LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

WROCLAW CAPITALE DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA DI OGGI E DI DOMANI

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 17, 2011

Incontro dei Presidenti polacco, tedesco ed ucraino in occasione dell’anniversario della fondazione dell’Università del capoluogo slesiano, segnato dalle barbarie staliniane del secondo dopoguerra. La firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina al centro dei colloqui. La Russia fissa la data per il varo dell’Unione Eurasiatica

Il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski

La città slesiana ferita delle barbarie del Novecento come ultimo bastione per la difesa di un’Europa libera, democratica ed allargata da una Russia dalle rinate velleità imperiali. Nella giornata di martedì, 15 Novembre, i Presidenti di Polonia, Germania, ed Ucraina – Bronislaw Komorowski, Christian Wulff, e Viktor Janukovych – si sono incontrati a Wroclaw per celebrare l’anniversario di fondazione dell’Università Statale della città polacca.

Figlia della tradizione dell’Ateneo tedesco del periodo prebellico e di quello polacco di Leopoli – entrambi chiusi dopo la seconda guerra mondiale, quando, concordemente con gli accordi di Jalta, Stalin ordinò la deportazione dei polacchi del capoluogo galiziano in quello di una Slesia svuotata dell’elemento tedesco e restituita alla Polonia Popolare satellite dell’URSS – la struttura oggi non solo conserva il ricordo di un passato doloroso e tormentato, ma è uno dei centri più attivi per l’integrazione europea e la promozione del suo allargamento ad est: sopratutto ad una realtà appartenente di diritto al Vecchio Continente per storia, cultura, e tradizioni, ma ancora esclusa dall’unione politica di Bruxelles, come l’Ucraina.

Però, sul futuro europeo di Kyiv si addensano ancora troppe nubi: non solo quelle naturali, che hanno costretto l’aereo di Viktor Janukovych a posticipare l’atterraggio a Wroclaw, ma sopratutto quelle politiche, legate ad un’ondata di repressione a danno di giornalisti ed esponenti dell’Opposizione che, tra gli altri, ha portato alla condanna a sette anni di isolamento per la Leader del campo arancione, Julija Tymoshenko.

Un macigno sulle trattative per la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina – documento con cui Bruxelles intende riconoscere a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato oggi goduto da Norvegia, Islanda, e Svizzera – dal momento in cui il rispetto degli standard di libertà è una delle prerogative essenziali per la conclusione dei negoziati con l’Unione.

A conferma di tale problema, il contemporaneo pronunciamento del Parlamento ucraino a sfavore della decriminalizzazione dell’articolo 365 del Codice Penale ucraino, che avrebbe consentito la scarcerazione della Tymoshenko – condannata per abuso d’ufficio e gestione fraudolenta del bilancio statale durante il suo ultimo premierato, dal 2007 al 2010.

“Spero che le nubi si diradino non solo sulla Slesia, ma anche su un’Ucraina che ancora deve dimostrare di rispettare i principi democratici – ha dichiarato Wulff in seguito alla notizia – l’esempio è quello della Polonia che, liberatasi dal giogo sovietico, è oggi parte della casa europea”.

Pronta la risposta di Janukovych che, nei colloqui a tre del primo pomeriggio, ha rigettato ogni responsabilità sull’affare Tymoshenko, circoscritto l’evento alla lotta contro la corruzione – che finora ha interessato solo i suoi avversari politici – ed addossato ogni responsabilità ad una magistratura che, alla luce della modalità di conduzione dei processi agli esponenti del campo arancione – senza il rispetto dei diritti della Difesa, e basati su prove sommarie, prive di fondamento, persino datate il 31 di Aprile – è davvero difficile ritenere imparziale ed indipendente.

Sulla medesima linea di Wulff, il padrone di casa, Bronislaw Komorowski, che, nel corso dei colloqui privati con il collega ucraino, durati fino a tarda serata, ha invitato le Autorità di Kyiv a dare un chiaro segnale in controtendenza con quanto dimostrato nella mattinata dal Parlamento, e ribadito a Janukovych l’importanza della presidenza di turno polacca dell’Unione Europea: una delle poche a supportare pienamente le ambizioni occidentali dell’Ucraina.

Infatti, è proprio la Polonia è il Paese che, più di tutti, capisce l’importanza della ratifica dell’Accordo di Associazione per la sicurezza e la prosperità futura di un’Europa sempre più provincia in un Mondo dominato da tigri asiatiche ed orsi russi. L’integrazione dell’Ucraina e degli altri Paesi dell’Europa Orientale – Moldova, Georgia e Bielorussia – è condizione indispensabile per scongiurare il ripristino da parte di Mosca di una riedizione dell’Unione Sovietica in salsa sciovinista, fortemente propagandata dal Primo Ministro, Vladimir Putin, certo del ritorno sullo scranno presidenziale.

L’Eurasia di Putin la nuova URSS

Oltre ad un programma di politica estera espressamente rivolto all’eliminazione dell’Unione Europea, considerata il primo nemico da abbattere per riconquistare il rango di superpotenza perso con il crollo dell’URSS, lo zar del gas è passato ai fatti, con la costituzione dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka e della Zona di Libero Scambio CSI: progetti di integrazione economica, da evolvere quanto prima anche sul piano politico con il varo dell’Unione Eurasiatica.

Come dichiarato dallo stesso Putin, proprio poche ore prima del vertice di Wroclaw, il nuovo progetto – in cui è previsto l’ingresso di tutte le ex-Repubbliche sovietiche, tra cui l’Ucraina ed altri Paesei europei – è più che un ipotesi: retta da Commissari, e non da Presidenti e Ministri, sarà presentata simbolicamente il prossimo 25 Dicembre: anniversario del crollo di un’URSS di cui l’Eurasia putiniana si ritiene la legittima erede.

Matteo Cazzulani

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ANCORA BROGLI IN UCRAINA. ECCO PERCHE’ L’ACCORDO DI ASSOCIAZIONE CON L’UE E DA FIRMARE SUBITO.

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 16, 2011

La sospetta vittoria dell’esponente del Partito del potere nelle elezioni suppletive a Simferopoli come ragione per integrare fin da subito Kyiv alle regole democratiche di Bruxelles, ed evitare il ripristino del nuovo impero russo. Il precedente della Bielorussia, e l’appello dei Ministri degli Esteri dell’Europa Centrale per coinvolgere anche Chisinau e Tbilisi

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Dopo l’Ottobre 2010 il Novembre 2011, con Settembre 2012 sempre nel mirino. Nella giornata di Domenica, 13 Novembre, hanno avuto luogo le elezioni suppletive per il tredicesimo collegio maggioritario di Simferopoli del Parlamento della Repubblica Autonoma di Crimea, dopo la prematura scomparsa del parlamentare Oleksandr Anufrijev.

Una mera formalità locale che, tuttavia, ha rappresentato un test per tutta l’Ucraina, da un lato chiamata dalla Comunità Occidentale a riscattare le precedenti consultazioni amministrative del 31 Ottobre 2010 – considerate dagli osservatori internazionali non regolari – dall’altro, secondo Opposizione e diversi esperti del settore, utili per affinare nuove tecniche di falsificazione del voto in vista delle Parlamentari Nazionali del Settembre 2012.

