LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

“Wałęsa agente comunista”: così Kaczynski vorrebbe vendicarsi del leader di Solidarność. 

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on February 22, 2016

Pubblicate alcune delle documentazioni che proverebbero la collaborazione del primo Presidente della Polonia libera con i Servizi Segreti della Polonia filo-sovietica. La rivalità con il Capo del Partito di maggioranza nel Paese una delle motivazioni che potrebbero riscrivere la storia d’Europa



Varsavia – 183 pagine destinate a cambiare la storia della Polonia e dell’Europa, dietro le quali, oltre al giallo storico, si celano scenari ancor più inquietanti. Nella giornata di lunedì, 22 Febbraio, l’Istituto per la Memoria Nazionale polacco -IPN- ha reso noto alla stampa documentazioni dei Servizi Segreti della Polonia Popolare che proverebbero la collusione, con il regime filo-sovietico, di Lech Wałęsa: lo storico Capo del sindacato autonomo Solidarność, primo Presidente della Polonia libera, nonché guida del processo democratico che ha portato Varsavia, nel 1989, a divenire una moderna democrazia europea con un’economia di mercato.

I documenti, ritrovati in casa di Maria Kiszczak -la vedova del Generale Czesław Kiszczak: uno dei gerarchi di spicco della Polonia Popolare giudicato responsabile di eccidi e repressioni politiche- testimonierebbero che Wałęsa ha collaborato con i Servizi Segreti del regime filo-sovietico tra il 1970 e il 1976: un fatto che il leader di Solidarnosc ha negato a più riprese, pur ammettendo, tuttavia, di avere avuto contatti con la polizia di regime.

Dinnanzi alla questione, la società polacca è fortemente divisa. “Wałęsa ha chiuso con il passato sovietico e ha portato la Polonia in Europa: ciò che ha fatto negli anni Settanta, se comprovato, non cambia l’opinione, positiva, che ho di lui” dichiara Piotr, giovane architetto di orientamento politico moderato.

“Si è scoperto quello che già si sapeva: Wałęsa è un agente del regime filo-sovietico che, coerentemente, ha poi continuato a fare politica dopo la sua presidenza” sostiene, invece, Bartosz: ingegnere informatico di orientamento conservatore.

Oltre alla portata storico-sociale, il Caso Wałęsa ha una forte connotazione di carattere politico. Essa, infatti, si ascrive nel solco della rivalità tra Walesa e Jarosław Kaczyński: il Capo del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS- la forza politica, di maggioranza assoluta nel Paese, alla quale appartengono il Premier, Beata Szydło, il Presidente, Andrzej Duda, e tutti i Ministri del Governo.

Del resto, tra Wałęsa e Kaczyński non è mai corso buon sangue fin dai tempi della comune militanza in Solidarność, anche se il punto di rottura definitivo tra i due si registra quando Kaczyński crea un movimento di protesta contro l’Amministrazione Presidenziale tutto interno all’area Solidarność che accusa il Capo dello Stato di avere collaborato con i servizi segreti della Polonia Popolare.

Il primo atto della guerra tra i due membri di Solidarność si consuma nel 1992, quando il Presidente Wałęsa dimissiona il Governo di Jan Olszewski, appoggiato da Kaczyński, alla vigilia della presentazione di un rapporto che, secondo l’allora ministro degli interni, Antoni Macierewicz -storico braccio destro di Kaczyński- avrebbe comprovato la connivenza tra il leader di Solidarność e il regime della Polonia Popolare.

Con la nomina a Premier di Kaczyński nel 2005, il Governo avvia la Lustrazione: procedura, che avrebbe dovuto portare alla luce i nomi delle persone che hanno collaborato con i servizi Segreti della Polonia Popolare, mirata anche a provare la presunta connivenza di Wałęsa con il regime filo-sovietico. 

Con la caduta del Governo Kaczyński nel 2007, anche il progetto della Lustrazione viene accantonato. Tuttavia, la recente pubblicazione del rapporto su Wałęsa ha, ora, riaperto la diatriba tra il leader di Solidarność e Kaczyński. Il tutto, a tre mesi dal ritorno al potere di Kaczyński che, pur non ricoprendo incarichi di Governo, de facto mantiene una fortissima influenza sia sull’Esecutivo che sulla Amministrazione Presidenziale: una coincidenza che ha non ha lasciato indifferenti.


Oltre al recente ritorno al Governo di Kaczyński, a destare curiosità sulla faccenda sono anche due avvenimenti che hanno visto il Governo polacco perdere prestigio sul piano internazionale.

Con il raggiungimento del compromesso per il mantenimento della Gran Bretagna nell’Unione Europea, che prevede la diminuzione dei diritti sociali goduti dagli emigrati polacchi nelle isole britanniche, Kaczyński ha dimostrato di non avere appeal sul Primo Ministro britannico, David Cameron, finora ritenuto dal PiS il migliore alleato di Varsavia in Europa Occidentale per via della comune ispirazione conservatrice.

Inoltre, la recente dichiarazione di preoccupazione in merito allo stato della democrazia in Polonia espressa del Senatore degli Stati Uniti d’America John McCain -uno dei leader del Partito Repubblicano notoriamente attento alle vicende dell’Europa Centro-Orientale- ha incrinato uno dei legami transatlantici sui quali Kaczynski contava maggiormente.

Nello specifico, McCain ha criticato le riforme di Giustizia e media approvate, di recente, dal Governo polacco: provvedimenti che sottopongono sia i Giudici della Corte Costituzionale, che i Capi di Redazione delle testate televisive e radiofoniche statali al diretto controllo del Governo.

Per via di queste casualità, in molti in Polonia vedono nell’apertura del Caso Wałęsa un’occasione, per Kaczyński, di deviare l’attenzione dei media nazionali ed internazionali dalle crescenti critiche che il Governo di Varsavia sta riscuotendo in campo internazionale.


Intanto i giovani polacchi e parte del Governo guardano a Putin 

Oltre alla questione meramente politica e personale, il Caso Wałęsa potrebbe essere anche l’inizio di una deriva nazionalista in Polonia che -il condizionale è d’obbligo- spingerebbe Varsavia dall’essere il Paese leader della promozione di democrazia e libertà in Europa Centrale ed Orientale di oggi all’allinearsi al fronte dei Paesi membri dell’Unione Europea con chiaro orientamento anti europeo e filo russo, al quale già appartengono Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Grecia e Cipro.

