LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Gruppo di Vysegrad e Parlamento Europeo contro il Nordstream, ma Juncker si schiera con Putin contro Obama

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 12, 2015

L’attivismo della Polonia come Paese-leader dell’Europa Centro Orientale porta anche Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia a contestare il gasdotto voluto da Russia e Germania per bloccare la politica energetica dell’Unione Europea. Anche popolari, socialisti, conservatori e verdi condannano il Nordstream al Parlamento Europeo



Varsavia – Il gasdotto Nordstream è un progetto politico, e non energetico, contestato dalla volontà popolare, ma non dai vertici di un’Unione Europea a guida franco-tedesca sempre più filorussa ed antiamericana. Nella giornata di venerdì, 9 Ottobre, il Gruppo di Vysegrad, associazione di Stati dell’Europa Centrale della quale fanno parte Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha criticato l’accordo per il raddoppio di un gasdotto, il Nordstream, concepito per veicolare 110 miliardi di metri cubi totali di gas russo dalla Russia alla Germania, attraverso il fondale del Mar Baltico.

Come dichiarato dal Presidente polacco, Andrzej Duda, che ha partecipato ad un vertice del Gruppo di Vysegrad assieme al Presidente ungherese, Janos Ader, al Presidente ceco, Milos Zeman, al Presidente slovacco, Andriej Kiska e al Presidente croato, Kolinda Grabar-Kitarovic, il Nordstream è un accordo politico tra Russia e Germania destinato ad incrementare la dipendenza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale dal gas russo.

La condanna del gasdotto russo-tedesco, su cui Mosca ha puntato molto per mantenere la propria influenza sull’Unione Europea, è stata condivisa non solo da Polonia e Croazia, ma anche da Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia: Paesi che negli scorsi anni, complice il mancato interesse da parte di Varsavia nel ricoprire il ruolo-guida del Gruppo di Vysegrad che storicamente spetta alla Polonia, hanno guardato alla Russia come alleato strategico su questioni di carattere energetico e politico.

Oltre ai partner della Polonia nel Gruppo di Vysegrad, a sostenere la battaglia di Duda contro il raddoppio del Nordstream sono altri Paesi dell’Europa Centro Orientale come Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ed anche quasi tutti i gruppi del Parlamento Europeo, che nella giornata di giovedì, 8 Ottobre, hanno fortemente contestato il progetto franco-tedesco.

Come dichiarato da Jerzy Buzek, Presidente della Commissione Energia del Parlamento Europeo e membro del Partito Popolare Europeo, il Nordstream divide l’Unione Europea penalizzando i Paesi membri dell’Europa Centro Orientale senza assicurare vantaggi economici ad alcuno Stato dell’UE.

Flavio Zanonato, del gruppo dei Socialisti e Democratici, ha illustrato come il Nordstream sia parte di una politica energetica aggressiva da parte della Russia finalizzata alla sottomissione energetica dell’Europa Centrale e dell’Ucraina, Paese che ambisce all’integrazione nell’UE.

Marek Grobarczyk, del gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei, ha sottolineato come, se realizzato, il raddoppio del Nordstream finirebbe per coprire il 50% del fabbisogno energetico dell’Unione Europea, isolando, però, i Paesi membri dell’Europa Centro Orientale, e ponendo una seria minaccia alla tenuta politica dell’UE così facendo.

Infine, Claude Turmes dei Verdi europei ha dichiarato come il raddoppio del Nordstream sia sostenuto da potenti lobby legate, tra gli altri, al monopolista statale russo del gas Gazprom e al colosso olandese-britannico Shell, che vedono nel Cancelliere tedesco Angela Merkel e nel Presidente francese Francois Hollande i più stretti alleati.

Oltre a Merkel e Hollande, che hanno sempre sostenuto il Nordstream a discapito della solidarietà europea, che invece tanto hanno preteso sulla questione dei migranti, ad appoggiare i piani energetici e politici della Russia in Europa è stato il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker.

La Commissione Europea vuole la Russia e non gli USA

Sempre nella giornata di venerdì, 9 Ottobre, Juncker ha dichiarato che l’Unione Europea deve migliorare le proprie relazioni con la Russia senza seguire gli Stati Uniti d’America: una posizione totalmente antiamericana che pone un forte problema di carattere politico all’interno dell’UE.

Infatti, la dichiarazione di Juncker, riportata dall’autorevole Reuters, arriva alla vigilia di una discussione per il mantenimento delle sanzioni che l’Occidente -USA ed UE- hanno applicato alla Russia in seguito all’annessione armata dell’Ucraina e all’occupazione dell’Ucraina Orientale.

La posizione filorussa di Juncker è stata rilasciata anche all’indomani dell’intervento russo in Siria, che, come dimostrato da diverse fronti giornalistiche e di intelligence, ha colpito l’opposizione al regime siriano di Bashar Al Assad anziché lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- che USA, Gran Bretagna e Francia sono impegnati a combattere dal Settembre 2014.