Sull’esito della contesa, molti dubbi – seppur non eclatanti – e tanti allarmi che, provenienti persino da personalità neutrali, hanno astenuto un prudente Occidente da ogni dichiarazione ufficiale. Secondo i dati, a vincere sarebbe stato, con il 54% dei voti, Serhij Donych: ex-Ministro della Sanità della Repubblica Autonoma, candidato dal Partija Rehioniv – la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono il Presidente, Viktor Janukovych, il Premier, Mykola Azarov, e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri. Secondo, con il 14,68%, l’esponente dei comunisti, Oleksandr Ostapenko, davanti a Dmytro Polons’kyj, del partito filorusso Unità Russa, terzo con il 10,42%.

Un risultato che, seppur conforme all’orientamento elettorale della Crimea, ha gettato in allarme diversi politologi, turbati da come il Partito del potere si sia servito di un sovrabbondante uso di candidati tecnici, liste civetta, e totale controllo dei seggi da parte di propri esponenti, che non permettono una serena accettazione dell’esito della consultazione. Peraltro, già contestato dal principale partito dell’Opposizione, Bat’kivshchyna, il cui candidato, Oleksandr Jur’jev, ha ottenuto una percentuale bassissima.

Ad avvalorare le preoccupazioni degli esperti – che già il 31 Ottobre hanno lanciato l’allarme dall’autorevole Radio Liberty – una nuova legge elettorale che la Rada ucraina si appresta a varare per sostituire quella attuale, caratterizzata da un proporzionale puro con liste bloccate a livello nazionale, e sbarramento al 5%. La Commissione di Venezia – organo giuridico dell’Unione Europea incaricato di valutare la compatibilità di leggi e provvedimenti di Paesi non-UE alla legislazione di Bruxelles – ha suggerito l’introduzione di preferenze, ma la maggioranza di Governo sembra orientata ad approvare un’altra versione elaborata da un gruppo di lavoro vicino al Presidente, Viktor Janukovych. Essa prevede il ripristino del sistema misto proporzionale-maggioritario che fino al 2002 ha consentito al Capo di Stato di godere di un Parlamento a lui fedele, in cui i ricchi grandi industriali, eletti nei collegi uninominali non senza l’aiuto del denaro dello Stato, formavano maggioranze in grado di relegare all’Opposizione le liste uscite de facto vittoriose dalla consultazione popolare.

Un sistema di voto che, così come il ristabilimento del presidenzialismo forte – attuato lo scorso Novembre con una sospetta decisione della Corte Costituzionale, che, in un solo colpo, ha cancellato l’assetto parlamentare della Costituzione avanzata del 2004: figlia della Rivoluzione Arancione – rischia di allontanare sempre di più l’Ucraina dall’Unione Europea, sopratutto alla vigilia della firma di un Accordo di Associazione che punta a concedere a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato oggi goduto da Svizzera, Islanda, e Norvegia.

Educare il barone di Donec’k per salvarci dallo zar di Mosca

A rendere difficile la chiusura dei negoziati è anche l’ondata di repressioni politiche che, nell’ultimo anno, ha portato ad arresti, processi-farsa, interrogatori e pressioni ai danni di esponenti dell’Opposizione e giornalisti indipendenti: Uno scenario desolante dinnanzi a cui l’Europa non deve rispondere cedendo alla tentazione della chiusura e dell’esclusione. La maggiore integrazione dell’Ucraina nelle strutture economiche dell’UE – sostenuto a Kyiv sia dall’Opposizione filo-occidentale, che dai principali sponsor del Presidente: ansiosi di collocare i propri prodotti nel mercato comunitario – è l’unico mezzo efficace per costringere Janukovych al rispetto di standard di libertà e democrazia che, una volta goduto dei benefici dell’Accordo di Associazione – e del varo della Zona di Libero Scambio UE-Ucraina ad esso collegata – le Autorità ucraine dovranno giocoforza osservare: pena, l’esclusione dal patto, e l’ennesima figuraccia a livello internazionale.

Altresì, una chiusura a priori delle porte di Bruxelles – supportata da Francia e Germania – provocherebbe un ripetersi dello scenario bielorusso, dove il pugno duro nei confronti di Aljaksandar Lukashenka – tuttavia necessario in moltissime occasioni – ha lentamente consegnato un altro Paese europeo per storia, cultura, e tradizioni all’influenza di una Russia che, presto guidata dalla terza presidenza di Vladimir Putin, punta a ritornare superpotenza con un programma eurasista, fortemente imperialista, mirato in primis all’annichilamento dell’Unione Europea: l’avversario politicamente più vicino ed evoluto.

Per dare una zampata all’Occidente, Mosca sta cercando in tutti i modi di inghiottire i Paesi dell’Europa Orientale nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka e nella Zona di Libero Scambio CSI: due progetti destinati secondo il Putin pensiero alla costituzione di un’Unione Eurasiatica che tanto ricorda impero zarista ed URSS e che, così come nel passato, sopratutto in seguito alla crisi dell’euro, avrà come prima conseguenza il collasso di un’Unione Europea sempre più periferia di un Mondo dominato da orsi russi e tigri asiatiche.

Per questa ragione, il piccolo caso della Crimea deve servire come spunto di riflessione per Bruxelles, affinché l’immediata integrazione di Ucraina, Moldova, Georgia, e Bielorussia diventi una priorità da realizzare quanto subito, prima che il Cremlino ci batta sul tempo.

Felicemente, in Europa c’è chi forse l’ha capito: nell’Europarlamento, i deputati polacchi del Partito Popolare Europeo, quelli conservatori ed i socialdemocratici – una convergenza bipartisan da sempre attenta allo sviluppo del fronte orientale – in seno all’UE, i Ministri degli Esteri di Polonia, Lituania, Ungheria, Estonia, Lettonia, Romania, Repubblica Ceca, e Bulgaria che, lunedì, 14 Novembre, hanno lanciato un appello per l’immediata integrazione di Tbilisi, Kyiv, e Chisinau. Una misura necessaria per controbilanciare la netta chiusura verso l’Europa Orientale dell’asse franco-tedesco: un tandem dei sorrisi meschini che, col desiderio di ridurre l’Unione in un direttorio carolingio – con buona pace di Paesi centrali e Gran Bretagna: economicamente più in salute – sta più o meno inconsapevolmente sostenendo il divide et impera politico-energetico, con cui la Russia lentamente disgrega il progetto europeo e, con esso, il nostro benessere.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA AD UN SOFFIO DAL WTO

Posted in Russia by matteocazzulani on November 5, 2011

Mosca e Tbilisi accettano la proposta svizzera di un monitoraggio internazionale delle merci nelle regioni strappate alla Georgia nell’agosto 2008 dall’aggressione militare russa. Dazi contro i prodotti europei ed americani e regolamentazione dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka i nodi da scioglere per l’ingresso del Cremlino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. La Georgia compensata dalla rinuncia al veto con la promessa dell’ingresso nella NATO

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Tanti forse e punti in sospeso, ma l’ingresso della Russia nell’Organizzazione Mondiale del Commercio sembra ormai cosa fatta. Ne è convinto il Vice Ministro degli Esteri, Sergej Rjabkov, che, all’autorevole Radio Liberty, ha comunicato il via libera di Mosca al compromesso raggiunto con la Georgia, il cui veto – unico ostacolo all’ingresso della Federazione Russia nel WTO – sarà così presto evitato.

A risolvere una controversia di quasi quattro anni è stata la mediazione della Svizzera, che, chiamata dalla Comunità Internazionale, è riuscita a sbloccare l’impasse con la proposta di un monitoraggio internazionale ed indipendente del traffico commerciale in Ossezia del Sud ed Abkhazija: regioni georgiane rivendicate da Tbilisi, ma, dall’aggressione militare dell’Agosto 2008, occupate dell’esercito della Russia, che, assieme a pochi altri Stati nel Mondo – Bielorussia, Venezuela, Nicaragua, ed atolli di Nauru, Tuvalu, e Vanatu – ne ha riconosciuto l’Indipendenza.