Infatti, la demolizione dell’immagine di Wałęsa porta giocoforza ad una rivalutazione totale del movimento di Solidarność e del percorso non violento che la Polonia ha compiuto verso l’Europa e l’Occidente, così che l’onestà intellettuale e la statura politica dei leader del processo democratico polacco, a partire dal Primo Presidente della Polonia libera, verrebbero, pericolosamente, messe in discussione.

A giovare di questo vacuum storico-culturale potrebbe essere non solo Kaczyński, ma anche la corrente di pensiero, sempre più forte sopratutto tra i giovani, di chi, in Polonia, vede nel Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, l’unico garante della stabilità e dei valori “tradizionali cristiani” nella regione dell’Eurasia.

Del resto, Putin stesso, che ha considerato la caduta dell’URSS “la più grande tragedia del secolo scorso” presenta di proposito la Russia come il Paese storicamente leader degli Stati dell’Ex-Patto di Varsavia e saldamente radicato alle tradizioni cristiane per ottenere l’appoggio alla politica internazionale di Mosca da parte di cittadini europei, perlopiù di estrema destra ed estrema sinistra -ma anche di tanti moderati, come dimostra il caso dell’Italia- delusi dall’Unione Europea e impauriti dallo spettro dell’immigrazione selvaggia.


A supportare la tesi della “putinizzazione ideologica” della Polonia collegata con il Caso Wałęsa è sia la stretta alleanza tra Kaczyński e il Premier ungherese Viktor Orbán -entrambi delusi dall’Unione Europea e fortemente contrari alla politica di accoglienza dei migranti approvata dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel- ma anche il recente varo di una coalizione tra PiS e il Movimento Kukiz’15: forza politica  di orientamento nazionalista e populista fortemente euroscettica e filorussa.

Non a caso, in cambio dell’appoggio a PiS per ottenere la maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione, Paweł Kukiz -ex-rock star passato alla politica- ha preteso, e ottenuto, la nomina di giornalisti a lui politicamente vicini, di chiaro orientamento filorusso ed antieuropeo, a Capo delle principali testate televisive e radiofoniche statali.

Se, come dichiarato dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, la Polonia rischia davvero una putinizzazione politica, il Caso Wałęsa, il crescente peso del Movimento di Kukiz e la sempre maggiore influenza delle frange giovanili antieuropee e filo putiniane potrebbero essere i segnali dell’involuzione democratica di un Paese-faro, per ragioni storiche e culturali, della civiltà europea.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Polonia e Ungheria: l’incontro Kaczyński-Orbán mostra le divisioni interne al governo polacco

Posted in Polonia, Ungheria by matteocazzulani on January 12, 2016

Il leader del principale Partito polacco riceve il Premier ungherese per prendere una posizione comune sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE. Fronte comune contro le critiche dell’Unione Europea e collaborazione energetica le vere tematiche dell’incontro.



Varsavia – La tradizionale carpa natalizia polacca con vino ungherese di eccezione sono stati i piatti forti del menù dell’incontro segreto tra Jarosław Kaczyński e Viktor Orbán, rispettivamente il leader del principale partito della Polonia, Diritto e Giustizia -PiS, la forza politica alla quale appartengono il Presidente della Polonia, Andrzej Duda, il Premier, Beata Szydło, e tutti i Ministri del Governo polacco- e il Premier dell’Ungheria.

Come dichiarato dagli uffici stampa dei due protagonisti, Kaczyński e Orbán, incontratisi senza comunicazioni alla stampa in una località di villeggiatura presso il confine polacco-slovacco, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio, hanno concordato una posizione comune di Polonia e Ungheria in merito alle condizioni che la Gran Bretagna ha posto all’Unione Europea per restare Paese membro dell’UE.  

In realtà, come dimostra la presenza dell’esperto PiS in materia energetica, Piotr Naimski, Kaczyński e Orbán durante l’incontro, che il Premier ungherese ha descritto come un cordiale incontro tra amici e oppositori del regime sovietico, hanno anche discusso di energia e, più in generale, di politica regionale.

A confermare il presunto ordine del giorno dell’incontro è la necessità per il governo polacco di controbattere alle obiezioni che l’Unione Europea ha mosso alla Polonia per la sostituzione repentina dei giudici della Corte Costituzionale e per l’approvazione di una riforma dei media che sottopone i Direttori delle televisioni statali al controllo delle finanze pubbliche.

Le misure prese dal governo polacco, che hanno portato il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, a parlare di “orbanizzazione” e “putinizzazione” della Polonia, assomigliano a quelle approvate da Orbán in Ungheria nel 2010, all’indomani di una vittoria schiacciante alle elezioni legislative che ha garantito al suo partito, il conservatore Fidesz, la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento.

Dunque, l’incontro con Orbán sarebbe servito al leader del PiS, che nelle ultime Elezioni Parlamentari, così come Fidesz, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, per creare un fronte comune di Polonia ed Ungheria in nome di euro scetticismo, cattolicesimo patriottico e conservatorismo: i valori che uniscono PiS e Fidesz.

Tuttavia, l’opposizione all’Unione Europea, e sopratutto alle bordate di Schulz, non è l’unica ragione che ha portato all’incontro tra Kaczyński e Orbán. 

Per la Polonia, l’Ungheria è infatti un alleato chiave nella realizzazione dell’Intermarium, alleanza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale che il Presidente Duda ha fortemente voluto per contrastare lo strapotere della Germania in seno all’UE e la rinata aggressività militare della Russia.

All’interno dell’Intermarium si può sviluppare infatti una collaborazione di ordine politico ed energetico che Polonia ed Ungheria, ad esempio attraverso il flusso di gas dal rigassificatore polacco di Świnoujście all’Ucraina, potrebbero avviare per agevolare la diminuzione della dipendenza dell’Europa Centro-Orientale dalle forniture di gas dalla Russia.

Politica Jagellonica vs politica dei Kresy all’interno del PiS

Proprio la Russia, tuttavia, rappresenta la seconda ragione per la quale Kaczyński -uno dei politici più fortemente critici nei confronti della Russia in Europa- ha voluto incontrare Orbán, che negli ultimi anni ha instaurato una collaborazione con la Russia sul piano politico ed energetico.