Infine, le dichiarazioni di Juncker seguono un incontro bilaterale tra il Presidente della Commissione Europea e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, i cui contenuti restano prevalentemente segreti.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Turkish Stream e Nord Stream. Putin con Tsipras e Germania lancia l’offensiva energetica all’Unione Europea

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on September 28, 2015

Il Presidente russo e il Premier greco rilanciano il gasdotto progettato per veicolare 63 miliardi di metri cubi all’anno dalla Federazione Russa in Grecia attraverso il fondale del Mar Nero. A rischio la realizzazione della TAP e la politica energetica comune dell’UE



Varsavia – L’attivismo militare russo in Ucraina e Siria non ha posto nel dimenticatoio il disegno del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, di sottomettere l’Unione Europea sul piano energetico. Nella giornata di venerdì, 25 Settembre, Putin ha concordato con il Premier greco, Alexis Tsipras, il rilancio del gasdotto Turkish Stream, infrastruttura concepita per veicolare 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno dal territorio russo alla Grecia attraverso il fondale del Mar Nero.

Il contatto tra Putin e Tsipras è stato confermato sia dall’ufficio stampa del Cremlino, che dalla Cancelleria del neo-rieletto Premier greco, che ha sottolineato il carattere strategico dell’alleanza tra Grecia e Russia in merito al Turkish Stream, così come stabilito da un memorandum sottoscritto da Mosca e Atene durante il recente vertice economico di San Pietroburgo.

Dal punto di vista geopolitico, il Turkish Stream è concepito dalla Russia per evitare la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- infrastruttura supportata dalla Commissione Europea per diminuire la dipendenza energetica dell’Unione Europea dalla Russia veicolando gas dall’Azerbaijan attraverso Turchia, Grecia, Albania e Italia.

Oltre a contrastare la TAP, per incrementare la dipendenza energetica da Mosca dell’Europa Centrale il Turkish Stream potrebbe potenzialmente avvalersi della realizzazione di un gasdotto, l’Eastring, concepito da altri Paesi membri dell’Unione Europea alleati della Russia -Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca- per veicolare il gas russo nel territorio slovacco, ungherese e ceco.

A conferma, sono arrivate le dichiarazioni del Presidente della compagnia energetica slovacca Eustream, Thomas Marecka, che ha ribadito come l’Eastring, progettato dalla Grecia alla Slovacchia attraverso Bulgaria, Romania ed Ungheria, sia un progetto compatibile con la TAP ma sopratutto con il Turkish Stream.

Nonostante il vento in poppa dato dal supporto di Tsipras -che ha sempre sostenuto gli interessi energetici e commerciali russi in Europa- il Turkish Stream potrebbe subire rallentamenti per via della posizione della Turchia, che nonostante un iniziale sostegno ha poi congelato il progetto sostenendo la necessità di soppesare la possibilità di realizzare il gasdotto sul fondale delle acque territoriali turche. 

Oltre al Turkish Stream, che malgrado l’opposizione turca ha buone chance di essere realizzato grazie al supporto politico che Paesi dell’Unione Europea tradizionalmente filorussi daranno sicuramente al progetto -Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Austria in primis- un altro mezzo della politica energetica aggressiva di Putin in Europa è il raddoppio del gasdotto Nord Stream.

L’accordo per il raddoppio dell’infrastruttura, realizzata nel 2012 sul fondale del Mar Baltico per veicolare 55 miliardi di metri cubi di gas russo direttamente dalla Russia alla Germania, è stato sottoscritto lo scorso 4 Settembre, in occasione del Forum Economico di Vladivostok, da esponenti delle compagnie energetiche coinvolte nel progetto: il monopolista russo del gas Gazprom, il colosso olandese Shell, la compagnia austriaca OMV e la tedesca E.On.

La politica bilaterale tra Russia e Germania annichilisce l’Europa

Più che di natura commerciale, il raddoppio del Nordstream è un accordo bilaterale tra Putin e il Governo tedesco volto a rafforzare i legami energetici e politici tra Russia e Germania a discapito delle sanzioni che l’Unione Europea, e più in generale l’Occidente, hanno imposto a Mosca in seguito all’annessione militare della Crimea e all’occupazione dell’est dell’Ucraina.

Inoltre, il Nordstream è stato realizzato per bypassare energeticamente Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia, Paesi membri dell’Unione Europea fortemente dipendenti dalle forniture di gas russo, in merito ai quali la Germania non ha dimostrato quella solidarietà europea che la stessa Berlino ha imposto agli Stati dell’Europa Centro Orientale in occasione delle quote obbligatorie per la distribuzione dei migranti.

Così come in diverse altre occasioni della storia -si pensi alle Spartizioni della Prima Repubblica Polacca e al Patto Molotov-Ribbentrop- la politica bilaterale tra Russia e Germania porta ad una disgregazione inesorabile dell’Europa Centro Orientale, ed oggi anche dell’Unione Europea.

Questo fatto è ben noto a Putin, che si avvale dei rapporti bilaterali della Russia con Germania, Grecia, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, ma anche con Francia e Italia, come un mezzo per annichilire l’Europa ben più efficace dell’uso dell’esercito, peraltro oggi impegnato attivamente in Siria ed Ucraina.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

LA TYMOSHENKO ACCETTA CURE MEDICHE IN GERMANIA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 5, 2013

Gli inviati speciali del Parlamento Europeo, Pat Cox ed Aleksander Kwasniewski, hanno chiesto al Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, il trasferimento urgente della Leader dell’Opposizione Democratica ucraina per ragioni umanitarie. Forse vicino lo sblocco dell’impasse sull’Accordo di Associazione UE-Ucraina

Non sarà del tutto libera, ma almeno potrà curarsi in strutture mediche dignitose, secondo gli standard occidentali. Nella giornata di venerdì, 4 Ottobre, la Leader dell’Opposizione ucraina, Yulia Tymoshenko, ha accettato il trasferimento dalla colonia penale di Kharkiv in Germania per ricevere cure mediche urgenti.

