LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Ucraina: Putin lancia l’offensiva del gas in Europa Centrale

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 1, 2014

Dopo un incontro con il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, John Kerry, il Presidente russo ritira solo parzialmente l’esercito dai confini ucraini, ma riapre il discorso sullo status della Transnistria. Concessi crediti e sconti a Ungheria e Slovacchia per bloccare la strategia di diversificazione delle forniture di gas di Kyiv.

L’isolamento internazionale e le sanzioni volute dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, sono servite, ma il gas, e le lobby filorusse, hanno forse più successo in Europa della pressione diplomatica del Capo di Stato USA. Nella mattinata di lunedì, 31 Marzo, dopo circa quattro ore di colloquio a Parigi, il Segretario di Stato USA, John Kerry, inviato a discutere con il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, in merito alla questione ucraina, ha dichiarato che Washington consulterà sempre l’Ucraina in ogni passo delle trattative.

Kerry ha inoltre contestato la richiesta di federalizzazione dell’Ucraina che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha avanzato a Kyiv in cambio della normalizzazione delle relazioni. Secondo Kerry, la proposta è destinata a destabilizzare ulteriormente lo Stato ucraino in favore della Russia, ed ha rappresentato un interferimento di Mosca negli affari interni di un Paese sovrano ed indipendente.

Infine, il Segretario di Stato USA ha espresso preoccupazione per il rafforzamento della presenza militare russa ai confini dell’Ucraina, ed ha invitato Mosca a decrementare la tensione per evitare un’escalation del conflitto.

Pronta è stata la reazione di Putin, che, dopo poche ore, ha dato ordine di ritirare 10 Mila soldati dalla regione di Rostov: un segnale di timida apertura che, tuttavia, è stato ritenuto insufficiente dal Ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier.

Oltre alla finta ritirata militare, Putin ha avuto una conversazione telefonica con il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, con cui ha sollevato la questione della Trasnistria: territorio della Moldova occupato da truppe russe, per cui la Federazione Russa da tempo richiede il riconoscimento dell’autonomia da Chisinau.

Nella medesima giornata, Putin ha dato il via libera definitivo all’erogazione di un credito all’Ungheria per la realizzazione della centrale nucleare di Paks. La manovra è una mossa strategica per compattare il rapporto politico con il Premier ungherese, Victor Orban, che ha a più riprese dichiarato di non condividere le sanzioni poste dall’Unione Europea alla Russia per non rovinare il rapporto di collaborazione economica tra Budapest e Mosca.

Per Putin, l’Ungheria rappresenta anche una potenziale minaccia al controllo di Mosca sull’Ucraina, dal momento in cui è proprio tramite i gasdotti ungheresi che Kyiv ha previsto l’importazione di gas russo dalla Germania, venduto dalla compagnia tedesca RWE a minor prezzo rispetto a quello russo, per decrementare la dipendenza dalle forniture di oro blu di Mosca, che coprono il 90% circa del gravi sogno complessivo ucraino.

A testimoniare l’offensiva energetica di Putin in Europa Centrale è anche la concessione di uno sconto sul prezzo del gas che il monopolista statale russo Gazprom -la longa manus del Cremlino in ambito energetico- ha concesso alla compagnia slovacca SPP. La decisione prolunga nel tempo anche il contratto che obbliga la SPP a veicolare in Austria ed Italia il gas dalla Russia e, così, rende impossibile l’utilizzo inverso dei gasdotti slovacchi per rifornire l’Ucraina di oro blu non russo.

La Polonia sfrutta il suo shale, l’Italia guarda a quello dagli USA

Chi, invece, persegue strategie di diversificazione energetica è la Polonia che, sempre lunedì, 31 Marzo, ha dato il via allo sfruttamento preventivo di gas shale grazie alla firma di un Accordo tra la compagnia energetica nazionale polacca PGNiG e il colosso USA Chevron.

La firma dell’accordo, che riguarda lo sfruttamento dei giacimenti Tomaszow Lubelski, Wiszniow-Tarnoszyn, Zwierzyniec e Grabowiec, è in linea con la richiesta USA di sfruttare i giacimenti europei di shale per decrementare la dipendenza dall’importazione di energia dalla Russia, assieme all’importazione di gas non convenzionale che, su proposta di Obama, Washington è pronta a vendere all’UE.

Oltre alla Polonia, che secondo le stime EIA è il primo Paese per riserve di gas shale in UE, anche l’Italia ha cominciato a valutare la possibilità di decrementare la quantità di gas russo utilizzato a causa della crisi di Crimea.

Come riportato da Natural Gas Europe, l’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, ha espresso dubbi sulla realizzazione del Southstream -gasdotto concepito da un accordo politico tra Putin e il Governo Berlusconi per incrementare la quantità di gas russo esportato in UE- ed ha ventilato l’ipotesi di avvalersi di forniture alternative di gas per il prossimo inverno.

Proprio Scaroni, assieme all’ex-Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, ha già ritenuto necessaria la realizzazione di rigassificatori per importare, anche in Italia, shale liquefatto che gli USA sono disposti a vendere.

Matteo Cazzulani

GAS: L’EUROPA CENTRALE TRA LIBERALIZZAZIONI ‘FILOEUROPEE’ E NAZIONALIZZAZIONI ‘FILORUSSE’

Posted in Guerra del gas, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria by matteocazzulani on April 2, 2013

L’Ungheria concede il controllo dei gasdotti nazionali al colosso statale MVM, mentre la Repubblica Ceca favorisce un consorzio tedesco-canadese ad un’ente ceco. La Lituania e la Polonia applicano alla lettera il Terzo Pacchetto Energetico per diversificare le forniture di oro blu, e con la Romania vanno avanti sullo Shale.

In Europa Centrale c’è chi guarda all’Europa, chi ad Oltreoceano, e chi alla Russia. Nella giornata di lunedì, Primo di Aprile, il colosso energetico statale ungherese MVM ha rilevato il controllo della gestione della compravendita e della distribuzione del gas in Ungheria dalla compagnia tedesca E.On.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, l’operazione è stata varata dal Premier, Viktor Orban, per conferire al Governo di Budapest un più forte potere contrattuale con il monopolista russo del gas, Gazprom, e, di conseguenza, rafforzare i legami con la Russia.