Infatti, Kaczyński deve fare i conti con una fazione interna al suo partito, i sostenitori della “politica dei Kresy”, che vede con favore una collaborazione strategica con la Russia per riprendere il controllo dei territori della Polonia interbellica oggi appartenenti a Ucraina, Bielorussia e Lituania.

A questo gruppo, al quale appartiene il famoso giornalista Mariusz Kolonko, noto per le sue posizioni ucrainofobe e recentemente ingaggiato dalla televisione nazionale polacca TVP attraverso un voto congiunto di PiS e del Movimento Kukiz ’15, forza politica di ispirazione populistica e nazionalistica, si oppone il fronte interno al PiS dei sostenitori della cosiddetta “politica Jagellonica”.

Questa dottrina, che ha come storico promotore Lech Kaczyński, ex-Presidente e fratello-gemello di Jarosław scomparso nella controversa catastrofe di Smolensk nel 2010, prevede l’impegno della Polonia a garanzia della democrazia e dell’integrazione nelle strutture euroatlantiche di Ucraina, Georgia e Bielorussia.

Questa seconda fazione, alla quale appartengono il Ministro degli Esteri, Witold Waszczykowski, e il suo vice, Konrad Szymański, resta maggioritaria all’interno del PiS.

Tuttavia, le frange dei giovani militanti del partito di Kaczyński guardano con sempre più interesse ad un’alleanza con i populisti del Movimento Kukiz ’15, che presenta chiari accenti anti-europei ed anti-ucraini.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

UE e Ucraina ratificano l’Accordo di Associazione

Posted in Ukraina by matteocazzulani on September 17, 2014

Il Parlamento Europeo e la Rada ucraina votano in contemporanea il Documento che rafforza la partnership politica tra Unione Europea e Kyiv. Sia il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che il Capo di Stato ucraino, Petro Poroshenko, ritengono la votazione una pagina di storia

Per l’Europa ci si batte, ci si crede, ci si applica, e in molti casi si può persino morire. Nella giornata di martedì, 16 Settembre, il Parlamento Europeo e la Rada Ucraina hanno ratificato, in contemporanea, l’Accordo di Associazione UE-Ucraina: documento che rafforza la collaborazione politica tra Bruxelles e Kyiv in ambiti quali energia, trasporti ed educazione.

L’Accordo di Associazione, che al Parlamento Europeo ha ottenuto 535 voti favorevoli, 127 contrari e 35 astensioni, è stato approvato solo dopo che la Commissione Europea ha concordato lo slittamento al 2016 della realizzazione della Zona di Libero Scambio con l’Ucraina: una clausola che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha imposto per dare il suo avvallo all’approvazione.

A margine della votazione, il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha definito la ratifica dell’Accordo di Associazione un passo storico che testimonia il pieno sostengo dell’Europa all’integrità territoriale dell’Ucraina: Paese pienamente europeo per via del suo rispetto della democrazia.

“Gli ucraini hanno pagato un prezzo troppo alto in termini di vite umane per l’Accordo di Associazione. Questo voto istituzionalizza la voce dell’Ucraina nel mondo, e cementa il cammino di Kyiv accanto all’Europa nel futuro” ha dichiarato il relatore del provvedimento al Parlamento Europeo, Jacek Saryusz-Wolski, del Partito Popolare Europeo.

Nel suo intervento, il Relatore PPE ha fatto riferimento alle proteste pacifiche sul Maidan di Kyiv contro la decisione dell’ex-Presidente, Viktor Yanukovych, di non firmare l’Accordo di Associazione, che lo stesso Yanukovych ha dato mandato di reprimere nel sangue lo scorso Gennaio.

Soddisfazione per la ratifica è stata espressa anche dal Presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici Europei, Gianni Pittella, che ha sottolineato come una precedente approvazione del Documento avrebbe permesso di risparmiare numerose vite.

Inoltre, il Presidente S&D ha contestato -pur riconoscendola utile per garantire la pace- la decisione di posticipare la realizzazione della Zona di Libero Scambio per via delle pressioni della Russia.

Stupore per la decisione di posticipare l’entrata in vigore della parte economica dell’Accordo di Associazione è stata espressa anche da Petras Austrevicius dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei e da Rebecca Harms dei Verdi, Europei, mentre Charles Tannock, dei Conservatori e Riformatori Europei, ha messo in guardia dalle prossime provocazioni militari che Putin è portato a effettuare.

In contemporanea con il voto di Strasburgo, la Rada a Kyiv ha approvato l’Accordo di Associazione con il voto favorevole di 355 Deputati Nazionali, e nessun Deputato contrario.

Come dichiarato dal Presidente ucraino, Petro Poroshenko, per l’Ucraina la ratifica dell’Accordo ha la medesima importanza dell’Indipendenza del 1991, con l’aggravante di essere avvenuta solo dopo la morte di migliaia di ucraini.

“Nessuna nazione ha mai pagato un prezzo così alto per l’Europa. È difficile ora chiudere ancora le porte dell’Unione Europea dinanzi all’Ucraina, ed è anche difficile porsi contro la concessione a noi della prospettiva di appartenenza all’UE” ha dichiarato Poroshenko dopo il voto.

Simile opinione è stata espressa dal Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, che ha sottolineato come, con la ratifica dell’Accordo di Associazione, l’Ucraina ha avviato un percorso che punta all’Europa in maniera chiara ed inequivocabile.

Il Donbas e la Oblast di Luhansk ottengono lo Statuto Speciale

Oltre all’Accordo di Associazione, la Rada ha anche approvato una Legge che concede lo Statuto Speciale al Donbas e alla Oblast di Luhansk, le regioni occupate dai miliziani pro-russi armate e sostenute politicamente dall’esercito di Mosca.

Il provvedimento prevede la concessione alle due regioni ucraine dello Statuto Speciale per tre anni, durante i quali il Donbas e la Regione di Luhansk hanno piena autonomia in materia penale e di polizia.

Inoltre, la Legge concede a Donbas e Oblast di Luhansk la possibilità di godere del sostegno del bilancio statale ucraino per il welfare, e devono cooperare con le Autorità russe per il controllo della frontiera tra Ucraina e Russia.

