presenta il piano di espansione di Mosca in Asia mediante l’oro blu liquefatto. in Europa, il Cremlino punta sul controllo dei gasdotti

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Cambiano gli equilibri mondiali e con essi anche la strategia energetica della Russia, che guarda ora ad Est con il gas liquefatto, e ad Ovest con i gasdotti. Nella giornata di lunedì, 18 Marzo, il Ministro dell’Energia russo, Alexandr Novak, ha dichiarato la volontà da parte della Russia di implementare l’esportazione di gas liquefatto verso l’Asia: continente divenuto centrale nella politica economica globale, ad oggi sprovvisto di gasdotti che permettono l’esportazione di carburante dalla federazione Russa.

Il Ministro Novak ha inoltre aggiunto che l’implementazione delle esportazioni di gas liquefatto prevede la liberalizzazione del settore, ad oggi controllato dal monopolista statale dell’oro blu, Gazprom.

Oltre alla seconda compagnia del gas russa, Novatek, in corsa per la conquista del mercato asiatico c’è anche il monopolista statale del greggio, Rosneft: prima Oil Company che, di recente, ha avviato una stretta cooperazione con enti sudcoreani e giapponesi.

Ad oggi, la Russia ha relazioni difficili con i Paesi del Continente asiatico. Oltre alla partnership con il Giappone, e a rapporti stretti con il Vietnam, Mosca sta cercando di avviare una collaborazione con la Cina mediante la firma di un accordo già preparato per incrementare le esportazioni di oro blu siberiano in territorio cinese.

L’attenzione rivolta dalla Russia all’Asia è dettata dal crescente ruolo ottenuto nel Continente dagli Stati Uniti d’America che, con l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti domestici di shale – gas presente in rocce porose poste a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi adoperate solo in Nordamerica- hanno rafforzato la presenza in India, Corea del Sud, Singapore, ed Indonesia.

Differentemente che ad Est, ad Ovest la Russia si avvale dei gasdotti per contrastare un altro concorrente di Mosca nel mercato globale: l’Unione Europea.

Come riportato al Baltic Course dal Ministro degli Esteri britannico, William Hague, all’ordine del giorno dell’incontro tra i capi della diplomazia ed i titolari dei dicasteri della difesa di Gran Bretagna e Russia è in programma il prolungamento in Inghilterra del Nordstream.

Questo gasdotto è stato realizzato dalla Russia sul fondale del Mar Baltico per veicolare 55 Miliardi di metri cubi di gas all’anno dalle coste russe direttamente alla Germania, e, così, bypassare Polonia, Paesi Baltici e il resto degli Stati dell’Europa Centrale.

Offensiva russa all’Ucraina

Di recente, il giornale russo Kommersant” ha riportato un’indiscrezione secondo cui la Russia sarebbe anche pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di un consorzio per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kyiv, ma de facto controllato al Cremlino.

L’operazione è una soluzione che la Russia ha proposto all’Ucraina in cambio di uno sconto sulle tariffe per il gas, che, ad oggi, impegnano Kyiv a pagare a Mosca 260 Dollari per mille metri cubi di oro blu.

Il controllo del Cremlino sui gasdotti ucraini, quasi certo in virtù dell’estrema necessità di Kyiv di ridurre le tariffe per il 90% del gas importato, ha conseguenze serie per l’Unione Europea, in quanto Mosca potrebbe controllare l’intero sistema di distribuzione del gas senza più la presenza di Stati indipendenti tra Russia e UE.

Lo scenario comporterebbe ad un’Unione Europea ancora priva di una comune politica energetica ed estera, e dipendente dal gas russo per il 40% del suo fabbisogno, l’esposizione diretta alle condizioni dettate dalla Russia, senza potere più contare su Stati intermediari obbligati, per contratto, a garantire il flusso di oro blu in Europa, come finora è stata l’Ucraina.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA A UN PASSO DALL’INTEGRAZIONE DELL’UCRAINA NELL’UNIONE DOGANALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 6, 2013

Il Presidente russo, Vladimir Putin, invita il Capo di Stato ucraino, Viktor Yanukovych, ad integrare l’economia dei due Paesi nell’ambito dell’Unione Eurasiatica con Bielorussia e Kazakhstan. Il gas la vera questione di fondo che potrebbe condannare Kyiv tra le braccia di Mosca.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Un silenzio assordante su un vertice che ha forse definito una volta per tutte il posizionamento geopolitico dell’Ucraina. Nella giornata di martedì, 5 Marzo, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha incontrato il Capo di Stato ucraino, Viktor Yanukovych nella tenuta di Zavidovo: centro a 100 chilometri da Mosca, già meta preferite dal dittatore sovietico, Leonid Brezhnev.

Putin e Yanukovych hanno affrontato la questione dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Doganale: progetto di integrazione eurasiatica concepito dalla Russia sul modello dell’Unione Europea per sancire l’egemonia politica ed economica di Mosca nello spazio ex-Sovietico.