Il Premier Orban di recente ha definito la Russia un partner economico e politico indispensabile per Budapest, e, nel 2012, ha portato l’Ungheria tra i Paesi sostenitori della costrizione del Southstream: gasdotto progettato da Gazprom per aumentare la dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas di Mosca -da cui l’UE già dipende per il 40% del proprio fabbisogno nazionale.

La nazionalizzazione della compravendita di gas in Ungheria è anche un’operazione economica che ha fruttato un lauto guadagno nelle casse dello Stato: nel 2005, la E.On ha pagato al Governo 2,5 Miliardi di Euro, mentre ora ha ottenuto dalla MVM solo 1,2 Miliardi di Euro.

Sul piano politico, la manovra di Orban è però contraria al Terzo Pacchetto Energetico UE: legge emanata dalla Commissione Europea per separare l’ambito della compravendita del gas con quello del trasporto dell’oro blu,

Il Terzo Pacchetto Energetico ha la finalità di evitare la creazione di monopoli, e di porre fine all’egemonia di colossi extraeuropei nel mercato dell’energia del Vecchio Continente.

In linea con la Legge UE ha agito la Repubblica Ceca, in cui la compagnia Net4Gas, incaricata della gestione della distribuzione del gas, è stata venduta dall’ente tedesco RWE alle compagnie assicurative Allianz e a quella canadese Borealis.

La vendita del controllo dei gasdotti nazionali della Repubblica Ceca al consorzio tedesco-canadese, che ha fruttato alla RWE 1,2 Miliardi di Euro, ha impedito il rafforzamento della posizione della compagnia energetica ceca EPH nella gestione dei gasdotti dell’Europa Centrale.

Nel 2012, la EPH ha infatti acquistato per 2,9 Miliardi di Euro dalla E.On e dalla compagnia francese Suez-Gaz de France il 49% della compagnia SPP, incaricata della gestione dei gasdotti della Slovacchia.

La vendita della SPP alla EPH è stata sostenuta dal Premier slovacco, Robert Fico, in cambio dell’impegno da parte della compagnia ceca sul mantenimento di un prezzo basso del costo del gas applicato alla popolazione.

Vilna e Varsavia a sostegno dell’Europa

Così come la Repubblica Ceca, in Europa Centrale anche la Lituania ha applicato alla lettera il Terzo Pacchetto Energetico per diminuire la dipendenza dal gas della Russia, che ad oggi copre il 99% del fabbisogno nazionale di Vilna.

Nel Marzo 2013, il Governo lituano ha creato la Amber Grid: una compagnia incaricata di rilevare il 76% delle azioni dell’ente nazionale Lietuvos Dujos, finora possedute dalla E.On e da Gazprom.

La Lituania ha inoltre implementato la realizzazione del rigassificatore di Klaipeda che, come preventivato dalla Legge UE, consente di immettere nel mercato unico europeo gas liquefatto proveniente da Qatar, Egitto, Norvegia e Stati Uniti d’America.

Così come la Lituania, per realizzare i postulati del Terzo Pacchetto Energetico anche la Polonia ha varato la costruzione di gasdotti per unire il sistema infrastrutturale energetico di Varsavia con quello degli altri Paesi dell’Europa Centrale.

La Polonia è a che attiva nella realizzazione del Corridoio Nord-Sud: conduttura concepita, con il sostegno della Commissione Europea, per unificare il rigassificatore polacco di Swinoujscie con quello croato di Krk, entrambi in fase di realizzazione.

Polonia, Romania e Lituania in prima fila sullo Shale

La Polonia ha inoltre implementato la ricerca dello Shale: gas ubicato in rocce porose poste a bassa profondità, ad oggi estratto con sofisticate tecniche di fracking solo in Nordamerica.

Secondo gli studi, il territorio polacco contiene una riserva consistente di Shale tale da permettere a Varsavia di porre fine alla dipendenza dalla Russia, le cui forniture di gas naturale coprono oggi l’82% del fabbisogno energetico polacco.

In Europa Centrale, interessata allo Shale, oltre che la Polonia, ed anche la Lituania, è la Romania, il cui Premier, Victor Ponta, ha tolto la moratoria precedentemente imposta sullo sfruttamento di gas non convenzionale.

Ponta ha argomentato la decisione con la necessita di diversificare le fonti di approvvigionamento di Bucarest, e di garantire all’Europa una possibile soluzione alla forte dipendenza dalle importazioni di energia dall’estero.

La Romania ha anche sostenuto apertamente la realizzazione del Nabucco: gasdotto concepito per veicolare in Europa 30 Miliardi di metri cubi all’anno di gas dall’Azerbaijan, che la Russia è intenzionata a bloccare con il Southstream per evitare di perdere il monopolio sul mercato dell’energia europeo.

Matteo Cazzulani

ENERGIA: LA BRITISH PETROLEUM PERDE IL SUO IMPERO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 24, 2012

Il colosso energetico britannico svende compartecipazioni in ricchi giacimenti di gas in Asia e Mare del Nord a compagnie del golfo persico e scozzesi. Consistente il risarcimento richiesto dalle Autorità USA per il disastro ecologico del 2010 nel Golfo del Messico.

Il presidente USA, Barack Obama

Il presidente USA, Barack Obama

37,2 Milioni di Dollari da ricompensare per il disastro ecologico del Golfo del Messico del 2010, e la British Petroleum liquida quasi tutto. Nella giornata di lunedì, 18 Dicembre, il colosso energetico britannico British Petroleum ha venduto il 34,3% delle azioni possedute nel giacimento di gas Yacheng, controllato a maggioranza dalla compagnia cinese CNOOC.

Il serbatoio di gas situato al largo delle coste sud della Cina, da cui il carburante è trasportato a Hong Kong tramite un gasdotto sottomarino di 780 chilometri, è stato ceduto alla compagnia del Kuwait KUFPEC, che si trova ora a gestire l’importante giacimento in tandem solitario coi cinesi.

