LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

UCRAINA: YANUKOVYCH CONTINUA A PICCHIARE ANCHE I GIORNALISTI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on December 2, 2013

Le forze speciali di polizia Berkut, alle dirette dipendenza del Presidente ucraino, picchiano il corrispondente polacco Pawel Pieniazek pur consapevoli della sua professione testimoniata dal badge in evidenza sui vestiti del cittadino UE. Come confermato da più fonti, il Regime ucraino infiltra nella protesta provocatori per discreditare i dimostranti agli occhi dell’Opinione Pubblica mondiale e legittimare la repressione

Si dice che una Rivoluzione la si riconosce quando la polizia interviene sulla folla, mentre un regime reazionario si distingue quando ad essere picchiati sono anche i giornalisti. Nella giornata di Domenica, Primo di Dicembre, il corrispondente della testata polacca Krytyka Polityczna, Pawel Pieniazek, è stato aggredito dalle forze speciali di polizia Berkut schierate dal Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, per reprimere le manifestazioni di un milione di dimostranti a Kyiv in supporto dell’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, il giornalista polacco, soccorso da una collega della TV ucraina e da un’ambulanza, è stato malmenato perché intento ad osservare uno dei tanti scontri tra i Berkut e i dimostranti avvenuti nella giornata di Domenica.

“Ho mostrato il badge da giornalista, ma non c’è stata possibilità alcuna di fermare l’aggressione delle forze speciali di polizia -ha dichiarato il corrispondente- Ho ricevuto manganellate forti, sopratutto dietro alla testa”.

I Berkut, famosi per le aggressioni violente attuate per terrorizzare i manifestanti, senza distinguere l’obiettivo che si colpisce, sono forze speciali di polizia -paragonabili agli OMON russi- alla diretta dipendenza del Presidente Yanukovych.

Le forze speciali di polizia sono in azione da venerdì, 29 Agosto, quando più di cento tra manifestanti e giornalisti sono stati picchiati, arrestati e rinchiusi in commissariato per avere preso parte alle proteste dovute alla mancata firma da parte del Presidente Yanukovych dell’Accordo di Associazione con l’UE: documento che avrebbe integrato l’economia ucraina nel mercato unico europeo.

Oltre all’opposizione all’integrazione dell’Ucraina in Europa, la reazione dei Berkut è motivata dalle azioni violenti di provocatori mascherati che, come confermato dalla deputata del Partito delle Regioni del Presidente Yanukovych, Inna Bohoslovska, sono ingaggiati dall’Amministrazione Presidenziale ucraina e da quella del Presidente russo, Vladimir Putin, tra ultras di calcio e giovani studenti dell’Accademia di Polizia per discreditare la protesta agli occhi dell’Opinione Pubblica e legittimare la repressione.

Infatti, Putin ha tutto l’interesse a presentare la protesta in supporto all’Europa degli ucraini come violenta, come hanno fatto i principali media russi -spesso citati con leggerezza dagli organi di stampa italiani- perché vuole inglobare l’Ucraina nell’Unione Doganale Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale concepito per estendere l’egemonia di Mosca nello spazio ex-sovietico ed eliminare l’UE dalla competizione internazionale.

L’UE a fianco dei manifestanti

Differente è stata la reazione dell’UE, che ha sostenuto convintamente i manifestanti, come dimostrato dalla presenza durante le manifestazioni di Domenica del Vicepresidente del Parlamento Europeo, Jacek Protaszewicz.

Importanti sono anche le prese di posizione del Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, del Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, e del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che hanno dichiarato la volontà di tenere aperta la porta per l’ingresso dell’Ucraina in UE nonostante la rinuncia unilaterale del Presidente Yanukovych.

Ad attivarsi è stata anche la Polonia, in cui il Presidente, Bronislaw Komorowski, ha convocato una seduta urgente del Comitato per la Sicurezza e la Difesa Nazionale dopo che il Premier, Donald Tusk, ha intrattenuto colloqui urgenti sull’Ucraina con il Ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, e con quello della Difesa, Tomasz Siemoniak.

Matteo Cazzulani

ASSOCIAZIONE UCRAINA-UE: L’EUROMAIDAN SUPERA LA RIVOLUZIONE ARANCIONE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 25, 2013

Più di 10 Mila in piazza a Kyiv per sostenere l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea: molte di più del processo democratico del 2004. La polizia usa la forza mentre le Autorità organizzano contro-manifestazioni con truppe cammellate.

Sì all’Europa, no all’Unione Doganale della Russia sono alcuni degli slogan che la fiumana record di manifestanti ha intonato Domenica, 24 Novembre, presso il centrale Maydan Nezalezhnosti durante le dimostrazioni in sostegno dell’Integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea. La manifestazione, chiamata “Euromaidan”, ha ottenuto numeri da record: più di 10 Milioni di persone scese in piazza volontariamente, molte di più di quante, sempre nel mese di Novembre, ma nel 2004, hanno partecipato al processo democratico passato alla storia come “Rivoluzione Arancione”.

Nello specifico, i punti della protesta sono due. Il primo è il Maydan Nezalezhosti, dove sono riunite le Associazioni di cittadini senza bandiere politiche, mentre in Piazza Europa si è mobilitata l’Opposizione con una tendopoli che, già nella notte, è finita nel mirino delle forse speciali di polizia, che hanno cercato, invano, di disperdere la folla.

La protesta europea ha anche varato un piano d’azione: mobilitazione permanente fino al 29 Novembre -data del Vertice di Vilna in cui l’Ucraina è chiamata a firmare l’Accordo di Associazione con l’UE: un documento che integra l’economia di Kyiv nel mercato libero europeo- e richiesta al Parlamento di votare le clausole chieste dall’Unione per la firma dell’Accordo di Associazione -tra cui la liberazione temporanea per cure mediche urgenti per la Leader dell’Opposizione Yulia Tymoshenko: incarcerata nel 2011 dopo un processo politico.

Oltre all’intervento della polizia, le Autorità Governative hanno inscenato una contromanifestazione nominata “Euro Homo” presso la Piazza Mikhaylovska, dove, secondo i testimoni, sono stati costretti a dimostrare minatori delle Regioni orientali del Paese: la roccaforte del Partito delle Regioni del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych.

