LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GAS: ANCHE CAMERON AIUTA PUTIN A CONTRASTARE L’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 8, 2014

Il monopolista statale russo del gas Gazprom prolunga in Gran Bretagna il Nordstream: gasdotto progettato per contrastare il varo di una comune politica energetica dell’Unione Europea. La rinuncia alla realizzazione della seconda versione del Yamal-Europa alla base della decisione

Non solo in Germania, Olanda e nel resto dell’Europa Centro Occidentale: il gas russo, con tutte le sue implicazioni geopolitiche che indeboliscono l’Europa, arriverà a grande quantità anche in Gran Bretagna. Nella giornata di mercoledì, 5 Febbraio, il monopolista statale russo del gas Gazprom ha dichiarato di avere raggiunto l’accordo per la realizzazione del prolungamento in Inghilterra del Nordstream: gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico nel 2012 per rifornire di gas direttamente la Germania e bypassare Paesi UE osteggiati da Mosca come Polonia, Lituania! Lettonia, Estonia e Svezia.

Come riportato dal giornale russo Vedomosti, Gazprom ha illustrato come il prolungamento alle coste inglesi del Nordstream, che ad oggi rifornisce l’Europa di 55 Miliardi di metri cubi di gas all’anno, abbia già ottenuto l’imprimatur di Finlandia, Estonia e Francia, che hanno permesso la realizzazione dell’infrastruttura nelle proprie acque territoriali.

Il prolungamento del Nordstream alla Gran Bretagna, che ha ottenuto il supporto politico del Primo Ministro britannico, David Cameron, è stato da tempo progettato dal Presidente russo, Vladimir Putin, per incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dalle forniture di gas dalla Russia, e per bloccare il progetto di diversificazione delle fonti di oro blu varato dalla Commissione Europea.

Per diminuire la dipendenza dalle forniture di gas di Russia ed Algeria, la Commissione Europea ha sostenuto la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- per veicolare in Italia dalla Grecia attraverso l’Albania gas dell’Azerbaijan, ed ha supportato la realizzazione di un alto numero di rigassificatori per importare oro blu liquefatto da Qatar, Egitto e Stati Uniti d’America.

La Gran Bretagna, che deve fare i conti con il decremento dei propri giacimenti di gas e di quelli della Norvegia, rappresenta un mercato importante per la Russia, in quanto Londra è stato il primo Paese ad avviare l’importazione dagli USA di shale: gas estratto da rocce argillose poste a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking che gli Stati Uniti d’America hanno iniziato a produrre in alte quantità e vendere sul mercato mondiale a prezzi stracciati.

A livello europeo, il prolungamento del Nordstream, compartecipato da Gazprom, dalla compagnia tedesca BASF, dalla francese Suez Gaz de France e dall’olandese Gasunie, permette alla Russia anche di dividere ulteriormente l’Europa tra Paesi Occidentali alleati di Mosca e quelli dell’Europa Centro-Orientale colpevoli -si fa per dire- di sostenere la politica di diversificazione delle forniture di gas dal quasi monopolio russo.

Finora, in questa geografia energetica la Gran Bretagna ha sostenuto la posizione dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale. Tuttavia, il prolungamento del Nordstream ha provocato un cambio nella politica energetica di Londra che, come dichiarato da ambienti conservatori, considera il gas russo necessario per la diversificazione delle forniture britanniche, senza alcuna attenzione per la situazione complessiva europea.

Come riporta l’autorevole agenzia PAP, oltre a fare emergere come la politica energetica dei Paesi UE sia priva di coordinamento e strategia comune per il bene dell’Europa, il prolungamento del Nordstream rappresenta tuttavia un ripiego dopo la rinuncia da parte di Gazprom alla realizzazione di un gasdotto dalla Russia all’Ungheria attraverso Polonia e Slovacchia.