Quello di Yacheng non è l’unico affare in uscita nel portafoglio della British Petroleum con una compagnia del Golfo Persico. Nel Novembre 2012, il colosso britannico ha venduto un considerevole numero di azioni possedute in alcuni giacimenti di gas nel Mare del Nord alla compagnia di Abu Dhabi TAQA.

Allo stesso tempo, il 50% del pacchetto azionario controllato nello Sean – ricco serbatoio di oro blu, ubicato sempre nel Mare del Nord, finora sfruttato in partnership con il colosso olandese Shell – è stato invece ceduto alla compagnia scozzese SPP.

Degna di nota è anche la svendita del 50% delle azioni della terza compagnia energetica russa TNK-BP al monopolista statale del greggio russo Rosneft. Tale passo, avvenuto nell’Ottobre 2012, ha permesso all’ente controllato direttamente dal Cremlino di diventare la prima Oil Company al Mondo.

La ragione della svendita di azioni da parte della British Petroleum è dovuta alla necessità di compensare i danni umani ed ambientali provocati nel Golfo del Messico.

Nel Marzo 2010, un incidente alla stazione di perforazione Deepwater Horizon ha dapprima comportato la morte di 11 lavoratori e, successivamente, ha riversato in mare 5 Milioni di barili di greggio, danneggiando gravemente l’ecosistema delle coste statunitensi del Golfo del Messico.

Secondo la Corte Federale USA, la British Petroleum deve risarcire 37 Milioni di Dollari, di cui 7,8 per danni all’economia locale.

Il verdetto, maturato dopo due anni dall’avvenimento, è stato contestato dal colosso britannico, in quanto la cifra richiesta è di gran lunga superiore alla dichiarazione dei redditi finora presentata dagli operatori della pesca e del turismo delle aree colpite dalla catastrofe ecologica.

Oltre al maxirisarcimento, il conto da pagare per la British Petroleum comporta anche i 4,5 Milioni di Dollari già versati al Dipartimento della Giustizia per il congelamento del procedimento inerente alla morte dei lavori della Deepwater Horizon, e la multa di 1,8 milioni di Dollari per i danni al territorio provocati nelle regioni Statunitensi del Golfo del Messico.

In aggiunta, presso il Tribunale Federale di New Orleans è stata depositata una denuncia da privati che hanno richiesto al colosso britannico il pagamento di un risarcimento di circa 8 Milioni di Dollari.

Tra USA e British Petroleum è guerra aperta

Oltre al danno economico, il colosso britannico ha subito anche conseguenze di carattere politico. Sempre alla fine di Novembre, l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente USA ha vietato al Governo Federale la firma di ogni accordo con la British Petroleum.

Come riportato dalle sentenza, la durata della sanzione è commisurata al tempo impiegato dal colosso britannico per adottare procedure in linea con la legislazione federale USA in materia di sicurezza ambientale.

Con una nota ufficiale, nel Giugno del 2010, il Presidente USA, Barack Obama, ha ritenuto la fuoriuscita di greggio dalla Deepwater Horizon una catastrofe ambientale assimilabile a un terremoto e ad un uragano, ed ha promesso di impegnarsi affinché la British Petrolueum paghi per i danni provocati nel Golfo del Messico.

La mossa delle Autorità USA è tanto determinata quanto fortemente rischiosa. Fino al 2011, la British Petroleum è stato il primo fornitore di greggio per gli USA: il Paese leader nel rating mondiale degli Stati consumatori di oro nero.

Matteo Cazzulani

GAS: LA SLOVACCHIA ADOTTA UNA NUOVA STRATEGIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 14, 2012

Il Premier slovacco, Robert Fico, da il via libera alla vendita del pacchetto minoritario della compagnia nazionale SPP alla ceca Energetycny Prymuslovy Holding previo mancato aumento della bolletta per la popolazione. Bratislava diventa il principale Paese di transito del gas russo esportato dalla Germania in Ucraina 

Il Primo Ministro slovacco, Robert Fico

Il Primo Ministro slovacco, Robert Fico

Prezzi a buon mercato e sicurezza delle forniture energetiche sono i due obiettivi perseguiti dalla Slovacchia. Nella giornata di mercoledì, 12 Dicembre, il Governo slovacco ha autorizzato la vendita della compagnia nazionale energetica SPP alla ceca Energetycny a Prymuslovy Holding.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, l’operazione è stata possibile solo dopo che il Premier slovacco, Robert Fico, ha ottenuto la promessa da parte dei nuovi acquirenti cechi di non innalzare il prezzo per il gas imposto alla popolazione.

Nell’Ottobre 2012, la Energetycny a Prymuslovy Holding ha dichiarato la volontà di acquistare il pacchetto di minoranza della SPP posseduto dalla compagnia tedesca E.On e dalla francese Suez Gaz De France.

Nel 2002, il Governo slovacco ha venduto il 49% della SPP alle compagnie franco-tedesche, ma ha mantenuto il diritto di veto sulle decisioni aziendali, ed ha posto il mantenimento di prezzi bassi come condicio sine qua non per la vendita del pacchetto di minoranza a nuovi soci.

Risolta la questione della compagnia energetica nazionale, la Slovacchia si trova ora ad affrontare anche il problema legato allo status di Paese di transito del gas russo in Europa.

Il Ministro degli Esteri slovacco, Miroslav Lajcak, ha dichiarato che la Slovacchia giocherà un ruolo fondamentale per il trasporto del gas russo che da Germania, Repubblica Ceca, Ungheria ed Austria è importato in Ucraina.

Come riportato dal portale UA Energy, il Ministro Lajcak ha ammesso che per la Slovacchia la situazione più conveniente è quella attuale, nella quale il territorio nazionale è attraversato dal flusso di gas che la Russia esporta in Europa Occidentale.

Tuttavia, la costruzione da parte della Russia di gasdotti che bypassano l’Ucraina e l’Europa Centrale, e la decisione di Kyiv di aumentare l’importazione di gas russo proveniente dalla Germania, ha fatto si che la Slovacchia si trovasse in una situazione diversa, ma pur sempre conveniente, per il transito dell’oro blu dal venditore all’acquirente.