La Legge, sostenuta dal gruppo parlamentare del Presidente Ucraina Europea Sovrana, dal Partito moderato UDAR, dal gruppo Sviluppo Economico, dal Partito delle Regioni e dai Comunisti, è stata criticata dal Partito di orientamento social-popolare-democratico Batkivshchyna e dagli ultraconservatori di Svoboda.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
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Europa: Juncker in testa nel totonomine per la Presidenza della Commissione Europea

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on May 27, 2014

Il Candidato PPE dichiara la volontà di creare una Grande Coalizione con PSE e ALDE. Cameron e Orban contrari alla nomina del politico lussemburghese

Una grande coalizione di popolari, socialisti e democratici, e liberal-democratici, aperta ai verdi, ma senza alcun appoggio esterno da parte delle forze euroscettiche e conservatrici. Così il candidato alla Presidenza della Commissione Europea del Partito Popolare Europeo -PPE- Jean Claude Juncker, ha presentato il suo progetto politico, dopo avere ricevuto l’investitura popolare con la vittoria del PPE nelle Elezioni Europee di Domenica, 25 Maggio.

Come dichiarato dall’ex-Premier lussemburghese, l’alta percentuale ottenuta dai Partiti euroscettici -che per via delle loro differenze interne difficilmente saranno in grado di costituire un gruppo unico in Parlamento- costringe il PPE a trovare partner di maggioranza nel Partito dei Socialisti Europei -PSE- e nell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei -ALDE.

All’interno della Grande Coalizione, da decidere è il ruolo che spetta al Candidato alla Presidenza della Commissione Europea del PSE, Martin Schulz, che, secondo indiscrezioni, potrebbe ottenere la Vicepresidenza con delega agli Affari Economici e Monetari.

Nel frattempo, prove di unità tra le due principali famiglie politiche europee è stata data dal Cancelliere austriaco, il socialdemocratico Werner Faymann, che ha dichiarato la necessità di tenere conto della volontà popolare dei cittadini e, quindi, di nominare Juncker Presidente della Commissione Europea.

Il gesto di Faymann, che ricorda l’appoggio dato nel 2009 dall’ex-Premier socialdemocratico spagnolo José Luis Zapatero al candidato dei popolari alla Presidenza della Commissione Europea, José Manuel Barroso, non è però condiviso né dal Primo Ministro britannico, il conservatore David Cameron, né dal Premier ungherese, Viktor Orban, che pure appartiene al PPE di Juncker.

L’opposizione di Cameron e Orban alla nomina di Juncker ha rimesso in discussione la possibile nomina alla Presidenza della Commissione Europea di un candidato alternativo all’ex-Premier lussemburghese.

Secondo indiscrezioni, oltre a un esponente ‘tecnico’, a rientrare in gioco per la Presidenza della Commissione Europea è il PSE Schulz, che potrebbe contare sull’appoggio del cancelliere tedesco Angela Merkel -il vero leader del PPE- in cambio di qualche concessione da parte della SPD a favore della CDU all’interno della Grande Coalizione che governa in Germania.

In Polonia vince la Piattaforma Civica

Nel frattempo, a rafforzare la nomina di un candidato PPE alla guida della Commissione Europea è la vittoria in Polonia della cristiano-democratica Piattaforma Civica che, nel conteggio definitivo dei voti, ha superato i conservatori di Diritto e Giustizia, dati in vantaggio fino al 93% delle schede scrutinate.

Secondo il dato definitivo, che tuttavia non cambia il numero dei seggi del Parlamento Europeo assegnati alle singole liste, la Piattaforma Civica -che è membro del PPE- ha ottenuto il 32% dei consensi, mentre Diritto e Giustizia -che appartiene al gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei ECR- il 31%.

A seguire, la colazione socialdemocratica SLD-UP -membro del PSE- è ferma al 9%, i contadini del PSL -membro PPE- si sono classificati quarti con il 7%, tanto quanto la Nuova Destra che, con il suo storico ingresso al Parlamento Europeo, va a rinforzare le fila delle forze euroscettiche in Parlamento.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

L’Unione Energetica Europea di Tusk e Hollande piace a tutti tranne che alla Merkel

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 30, 2014

Il progetto del Premier polacco e del Presidente francese è sostenuto da Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia ed Estonia, mentre ancora una risposta deve provenire da Italia e Spagna. Anche i principali candidati alla Presidenza della Commissione Europea, Schulz, Juncker e Verhofstadt, a favore del piano che implementa la sicurezza energetica dell’Unione Europea

Un sostegno positivo da parte di quasi tutti i Paesi dell’Unione Europea ad un progetto fondamentale per la diversificazione e la sicurezza energetica degli Stati UE. Questo è il bilancio del primo round di consultazioni attuato dal Premier polacco, Donald Tusk, in merito alla realizzazione dell’Unione Energetica Europea: progetto, supportato in primis dal Presidente francese, Francois Hollande, che prevede da un lato la messa in comunicazione dei gasdotti dei Paesi UE e, nel contempo, la diversificazione delle forniture di gas, che oggi gli Stati membri importano a troppe alte quantità da poche fonti.

Come riportato dall’agenzia PAP, Tusk, dopo avere incassato l’ok di Hollande, ha ottenuto il supporto anche degli altri Paesi del Gruppo di Vysehrad – Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, oltre alla Polonia- e si appresta ora a consultazioni con il suo collega spagnolo, Mariano Rajoy.

Approccio positivo all’Unione Energetica è stato anche quello dei Paesi Baltici -Lituania, Lettonia ed Estonia- che soffrono una forte dipendenza da un solo forniture di energia, la Russia, mentre, come ha dichiarato Tusk, con il Premier italiano, Matteo Renzi, la discussione a riguardo è stata fissata a breve.

L’unico Paese ad avere avuto una reazione fredda all’Unione Energetica Europea è stata la Germania dove, secondo il Premier polacco, il sostegno al progetto del Cancelliere, Angela Merkel, è fondamentale per varare l’avvio della realizzazione del progetto già nella prossima seduta del Consiglio Europeo, come Hollande e Tusk hanno dichiarato di volere.

Malgrado l’opposizione della Merkel, l’Unione Energetica Europea ha ottenuto, seppur con sfumature differenti, il sostegno dei principali Candidati alla Presidenza della Commissione Europea che, lunedì, 27 Aprile, si sono fronteggiati nel primo dibattito tv tra i concorrenti alla guida dello scranno più ambito delle Istituzioni UE.

