LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney scende in campo contro Jeb Bush e Hillary Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on January 13, 2015

L’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 fronteggia nelle primarie repubblicane l’ex-Governatore della Florida ed esclude la corsa di esponenti di spicco come il Governatore del New Jersey Chris Christie, il Senatore della Florida Marco Rubio e il Rappresentante del Wisconsin Paul Ryan. La sconfitta con Obama nel 2012 e il vantaggio nei sondaggi sull’ex-Segretario di Stato ha convinto Romney a prendere parte alla competizione

Philadelphia – Passione e ragione sono le due motivazioni che hanno portato l’ex-Governatore del Massachusetts Mitt Romney ad annunciare l’intenzione di partecipare nelle primarie presidenziali repubblicane.

Come riportato dal Wall Street Journal, e ripreso dall’autorevole Reuters, Romney, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nelle Elezioni Presidenziali del 2012 -vinte poi dal democratico Barack Obama- ha comunicato la sua intenzione di scendere in campo durante una cena di gala in California, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio.

La discesa in campo di Romney, che per due volte, nel 2012 e nel 2008, ha già partecipato alle primarie del Partito Repubblicano, segue quella di Jeb Bush, ex-Governatore della Florida che, con un messaggio su Facebook lo scorso Dicembre, ha dichiarato l’intenzione di esplorare la sua candidatura.

Lo scontro tra Romney e Bush, fratello e figlio rispettivamente degli ex-Presidenti George Bush junior e George Bush senior, è destinato a dividere l’establishment repubblicano, che proprio nell’ex-Governatore del Massachusetts e nell’ex-Governatore della Florida vede i loro candidati naturali.

Inoltre, la scelta di Romney di correre nelle primarie repubblicane porta anche alla riduzione dei potenziali contender che, finora, hanno valutato l’ipotesi di partecipare alla consultazione interna al Partito Repubblicano in assenza di un candidato forte.

La prima personalità che potrebbe rinunciare è il Governatore del New Jersey, Chris Christie, un repubblicano di centro molto apprezzato sia da un elettorato bipartisan che da esponenti dell’establishment repubblicano.

Anche il Senatore della Florida Marco Rubio si trova in difficoltà sia a causa della decisione di Romney di scendere in campo, che dalla presenza nella competizione di Jeb Bush, che proprio in Florida ha consolidato la sua carriera politica.

Chi, invece, ha già gettato la spugna è il Rappresentante del Wisconsin alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che, dopo avere corso come candidato Vicepresidente in ticket con Romney nel 2012, ha dichiarato di non intendere candidarsi alle primarie repubblicane.

Come riportato da Politico, la decisione di Romney di cercare nuovamente l’elezione alla Presidenza è dettata dalla sua voglia di raggiungere un successo a cui egli aspira dopo la bruciante sconfitta nelle Presidenziali del 2012 contro Obama.

Oltre alla motivazione emotiva, a spingere Romney a partecipare alle primarie repubblicane sono anche i sondaggi, che, in caso di vittoria, lo danno per vincente nelle Elezioni Presidenziali sul potenziale candidato presidente democratico, Hillary Clinton.

Corsa meno concitata nel campo democratico

Proprio a proposito del Partito Democratico, la competizione interna non sembra essere così dinamica come quella nel campo repubblicano.

A fronteggiare Hillary Clinton, una democratica di centro che ancora non ha sciolto la riserva se candidarsi o meno alle primarie democratiche, potrebbe essere solamente la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, una democratica liberale che, tuttavia, i sondaggi danno molto distante dall’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Caso Kohver: Putin cerca il casus belli con l’Estonia

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 8, 2014

Reparti dei Servizi Segreti russi rapiscono in territorio estone, e processano in un tribunale russo per direttissima, un funzionario dei servizi segreti dell’Estonia. Secondo il saggista Eduard Lucas, il Presidente russo vuole provocare la reazione di Tallinn per sentirsi autorizzato ad intervenire militarmente anche nei Paesi Baltici

Catturato in territorio straniero e subito arrestato dopo un processo-lampo celebrato a porte chiuse ad un solo giorno dalla sua cattura. Questo è quanto accaduto a Eston Kohver: funzionario dei Servizi di Sicurezza dell’Estonia che, nella giornata di sabato, 6 Settembre, è stato condannato alla detenzione in Russia per spionaggio.