Con le proteste di Domenica, in contemporanea con dimostrazioni in altre città dell’Ucraina e mobilitazioni in tutto il Mondo, come a Barcellona, Washington, Ginevra, Oslo, Wroclaw e Milano, sono già quattro i giorni che hanno visto gli ucraini scendere in piazza per supportare la firma dell’Accordo di Associazione tra l’Ucraina e l’UE.

La decisione di non firmare l’Accordo che integra l’economia ucraina nel mercato unico libero UE è stata presa dal Parlamento ucraino su direttiva del Presidente Yanukovych per timore di ripercussioni da parte della Russia, che sta attuando ritorsioni di carattere commerciale per inglobare Kyiv nell’Unione Doganale Eurasiatica.

Questo progetto di integrazione sovranazionale è concepito dal Presidente russo Putin per estendere l’egemonia di Mosca nello spazio ex-sovietico, creare un nuovo impero russo, ed annichilire l’UE dalla competizione internazionale in Mondo oramai globalizzato.

L’UE continua a trattare con Kyiv

Per via dell’importanza geopolitica dell’Ucraina -Paese anche ricco di risorse naturali e di un potenziale industriale, agricolo ed umano- l’UE non ha terminato i tentativi di arrivare comunque alla firma dell’Accordo di Associazione.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, l’Inviato Speciale del Parlamento Europeo, l’ex-Presidente polacco, il socialdemocratico Aleksander Kwasniewski, sta conducendo trattative per convincere le Autorità ucraine alla firma del Documento.

Come riportato dall’Ukrayinska Pravda, attaccata da hacker nella giornata di Domenica, anche il Cancelliere tedesco, la cristianodemocratica Angela Merkel, sarebbe pronta a colloqui con Putin per invitare la Russia ad interrompere le ritorsioni commerciali per cercare di influenzare decisioni di Paesi sovrani ed indipendenti come l’Ucraina.

A seguito della manifestazione per l’Associazione dell’Ucraina con l’UE a Milano, a cui hanno partecipato più di 50 tra italiani ed ucraini, si è costituito il Comitato Euromaidan Lombardia, con lo scopo di monitorare la situazione a Kyiv per organizzare azioni di solidarietà ed informare la popolazione italiana sulla necessità per l’Europa di integrare al più presto l’economia ucraina nel mercato unico libero europeo.

Il Comitato è apartitico ed aperto alla partecipazione di tutti anche con una mail a tymoshenkolibera@gmail.com opporre con l’adesione alla pagina Facebook.

Matteo Cazzulani

TRA UCRAINA E RUSSIA UNA NUOVA GUERRA DEL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 16, 2013

Le Autorità ucraine riducono sensibilmente la quantità di gas russo importata dopo le minacce di sanzioni da parte di Mosca. La situazione simile a quella del 2009, quando l’ex-Premier, Yulia Tymoshenko, ha impedito una crisi energetica in Unione Europea

L’Europa resta forse senza gas, ma, questa volta, non può contare su un Governo alleato in Ucraina. Nella giornata di martedì, 12 Novembre, l’Ucraina ha ridotto l’importazione di gas dalla Russia -utilizzato sia per soddisfare il fabbisogno ucraino che quello dell’Unione Europea- in maniera drastica, passando da 104 Milioni di Metri Cubi al giorno a solo 9 Milioni.

La decisione è stata presa dopo che il monopolista statale russo del gas, Gazprom, ha minacciato l’Ucraina di tagliare le forniture di gas se la compagnia energetica nazionale ucraina Naftohaz non dovesse provvedere al pagamento immediato del debito di circa 2 Miliardi di Dollari per il mancato pagamento delle forniture pregresse.

Pronta è stata la risposta del Vicepremier ucraino, Yuri Boyko, che ha ordinato l’importazione della quantità minima di gas necessaria a soddisfare il fabbisogno di Kyiv, e di arrestare quella del ‘gas tecnico’ -oro blu necessario per mantenere la capacità dei gasdotti dell’Ucraina di veicolare carburante dalla Russia all’UE.

La decisione ha posto l’Ucraina in una situazione di emergenza che riguarda anche l’UE, in quanto la Russia ha ventilato la possibilità di sospendere l’invio del gas riservato ai clienti europei se Kyiv non provvederà all’immediato pagamento del debito.

Con il ricatto energetico, Mosca intende impedire la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: documento, che sia Kyiv che Bruxelles vogliono firmare, che integra il mercato ucraino in quello economico comune dell’Unione.

L’utilizzo del gas come arma politica nei confronti dell’Ucraina da parte della Russia ricorda lo scenario del Gennaio 2009, quando, per destabilizzare il Governo pro-europeo di Yulia Tymoshenko, Mosca ha tagliato le forniture di dirette in territorio ucraino e, poi, in UE.

Allora, la situazione è stata risolta con un intervento della Tymoshenko che, per non lasciare al freddo i suoi concittadini, e, sopratutto, per tenere fede ai patti con l’UE, ha accettato condizioni contrattuali onerose imposte dai russi pur di ripristinare il flusso di gas dalla Russia.

Differentemente da allora, il Presidente ucraino, Viktor Yanukovych -che ha fatto incarcerare la Tymoshenko dopo un processo irregolare in cui l’ex-Premier è stata condannata proprio per la firma degli accordi con Mosca nel Gennaio 2009- non ha considerato gli obblighi contrattuali con l’UE, ed ha reagito in maniera istintiva al ricatto energetico della Russia.

Dopo avere ridotto al minimo le importazioni di gas dalla Russia, Yanukovych ha varato contratti a tempo per l’importazione del gas russo da Ovest, anziché da Est, tramite i gasdotti di Polonia, Ungheria e Slovacchia che consentono l’invio in Ucraina del carburante che Mosca veicola in Germania attraverso il gasdotto Nordstream, realizzato sul fondale del Mar Baltico.

Inoltre, il Presidente ucraino ha incrementato l’utilizzo di greggio e carbone, e, così, ha ritardato in maniera sensibile l’applicazione delle misure previste dal Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni inquinanti.