L’imperialismo energetico russo cambia la geografia del gas in Europa

Per aumentare la dipendenza dell’Europa dal proprio gas, la Russia ha costruito il Nordstream: gasdotto realizzato sul fondale del Mar Baltico per rifornire di 55 Miliardi di metri cubi di gas all’anno la Germania, bypassando Paesi UE politicamente osteggiati al Cremlino come Polonia e Lituania.

Inoltre, la Russia ha avviato la costruzione del Southstream: gasdotto che rifornisce l’Europa Sud-Occidentale e Balcanica di ulteriori 63 Miliardi di metri cubi di gas all’anno bypassando Romania, Moldova ed Ucraina, e bloccando la realizzazione di infrastrutture concepite dalla Commissione Europea per importare gas direttamente dall’Azerbaijan.

Isolata sul piano energetico, l’Ucraina ha deciso di diminuire la quantità di gas importata dalla Russia, e di avviare l’importazione di una parte dell’oro blu russo inviato in Germania tramite il Nordstream.

La Slovacchia ha colto la proposta di Kyiv, e si è offerta come Paese di transito del gas russo importato in Ucraina dalla Germania invertendo il flusso dei propri gasdotti nazionali.

Ad oggi, la Slovacchia è stata il secondo Paese per importanza del transito del gas russo in Europa dopo l’Ucraina. Dal confine ucraino, le condutture slovacche veicolano il gas russo fino all’ovest del Paese, dove una diramazione procede verso Repubblica Ceca e Germania, e una seconda continua in Austria e Italia.

Secondo le stime del 2011, dallaSlovacchia transitano 50 Miliardi di metri cubi di gas russo all’anno, di cui solo 5,9 Miliardi sono riservati all’importazione slovacca.

La messa a disposizione dei gasdotti della Slovacchia per il trasporto del gas russo dalla Germania all’Ucraina potrebbe consentire a Kyiv – che ad oggi importa il gas russo dal territorio tedesco attraverso i gasdotti di Polonia ed Ungheria – di innalzare la quantità dell’oro blu importato da Occidente dagli attuali 57 Milioni di metri cubi per tre mesi a 20 miliardi di metri cubi all’anno.

Matteo Cazzulani

Gazprom mantiene saldamente la leadership energetica in Europa

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 20, 2012

Secondo il rapporto dell’autorevole agenzia Interfax, il monopolista russo lega le tariffe del gas ai rapporti politici tra la Russia e i Paesi dell’UE. Premiati francesi, tedeschi, slovacchi e turchi, puniti Polonia, Lituania e Ucraina.

La carota per chi e accondiscendente, il bastone per chi ricorre a vie legali per la risoluzione delle controversie. Nella giornata di martedì, 19 Giugno, l’autorevole agenzia Interfax ha diffuso un report inerente alla politica energetica in Europa del monopolista russo, Gazprom.

Secondo il documento, Gazprom mantiene saldamente una posizione di leadership nel Vecchio Continente grazie al controllo delle forniture di gas che, in attesa dell’avvio dei progetti di sfruttamento dei giacimenti centro-asiatici della Commissione Europea – ad oggi soddisfano più della meta del fabbisogno energetico europeo.

Nel report, particolare attenzione e stata prestata alle tariffe imposte dal monopolista russo agli acquirenti europei. Esse sono strettamente correlate alla natura dei rapporti delle singole compagnie con Gazprom, e riflettono lo stato delle relazioni che a livello politico intercorrono tra gli Stati dell’Europa e la Russia.

Il migliore trattamento e riservato alle compagnie dei Paesi che hanno accettato la costruzione del Nordstream: gasdotto sottomarino, realizzato da Gazprom sul fondale del Mar Baltico per bypassare Paesi politicamente osteggiati da Mosca come Polonia, Lituania e Lettonia, che permette ai russi di esportare il gas direttamente in Europa Occidentale. Al progetto hanno partecipato la compagnia francese Suez-Gaz de France, e l’olandese Gasunie.

Bene anche la posizione delle compagnie nazionali dei Paesi che hanno accettato di collaborare per la realizzazione del Southstream: progetto simile al Nordstream concepito da Gazprom per isolare Romania, Ucraina e Moldova e trasportare oro blu direttamente in Europa Meridionale.

Nei confronti della compagnia turca Botas, il monopolista russo ha concesso un sensibile sconto sulle forniture di gas dopo che la Turchia ha dato il via libera alla costruzione del Southstream nelle proprie acque territoriali.

Secondo il report Interfax, la medesima politica può essere adottata nei confronti della compagnia grava DEPA, con cui Gazprom ha in corso trattative per il transito del Gasdotto Ortodosso – com’è altrimenti noto Southstream.

Ottimi sono i rapporti tra il monopolista russo e la compagnia nazionale slovacca SPP. Essi sono notevolmente migliorati dopo che Bratislava ha rinunciato a ricorrere in tribunale contro Gazprom per ottenere risarcimenti in seguito alla crisi energetica del Gennaio 2009, quando la Russia ha chiuso i rubinetti del gas per destabilizzare la coalizione arancione al governo in Ucraina.

La Bielorussia ha ottenuto un sensibile sconto sulle forniture di oro blu russo fino al 2014, ma non a gratis: nel Novembre del 2011, Minsk ha accordato la cessione a Mosca della compagnia energetica nazionale Beltransgaz e del controllo del sistema infrastrutturale energetico bielorusso.

Polacchi e lituani i più penalizzati

In cima alla lista dei nemici di Gazprom figura la Polonia, che, secondo le ultime previsioni, nel 2012 pagherà il gas ai russi secondo un tariffario superiore a quello degli altri Paesi europei.

Nel Novembre 2011, la compagnia nazionale polacca PGNiG si e rivolta alla’Arbitrato Internazionale di Stoccolma per ottenere dal monopolista russo il ribasso del prezzo del gas a parametri di mercato, tuttavia senza ottenere da Mosca alcuna concessione.