Una soluzione che sembra avere messo d’accordo tutte le parti – anche USA ed Unione Europea, favorevoli alla conclusione delle trattative – ma restano ancora molti interrogativi e passaggi istituzionali che potrebbero rallentare l’ingresso di Mosca nel WTO. In primo luogo, l’abbattimento di ogni misura protezionistica che la Russia ancora impone sui prodotti europei ed americani: una questione da risolvere prima dell’ammissione del Cremlino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sui cui soprattuto gli USA sono ben attenti.

Proprio il Congresso americano è chiamato alla cancellazione dell’emendamento Jackson-Vanika che finora ha vietato all’Unione Sovietica, e poi alla Russia, clausole di alto privilegio nei rapporti commerciali: qualora a Mosca la questione delle limitazioni dei prodotti d’Oltreoceano non sarà regolata, maggioranza repubblicana e larghe frange dei democratici non appoggeranno l’iniziativa altresì fortemente voluta dal Presidente, Barack Obama, strenuo sostenitore dell’ingresso dei russi nel WTO.

Altro nodo da sciogliere è l’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: una vera e propria CEE post-sovietica, ideata dal Primo Ministro russo – e prossimo Presidente, Vladimir Putin, per mezzo della quale la Russia ha iniziato a rafforzare la propria egemonia sull’ex-URSS, abbattendo le frontiere con Bielorussia e Kazakhstan, e programmando il varo di istituzioni comuni anche a livello politico, a cui dovrebbero aderire nel breve termine Kyrgyzstan – in cui il candidato filo russo ha di recente vinto le elezioni presidenziali – ed Ucraina – in cui il Capo di Stato, Viktor Janukovych, è stato autore di pesanti concessioni economico-energetiche a Mosca, pur mantenendo aperta la strada per la firma di un Accordo di Associazione con l’UE che, se firmato, sottrarrebbe un Paese, europeo per storia, cultura, e tradizione, all’influenza del Cremlino. Le regole WTO impediscono a qualsiasi Stato membro la partecipazione a simili organizzazioni con Paesi non-OMC, ma la Russia ha già dichiarato l’intenzione di riformare il regolamento interno dell’Unione Doganale, uniformandolo in toto agli standard internazionali.

Inoltre, le Autorità bielorusse hanno rinnovato la propria candidatura al sistema di commercio mondiale, e promesso il varo in tempo record di una serie di protocolli separati con i singoli Paesi WTO, per limare il più possibile ogni possibile incongruenza causata dalla partecipazione di Minsk all’Unione Doganale. Facile aspettarsi simili dichiarazioni di intenti anche da parte del Kazakhstan, interessato all’ingresso dei Russi nel sistema del commercio mondiale.

La Georgia nella NATO come contropartita alla rinuncia del veto

Progetti di non facile realizzazione, che potrebbero intralciare un cammino dato per certo. Poca chiarezza resta anche sulla contropartita che la Georgia avrebbe ricevuto per rinunciare ad un veto strenuamente utilizzato come unico mezzo per riottenere regioni strappatele con la forza dal Cremlino: difatti, il monitoraggio internazionale non è sufficiente per riottenere Abkhazija ed Ossezia del Sud, in cui i soldati russi continueranno a stazionare senza alcun divieto da parte della comunità internazionale.

Nella giornata di giovedì, 27 Ottobre, il Ministro georgiano per l’Integrazione Europea, Giorgi Baramidze, ha ottenuto la promessa di una road map per la futura certa integrazione di Tbilisi nella NATO, da concordare nei prossimi summit con il Segretario Generale, Anders Fogh-Rasmussen – atteso a breve a colloquio con il Presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili – e varare al prossimo summit dell’Alleanza Atlantica di Chicago. Lecito ricordare che proprio sull’ingresso di Tbilisi nelle strutture occidentali ha fortemente pesato l’opposizione russa: un vero e proprio veto psicologico che, coadiuvato dal ricatto energetico-militare, ha spinto nel 2008 i Paesi dell’Ovest dell’Europa a congelare l’integrazione di Georgia ed Ucraina nella NATO e nell’Unione Europea.

Secondo diversi esperti, la riapertura del cammino verso Bruxelles – e la promessa di un approdo certo e garantito laddove la Georgia merita di stare – sarebbe la ricompensa che ha convinto Tbilisi a togliere il veto sull’ingresso russo nel WTO, e, de facto, rinunciare alla ripresa del controllo su regioni strappatele da una violazione dell’integrità territoriale su cui un’Occidente intimorito dal Cremlino non ha osato esprimersi con una forte condanna.

Matteo Cazzulani

L’ITALIA SI ESPRIME IN CHIAROSCURO SU CASO TYMOSHENKO, ACCORDO DI ASSOCIAZIONE UE-UCRAINA, E RAPPORTI CON LA RUSSIA.

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 3, 2011

La Segretaria della Commissione Esteri della Camera, Micaela Biancofiore, critica la condanna alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, apre alla maggiore integrazione di Kyiv con Bruxelles, e offre pericolosamente la spalla ai progetti eurasisti di Putin, che mira all’annichilamento dell’Unione Europea per tornare superpotenza a livello mondiale

La segretaria della Commissione Affari Esteri e Comuntari della Camera dei Deputati, Micaela Biancofiore

Nell’Europa Centro-Orientale ci sono due modi perché un lancio di agenzia sul Belpaese compaia in evidenza sui principali portali di informazione: o una vittoria calcistica in qualche competizione internazionale, oppure una presa di posizione in politica estera che parte bene e finisce laddove è rischioso andare a parare. Nella serata di martedì, Primo Novembre, le maggiori agenzie russe ed ucraine hanno riportato una dichiarazione del Segretario della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, Micaela Biancofiore, secondo cui la Repubblica Italiana è favorevole all’Accordo di Associazione UE-Ucraina, e pronta a ratificarlo malgrado la situazione si sia terribilmente complicata in seguito alla condanna a sette anni di detenzione in isolamento alla Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko – che, de facto, esclude Kyiv dalla lista dei paesi liberi e democratici.

Una posizione, come più volte illustrato, che va nella giusta direzione: l’Ucraina è un grande Paese con risorse agricole, industriali, ed energetiche che consentirebbero ad un’Unione Europea sempre più in crisi di risalire la china, e tornare a competere nell’economia mondiale. Inoltre, quello ucraino è un popolo culturalmente e storicamente europeo, la cui sorte, a prescindere da chi lo governa, merita molto di più rispetto ad un nuova sottomissione alla Russia: un ripristino dell’epoca sovietica che le recenti decisioni del Presidente, Viktor Janukovych – prolungamento della permanenza dell’esercito russo in Crimea fino al 2042, ingresso nella Zona di Libero Scambio CSI, e dichiarazioni favorevoli all’integrazione di Kyiv nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – stanno non solo confermando, ma drasticamente accelerando, spingendo un angolo d’Europa sempre più verso il Cremlino.