La presenza degli intermediari

Così come nel 2009, un fattore importante nella Guerra Energetica tra Ucraina e Russia è la presenza di RosUkrEnergo: compagnia posseduta al 50% da Gazprom e al 50% dall’oligarca Dmytro Firtash -il principale sponsor di Yanukovych, sostenuto anche dall’ex-Presidente Viktor Yushchenko- che, come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, ha costretto lo Stato ucraino al pagamento di un’ammenda per presunta sottrazione indebita di gas.

Nel 2009, la RosUkrEnergo si è introdotta nelle trattative tra Mosca e Kyiv per alzare le già onerose clausole contrattuali che la Russia ha concesso all’Ucraina, con lo scopo di impedire una vittoria politica alla Tymoshenko, e favorire nello schieramento democratico la ricandidatura dell’allora Capo di Stato Yushchenko alle Elezioni Presidenziali ucraine del 2010.

Kyiv non può non scegliere tra Bruxelles e Mosca

Per l’Ucraina, l’unica soluzione al ricatto dei russi è l’integrazione economica in Europa, che prevede anche la creazione di un mercato comune energetico, tramite la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE.

Questo passo è però difficile da realizzare a causa della mancata volontà da parte di Yanukovych di garantire la liberazione temporanea della Tymoshenko per cure mediche urgenti in Germania: conditio sine qua non che l’UE ha posto per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Ucraina.

Yanukovych, Presidente di un Paese che, per via della sua collocazione geopolitica, non può mantenersi neutrale tra UE e Russia, è così chiamato ad una scelta importante: accettare il rispetto dei diritti umani e della democrazia con una precisa scelta di campo pro-europea, oppure abbandonarsi ad una condotta autoritaria destinata giocoforza a portare Kyiv tra le braccia di Mosca.

Matteo Cazzulani

CASO TYMOSHENKO: SCHULZ DA ANCORA TEMPO ALL’UCRAINA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 14, 2013

Il Presidente del Parlamento Europeo concede tempo a Kyiv per realizzare la condizione necessaria all’integrazione economica del mercato ucraino nell’Unione Europea. Fiducia e dubbi degli invitati speciali dell’UE, Aleksander Kwasniewski e Pat Cox, e il doppiogioco del Capo di Stato dell’Ucraina, Viktor Yanukovych

L’Ucraina è sempre più autoritaria, ma l’Europa prende tempo per non mandare all’aria una trattativa delicata da cui dipende la sicurezza economica ed energetica dell’UE. Nella giornata di mercoledì, 13 Novembre, il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha prolungato la missione diplomatica in Ucraina per agevolare la firma dell’Accordo di Associazione tra Kyiv e Bruxelles: un documento che integra l’economia ucraina nel mercato unico dell’UE.

La decisione di Schulz è stata presa una volta audito il resoconto dei due inviati speciali del Parlamento Europeo in Ucraina, l’ex-Presidente polacco, il socialdemocratico Aleksander Kwasniewski, e l’ex-Premier irlandese, il liberale Pat Cox, che, nei giorni passati, hanno intrattenuto colloqui, spesso al limite della lite, con il Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, lo Speaker del Parlamento, Volodymyr Rybak, e il Capogruppo del Partito delle Regioni -la forza partitica del Capo di Stato- Oleksandr Yefremov.

Kwasniewski e Cox sono rientrati in Europa dopo che la Rada -il Parlamento ucraino- malgrado le richieste UE, non è riuscita a varare una legge che consente cure mediche urgenti in Germania alla Leader dell’Opposizione, Yulia Tymoshenko: una condizione posta dalla Commissione Europea come necessaria per la firma dell’Accordo di Associazione con Kyiv.

La Tymoshenko, famosa per avere guidato il processo democratico ucraino nel 2004 noto come ‘Rivoluzione Arancione’, è costretta al carcere dal 2011 in seguito ad una condanna che l’UE e la Comunità Internazionale ritengono politicamente motivata dalla volontà del Presidente Yanukovych di reprimere il dissenso.

A commento della missione, Kwasniewski si è detto fiducioso che il Parlamento ucraino possa trovare un accordo su un provvedimento condiviso entro il 19 Novembre: proprio il giorno in cui il Consiglio Europeo è chiamato a decidere se procedere o meno con la firma dell’Accordo di Associazione con l’Ucraina.

Meno ottimistica è la posizione di Cox, che, nonostante la fiducia nel buon senso dei politici ucraini, ha ammesso che la pazienza degli inviati speciali del Parlamento Europeo è stata messa a dura prova dalle Autorità di Kyiv.

A rincarare la dose è il Parlamentare Europeo popolare Jacek Saryusz Wolski, che ha contestato i veritici UE per non considerare l’evidente assenza di volontà da parte delle Autorità ucraine di firmare l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea.

Negli ultimi tempi, il Presidente Yanukovych ha dato rassicurazioni sulla risoluzione del caso Tymoshenko, ma , finora, nessun provvedimento su tale questione è stato ancora preso dal Parlamento ucraino, dove la maggioranza è fedele al Capo dello Stato.

Inoltre, Yanukovych durante la permanenza della missione del Parlamento Europeo si è recato in Russia per consultazioni sull’Accordo di Associazione con il Presidente russo, Vladimir Putin, che si è detto contrario all’integrazione dell’Ucraina nell’UE.

La tattica di Yanukovych mira, da un lato, ad evitare la risoluzione del caso Tymoshenko per mantenere la temuta rivale fuori dalla vita politica del Paese. Dall’altro, il Presidente ucraino cerca di mantenere l’Ucraina equidistante tra l’UE e la Russia: una decisione che, però, è destinata a fallire.

Putin ricostruisce l’URSS mentre l’UE è divisa

Mosca vuole infatti inglobare Kyiv nell’Unione Doganale Eurasiatica: progetto in integrazione sovranazionale concepito da Putin per estendere l’egemonia della Russia nello spazio ex-sovietico la cui realizzazione, ed estensione all’Ucraina, mette a serio repentaglio il rafforzamento e la competitività su scala mondiale dell’UE.

Invece, per contrastare in maniera efficace la crisi economica, l’UE ha la necessita di integrare l’economia dell’Ucraina: Paese europeo per storia, cultura e tradizioni, ricco di materie prime e potenziale agricolo, infrastrutturale energetico, industriale ed umano.