Come riportato dal Wall Street Journal, Kohver è stato illegalmente prelevato dalle forze dei Servizi Segreti della Russia nei pressi di Luhamaa: città dell’Estonia, vicina alla frontiera russa, dove il funzionario stava svolgendo regolare attività di controllo anti-contrabbando.

Sempre secondo i Servizi Segreti dell’Estonia, l’operazione sarebbe stata effettuata sulla base di un vero e proprio scenario da sequestro: interruzione delle comunicazioni radio nella zona del sequestro, minacce fisiche da parte degli aggressori, uso di granate fumogene per disorientare Kohver.

Pronta è stata la reazione del Ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, che, dopo avere dichiarato la disponibilità totale di collaborare con le Autorità russe da parte del Governo dell’Estonia, ha chiesto alla Russia chiarimenti sulla vicenda.

Da parte sua, come riportato da Russia Today –canale di propaganda del Cremlino in inglese– i servizi segreti russi hanno dichiarato che Kovher è stato arrestato nei pressi della città di Pskov, in Russia, per azioni volte allo spionaggio.

Il caso Kovher non deve passare inosservato, in quanto esso rappresenta una significativa provocazione, dopo i voli aerei nei cieli dei Paesi Baltici e il sostegno ideologico alle proteste della popolazione russofona in Lettonia, attuata dal Presidente russo, Vladimir Putin, all’Estonia e agli altri Stati della regione.

A spiegare il perché è stato Edward Lucas, autore del profetico libro ‘La Nuova Guerra Fredda’ che, come riportato dall’autorevole Delfi, durante un’audizione presso la Camera dei Comuni britannica, ha rilevato come lo scopo di Putin sia quello di provocare frizioni atte a spostare l’impegno armato dell’esercito russo dall’Ucraina ai Paesi Baltici.

Nello specifico, Lucas ha sottolineato come, con la guerra in Ucraina, Putin abbia solo compiuto il primo atto di un’aggressione militare più vasta, tesa ad eliminare i due veri avversari del Presidente russo: la NATO e l’Unione Europea.

“È la geografia a giocare contro i Paesi Baltici: una striscia di terra priva di difese naturali, scarsamente popolata, e basso spessore strategico. Le economie di questi Paesi sono fortemente legate a quella russa sopratutto sul piano energetico, in quanto nessuno dei tre Stati della regione del Baltico è indipendente dalle importazioni di gas dalla Russia” ha dichiarato Lucas, per evidenziare il perché proprio i Paesi Baltici sono il prossimo obiettivo dell’aggressione militare di Putin in Europa.

“Estonia e Lettonia sono particolarmente sensibili all’interferenza della Russia su quella parte di popolazione russofona che a Tallinn e a Riga si ritiene ‘russa’ a tutti gli effetti. La Lituania, da parte sua, è vulnerabile in virtù delle ambizioni di Putin di creare un corridoio tra la Russia e l’enclave di Kaliningrad” ha continuato Lucas durante la sua audizione al Parlamento britannico.

USA, Francia, Italia, Polonia e Norvegia incrementano la resistenza dell’Ucraina. Anzi no

Ad avere compreso il problema della pressione di Putin sui Paesi Baltici è stato il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che, in una visita a Tallinn precedente al vertice NATO di Newport, ha ribadito che gli USA, in accordo con l’Articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, difenderanno Estonia, Lettonia e Lituania in caso di aggressione militare da parte della Russia.

Una lettura adeguata della situazione è stata data anche dal Primo Ministro britannico, David Cameron che, a capo di una coalizione interna all’Alleanza Atlantica formata da Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Estonia, Lettonia e Lituania, ha dato avvio ad una forza di pronta reazione NATO con base in Polonia orientata ad incrementare la capacità di difesa dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Inoltre, importante è anche l’impegno sottoscritto da USA, Francia, Italia, Polonia e Norvegia, che hanno avviato la fornitura di armamenti all’Ucraina per accrescere la capacità difensiva di un Paese europeo aggredito da Putin.

Come dichiarato sul suo account Facebook dal Segretario del Partito del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, la fornitura di armamenti rappresenta un gesto politico di contrarietà alla politica aggressiva della Russia in Europa Orientale.