Come riportato dall’Avvocato della Leader del dissenso ucraino, Serhiy Vlasenko, la richiesta di trasferimento per ragioni umanitarie e sanitarie è stata inoltrata al Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, dagli inviati speciali del Parlamento Europeo, l’ex-Premier irlandese Pat Cox e l’ex-Presidente polacco Aleksander Kwasniewski.

Come dichiarato con una lettera presentata da Vlasenko ai media, la Tymoshenko, ex-Premier dei Governi filo-occidentali e democratici costituiti dal 2004, dopo la pacifica Rivoluzione Arancione, ha accettato le cure in Germania solo per agevolare la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina.

La firma di questo documento, che integra Kyiv nel mercato unico europeo, è stata congelata dalla Commissione Europea per via del mancato rispetto dei Diritti Umani da parte delle Autorità ucraine.

La Tymoshenko è stata condannata a 7 Anni di reclusione dopo un processo politico per la firma di accordi sconvenienti per il gas con la Russia nel 2011, e da allora è detenuta in condizioni disumane in una colonia penale periferica.

Come ritenuto dalla Comunità Internazionale, la Tymoshenko è una delle dieci vittime di prosecuzione selettiva da parte dell’Amministrazione del Presidente Yanukovych.

Con una risoluzione ad hoc, la Corte Europea per i Diritti Umani lo scorso Aprile ha ritenuto la Tymoshenko prigioniera politica, ed ha richiesto a Yanukovych l’immediata sua scarcerazione.

Le contromosse del Presidente ucraino

Da parte sua, il Capo di Stato non ha dato alcun segnale in merito all’accettazione della proposta UE, ma ha sollevato dalla carica di Viceprocuratore Generale il principale accusatore della Tymoshenko, Renat Kuzmin.

Il nuovo Vicecapo del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale è stato colui che ha sollevato nei confronti della Tymoshenko l’accusa di omicidio del Deputato Shcherban.

Da questo fatto, che è avvenuto nel 1996, in realtà a giovare è stato il Presidente Yanukovych, che, ora, ha tutto l’interesse a far ricadere sulla già condannata Leader dell’Opposizione la responsabilità per una pagina oscura del suo passato.

Oltre che col dimissionamento di Kuzmin, Yanukovych ha anche lanciato segnali all’Unione Europea e all’Occidente tramite l’implementazione dello sfruttamento dello shale, grazie al quale l’Ucraina, che secondo le stime EIA possiede una capienza di 128 Trilioni di Piedi Cubi di gas non convenzionale, mira a rafforzare la propria indipendenza energetica.

Lo scorso Gennaio, la compagnia olandese Shell ha firmato un contratto di 10 Miliardi di Dollari per la ricerca dello shale in Ucraina, mentre, sempre venerdì, 4 Ottobre, il colosso statunitense Chevron ha ottenuto l’imprimatur per lo sfruttamento di gas non convenzionale in Galizia, nella parte occidentale del Paese.

Coinvolta nello shale ucraino è anche il colosso italiano ENI, che ha raggiunto un accordo per l’avvio dello sfruttamento di gas non convenzionale in Volinia.

Matteo Cazzulani

GAS: CONTINUA LA GUERRA TRA ISRAELE E LIBANO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on September 14, 2013

La compagnia israeliana Delek scopre più oro blu nel giacimento Tamar. Il Governo libanese vive un periodo di impasse politica

Sul gas del Mediterraneo Israele c’è, il Libano no. Nella giornata di giovedì, 12 Settembre, la compagnia energetica israeliana Delek ha dichiarato l’intenzione di ampliare lo sfruttamento del giacimento Tamar, situato nel Mar Mediterraneo.

Come riportato dall’agenzia UPI, la Delek, sulla base di studi accurati della società indipendente Netherland Sewell and Associates, ha individuato nel Tamar la presenza di 684 Miliardi di piedi cubi di gas aggiuntivi, rispetto ai 7 Trilioni di piedi cubi finora stimati nel giacimento.

Lo sfruttamento del Tamar va di pari passo con quella del Leviathan, giacimento, ubicato sempre nel Mediterraneo, al largo delle coste israeliane, che contiene 16 Trilioni di Piedi Cubi di gas.

Il Tamar e il Leviathan sono tuttora al centro di tensioni diplomatiche tra Israele e Libano: due Paesi, ancora formalmente in guerra, che rivendicano il possesso dei due giacimenti.

Nel 2010, il Governo libanese ha proposto una delimitazione delle acque territoriali che non intacca il possesso di Israele sui due giacimenti.

Ma, secondo fonti israeliane, consegna al Libano il controllo di importanti pozzi di gas limitrofi al Tamar e al Leviathan che conterrebbero 27 Trilioni di Piedi Cubi di oro blu.