Secondo i progetti di Gazprom, questa infrastruttura avrebbe dovuto non solo bypassare l’Ucraina -attraverso cui transitano i gasdotti che, ad oggi, riforniscono di gas russo Slovenia, Ungheria, Austria ed Italia- ma anche impedire il transito di gas russo dalla Germania in territorio ucraino attraverso le infrastrutture energetiche polacche, slovacche ed ungheresi.

Questo progetto è stato sostenuto dalle Autorità ucraine per diminuire la dipendenza dal gas della Russia, ma è stato accantonato dopo che Putin ha concesso all’Ucraina uno sconto sulla bolletta come premio per la rinuncia all’integrazione economica di Kyiv in Europa da parte del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych.

Contro lo shale polacco

Nonostante non sia stato realizzato, il gasdotto dalla Russia all’Ungheria -che Gazprom ha presentato come una nuova edizione del Yamal-Europa: infrastruttura che veicola il gas russo in Germania attraverso Bielorussia e Polonia- ha provocato le dimissioni in Polonia dell’allora Ministro del Tesoro, Michal Budzianowski.

Il sollevamento del Ministro Budzianowski è stato deciso dopo che Gazprom ha firmato con la compagnia intermediaria EuRoPolGaz un memorandum per la realizzazione della nuova versione del Yamal-Europa all’insaputa del Governo polacco: fatto che ha provocato le dimissioni anche dell’allora Presidente della compagnia energetica nazionale polacca PGNiG, Grazyna Piotrowska-Oliwa.

Budzianowski è stato uno dei più attivi nel sostenere l’avvio dello sfruttamento di shale in territorio polacco, che, secondo le stime EIA, permetterebbe alla Polonia di porre fine alla dipendenza energetica dell’UE tutta dal gas della Russia.

Matteo Cazzulani

GAS: ENI E GAZPROM AI FERRI CORTI

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 17, 2012

Il colosso energetico italiano chiede al monopolista russo l’eliminazione della clausola take or pay che costringe il Cane a Sei Zampe all’acquisto di una quantità di oro blu superiore al fabbisogno del Paese. Proteste nei confronti di Mosca anche da parte della compagnia nazionale polacca PGNiG

I loghi del monopolista russo, Gazprom, e del colosso energetico italiano, ENI

No a condizioni ingiuste che costringono il cane a sei zampe a clausole contrattuali onerose. Durante l’ultimo suo intervento in Senato, l’Amministratore Delegato del colosso energetico italiano, ENI, Paolo Scaroni, ha dichiarato la volontà di non prolungare il contratto con il monopolista russo, Gazprom, se la clausola take or pay non sarà eliminata.

Nello specifico, Scaroni ha illustrato come alla scadenza del contratto ad oggi in vigore, ENI non provvederà ad alcun rinnovo se Gazprom non concederà una revisione della logica con cui i nuovi accordi saranno sottoscritti.

Come riportato da Vedomosti, il colosso energetico italiano ha in previsione una diminuzione delle importazioni dal monopolista russo, ed ha chiesto il livellamento delle tariffe agli standard di mercato.

Nel 2011, ENI ha registrato spese per il gas pari a 600 Milioni di euro, e nel biennio 2009-2011 le uscite a beneficio di Gazprom stanziate per onorare la clausola take or pay hanno toccato quota di 1,5 miliardi di euro.

Di per se, la take or pay è una logica precauzione per quei Paesi, come la Russia, che puntano sulle esportazioni di gas rafforzarsi sul piano economico. La contestata clausola impone infatti ai Paesi contraenti l’acquisto di un tetto minimo di oro blu, a prescindere dal suo effettivo utilizzo.

La take or pay può tuttavia rappresentare un mezzo di pressione operato dall’ente esportatore nei confronti dell’acquirente.

Nel marzo del 2012, ENI ha rinnovato il contratto con Gazprom ottenendo uno sconto retroattivo dal 2011 pari a 600 milioni di euro che, tuttavia, il colosso energetico italiano ha dovuto restituire al monopolista russo per onorare la clausola take or pay.