Nella notte di Domenica, 7 Settembre, la notizia del sostegno militare difensivo all’Ucraina è stata smentita dai Governi di USA, Norvegia Italia.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Europa suddita del gas di Putin: l’Iran ripropone il Nabucco

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 14, 2014

Il Ministro del Petrolio iraniano, Ali Madjedi, ha dichiarato che Teheran è pronta a rispolverare il gasdotto dalla verdiana denominazione per aiutare l’Unione Europea nella sua politica di diversificazione delle forniture di gas. La compagnia austriaca OMV dichiara fedeltà al Southstream

Un gasdotto dalla verdiana denominazione che potrebbe avere la medesima storia di una fenice: rinato dalle sue ceneri dopo essere stato definitivamente accantonato, nella giornata di sabato, 10 Agosto, il gasdotto Nabucco, progettato per veicolare gas non russo dalla Turchia in Austria attraverso Bulgaria, Romania ed Ungheria, ha ripreso quota dopo che il Ministro del Petrolio iraniano, Ali Madjedi, ha dichiarato che l’Iran è pronto ad esportare il proprio gas in Europa.

Come riportato dall’agenzia Novinite, il Ministro iraniano ha considerato la distensione dei rapporti tra l’Occidente e Teheran, avvenuta dopo l’elezione del nuovo Presidente, il moderato Hassan Rouhani, come un buon pretesto per avviare una partnership energetica di cui, a detta di Madjedi, l’Europa non può fare a meno per diversificare le proprie forniture di gas.

In particolare, Madjedi ha dichiarato che l’Iran è pronto ad esportare il suo gas attraverso Iraq, Siria, Caucaso e Mar Nero, ma, secondo il Ministro iraniano, l’itinerario ideale è quello attraverso il Nabucco lungo tutta la Turchia.

Sulla carta, la proposta di Madjedi sarebbe utile per decrementare la dipendenza dell’Europa dal gas di Russia ed Algeria: Stati che, sopratutto nel caso di Mosca, spesso si avvalgono dell’energia come arma di coercizione geopolitica nei confronti di Paesi terzi, sovrani e indipendenti, come l’Ucraina.

Tuttavia, la riproposizione del progetto Nabucco appare oggi poco probabile, in primis per via della scelta da parte della Commissione Europea di puntare, per diversificare le forniture di gas, su un’altra infrastruttura: il Gasdotto Trans Adriatico -TAP.

La TAP, progettata per veicolare in Italia dalla Grecia attraverso l’Albania gas dell’Azerbaijan, è stata preferita al Nabucco da parte del colosso energetico dell’Azerbaijan SOCAR: una decisione a cui Bruxelles si è attenuta, esprimendo pieno appoggio politico al Gasdotto Trans Adriatico.

Un’altra ragione per la quale il Nabucco è difficile da restaurare, per lo meno dal punto di vista progettuale, è legata alla decisione della compagnia energetica austriaca OMV -uno degli azionisti principali del gasdotto dalla verdiana denominazione- di passare alla concorrenza e sostenere il Southstream.

Questo gasdotto, il Southstream, progettato fino all’Austria dalla Russia meridionale attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia, è concepito dalla Russia per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo.

Il Southstream, contestato dalla Commissione Europea, mira anche a contrastare la politica di diversificazione delle forniture di gas messa a punto dall’Unione Europea, e priva l’Ucraina dello status di Paese di transito dell’oro blu di Mosca in territorio UE.

“Il Southstream, che appoggiamo con convinzione, contribuirà in maniera notevole alla fornitura di gas a tutta l’Europa, sopratutto all’Austria” ha dichiarato il Capo della OMV, Gerhard Roiss, al Wall Street Journal, dimenticando che l’UE non ritiene affatto strategica la scelta di incrementare la dipendenza da un fornitore, la Russia, che già soddisfa circa il 30% del fabbisogno europeo di gas.

Gazprom affila le armi contrattuali contro l’Europa

Nella sua intervista, Roiss ha anche negato di volere utilizzare il gas russo veicolato dal Southstream per aiutare l’Ucraina a diversificare le proprie forniture di gas, come invece sta facendo la compagnia slovacca Eustream, che ha consentito il trasporto di gas russo a senso inverso da ovest verso est.