A decrementare le tensioni politiche è però l’impasse politica in Libano, dove la rivalità tra le fazioni religiose ha portato all’assenza di un Governo in grado di prendere decisioni di carattere diplomatico.

Prima della crisi, il Governo libanese ha compilato una lista delle compagnie energetiche ammesse a sfruttare il gas in Libano, tra cui i colossi statunitensi ExxonMobil e Chevron, quello norvegese Statoil, quello italiano ENI, l’olandese Shell e la compagnia francese Total, ma non è riuscita a votare il via libera allo sfruttamento.

Da un lato, l’impasse ha raffreddato lo scontro tra israeliani e libanesi, e, dall’altro, ha permesso ad Israele di avanzare con lo sfruttamento dei giacimenti di gas del Mediterraneo.

Oltre al Tamar e al Leviathan, il Governo israeliano ha scoperto di recente anche il Karish, che contiene 1,8 Trilioni di Piedi Cubi di gas.

Il gas israeliano pronto per l’esportazione

Se confermata la notizia dell’alta capienza del Tamar, Israele incrementerebbe la sua posizione di Paese produttore di gas, e rafforzerebbe i piani di esportazione dell’oro blu.

Il Governo israeliano ha approvato l’esportazione del 40% del gas posseduto nei giacimenti nazionali che, secondo indiscrezioni, potrebbe essere inviato verso Golfo Persico e Asia.

Probabile resta anche l’esportazione del gas israeliano in Unione Europea attraverso una partnership con Cipro, oppure con la realizzazione di un gasdotto per veicolare l’oro blu da Israele alla Turchia -che attraverso il Gasdotto Trans Adriatico invia carburante in UE.

Per l’UE, Israele rappresenta una possibile fonte di approvvigionamento di gas che, così come l’Azerbaijan, è in grado di diversificare le forniture di oro blu dal monopolio di Russia ed Algeria.

Matteo Cazzulani

SHALE: POLONIA E GRAN BRETAGNA ANCORA AVANTI

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 15, 2013

Il Governo polacco redige nuove regole per incentivare lo sfruttamento di gas non convenzionale nel suo territorio. La compagnia britannica Centrica si rafforza nel settore nazionale dello Shale

In Europa si rafforza il percorso di sfruttamento dello Shale per l’indipendenza energetica dei Paesi dell’Unione Europea. Nella giornata di giovedì, 13 Giugno, il Governo polacco ha redatto la versione finale della nuova regolamentazione per lo sfruttamento di gas non convenzionale nei giacimenti ubicati in Polonia.

La nuova regola prevede l’istituzione dell’Operatore Nazionale dell’Energia Minerale -NOKE- un ente statale che comparteciperà nello sfruttamento dello Shale in Polonia come socio di minoranza.

Nello specifico, la NOKE avrà quote proporzionate alla quantità di gas non convenzionale prodotto da ogni giacimento, ma la sua compartecipazione non supererà il 5% per ogni giacimento.

Oltre alla creazione della NOKE, il Governo ha fissato al 40% il tetto massimo per la tassazione sullo sfruttamento dello Shale in Polonia.

Le manovre sono giustificate dalla volontà del Governo di incentivare la ricerca di Shale in Polonia, dopo che diverse compagnie, come la statunitense ExxonMobil, la Talisman Energy, e la Marathon Oil hanno abbandonato la ricerca di gas non convenzionale nei giacimenti polacchi.

Ad oggi, la ricerca di Shale in Polonia è continuata dal colosso USA Chevron e dalla compagnia britannica San Leon.

Secondo il rapporto EIA, divulgato di recente, la Polonia possiede il più alto potenziale di Shale in Europa, pari a 148 Trilioni di Piedi Cubi di gas non convenzionale.

Un altro Paese UE premiato dal Rapporto EIA, e attivo nel settore dello Shale, è la Gran Bretagna dove, sempre giovedì, 13 Giugno, la compagnia britannica Centrica, leader nel settore del gas non convenzionale, ha rilevato il 25% del giacimento Bowland dalla compagnia connazionale Cuadrilla.

Secondo le stime, il giacimento contiene 200 Trilioni di Piedi Cubi di gas non convenzionale, ma lo studio prevede un incremento della previsione.

Sul piano strategico, l’accordo implementa i lavori per lo sfruttamento di Shale in Gran Bretagna, utile per garantire la sicurezza energetica ad un Paese che vede le proprie riserve di gas naturale in costante diminuzione.

La Gran Bretagna, è stata il primo Paese UE ad avviare le importazioni di Shale dagli Stati Uniti d’America, grazie ad un accordo tra la Centrica e la compagnia USA Cheniere.

Avanti anche gli ucraini

Un altro Paese, che non appartiene all’UE, attivo nell’ambito dello Shale è l’Ucraina, che, venerdì, 14 Giugno, ha avviato le procedure per la firma di nuovi accordi con le compagnie USA ExxonMobil e Chevron per lo sfruttamento di gas non convenzionale ucraino.

Gli accordi riguardano i giacimenti di Olekssa, ricco di 1,5 Trilioni di metri cubi di Shale, e quello di Skifska, ubicato nel Mar Nero.