Putin ha invitato Yanukovych a prendere una decisione definitiva in favore dell’ingresso di Kyiv nel progetto, evidenziando come, in caso di cooperazione stretta in ambito economico con Russia, Bielorussia e Kazakhstan -i tre Paesi che finora hanno aderito all’Unione Doganale- l’economia dell’Ucraina possa crescere notevolmente.

Sull’esito dell’incontro è stato emanato solo un comunicato da parte del Cremlino, ma ancora nessun commento ufficiale è stato rilasciato dall’Amministrazione Presidenziale ucraina. Secondo indiscrezioni, Putin e Yanukovych avrebbero anche programmato relazioni più strette tra Mosca e Kyiv in ambito nucleare e dell’aviazione.

Oltre che il lato commerciale, la vera motivazione con cui la Russia sta cercando di convincere l’Ucraina ad entrare nell’Unione Eurasiatica è il gas.

Il monopolista statale russo, Gazprom, non mai voluto concedere gli sconti richiesti dalla parte ucraina per le forniture di oro blu utilizzato da Kyiv per soddisfare il 90% del fabbisogno energetico nazionale.

Il diniego alla richiesta di sconto da parte della Russia ha portato Yanukovych ad incaricare il Governo ucraino di diminuire la quantità di gas importata da Gazprom al minimo contrattuale, ha disposto l’incremento dell’uso di carbone e gasolio, ed ha stretto un accordo trimestrale per il trasporto in Ucraina di oro blu russo dalla Germania attraverso i gasdotti della Polonia.

La complicata strategia messa a punto da Yanukovych per diversificare in poco tempo le forniture di gas dalla Russia non ha avuto effetto, complice anche il blocco della costruzione del rigassificatore di Odessa a causa dell’incidente diplomatico provocato da Kyiv con la compagnia spagnola Natural Gas Endesa -il  Governo ucraino ha firmato i contratti con un misterioso emissario non autorizzato dalla compagnia iberica, che per questo ha abbandonato la partnership con l’Ucraina.

Favorito dalla goffaggine ucraina, Putin ha avuto buon gioco a porre l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Doganale come condicio sine qua non per la concessione di sconti sulle forniture di oro blu.

Sempre in cambio dello sconto sulle forniture di gas, Mosca ha inoltre richiesto a Kyiv la cessione della gestione dei gasdotti ucraini, su cui da tempo la Russia ha posato il suo sguardo.

Questa mossa geopolitica assicura il controllo totale da parte del Cremlino sui gasdotti che veicolano il gas dalla Russia all’Unione Europea, e concede a Gazprom uno sconfinato potere contrattuale nei confronti dell’UE -che dipende dalle forniture di Mosca per il 40% del fabbisogno continentale.

Proprio l’Unione Europea, anche se passivamente, ha ricoperto un ruolo fondamentale nell’avvicinamento dell’Ucraina di Yanukovych alla Russia di Putin con la rinuncia nel 2011 alla firma con Kyiv dell’accordo di Associazione: documento -anticamera di un’integrazione politica- che avrebbe integrato l’economia ucraina nel mercato unico del Vecchio Continente.

La motivazione del no di Bruxelles alla firma dell’Accordo di Associazione è dettata dal regresso democratico impresso da Yanukovych in Ucraina, con l’arresto politico di una decina di esponenti dell’Opposizione Democratica ‘arancione’ -tra cui l’ex-Primo Ministro, Yulia Tymoshenko- pressioni su giornalisti e stampa libera, accentramento nelle mani del Capo dello Stato di poteri sottratti al Parlamento, e falsificazione delle Elezioni Amministrative del 2010 e di quelle Parlamentari del 2012.

Sul piano energetico, l’Unione Europea ha inoltre lamentato lo scarso coinvolgimento di Bruxelles da parte dell’Ucraina nelle trattative per il rinnovo delle forniture di gas dalla Russia.

Come dichiarato dal Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, al Kommersant”, Kyiv si sta limitando a comunicare a Bruxelles lo stato delle trattative, senza richiedere un intervento concreto in ambito diplomatico.

Inoltre, il Commissario Oettinger ha giudicato positiva la finalizzazione delle trattative con la Slovacchia per il trasporto del gas russo in Ucraina che, secondo gli accordi presi tra Kyiv e Bratislava, assicurerà in poco tempo all’economia ucraina l’importazione di gas russo da Ovest -anziché da est- per mezzo dell’inversione del flusso dei gasdotti slovacchi.

Malgrado le aperture della Commissione Europea, l’Ucraina sembra essere decisamente orientata verso la Russia a causa del legame, anche personale, che unisce il Presidente Yanukovych a Mosca.

Ne è una dimostrazione la vendita, stabilita parallelamente all’incontro di Zavidovo, della moderna raffineria di Odessa da parte dell’ente russo Lukoil alla VYeTek, compagnia che, come riportato da Gazeta Wyborcza, apparterrebbe ad un imprenditore vicino ad Oleksandr Yanukovych: il figlio del Presidente entrato tra i paperoni d’Ucraina nel giro di pochi mesi dalla salita al potere del padre.