Il binomio inscindibile di energia e lavoro è stato sottolineato dal candidato del Partito dei Socialisti e Democratici Europei, Martin Schulz, che ha evidenziato come la realizzazione dell’Unione Energetica Europea sia necessaria non solo per rafforzare la sicurezza energetica dell’UE, ma anche e sopratutto per creare nuova occupazione.

La necessità di diminuire la dipendenza energetica sopratutto dalla Russia, e di avviare forniture di gas alternative per tutti i Paesi UE è stata supportata dal candidato del Partito Popolare Europeo, Jean Claude Juncker, che ha tuttavia evidenziato come la politica energetica debba rimanere una competenza delle singole nazioni.

Opposta è stata la visione del candidato dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei, Guy Verhofstad, che, dopo avere posto la realizzazione dell’Unione Energetica Europea come sua priorità in caso di elezione a Presidente della Commisisione, ha invece evidenziato come l’energia debba essere una stretta competenza di un’unica Istituzione Europea creata ad hoc.

La Slovacchia avvia le forniture di gas inverse all’Ucraina

Un passo verso la realizzazione dei postulati dell’Unione Energetica Europea è stato realizzato dalla Slovacchia che, sempre lunedì, 27 Aprile, ha avviato le forniture di gas russo a senso inverso dalla Germania all’Ucraina attraverso il gasdotto Vojany.

Il memorandum, che permette l’esportazione in Ucraina attraverso i gasdotti slovacchi di un massimale di 9 Miliardi di metri cubi di gas all’anno proveniente dalla Germania -che importa 55 Miliardi di metri cubi di gas russo all’anno attraverso il gasdotto Nordstream, realizzato nel 2012 sul fondale del Mar Baltico- segue gli accordi già firmati con Polonia ed Ungheria, attraverso i cui gasdotti Kyiv ha ottenuto la possibilità di importare un 8 miliardi di metri cubi di carburante.

La quota complessiva di oro blu importato attraverso l’utilizzo inverso dei gasdotti di Slovacchia, Polonia ed Ungheria permette all’Ucraina di acquisire 17 Miliardi di metri cubi di gas all’anno: una quantità che, seppur di poco, aiuta Kyiv a decrementare la dipendenza dalle importazioni dalla Russia, da cui l’Ucraina oggi dipende per il 90% circa del proprio fabbisogno.

Chi, invece, va contro il progetto di Unione Energetica Europea sono alcune delle principali compagnie energetiche europee, che badano più all’interesse personale che alla diminuzione della dipendenza dell’Europa da poche forniture di gas.

Martedì, 29 Aprile, la compagnia austriaca OMV ha firmato un accordo per la realizzazione in Austria del Southstream: gasdotto, progettato da un’accordo politico tra il Presidente russo, Vladimir Putin, e l’ex-Premier italiano Silvio Berlusconi, concepito per veicolare in Europa ulteriori 63 Miliardi dimetri cubi di gas russo.

Il Southstream, che secondo i progetti transita dalla Russia meridionale sul fondale del Mar Nero, per poi approdare in Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia ed Austria, è stato duramente contestato dalla Commissione Europea perché incrementa notevolmente la dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo.

Inoltre, la Commissione Europea ha bloccato la realizzazione del Southstream nell’ambito delle sanzioni imposte alla Russia per l’annessione militare della Crimea e, soprattutto, le provocazioni armate nell’Est dell’Ucraina.

Un accordo per la realizzazione materiale del Southstream è stato già stretto con la Russia dalla compagnia Italia Saipem, nonostante, pochi giorni prima, l’UE a essa dato il via alla prima delle due ondate di sanzioni nei confronti dell’entourage politico di Putin.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Europa Centrale ed Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

ELEZIONI PRESIDENZIALI SLOVACCHE: KISKA BATTE FICO A SORPRESA

Posted in Slovacchia by matteocazzulani on March 30, 2014

Il Candidato indipendente rovescia il vantaggio di 4 punti ottenuto nel primo turno dal Premier. Decisiva la scelta del Segretario dei socialdemocratici SMER di correre per il posto di Presidente da Capo del Governo

51enne filantropo e imprenditore lontano dalla politica e, sopratutto, mai appartenuto al mondo partitico precedente alla caduta del Muro di Berlino, quando si poteva partecipare alla Cosa Pubblica solo in quanto membri del Partito Comunista. Questa la personalità di Andrej Kiska, il nuovo Presidente della Slovacchia, capace di vincere al secondo turno delle Elezioni Presidenziali slovacche di sabato, 29 Marzo, dopo avere rovesciato il gap di 4 punti percentuali rimediato al Primo Turno dal Premier Robert Fico, candidato del Partito socialdemocratico SMER.

La vittoria di Kiska, che ha staccato Fico di circa il 20% dei voti -59,3% contro il 40,7%- è dovuta essenzialmente al carattere indipendente del candidato, che ha accumulato la sua ricchezza negli anni 90 con due società di credito al consumo, e che ha acquisito notorietà grazie al fondo di beneficenza “Buon Angelo”, da lui creato per aiutare bambini malati.

A contribuire in maniera consistente alla vittoria di Kiska sono stati anche fattori di carattere politico, come la decisione delle forze di destra, che al primo turno hanno sostenuto tre differenti candidati, di fare confluire il loro consenso sul candidato indipendente.

Responsabilità sono da addossare anche a Fico, che ha deciso di correre da Premier come candidato per la Presidenza del Paese, ventilando una possibile gestione del potere monocolore socialdemocratica -SMER controlla anche la maggioranza dei seggi in Parlamento- che ha preoccupato gli elettori.

Il PSE perde, ma la destra non vince

Oltre a Fico, sconfitti dalla competizione escono anche il Presidente del Parlamento Europeo e candidato Presidente della Commissione Europea del Partito dei Socialisti Europei, Martin Schulz, e il Presidente francese, Francois Hollande, che in prima persona hanno sostenuto la corsa di Fico.

Tuttavia, per le forze di destra, il successo di Kiska rappresenta una vittoria di Pirro, dal momento in cui il candidato che ha vinto il ballottaggio ha sempre mantenuto il suo carattere indipendente.

Resta inoltre da sottolineare poi come il Presidente in Slovacchia abbia poteri meramente rappresentativi ed inferiori rispetto a quelli del Premier e del Governo, che sono mantenuti saldamente sotto il controllo dei socialdemocratici.