Scontentezza per la clausola contrattuale che gonfia le spese per il gas è stata anche dimostrata dal colosso polacco PGNiG, che all’anno importa dalla Russia 10 miliardi di metri di gas proprio secondo la take or pay.

A peggiorare la posizione polacca rispetto a quella italiana sono però due fattori. Il primo è l’isolamento energetico operato dalla Russia nei confronti della Polonia tramite la costruzione del Nordstream.

Questo gasdotto sottomarino è stato costruito sul fondale del Mar Baltico dalle coste russe alla Germania per isolare i Paesi dell’Europa Centrale osteggiati politicamente dal Cremlino e, così, permettere a Mosca di imporre prezzi alti per le forniture energetiche a Varsavia.

L’ENI invece può contare nelle trattative con Gazprom sulla compartecipazione congiunta nel Southstream: altro gasdotto progettato dalla Russia per scopi politici per impedire alla Commissione Europea di diversificare le forniture di gas per il Vecchio Continente trasportando direttamente in Europa gas azero.

Il Gasdotto Ortodosso – com’è altrimenti noto il Southstream – è progettato dalle coste russe del Mar Nero al porto bulgaro di Varna, da dove una diramazione è preventivata verso Grecia e Italia, mentre un’altra è pianificata per risalire la penisola attraverso Macedonia, Montenegro, Serbia, Croazia, Slovenia e Italia.

Nel progetto, Gazprom – che è posseduta a maggioranza dal Cremlino – detiene il 51% delle azioni, mentre ENI è socio con un 20% che, sempre secondo Vedomosti, potrebbe essere utilizzato dal colosso italiano come arma di pressione per l’ottenimento delle modifiche contrattuali dal monopolista russo.

ENI rafforza la cooperazione con un altra compagnia russa

Nonostante i dissidi con Gazprom, forse più apparenti che reali, ENI continua a rafforzare la sua presenza in Russia.

Nella giornata di martedì, 16 Ottobre, il colosso energetico italiano ha avviato la creazione di tre joint venture con la compagnia russa Rosneft.

Come riportato dal portale di informazione wnp.pl, le tre compagnie compartecipate hanno il compito di verificare la presenza di giacimenti di gas e greggio nel Mar Nero e in quello di Barents.

Inoltre, le joint venture dovranno effettuare le rilevazioni sismologiche per la realizzazione di infrastrutture anche laddove è progettata la prima tratta del gasdotto Southstream.

Matteo Cazzulani

Guerra Energetica: confermato il blocco delle forniture di greggio alla Repubblica Ceca dalla Russia

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 12, 2012

Secondo autorevoli fonti, compagnie russe non stanno rispettando i parametri contrattuali per l’invio di oro nero a Praga e ad altri Paesi dell’Europa Centrale come Polonia e Slovacchia, e hanno così messo a serio repentaglio la sicurezza europea. La politica di accerchiamento del Cremlino e l’assenza di alternative valide come pericoli per l’indipendenza del Vecchio Continente

La Repubblica Ceca e davvero sull’orlo di una crisi energetica. Nella giornata di mercoledì, 11 Aprile, i giornali Vedomosti e Kommersant” hanno confermato il taglio delle forniture di greggio da parte delle compagnie russe, Lukojl, Transneft e Gazprom Neft, alla compagnia ceca Unipetrol.

Nello specifico, la Repubblica Ceca avrebbe dovuto ricevere dalla Russia un totale di 18 Mila tonnellate di oro nero, ma dall’inizio di Aprile a Praga ne e pervenuto l’80% in meno e, come riportato dall’autorevole Reuters, non e escluso che le forniture di Mosca possano del tutto terminare nel giro di tre giorni.