Forte del consenso di Roiss, e di altri esponenti di eminenti colossi energetici di Paesi dell’Unione Europea, la Russia ha avviato una nuova aggressione energetica puntando sulla revisione dei contratti con i Paesi europei sulla base dell’ubicazione geografica.

Come dichiarato dall’ufficio stampa del monopolista statale russo del gas, Gazprom -la longa manus del Cremlino in politica energetica- la Russia continuerà a privilegiare anche i Paesi che, finora, hanno mantenuto buoni rapporti con Mosca.

Nello specifico, la tattica di Gazprom risponde alla logica del divide et impera: da un lato, il monopolista statale russo concede sconti a quegli Stati che supportano la politica energetica di Mosca, come Germania, Francia e Italia.

Dall’altro, Gazprom mantiene alte le tariffe -ben al di sopra dei livelli di mercato- per quei Paesi membri dell’UE che hanno combattuto per affrancarsi dalla sudditanza politica, culturale ed economica della Russia, come Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Romania.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
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Attentato in Ucraina: Poroshenko chiede alla Comunità Internazionale che le milizie prorusse siano riconosciute come organizzazioni terroristiche

Posted in Ukraina by matteocazzulani on July 20, 2014

Il Presidente ucraino accusa le milizie prorusse di avere colpito l’aereo della Malaysian Airlines, e di non permettere agli osservatori internazionali di recarsi sul luogo dell’abbattimento. Gran Bretagna, Olanda, Australia e USA accanto alla Polonia per sollevare in sede NATO la questione ucraina

Le cose e le persone vanno chiamate con il loro nome: chi abbatte un aereo passeggeri durante l’occupazione militare di una parte di uno Stato straniero è un terrorista. Questo è il messaggio lanciato dal Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che, sabato 19 Luglio, si è appellato alla Comunità Internazionale affinché le sia applicato lo status di associazione terroristica alla Repubblica Popolare di Donetsk e alla Repubblica Popolare di Luhansk: entità statali autoproclamate sotto l’occupazione militare delle milizie prorusse in Ucraina orientale.

Come riportato dall’autorevole Ukrayinska Pravda, la richiesta di Poroshenko è motivata da due motivi: in primis, le milizie pro-russe hanno abbattuto il Boeing 777 della Malaysian Airlines su cui viaggiavano 298 civili di nazionalità malese, olandese, americana, britannica e neozelandese.

In secondo luogo, i miliziani non hanno permesso né alle Autorità ucraine, né agli ispettori dell’OSCE di recarsi sul luogo dell’abbattimento per avviare le indagini e restituire i cadaveri alle famiglie.

“Gli informatori europei sono impossibilitati a recarsi presso il luogo dell’abbattimento, e ci riferiscono di cadaveri trasportati da un posto all’altro brutalmente: questa situazione è inaccettabile -ha dichiarato Poroshenko- Questi comportamenti non possono restare impuniti: un processo a carico delle milizie prorusse deve essere effettuato al più presto”.

Concorde con Poroshenko si è detto il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, che ha assicurato l’impegno della Polonia a supportare la posizione di Kyiv preso la riunione dei Paesi del Gruppo di Vysehrad, la NATO e l’Unione Europea.

Oltre alla Polonia, tradizionale alleato dell’Ucraina, Poroshenko ha incassato anche il sostegno di Gran Bretagna e Olanda, dopo che il Primo Ministro britannico, David Cameron, e il Premier olandese, Mark Rutte, hanno ritenuto necessario assicurare i responsabili alla giustizia, come riportato dall’agenzia AFP.

Concorde con Cameron e Rutte si è detto il Premier australiano, Toni Abbott, mentre il Presidente degli Stati Uniti D’America, Barack Obama, ha illustrato le evidenti responsabilità delle milizie prorusse e della Russia nell’abbattimento del Boeing 777 della Malaysian Airlines in Ucraina orientale.

Duro con le milizie prorusse si è anche dichiarato anche il Ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, che, in un’intervista all’autorevole Bild, ha criticato la Russia per permettere ai miliziani che occupano l’est dell’Ucraina e la Crimea di continuare ad approntare azioni militari tese a destabilizzare il Governo ucraino.

Differente è l’ipotesi espressa dal Premier turco, Tajip Erdogan, che, come riportato dall’Hurriyet, si è detto convinto che l’aereo malaysiano sia stato abbattuto dai russi.