Delicata e anche la situazione della Lituania. Esso e uno dei Paesi più fortemente dipendenti dalle forniture russe che, per evitare il totale controllo di Mosca nel settore energetico lituano, ha deciso di applicare la legge europea espellendo Gazprom dalla gestione dei gasdotti nazionali.

Vilna ha pagato la sua scelta liberale ed europea con l’applicazione di un tariffario salato, che obbliga la compagnia nazionale, Lietuvos Dujos, a notevoli esborsi economici.

Alto e anche il prezzo imposto al maggiore importatore tedesco E.On Ruhrgas, che ha avviato con Gazprom un ricorso presso l’Arbitrato Internazionale per ottenere la revisione al ribasso delle tariffe contrattuali.

Differente invece l’atteggiamento assunto dal monopolista russo nei confronti di un’altra compagnia energetica della Germania, la Wingas, che per evitare tensioni con Mosca ha avviato i lavori per la creazione di una joint-venture con il monopolista russo per la compravendita e il trasporto di gas sul territorio tedesco.

Difficile risulta la situazione dell’Ucraina, che ad oggi paga il gas della Russia a un prezzo di poco più basso rispetto a quello imposto alla Polonia. Gazprom sta cercando di rilevare il controllo dei gasdotti ucraini, e Mosca, a livello politico, e intenzionata a sottrarre Kyiv dalla sfera europea per inglobarla nei propri progetti di integrazione eurasiatica.

Il monopolista russo si e così avvalso dell’aumento tariffario per costringere il colosso energetico ucraino Naftohaz a cedere alla volontà politica del Cremlino.

Matteo Cazzulani

ENI E GAZPROM RINNOVANO IL CONTRATTO: TUTTO TACE SU UNA QUESTIONE DI SICUREZZA NAZIONALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 2, 2012

Il ritocco dei contratti per le forniture di gas tra il monopolista russo e il colosso italiano, sottaciuto da entrambe le parti, mette a serio repentaglio l’indipendenza energetica del BelPaese. I precedenti poco sereni dei rapporti tra Mosca e il Cane a Sei Zampe, e i risvolti in Europa, non lasciano varietà di interpretazioni, sopratutto se considerati assieme alla situazione della Grecia

I loghi del monopolista russo, Gazprom, e del colosso energetico, ENI

Chiaro il compromesso, ignoti i risultati, e molti i dubbi su un’operazione da cui dipende la sicurezza nazionale dell’Italia. Nella serata di giovedì, Primo di Marzo, il monopolista energetico russo, Gazprom, ha diffuso una nota con cui ha dichiarato di avere raggiunto un’intesa per il rinnovo del contratto per le forniture di gas con il colosso italiano ENI, senza, tuttavia, fornire alcun dettaglio.

Secondo il comunicato, riportato dalle più autorevoli agenzie, tra cui la Interfax, il Capo di Gazprom, Aleksej Miller, e l’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, si sono incontrati presso la sede di Mosca del monopolista russo per affrontare una questione che la parte italiana ha sollevato meno di una settimana prima.

Resasi conto della forte dipendenza che lega l’Italia alla Russia durante il rigido inverno appena trascorso – allora, in seguito ai tagli dell’invio di gas operati da Mosca, il Cane a Sei Zampe non è riuscito a compensare le forniture del Cremlino con quelle da Norvegia e Algeria – l’ENI ha chiesto a Gazprom la revisione delle clausole contrattuali che, finora, hanno obbligato il colosso di San Donato ad acquistare 108,8 milioni di metri cubi di gas al giorno ad un prezzo superiore a quello di mercato – che ad oggi ammonta a 415 Dollari per mille metri cubi di oro blu.

Se Gazprom non ha diffuso alcun dettaglio sul nuovo contratto – fonti russe hanno ipotizzato che alcun comunicato sarà emesso fino al termine delle elezioni presidenziali russe di Domenica, 4 Marzo – anche l’ENI mantiene bocche cucite su un contratto da cui dipende non solo il costo della bolletta applicata a ciascun contribuente del BelPaese, ma sopratutto l’indipendenza energetica italiana. Certo è che i precedenti non sono incoraggianti, così come le previsioni per il futuro.

L’Italia è il secondo Paese dell’Unione Europea dopo la Germania per quantità di gas importato dalla Russia: Paese al quale il Cane a Sei Zampe, per ottenere sconti sulle tariffe applicate al colosso italiano, in passato è stato costretto a sensibili concessioni – sempre comunicate con ritardo, quando non addirittura sottaciute.

Nel Novembre 2006, Gazprom ha concesso a ENI la fornitura diretta di 3 Miliardi di Metri cubi di oro blu fino al 2035 in cambio della cessione da parte del colosso di San Donato di compartecipazioni in progetti ubicati in diverse aree del pianeta. Nel 2009, l’ENI ha richiesto, e ottenuto, un ribasso delle tariffe a 40 Dollari per mille metri cubi, ma nel 2011 Gazprom ha innalzato la quantità di gas inviato in Italia a 108,8 milioni di metri cubi: senza, tuttavia, calmierare il costo dell’oro blu per l’acquirente italiano.

A preoccupare non è solamente lo storico dei rapporti tra ENI e Gazprom – in cui la parte italiana, fortemente dipendente da Mosca, ha giocato un ruolo subalterno – ma l’atteggiamento che il monopolista russo ha assunto nei confronti degli altri partner europei.

Per soddisfare le richieste di sconto sui contratti, e, nel contempo, per mantenere l’egemonia energetica nel Vecchio Continente anche dopo lo sfruttamento totale delle proprie riserve energetiche, Gazprom ha concesso un ribasso della bolletta alle principali compagnie dell’Unione Europea – tra cui la tedesca Wingas, la francese Suez-Gaz de France, la slovacca SPP, l’austriaca Econgas e la slovena Plinovodi – in cambio del possesso totale o parziale dei gasdotti nazionali di Germania, Francia, Slovenia, Austria e Slovacchia.

