LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Elezioni Parlamentari serbe: vittoria storica del centro-destra progressista del Presidente Nikolic

Posted in Balcani by matteocazzulani on April 2, 2014

Il Partito Progressista Serbo del Vicepremier Aleksandar Vucic trionfa sugli ex-alleati di coalizione del Partito Socialista Serbo del Premier Ivo Dacic. Crisi economica, alto tasso di disoccupazione e forte debito pubblico le ragioni che, assieme all’inconsistenza delle opposizioni, hanno portato allo storico successo della forza partitica di centro-destra.

Un monocolore di centrodestra chiamato a gestire il processo di allargamento dell’Unione Europea ai Balcani in uno dei Paesi più fortemente colpiti dalla crisi economica ed occupazionale, nonché una pedina chiave nello scacchiere geopolitico internazionale. Nella Elezioni Parlamentari anticipate serbe di Domenica, 31 Marzo, il Partito Progressista Serbo -SNS- ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi presso il Parlamento mono camerale di Belgrado con il 48% dei consensi.

Il grande risultato ottenuto dalla forza di centro-destra guidata dal Vicepremier, e probabile futuro Premier, Aleksandar Vucic, a cui appartiene anche il Presidente serbo, Tomislav Nikolic, ha de facto posto fine alla colazione di governo che la SNS ha varato dopo la vittoria elettorale del 2012 con il Partito Socialista Serbo -SPS- del Premier Ivo Dacic, già finita in crisi dopo dissidi interni alla maggioranza che hanno portato all’indizione della consultazione elettorale anticipata.

Dopo la SNS -che ha corso in coalizione con il partito Nuova Serbia, con il Movimento dei Socialisti, con il Partito del Ripristino della Serbia di ispirazione monarchica, e con il Partito Social-Democratico- e la SPS, seconda con 13% dei consensi -e che ha trovato partner di coalizione nel partito Serbia Unita e nel Partito dei Pensionati Uniti di Serbia- al terzo posto si è affermato il Partito Democratico: forza di centrosinistra, guidata dal Sindaco di Belgrado Dragan Dilas, presentatasi con la rappresentanza croata di Voivodina, che non è andato oltre il 6% dei voti.

Ultima forza ad avere superato di pochi punti percentuali lo sbarramento del 5% è coalizione di sinistra del Nuovo Partito Democratico dell’ex-Presidente Boris Tadic che si è presentata assieme ai verdi e alle minoranze ungheresi e bosniache.

La vittoria della SNS, che apre ora la via ad un governo monocolore di centrodestra composto da forze politiche a cui appartengono sia il Premier che il Presidente, è stata motivata più dalla frammentazione delle opposizioni, incapaci di presentarsi come valida alternativa alla personalità di Vucic, che per le proposte programmatiche del Partito Progressista Serbo.

Inoltre, anche la crisi economica ed occupazionale, che, oggi, in Serbia ha già colpito il 27% della popolazione di un Paese in cui il debito pubblico ha oramai toccato il 6%, ha portato l’elettorato a diffidare della vecchia classe politica che ha governato finora, preferendo dare fiducia al Leader di un Partito, Vucic, che fino ad oggi non ha mai ricoperto l’incarico di guidare di prima persona il Governo.

Altro aspetto che ha influito nella vittoria della SNS è la promessa di attrarre investimenti da Russia, Cina e Paesi arabi, senza tralasciare il discorso dell’integrazione europea: una posizione del tutto contorta che, nonostante la contraddizione in cui la Serbia si è trovata, ha portato a Belgrado già i primi capitali che hanno dato ossigeno all’economia in crisi.

Resta incerto il processo di integrazione nell’UE

Proprio la situazione di politica estera resta la prima domanda aperta nel dopo elezioni in Serbia, dal momento in cui Belgrado sotto la Presidenza Nikolic, ha implementato le procedure di integrazione con l’UE già avviate con energia dal precedente Capo dello Stato, l’ex-democratico Tadic.