La Russia si riarma ai confini con l’Ucraina

A dare ragione a Erdogan è un’inchiesta dell’autorevole Wall Street Journal, che, sulla base di documenti dell’intelligence degli Stati Uniti d’America e dell’Ucraina, ha provato il coinvolgimento della Russia nel supportare attivamente le milizie pro-russe con armamenti di ogni tipo.

Oltre al sistema BUK, con cui i miliziani pro-russi hanno abbattuto il volo della Malaysia, i russi hanno fornito anche carri armati, batterie missilistiche terra-aria e uomini da infiltrare nelle regioni ucraine orientali.

A sostegno dei timori del Wall Street Journal sono anche le segnalazioni della NATO e del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa ucraino, che, Domenica, 20 Luglio, hanno fissato il movimento di 30 carri armati dell’esercito russo nelle regioni occidentali della Russia, a ridosso del confine ucraino.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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UCRAINA: UE ED USA PRONTI A CONCEDERE AIUTI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 4, 2014

L’Alto Rappresentante per la Politica Estera UE, Catherine Ashton, dichiara la preparazione di un pacchetto di aiuti per il breve termine anche da parte degli Stati Uniti d’America. È giallo sulle condizioni di salite del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych.

Un’offerta considerevole che misura il grado di maturità del popolo ucraino. Nella giornata di lunedì, 3 Febbraio, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ha dichiarato che UE e Stati Uniti d’America stanno lavorando ad un pacchetto di aiuti di corto termine per supportare l’integrazione dell’Ucraina nel Mondo libero democratico occidentale.

Come riportato dal Wall Street Journal, la Ashton, che ha condizionato le misure alla ripresa del dialogo tra i manifestanti e l’Amministrazione del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, ha sottolineato come la consistenza economica dell’offerta dell’Occidente all’Ucraina, composta non solo da prestiti in danaro ma anche da garanzie sugli investimenti, sia considerevole.

A meglio declinare l’offerta è stato il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, che ha evidenziato come l’Europa sia intenzionata a garantire l’immediato inserimento dell’Ucraina nel mercato unico europeo e a concedere una parziale apertura del mercato di Kyiv agli investimenti europei: un compromesso impari che consente agli ucraini di essere rassicurati in merito all’impatto positivo che avrebbe l’immediata firma dell’Accordo di Associazione con l’UE.

Oltre all’offerta economica resta in piedi il discorso delle sanzioni, sostenuto, sempre lunedì, 3 Febbraio, anche dal Ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier, che alla televisione ARD ha dichiarato come siano necessarie misure punitive nei confronti delle autorità ucraine per l’uso della violenza sui manifestanti qualora Yanukovych non dovesse effettuare concessioni, come l’allargamento dei poteri del Parlamento a spese di quelli del Presidente.

Importante è anche l’iniziativa per garantire aiuti economici e una chiara prospettiva europea all’Ucraina che è stata presa dai Paesi dell’Europa Centrale, baltica e scandinava dopo una girandola di incontri del Premier polacco, Donald Tusk, con i suoi colleghi di Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Estonia, Svezia e Finlandia.

Tusk ha dichiarato che l’Europa non può comprare l’integrazione dell’Ucraina a sue spese, ma ha illustrato la necessità di garantire agli ucraini il diritto di scegliere il proprio destino, senza che Paesi terzi, come la Russia, cerchino di influenzare il corso della politica estera di Kyiv.

La contromossa dell’Occidente, anticipata dal Segretario di Stato USA John Kerry e dal Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, è un passo necessario dopo che la Russia ha erogato all’Ucraina un credito di 15 Miliardi di Dollari come ricompensa per la decisione del Presidente Yanukovych di interrompere il processo di integrazione europea di Kyiv: un “aiuto” che, tuttavia, Mosca ha congelato in attesa di giudicare le politiche intraprese dal nuovo Governo, che il Capo di Stato ucraino deve ancora nominare.

A proposito di Yanukovych, il Capo di Stato ucraino è tornato al lavoro dopo un congedo per malattia in ospedale che ha fatto molto discutere: secondo il Presidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, Elmar Brok, Yanukovych ha cercato una giustificazione per non incontrare la delegazione dell’Emiciclo di Strasburgo, mentre indiscrezioni sottolineano come il Presidente ucraino sia stato persino rianimato.

