LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Cameron vs. Juncker: e se il Premier britannico ri-avesse ragione?

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on June 1, 2014

Il Primo Ministro britannico minaccia di anticipare il referendum sulla permanenza di Londra in Europa se l’ex-Presidente dell’Eurogruppo sarà nominato alla guida della Commissione Europea. I punti su cui Cameron potrebbe avere ragione nel contestare l’Europa delle banche e del vecchio motore franco-tedesco

All’indomani della decisione del Primo Ministro britannico, David Cameron, di non accettare la riforma del Trattato di Lisbona, un fatto che ha de facto posto la Gran Bretagna al di fuori della schiera dei Paesi promotori di una maggiore integrazione europea, nel 2012 scrissi un articolo dal titolo, chiaramente provocatorio, “E se Cameront avesse ragione?”.

In esso, ipotizzavo che la posizione di Cameron dovesse favorire la comprensione del fatto che l’Unione Europea non dovesse essere un processo fine a sé stesso a conduzione unicamente franco-tedesca, bensì punto di partenza per la realizzazione di un’Unione Trans Atlantica con gli Stati Uniti di Obama e con il Canada: un super Stato dell’Occidente basato sui principi di Democrazia, Diritti Umani, Progresso e Libertà.

Oggi, all’indomani della dichiarazione di Cameron in merito all’intenzione di anticipare la data del referendum per la permanenza della Gran Bretagna in Europa qualora Jean Claude Juncker sarà nominato presidente della Commissione Europea, mi sento di riproporre il medesimo titolo, con il chiaro scopo di invitare ad una riflessione ben più profonda dell’accusa di isolazionismo mossa, forse con troppa superficialità, al Primo Ministro britannico.

Cameron ha argomentato la sua minaccia con il fatto che Juncker, a suo avviso, rappresenta un’icona del federalismo europeo di vecchio stampo che, per via della sua età avanzata e della sua estrazione geografica e politica, è incapace di riformare l’Unione Europea secondo i desiderata della Gran Bretagna.

La posizione di Cameron è chiaramente sbagliata, in quanto Juncker, candidato alla Presidenza della Commissione del Partito Popolare Europeo PPE -la forza politica che ha vinto le Elezioni Europee- è legittimato dal voto popolare: andare contro la volontà dei cittadini sarebbe un errore grossolano che priverebbe l’UE di quella svolta di democrazia necessaria per la costituzione di un’Europa più forte e più protagonista nel Mondo.

Tuttavia, il timore di Cameron in merito alla reale capacità di Juncker di cambiare l’Europa è tutt’altro che errata: il candidato del PPE, che proviene da una decennale esperienza alla guida dell’Eurogruppo, difficilmente saprà comprendere l’importanza di porre fine ad un’Europa incentrata unicamente sull’Asse franco-tedesco per evolvere l’UE in un organismo in cui tutti gli Stati, in primis Polonia, Italia e Gran Bretagna, siamo finalmente posti sullo stesso piano di Parigi e Berlino.

Juncker, per via della sua appartenenza politica, è anche poco probabile che sia capace di realizzare un necessario cambiamento delle politiche di austerità, che senza provvedimenti tesi a lavoro e crescita, risulta essere sterile e nociva per la società europea.

Da Juncker, dunque, nihil novi rispetto a quanto fatto finora da Barroso: nominarlo a Capo della Commissione Europea potrebbe portare ad avere un leader capace e preparato che, tuttavia, potrebbe faticare a cogliere la necessità di un radicale cambiamento per restituire fiducia e speranza nel sogno europeo.

Se presa sotto questi termini, la protesta di Cameron potrebbe anche essere ritenuta uno stimolo necessario ad andare oltre all’Europa che oggi conosciamo, e che Juncker sembra proprio essere intenzionato a non cambiare nel suo profondo.

Seppur non condivisibile nei modi e nei toni, la minaccia di Cameron deve anche spingerci a comprendere la necessità di implementare i lavori per la realizzazione dell’Unione Trans Atlantica, affinché Europa, USA e Canada siano un domani unite in un unico mercato che consenta all’Occidente, e non alla sola UE, di tenere testa alle altre superpotenze mondiali, quali Cina, India e Russia.