L’operazione di revisione contrattuale con ENI è stata contestualizzata dal monopolista russo nel medesimo ambito di quelle finalizzate con le altre compagnie europee e, stando all’assenza di comunicati ufficiali da parte del colosso di San Donato, non è da escludere che l’Italia sia stata costretta a concessioni simili a quelle tedesche, francesi, slovene, austriache e slovacche pur di ottenere il richiesto sconto.

Del resto, riguardo alla cessione parziale o totale del controllo delle condutture italiane nulla è stato dichiarato nemmeno nel corso della corrente operazione di scorporo da ENI di Snam Rete Gas: ente deputato alla gestione di un sistema infrastrutturale del BelPaese che, dal rinnovo contrattuale con Gazprom, potrebbe appartenere più alla Russia che a Roma.

Inoltre, con il controllo non solo del gas, ma anche delle infrastrutture per mezzo delle quali l’Italia importa l’oro blu dalla Russia – dall’Ucraina, che per ottener anch’essa un ribasso delle tariffe presto sarà costretta a cedere il proprio sistema infrastrutturale energetico al Cremlino, Mosca invia il gas al Tarvisio attraverso i gasdotti di Slovacchia, Slovenia, e Austria – è ancor più evidente lo stretto margine di autonomia con cui l’ENI ha potuto affrontare le trattative con Gazprom.

La crisi in Grecia e le ripercussioni per l’Italia

A intricare la situazione è lo sviluppo della questione della Grecia. Per risolvere la drammatica situazione economica che attanaglia il Paese, Atene ha deciso di privatizzare il proprio colosso energetico DEPA e l’ente deputato alla gestione dei gasdotti nazionali DESFA, nei quali il governo greco intende mantenere non più del 34% delle azioni.

Come comunicato dall’ufficio stampa della stessa Gazprom, il boccone ellenico è finito nell’obiettivo di Mosca, al punto che a poche ore dalla comunicazione della svendita energetica, il vice-capo del monopolista russo, Aleksander Medevedev, ha intrattenuto colloqui urgenti con emissari del governo greco. Secondo fonti ben informate, la Grecia a breve potrebbe cedere alla Russia l’intera quota degli enti energetici messi sul mercato in cambio di un’offerta, nemmeno troppo faraonica, a cui Atene non può rinunciare.

Sul piano geopolitico, quest’operazione avrebbe conseguenze catastrofiche, sopratutto per l’Italia: con il controllo della Russia sui gasdotti ellenici, al BelPaese sarebbe preclusa la via di approvvigionamento meridionale, da cui la Commissione Europea sta cercando di importare, proprio in Puglia, oro blu acquistato dal centro-Asia, senza transitare per il territorio russo – e, così, dipendere dal diktat energetico di Mosca.

Accerchiati da nord e da sud – e privi delle risorse dalla Libia: su cui un tempo l’ENI poteva contare per controbilanciare il monopolio della Russia – l’indipendenza energetica dell’Italia è compromessa e, con essa, è messa a serio repentaglio la sicurezza nazionale del nostro Paese.

Per questa ragione, se non altro per garantire ai cittadini il diritto di sapere qual’è la reale condizione geopolitica dello Stato in cui vivono, sarebbe opportuno da parte del Cane a Sei Zampe un minimo di chiarezza su un’operazione da cui, senza mezzi termini, dipende la situazione dell’Italia: destinata a essere o un soggetto sovrano dell’Unione Europea, o, come sembra essere sempre più probabile, un vassallo della Russia imperiale e monopolista in un Vecchio Continente sempre più eurasiatico.

Matteo Cazzulani

ENI E GAZPROM RINNOVANO I CONTRATTI. TUTTO TACE SU UNA QUESTIONE DI SICUREZZA NAZIONALE.

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 2, 2012

Il ritocco dei contratti per le forniture di gas tra il monopolista russo e il colosso italiano, sottaciuto da entrambe le parti, mette a serio repentaglio l’indipendenza energetica del BelPaese. I precedenti poco sereni dei rapporti tra Mosca e il Cane a Sei Zampe, e i risvolti in Europa, non lasciano varietà di interpretazioni, sopratutto se considerati assieme alla situazione della Grecia

I loghi del monopolista russo, Gazprom, e del colosso energetico, ENI

Chiaro il compromesso, ignoti i risultati, e molti i dubbi su un’operazione da cui dipende la sicurezza nazionale dell’Italia. Nella serata di giovedì, Primo di Marzo, il monopolista energetico russo, Gazprom, ha diffuso una nota con cui ha dichiarato di avere raggiunto un’intesa per il rinnovo del contratto per le forniture di gas con il colosso italiano ENI, senza, tuttavia, fornire alcun dettaglio.

Secondo il comunicato, riportato dalle più autorevoli agenzie, tra cui la Interfax, il Capo di Gazprom, Aleksej Miller, e l’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, si sono incontrati presso la sede di Mosca del monopolista russo per affrontare una questione che la parte italiana ha sollevato meno di una settimana prima.

Resasi conto della forte dipendenza che lega l’Italia alla Russia durante il rigido inverno appena trascorso – allora, in seguito ai tagli dell’invio di gas operati da Mosca, il Cane a Sei Zampe non è riuscito a compensare le forniture del Cremlino con quelle da Norvegia e Algeria – l’ENI ha chiesto a Gazprom la revisione delle clausole contrattuali che, finora, hanno obbligato il colosso di San Donato ad acquistare 108,8 milioni di metri cubi di gas al giorno ad un prezzo superiore a quello di mercato – che ad oggi ammonta a 415 Dollari per mille metri cubi di oro blu.

Se Gazprom non ha diffuso alcun dettaglio sul nuovo contratto – fonti russe hanno ipotizzato che alcun comunicato sarà emesso fino al termine delle elezioni presidenziali russe di Domenica, 4 Marzo – anche l’ENI mantiene bocche cucite su un contratto da cui dipende non solo il costo della bolletta applicata a ciascun contribuente del BelPaese, ma sopratutto l’indipendenza energetica italiana. Certo è che i precedenti non sono incoraggianti, così come le previsioni per il futuro.

