LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

ELEZIONI EUROPEE: NEL PPE È DUELLO JUNCKER-DOMBROVSKIS

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on February 18, 2014

L’ex-Premier lettone si candida per ottenere la nomination del Partito Popolare Europeo alla Presidenza della Commissione Europea contro l’ex-Presidente dell’Eurogruppo. Secondo i sondaggi è sempre più probabile il varo di una Grande Coalizione guidata dal Candidato del Partito Socialista Europeo Martin Schulz

A contendere al favorito lussemburghese la candidatura del Partito Popolare Europeo per la presidenza della Commissione Europea saranno dunque un lettone e un francese. Nella giornata di lunedì, 17 Febbraio, l’ex-Premier della Lettonia, Valdis Dombovskis, ha dichiarato l’intenzione di correre per la nomination del PPE per portare la sua esperienza da ex-Capo di Governo del primo Paese UE che ha fatto ricorso a prestiti internazionali per affrontare la crisi economica.

Dombovskis, che ha già ottenuto l’endorsement dei Partiti del PPE dei Paesi Baltici, è anche famoso per avere adottato misure di austerità per portare la Lettonia al di fuori dalla crisi con una politica di lacrime e sangue: uno sforzo che ha però permesso al suo Paese di entrare nell’Eurozona nel Gennaio 2014, e che oggi rischia di vedere un proprio esponente alla guida della più importante istituzione Europea.

A contendere la candidatura a Dombrovskis, Leader del Partito Vienotiba che ha rinunciato al Premierato lo scorso Novembre dopo il crollo del tetto di un supermercato che, a Riga, ha causato la morte di diverse persone, sarà Jean Claude Juncker: ex-Premier lussemburghese di lungo corso, nonché ex-Presidente dell’Eurogruppo.

Secondo indiscrezioni, Juncker porterebbe godere del sostegno del Cancelliere Angela Merkel, che, dopo non essersi mai sbilanciata sul suo parere tra i candidati in corsa per la candidatura PPE, ha dichiarato di nutrire per l’ex-Premier lussemburghese una profonda simpatia.

Oltre a Dombrovskis e Juncker, che ha perso la carica di Premier dopo una storica sconfitta del suo Partito Popolare Cristiano Sociale nelle Elezioni Parlamentari lussemburghesi, lo scorso 20 Ottobre, tra i possibili candidati PPE c’è anche il Commissario per il Mercato Interno, il francese Michel Barnier.

La corsa di Barnier è tuttavia ostacolata dagli scarsi appoggi politici che potrebbero sostenere la corsa del Commissario transalpino all’ottenimento della candidatura PPE alla Presidenza della Commissione Europea.

La designazione del Presidente della più alta carica europea avviene, secondo quanto prevede il Trattato di Lisbona, in base al risultato delle prossime elezioni europee, su segnalazione del Partito europeo che ha ottenuto il maggior numero di voti.

Secondo i più recenti sondaggi, il PPE potrebbe essere superato di poco dal Partito Socialista Europeo, che candida alla Presidenza della Commissione Europea l’attuale Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz.

Sempre secondo i sondaggi, la scarsa maggioranza che il PSE otterrebbe sul PPE potrebbe costringere le due forze partitiche a formare una Grande Coalizione per porre in minoranza le forze euroscettiche che, sopratutto in alcuni Paesi come Grecia, Francia, Italia, Polonia e Gran Bretagna, hanno sempre più consensi.

Tusk verso il Consiglio Europeo

La Grande Coalizione, che potrebbe ottenere l’appoggio esterno dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei -ALDE- e dei Verdi Europei, potrebbe portare la Merkel ad accettare la nomina di Schulz a Presidente della Commissione Europea, ma, in cambio, permetterebbe al PPE di mantenere la guida della seconda carica UE.

Secondo indiscrezioni, la Merkel avrebbe infatti proposto al Premier polacco, Donald Tusk, la Presidenza del Consiglio Europeo: posizione finora ricoperta dal belga Herman Van Rompuy e che, secondo il Cancelliere tedesco, dovrebbe ora spettare ad un rappresentante di uno dei più solidi Paesi dell’UE che è riuscito a tenersi fuori dalla crisi economica.

Tusk, che oltre ad essere Premier è anche Segretario del principale Partito polacco, la cristiano-democratica Piattaforma Civica -PO- potrebbe essere rimpiazzato da due nomine in rosa, come quella del Maresciallo della Camera Bassa del Parlamento Ewa Kopacz a leader della PO e quella del Ministro dello Sviluppo Regionale Elzbieta Bienkowska alla guida del Governo.

Secondo il magazine Newsweek, a contendere il Premierato alla Bienkowska sono però anche il Ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, che è molto apprezzato dalla Merkel, e il Ministro degli Interni, Tomasz Siemoniak.

Matteo Cazzulani

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LA CRISI FRANCO-TURCA : UN RISCHIO PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Azerbajdzhan, Francia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 26, 2012

Il Senato francese riconosce il diniego del genocidio degli armeni come reato, scatenando le reazioni di Turchia ed Azerbajdzhan. Oltre alla rottura tra Parigi ed Ankara, a rischio è anche il riesplodere della contesa tra armeni ed azeri per il Nagorno-Karabakh, su cui la Russia mantiene il controllo per impedire la politica di autonomia energetica dell’UE da Mosca

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell’Europa. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che sanziona la negazione pubblica del genocidio degli armeni in Francia con un anno di prigione ed una multa di 45 Mila euro.