Per l’Europa, l’Ucraina è anche uno snodo da cui transitano i più importanti gasdotti che, ad oggi, veicolano in territorio UE il gas dalla Russia: una fonte di energia da cui l’Unione dipende fortemente, e di cui la Russia si avvale per esercitare pressioni geopolitiche sugli Stati dell’Unione.

A rendere debole la posizione dell’UE, oltre alla mancanza di volontà da altre delle Autorità ucraine di rispettare la Democrazia ed i Diritti Umani, è la divisione interna tra Paesi e forze politiche favorevoli all’integrazione economica dell’Ucraina anche senza la risoluzione immediata del caso Tymoshenko -Polonia, Lituania, Estonia, Romania, Gran Bretagna, Slovacchia, e i Gruppi Parlamentari dei Socialisti e Democratici e dei Conservatori e Riformatori- e Stati e Partiti contrari all’allargamento del mercato unico UE a chi non rispetta la Libertà -Germania, Francia, Svezia, Repubblica Ceca, e i Gruppi Parlamentari dei Popolari, dei Verdi e dei LiberalDemocratici.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, a sostegno dell’integrazione economica dell’Ucraina nell’UE sono anche Stati Uniti d’America e Fondo Monetario Internazionale, preoccupati rispettivamente per l’espansione geopolitica della Russia in Europa e per l’impossibilita di Kyiv di onorare il programma di finanziamento del debito pubblico ucraino.

Matteo Cazzulani

GAS: LA BULGARIA TORNA FILORUSSA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 10, 2013

Il nuovo Governo socialista sostiene il Southstream, gasdotto progettato dalla Russia, in piena infrazione della Legge UE, per aumentare la dipendenza energetica dell’Unione Europea dal gas di Mosca. La decisione del Premier, Plamen Oresharski, opposta alla posizione mantenuta dall’ex-Capo del Governo moderato, Boyko Borysov

Un cambio di campo che mette a serio repentaglio la sicurezza energetica europea. Nella giornata di venerdì, 7 Giugno, la Bulgaria ha dichiarato sostegno al Southstream e, in generale, alla politica energetica della Russia in Europa.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, durante un incontro tra il Ministro dell’Economia bulgaro, Dragomir Stoynev, e il suo collega russo, Anatoliy Yanovsky, Sofia ha formalizzato il sostegno al gasdotto progettato da Mosca per aumentare la dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas russo.

La posizione della Bulgaria è dovuta al cambio di Governo avvenuto dopo le Elezioni Parlamentari, che hanno consegnato il controllo dell’esecutivo ai socialisti del Premier, Plamen Oresharski.

Ex-Ministro dell’Economia, il Premier Oresharski, nel 2007, ha firmato l’appoggio della Bulgaria al Southstream.

La posizione apertamente filo-russa è stata parzialmente rivalutata dal governo moderato del Premier Boyko Borysov, che, oltre a sostenere il Southstream, ha firmato l’appoggio al Nabucco.

Questo gasdotto è progettato dalla Commissione Europea per veicolare in Europa gas dall’Azerbaijan e, così, diminuire la dipendenza energetica dell’Unione Europea dalla Russia.

Nel 2013, il Premier ad interim, Marin Raykov, anch’egli un moderato, ha aperto un’inchiesta sulla Russia per mancato rispetto delle leggi UE nella realizzazione del Southstream.

Nello specifico, il gasdotto voluto da Mosca non rispetta il Terzo Pacchetto Energetico: legge dell’Unione Europea che impedisce ad enti monopolisti di controllare sia la compravendita che la distribuzione del gas in UE.

Il Southstream è progettato dal monopolista statale russo del gas Gazprom, ed è compartecipato dal colosso italiano ENI, dalla compagnia francese EDF, e dalla tedesca Wintershall.

Dalle coste russe, il Southstream è ideato per veicolare 63 Miliardi di metri cubi di gas russo in Austria attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia.

I socialisti bulgari sostengono anche il nucleare

Oltre che a riguardo del Southstream, il riposizionamento in chiave filo russa del nuovo governo socialista bulgaro ha riguardato anche il si alla costruzione della centrale nucleare di Belene.

Il progetto, che è stato approvato sempre dal Governo socialista 2005-2009 con costo di 10 Miliardi di Euro, è stato abbandonato dall’Ex-Premier Borysov perché pericoloso per la sicurezza energetica e nazionale bulgara e troppo costoso.

Il riposizionamento filo russo della Bulgaria mette a serio repentaglio la realizzazione dei progetti di indipendenza energetica varati dalla Commissione Europea per diminuire la dipendenza UE da Russia ed Algeria.

Infatti, il Southstream blocca la realizzazione del Nabucco, che è concepito per veicolare 30 Miliardi di metri cubi di gas all’anno dell’Azerbaijan dalla Turchia Occidentale in Austria attraverso Bulgaria, Romania ed Ungheria.

Matteo Cazzulani

ROSNEFT: IL DIRETTORE DEL NORDSTREAM, IL CAPO DELLA MORGAN STANLEY E IL LEADER DELLA BRITISH PETROLEUM CANDIDATI AL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DEL PIU’ GRANDE ENTE ENERGETICO AL MONDO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 3, 2013

Mattias Warnig, già agente della Stasi e amico del presidente russo, Vladimir Putin, nominato nel CdA del più grande ente energetico al Mondo assieme all’ex-Capo della banca americana Morgan Stanley, John Mack. Bob Dudley inserito come rappresentante del Governo di Mosca, e non come Capo del colosso energetico britannico

C’è la Stasi e due visi noti USA tra i probabili membri del Consiglio di Amministrazione del più grande ente energetico del pianeta. Nella giornata di venerdì, Primo di Marzo, il Governo russo ha reso note le candidature per la carica di consigliere di amministrazione del monopolista statale del greggio, Rosneft.

Come riportato da Gazeta Wybrocza, un posto nel CdA del più grande ente energetico al Mondo sarà ricoperto da Mattias Warning: ex agente della Stasi -i servizi segreti della Germania Sovietica- già Capo in Russia della banca di investimenti Dresdner Bank.