Kiska, primo Presidente slovacco a non essere appartenuto al Partito Comunista, succede al Capo di Stato uscente Ivan Gasparovic, che è stato eletto per due mandati nel 2004 e nel 2009 come esponente di centro-sinistra.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale
lademocraziaarancione@gmail.com
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ELEZIONI EUROPEE: SCHULZ DAVANTI A JUNCKER ED EUROSCETTICI

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on March 8, 2014

Secondo le ultime rilevazioni Votewatch il candidato alla presidenza della Commissione Europea del PSE è avanti di un soffio rispetto all’esponente PPE grazie al buon risultato in diversi Stati. Crescono la Lista Tsipras, che supera al terzo posto l’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei di Verhofstad, e le forze euroscettiche

Il banchiere d’Europa da molti anni a capo dell’Eurogruppo contro il Presidente del Parlamento Europeo, l’Europa dell’austerità e del rigore contro quella del sociale e del rafforzamento dell’unità politica. Sa quasi di manicheo la scelta che gli elettori dei 28 Paesi dell’Unione Europea saranno chiamati a compiere nelle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo: le prime nelle quali i Partiti politici dei Paesi UE saranno invitati ad indicare un candidato alla Presidenza della commissione Europea, come previsto dal Trattato di Lisbona.

Nella giornata di venerdì, 7 Marzo, il Partito Popolare Europeo ha designato, durante il suo Congresso a Dublino, l’ex-Premier lussemburghese Jean Claude Juncker come candidato alla presidenza della Commissione Europea del Partito che continente soggetti politici di centro e centrodestra, e che oggi possiede la maggioranza dei seggi al Parlamento Europeo.

Juncker, che ha avuto la meglio nella votazione interna sul francese Barnier, sarà il principale avversario del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che sabato Primo di Marzo, a Roma, ha ottenuto la nomination del Partito dei Socialisti Europei.

Il duello tra Juncker e Schulz, che dovranno vedersi anche dalla corsa alla presidenza della Commissione Europea di Guy Verhofstad dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei, di Rebecca Harms dei Verdi, e di Alexis Tsipras del Fronte della Sinistra, sarà un vero e proprio testa testa che, secondo le rilevazioni Votewatch di mercoledì, 5 Marzo, vede il candidato del PSE in leggero vantaggio sull’esponente del PPE.

Nello specifico, Schulz può contare su una maggioranza relativa da 17 a 7 seggi su Juncker, poiché il PSE, nel dato complessivo europeo, dovrebbe vincere un minimo di 209 seggi al Parlamento Europeo, contro i 202 che andrebbero al PPE: un cambio di maggioranza dettato da molteplici fattori.

In primis, il soggetto partitico del centrosinistra europeo è fortemente trainato dai buoni risultati che, secondo le rilevazioni, i Partiti del PSE otterrebbero in Gran Bretagna, Romania, Portogallo, Svezia, Austria e Lituania -dove Schulz è dato vincitore- ed anche Italia, Ungheria, Spagna, Finlandia, Slovacchia e Germania, Repubblica Ceca e Danimarca, dove i socialisti raccolgono un cospicuo bottino di voti.

Il PPE, che vincerebbe in alcune storiche roccaforti come Francia, Germania e Spagna, ed anche in Croazia, si vede erodere molti voti dalle forze che appartengono ai Conservatori e Riformatori Europei, che costringono i popolari ad un pareggio in Polonia.

Un altro fenomeno importante è il sorpasso del Fronte della Sinistra nei confronti dell’ALDE come terza forza del Parlamento Europeo, con la Lista Tsipras che ottiene 67 seggi contro i 61 dei liberali, sopratutto grazie alla vittoria in Grecia e ai buoni risultati in Francia, Germania, Spagna e Portogallo.

Verhofstad risulterebbe il più votato solo in Estonia e Danimarca, ed otterrebbe una buona dote di voti anche in Olanda, Finlandia, Irlanda e, ovviamente, in Belgio.

Elemento importante resta poi anche la presenza di Partiti euroscettici, che, sempre secondo la rilevazione Votewatch, arriverebbero a possedere 92 seggi grazie ai buoni risultati di partiti apertamente ostili all’Europa in Italia, Francia, Gran Bretagna, Bulgaria ed Austria ed alla vittoria in Olanda e Repubblica Ceca.

Oltre che la crisi economica e la disaffezione sempre più crescente nei confronti della politica, a favorire l’ascesa dei movimenti euroscettici è anche la modifica della soglia di sbarramento del 3% in Germania, che permette l’ingresso nel parlamento Europeo di un alto numero di partitini come il Partito dei Pirati.

Sempre più probabili le Larghe Intese anche in Europa

Secondo i dati, PSE e PPE sarebbero costretti al vero di una Coalizione delle a larghe Intese per arginare il fronte anti europeo che, oltre ai Partiti più apertamente euroscettici, potrebbe trovare la convergenza su alcuni provvedimenti dei Conservatori e della Lista Tsipras.

La Grosse Koalition tra socialisti e popolari comporterebbe ad un rallentamento del processo di rafforzamento delle istituzioni europei sul piano sopratutto politico, in un momento in cui, come dimostrato dalla crisi ucraina, l’Europa ha bisogno di contare nel Mondo con una voce sola.

Un’UE forte ed autorevole è necessaria per agire in difesa della democrazia, dei diritti umani e della libertà nel Mondo : una battaglia, da realizzare con le armi pacifiche degli accordi politici, commerciali ed economici, su cui sia Schulz che Juncker sono fortemente d’accordo.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: TURCHYNOV È IL NUOVO PRESIDENTE. YANUKOVYCH RICERCATO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 24, 2014

Il Parlamento ucraino nomina il Vicecapo di Batkivshchyna come Capo di Stato ad interim, dimissiona i Ministri imposti dall’ex-Presidente ucraino, ed annulla leggi che mettono a repentaglio l’unità nazionale. Il nuovo Capo dello Stato promette impegno nel sociale, nella posizione di Kyiv in campo economico, la ripresa dei negoziati con l’Europa, e rapporti paritetici con la Russia.