Lo sfruttamento di Shale in Ucraina è ritenuto una priorità strategica per diminuire la dipendenza del Paese dalle forniture di gas naturale della Russia, da cui l’economia ucraina dipende per il 99% del fabbisogno nazionale complessivo.

Lo Shale è un gas non convenzionale estratto da terreni argillosi posti a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking, ad oggi adoperate solo in Nordamerica.

Lo sfruttamento dello Shale ha permesso agli USA di aumentare la produzione di gas, e di iniziare ad affermarsi come Paese esportatore di gas liquefatto nel mercato mondiale energetico, sopratutto in Asia.

Contraria allo sfruttamento di Shale è la Russia, Paese che si serve del gas naturale per realizzare scopi di natura geopolitica, che vede nel gas non convenzionale una minaccia per il mantenimento dell’egemonia nel mercato UE.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA SI CONQUISTA I PAESI BASSI

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 10, 2013

Mosca ed Amsterdam si accordano per il prolungamento in Olanda e Gran Bretagna del Nordstream. Gazprom e Shell formano una joint venture per lo sfruttamento dei giacimenti di gas in Oceano Artico e Africa Meridionale

Gasdotti, gas naturale e shale sono gli argomenti che hanno portato al rafforzamento delle relazioni tra Russia e Paesi Bassi.

Nella giornata di lunedì, 8 Aprile, il Presidente russo, Vladimir Putin, e il Premier olandese, Mark Rutte, hanno firmato accordi energetici finalizzati ad azioni cominciante in Europa e nel mondo tra Mosca
ed Amsterdam.

Putin e Rutte hanno concordato l’ampliamento alla Gran Bretagna del Nordstream: gasdotto realizzato nel 2012 sul fondale del Mar Baltico per veicolare 55 miliardi di metri cubi di gas direttamente dalla Russia alla Germania per bypassare Polonia e Paesi Baltici e aumentare la dipendenza dell’Unione Europea dagli approvvigionamenti di Mosca.

Putin e Rutte hanno anche preventivato il prolungamento del Nordstream dalla Germania ai Paesi Bassi, ed hanno gettato le basi per la firma di un accordo pluriennale per le forniture di gas alla Gran Bretagna.

Un altro accordo energetico è stato quello firmato tra il monopolista russo statale del gas, Gazprom, e il colosso olandese Shell per lo sfruttamento congiunto di giacimenti di gas nell’Oceano Artico ed in Africa Meridionale.

La Shell ha ottenuto il 33,3% del possesso di una joint-venture con Gazprom, in cui il colosso olandese è incaricato di sobbarcarsi i costi degli studi di impatto geologico.

La joint venture si occuperà anche dello studio del possibile sfruttamento di shale: gas non convenzionale estraibile con sofisticate tecniche di fracking ad oggi adoperate solo in Nordamerica.

La sicurezza energetica europea a serio repentaglio

La firma degli accordi, che il Ministro degli Esteri olandese, Hank Kemp, ha definito fondamentale per l’interesse economico di Amsterdam, rafforza la presenza della Russia in Europa, a discapito della politica e energetica comune sostenuta dalla Commissione Europea.

Per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas, e diminuire la dipendenza dell’UE dalle forniture di Mosca, Bruxelles ha invitato i Paesi UE ad unificare i gasdotti nazionali, e ad importare LNG da Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America mediante la realizzazione di rigassificatori.

La realizzazione del Nordstream, ed il suo ampliamento a Gran Bretagna e Olanda, comporta l’aumento della dipendenza dell’Unione Europea dalla Russia, e impedisce il trasporto del gas tramite condutture indipendenti dal controllo dei russi.

Matteo Cazzulani

RUSSIA E CINA VERSO UN ACCORDO PER IL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 1, 2013

I Vicepremier russo e cinese, Arkady Dvorkovich e Wang Qishan, implementano i lavori per la firma di un contratto per la compravendita di oro blu, finora sospesi per via delle differenti posizioni sulle tariffe. Per Pechino l’accordo permette di aumentare le fonti di approvvigionamento per soddisfare la crescente domanda interna, mentre Mosca trova nei cinesi un importante alleato per contrastare il predominio energetico in Asia degli Stati Uniti d’America.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Gas naturale e oro blu liquefatto saranno due delle modalità con cui la Russia soddisferà di carburante la crescente economia cinese. Nella giornata di giovedì, 28 Febbraio, Russia e Cina hanno stabilito la firma in tempi brevi di un accordo per l’esportazione di gas russo in territorio cinese.

Durante una riunione della Commissione di Cooperazione Russia-Cina, i Vicepremier dei due Paesi, Arkady Dvorkovich e Wang Qishan, hanno dato l’ok definitivo alla stipula di un contratto per l’esportazione in territorio cinese di gas proveniente dai giacimenti russi della Siberia.

L’accordo, che sarà firmato tra il monopolista statale russo del gas, Gazprom, e il colosso nazionale cinese CNPC, prevede anche l’avvio dell’esportazione in Cina di gas liquefatto dal rigassificatore di Vladivostok, ancora in fase di realizzazione.

Dal punto di vista cinese, l’accordo coi russi sblocca un’impasse contrattuale legata alla mancata intesa sulle tariffe per l’importazione di gas, sulle quali Mosca, nonostante le richieste di Pechino, non ha mai voluto concedere sconti.