Di differente avviso si e detta la Transneft, che, con una nota, ha confermato di avere soddisfatto per intero la domanda di greggio della Repubblica Ceca. Ad avvalorare i timori dei cechi e pervenuto l’allarme lanciato anche dalla vicina Slovacchia, dove la compagnia nazionale, Slovnaft, ha ottenuto dalla Russia solo 316 delle 508 Mila tonnellate di greggio sancite da contratto.

A provocare questa emergenza energetica nel cuore dell’Europa e stata la decisione delle Autorità russe di non avvalersi più per l’invio dell’oro nero nel Vecchio Continente dell’oleodotto Druzhba – che transita lungo tutta l’Europa Centrale fino alla Germania – per utilizzare esclusivamente una nuova conduttura, la BTS-2, abbinata al trasporto via nave del carburante dal terminale di San Pietroburgo fino al porto di Rotterdam.

Come dichiarato da Polonia e Slovacchia, questa decisione ha provocato un isolamento dell’Europa Centrale, e ha mandato in crisi raffinerie di importanza strategica per la sicurezza energetica di tutta Europa, come le installazioni di Danzica e quelle tedesche di Schwedt e Leuen.

A confermare questa teoria sono state le parole espresse al momento dell’avvio dell’oleodotto BTS-2 dal Presidente russo, Vladimir Putin, che ha evidenziato come l’infrastruttura consenta alla Russia di evitare il transito per Paesi intermediari, e di rifornire direttamente gli Stati dell’Europa Occidentale.

Le poche soluzioni al taglio della Russia

Per la Repubblica Ceca, una soluzione in tempi rapidi per arginare il deficit energetico può provenire dai porti croati e italiani di Rijeka e Trieste, ma essa comporterebbe un innalzamento del prezzo di importazione che graverebbe in misura notevole sul bilancio statale.

Per quanto riguarda la Polonia, la situazione e ancora più incerta, dal momento in cui il progetto di prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody fino a Danzica – concepito fin dal 2001 per consentire all’Europa di importare greggio centro-asiatico senza dipendere dai russi – e bloccato dalla politica energetica dell’Ucraina che, per volere del suo Presidente, Viktor Janukovych, utilizza l’infrastruttura per veicolare alla Bielorussia di Aljaksandar Lukashenka greggio proveniente dal Venezuela di Hugo Chavez.

Matteo Cazzulani

GAZPROM CAMBIA LE CONDIZIONI PER LA VENDITA DI GAS ALL’UNIONE EUROPEA.

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 11, 2012

Il monopolista russo del gas taglia i ricavi ma mantiene alti i guadagni sull’oro blu esportato ai Paesi dell’Europa, che così saranno costretti ad acquistare carburante a un prezzo alto rispetto a quello medio di mercato. Le conseguenze sul piano giudiziario nel ricorso con la Polonia per le tariffe energetiche

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Niente sconti, ma solo una minore di quantità di gas venduta. Questa è la nuova strategia che ha adottato il monopolista russo del gas, Gazprom, per quanto riguarda le esportazioni di oro blu in Europa preventivate per il prossimo anno.

Secondo quanto dichiarato dal giornale russo Vedomosti, Gazprom ha pianificato una diminuzione della quantità di gas da inviare nel Vecchio Continente in seguito al proliferare di richieste di sconti sulle tariffe inoltrate dal 2010 dalle maggiori compagnie energetiche europee.

Questa manovra è stata presentata come un passo attuato per consentire il prolungamento dei contratti con Paesi colpiti dalla forte crisi economica mediante la concessione di ribassi sulle bollette pari al 10%, ma in realtà rappresenta un calcolo preciso attuato dal monopolista russo per mantenere alti i guadagni.

Come ha illustrato il Vice-Presidente di Gazprom, Aleksandr Medvedev, il monopolista russo ha preferito diminuire la quota di gas esportato anziché agire sul taglio del suo prezzo: così, pur abbassando i ricavi, Mosca potrà mantenere un considerevole guadagno sul carburante fornito agli enti europei.