Mosca verso lo status di superpotenza mondiale a spese dell’Europa

L’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze problematiche per l’Unione Europea, sia sul piano energetico che su quello geopolitico.

Il controllo sull’Ucraina, Paese dalle enormi capacità agricole e industriali -ma culturalmente e storicamente più europeo che russo- è infatti l’unica via che permette alla Russia di ottenere lo status di superpotenza mondiale, e di competere in un Mondo sempre più globalizzato con India, Cina, Stati Uniti ed Unione Europea.

Proprio l’UE è il primo competitor che la Russia intende eliminare incrementando la propria egemonia in ambito energetico per impedire la creazione di un’Unione Europea forte ed unita.

Ne è una prova la costruzione del Nordstream: gasdotto realizzato nel 2012 sul fondale del Mar Baltico per veicolare dalla Russia alla Germania 55 miliardi di metri cubi di gas, isolare dalle forniture di gas Polonia e Paesi Baltici e, così, dividere nel suo interno l’UE.

Il Nordstream premia gli Stati UE occidentali ‘alleati’ di Mosca con forniture dirette di gas, e penalizza i Paesi centro-orientali che, per ragioni storiche, comprendono la reale natura geopolitica delle decisioni energetiche del Cremlino nei confronti del Vecchio Continente.

La Russia ha inoltre progettato il Southstream: gasdotto concepito sul Fondale del Mar Nero per veicolare altri 63 miliardi di metri cubi di gas in Austria attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia, bypassare l’Ucraina, ed aumentare la dipendenza dell’UE dal gas russo.

Il Southstream è concepito anche per impedire all’Unione Europea la realizzazione del Corridoio Meridionale: fascio di gasdotti concepiti per veicolare direttamente in Europa gas proveniente dall’Azerbaijan.

Il progetto è sostenuto economicamente dai colossi energetici azero SOCAR, britannico British Petroleum, norvegese Statoil, e dalla compagnia francese Total.

Inoltre, esso è supportato politicamente, oltre che dalla Commissione Europea, anche dai Governi di Austria, Romania, Polonia, Slovacchia, Italia, Grecia, Albania, Svizzera e Turchia.

Matteo Cazzulani

Gazprom nel mirino di Greenpeace

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 28, 2012

Attivisti dell’Organizzazione ecologista internazionale protestano contro lo sfruttamento dei giacimenti di gas e nafta dell’Artico da parte del monopolista russo. L’importanza della questione energetica nel Polo Nord per la sicurezza nazionale dell’Unione Europea.

No allo sfruttamento del Mar Glaciale Artico e lo slogan con cui un manipolo di attivisti dell’organizzazione internazionale Greenpeace ha avviato una campagna contro il monopolista russo, Gazprom. Nella giornata di Domenica, 27 Agosto, quattordici attivisti, provenienti da dieci Paesi, hanno impedito alla nave Anna Akhmatova di raggiungere la piattaforma Prirazlomnoe, nel Mare di Barents, rendendo impossibile l’avvicendamento degli operatori del monopolista russo e, di conseguenza, i lavori di estrazione del greggio dal ricco giacimento dell’Oceano Artico.

L’azione di Greenpeace, a cui ha preso parte anche il Capo dell’organizzazione internazionale, Kumi Naidoo, e stata una risposta al precedente atto dimostrativo che ha avuto luogo nella giornata di venerdì, 24 Agosto, quando una decina di militanti e riuscita ad occupare la piattaforma Prirazlomnoe per una manciata di ore, finendo per essere costretti all’abbandono dai continui getti di acqua ghiacciata lanciati dagli operatori di Gazprom.

La protesta dell’organizzazione internazionale solleva un tema di importanza cruciale nella politica energetica mondiale ed europea come il controllo dei giacimenti di gas e greggio posizionati nell’Oceano Artico. Greenpeace rivendica il rispetto di una risoluzione ONU che vieta lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu ed oro nero nei pressi del Polo Nord, puntualmente violata dalla Russia.

Mosca infatti e intenzionata a detenere il controllo dell’Oceano Artico per assicurarsi rifornimenti di gas e greggio utili a supplire le carenze sofferte nei giacimenti ubicati in Siberia, giunti quasi all’esaurimento. Per questa ragione, la Federazione Russa ha ingaggiato una contesa geologico-diplomatica con Canada, Norvegia, Danimarca e Stati Uniti d’America per ottenere dalla Comunità Internazionale il riconoscimento della “russicita” del Polo Nord.

Prove di forza, anche militari, e persino studi scientifici che cercano di certificare l’estensione sui fondali dell’Artide della medesima placca tettonica su cui si trova Mosca si sono verificati in notevole quantità negli ultimi anni, senza, tuttavia, portare ad una risoluzione definitiva della questione.

Pressing della Russia sull’Estonia per l’appoggio al NordStream

L’interesse della Russia per il Polo Nord e strettamente legato ai piani egemonici di Mosca in Europa, in particolare al gasdotto NordStream. Questa conduttura e stata costruita sul fondale del Mar Baltico sulla base di un accordo bilaterale russo-tedesco – sostenuto da francesi, olandesi ed italiani – per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas della Russia, e bypassare Paesi dell’Unione Europea politicamente avversati dal Cremlino come Polonia, Lettonia, Lituania, Romania ed Estonia.