L’Italia è il secondo Paese dell’Unione Europea dopo la Germania per quantità di gas importato dalla Russia: Paese al quale il Cane a Sei Zampe, per ottenere sconti sulle tariffe applicate al colosso italiano, in passato è stato costretto a sensibili concessioni – sempre comunicate con ritardo, quando non addirittura sottaciute.

Nel Novembre 2006, Gazprom ha concesso a ENI la fornitura diretta di 3 Miliardi di Metri cubi di oro blu fino al 2035 in cambio della cessione da parte del colosso di San Donato di compartecipazioni in progetti ubicati in diverse aree del pianeta. Nel 2009, l’ENI ha richiesto, e ottenuto, un ribasso delle tariffe a 40 Dollari per mille metri cubi, ma nel 2011 Gazprom ha innalzato la quantità di gas inviato in Italia a 108,8 milioni di metri cubi: senza, tuttavia, calmierare il costo dell’oro blu per l’acquirente italiano.

A preoccupare non è solamente lo storico dei rapporti tra ENI e Gazprom – in cui la parte italiana, fortemente dipendente da Mosca, ha giocato un ruolo subalterno – ma l’atteggiamento che il monopolista russo ha assunto nei confronti degli altri partner europei.

Per soddisfare le richieste di sconto sui contratti, e, nel contempo, per mantenere l’egemonia energetica nel Vecchio Continente anche dopo lo sfruttamento totale delle proprie riserve energetiche, Gazprom ha concesso un ribasso della bolletta alle principali compagnie dell’Unione Europea – tra cui la tedesca Wingas, la francese Suez-Gaz de France, la slovacca SPP, l’austriaca Econgas e la slovena Plinovodi – in cambio del possesso totale o parziale dei gasdotti nazionali di Germania, Francia, Slovenia, Austria e Slovacchia.

L’operazione di revisione contrattuale con ENI è stata contestualizzata dal monopolista russo nel medesimo ambito di quelle finalizzate con le altre compagnie europee e, stando all’assenza di comunicati ufficiali da parte del colosso di San Donato, non è da escludere che l’Italia sia stata costretta a concessioni simili a quelle tedesche, francesi, slovene, austriache e slovacche pur di ottenere il richiesto sconto.

Del resto, riguardo alla cessione parziale o totale del controllo delle condutture italiane nulla è stato dichiarato nemmeno nel corso della corrente operazione di scorporo da ENI di Snam Rete Gas: ente deputato alla gestione di un sistema infrastrutturale del BelPaese che, dal rinnovo contrattuale con Gazprom, potrebbe appartenere più alla Russia che a Roma.

Inoltre, con il controllo non solo del gas, ma anche delle infrastrutture per mezzo delle quali l’Italia importa l’oro blu dalla Russia – dall’Ucraina, che per ottener anch’essa un ribasso delle tariffe presto sarà costretta a cedere il proprio sistema infrastrutturale energetico al Cremlino, Mosca invia il gas al Tarvisio attraverso i gasdotti di Slovacchia, Slovenia, e Austria – è ancor più evidente lo stretto margine di autonomia con cui l’ENI ha potuto affrontare le trattative con Gazprom.

La crisi in Grecia e le ripercussioni per l’Italia

A intricare la situazione è lo sviluppo della questione della Grecia. Per risolvere la drammatica situazione economica che attanaglia il Paese, Atene ha deciso di privatizzare il proprio colosso energetico DEPA e l’ente deputato alla gestione dei gasdotti nazionali DESFA, nei quali il governo greco intende mantenere non più del 34% delle azioni.

Come comunicato dall’ufficio stampa della stessa Gazprom, il boccone ellenico è finito nell’obiettivo di Mosca, al punto che a poche ore dalla comunicazione della svendita energetica, il vice-capo del monopolista russo, Aleksander Medevedev, ha intrattenuto colloqui urgenti con emissari del governo greco. Secondo fonti ben informate, la Grecia a breve potrebbe cedere alla Russia l’intera quota degli enti energetici messi sul mercato in cambio di un’offerta, nemmeno troppo faraonica, a cui Atene non può rinunciare.

Sul piano geopolitico, quest’operazione avrebbe conseguenze catastrofiche, sopratutto per l’Italia: con il controllo della Russia sui gasdotti ellenici, al BelPaese sarebbe preclusa la via di approvvigionamento meridionale, da cui la Commissione Europea sta cercando di importare, proprio in Puglia, oro blu acquistato dal centro-Asia, senza transitare per il territorio russo – e, così, dipendere dal diktat energetico di Mosca.

Accerchiati da nord e da sud – e privi delle risorse dalla Libia: su cui un tempo l’ENI poteva contare per controbilanciare il monopolio della Russia – l’indipendenza energetica dell’Italia è compromessa e, con essa, è messa a serio repentaglio la sicurezza nazionale del nostro Paese.

Per questa ragione, se non altro per garantire ai cittadini il diritto di sapere qual’è la reale condizione geopolitica dello Stato in cui vivono, sarebbe opportuno da parte del Cane a Sei Zampe un minimo di chiarezza su un’operazione da cui, senza mezzi termini, dipende la situazione dell’Italia: destinata a essere o un soggetto sovrano dell’Unione Europea, o, come sembra essere sempre più probabile, un vassallo della Russia imperiale e monopolista in un Vecchio Continente sempre più eurasiatico.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: ITALIA E RUSSIA RIAPRONO LE TRATTATIVE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 18, 2012

In seguito al taglio delle forniture del monopolista russo, Gazprom, l’ENI ha richiesto la revisione del contratto che, ad oggi, obbliga Roma ad acquistare da Mosca gas a prezzi di gran lunga superiori rispetto a quelli di mercato. I rischi derivanti dalla politica monopolistica del Cremlino per l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e la sicurezza nazionale del nostro Paese.