“Vista la situazione dei mercati del Vecchio Continente ci siamo trovati dinnanzi a due scelte – ha dichiarato Medvedev – esportare 154 miliardi di metri cubi di gas all’anno a un prezzo scontato, oppure esportarne solo 150 a un costo più alto. Abbiamo scelto questa seconda opzione”.

Per Gazprom si tratta del terzo abbassamento della previsione di esportazione di gas preventivata dal momento della stesura del bilancio preventivo della Federazione Russa, nel quale inizialmente è stata fissata la vendita all’Europa di 164 miliardi di metri cubi di gas ad un prezzo medio di 442 Dollari per mille metri cubi.

In seguito alle difficoltà registrate da parte di alcuni enti europei per onorare i contratti a causa della crisi dell’Euro, la quota è stata abbassata a 154 miliardi di metri cubi annui, per un prezzo medio di 415 Dollari per mille metri cubi. Come dichiarato da Medvedev, l’ulteriore abbassamento della quantità di gas esportato non sarà seguita da alcun ritocco delle tariffe.

Oltre che un calcolo economico, la manovra rappresenta anche una mossa strategica in chiave contrattualistica, dal momento in cui, come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, essa potrebbe favorire Mosca nella risoluzione del ricorso esposto all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma da parte del colosso energetico polacco PGNiG contro Gazprom per il mancato abbassamento delle tariffe, che invece è stato concesso dai russi alle altre compagnie europee.

Evidenziando come questa condotta sia dettata da una natura politica volta a penalizzare un Paese osteggiato dal Cremlino, i polacchi hanno dichiarato di pagare le tariffe per il gas russo più alte di tutta Europa: circa 500 Dollari per Mille metri cubi. La diminuzione della quantità di gas esportato da Mosca potrebbe portare a una riconsiderazione della spesa imposta a PGNiG, e, così, risolvere automaticamente il ricorso.

L’alternativa azera alla dipendenza energetica dalla Russia

Le decisioni di Gazprom in merito a ritocchi contrattuali hanno ripercussioni considerevoli sulla situazione economica europea, in quanto il Vecchio Continente resta fortemente dipendente dal gas importato dalla Russia senza potere contare su fonti di approvvigionamento alternative. Una soluzione tuttavia è costituita dall’Azerbajdzhan, che ha varato un piano di aumento delle esportazioni del carburante estratto nel proprio territorio per cercare di acquisire quote considerevoli presso il mercato dell’Unione Europea, con cui sono già stati firmati dei pre-contratti.

Per diminuire la dipendenza dell’Europa dalla Russia, UE ed Azebajdzhan hanno progettato anche un piano per importare il gas centro-asiatico nel Vecchio Continente senza transitare per il territorio russo, che consiste nella costruzione di un’apposita rete di gasdotti: il Corridoio Meridionale.

Il primo tratto di questa iniziativa è il Gasdotto Transanatolico – TANAP – compartecipato dalle compagnie energetiche turca BOTAS, britannica British Petroleum, olandese Shell, e dall’azera SOCAR, che, come è stato evidenziato durante la presentazione ufficiale di martedì, 10 Aprile, a Baku, avrà la capacità di trasportare 60 Miliardi di metri cubi annui.

Matteo Cazzulani

VLADIMIR PUTIN PROMETTE IL RIARMO DELLA RUSSIA

Posted in Russia by matteocazzulani on February 21, 2012

Nel sesto articolo dedicato al programma elettorale del Primo Ministro russo per le prossime elezioni presidenziali pubblicato sulla stampa locale, il principale candidato promette maggiori spese per l’acquisto di armamenti in chiave anti-Occidentale. Le recenti provocazioni nei confronti dell’Occidente e le precedenti promesse elettorali di una Federazione Russia che appare sempre più imperiale e monopolista

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

400 missili balistici intercontinentali, 28 mezzi terrestri, 50 navali, 100 apparati cosmici, 600 aerei, 28 batterie di missili di categoria S-400, e 10 di categoria Iskander-M. Queste sono le cifre che il Primo Ministro russo, Vladimir Putin, ha promesso per il rafforzamento militare della Russia in caso di vittoria alle prossime elezioni presidenziali, la quale, stando alla caratura degli avversari, e alla mancata ammissione di candidati seriamente di opposizione, appare sempre più certa.