Proprio l’Estonia potrebbe essere il prossimo Paese candidato al sostegno del NordStream. Secondo quanto riportato dal Kommersant”, il supporto politico al Gasdotto del Nord – com’e altrimenti noto il NordStream – sarebbe il prezzo da pagare per la concessione da parte di Gazprom di uno sconto a Tallinn sulle forniture di gas.

Finora, l’Estonia si e sempre opposta alla costruzione di un’infrastruttura contraria all’interesse energetico di Tallinn e dell’Unione Europea, ma nulla esclude che la leva economica di Gazprom possa indurre il Paese baltico ad ammorbidire la sua contrarietà.

Il sostegno estone al NordStream e una questione di tempo. Tutto dipende infatti dalla realizzazione del terminale di Klaipeda, in Lituania, voluto dai Governi lituano, lettone ed estone – con l’appoggio della Polonia e della Commissione Europea – per costruire un rigassificatore in grado di diversificare le forniture di oro blu, allentando la dipendenza dalla Russia dei tre Paesi Baltici, che finora pari all’89%.

Vilna ha già stretto un accordo per il prestito dalla Norvegia di una stazione mobile dedicata alla conversione del gas dallo stato liquido a quello aeriforme, utile per accorciare i tempi per l’avvio del progetto di diversificazione delle forniture.

Dalla riuscita o meno dell’esperimento baltico dipende molto dei destini della politica energetica europea, in quanto l’ampio sfruttamento del gas liquefatto anche in altre aree del Vecchio Continente potrebbe caratterizzare un mezzo per diminuire il monopolio del gas della Russia in Unione Europea e, una volta per tutte, garantire la sicurezza energetica all’Europa.

Matteo Cazzulani

MOLDOVA: LA RUSSIA CAMBIA IDEA SULLA TRANSNISTRIA

Posted in Moldova by matteocazzulani on August 3, 2012

Durante una visita ufficiale, il Viceministro degli esteri russo, Grygoriy Karasin, esprime il sostegno di Mosca all’integrità territoriale di Chisinau. Geopolitica e gas dietro al mutamento di posizione del Cremlino sulla questione della regione separatista moldava

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Secondo l’interesse geopolitico di Mosca la Transnistria val bene una Moldova. Nella giornata di sabato, 28 Luglio, il Viceministro degli Esteri della Federazione Russa, Grygorij Karasin, ha espresso il sostegno ufficiale della Russia all’integrità territoriale della Moldova.

Come riportato dal Kommersant”, Karasin ha reso noto la nuova posizione di Mosca circa la questione della Transnistria durante una visita a Tiraspoli, organizzata in occasione del ventennale dall’inizio della missione militare russa nella regione separatista del Mar Nero. Le dichiarazioni del Viceministro degli Esteri russo sono state anticipate da un incontro bilaterale con il Presidente della Moldova, Nicolae Timofti.

Tra i due, le posizioni in merito alla Transnistria sono rimaste nella forma ancora molto lontane, con i russi favorevoli al mantenimento dell’esercito russo nei territori separatisti, ed i moldavi a sostegno di un’evoluzione della presenza militare in una missione civile. Tuttavia, nella sostanza le aperture di Mosca all’integrità territoriale della Moldova hanno avvicinato Mosca alla posizione di Chisinau e della Comunità Internazionale.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Transnistria ha dichiarato la propria indipendenza dalla Moldova e, ad oggi, dopo un breve conflitto armato nel 1992, resta un territorio dallo status politico irrisolto. I locali, sostenuti militarmente e politicamente dalla Russia, hanno autoproclamato una Repubblica Presidenziale con tanto di organi di governo ed esercito.

La Moldova, appoggiata dall’Europae dalla Comunità Internazionale, riconosce alla Transnistria solo una forte autonomia, ma non la totale indipendenza della fetta di territorio che collega la riva sinistra del fiume Nistro all’Ucraina. A dare adito alle ambizioni separatiste della Transnistria è la Russia, che, dalla fine del conflitto del 1992, ha posizionato un proprio contingente militare con il pretesto di garantire il coprifuoco e il mantenimento dell’ordine nell’area a conflitto concluso.

Chisinau ha ritenuto la presenza dei carri armati russi sul proprio territorio un’occupazione militare, mentre la Comunità Internazionale ha più volte invitato Mosca ad abbandonare quella che nella risoluzione NATO del 2008 è stata considerata come una “regione autonoma della repubblica di Moldova”.

Preso atto di tale background storico, la posizione espressa da Karasin rappresenta dunque un cambiamento di fronte radicale, motivato da tre ragioni di carattere politico interno alla Transnistria, geopolitico ed energetico.

Nelle ultime Elezioni Presidenziali della Transnistria, avvenute il 25 Dicembre 2011, il candidato alla sostenuto da Mosca, Anatoliy Kaminski è stato sconfitto dall’ex-Speaker del Parlamento della Transnistria, Yevgeny Shevchuk.