I loghi del monopolista russo, Gazprom, e del colosso energetico italiano, ENI

L’Italia ha riottenuto le forniture di gas previste da contratto, ma la questione energetica con Mosca è tutt’altro che chiusa. Nella giornata di venerdì, 17 Febbraio, la società deputata al controllo della rete dei gasdotti italiani, Snam Rete Gas, ha registrato il transito dal terminale del Tarvisio di 108,2 Milioni di metri cubi di gas: una quantità di poco inferiore ai 108,8 stabiliti da un contratto che, negli ultimi giorni, la Russia non ha rispettato, lasciando l’Italia in piena emergenza.

Dinnanzi al taglio del flusso di oro blu russo – sceso a 94,3 milioni di metri cubi martedì, 7 Febbraio, e a 92,5 mercoledì, 8 Febbraio – il colosso nazionale ENI ha aumentato l’importazione di gas dall’Algeria e dalla Norvegia, ma la misura si è rivelata insufficiente per superare una situazione critica che, secondo diversi esperti, avrebbe potuto persino complicarsi.

Per questa ragione, sempre venerdì, 17 Febbraio, l’Amministratore Delegato del cane a sei zampe, Paolo Scaroni, ha riaperto trattative per la revisione del contratto con il monopolista russo, Gazprom, a cui l’Italia è legata non solo da una forte dipendenza, ma anche da un tariffario di molto superiore ai prezzi di mercato. Seppur minimizzata dalle Autorità, e quasi sottaciuta dalla maggioranza dei media, l’Italia si troverebbe in una situazione di emergenza, in cui ad essere a rischio non è solo l’indipendenza energetica della Penisola, ma sopratutto la sicurezza nazionale ad essa correlata.

Oltre che con l’ondata di gelo eccezionale che ha colpito l’Europa, la criticità del momento si spiega con il nuovo corso della politica energetica russa. Consapevole di non avere gas a sufficienza per soddisfare le richieste degli acquirenti occidentali ancora a lungo, la Russia intende mantenere la propria egemonia nel Vecchio Continente non solo nel campo della compravendita di oro blu, ma anche in quello della gestione delle infrastrutture deputate al suo trasporto.

Da circa un anno, Gazprom ha concesso sensibili sconti in cambio del prolungamento della durata dei contratti alle maggiori compagnie europee: le quali, così, resteranno dipendenti dal monopolista russo per i prossimi decenni. Inoltre, negli accordi sono state inserite clausole che garantiscono a Gazprom la gestione totale o parziale dei gasdotti nazionali, che ad oggi sono controllati dai partner del monopolista russo su mandato dei singoli governi nazionali.

Finora, ad accettare tali concessioni sono stati la compagnia tedesca Wintershall, la francese Suez-Gaz de France, la slovacca SPP, ed i governi di Slovenia e Austria. Tuttavia, nulla esclude che altri enti alla ricerca di prezzi inferiori per il gas potranno aggiungersi a questa lista. Il tutto, nonostante Bruxelles, mediante il Terzo Pacchetto Energetico, vieti per legge il controllo dei sistemi infrastrutturali dei Paesi dell’Unione Europea a enti registrati al di fuori dei confini dell’UE.

L’Europa come salvezza per l’Italia anche sul piano energetico

Tale scenario è particolarmente delicato sopratutto per l’Italia, che, collegata com’è alla Russia per mezzo di un gasdotto terrestre che transita per Austria, Slovenia, Slovacchia ed Ucraina, risente appieno delle conseguenze derivanti dalla politica monopolistica del Cremlino. Infatti, il recente calo delle forniture di gas è conseguenza diretta del taglio dell’oro blu attuato da Mosca nei confronti di Kyiv per costringere le Autorità ucraine a cedere a Gazprom la gestione dei propri gasdotti e, così, permettere al Cremlino di unificare la propria rete infrastrutturale con quella in territorio UE già parzialmente posseduta.

Fino al 2009, l’Italia e l’Europa hanno potuto contare sull’indipendenza energetica dell’Ucraina mantenuta con coraggio dall’ex-Primo Ministro, Julija Tymoshenko – la quale, anche a costo di accettare contratti onerosi per il budget nazionale, ha garantito oro blu al suo popolo e al Vecchio Continente.

Tuttavia, l’attuale Presidente ucraino, Viktor Janukovych, difficilmente riuscirà a resistere al diktat di Gazprom e, isolato com’è a livello internazionale a causa della repressione politica da lui scatenata contro la Tymoshenko e altri esponenti di spicco dell’Opposizione arancione, sarà presto costretto a cedere a Mosca la gestione del sistema infrastrutturale energetico di Kyiv.

Se tale scenario si dovesse realizzare, la Russia, padrona dell’unica magistrale con cui il gas viene inviato alla Penisola, sarebbe libera di dettare le condizioni contrattuali all’Italia da una posizione di monopolio incontrastato, da cui Roma non avrebbe scampo alcuno. Per questa ragione, da essere condotte con molta attenzione non sono solo le trattative che nei prossimi giorni vedrà impegnata l’ENI con Gazprom, ma anche il ruolo esercitato dall’Italia nell’ambito delle politiche energetiche dell’Unione Europea, che il Governo Monti avrebbe tutto l’interesse a sostenere con forza.

Per diminuire la forte dipendenza del Vecchio Continente dal fornitore russo, la Commissione Barroso ha progettato la costruzione di rigassificatori per la ricezione di gas liquido da Norvegia, Irak e Qatar, e il varo di un sistema di gasdotti per accedere ai giacimenti di oro blu del Mar Caspio – per il cui sfruttamento Bruxelles ha già firmato accordi con Azerbajdzhan e Turkmenistan – senza dipendere dalle condutture della Russia.

Seppur contrastato da Francia e Germania – alleate di ferro della Russia, e per questo pronte a sacrificare l’interesse del Vecchio Continente al singolo tornaconto nazionale – il piano dell’Unione Europea potrebbe garantire non solo l’indipendenza energetica di Bruxelles, ma anche la sicurezza nazionale di Paesi, come l’Italia, che oltre alla profonda crisi economica devono combattere anche la dipendenza energetica da un monopolista intenzionato a mantenere la propria egemonia politica dagli Urali all’Atlantico.

Matteo Cazzulani