La posizione di Cameron, dunque non va commentata solo come un impedimento al rafforzamento politico dell’Europa, bensì va colta come uno stimolo prezioso a procedere in una più giusta direzione, prima che, come già ci dimostrano la crescita della Cina, la vittoria dei nazionalisti in India, e l’aggressione militare della Russia in Ucraina, sia troppo tardi.

Per questo, oltre che ad attaccare -giustamente- Cameron per la sua opposizione agli Stati Uniti d’Europa, sarebbe anche bene chiedersi se è davvero nell’interesse dell’Europa restare ancorati ad una concezione arcaica di UE incentrata solo sul motore franco-tedesco che, timidamente, si rifiuta di ricoprire un ruolo da protagonista nel Mondo.

Personalmente, trovo nella concezione di politica estera della Polonia, nell’attaccamento storico e culturale al concetto di Europa della Repubblica Ceca, nella politica energetica della Romania, nella politica industriale e tecnologica di Estonia, Lettonia e Lituania, e nella politica di difesa della Gran Bretagna, un incentivo molto più utile al rafforzamento politico dell’Europa di una concezione carolingia che condanna l’UE ad una pozione marginale nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista di Politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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MARTIN SCHULZ: CHI E’ IL NUOVO PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on January 18, 2012

Il capogruppo socialdemocratico eletto alla guida dell’emiciclo di Strasburgo. Il passato del tedesco, noto in Italia per il battibecco con Berlusconi, e le misure a cui è chiamato a dare adeguata risposta

Il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz

“Putin ha il gas, e noi in Germania ne abbiamo bisogno: con buona pace della Polonia e dell’Europa Centrale”. Questa è una dichiarazione rilasciata al sottoscritto da Martin Schulz: nuovo Presidente del Parlamento Europeo, eletto alla guida dell’emiciclo di Strasburgo martedì, 17 Gennaio.

Ad incoronare il politico SPD è stata una larga maggioranza – 387 consensi su 670 – frutto di un accordo tra i due principali raggruppamenti politici: l’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei – finora guidata dal politico tedesco – ed il Partito Popolare Europeo – a cui appartiene l’uscente polacco, Jerzy Buzek.

Nato nel 1955 a Hehlrath, Schulz ha lavorato nel settore dell’editoria e, di pari passo, ha compiuto una fulminea carriera politica nella SPD: arrivando, dal 1987 al 1998, a ricoprire la carica di Sindaco di Wurselen. Nel 2004 è stato eletto al Parlamento Europeo, dove viene nominato rispettivamente Presidente in quota socialista della Commissione per i Diritti Umani, Capogruppo della SPD a Strasburgo e, infine, Leader dei socialisti europei.

Noto in Italia per il celebre battibecco con Silvio Berlusconi – si prese del “Kapò” dopo avere attaccato il politico italiano per i suoi guai con la giustizia – deve la sua fama in Europa alle posizioni molto spostate a sinistra, ai toni duri riservati agli avversari politici, e ad un orientamento in politica estera in linea con quello dell’ex-cancelliere tedesco, Gerard Schroder.

Il Capo del Governo tedesco emerito è stato freddo con gli USA, ardente sostenitore dell’alleanza energetica tra la Germania e la Russia, e, oggi, è dipendente stipendiato dal monopolista russo, Gazprom: da cui è stato assunto per volere diretto del Primo Ministro di Mosca, Vladimir Putin.

Un giudizio sulla linea della presidenza Schulz dopo un solo giorno è, ovviamente, impossibile. Meglio evidenziare l’eredità che il tedesco raccoglie, e le sfide a cui è chiamato sin da oggi.

Il suo predecessore, Jerzy Buzek – primo esponente dell’Europa dell’ex-Blocco sovietico a ricoprire un ruolo così importante in sede UE – ha rappresentato dappertutto il Parlamento Europeo – recandosi di persona in tutti i suoi Paesi, eccetto la Slovenia – si è battuto per l’approvazione del Trattato di Lisbona, ha sostenuto l’approvazione di misure anti-crisi straordinarie e l’aumento del budget comunitario.