L’insuccesso della candidatura supportata dai russi ha portato la Federazione Russa a riconsiderare l’opportunità di continuare ad appoggiare apertamente l’indipendenza della Regione moldava, e, per questa motivazione, a mantenere alto uno scontro aspro con la Comunità Internazionale.

La seconda motivazione tiene conto di un enjeu geopolitico di più ampio respiro: il sostegno all’integrità territoriale della Moldova può essere una moneta di scambio con cui la Russia intende costringere Chisinau ad abbandonare ogni progetto di integrazione nella NATO e nell’unione Europea.

La coalizione liberal-democratica al potere in Moldova – l'”Alleanza per l’Integrazione Europea” – ha posto l’ingresso di Chisinau nell’UE e nell’Alleanza Atlantica come obiettivo principale della propria azione di governo, e le scelte del Primo Ministro, Vlad Filat, hanno portato un netto miglioramento sul piano della democrazia che ha consentito ai moldavi di scavalcare l’Ucraina di Yanukovych nella lista dei Paesi con cui Bruxelles ha intenzione di firmare un Accordo di Associazione.

Tuttavia, il venir meno dell’appoggio russo all’indipendenza della Transnistria, e la conseguente risoluzione di un’annosa questione che Chisinau sta cercando in tutti i modi di risolvere per garantire la propria sicurezza nazionale, è sicuramente accolto in Moldova con estremo favore, e le Autorità moldave facilmente potrebbero accettare la rinuncia al vettore euro-atlantico qualora Mosca lo richiedesse come moneta di scambio sulla questione transnistra.

Il gas dietro la partita in Transdnistria

La motivazione geopolitica ben si collega con le ragioni di carattere energetico. La Moldova appartiene alla Comunità Energetica Europea: un’Unione Europea dell’energia che prevede entro pochi anni il varo di una politica del gas comune del Vecchio Continente e, sopratutto, la messa in comunicazione di tutte le infrastrutture energetiche dei Paesi membri.

La Moldova ha iniziato i lavori per la messa in comunicazione dei gasdotti nazionali con quelli della Romania, e l’Alleanza per l’Integrazione Europea in più di un’occasione ha espresso pieno appoggio alla politica energetica dell’UE mirante a garantire il trasporto diretto nel Vecchio Continente di gas proveniente dall’Asia Centrale.

Il mutamento della posizione della Russia sulla Transnistria potrebbe spingere Chisinau a sospendere la partnership nella Comunità Energetica Europea, e a sostenere i progetti energetici con cui Mosca sta cercando di impossibilitare all’Europa l’accesso diretto ai giacimenti di gas ubicati in Azerbajdzhan e in Turkmenistan.

Oltre che con la costruzione del Southstream – gasdotto sottomarino progettato per rifornire direttamente l’Europa Occidentale di gas russo – la Russia sta contrastando la creazione di un sistema infrastrutturale unico dell’Unione Europea facendo leva sull’appoggio economico dei colossi energetici del Vecchio Continente – la francese EDF, la tedesca E.On e l’italiana ENI – e sul sostegno politico dei paesi dell’Europa Occidentale – Germania, Francia e Italia – che al benessere generale dell’UE preferiscono anteporre il proprio tornaconto nazionale basato su accordi bilaterali con la Russia.

La Moldova, seppur piccola e non ancora parte dell’UE, rappresenta una casella fondamentale nella contesa in corso tra Russia ed Unione Europea. La fuoriuscita di Chisinau dalla Comunità Energetica del Vecchio Continente, e la rinuncia ai progetti di integrazione euro-atlantici, rappresenterebbe un duro colpo per l’interesse europeo, e per i tentativi dell’Europa di consolidare la propria posizione sullo scacchiere geopolitico.

D’altro canto, con l’ingresso della Moldova nella propria sfera di influenza, la Russia certificherebbe la propria egemonia nello spazio ex-sovietico, e sarebbe più vicina all’acquisizione dello status di superpotenza mondiale e di principale competitor su scala globale della Cina e degli Stati Uniti d’America.

Matteo Cazzulani

Guerra Energetica: confermato il blocco delle forniture di greggio alla Repubblica Ceca dalla Russia

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 12, 2012

Secondo autorevoli fonti, compagnie russe non stanno rispettando i parametri contrattuali per l’invio di oro nero a Praga e ad altri Paesi dell’Europa Centrale come Polonia e Slovacchia, e hanno così messo a serio repentaglio la sicurezza europea. La politica di accerchiamento del Cremlino e l’assenza di alternative valide come pericoli per l’indipendenza del Vecchio Continente

La Repubblica Ceca e davvero sull’orlo di una crisi energetica. Nella giornata di mercoledì, 11 Aprile, i giornali Vedomosti e Kommersant” hanno confermato il taglio delle forniture di greggio da parte delle compagnie russe, Lukojl, Transneft e Gazprom Neft, alla compagnia ceca Unipetrol.