A lasciare perplessi è, però, il resto dell’analisi della Biancofiore, che ha evidenziato come l’Unione Europea dovrebbe ritenere parte d’Europa non solo l’Ucraina, ma anche la Russia, e, proprio con Mosca, unire le forze su ogni fronte per contrastare l’emergere delle economie cinese ed indiana su scala globale: un inno all’Eurasia che, se di primo acchito può apparire sensato e condivisibile, in realtà rappresenta un errore che il Vecchio Continente non deve correre. Proprio di recente il Primo Ministro russo, Vladimir Putin, ha presentato la propria candidatura ad una sicura terza presidenza con un programma dai toni fortemente imperialisti, mirante alla costituzione di una Comunità Economica Eurasiatica da evolvere anche sul piano politico secondo il modello della CEE e dell’UE, ma sempre sotto la regia ed il controllo della Russia.

Un piano già avviato con l’inserimento di Ucraina, Moldova, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia, e Tadzhykistan nella Zona di Libero Scambio CSI, l’allargamento dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka al Kyrgyzstan, ed una politica energetica basata sul rinnovo di contratti a lungo termine per mantenere dipendenti dal Cremlino le singole compagnie energetiche del Vecchio Continente e, sopratutto, evitare il varo di una politica comune dell’Unione Europea: primo avversario che la rinata URSS ha necessità di eliminare per iniziare la scalata al dominio dell’economia mondiale.

A sostegno di tale direzione, le prove di forza di Mosca anche sul piano militare, con il ripristino dei voli di aerei dell’esercito russo a pochi chilometri dal confine con Estonia, Lettonia, e Finlandia e – proprio poche ore prima del comunicato della Biancofiore – la minaccia dell’uso della forza contro la NATO, espresso dal Ministro della Difesa di Mosca, Sergej Lavrov, in un’intervista all’autorevole giornale serbo “Vecherne Novyne”, con cui il Cremlino ha risposto duramente all’installazione dello scudo antimissilistico in Romania e Turchia – progettato dall’Alleanza Atlantica per prevenire minacce balistiche dirette contro l’Occidente.

La Russia non è l’Europa

Dinnanzi a tali fatti, resta difficile credere nell’esistenza di comuni interessi tra Unione Europea e Russia che, piaccia o meno, restano due concorrenti distinti in un Mondo globalizzato dove il Nord del Pianeta sta per essere relegato in una posizione sempre più marginale. Per restare a galla, e ritrovare la spinta per tornare a correre, l’Europa non può limitarsi a guardare Cina ed India, e sperare di evitare uno scenario argentino, ma deve osservare – e saper leggere – quanto accade ai suoi confini orientali, e comprendente che la restaurazione di una forte Russia con ambizioni imperiali è un pericolo dapprima per l’UE.

Trovare una soluzione non è facile, ma basterebbero pochi, piccoli – ma decisi – passi. In primis, abbandonare l’idea franco-tedesca di voler dividere l’Europa tra i Paesi Euro e quelli non: l’Europa a due velocità non è la risposta alla crisi economica che sta affossando Grecia, Spagna, ed Italia, sopratutto se ad essere esclusi dal club degli eletti sono i Paesi dell’Europa Centrale – gli unici a registrare un PIL in crescita e, in qualche modo, a contribuire alla tenuta a galla di una barca UE sempre più alla deriva – ed una Gran Bretagna che, seppur tradizionalmente tacciata di anti-europeismo, è da anni in prima fila nel proporre una seria liberalizzazione dei mercati interni all’Unione. Questa sarebbe stata la risposta adeguata che la Diplomazia italiana avrebbe dovuto alle risate di Merkel e Sarkozy, dimostrandosi davvero europeista, e mettendo in silenzio un’opposizione interna incapace di contribuire alla soluzione della crisi se non con vane richieste di dimissioni.

In secondo luogo, Bruxelles dovrebbe al più presto dare ascolto a Commissione Europea e presidenza di turno polacca: da un lato, varare una comune politica energetica che, a costo di gasdotti sottomarini ed accordi con Paesi centro asiatici – Azerbajdzhan e Turkmenistan – renda l’UE il meno dipendente possibile dal gas russo. Dall’altro, concludere i negoziati per l’Accordo di Associazione con l’Ucraina, ed integrare al più presto i restanti Paesi dell’Europa Orientale – Moldova, Georgia, e Bielorussia – nelle strutture Occidentali: lo scivolamento di Chisinau, Tbilisi e Minsk nell’orbita di Mosca è una vittoria per la Russia, ed una sconfitta per l’Europa.

Matteo Cazzulani

IN KYRGYSTAN “VINCE” IL CANDIDATO GRADITO ALLA RUSSIA

Posted in Kyrgystan by matteocazzulani on November 2, 2011

Il Primo Ministro Alzambek Atambajev in testa ad una consultazione dominata da brogli ed irregolarità, ritenuta dagli osservatori internazionali parzialmente regolare. Le proteste dell’opposizione ed una prospettiva geopolitica che vede Mosca sempre più protagonista a livello mondiale

Il Presidente kyrgyzo, Alzambek Atambajev

Un voto, con i soliti sospetti di brogli e la coda di proteste, ha riportato Bishek nell’orbita russa. Nella giornata di lunedì, 31 Ottobre, la Commissione Elettorale Centrale Kyrgyza ha attribuito la vittoria nelle consultazioni presidenziali del giorno precedente ad Almazbek Atambajev: 55enne candidato filo russo, fino ad oggi Primo Ministro, che, con il 63,2%, avrebbe staccato Adakhan Madumarov, Leader del Partito di Opposizione Butun Kyrgystan – Kyrgystan Unito – e Kamchybek Tashyjev, esponente di Ata Zhurt – Patria, forza politica nella coalizione di governo – fermi rispettivamente al 14,7% e 14,2%.

Il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui accuse di brogli ed irregolarità sono state fin da subito lanciate al vincitore non solo da parte dei principali avversari, ma anche dagli osservatori internazionali dell’OSCE e del Parlamento Europeo, che hanno definito la consultazione non pienamente regolare, ed espresso delusione per il mancato superamento di una prova che avrebbe fatto del Kyrgystan l’unica democrazia di una regione politicamente instabile.

Già in seguito alla proclamazione dei risultati, Madumarov – ex-capo della sicurezza sotto la Presidenza Bakijev – ha preannunciato ricorso, e, così come Tashyjev – ex-Ministro delle Emergenze, e pugile amatoriale – ha mantenuto la promessa di portare in piazza centinaia di sostenitori per protestare contro un voto falsificato, sopratutto ad Osh: capitale del sud maggiormente fedele all’opposizione, in un Paese elettoralmente diviso, e, sopratutto, reduce da duri conflitti etnico-politici che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno provocato fino a 500 vittime.

Tutto è iniziato nel Maggio del 2010, quando un colpo di stato ha instaurato al potere l’esponente filo russa Roza Otumbajeva, e rovesciato Kurmambek Bakijev: Leader della Rivoluzione dei Tulipani – protesta non violenta, simile alla Rivoluzione delle Rose in Georgia del 2003, e a quella Arancione in Ucraina del 2004, con cui nel 2005 il Kyrgystan si è liberato della precedente autocrazia post-sovietica – colpevole di avere dissipato un ampio sostegno popolare a causa di un’Amministrazione quinquennale caratterizzata da corruzione diffusa e scandali di ogni genere. Un rovesciamento politico che, nel contempo, ha comportato l’esplosione del conflitto etnico, con la minoranza uzbeka costretta ad abbandonare il Paese per fuggire a violenze e rastrellamenti.