In politica estera ha difeso con vigore il Partenariato Orientale: consapevole che un’Europa non allargata ai suoi Paesi orientali – Ucraina, Moldova e Georgia – non può ritenersi totalmente compiuta e sicura.

Inoltre, Buzek è riuscito nella non facile impresa di convincere i partner occidentali che i polacchi non sono fastidiosi compagni di viaggio russofobi, ma cittadini europei segnati da un passato infausto, fatto di spartizioni, dominazioni straniere – sopratutto russe e tedesche – e sperimentazione della crudeltà di entrambi i totalitarismi del Ventesimo secolo: comunismo e nazismo.

Tanto da fare per il nuovo Presidente

Queste le premesse da cui Schulz dovrebbe fare tesoro per guidare il Parlamento Europeo in un’epoca di incertezza, instabilità e pericoli. In primis, da risolvere è la crisi dell’Euro, con il relativo varo di misure di carattere legislativo per ridare forza alla moneta unica dell’UE. Tuttavia, nel contempo ci si deve curare anche della politica estera, su cui l’emiciclo di Strasburgo ha considerevoli poteri.

Il fronte su cui agire non è quello delle cosiddette “primavere arabe”, ma l’ Est del Vecchio Continente: dove la democrazia è sempre più in pericolo. In Ucraina, gli esponenti dell’Opposizione Democratica al Presidente Viktor Janukovych sono incarcerati e perseguitati in maniera sempre più simile alla Bielorussia di Aljaksandr Lukashenka, in cui ogni forma di dissenso è repressa con la forza.

La Moldova è alle prese con un’impasse politica, e la Georgia si avvicina a nuove elezioni con i soldati russi ancora dislocati sul proprio territorio – Abkhazija ed Ossezia del Sud. Il tutto, con una Russia che, presto amministrata dal terzo mandato presidenziale di Putin, ha integrato economicamente – e presto anche politicamente – l’ex-Unione Sovietica, ed è pronta a surclassare l’Europa sul piano internazionale per tornare superpotenza mondiale.

Un quadro non idilliaco, a cui Bruxelles può porre rimedio solo con una politica energetica indipendente da Mosca, con il maggiore coinvolgimento nelle strutture decisionali dell’UE dei Paesi dell’Europa Centrale e con l’integrazione di Kyiv, Chisinau e Tbilisi: la direzione opposta di quella illustrata dallo Schulz del passato.

Si perché la citazione esposta in apertura risale alla primavera del 2009: intervenuto in un’iniziativa pubblica sulle politiche europee alla Camera del Lavoro di Milano – dove parlò molto poco di Europa e quasi solamente di Italia – l’allora capogruppo socialista all’emiciclo di Strasburgo fu costretto a rispondere alle domande del pubblico – non previste dagli organizzatori – tra cui la richiesta di un commento sulla politica energetica della Russia di Putin.

Allora, con la costruzione di un gasdotto sottomarino lungo il Baltico – il Nordstream – Mosca aveva in cantiere di bypassare per motivi politici i Paesi dell’Europa Centrale, e rifornire di gas direttamente la Germania: de facto, dividendo l’Europa con il consenso dei tedeschi, a discapito di Polonia, Stati baltici e di tutti i proclami per la coesione europea.

Recuperare una citazione del passato per commentare il presente non è casuale, sopratutto perché la situazione di oggi non è così diversa: se si vuole, è persino peggiorata. Il Nordstream è stato costruito ed è attivo, ed i tentativi di varare una politica energetica dell’Unione Europea indipendente da Mosca da parte della Commissione Barroso sono puntualmente contrastati – su esplicito invito del Cremlino – da Francia e Germania.

Tanto lavoro per Schulz, che, dopo i ringraziamenti di rito, nel discorso di insediamento ha promesso di battersi per il rispetto dell’istituzione da lui presieduta, e per dare nuovo entusiasmo al sogno europeo.

Matteo Cazzulani