Warning -amico personale del Presidente russo, Vladimir Putin, fin dai tempi in cui il Capo di Stato ha guidato la sezione del KGB di Dresda- ha già collaborato con Mosca come Capo del Nordstream: gasdotto realizzato dal Cremlino nel 2012 sul fondale del Mar Baltico per aumentare la dipendenza dell’Unione Europea dagli approvvigionamenti di gas della Russia.

Warning è stato anche Capo del colosso energetico Transneft: ente incaricato della gestione del sistema infrastrutturale energetico della Russia e della commercializzazione del greggio russo all’estero.

Altra nomination importante per il consiglio di Amministrazione della Rosneft è quella del Capo del colosso britannico British Petroleum, Bob Dudley.

Il manager statunitense è stato tuttavia inserito dal Cremlino come rappresentante del Governo russo, e non come esponente del colosso britannico che, nell’ambito della cessione alla Rosneft della terza compagnia energetica russa TNK-BP, ha ottenuto il diritto di nomina di due Consiglieri nel CdA della prima oil company al Mondo.

La nomina di Dudley, su cui la British Petroleum non ha commentato, rappresenta una situazione intricata: come esponente del Governo russo, Dudley sarà infatti costretto a votare in CdA secondo gli interessi di Mosca, e non del colosso energetico da lui guidato.

Come riportato sempre da Gazeta Wyborcza, la nomina di Dudley in rappresentanza del Governo russo limita il potere della British Petroleum nel Consiglio di Amministrazione Rosneft, ed assicura al Cremlino il totale controllo del monopolista statale del greggio.

Oltre a quella di Dudley, un’altra nomina di peso potrebbe essere quella di John Mack: l’ex-Capo della banca americana Morgan Stanley, proposto da Mosca come membro del CdA Rosneft sempre in veste di esponente del Governo russo.

Alla conquista di Asia ed Europa

Con l’acquisizione della compagnia TNK-BP, Rosneft è diventato il primo ente energetico al Mondo, ed ha avviato un programma su vasta scala per lo sfruttamento di giacimenti di greggio e gas in diverse aree del pianeta.

Oltre all’implementazione dell’estrazione di gas dallo Shtokman -ricco giacimento dell’Oceano Artico sfruttato in partnership con il colosso statunitense ExxonMobil- la Rosneft ha pianificato l’estrazione di gas in altri giacimenti dell’Oceano Artico in collaborazione con il colosso norvegese Statoil, la compagnia francese Total, ed alcuni enti giapponesi e sudcoreani.

Grazie un’alleanza di ferro con la ExxonMobil, la Rosneft ha anche ottenuto la compartecipazione in alcuni giacimenti controllati dal colosso USA in Alaska, America Latina ed Africa.

Tra i partner del monopolista russo del greggio c’è anche il colosso italiano ENI, che in cambio della compartecipazione in alcuni giacimenti nell’Oceano Artico e nel Mar Nero ha ceduto quote in progetti finora gestiti unicamente dal Cane a Sei Zampe.

Il piano industriale di Rosneft è orientato non solo la rafforzamento del primato nel mercato mondiale del greggio, ma anche al superamento della concorrenza del monopolista statale del gas, Gazprom, sul mercato asiatico.

Gazprom, che è sostenuta dal Premier russo, Dmitry Medvedev, ha avviato la fase di ratifica di un accordo per le forniture di gas naturale e gas liquefatto alla Cina.

Rosneft, che è supportata dal Presidente Putin, ha risposto stringendo le relazioni con Giappone e Corea del Sud e, in partnership con la ExxonMobil, ha programmato lo sviluppo di nuove tecnologie per rifornire di LNG i Paesi dell’Asia.

La concorrenza tra Rosneft e Gazprom rappresenta tuttavia due facce della medesima entità. Entrambi controllati dal Cremlino, Rosneft e Gazprom sono due mezzi di cui la Russia si serve per realizzare scopi geopolitici mediante lo sfruttamento dell’energia.

In Asia, il vero obiettivo della Russia è il contrasto alla presenza degli Stati Uniti d’America, che dopo l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti domestici di shale -gas non convenzionale estratto da rocce porose ubicate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi adoperate solo in Nordamerica- ha incrementato le esportazioni, e si è imposto in India, Corea del Sud, Singapore ed Indonesia.

In Europa, lo scopo della Russia è il mantenimento dell’egemonia nel Vecchio Continente, ed il contrasto alla creazione di un’Unione Europea davvero forte e coesa sul piano estero ed energetico.

La costruzione del gasdotto Nordstream va in questa direzione: rifornendo di 55 Miliardi di metri cubi all’anno di gas direttamente la Germania, esso bypassa Polonia, Stati Baltici ed i Paesi dell’UE Centro-Orientale, e stabilisce una relazione molto stretta tra Mosca e le Cancellerie Occidentali del Vecchio Continente, che antepongono la ricerca di relazioni privilegiate con Mosca al sostegno alla politica energetica della Commissione Europea.

Per diminuire la dipendenza dagli approvvigionamenti della Russia, Bruxelles ha pianificato l’importazione diretta di gas naturale e liquefatto da Azerbaijan, Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America, ma spesso ha incontrato l’opposizione di Germania e Francia: i due Paesi UE più strettamente legati alla Russia.

Matteo Cazzulani

GAS: LITUANIA E GERMANIA CERCANO UNA MEDIAZIONE SULLO SHALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 28, 2013

Vilna sospende l’avvio dello sfruttamento di oro blu non convenzionale per coinvolgere maggiormente i territori. Berlino alla ricerca di una mediazione interna al Consiglio dei Ministri e tra i due rami del Parlamento

La presenza dello Shale in Europa e il parere espresso dai Governi UE. FONTE THE ECONOMIST

La presenza dello Shale in Europa e il parere espresso dai Governi UE. FONTE THE ECONOMIST

Coinvolgimento dei territori e posizioni differenti nel Gabinetto dei Ministri, e Lituania e Germania arrancano. Nella giornata di mercoledì, 27 Febbraio, il Governo lituano ha bloccato le procedure di rilascio dei permessi per l’estrazione di gas shale in Samogizia.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, la decisione di Vilna è stata motivata dalla volontà del Primo Ministro, il socialdemocratico Algirdas Butkevicius, di attendere il via libera delle autorità locali prima di avviare i lavori per l’estrazione dello shale.