Per favorire l’avvicinamento all’UE, Nikolic ha ammorbidito la posizione della Serbia sul Kosovo normalizzando i rapporti diplomatici con Pristina, ma, nello stesso tempo, ha portato Belgrado ad essere tra i più accesi sostenitori e partner del Soouthstream.

Questo gasdotto è stato progettato da un accordo politico tra il Presidente russo Vladimir Putin e l’ex-Premier italiano Silvio Berlusconi, per permettere alla Russia di incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas di Mosca: per questo, il Southstream è osteggiato dalla Commissione Europea, che ne ha decretato l’incompatibilità con le Leggi UE a tutela della concorrenza e che, dopo l’occupazione militare russa in Ucraina, è stato bloccato definitivamente da Bruxelles come forma di sanzione economica ed energetica.

La contraddizione di Nikolic è condivisa anche dal prossimo Premier Vucic che, nonostante abbia condannato ufficialmente il massacro di Srebrenica, nel suo recente passato ha militato nel Partito Radicale Serbo: una delle forze espressione del più aggressivo nazionalismo serbo di cui hanno fatto parte condannati per crimini contro l’umanità del calibro di Radko Mladic e Radovan Karadzic.

Dal superamento o meno delle ambiguità del nuovo Governo serbo dipende il progetto di allargamento dell’Europa ai Balcani, che vede proprio nella Serbia uno dei Paesi, assieme all’Albania, a cui l’UE potrebbe aprire le sue porte per garantire una volta per tutte pace e democrazia in una parte dell’Europa tormentata da decenni di odi e guerre.

Serbia ed Albania sono inoltre due dei Paesi per il cui ingresso nell’Unione Europea proprio l’Italia dovrebbe spendersi in prima persona, facendo si che l’allargamento dell’UE con tutti i suoi valori fondanti coinvolga il quanto più possibile due dei Paesi in cui forti sono gli interessi del nostro Paese.

Oltre agli investimenti bancari ed industriali in Serbia, lecito ricordare come l’Albania sia un Paese fondamentale per la sicurezza energetica dell’Italia grazie alla realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico-TAP- progetto concepito dalla Commissione Europea -e sostenuto in Parlamento da PD e NCD contro l’opposizione di M5S e Lega- per diversificare le forniture di gas da quelle da Russia ed Algeria, e per fare dell’Italia l’hub in Europa per la distribuzione e commercializzazione dell’oro blu dell’Azerbaijan.

Matteo Cazzulani
Analista politico dell’Europa Centro-Orientale
lademocraziaarancione@gmail.com
Twitter @MatteoCazzulani
Facebook Matteo Cazzulani

Advertisements

PIU NUCLEARE, MENO GAS: LA FORMULA CECA PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA DAL CREMLINO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 4, 2011

La Repubblica Ceca rafforza l’atomo, ed indice un’appalto per la costruzione del reattore più costoso della sua storia su cui favorita è una compagnia USA. La Serbia richiede l’ingresso nel consorzio AGRI per diminuire la totale dipendenza dal gas russo. La Polonia, per evitare condizioni onerose, acquista oro blu di Russia dalla Germania dopo che esso è transitato per il suo territorio

Il presidente serbo, Boris Tadic

Praga con l’atomo, Belgrado con la politica delle mille opzioni, e Varsavia con le acrobazie contrattuali, in attesa che l’UE si svegli ed approvi la politica energetica comune. Queste sono le soluzioni adottate tra differenti Paesi dell’Unione Europea per ridurre in tempi brevi la dipendenza dal gas russo.

Nella giornata di mercoledì, 2 Novembre, il governo ceco ha comunicato l’intenzione di rafforzare il settore dell’energia nucleare con la costruzione di un imponente reattore a Temelin, visto come imprescindibile infrastruttura per limitare il consumo di oro blu, che la Repubblica Ceca acquista a stragrande maggioranza dalla Russia.

Una scelta contraria a quella della Germania – con cui una delle realtà più forti in Europa ha abbandonato l’atomo, ed ora si trova in toto dipendente dal ricatto politico ed energetico di una Russia dalle rinate velleità imperiali – su cui Praga procede a passo sicuro: la compagnia nazionale CEZ ha comunicato non solo la data di fine dei lavori ed il costo – il più caro nella storia della Repubblica Ceca – rispettivamente il 2013 ed 8 Miliardi di Euro, ma anche le società partecipanti all’asta di assegnazione dell’appalto.