A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale, composta dall’opposizione socialista e dalla maggioranza dell’UMP fedele al Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un’iniziativa parlamentare concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all’Eliseo. Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di legge potrebbe scatenare nei rapporti bilaterali con la Turchia.

Secondo il documento, e il giudizio di diversi storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell’Impero Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un’operazione di pulizia etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera dell’avvenimento come un inopportuno inserimento nelle questioni interne alla Turchia.

Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto l’iniziativa “vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti dello Stato turco”. In aggiunta, l’Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti diplomatici tra Ankara e Parigi.

Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy oramai certa. A suo favore, non gioca solo l’ambizione politica del Presidente transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di protagonista.

Tuttavia, ripercussioni dovute all’iniziativa francese si sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea. Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno, Serzh Sarkisjan, che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel denunciare anche l’occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.

La Francia litiga, l’Europa perde

Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti nella Repubblica Sovietica dell’Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell’URSS è stata contesa, in due guerre, nel 1987 e nel 1994, tra azeri ed armeni. Questi ultimi sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell’Armenia, ed ubicata in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.

Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare all’egemonia sull’ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno dell’Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata fino al 2044. Di contro, l’Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la corsa all’approvvigionamento energetico dell’Unione Europea.

Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il transito per il territorio della Russia, da cui l’UE dipende quasi totalmente. Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere in scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle ostilità militari.

Come rilevato da analisti in materia energetica, la stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e condutture dal centro Asia all’Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Azerbajdzhan con l’Occidente, può mantenere il Vecchio Continente energicamente dipendente dalla Russia.

Le conseguenze di tale scenario sulla sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza energetica dell’Unione Europea, e, per questo, da evitare in tutti i modi.

Non è un caso se anche presso la stampa francese sono emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe staliniane, della Shoah e dello Holodomor: genocidio del popolo ucraino, peraltro, mai riconosciuto dalle Autorità transalpine.

Matteo Cazzulani

ROM: BRUXELLES DURA CON PARIGI

Posted in Francia by matteocazzulani on September 14, 2010

La Commissione Europea procede contro la Francia, accusata di infrazione delle leggi UE. La Commissaria: “Adesso basta”. Il ministro dell’interno: “Siamo stupiti”.

Il commissario europeo per la giustizia e l'integrazione, Viviane Reding

Bruxells dura con Parigi. La Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di intraprendere una procedura di infrazione a carico della Francia , accusata di violazione del diritto continentale a seguito della decisione di rimpatriare i Rom in Bulgaria e Romania.

A renderlo noto, martedì, 14 settembre, il Commissario per la Giustizia e per i Diritti dei Cittadini, Viviane Reding, che ha accusato Parigi di mancato rispetto della libertà di circolazione dei cittadini UE, principio garantito da un apposito decreto.

“Ora basta – ha dichiarato – l’atteggiamento Francese è una vergogna. Avvieremo una procedura presso la Corte Europea di Giustizia di Lussemburgo. La sentenza – ha spiegato alla stampa – sarà espressa entro due settimane”.

A nulla è servito l’intervento del ministro dell’interno, Brice Hortefeux, che lo scorso lunedì ha eliminato ogni riferimento all’appartenenza etnica dal testo della circolare contestata, con la quale l’Eliseo aveva preventivato l’evacuazione di 300 installazioni abusive, con priorità a quelle dei rom.

“Siamo stupiti – riporta una nota ministeriale – dinnanzi alle dichiarazioni della signora Reding. Non crediamo che tale atteggiamento possa migliorare la situazione dei rom, che abbiamo a cuore”.

Reazioni immediate anche dal mondo politico francese. Il capogruppo dell’UMP – il principale partito di maggioranza, Jean-François Copé, ha assolto le autorità statali, sottolineando come esse si siano fatte carico di una questione tanto scomoda quanto imminente come quella della lotta contro l’immigrazione clandestina.

“Il governo – ha dichiarato all’agenzia AFP – si è assunto le proprie responsabilità, ed ha agito secondo la legge e le promesse elettorali. Sono davvero dispiaciuto che a votare contro Parigi siano stati anche gli europarlamentari francesi eletti nelle liste del Partito Socialista e del Fronte Nazionale [il partito nazionalista di Jean Marie Le Pen, n.d.a.]”.

Soddisfatta l’opposizione, in particolare il vice segretario del partito Socialista, Harlem Désir. L’autore materiale della richiesta di avvio della procedura di infrazione a carico dell’esecutivo francese ha ribadito la propria convinzione secondo cui nel Paese i rom, cittadini UE, sono vittime di un trattamento indegno.

Dura, e meno ideologica, la posizione del presidente del MoDem, François Bayrou. “In Francia – ha dichiarato il leader del movimento centrista – lo stato non rispetta più quel minimo di equilibrio che ci si aspetterebbe in una Repubblica”.

Ciò nonostante, Parigi continua sulla strada intrapresa. Nel pomeriggio, sempre martedì, 14 settembre, sessanta nove rom sono stati rimpatriati con un volo diretto a Bucarest. All’imbarco erano ne erano attesi un centinaio. E’ il quarto volo dall’inizio del 2010. Nel 2009, i rimpatri erano stati cinque.

“Non si tratta di rimpatri – ha spiegato il direttore dell’ufficio francese di immigrazione, Alain Testot – ma di un umano ritorno al proprio Paese, in osservanza della legge francese”.

Matteo Cazzulani