Corporatura robusta, sguardo attento e pensiero profondo da filosofo vero di credo luterano -una rarità nello scenario politico ucraino. Così si presenta il nuovo Presidente ucraino, Oleksandr Turchynov, eletto Domenica, 23 Febbraio, Capo di Stato ad interim dal Parlamento ucraino, di cui pochi giorni prima è stato eletto Speaker.

A favore della nomina del Vice-Capo del Partito social-popolare-democratico Batkivshchyna, che ha già ricoperto il Vicepremierato, il Premierato ad interim e la guida del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa, ha votato la maggioranza totale del Parlamento, che, nella medesima giornata, ha provveduto anche a dimissionare i Ministri imposti dall’ex-Presidente Yanukovych.

Nel suo discorso di insediamento, Turchynov ha promesso di mettersi subito al lavoro per garantire il pagamento delle provvidenze sociali, tra cui stipendi e pensioni, e ha posto il recupero di fiducia da parte dei mercati internazionali come priorità della sua Amministrazione.

Per quanto riguarda la politica estera, Turchynov ha dichiarato la ripresa dei negoziati con l’Unione Europea per la firma dell’Accordo di Associazione: un documento che integra l’economia ucraina nel mercato unico UE.

Il nuovo Capo dello Stato ha poi dichiarato la volontà di stabilire buoni e stretti rapporti con la Russia sulla base del principio di parità e comune rispetto.

Oltre alla nomina di Turchynov, il Parlamento ha anche votato per la nazionalizzazione della lussuosa residenza presidenziale Mezhyhirya -che sarà probabilmente destinata ad orfanotrofio- e l’abolizione di alcune delle controverse Leggi fatte approvare da Yanukovych, come quella sulla concessione alle lingue delle minoranze nazionali dello status di idiomi ufficiali dell’Ucraina.

Nella giornata di lunedì, 24 Febbraio, il Parlamento ucraino ha poi varato un mandato di arresto per lo stesso ex-Presidente Yanukovych che, dopo essere stato incolpato di crimini contro l’umanità dagli stessi parlamentari del suo Partito delle Regioni, ha cercato di fuggire in Russia: fonti lo danno ora nascosto nel Donbas, nell’est del Paese, altre addirittura in Crimea.

Reazioni positive all’insediamento e ai primi passi compiuti dall’Amministrazione Turchynov sono state pronunciate dal Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, John Kerry, mentre il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha accusato l’opposizione di avere sovvertito l’ordine con l’uso della forza.

In tre per il Premierato

Nel frattempo, sono cominciate le procedure per la formazione di un nuovo Governo di Unità Nazionale per traghettare l’Ucraina alle prossime elezioni presidenziali anticipate. Secondo le prime indiscrezioni, la carica di Premier potrebbe essere affidata al Leader di Batkivshchyna, Arseniy Yatsenyuk, oppure al Deputato indipendente Petro Poroshenko: imprenditore della cioccolata che molto si è speso per sostenere il corso europeo del suo Paese.

Tra i possibili candidati al Premierato è emerso anche il nome di Yulia Tymoshenko, l’ex-Premier liberata da due giorni dalla detenzione politica a cui è stata costretta dall’Agosto del 2011, che, tuttavia, ha fatto sapere di non essere interessata alla guida del Governo.

Secondo indiscrezioni, la Tymoshenko, che nella giornata di Domenica, 23 Febbraio, ha incontrato gli Ambasciatori di UE ed USA in Ucraina, ed ha ricevuto sia la chiamata del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che le felicitazioni del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, si starebbe preparando per correre alle elezioni presidenziali.

A contenderle la candidatura come leader dello schieramento democratico ci sarebbe il Capo del Partito moderato UDAR, Vitaly Klichko.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: UE VERSO LE SANZIONI. GLI USA LE RAFFORZANO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 20, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, firma il diniego dei visti USA per 20 Autorità ucraine ritenute responsabili della violazione delle democrazia e dei diritti umani. Anche i vertici dell’Unione Europea verso misure punitive dopo la repressione violenta che ha provocato circa 40 vittime tra i manifestanti

Venti persone senza un visto per gli Stati Uniti d’America. Questa è la misura punitiva che, nella giornata di mercoledì, 19 Febbraio, il Presidente USA, Barack Obama, ha apportato nei confronti di 20 Autorità ucraine -i cui cognomi sono rimasti segreti, come prevede la Legge statunitense- ritenuti responsabili della violazione della democrazia e dei diritti umani in Ucraina.

La presa di posizione di Obama, supportata dal Capogruppo democratico Harry Reid e dal senatore repubblicano John McCain, è stata presa in seguito alla repressione violenta delle manifestazioni per il ripristino delle libertà democratiche da parte delle forze speciali di polizia che, su ordine del Ministero degli Interni, martedì 18 Febbraio e mercoledì 19 Febbraio hanno sparato sulla folla, provocando 29 morti e più di cento feriti.

La misura di Obama segue le sanzioni che, lo scorso Gennaio, il Senato USA ha già approvato dopo precedenti repressioni violente ordinate dal Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, che hanno portato alla morte di almeno sette persone: tutte sempre solo tra i manifestanti.

Sulla medesima strada degli USA sembra volere procedere anche l’Europa, che finora, per via di una decisione unilaterale della Commissione Europea, ha posto un freno all’adozione di misure restrittive nei confronti delle Autorità ucraine responsabili della repressione violenta del dissenso, nonostante il Parlamento Europeo abbia precedentemente approvato una Risoluzione condivisa da tutte le forze politiche che richiedeva l’imposizione di sanzioni.

A dettare il dietrofront è stato proprio il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso, che non ha escluso l’adozione di misure punitive, come le sanzioni, dopo che l’Ucraina è sprofondata in una quasi guerra civile.

La posizione di Barroso riprende quella del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che, su invito del suo Vicepresidente Vicario, Gianni Pittella -che si è recato a Kyiv lo scorso Gennaio per verificare di persona la situazione nel Paese- ha da tempo chiesto sanzioni per la violazione della democrazia e dei diritti umani in Ucraina e che, sempre mercoledì, 19 Febbraio, ha confermato la sua posizione dopo avere sottolineato che le Autorità ucraine si sono squalificate agli occhi dell’opinione pubblica europea.

A spingere verso le sanzioni sono anche i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea, a partire dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che, d’accordo con il Presidente francese, Francois Hollande, ha sostenuto la necessità di adottare misure punitive nei confronti delle Autorità ucraine responsabili della morte violenta di circa 40 dimostranti dall’inizio della protesta.