Nello specifico, il Primo Ministro Butkevicius, su richiesta del Ministro dell’Ambiente Valentinas Mazuronis -esponente del Partito conservatore Ordine e Giustizia- ha ritenuto opportuno un esame approfondito della questione da parte delle Commissioni Parlamentari Economia e Tutela Ambientale che, secondo le stime, dovrebbe durare poco più di un mese.

Oltre che dalla necessità di discutere una delicata questione in Parlamento, l’impasse sullo shale è stata dettata anche da una manifestazione di piazza organizzata dagli abitanti della Samogizia a Vilna contro la concessione dei permessi per l’estrazione di gas non-convenzionale.

Seppur non molto partecipata, la dimostrazione popolare è bastata per spingere il il Ministro Mazuronis a richiedere al Primo Ministro l’approfondimento in Parlamento, anche a costo di un confronto interno alla coalizione di maggioranza di centrosinistra.

Risale infatti a pochi giorni prima il sostegno pubblico esternato dal Ministro dell’Economia, Jaroslav Neverovic -esponente dell’Azione dei Polacchi di Lituania- al colosso energetico statunitense Chevron, che, assieme alla polacca Lotos, si è candidato per l’ottenimento dei diritti di sfruttamento dello shale in Lituania.

Come riportato dalla Bloomberg, il Ministro Neverovic ha ritenuto positivo l’impegno della Chevron in Lituania, per via della creazione di nuovi posti di lavoro e dell’importazione a Vilna di sofisticati know how in grado di agevolare il progresso dell’economia del Paese.

Dinnanzi alle due posizioni distinte in seno alla coalizione, il Premier Butkevicius ha mantenuto una non facile mediazione tra le varie anime della coalizione di Governo -composta dal Partito SocialDemocratico, dal Partito Laburista, da Ordine e Giustizia e dall’Azione dei Polacchi di Lituania.

Da un lato, il Primo Ministro ha voluto dare spazio alle ragioni della protesta allo sfruttamento dello shale, ma dall’altro ha ritenuto l’avvio dell’estrazione di gas non-convenzionale -che la Lituania, secondo le stime, possiede per 50 Miliardi di metri cubi- necessario per diminuire la dipendenza della Lituania dalle forniture di oro blu della Russia, che ad oggi coprono l’89% del fabbisogno complessivo Lituano.

Una soluzione di mediazione sullo shale è la via che anche la Germania -che secondo le stime vanta una riserva di gas non convenzionale pari a 2260 Miliardi di metri cubi- sta perseguendo per approvare una legislazione definitiva entro le prossime Elezioni Federali tedesche, e superare un contrasto interno al Governo tra il Ministro dell’Ambiente, Petr Altmaier, e quello dell’Economia, Philipp Rosler.

Altmaier, esponente della cristiano-democratica CDU -il principale Partito di maggioranza, a cui appartiene anche il Cancelliere tedesco, Angela Merkel- si è detto favorevole all’approvazione in tempi brevi di una legge che consenta l’avvio dello sfruttamento dello shale.

Rosler, esponente dei liberali della FDP -partner di coalizione della CDU- ha invece dichiarato la necessità di considerare l’impatto che le tecniche di fracking hanno sull’ambiente interessato.

A rendere ancora più complicato lo scenario tedesco è la divisione sullo shale che persiste tra i due rami del Parlamento.

Il Bundestag, in cui la maggioranza è mantenuta dalla coalizione di centrodestra CDU-FDP, è favorevole allo sfruttamento del gas non convenzionale, mentre il Bundesrat -composto dai rappresentanti degli Stati tedeschi- è controllato dai socialdemocratici della SPD e dai Verdi: i due gruppi dell’opposizione che si sono posizionati a più riprese contro lo shale.

Lo shale un’opportunità per l’UE

Noto anche come gas di scisto, lo shale è un carburante estratto da rocce porose ubicate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking, ad oggi adoperate in sicurezza solo in Nordamerica.

L’avvio dello sfruttamento dei giacimenti domestici di shale ha consentito agli Stati Uniti d’America di diventare uno dei principali Paesi esportatori di gas a livello mondiale, e di rafforzare la loro posizione nei mercati dell’Asia, sopratutto in Corea del Sud, India, Singapore ed Indonesia.

Per l’Europa, lo sfruttamento dello shale -che finora è stato approvato da Polonia, Danimarca, Gran Bretagna, Austria, Romania, Spagna, Portogallo, Estonia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Paesi Bassi, Svezia e Lettonia- consente di diminuire la dipendenza dalle forniture di gas della Russia e dell’Algeria, da cui l’Europa dipende per circa l’80% del fabbisogno continentale.

Secondo diversi studi, a godere dei più ricchi giacimenti di shale in Unione Europea è la Polonia, seguita da Romania, Gran Bretagna, Germania e Lituania.

Particolarmente ricche di gas non-convenzionale sono anche Francia e Bulgaria che, tuttavia, insieme a Belgio e Repubblica Ceca hanno posto una moratoria sullo sfruttamento dello scisto.

Matteo Cazzulani

Gas: la Russia conquista la Bielorussia

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 4, 2013

Il Presidente russo, Vladimir Putin, firma l’accordo per l’acquisizione della compagnia statale bielorussa Bieltransgaz. Il Cremlino controlla il transito del gas fino ai confini dell’UE.

La conquista di un angolo d’Europa per mantenere il dominio sul resto del Vecchio Continente. Nella giornata di Domenica, 31 Dicembre, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha ratificato il contratto per l’acquisizione da parte del monopolista statale del gas, Gazprom, del 100% della compagnia energetica bielorussa Bieltransgaz.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, l’accordo, concluso già da circa un anno, permette alla Russia di controllare la compravendita di gas nel mercato della Bielorussia con i prezzi e le modalità stabiliti da Mosca.

Inoltre, Gazprom, che prima della firma dell’accordo possedeva il 50% della Bieltransgaz, e diventato l’unico operatore del transito del gas attraverso i gasdotto bielorussi verso l’Unione Europa e l’unico gestore del tratto bielorusso del gasdotto Yamal-Europa, che rifornisce di oro blu la Germania dalla Russia attraverso la Polonia.