Nell’articolo “Essere forti – garanzie di sicurezza nazionale per la Russia”, pubblicato sul giornale filo-governativo Rosijskaja Gazeta, Putin ha evidenziato come “la crisi della finanza internazionale abbia rinvigorito la tentazione di risolvere i propri problemi a costo degli altri” e, per questa ragione, Mosca non possa trascurare la sua effettiva debolezza in campo militare.

Secondo il Primo Ministro, già dal prossimo anno le uscite per l’esercito incrementeranno fino a 760 miliardi di dollari: il doppio di quanto stanziato finora a bilancio. A compensare tali uscite, sempre secondo l’articolo di Putin, sarà la professionalizzazione delle Forze Armate, con un taglio progressivo dei soldati assunti a contratto.

Citando le parole di Putin, “la manovra non è da leggere come una militarizzazione del bilancio, bensì come una misura necessaria per mantenere il ruolo da protagonista della Russia nel Mondo, modernizzare il Paese, ed ivi costruire la democrazia”. Per questa ragione, la maggior parte degli armamenti sarà prodotta dall’industria russa, mentre sul mercato estero saranno acquistate solo armi ad alta tecnologia.

Alla pars construens, Putin ha aggiunto l’identificazione della principale minaccia per la Russia nello Scudo Spaziale USA in Europa: un progetto che, tuttavia, ha perso la sua connotazione originale, e che oggi è ridotto ad una struttura innocua: incapace di aggredire alcun bersaglio.

Concepito dall’Amministrazione Bush per preservare l’Occidente da minacce balistiche provenienti da est, il sistema di difesa anti-missilistico ha previsto l’installazione di una postazione radar in Repubblica Ceca e il dislocamento di una batteria di missili Patriot in Polonia.

Nel 2009, la neo-eletta Presidenza Obama ha revocato gli accordi già firmati con i due Paesi europei, contestualizzato lo Scudo Spaziale nell’ambito della NATO, e varato una nuova versione più soft con postazione radar in Romania e intercettori, privi di testata, posizionati a rotazione in Romania, Polonia e Turchia.

Secondo alcuni esperti russi, le promesse militari di Putin sono difficili da realizzare a causa delle troppo esose somme preventivate. Inoltre, già in passato simili proclami sono stati illustrati a gran voce dallo stesso Putin, senza che ad essi sia seguita un’effettiva attuazione. Tuttavia, occorre sottolineare come di recente si siano verificati casi che certificano la rinata aggressività da parte di Mosca nei confronti dell’Occidente.

Il 23 Novembre, in risposta al varo della versione morbida dello scudo spaziale NATO, il Presidente attualmente in carica, Dmitrij Medvedev, ha proposto la speculare installazione di un radar e il dislocamento di intercettori Iskander – dotati di capacità aggressiva – nell’enclave di Kaliningrad: tra la Polonia e la Lituania.

Il 18 Ottobre 2011, veivoli dell’esercito russo hanno sorvolato lo spazio aereo al confine con Lettonia, Estonia e Finlandia, dove non sono presenti né apparati missilistici, né insediamenti dell’esercito: secondo il codice militare, la manovra è una pura dimostrazione di forza, al punto da aver costretto i caccia dell’Alleanza Atlantica ad innalzarsi in volo per scortare gli aerei russi.