Dinnanzi all’impasse con la Russia, la Cina si è rivolta al Turkmenistan -il quarto produttore di gas naturale al Mondo- con cui ha firmato contratti non solo per l’importazione di oro blu, ma anche per il controllo e lo sfruttamento di numerosi giacimenti turkmeni da parte di compagnie cinesi.

Oltre al gas naturale, la Cina, che deve fare i conti con una crescente domanda interna di energia, ha avviato progetti con il colosso olandese Shell, il colosso statunitense ExxonMobil, e quello britannico British Petroleum, per lo sfruttamento dei giacimenti domestici di shale: gas non convenzionale ubicato in rocce porose poste a bassa profondità, estratto mediante sofisticate tecniche di fracking, ad oggi adottate solo in Nordamerica.

Dal punto di vista russo, l’accordo rafforza la posizione di Mosca nel mercato energetico dell’Asia, dopo che la Russia ha rinsaldato la cooperazione con il Giappone ed alcune compagnie sudcoreane.

Lo scopo di Mosca è quello di arginare il predominio energetico degli Stati Uniti d’America nel continente asiatico. Con l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti domestici di shale, gli USA hanno incrementato esponenzialmente le esportazioni di LNG in Asia, ed hanno consolidato la loro posizione soprattutto in Corea del Sud, India, Singapore ed Indonesia.

Mosca alla conquista del mercato dell’Asia

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo energetico tra Mosca e Pechino rientra in una precisa strategia del Presidente russo, Vladimir Putin.

Come dichiarato nell’Ottobre 2012, Putin vuole integrare la Russia in un sistema di interscambio commerciale ed energetico con i Paesi della Cooperazione Economica Asia-Pacifico che, secondo le stime della VTB, nei prossimi anni saranno in grado di assorbire un terzo dei prodotti esportati da Mosca.

Oltre a Vietnam, Corea del Sud, Giappone, Australia, Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia, Messico, Cile, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Brunei, e Hong Kong, particolare attenzione è stata riservata alla Cina, con cui la Russia ha avviato le trattative per il prolungamento del Gasdotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico fino al porto di Kozmino.

I lavori per la realizzazione di un’infrastruttura necessaria per avviare l’esportazione di una consistente quantità di gas in Cina, di cui avrebbe beneficiato anche il Giappone, è stata tuttavia arenata quasi nell’immediato a causa della richiesta a Pechino da parte della Russia di coprire in anticipo il 40% dei costi per la realizzazione dell’infrastruttura.

Lo sblocco dell’impasse contrattuale sancito dall’incontro tra i Vicepremier Dvorkovich e Qishan potrebbe portare anche al ripristino della realizzazione del Gasdotto Siberia Orientale-Oceano Pacifico, e, così, aumentare ancor più il peso della Russia nel mercato energetico dell’Asia.

Matteo Cazzulani

GAS: LA TURCHIA IN CRISI CON ISRAELE A CAUSA DI CIPRO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 29, 2013

Ankara congela la realizzazione di un gasdotto per trasportare oro blu dai giacimenti israeliani in territorio turco a causa della collaborazione di Tel Aviv con Nicosia. Le ragioni di politica estera e interna dell’impasse geopolitico

Il sistema energetico della Turchia

Il sistema energetico della Turchia

Niente partnership energetica con la Turchia se Israele continua a cooperare con Cipro. Nella giornata di lunedì, 28 Gennaio, il quotidiano turco Hurriyet Daily News ha riportato la notizia secondo la quale Ankara avrebbe condizionato la realizzazione di piani energetici congiunti con Tel Aviv a causa della cooperazione tra il Governo israeliano e quello cipriota.

Nello specifico, durante il Summit Economico Eurasiatico di Istambul, il Viceministro turco dell’Energia ha informato un Rappresentante governativo israeliano in merito alla possibilità di bloccare la realizzazione di un gasdotto progettato, nel Novembre 2012, per veicolare gas da Israele alla Turchia.

Come riportato da Natural Gas Europe, la posizione risoluta di Ankara è motivata dalla cooperazione energetica che Israele ha di recente rafforzato con Cipro.

Tel Aviv ha pianificato con Nicosia infrastrutture per trasportare in Grecia, e poi in Unione Europea, il gas estratto dai giacimenti Tamar e Leviathan, ubicati al largo delle coste israeliane del Mar Mediterraneo.

L’avvicinamento di Israele con Cipro ha causato il raffreddamento delle relazioni con la Turchia: Ankara dal 1974 occupa militarmente tre quarti dell’isola di Cipro, e nonostante il mancato riconoscimento da parte della comunità internazionale mantiene la sua presenza militare sull’isola.

Oltre alla ragione politica, a provocare l’impasse tra Turchia e Israele è la situazione energetica dei due Paesi nei confronti dell’Unione Europea.

Per diversificare le forniture di gas, e limitare la dipendenza dal gas della Russia – che copre il 40% del fabbisogno complessivo UE – la Commissione Europea ha avviato un progetto per l’importazione diretta di oro blu dall’Azerbaijan attraverso la Turchia.