La mossa di Putin e una risposta al mancato prolungamento del Nordstream: gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per rifornire di 55 Miliardi di metri cubi di gas direttamente la Germania, e bypassare Paesi politicamente ostili al Cremlino come Polonia e Stati Baltici.

Per dividere l’Europa al suo interno, e coinvolgere anche la Gran Bretagna, Putin ha ipotizzato l’ampliamento del Nordstream, ma ha dovuto rifiutare in seguito al permesso negato da parte dell’Estonia, attraverso le cui acque territoriali il gasdotto avrebbe dovuto transitare.

Minsk esporta Euro 3 in Europa

Un’altra ragione della firma dell’accordo e legata al l’esportazione del greggio.

In cambio della cessione del pacchetto totale della Bieltransgaz, la Bielorussia ha ottenuto l’aumento delle forniture di greggio dalla Russia.

Mosca, che non è in grado di produrre greggio della categoria Euro 3 – richiesto dalla legge UE per rispettare i parametri ambientali – ha così trovato un mercato alternativo a quello dell’Unione Europea ove collocare il suo oro nero altamente inquinante.

Allo stesso tempo, la Bielorussia, che produce greggio di categoria Euro 3, può avvalersi delle forniture dalla Russia per destinare la produzione interna alle esportazioni in Europa.

Matteo Cazzulani

GAS: IVANISHVILI METTE IN DISCUSSIONE LA PARTNERSHIP TRA GEORGIA E AZERBAIJAN

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 28, 2012

Il Premier georgiano chiede un ribasso delle tariffe per l’oro blu, ventilando l’ipotesi di una rivalutazione degli accordi stretti con Baku per l’esportazione di gas azero in Turchia ed Europa. Tbilisi abbandona i piani energetici e geopolitici internazionali per concentrarsi esclusivamente sul livello regionale

Il leader di Sogno Georgiano, Bidzina Ivanishvili

Il leader di Sogno Georgiano, Bidzina Ivanishvili

Gas a buon mercato in cambio della prosecuzione dei progetti di transito del carburante dell’Azerbaijan in Europa. Nella giornata di giovedì, 26 Dicembre, il Premier georgiano, Bidzina Ivanishvili, si è recato in Azerbaijan per la prima visita ufficiale dalla sua nomina alla guida del governo di Tbilisi.

Come riportato dall’agenzia Trend, durante i colloqui, che hanno riguardato prevalentemente il tema energetico, Ivanishvili ha richiesto al Ministro dell’Energia azero, Natig Aliyev, uno sconto sulle forniture di gas che la Georgia importa dall’Azerbaijan.

Oltre al lato contrattuale, Ivanishvili ed Aliyev hanno affrontato anche la questione legata ad investimenti infrastrutturali già concordati, come l’implementazione del flusso di gas trasportato in Georgia a 45 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno, e il potenziamento in Georgia delle infrastrutture deputate al trasporto di carburante proveniente dall’Azerbaijan verso Turchia ed Europa.

La mossa di Ivanishvili, che tuttavia ha riconosciuto le tariffe vigenti per l’acquisto di gas azero come convenienti, è indicativa del nuovo corso della politica energetica della Georgia.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, il Premier georgiano, che per mantenere le promesse elettorali deve abbassare le tariffe per l’energia per la popolazione, sta riconsiderando gli accordi internazionali stretti dai precedenti Esecutivi con Paesi fornitori, tra cui l’Azerbaijan.

La partnership energetica tra Baku e Tbilisi si è rafforzata sotto i Governi “rosa” filo-occidentali fedeli all’Amministrazione del Presidente georgiano, Mikheil Saakashvili.

Per assicurare all’Unione Europea forniture dirette di gas dall’Azerbaijan, il Capo di Stato georgiano – noto per avere guidato nel 2003 il processo democratico in Georgia noto come “Rivoluzione delle Rose” – ha sostenuto la costruzione di gasdotti deputati all’invio di oro blu tra il territorio azero e la Turchia.

D’altro canto, per l’Azerbaijan la Georgia rappresenta il Paese di transito più importante per la costruzione di infrastrutture deputate all’esportazione di carburante verso i mercati europei, nei quali Baku aspira ad espandersi per collocare i priori prodotti energetici, sopratutto considerando la crescente domanda di gas dell’UE.

Secondo indiscrezioni, Ivanishvili – che nelle Elezioni Parlamentari dell’Ottobre 2012 ha battuto la coalizione filo-presidenziale – per ottenere sconti sulle tariffe del gas importato a beneficio del mercato interno sarebbe pronto a mettere in discussione la realizzazione delle infrastrutture già programmate, e con esse il ruolo geopolitico finora assunto dalla Georgia.

La posizione del Premier georgiano – l’uomo più ricco di Georgia, che dopo essersi arricchito tra Russia e Francia si è dato alla politica nel suo Paese – è in linea con il nuovo corso della politica estera assunto dall’Esecutivo di Tbilisi.

All’indomani della vittoria nelle elezioni, Ivanishvili ha dichiarato che la Georgia avrebbe abbandonato il ruolo di attore della geopolitica mondiale assunto dai governi “rosa” filo-occidentali per limitarsi a quello di player regionale.

A serio repentaglio la sicurezza energetica UE

La messa in discussione del sodalizio energetico tra la Georgia e l’Azerbaijan che è stato seriamente ipotizzato dalla visita del Premier Georgiano in Azerbaijan, potrebbe avere serie conseguenze per la politica di diversificazione delle forniture di gas varata dalla Commissione Europea per diminuire la dipendenza energetica dalla Russia.

L’alimentazione del Corridoio Meridionale – condutture progettate per veicolare il gas azero dalla Turchia ai Paesi dell’UE – è strettamente legata al transito del carburante dall’Azerbaijan alla Turchia attraverso il Gasdotto del Caucaso del Sud.

Questa infrastruttura, che attraversa per intero il territorio georgiano, viene utilizzata dalla Georgia non solo come una conduttura da cui ottenere sconti in cambio dei diritti di transito del gas verso Occidente, ma anche come l’unica magistrale con cui Tbilisi soddisfa il proprio fabbisogno nazionale.