Nello specifico, la Repubblica Ceca avrebbe dovuto ricevere dalla Russia un totale di 18 Mila tonnellate di oro nero, ma dall’inizio di Aprile a Praga ne e pervenuto l’80% in meno e, come riportato dall’autorevole Reuters, non e escluso che le forniture di Mosca possano del tutto terminare nel giro di tre giorni.

Di differente avviso si e detta la Transneft, che, con una nota, ha confermato di avere soddisfatto per intero la domanda di greggio della Repubblica Ceca. Ad avvalorare i timori dei cechi e pervenuto l’allarme lanciato anche dalla vicina Slovacchia, dove la compagnia nazionale, Slovnaft, ha ottenuto dalla Russia solo 316 delle 508 Mila tonnellate di greggio sancite da contratto.

A provocare questa emergenza energetica nel cuore dell’Europa e stata la decisione delle Autorità russe di non avvalersi più per l’invio dell’oro nero nel Vecchio Continente dell’oleodotto Druzhba – che transita lungo tutta l’Europa Centrale fino alla Germania – per utilizzare esclusivamente una nuova conduttura, la BTS-2, abbinata al trasporto via nave del carburante dal terminale di San Pietroburgo fino al porto di Rotterdam.

Come dichiarato da Polonia e Slovacchia, questa decisione ha provocato un isolamento dell’Europa Centrale, e ha mandato in crisi raffinerie di importanza strategica per la sicurezza energetica di tutta Europa, come le installazioni di Danzica e quelle tedesche di Schwedt e Leuen.

A confermare questa teoria sono state le parole espresse al momento dell’avvio dell’oleodotto BTS-2 dal Presidente russo, Vladimir Putin, che ha evidenziato come l’infrastruttura consenta alla Russia di evitare il transito per Paesi intermediari, e di rifornire direttamente gli Stati dell’Europa Occidentale.

Le poche soluzioni al taglio della Russia

Per la Repubblica Ceca, una soluzione in tempi rapidi per arginare il deficit energetico può provenire dai porti croati e italiani di Rijeka e Trieste, ma essa comporterebbe un innalzamento del prezzo di importazione che graverebbe in misura notevole sul bilancio statale.

Per quanto riguarda la Polonia, la situazione e ancora più incerta, dal momento in cui il progetto di prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody fino a Danzica – concepito fin dal 2001 per consentire all’Europa di importare greggio centro-asiatico senza dipendere dai russi – e bloccato dalla politica energetica dell’Ucraina che, per volere del suo Presidente, Viktor Janukovych, utilizza l’infrastruttura per veicolare alla Bielorussia di Aljaksandar Lukashenka greggio proveniente dal Venezuela di Hugo Chavez.

Matteo Cazzulani

GAZPROM MARCIA VERSO IL CENTRO DELL’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 16, 2012

Il monopolista del gas russo dichiara la realizzazione della seconda diramazione terrestre del Nordstream verso Germania Occidentale, Benelux e Francia. Allo stesso tempo, conferma la costruzione del Southstream per collegare Italia e Balcani direttamente alla Russia. I tentativi dell’Unione Europea nel contrastare l’egemonia energetica della Russia sul Vecchio Continente e il consolidamento dell’alleanza tra Grecia, Cipro e Israele

Ilpercorso del Nordstream

Il percorso del Nordstream

Due lunghe tenaglie per soffocare energicamente l’Europa stanno per essere realizzate nel breve tempo, senza che Bruxelles abbia le armi adeguate per potersi difendere. Nella giornata di giovedì, 15 Marzo, il Direttore Generale del consorzio russo-energetico Wingas, Hans-Georg Engelkamp, ha dichiarato l’avvio dei lavori per il prolungamento del Nordstream nel continente europeo.

Costruito, su iniziativa della Russia, per bypassare energicamente Paesi dell’Unione Europea politicamente invisi al Cremlino – come Polonia e Stati Baltici – il Nordstream è un gasdotto che transita lungo il fondale del Mar Baltico, e rifornisce direttamente di gas russo la Germania. Arrivata a Greifswald, la conduttura si divide in due diramazioni: la OPAL, verso Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, e la NEL, la quale, ancora da realizzare, è diretta in Renania, Olanda, Belgio,e Francia.

Secondo quanto riportato dal Kommersant”, la Russia tiene molto alla realizzazione di questi due gasdotti terrestri, da un lato per mantenere un rapporto diretto con i Paesi dell’Europa Occidentale e, dall’altro, per realizzare nel Vecchio Continente due condutture direttamente controllate non solo sul piano delle forniture, ma anche su quello amministrativo.

Infatti, sia nella OPAL che nella NEL, il monopolista russo Gazprom, per mezzo di compagnie da esso controllate, mantiene più del 50% del possesso di questi due gasdotti, ma l’Unione Europea è riuscita a rallentare i progetti della Russia grazie al Terzo Pacchetto Energetico UE: una legge che vieta a società extra-europee la gestione in regime di monopolio delle condutture sul suolo dell’Unione.