Nel contempo, con la scoperta dei giacimenti Leviathan e Tamar, anche Israele è risultato per Bruxelles una potenziale fonte di approvvigionamento di gas alternativa alla Russia, mettendo così in discussione il ruolo di Ankara come Paese chiave per la realizzazione della politica di diversificazione delle forniture energetiche.

Ankara alla ricerca della diversificazione delle forniture di oro blu

Al panorama geopolitico va poi aggiunto lo scenario interno turco. Così come Bruxelles, anche Ankara sta diversificando il più possibile le forniture di gas per diminuire la dipendenza da Russia e Iran.

Oltre ad avere implementato l’importazione di gas dall’Azerbaijan, la Turchia ha considerato il gas israeliano una valida fonte di approvvigionamento supplementare su cui puntare, ma la cooperazione di Israele con Cipro per il trasporto in Grecia dell’oro blu del Leviathan e del Tamar ha messo in forse questo progetto.

Oltre che nel settore del gas naturale, la Turchia ha approntato misure per implementare l’importazione di gas liquefatto con accordi, recentemente firmati, per l’acquisto di LNG da Algeria e Qatar.

Infine, come riportato sempre dallo Hurriyet Daily News, la compagnia energetica turca TPAO ha selezionato il colosso olandese Shell per l’avvio dello sfruttamento di giacimenti di gas sul fondale del Mar Nero, nei pressi del Golfo di Mersin.

Matteo Cazzulani

GAS: LA RUSSIA RIAPRE LA CONTESA CON L’UCRAINA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 28, 2013

Il monopolista statale russo del gas, Gazprom, richiede un maxirisarcimento al colosso nazionale ucraino Naftohaz per il decremento del gas importato. L’isolamento internazionale di Kyiv rischia di favorire l’espansione geopolitica di Mosca in Europa Orientale.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Un maxirisarcimento per onorare la clausola “Prendi o Paga”. Nella giornata di Domenica, 27 Gennaio, il monopolista statale russo del gas, Gazprom, ha richiesto al colosso energetico ucraino Naftohaz i danni per mancato rispetto degli accordi contrattuali.

Come riportato dal Financial Times, Gazprom – ente controllato direttamente dal Cremlino – ha richiesto il saldo della clausola “Prendi o Paga”, che costringe Naftohaz a pagare una determinata quota per il gas importato a prescindere dal suo effettivo utilizzo.

Secondo il contratto vigente, firmato in fretta nel Gennaio 2009 dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko pur di ripristinare il flusso di gas verso l’Unione Europea che i Russi avevano strumentalmente tagliato, Naftohaz è obbligata ad acquistare all’anno un minimo di 41 Miliardi di metri cubi di gas, ma nel 2012 la quota importata è stata solo di 33 Miliardi di metri cubi.

La diminuzione delle importazioni di gas è stata decisa dal Governo ucraino dopo l’ennesimo diniego da parte di Gazprom di limitare le tariffe per il gas venduto a Naftohaz, come invece concesso dal monopolista russo ad alcune compagnie “alleate” dell’Unione Europea.

Per l’Ucraina – che dipende al 90% dalle forniture di gas dalla Russia – la risoluzione della controversia con la Russia appare difficile da risolvere.

Con la realizzazione del Nordstream – gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per rifornire di 55 Miliardi di metri cubi di gas direttamente la Germania – e l’avvio del Southstream – infrastruttura concepita per veicolare 63 Miliardi di metri cubi di gas in Austria tramite il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia – Mosca ha isolato Kyiv, e, nel contempo, ha privato il Governo ucraino della possibilità di rifarsi sui diritti di transito del gas russo verso l’Unione Europea.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, un’ipotesi per la risoluzione della controversia potrebbe essere il ricorso da parte di Naftohaz all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma, che già in passato ha sanzionato Gazprom per condotta anti-concorenziale nei mercati energetici dei Paesi UE dell’Europa Centro-Orientale.

A rendere difficile la riuscita dell’operazione potrebbe essere però il mancato appoggio all’Ucraina da parte della Comunità Occidentale, irritata in seguito alla condotta autoritaria del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych.

Una volta preso il potere nel 2010 con la vittoria nelle Elezioni Presidenziali, Yanukovych ha limitato la libertà di stampa, ed ha disposto arresti politici nei confronti dei principali esponenti dell’Opposizione, tra cui la carismatica leader dello schieramento democratico “arancione” Yulia Tymoshenko: condannata a 7 anni e mezzo di carcere dopo un processo in cui la difesa è stata sistematicamente privata dei suoi diritti.

La nuova crisi del gas tra Russia e Ucraina potrebbe comportare conseguenze geopolitiche di notevole importanza anche per l’Unione Europea.

Alla fine del 2012, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha ventilato l’ipotesi di concedere il richiesto sconto per le tariffe del gas importato dall’Ucraina in cambio dell’ingresso di Kyiv nell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale coordinato da Mosca per ristabilire la leadership del Cremlino nello spazio ex-Sovietico.

Mosca contro la ricerca di shale in Ucraina

Come riportato sempre da Gazeta Wyborcza, la minaccia della Russia è anche motivata dalla scelta dell’Ucraina di avere affidato ai colossi energetici occidentali Chevron – USA – e Shell – Paesi Bassi – l’avvio dello sfruttamento di gas shale in territorio ucraino.