Matteo Cazzulani

USA VS RUSSIA: TRA OBAMA E PUTIN UNA NUOVA GUERRA FREDDA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 27, 2012

Il Presidente Statunitense condiziona le relazioni diplomatiche tra Washington e Mosca al rispetto dei diritti umani nella Federazione Russa. La questione del gas alla base della rottura tra la Casa Bianca e il Cremlino.

Il presidente russo, Vladimir Putin

Il presidente russo, Vladimir Putin

L’Obama promotore del dialogo con la Russia di Putin, spesso in maniera ostinata, che finora l’Europa ha conosciuto alla fine potrebbe non rivelarsi poi così accomodante con Mosca. Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, il periodo dell’Avvento ha comportato un sensibile peggioramento delle relazioni tra USA e Russia.

Il contrasto tra Washington e Mosca è stato provocato dalla decisione del Presidente USA, Barack Obama, di firmare l’emendamento Jackson-Vanik: un atto politico che subordina le relazioni diplomatiche e commerciali tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa al rispetto dei diritti umani in Russia.

A rendere particolarmente dura la posizione di Obama è la clausola che prevede il congelamento dei beni in territorio USA e il divieto di ingresso negli Stati Uniti d’America per le personalità russe riconosciute colpevoli di mancato rispetto dei diritti fondamentali del cittadino.

L’atto firmato dal Presidente democratico, che è stato spesso accusato dalla minoranza repubblicana di essere troppo morbido nei confronti della Russia dell’autoritario Presidente Vladimir Putin e di altre democrature come l’Iran di Ahmadinejad e la Corea del Nord, è la conseguenza di una serie di provvedimenti ostili agli Stati Uniti d’America approvati di recente dalla Russia.

La Camera Bassa della Duma ha approvato il congelamento dei beni dei cittadini statunitensi ritenuti colpevoli di mancato rispetto dei diritti dei russi.

Un’altra misura fortemente nazionalistica è stata la decisione del Parlamento russo, confermata dal Presidente Putin, di espellere dalla Federazione Russa le Organizzazioni Non Governative statunitensi che ricevono sovvenzioni e aiuti dagli USA, tra cui la USAID: ente impegnato nello sviluppo della democrazia in diverse aree del Mondo.

Alla base del braccio di ferro tra Obama e Putin vi è una ragione di carattere energetico: con l’avvio dello sfruttamento dello shale – gas ubicato a basse profondità estraibile mediante sofisticate e sicure tecniche di fracking attuate finora solo in Nordamerica – gli USA hanno incrementato esponenzialmente le esportazioni di gas, arrivando ad insidiare il monopolio delle esportazioni di oro blu finora detenuto dalla Russia.

La nuova guerra fredda del gas si è fatta particolarmente evidente in Asia: regione del Mondo in cui l’Amministrazione democratica di Obama si è quasi unicamente concentrata – a differenza di quella repubblicana di George W. Bush, che ha preferito concentrarsi in Europa e Caucaso.

Washington ha rafforzato i legami energetici con l’India, aprendo alla gestione diretta dello sfruttamento di giacimenti shale statunitensi per i principali enti indiani ed aumentando l’esportazione di gas a Nuova Delhi.

Inoltre, gli USA hanno firmato contratti importanti per l’esportazione di gas in Corea del Sud e Singapore, aprendo anche a trattative con Cina e Giappone.

Dinnanzi all’espansione degli USA, la Russia ha risposto accelerando la costruzione dell’oleodotto Siberia Occidentale-Oceano Pacifico, con cui Cina e Giappone aumentano la dipendenza energetica dalle forniture russe.

Inoltre, Mosca ha rafforzato le relazioni energetiche con il Giappone, programmando l’avvio delle esportazioni di gas liquefatto in terra nipponica in cambio della compartecipazione dell’ente giapponese Itachi al Southstream: gasdotto avviato in Europa dal monopolista russo Gazprom per aumentare la dipendenza energetica alla Russia dell’Unione Europea – ad oggi legata al Cremlino per il 40% del fabbisogno complessivo continentale.

L’Europa sede della guerra fredda del gas tra USA e Russia

Proprio l’Europa potrebbe rivelarsi il nuovo campo di battaglia della guerra fredda del gas tra USA e Russia.

L’Amministrazione Presidenziale democratica, concordemente con la minoranza parlamentare repubblicana, ha sostenuto la necessità di avviare l’esportazione di shale liquefatto anche in Europa, con lo scopo di battere la concorrenza dei russi nel mercato europeo, e di consentire all’Unione Europea di diversificare le forniture di gas con approvvigionamenti sicuri e convenienti.

La battaglia in Europa si prospetta quantomai aspra, a causa della frammentazione del Vecchio Continente in stati ideologicamente filo-russi e Paesi convinti della reale necessità di diversificare gli approvvigionamenti di gas per l’UE.

La Russia può contare sul supporto di Francia e Germania, a cui ha concesso sconti sulle forniture di gas in cambio del sostegno politico ai piani energetici di Mosca in sede UE.

Il Cremlino si avvale del gas per realizzare una politica di divide et impera, e mantenere la propria egemonia energetica e politica in Europa.

Oltre alla costruzione di gasdotti che aumentano la dipendenza dell’UE da Mosca – come il Nordstream e il già citato Southstream – il Cremlino da un lato ha concesso sconti ai Paesi dell’Europa occidentale in cambio della loro fedeltà politica, dall’altro ha tenuto alte le tariffe per gli Stati dell’Europa Centro-Orientale.

Polonia, Lituania, Romania ed Ungheria – costrette a pagare a Mosca prezzi altissimi per il gas – sono tra i principali sostenitori della politica di diversificazione delle forniture di gas progettata dalla Commissione Europea per importare oro blu naturale direttamente dall’Azerbaijan mediante la costruzione di nuovi gasdotti – il Nabucco e la TAP – e gas liquefatto mediante la realizzazione di un massiccio numero di rigassificatori.

Polonia, Lituania e Romania, insieme con Germania e Gran Bretagna, sono tra i Paesi che hanno avviato in Europa la ricerca di gas shale, convinte che l’esempio statunitense possa costituire la chiave di volta per una nuova stagione della politica energetica internazionale.

Matteo Cazzulani