Per quanto riguarda la NEL, la Wingas – controllata da Gazprom – è costretta a rinunciare al 51% del controllo del gasdotto, e a cedere almeno il 35% delle azioni o a un nuovo ente, oppure alle compagnie già presenti nell’infrastruttura: la compagnia tedesca E.On, l’olandese Gasunie, e la belga Fluxys.

Secondo diversi esperti, la questione potrebbe portare solamente a un ritardo nella costruzione di un gasdotto, che sarà comunque realizzato per soddisfare le richieste dei Paesi del Benelux e della Francia, con uno sguardo attento verso la Gran Bretagna. All’indomani della sua terza rielezione, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha invitato Londra a compartecipare al Nordstream o in una delle sue diramazioni sul suolo europeo, tuttavia, senza ottenere risposta alcuna da parte della Autorità britanniche.

Di pari passo, sempre giovedì, 15 Marzo, la Russia ha comunicato l’avvio della realizzazione anche del Southstream: gasdotto che, similmente al Nordstream, è stato progettato sul fondale del Mar Nero per isolare Paesi politicamente osteggiati dal Cremlino – come Romania, Moldova e Ucraina – e rifornire di oro blu russo direttamente i Balcani e l’Italia.

Nel corso dei colloqui con il Ministro dell’Energia ucraino, Jurij Bojko, avvenuti a Mosca giovedì, 15 Marzo, il Capo di Gazprom, Aleksej Miller, ha illustrato come il Gasdotto Ortodosso – ossia il Southstream – sia sul punto di essere avviato con la collaborazione delle compagnie energetiche di Italia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Slovenia, Francia, Germania, e Grecia.

Proprio la Grecia, tuttavia, è protagonista di un gioco su due fronti. Da un lato, è tra i principali partner della politica energetica russa, ma, dall’altro, si è candidata come principale garante di una soluzione con cui la Commissione Europea – nonostante l’opposizione dell’asse franco-tedesco e di altri Paesi apertamente filo russi -sta cercando di diminuire la dipendenza di Bruxelles dal gas russo.

Come dichiarato dal Capo Esecutivo della compagnia greca DEPA, Harry Sachinis, Atene sarebbe pronta a collaborare con Israele e Cipro per trasportare l’oro blu dai giacimenti israeliani Leviathan e Tamar fino alla Grecia, per poi servire la Bulgaria attraverso l’Interconnetore Grecia-Bulgaria – IGB – e l’Italia tramite l’Interconnetore Turchia-Grecia-Italia – il quale, attraverso i Mari Egeo e Ionio, arriva fino ad Otranto.

Sempre secondo il parere di diversi esperti, la realizzazione del piano greco-cirpiota-israeliano è poco probabile per tre motivi. In primo luogo, ad oggi manca la tecnologia necessaria per realizzare un gasdotto dal Mediterraneo orientale alla penisola greca, e l’ubicazione geografica dei due giacimenti israeliani è troppo vicina ad aree politicamente instabili, come Siria e Libano.

Infine, incombe l’incognita sull’esito della privatizzazione della DEPA: necessaria algoverno greco al fine di risanare il bilancio statale. Secondo varie indiscrezioni, tra gli interessati alla scalata al colosso energetico di Atene ci sarebbe proprio Gazprom che, così, eliminerebbe sul nascere un potenziale concorrente ai propri piani egemonici sull’Europa.

Torna in auge il Nabucco

Per l’Unione Europea, dunque, non resta che puntare sull’importazione diretta di gas dall’Asia Centrale, per il cui acquisto la Commissione Barroso ha già firmato accordi con Azerbajdzhan e Turkmenistan. Tuttavia, problemi permangono sulla modalità del suo trasporto diretto nel Vecchio Continente, per il quale si stanno fronteggiando due progetti concorrenti.

Il primo è il Gasdotto Europeo Sud-Orientale – SEEP – che punta a unificare il Gasdotto Transanatolico – TANAP, che collega l’Azerbajdzhan alla Turchia – con il Gasdotto Transadriatco – TAP, che va dalla Grecia alla città italiana di Brindisi transitando per l’Albania.

Ad esso, concorrente è il Nabucco West: revisione del “Grande Nabucco” – il quale, originariamente, avrebbe dovuto partire direttamente dal territorio turco – che collega il Gasdotto Transanatolico al terminale di Baumgarten, in Austria, per mezzo del territorio di Bulgaria, Romania, e Ungheria. Su di esso, sempre giovedì, 15 Marzo, ha espresso sostengo l’Azerbajdzhan.

Matteo Cazzulani

IN RUSSIA LA PIU’ IMPONENTE MANIFESTAZIONE ANTI-PUTIN DI SEMPRE

Posted in Russia by matteocazzulani on December 11, 2011

Più di 20 Mila dimostranti dell’opposizione liberale, democratica, e progressista scendono in Piazza Bolotnaja per manifestare contro i brogli elettorali. Le Autorità lasciano fare, ma nel contempo confermano i dati contestati, arrestano dissidenti nelle località di provincia, ed oscurano le pagine dei media scomodi, come la Novaja Gazeta della compianta Anna Politkovskaja

La protesta delle opposizioni russe. FOTO E VIDEO MUSTAFA NAJEM

“Presso il Cremlino non cambierà nulla, ma l’atmosfera della dimostrazione, anche solo per qualche ora, ha dato un nuovo volto alla Russia”. E il commento di uno stimato collega ucraino – che tra Rivoluzione Arancione e proteste in Bielorussia ha una discreta conoscenza della questione – che meglio sintetizza l’imponente manifestazione delle opposizioni russe, riunitesi, sabato 10 Dicembre, per protestare contro i brogli elettorali della Verticale del Potere, in piazza Bolotnaja.