Bulatov riceve cure mediche in Lituania

Una soluzione ha avuto anche la vicenda di Dmytro Bulatov: organizzatore della protesta Automaidan torturato, mutilato di un orecchio e persino crocefisso dalla polizia di regime Berkut prima di essere stato abbandonato in un campo ghiacciato nella periferia di Kyiv.

Grazie all’intercessione dell’Europa, Bulatov è stato trasferito in Lituania per ricevere un trattamento medico urgente, mentre la mediazione dell’imprenditore filo-europeo Petro Poroshenko ha convinto la Procuratura Generale ucraina a chiudere il processo aperto sull’oppositore.

Secondo dati ufficiali, dallo scorso 21 Novembre almeno sette sono i morti, diverse centinaia i feriti e gli arrestati, tutti tra gli oppositori, in seguito all’utilizzo di armi da fuoco, granate e cariche violente sui manifestanti da parte della polizia di regime ucraino.

Matteo Cazzulani

SHALE: GLI USA PRONTI ALLA RIVOLUZIONE ENERGETICA (MENTRE L’ITALIA CONTINUA A NEGARE)

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 7, 2013

Secondo l’autorevole WSJ, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti d’America è pronto ad avallare l’avvio dell’esportazione di gas nel Mondo. Gli apprezzamenti di India, Giappone, Gran Bretagna e Spagna al rafforzamento della potenza statunitense nel mercato dell’energia mondiale.

FILADELFIA-In Italia la negano, ma nel mondo che conta la predominanza degli Stati Uniti d’America nel settore energetico è una tematica all’ordine del giorno. Nella giornata di martedì, 7 Maggio, il Congresso USA ha avviato la discussione sull’impatto geopolitico provocato dall’incremento della produzione di gas da parte degli Stati Uniti d’America.

Come riportato dal Wall Street Journal, l’avvio dello sfruttamento del gas Shale, possibile grazie a sofisticate tecniche di fracking adoperate solo in Nordamerica, ha comportato una sovrabbondanza di produzione di oro blu, in un Paese inserito fino a pochi anni tra i principali importatori.

Come riporta sempre l’autorevole testata, gli USA possiedono una quantità di gas talmente alta da consentire di mantenere bassi i costi di sfruttamento e, di conseguenza, di vincere la concorrenza di altri esportatori -come Russia e Qatar- in Asia ed in Europa.

La serietà della questione è testimoniata dall’attento esame che il Dipartimento dell’Energia USA sta prestando sui 20 progetti di esportazione di gas Shale liquefatto in Paesi che non hanno un Accordo di Libero Scambio con gli Stati Uniti d’America.

Ad oggi, gli USA hanno già firmato accordi in materia con Corea del Sud, Singapore, Spagna, Gran Bretagna ed India. Proprio l’Ambasciatore indiano a Washington ha richiesto con forza un incremento delle esportazioni di gas da parte degli USA, per consentire alle potenze emergenti asiatiche di avvalersi di energia meno inquinante di greggio e carbone.

Riconoscimento del ruolo degli USA come protagonista nella politica energetica è stato esposto anche dal Giappone, il cui Ministro dell’Economia, Toshimitsu Motegi, ha illustrato come necessaria per la sicurezza energetica globale la presenza degli Stati Uniti tra i principali Paesi esportatori di gas nel Mondo.

Una mano alla NATO e all’Europa

Il Wall Street Journal, che da per probabile il via libera definitivo ai progetti da parte del Dipartimento dell’Energia a breve, ha sottolineato come gli USA abbiano ora la possibilità di contribuire anche alla diversificazione delle forniture di gas dell’Unione Europea.

L’esportazione dello Shale liquefatto statunitense su cui, oltre alla Gran Bretagna e alla Spagna ha prestato attenzione anche la Germania, può infatti servire ad aiutare l’UE a diminuire la dipendenza dalle forniture di gas della Russia, che ad oggi coprono il 40% circa del fabbisogno continentale complessivo dell’Unione.

Il disegno di soccorso all’Unione Europea ha riscosso un sostegno bipartisan. Il Rappresentante democratico Tim Ryan ha evidenziato come l’incremento delle esportazioni permetta agli USA di rafforzare la sua posizione economica nel mondo.