A cessare le ostilità, l’intervento della Russia, unilateralmente impostasi come mediatore, che ha confermato la Otumbajeva Presidente ad interim incaricata di formare un nuovo governo poi affidato ad Atambajev, il quale, da un lato ha varato una nuova Costituzione – con cui il Kyrgystan è diventato una repubblica parlamentare-presidenziale – dall’altro, ha riavvicinato Bishek a Mosca, con l’aperto sostegno alla Zona di Libero Scambio CSI, l’ingresso nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – progetti con cui il Cremlino sta ripristinando la propria egemonia politico-economico-militare sull’area ex-URSS – e persino l’indizione di una votazione parlamentare urgente per dedicare la montagna più alta del Paese a Vladimir Putin: Primo Ministro russo, e certo prossimo Presidente.

Una vittoria per l’Eurasia di Putin

In molti tra gli esperti hanno ritenuto le consultazioni appena concluse un’evento chiave non solo per il Kyrgystan, ma per la politica mondiale: concordemente con le promesse pre-elettorali, Atambajev intende reagire alla pressione economica cinese ed alla debolezza militare USA – che a Bishek mantiene una base aerea che il nuovo Capo di Stato ha promesso di smantellare al più presto, ben prima del termine del 2014, fissato per la dipartita dei soldati di Washington – stringendo i legami con una Russia vista come garanzia di stabilità ancor più strettamente di quanto fatto finora sotto l’interim Otumbajeva.

Il ritorno di Bishek nell’orbita di Mosca lascia un’interrogativo nel sud del Paese fedele all’opposizione, dove, sopratutto ad Osh, non è escluso che la tensione possa innalzarsi nuovamente. Inoltre, segna l’ennesima vittoria sullo scacchiere internazionale di una Russia dalle rinate velleità imperiali, decisa nel perseguire una politica eurasista pericolosa non solo per l’indipendenza dei Paesi un tempo già sottomessi al Cremlino nell’ambito dell’Unione Sovietica, ma sopratutto per un’Unione Europea che, con il riemergere di una superpotenza ai suoi confini – e la conseguente perdita di Paesi cruciali per la propria sicurezza come Ucraina, Moldova, Georgia, e Bielorussia: europei per storia, cultura, e tradizione, ma sempre più in preda ad uno slittamento verso Mosca – è destinata ad un ruolo subalterno in un Mondo sempre più globalizzato, in cui a dettare le regole sono sempre meno fari della democrazia – oggi governati dal volemose bene obamiano e dai sorrisetti meschini dell’Eliseo – e sempre più tigri emergenti ed orsi del gas.

Matteo Cazzulani

L’EURASIA DI PUTIN MUOVE I PRIMI PASSI

Posted in Russia by matteocazzulani on October 30, 2011

La Russia corona con un successo il test nucleare del missile Bulava, ed ottiene vantaggiose concessioni in settori strategici dell’economia moldava in cambio di uno sconto sul gas. L’arringa di Lukashenka e le contromosse di una Polonia Leader dell’Europa

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

Testate nucleari, gas, ed un avvocato d’eccezione. E così chela Russia sta costituendo l’Unione Euroasiatica, un progetto fortemente voluto dal primo Ministro russo, Vladimir Putin – presto per la terza volta alla guida del paese dallo scranno più alto, quello presidenziale – per ristabilire il controllo di Mosca sull’area ex-URSS, e spezzare definitivamente la concorrenza di un’Unione Europea sempre più in preda alla crisi dell’Euro – ed ai sogghigni di chi è spesso incline a soddisfare gli appetiti geopolitici del Cremlino in cambio di gas a buon mercato.

Nella giornata di venerdì, 28 Ottobre, è andato a buon fine il terzo tentativo di collaudo del missile Bulava: una testata nucleare che, dopo due esperimenti falliti, ha confermato di essere funzionante e, quindi, pronta ad essere annoverata nell’arsenale dell’esercito di Mosca nel caso anche i prossimi due test – la cui data è, ovviamente, top secret – si rivelassero un successo. Come riferito dalle Autorità russe, e confermato dall’autorevole Gazeta.ru, il missile è stato lanciato dall’incrociatore militare Jurij Dolgorukij nel Mar Bianco, ed ha centrato, con la precisione calcolata, un obiettivo situato nel poligono militare di Kura, in Kamchatka.

Nella medesima giornata, il Vice-Premier moldavo con delega agli Affari Economici, Valeriu Lazar, ha riferito in Parlamento circa un nuovo contratto stipulato con Mosca per il rinnovo delle forniture di gas, per le quali Chisinau avrebbe ottenuto uno sconto in cambio di concessioni al Cremlino in settori strategici dell’economia del Paese. Maggiori dettagli su quali siano tali ambiti non sono stati forniti dal Vice-Capo di Governo che, dopo il discorso, non ha risposto alle domande chiarificatrici. Finora, di noto restano solo formula e scadenza dei contratti in vigore tra il monopolista russo, Gazprom, e la società energetica nazionale, Moldovagaz: prezzi di mercato fino al 2011, poi, in base agli accordi raggiunti, un taglio, probabilmente adoperato nel metodo di calcolo del fabbisogno moldavo.

Entusiasta di tali manovre è il Presidente bielorusso, Aljaksandar Lukashenka, che, in un articolo comparso sulla stampa russa, ripreso dall’autorevole Radio Liberty, si è detto strenuo sostenitore dei piani eurasiatici di Putin, escludendo pericoli per la perdita dell’Indipendenza della Bielorussia, altresì, rassicurando i propri connazionali sui vantaggi che essi porteranno a Minsk. Dopotutto, la Bielorussia è uno dei Paesi fondatori dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: progetto con cui Mosca intende imitare l’UE nel creare un sistema di economie integrate sotto il controllo del Cremlino, nella cui orbita è prevista l’entrata del Kyrgystan, e di Paesi europei come Ucraina ed Armenia.

Nel caso di Minsk, Lukasheka ha giudicato la CEE post-sovietica un progetto conveniente per aprire sbocchi sull’estero all’economia di un Paese sempre più isolato a livello internazionale, ma presto si è reso conto delle misure svantaggiose prese da Mosca nei suoi confronti, decise da un Comitato Centrale che ha privato le Autorità bielorusse della sovranità decisionale su molte questioni commerciali ed energetiche.

La reazione dell’Europa

Uno scenario preoccupante, che, tuttavia, in Europa ha registrato la reazione della Polonia che, presidente di turno dell’UE, si è attivata sul piano diplomatico per evitare lo scivolamento verso la Russia dei Paesi dell’Europa Orientale – Georgia, e, per l’appunto, Ucraina, Moldova e Bielorussia – la cui Indipendenza da Mosca è condizione necessaria per la sicurezza e la competitività in un Mondo sempre più globalizzato di un Vecchio Continente che, se unito e coeso – e non diviso in base alla divisa monetaria del singolo Stato – può evitare il rischio del riemergere di una nuova URSS, e tornare a correre per una leadership mondiale ed un benessere economico.

Sempre venerdì, 28 Ottobre, Varsavia – sulla soglia di un ricorso all’Arbitrato di Stoccolma contro Gazprom per la revisione di contratti per l’oro blu troppo onerosi – ha rafforzato la cooperazione energetica con l’Ucraina, sopratutto in merito al prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody fino a Danzica: un progetto chiave per la realizzazione di un Corridoio Eurasiatico che – a differenza di quanto suggerisca il nome – è stato concepito per l’importazione via terra e mare di nafta e gas da Centro Asia, Georgia, e Turchia, evitando il transito per il territorio russo – e, con esso, il ricatto energetico del Cremlino.