Stabilità, lotta all’immigrazione, maggiore autonomie locali, e sostegno alla procreazione

Quello pubblicato sulla Rosijskaja Gazeta non è che il sesto degli articoli con cui Putin ha esposto le principali linee-guida del suo programma elettorale. Il 16 Gennaio, sulle colonne dell’Izvestija, il Primo Ministro ha sottolineato i progressi raggiunti dalla Russia sotto il suo premierato e le sue precedenti presidenze – dal 2000 al 2008 – ed ha evidenziato come per la Russia sia necessario il raggiungimento della stabilità economica e politica.

Il 23 Gennaio, sulle colonne della Nezavisimaja Gazeta, Putin ha esposto la sua politica nazionale, basata sulla realizzazione di “un blocco multietnico omogeneo cementato attorno al nucleo russo”. Nell’ambito di quello che è stato definito “patriottismo civico”, il Primo Ministro ha preventivato regole più severe per gli immigrati – con tanto di esame obbligatorio di lingua russa – e punizioni per i clandestini.

Il 30 Gennaio, nelle pagine del giornale Vedomosti, è stata la volta della politica economica, tra le cui priorità Putin ha individuato la sfera energetica, spaziale, chimica, nano tecnologica, farmaceutica, chimica e l’aviazione, assieme alla necessità di una lotta alla corruzione e di misure contro il lusso e le disparità.

Il 6 Febbraio, con un articolo pubblicato sul Kommersant”, Putin ha promesso una riforma istituzionale, con la concessione di maggiore autonomia fiscale e l’introduzione dell’elezione diretta dei Presidenti dei singoli Stati della Federazione Russa.

Infine, il 13 Febbraio, sulla Komsomol’skaja Pravda, Putin ha affrontato l’ambito sociale, in cui ha rigettato l’aumento dell’età previdenziale, sottolineato la necessità di valorizzare una “aristocrazia operaia” altamente qualificata, e promesso incentivi alle famiglie con più di tre figli.

Matteo Cazzulani

GUERRA ENERGETICA: RUSSIA TAGLIA NAFTA A LUKASHENKA

Posted in Bielorussia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 13, 2011

Il Presidente bielorusso assicura autonomia, grazie alle importazioni venezuelane. Ma i russi restano i principali fornitori

 

Il presidente Bielorusso, Aljaksandar Lukashenka

Minsk e Mosca ancora ai ferri corti. Nella giornata di mercoledì, 12 Gennaio, la Federazione Russa ha interrotto il flusso di nafta verso la Bielorussia.

 

Come riportato dall’autorevole Reuters, su informazione della russa Vedomosti, lo stop sarebbe motivato dalla decisione della Bielorussia di innalzare le tariffe di transito, dal Primo di Febbraio, del 12,5%.

 

In aggiunta, Mosca ha dichiarato l’intenzione di incrementare la bolletta per l’oro nero a Minsk, fino a 45 dollari per tonnellata.

 

La nafta del Venezuela

 

Chi prevarrà nell’ennesimo braccio di ferro energetico, dura a prevedere. I Bielorussi assicurano di poter contare su un mese di piena autonomia, grazie alle forniture venezuelane.

 

Il presidente bielorusso, Aljaksandar Lukashenka, è riuscito ad assicurarsi il carburante sudamericano, nell’ambito di un patto di stretta collaborazione a tre, coi colleghi di Caras e Kyiv, Hugo Chavez e Viktor Janukovych, mirato ad allentare la dipendenza da Mosca.

 

Ciò nonostante, i maggiori fornitori di benzina restano le compagnie russe Lukoil, Rosneft e Surguneftegaz. Che, non a caso, non hanno commentato il taglio ai rifornimenti.

 

Inoltre, a complicare ogni tentativo di smarcamento dal Cremlino, la partecipazione di Minsk all’Unione Doganale: un progetto, simile alla vecchia Comunità Economica Europea, che dal 2012 unificherà i mercati di Russia, Bielorussia e Kazakhstan.

 

Matteo Cazzulani