Il Senatore repubblicano Richard Lugar, oggi non più in carica, nel 2012 ha presentato una proposta per liberalizzare l’esportazione di gas ai Paesi della NATO ed al Giappone.

Se realizzato, il disegno permetterà ai Paesi dell’Alleanza Atlantica di rafforzare la loro sicurezza nazionale e, agli USA, di rafforzare la democrazia nel Mondo, e soppiantare regimi autocratici, come la Russia, con la medesima arma di cui essi si servono per soffocare la libertà in Europa e nel Mondo: il gas.

Matteo Cazzulani

GAS: USA CONTRASTASTI DA RUSSIA ED COMPAGNIE EUROPEE OCCIDENTALI

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 6, 2013

La compagnia indiana Petronet avvia trattative con il monopolista statale russo del gas, Gazprom, per l’importazione di oro blu. Corea del Sud, Giappone e Taiwan guardano anche all’Indonesia

Contromosse per contrastare un predominio annunciato. Nella giornata di giovedì, 3 Maggio, la compagnia energetica indiana Petronet ha avviato consultazioni con il monopolista statale russo del gas, Gazprom, per l’acquisto di oro blu liquefatto.

Come riportato dal Wall Street Journal, l’accordo interessa i giacimenti dell’Oceano Artico, il cui sfruttamento è stato autorizzato di recente dal Governo russo.

L’India sta gia cercando di diminuire la dipendenza dalle forniture del Qatar diversificando le fonti di approvvigionamento con contratti di fornitura con USA e Paesi dell’Africa.

Sempre giovedì, il colosso italiano ENI e la compagnia francese Suez Gaz de France, hanno incassato l’interesse di Corea del Sud, Giappone e Taiwan per l’acquisto di LNG dal rigassificatore di Jangrik, in Indonesia.

Sia la Corea del Sud che il Giappone stanno, come l’India, diversificando le fonti di approvvigionamento di energia, ed hanno stretto accordi rispettivamente con USA e Russia.

L’interesse dell’India alla Russia, e della Corea del Sud all’Indonesia contrasta con la politica energetica degli USA in Asia, dove Washington sta per ricoprire un ruolo predominante.

Con l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti domestici di shale, gli USA hanno stretto per-accordi con India, Singapore e Corea del Sud per avviare le esportazioni di gas non convenzionale entro il 2018.

La Russia, che non vuole perdere la possibilità di espandersi in un mercato in espansione come quello asiatico, ha accelerato i preparativi per la produzione di LNG per iniziare le esportazioni di gas liquefatto in Asia dal 2017.

Una tecnica rivoluzionaria

Lo shale è un gas estratto da rocce porose poste a bassa profondità attraverso sofisticate tecniche di fracking ad oggi adoperate solo in Nordamerica.

Proteste contro lo shale gas sono state organizzate da movimenti ambientalisti che, secondo indiscrezioni, sono finanziati dalla Russia per evitare che una rivoluzione energetica epocale intacchi il monopolio di Mosca nel settore.

Matteo Cazzulani

GAS: L’EUROPA GUARDA ALL’UCRAINA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 21, 2013

La Commissione Europea interessata alla gestione del sistema dei gasdotti ucraini. Gli Stati Uniti d’America incoraggiano l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti di shale di Kyiv.

Un eldorado energetico che può garantire l’indipendenza dell’Europa grazie a gas naturale e shale.

Nella giornata di venerdì, 18 Aprile, la Commissione Europea ha dichiarato la volontà di organizzare insieme al Governo ucraino una tavola rotonda per valutare le possibilità di cooperazione tra Unione Europea ed Ucraina sul gas.

Come riportato dal Kyiv Post, l’evento sarà coordinato dal Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, e dal Ministro ucraino all’Energia, Eduard Stavytsky.

Nello specifico, Bruxelles e Kyiv valuteranno l’ipotesi di ristrutturare il sistema infrastrutturale energetico ucraino, e di utilizzare le riserve di gas contenute in Ucraina.

Come riporta il Wall Street Journal, particolare interesse all’Ucraina è stato reso noto da Polonia e Germania, attratte da un sistema di gasdotti in grado di trasportare 31 Miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Oltre al gas naturale, particolare importanza è ricoperta dallo Shale: oro blu ubicato in rocce profonde estratto mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi operate solo in Nordamerica.