Inoltre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, a colloquio con il Segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino, Rajisa Bohatyrova, ha rilanciato la costituzione di una brigata militare composta da reparti degli eserciti di Polonia, Ucraina, e Lituania, da impiegare in operazioni di peacekeeping sotto l’egida NATO. Un’idea simile a quella che, sempre su spinta polacca, ha visto il Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, e Slovacchia – varare un progetto militare comune, sempre per missioni di pace dell’Alleanza Atlantica, aperto alla partecipazione di Paesi Baltici e Georgia.

Infine, resta la risoluzione del Parlamento Europeo sulla continuazione dei negoziati con l’Ucraina per la firma di un Accordo di Associazione messo in crisi dalla condanna alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Julija Tymoshenko, e dalle repressioni ai danni di giornalisti ed altri esponenti di spicco del campo arancione. Nella seduta plenaria di giovedì, 27 Ottobre, l’emiciclo di Strasburgo ha ribadito il rispetto di Democrazia e Diritti Umani come condizione imprescindibile per la sigla di un documento che mira alla maggiore integrazione di Kyiv con Bruxelles, ma, nel contempo, ha invitato il Presidente, Viktor Janukovych, alla ripresa dei negoziati, interrotti dopo la sentenza Tymoshenko, e la svolta filorussa del Capo di Stato ucraino.

Così come Lukashenka, anche Janukovych è stato attratto dalle sirene del gas a buon mercato di Mosca, e dalla Zona di Libero Scambio CSI: altro progetto, simile all’Unione Doganale, con cui il Cremlino sta dando linfa alle proprie ambizioni geopolitiche, privando Stati sovrani della propria autonomia.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MOLDOVA, REPUBBLICA CECA E SLOVACCHIA CADONO ALLA RUSSIA. RESISTONO POLONIA E LITUANIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 24, 2011

Chisinau, dopo la firma del varo della Zona di Libero Scambio CSI, si accorda con Mosca per il rinnovo delle forniture di oro blu. Praga e Bratislava costrette all’approvvigionamento dal NordStream, mentre Varsavia e Vilna sono alla via giudiziaria contro il Cremlino

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

C’è chi si arrende al richiamo del gas a buon mercato, chi è costretto alle maniere forti per evitare trattamenti impari a livello politico, e chi, da vero europeista, si attiene ai regolamenti UE per liberarsi di un soffocante aiuto fraterno in corso da troppi anni. Nella giornata di sabato, 22 Ottobre, il governo moldavo ha comunicato la raggiunta intesa con la Russia per il rinnovo delle forniture di oro blu.

Nello specifico, ad essere fissata è stata solo la tempistica – 5 anni – ottenuta dal Primo Ministro di Chisinau, Vlad Filat, in cambio della disponibilità di Mosca a rivedere le formule di pagamento, con la speranza di uno sconto sulla bolletta che la compagnia statale, Moldovagaz, deve al monopolista russo, Gazprom, ogni mese. Secondo quanto riportato dall’autorevole UNIAN, la parte moldava intende trattare il prezzo di gas, nafta, e carbone non in base al mercato internazionale, ma a seconda dell’effettivo fabbisogno della popolazione, arrivando ad una stabilizzazione delle tariffe di cui il Paese, particolarmente esposto alla crisi mondiale, ha necessità per quadrare il bilancio.

Lecito ricordare che, sempre a Pietroburgo, lo scorso martedì, 18 Ottobre, la Moldova è stata tra i firmatari del documento per il varo della Zona di Libero Scambio CSI: un progetto, sotto la regia della Russia, mirato alla restaurazione del dominio economico – ergo politico – del Cremlino sull’area ex-URSS, con cui il Primo Ministro, Vladimir Putin – presto terzo Presidente – ha ridato slancio alle velleità imperiali di Mosca, da soddisfare con il fioretto dei rapporti economici privilegiati – oltre alla Zona di Libero Scambio CSI, anche con l’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: una CEE euroasiatica in cui, dopo l’ingresso del Kyrgystan, la Russia sta cercando in tutti i modi di trascinare l’Ucraina – e con la tradizionale arma del gas, schierata dritto contro l’Europa.

Non è un caso se lo scorso giovedì, 20 Ottobre, anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno aderito indirettamente al NordStream: gasdotto sul fondale del Mar Baltico, realizzato dalla Russia – in collaborazione con le compagnie energetiche nazionali di Germania, Francia ed Olanda – con il preciso intento politico di bypassare Paesi ostili come Polonia, Lituania, Lettonia, ed Estonia, e mantenere l’Unione Europea divisa sul campo energetico attraverso una sottile politica del divide et impera. Come evidenziato da Radio Praha, i cechi e gli slovacchi sfrutteranno la conduttura terrestre NordStream-OPAL, con cui l’oro blu di Gazprom viene trasportato da Greifswald – località tedesca sul Mar Baltico – verso sud.

L’Europa unita contro l’imperialismo russo

Secondo gli esperti, quella di Praga è una scelta dovuta dalla realtà dei fatti, che vede l’Europa Centrale aggirata dai gasdotti putiniani, e l’Unione Europea solo da poco impegnata in una politica energetica unica che, guidata dalla Commissione Barroso, mira alla diminuzione della dipendenza dalla Russia: uno scopo per cui molto si è spesa anche la Presidenza di turno polacca.

Proprio la Polonia è stata oggetto dell’uso politico del gas da parte di Mosca: sulla base di quanto concesso alle altre compagnie energetiche nazionali del Vecchio Continente, il colosso polacco PGNiG ha richiesto a Gazprom la revisione al ribasso di un contratto che, ad oggi, costringe Varsavia a pagare l’oro più a prezzi maggiori di quelli applicati a Germania, Francia, ed Italia che, con le buone o le cattive – ma sempre non senza forti concessioni – hanno ottenuto dal monopolista russo sensibili sconti. Un trattamento privilegiato negato da Mosca, che ha costretto la Polonia all’ultimatum: o il pronto ritocco del contratto – il cui diritto è garantito da precise clausole – o il ricorso all’Arbitrato di Stoccolma.

Opportuno illustrare come, sempre secondo il parere di diversi esperti, quella russa sarebbe una dura risposta all’allargamento ai Balcani, Ucraina, e Moldova del Terzo Pacchetto Energetico: documento che liberalizza la gestione dei gasdotti dei Paesi firmatari, e ne vieta la gestione in regime di monopolio da parte di enti di Paesi extra-UE. Tale legislazione impedisce al Cremlino di mettere mano sui sistemi infrastrutturali del Vecchio Continente, e ha dato la possibilità ad alcuni Paesi di liberarsi definitivamente dell’opprimente dipendenza energetica dalla Russia: amara eredità di un’epoca sovietica, solo all’apparenza chiusasi con la caduta del Muro di Berlino.

La Lituania – altro Paese non interessato dalla campagna sconti del Cremlino, per ragioni squisitamente politiche – ha utilizzato il Terzo Pacchetto Energetico per riprendere possesso del colosso statale Lietuvos Dujos dal controllo di Gazprom – padrone con il 37,1% – e del suo alleato tedesco E.On Rurhgas – con il 38,9% – per poi reprivatizzarlo senza la partecipazione del monopolista russo. L’operazione è stata intralciata dal ricorso di Mosca all’Arbitrato di Stoccolma, ma Vilna si è detta determinata a procedere secondo la legislazione di un’Unione Europea che, quando parla ad una voce sola – e non teme ripercussioni da parte di un vicino parimenti colpito dalla crisi – è davvero ancora capace di rivestire un ruolo da protagonista sullo scenario mondiale.