Favorita è l’americano-nipponica Westinghouse, specializzata nella costruzione di reattori di grande dimensione in Asia, la cui scelta avrebbe non solo un valore tecnico, ma sopratutto politico, dal momento in cui ad essere scartata sarebbe il consorzio MIR, ceco di registrazione ma compartecipato dai russi. Terzo concorrente è la francese Areva, che può contare sull’esperienza nell’ambito del mercato UE – la società transalpina è attiva per lo più nel Vecchio Continente, ed ha maggiore dimestichezza con la legislazione di Bruxelles – ed una scelta che, qualora ricadesse su di esso, dimostrerebbe il riorientamento della posizione internazionale di Praga su posizioni più europeiste e meno atlantiste.

Chi sta pensando all’indipendenza politica dalla Russia è anche la Serbia: tradizionale alleato di ferro di Mosca nei Balcani che, prossima all’integrazione nell’Unione Europea, sembra essersi resa conto della scarsa convenienza nell’acquistare oro blu russo unicamente dal tragitto terrestre Ucraina-Ungheria. Sempre il 2 Novembre, il Primo Ministro Serbo, Borys Tadic, ha dichiarato l’intenzione di aderire al consorzio AGRI – formato da Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria per rifornire il Vecchio Continente di energia senza dipendere dai diktat del Cremlino – malgrado i contratti leghino Belgrado in toto a Mosca.

Una politica della multilateralità accolta con favore dal Presidente romeno, Traian Basescu, che ha illustrato come la partecipazione di un Paese nel cuore dei Balcani favorisca la realizzazione di un complesso progetto che vede il trasporto di gas via terra dal Mar Caspio in Georgia, poi, mediante la costruzione di rigassificatori, dritti in Romania, dove all’oro blu centro asiatico sarà aggiunto gas metano estratto in Ungheria.

Gas da Est comprato ad Ovest

Se quella serba è una dichiarazione di intenti, che ancora deve essere realizzata, c’è chi sta sfruttando tutte le clausole contrattuali per sfuggire al ricatto energetico dei russi, anche a costo di sfidare le leggi della fisica e della logica geografica. A prezzo più conveniente, la compagnia energetica polacca PGNiG ha comunicato d’ora in poi l’acquisto dalla Germania del gas di Mosca precedentemente transitato per la Polonia: una possibilità prevista dai contratti che gli enti polacchi e tedeschi hanno firmato con il monopolista russo, Gazprom, il quale per motivi politici obbliga l’ostile Varsavia a pagare il gas a prezzi notevolmente più alti rispetto a quelli imposti alla più lontana geograficamente ed accondiscendente Berlino.

Paradossi della politica energetica del Cremlino, a cui la Polonia ha risposto con un altro paradosso, in attesa della costruzione del rigassificatore di Swinoujscie – con cui Varsavia rifornirà anche il resto dell’Europa di oro blu da Norvegia, Qatar ed Irak – e del ricorso all’Arbitrato di Stoccolma per la revisione al ribasso del contratto con Gazprom. Senza tralasciare il generoso ed arduo ruolo con cui la Presidenza di turno polacca, assieme alla Commissione Barroso, si sta battendo per il varo di una comune politica energetica dell’Unione Europea, a cui palesemente si oppongono non solo le singole compagnie energetiche dell’Europa Occidentale – comprate da Gazprom con costi di favore e contratti a lungo termine – ma anche l’asse franco-tedesco: tradizionalmente filo-russo, e, in preda a pubbliche dimostrazioni di meschinità nei confronti di chi lotta contro la bancarotta – si pensi ai sorrisi di Merkel e Sarkozy in merito all’Italia – incapace di comprendere le reali priorità di un Unione Europea che non finisce nella zona euro, ma comprende anche le ben più salde economie di Europa Centrale e Gran Bretagna.

Matteo Cazzulani