Come riportato dall’agenzia Ukrinform, l’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Ucraina, John Tefft, ha sottolineato che Kyiv è in grado di avvalersi dei suoi giacimenti di shale per diventare un Paese indipendente sul piano energetico.

L’Ambasciatore Tefft ha aggiunto che, grazie allo shale, gli USA hanno incrementato esponenzialmente le loro esportazioni di gas, e sono riusciti ad attrarre un alto numero di investimenti.

Una reazione alla politica energetica di Mosca

La posizione dell’Ucraina è dettata dal bisogno di rispondere alla politica della Russia, che si avvale dell’energia per costringere Kyiv a entrare nella sfera di influenza geopolitica di Mosca.

La Russia ha dichiarato la volontà di concedere sconti sulla bolletta del gas all’Ucraina -che dipende al 90% dalle forniture di Mosca- in cambio dell’ingresso di Kyiv nell’Unione Doganale.

Questo progetto di integrazione sovranazionale, a cui hanno già aderito Bielorussia e Kazakhstan, è concepito dalla Russia per imporre l’egemonia di Mosca nello spazio ex-sovietico.

Inoltre, l’Ucraina ha ricevuto da Mosca la richiesta del pagamento di 7 Miliardi di Euro per gas non acquistato.

Per diminuire la dipendenza dalle importazioni della Russia, il Governo ucraino ha incrementato l’utilizzo di carbone e gasolio per il funzionamento delle industrie.

Kyiv inoltre ha avviato l’importazione dalla Germania di gas russo venduto a prezzi più favorevoli dalla compagnia tedesca RWE attraverso i gasdotti di Slovacchia, Polonia ed Ungheria.

Matteo Cazzulani

La Francia divisa sullo shale

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 21, 2012

Il Presidente francese, Francois Hollande, contrario ai lavori per lo sfruttamento di gas non convenzionale, sostenuto da una parte consistente del governo socialista, tra cui l’imprenditore Louis Gallos. In Polonia, i colossi ConocoPhilips e Chevron investono nello scisto nel più capiente bacino europeo.

L’indecisione francese e la determinazione polacca sono gli approcci che caratterizzano la ricerca dello shale gas in Europa. Nella giornata di venerdì, 19 Ottobre, il Presidente francese, Francois Hollande, ha dichiarato la sua contrarietà al rapporto dell’imprenditore Louis Gallois, incaricato di guidare la politica degli investimenti del governo socialista transalpino.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gallois, ex top manager della compagnia EADS e della ferroviaria SNCF – note per la produzione rispettivamente dell’Airbus e del treno veloce TGV – ha sostenuto ufficialmente la necessita per Parigi di sfruttare i giacimenti nazionali di gas shale.

Noto anche come gas di scisto, lo shale e un tipo di oro blu ubicato in rocce porose di alta profondità, la cui estrazione richiede tecniche sofisticate ad oggi adoperate solo negli Stati Uniti d’America: unico Paese estrattore ed esportatore di oro blu non convenzionale.

Secondo rilevazioni delle principali compagnie specializzate statunitensi, la Francia possiede il secondo giacimento dopo la Polonia in termini di quantità di gas shale in Europa.

Tuttavia, lo scorso Settembre il Presidente Hollande ha messo in mora lo sfruttamento dello shale, de facto provocando una frattura interna al governo socialista con la fazione favorevole all’avvio dello sfruttamento di oro blu non convenzionale che fa capo a Gallois.

Due colossi USA per lo shale in Polonia

Chi invece ha le idee chiare e la Polonia, che ha avviato la ricerca di gas shale nel proprio territorio concedendo diritti a un pool di compagnie nazionali, tra cui il colosso del gas PGNiG, ed alcuni enti stranieri.

Come riportato dal Wall Street Journal, nel progetto sono entrati anche i due colossi USA ConocoPhilips e Chevron CVX. La seconda delle due major americane ha affittato un quartiere generale a Varsavia, mentre la prima ha trasferito in Polonia l’esperto di gas shale Dan Robinson.

La partecipazione dei due enti americani – leader nella compravendita del greggio – nei lavori per lo shale polacco e una risposta alla decisione della ExxonMobil, un’altra major americana che, dopo i primi tentativi poco incoraggianti, ha deciso di abbandonare la Polonia e i piani sullo shale.

Matteo Cazzulani