Matteo Cazzulani

L’UNIONE EUROPEA NON CEDE ALLA RUSSIA: TERMINATE LE TRATTATIVE PER LA ZONA DI LIBERO SCAMBIO UE-UCRAINA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 22, 2011

Il Commissario Europeo al Commercio, Karel De Gucht, ed il Vice Premier ucraino, Andrij Kljujev, hanno chiuso le trattative per la sigla di un’Accordo di Associazione tra Bruxelles e Kyiv che, secondo esperti ed europarlamentari, è necessario tenere in vita per non consegnare il Paese alla Russia, e porre così a rischio la sicurezza ed il rafforzamento dell’Unione su scala mondiale e regionale. Le contromosse di Mosca e la difficile strada del documento presso i Parlamenti Europeo e nazionali

La leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

“La palla passa al Presidente ucraino, Viktor Janukovych: vero responsabile delle sorti del suo Paese”. Così il Commissario Europeo al Commercio, il belga Karel De Gucht, ha commentato il notevole progresso dei negoziati per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un progetto che, pur senza una vera e propria integrazione politica, mira al pieno coinvolgimento di Kyiv nelle strutture economiche, commerciali e sociali di Bruxelles. Nello specifico, le parti hanno concluso le trattative per il varo di una Zona di Libero Scambio UE-Ucraina: la parte più importante, fatta di dettagli tecnici – come il nome dei prodotti – ed altre questioni strettamente specifiche, necessarie da discutere per uniformare le strutture di Kyiv agli standard europei.

Come rilevato da diversi esperti, la continuazione delle trattative è un segnale importante lanciato dall’Unione Europea ad un’Ucraina sempre più lontana, sopratutto in seguito all’avvicinamento alla Russia di Putin – con la firma del trattato di costituzione della Zona di Libero Scambio CSI: un progetto politico del Primo Ministro russo per riprendere il controllo dell’area ex-URSS, firmato, oltre che dall’Ucraina, anche da Bielorussia, Moldova, Tadzhikistan, Armenia, e Kazakhstan – ed alla condanna a sette anni di carcere per la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko: sentenza incresciosa, maturata in seguito ad un processo farsa dalle chiare connotazioni politiche, che esclude Kyiv dal rispetto degli standard democratici richiesti ad ogni Paese candidato alla collaborazione con l’UE.

Proprio la questione Tymoshenko è una patata bollente che, ora, Janukovych deve risolvere per dimostrare di volere un avvicinamento all’Occidente iniziato, nel 2008, proprio dal governo della carismatica guida del campo arancione appena fatta arrestare. Se, come si vocifera a Kyiv, l’articolo 365 sarà decriminalizzato per via parlamentare, e l’ex-Primo Ministro liberata, l’Accordo di Associazione avrebbe serie possibilità di essere ratificato dapprima dal Parlamento Europeo e, successivamente, da quello dei singoli Paesi membri. Altrimenti, l’assenza di progressi in campo democratico da parte delle Autorità ucraine segnerebbe la chiusura della via europea, e l’inevitabile avvicinamento alla Russia che, dopo il colpo della Zona di Libero Scambio CSI, si prepara ad inglobare l’Ucraina anche dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – a cui, martedì, 18 Ottobre, ha aderito anche il Kyrgystan.

La discussione al Parlamento Europeo

Uno scenario che va evitato a tutti i costi, poiché la consegna di Kyiv a Mosca significherebbe una sconfitta per l’UE, per cui l’indipendenza e l’europeicità dei Paesi dell’Europa Orientale – oltre all’Ucraina, Moldova, Georgia e, possibilmente, Bielorussia – è condizione necessaria per la sicurezza ed il progresso di Bruxelles.

“Rompere le trattative sarebbe stato come vincere una staffetta senza il testimone – ha commentato, sempre restando sullo sportivo, il Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Pawel Zalewski – un vantaggio considerevole sui concorrenti mandato in fumo”.

Concordi con Zalewski – appartenente al Partito Popolare Europeo – anche altri Parlamentari di differente schieramento, come il conservatore Pawel Kowal, secondo cui la chiusura delle trattative per il varo della Zona di Libero Scambio UE-Ucraina è stato l’unico segnale possibile da inviare alle autorità di Kyiv per mantenere la porta aperta, pur senza tralasciare il problema del deficit di democrazia sulle Rive del Dnipro.

“Occorre chiudere l’accordo al più presto – ha dichiarato il Capo-Delegazione dei Rapporti UE-Ucraina – poiché una presidenza a Bruxelles così favorevole alle aspirazioni occidentali di Kyiv come quella polacca difficilmente si ripresenterà. E un’occasione da non sprecare – ha continuato il polacco, intervistato dalla Deutsche Welle – se davvero si vuole il benessere ed il progresso per il popolo ucraino”

Ad applaudire alla chiusura delle trattative è anche il suo connazionale dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei, Marek Siwec, che ha illustrato quale possa essere la vera conseguenza della rottura delle relazioni con l’Ucraina, altresì fortemente voluto dall’asse franco-tedesco.

“La Russia sta giocando un ruolo attivo – ha dichiarato alla versione ucraina della BBC – e tenta di continuo l’Ucraina con la carta dell’Unione Doganale. Per il Cremlino, il fallimento delle trattative per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina sarebbe un’occasione da non perdere per strappare una volta per tutte Kyiv nella propria sfera di dominio economico, commerciale, e politico”.

Matteo Cazzulani

ANCHE IL GRUPPO DI VYSEHRAD SCARICA JANUKOVYCH: UCRAINA SEMPRE PIU VICINA ALLA RUSSIA DI PUTIN

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 17, 2011

I Paesi dell’Europa Centrale criticano la condanna della Leder dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, al punto da chiudere ogni prospettiva di Accordo di Associazione UE-Ucraina. Il Presidente ucraino nomina una Commissione per l’integrazione nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka, de facto condannando il Paese alla sottomissione a Mosca, come accaduto in Bielorussia

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

L’isterico ripiego alle radici sovietiche dopo la bacchettata sulle mani e la cacciata dalla compagnia. Questa la situazione con cui le Autorità ucraine hanno reagito alla rottura del Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria: una vera e propria notizia, dal momento in cui proprio i Paesi dell’Europa Centrale hanno supportato fino all’ultimo le ambizioni europee dell’Ucraina, cercando di convincere i riluttanti membri occidentali della necessità, per la sicurezza europea, di tenere la porta aperta ad un regime, seppur sempre più simile alla Bielorussia di Lukashenka.

“Siamo giunti alla conclusione di continuare a supportare le ambizioni occidentali dell’Ucraina, ma non a queste condizioni – ha dichiarato il Primo Ministro ceco, Petr Necas, padrone di casa del summit dei quattro Stati del cuore dell’Europa – non fino a quando Julija Tymoshenko starà in carcere, e non potrà partecipare ad elezioni libere e regolari”.

Una posizione forte, condivisa anche dal primo Ministro polacco, Donald Tusk, nonostante sia stata proprio la Polonia a cercare a tutti i costi di mantenere in vita le prospettive di integrazione di Kyiv con Bruxelles, riuscendo, con un ottimo ruolo diplomatico, a convincere lo scettico asse franco-tedesco nel corso del summit del Partenariato Orientale UE.

Ora, anche per Varsavia la misura è colma, sopratutto dopo che la Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, ex-Primo Ministro, è stata condannata a sette anni di carcere, più tre di interdizione alla vita politica, per gestione fraudolenta del bilancio statale, ed abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin: accuse costruite su documentazioni falsate, imprecise, addirittura datate il 31 Aprile, e negate persino dalla maggior parte dei testimoni chiamati alla comparsa in un processo farsa in perfetto stile sovietico.