Non è un caso che la richiesta di risarcimento da parte di Gazprom sia stata inviata a Naftohaz a pochi giorni dalla firma di un accordo tra il Governo ucraino e la Shell per lo sfruttamento del giacimento di shale di Yuziv, avvenuta a margine del Forum Internazionale Economico di Davos.

Noto anche come gas di scisto, lo shale è un carburante non convenzionale ubicato in rocce porose a bassa profondità, estratto con sofisticate tecniche di fracking ad oggi operate in sicurezza solo in Nordamerica.

Secondo diverse stime, anche l’Europa è ricca di shale, sopratutto nel sottosuolo di Polonia, Gran Bretagna, Lituania, Romania, Ucraina e Germania: Paesi che hanno avviato la ricerca dello scisto. Al contrario, Francia e Bulgaria sullo shale hanno posto una moratoria.

Matteo Cazzulani

GAS: LITUANIA E UCRAINA AVANTI CON LO SHALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 20, 2013

Vilna concede al colosso USA Chevron i diritti di studio e sfruttamento di oro blu non convenzionale in territorio lituano. L’Ucraina sceglie gli statunitensi per i giacimenti occidentali, ma preferisce il colosso olandese Shell per i serbatoi di shale ubicati nelle regioni orientali del Paese. 

Il Primo Ministro lituano, Algirdas Butkevicius

Il Primo Ministro lituano, Algirdas Butkevicius

Un solo contendente in gara per un appalto necessario per l’indipendenza energetica della Lituania e dell’Unione Europea. Nella giornata di martedì, 15 Gennaio, il colosso USA Chevron ha ottenuto il permesso per effettuare studi per certificare la presenza di giacimenti di gas shale nel territorio lituano.

Nello specifico, la Chevron ha ottenuto non solo l’esclusiva per la ricerca di shale in Lituania, ma anche il diritto di estrarre gas non convenzionale per un periodo di dieci anni.

Come riportato da Natural Gas Europe, il colosso statunitense è stato l’unico ente a prendere parte ad un’asta pubblica, indetta dal Governo lituano per avviare al più presto lo sfruttamento di gas non convenzionale.

Il Governo socialdemocratico del Primo Ministro, Algirdas Butkevicius, in linea con il precedente Esecutivo moderato di Andrijus Kubilijus, ha supportato la ricerca di shale in Lituania per diminuire la dipendenza dalla Russia.

Ad oggi, Mosca mantiene il monopolio delle forniture di oro blu a Vilna, un fatto che mette a serio repentaglio la sicurezza nazionale di un Paese dell’Unione Europea.

Secondo l’indice della KPMG sulla presenza potenziale dello shale, la Lituania è il quarto Paese in Europa – il terzo in Unione Europea – per attrattività nello sfruttamento di gas non-convenzionale, subito dopo Polonia, Romania e Ucraina.

La Chevron, forte dell’esperienza dello sfruttamento dello shale negli Stati Uniti d’America – dove l’avvio dell’estrazione di gas non convenzionale ha consentito all’Amministrazione Obama di aumentare esponenzialmente le esportazioni di carburante verso l’Asia – ha già ottenuto concessioni in Polonia e Romania e, con la vittoria del concorso in Lituania, si è confermata leader nel settore per quanto riguarda il mercato UE.

Differente è il discorso dell’Ucraina, dove la Chevron ha ottenuto il diritto di sfruttamento del giacimento shale di Olesska, nella regione di Leopoli, nell’ovest del Paese, ma non è riuscita ad assicurarsi l’appalto per lo Yuzivska: deposito di gas non convenzionale ubicato nella Oblast di Donetsk, nell’est del Paese, per il quale il Governo ucraino ha preferito affidare concessioni al colosso olandese Shell.

Così come la Lituania, anche l’Ucraina considera lo shake una possibile soluzione al monopolio energetico della Russia, che controlla il 90% delle forniture di gas di Kyiv.

A Kyiv sicurezza energetica a repentaglio a causa di Russia ed autoritarismo

A differenza della Lituania, l’Ucraina paga però una posizione politica difficile dopo aver perso lo status di Paese di Transito del gas russo in Unione Europea con la realizzazione del Nordstream e l’avvio del Southstream.

Questi due gasdotti sono progettati da Mosca per aumentare i rifornimenti di gas all’UE rispettivamente di 55 e 63 Miliardi di metri cubi di gas, senza transitare per Stati politicamente osteggiati dal Cremlino come Polonia, Lituania, Ucraina, Slovacchia, Romania, e Moldova.

Inoltre, Kyiv è priva del sostegno politico dell’Unione Europea in seguito al regresso democratico impresso nel Paese dal Presidente, Viktor Yanukovych, testimoniato dall’incarcerazione politica di una decina di esponenti del dissenso, tra cui la Leader dello schieramento dei democratici “arancioni” Yulia Tymoshenko.

Durante i Governi da lei guidati, la Tymoshenko ha garantito all’Unione Europea il flusso di gas dalla Russia, anche a costo di accettare da Mosca l’imposizione di contratti onerosi, per i quali, una volta perso il potere, è stata condannata in uno dei processi che, secondo le ONG internazionali indipendenti, non ha rispettato gli standard di regolarità e correttezza.

Matteo Cazzulani