Un’ubicazione assegnata dalle Autorità dopo un’attenta mediazione con gli organizzatori, che, reduci da proteste pacifiche spontanee nei tre giorni seguenti alle elezioni parlamentari di Domenica, 4 Dicembre – puntualmente represse dalla polizia, con violenze ed arresti a più di mille manifestanti – hanno ottenuto il permesso di dimostrare sull’isolotto dirimpetto al Cremlino, con la presenza di non più di 300 persone.

Limite oltrepassato a dismisura dall’invasione di più di 20 Mila dimostranti: giovani, anziani, donne, uomini, e bambini, assiepati persino sul ponte adiacente al palco, vista l’impossibilità di raggiungere una piazza stipata. Sorpresi sopratutto i Leader politici dell’opposizione, che mai hanno avuto modo di parlare ad una platea così ampia senza temere cariche della polizia e notti in gattabuia per illegittimo dissenso.

“Il 17 Dicembre si replica in piazza Pushkinskaja – ha dichiarato Sergej Mitrokhin, Segretario del partito liberale e filoeuropeo Jabloko, escluso dalla Duma per non essere riuscito a superare lo sbarramento secondo il conteggio del Cremlino: principale oggetto della critica di tutti gli interventi della dimostrazione – continueremo a dire no ai brogli elettorali – ha continuato – fino a quando anche a Mosca non regnerà la giustizia”.

Ulteriore appuntamento è stato proposto da uno degli esponenti di spicco del movimento liberal-progressista Altra Russia, Boris Nemcov, che ha chiamato i dimostranti ad accorrere, sempre in piazza Bolotnaja, il prossimo 24 Dicembre, con il preciso scopo di chiedere nuove elezioni, sopratutto in seguito alle irregolarità certificate dagli osservatori internazionali indipendenti di Consiglio d’Europa ed OSCE.

A chiudere l’evento, durato in tutto più di tre ore, una dichiarazione congiunta delle opposizioni, firmata, ed esposta pubblicamente, dai Leader di Jabloko, Altra Russia, e del movimento democratico Solidarnost’. Chiesta l’immediata liberazione dei detenuti politici ancora in carcere dopo le manifestazioni degli scorsi giorni, una severa punizione per i responsabili di tali violazioni del diritto di manifestazione – garantito, seppur solo formalmente, dalla Costituzione russa – la legalizzazione di tutti i partiti non allineati alla Verticale del Potere, l’indizione di nuove elezioni regolari e democratiche, e le dimissioni del Capo della Commissione Elettorale Centrale, Vladimir Churov.

La repressione e l’autoritarismo continuano

Proprio il suo vice, durante la manifestazione di piazza Bolotnaja, ha confermato i dati elettorali contestati, e ritenuto inutile verificare la regolarità delle operazioni di voto e di conteggio dei consensi. Dunque, maggioranza quasi assoluta confermata a Russia Unita: il Partito del tandem Putin-Medvedev, libero di governare in coalizione con due liste conniventi col Cremlino – i liberal-democratici di Zhirinovskij ed i socialdemocratici di Russia Giusta – e di relegare all’opposizione parlamentare i comunisti, e a quella extra-parlamentare il popolo della Bolotnaja. Colorato, festoso e determinato nell’esprimere il proprio dissenso, quest’ultimo ha saputo regalare al Mondo intero l’immagine di una Russia finalmente libera e democratica.

Ma non solo a carte bollate: il regime, apparentemente sornione, ha continuato a colpire anche con notevole furbizia mediatica. Dimostranti di altre città – impossibilitati a recarsi a Mosca, ma desiderosi di solidarizzare con piazza Bolotnaja con simili presidi – sono stati arrestati, ed invitati con maniere forti ad interrompere la protesta.

Inoltre, il sito ed i telefoni della Novaja Gazeta – giornale di opposizione a Putin, celebre per avere denunciato le violazioni dei Diritti Umani da parte dell’esercito russo in Cecenia per mezzo dei pezzi di Anna Politkovskaja: coraggiosa giornalista assassinata a domicilio da misteriosi sicari il giorno del compleanno dello zar del gas – sono stati oscurati ed assaliti da una registrazione automatica inneggiante alle Autorità del Cremlino. Pronto l’allarme comunicato dalla redazione, subito rilanciato dal giornale Kommersant”, da Radio Ekho Moskvy, e dall’ONG Golos: già vittime di simili attacchi mediatici nel corso della giornata elettorale e delle seguenti dimostrazioni.

Matteo Cazzulani