“I negoziati per la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina sono a buon punto, ma non per questo siamo disposti ad accettarne la sigla dinnanzi a quanto avviene a Kyiv – ha illustrato Tusk – ci sono certi valori che vanno rispettati: regole a cui nell’Unione Europea tutti, membri ed associati, devono attenersi”.

Lo scenario bielorusso, con Mosca pronta a vincere

Una vera doccia fredda per il popolo ucraino – secondo un recente sondaggio, favorevole al partenariato con l’UE, anche solo sul piano economico – ma non per il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, che non ha perso tempo, e nominato una commissione di lavoro per la preparazione dell’integrazione nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: una tentazione, quella di Mosca, da dove Putin, non ha mai nascosto il desiderio di prendere l’Ucraina sotto la propria sfera d’influenza per dare linfa alle ambizioni imperiali con cui la Russia punta a tornare superpotenza mondiale a spese dei vicini, ergo dell’Europa.

A testimoniare la reale convinzione di Janukovych, la nomina a capo della Commissione di colui che fino ad oggi ha trattenuto i rapporti con l’UE in preparazione della firma dell’Accordo di Associazione: il Ministro degli Esteri, Kostjantyn Hryshchenko. Un segnale chiaro di rinuncia all’Europa che, tuttavia, diversi esperti leggono anche in chiave isolazionista: la Commissione non sarebbe altro che uno spauracchio per convincere Mosca a concedere condizioni favorevoli a Kyiv, tra cui un partnership separata, che lasci all’Ucraina una maggiore autonomia.

Infatti, non sono pochi tra gli esperti a rilevare nella condotta di Janukovych una similitudine con quella del dittatore bielorusso, Aljaksandar Lukashenka: dopo avere tentato di negoziare con la Russia alla pari, il Bat’ka – com’è nominato Lukashenka in Patria – ha dovuto arrendersi, e, sempre più isolato dall’Unione Europea per via delle continue repressioni ai danni dell’opposizione, cedere al Cremlino autonomia economica, politica ed energetica. Da ultimo, l’intero pacchetto azionario che controlla i gasdotti di Minsk.

 

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA RAFFORZA LA CSI, E L’UE CONTINUA CON LA PARTNERSHIP ORIENTALE: IL VECCHIO CONTINENTE SEMPRE PIU DIVISO TRA DUE BLOCCHI

Posted in Russia, Ukraina, Unione Europea by matteocazzulani on September 5, 2011

Mosca rinsalda la Comunità di Stati Indipendenti con progetti di comune difesa missilistica e scambi economici sotto la propria egida. Bruxelles non abbandona la partnership con Kyiv, malgrado le repressioni politiche ai danni degli oppositori 

L'Europa di oggi

Lingua russa, Grande Guerra Patriottica, e pace tra i popoli. E, per i reticenti, ci pensa sempre il gas. Questa la sintesi del vertice della Comunità di Stati Indipendenti – CSI – con cui, a Dushanbe, è stato festeggiato il ventennale dell’organizzazione che riunisce alcuni dei Paesi dell’ex-Unione Sovietica in una collaborazione economico-politica, il cui centro gravitazionale è la Russia: vera e propria autrice della linea che, nei prossimi anni, l’organizzazione dovrà seguire per il proprio rafforzamento in campo internazionale.

Tra i punti in programma, l’estensione dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka agli altri Paesi CSI, la creazione di un sistema di difesa missilistica a protezione dell’ex-URSS, missioni comuni di osservazione delle elezioni nei Paesi membri, consultazioni politiche frequenti, e lotta ai narcotraffici

“La lingua russa è l’unico mezzo di comunicazione ufficiale della Comunità – ha dichiarato il Presidente della Federazione, Dmitrij Medvedev, durante il suo intervento nella capitale Tagika – che ci unisce culturalmente e storicamente, così come il ricordo della Grande Guerra Patriottica [Seconda Guerra Mondiale, n.d.a.]. Altri punti vista sulla questione non possono esserci”.

Difatti, chi nell’ex-URSS non ha mai accettato la vulgata sovietica, se ha potuto, dalla CSI se n’è già andato: così il Turkmenistan, il 26 Agosto 2005, e la Georgia, il 18 Agosto 2009 – proprio ad un anno dall’aggressione militare subita dalla Russia – per non parlare degli Stati Baltici, che, proiettati verso la NATO e l’UE, di partecipare all’organizzazione non ci hanno nemmeno pensato. Altri Paesi, invece, come l’Ucraina, sono rimasti come osservatori, in costante bilico tra la completa adesione, e la via baltica verso un Occidente a cui, malgrado le dichiarazioni di Mosca, appartengono per storia e cultura.

L’Ucraina contesa

Proprio nel corso del summit di Dushanbe, il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, è stato al centro delle attenzioni: da un lato, si è detto favorevole all’immediato varo di una zona di libero scambio nell’ambito CSI – e non come estensione dell’Unione Doganale – dall’altro, non è riuscito a risolvere la contesa sul rinnovo delle forniture di gas, scoppiata di recente proprio con la Federazione Russa, da cui l’Ucraina dipende all’89%.

Medvedev ha criticato Kyiv per essersi presentata senza idee interessanti per la revisione degli accordi in essere, che l’amministrazione Janukovych ha cercato in tutti i modi di ritoccare al ribasso, persino concedendo il prolungamento dello stazionamento dell’esercito russo in Crimea fino al 2042: secondo Mosca, l’unica soluzione per la revisione dei contratti è la fusione tra il monopolista russo, Gazprom, e la compagnia statale Naftohaz in un nuovo unico soggetto – posseduto a maggioranza dai russi – operante in Ucraina, di cui dovrebbe controllare non solo la compravendita di gas, ma anche la gestione dei gasdotti.

Contraria a tale politica estera ucraina si è sempre detta un’Opposizione Democratica oggi fortemente repressa, ma coerente nel supportare la via europea, e nel ritenere la cessione del sistema infrastrutturale energetico ai russi l’anticamera per la sottomissione economica e politica. A supportarla è la stessa Unione Europea che, nella riunione dei Ministri degli Esteri di Sopot, sabato, 3 Settembre, ha confermato la continuazione delle trattative per la firma con Kyiv dell’Accordo di Associazione, da cui, oltre ad una più stretta integrazione con Bruxelles, dipende il varo di una Zona Libero Scambio – alternativa a quella CSI – e l’eliminazione del regime dei visti tra UE ed Ucraina.

Una posizione non scontata, ma fortemente voluta da una Polonia che, Presidente di turno dell’Unione Europea, ha insistito, malgrado in Ucraina un’ondata di repressione politica abbia potato all’arresto della Leader dell’Opposizione Democratica, l’ex-Primo Ministro, Julija Tymoshenko: vittima di un processo politico, con l’accusa di abuso d’ufficio, proprio nell’ambito degli accordi del Gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. Grazie a tali contratti, seppur onerosi, Kyiv è riuscita a garantire il transito dell’oro blu di Mosca agli acquirenti europei, ed un inverno al caldo agli ucraini, dopo anni di continue guerre del gas.

“La stessa Julija Tymoshenko ci ha chiesto di non interrompere i negoziati per l’Accordo di Associazione – ha dichiarato il Capo della Diplomazia polacca, Radoslaw Sikorski – noi siamo al suo fianco, ed andremo avanti – ha continuato – pur ricordando a Kyiv che, se si desidera davvero la Partnership con Bruxelles, democrazia e libertà civili sono condicio sine qua non che vanno rispettate”.

Matteo Cazzulani