L’ipotesi di sanzioni è stata supportata anche dal Premier polacco, Donald Tusk, e dal Capo del Governo lituano, Algirdas Butkevicius, che hanno evidenziato l’opportunità di congelare i conti bancari e di imporre il diniego della concessione dei visti Schengen per le Autorità ucraine come segnale che il segno della tolleranza UE è stato passato.

Sikorski, Steinmeier e Fabius a Kyiv per parlare con Yanukovych

Nel frattempo, dopo un’altra giornata di aggressione armata da parte della polizia le vittime a Kyiv sono salite a 29, dopodiché, nel corso della notte, è stata stabilità una tregua in occasione dell’arrivo in Ucraina del Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, inviato speciale dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera UE, Catherine Ashton.

Sikorski sarà raggiunto dai Ministri degli Esteri di Germania e Francia, Frank-Walter Steinmeier e Laurent Fabius, per cercare di convincere il Presidente Yanukovych a fermare la repressione armata del dissenso.

Matteo Cazzulani

IN UCRAINA YANUKOVYCH INIZIA LA GUERRA CIVILE: GIÀ 25 MORTI TRA I MANIFESTANTI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 19, 2014

Anche centinaia di dimostranti feriti e dispersi è il bilancio del primo giorno di guerriglia provocato dagli attacchi delle forze speciali di polizia Berkut su ordine del Ministero degli Interni ucraino. Il Presidente ucraino valuta lo stato di guerra ed evita il contatto telefonico con i leader europei

Granate, fucili, altre armi da fuoco e bombe molotov sono gli armamenti utilizzati dalla polizia speciale di regime ucraina Berkut per reprimere la manifestazione pacifica degli oppositori ucraini: una vera e propria guerra civile all’interno della capitale, Kyiv, che in una manciata d’ore ha provocato la morte di 25 persone e diverse centinaia di feriti, tutti solo tra i manifestanti.

Il bollettino di guerra della giornata di martedì, 18 Febbraio, testimonia una repressione violenta del dissenso che non lascia dubbi sul fatto di come essa sia stata da tempo preparata dal Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, che nei giorni passati ha solamente fatto finta di aprire la porta alle opposizioni per avviare un negoziato.

Tutto è iniziato quando i manifestanti hanno presidiato il Parlamento ucraino, dove lo Speaker, Volodymyr Rybak, esponente del Partito delle regioni del Presidente Yanukovych, si è rifiutato di porre ai voti il ripristino delle libertà democratiche che il Capo di Stato ha sotratto proprio al Parlamento.

Ai primi spari della polizia, che hanno provocato le prime tre vittime, i manifestanti, che hanno installato un ospedale volante addirittura presso il Monestero Mykhaylvsky, hanno risposto con la ri-occupazione degli edifici pubblici precedentemente sgombrati, mente le forze speciali di polizia hanno continuato ad aprire il fuoco sulla folla fino ad inizio mattinata, portando il numero delle vittime a 25.

Ancora più dura degli spari della polizia è la pozione del Presidenre Yanukovych, che, durante colloqui notturni con i Leader dell’Opposizione, ha ventilato l’ipotesi di varare lo Stato di Guerra se i manifestanti non avessero nell’immediato abbandonato la piazza.

Yanukovych, che ha addossato la responsabilità degli sconti sull’opposizione, è stato contestato dall’Amministrazione Presidenziale del Capo di Stato degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che si è detta pronta a rafforzare le sanzioni che già sono state imposte nei confronti di quelle autorità ucraine che non rispettano i diritti umani e la democrazia.

Da parte loro, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e il Presidenre polacco, Bromislaw Komorowski, hanno cercato un contatto con Yanukovych, che, tuttavia, non ha risposto al telefono.

La decisione di Yanukovych di usare la forza contro i manifestanti chiude le porte ad ogni possibile forma di dialogo, ed apre alla possibilità che in Ucraina si arrivi ad una guerra civile che renda ancor più alto il numero delle vittime.

In Europa serve un cambio di passo dopo il fallimento della Commissione Barroso

In tutto questo, una forte responsabilità spetta alla Commissione Europea, che si è sempre rifiutata di imporre sanzioni, nonostante l’adozione di misure punitive nei confronti delle Autorità ucraine, come il blocco dei conti bancari e il diniego della concessione di visti Schengen, fosse stata richiesta a gran voce dal Parlamento Europeo con una risoluzione unitaria approvata all’unanimità da tutte le forze politiche.

L’escalation dei fatti a Kyiv dimostra l’inconsistenza della Commissione Europea presieduta dal popolare José Manuel Barroso, che ha perso un’occasione irripetibile per prendere una posizione forte ed unita in difesa della democrazia e della libertà in un paese, l’Ucraina, che per ragioni storiche, culturali e sociali appartiene alla grande famiglia europea.

A nulla sono valsi gli appelli per una posizione più risoluta dell’UE da parte del Presidente e del Vicepresidente del Parlamento Europeo, i socialisti e democratici Martin Schulz e Gianni Pittella, condivisa dall’altro Vicepresidente popolare Jacek Protaszewicz e da Europarlamentari di tutti gli schieramenti, tra cui il Capogruppo dei Socialisti e Democratici Hannes Swoboda, il Presidente della Commissione Esteri del Parlamento Europeo, il popolare Elmar Brok, il popolare Jacek Saryusz-Wolski, la Socialista e Democratica Patrizia Toia, la verde Rebecca Harms e il conservatore Pawel Kowal.

Ll’UE deve approfittare della questione ucraina per diventare finalmente non sarà politicamente forte e unita, e sopratutto consapevole della propria missione nel Mondo come modello per lo sviluppo della pace, del progresso, della Giustizia Sociale e dei Diritti Umani e civili, così come propone il Partito Socialista Europeo, che alle prossime elezioni europee candida proprio Martin Schulz alla Presidenza della Commissione.

Fino a quando l’UE non diventerà un soggetto politico forte e consapevole di sé, popoli che guardano all’Europa con ammirazione, come gli ucraini, saranno destinati a soccombere alla violenza di una dittatura come quella cruenta di Yanukovych, che la Commissione Barroso ha saputo solo condannare a parole.

Matteo Cazzulani