LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GAS: PUTIN IN AZERBAIJAN PER COLPIRE L’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 14, 2013

Il Presidente russo sostiene la necessità di una gestione collegiale del Mar Caspio per impedire accordi bilaterali tra Baku e il Turkmenistan che nuocerebbero all’interesse energetico di Mosca. Firmati i primi accordi di cooperazione con l’Azerbaijan nel settore del gas

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica parlava di ‘distensione’ e ‘disarmo’ per indebolire le strutture di difesa della NATO nei Paesi occidentali e, così, colpire gli Stati Uniti D’America. Oggi, la Russia di Putin usa la parola ‘pace’ per controllare il Bacino del Caspio, con lo scopo di prendere il sopravvento sull’Europa.

Nella giornata di martedì, 13 Agosto, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha invitato il Capo di Stato azero, Ilkham Aliyev, alla cooperazione nel Mar Caspio.

Nello specifico, Putin ha espresso la volontà di fare del Caspio un mare di ‘pace, sicurezza e stabilità’, in cui Russia, Azerbaijan, Iran e Turkmenistan cooperano senza scontri.

La proposta di Putin, che vorrebbe una gestione collegiale del Mar Caspio, nasconde un’offensiva politica che punta a garantire a Mosca il controllo delle esportazioni di gas dalla regione del Caspio.

In particolare, la Russia vuole impedire la realizzazione del Gasdotto Trans Caspico: infrastruttura concordata tra Azerbaijan e Turkmenistan per rifornire di gas naturale turkmeno la Turchia e l’Europa.

A confermare la vera ratio del ‘pacifismo’ di Putin è la dichiarazione, a margine del vertice, del Ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, in merito all’interesse della Russia ad investire nel settore del gas azero.

Durante l’incontro tra Putin ed Aliyev, a cui ha partecipato anche Igor Sechin, il Capo della prima compagnia energetica al mondo, il monopolista statale russo Rosneft, sono stati già firmati alcuni accordi per la cooperazione nel settore dell’energia.

A rischio TANAP e TAP

Il controllo della Russia sull’Azerbaijan rappresenta un pericolo per l’Europa, che vede messa a serio repentaglio il progetto di diversificazione delle forniture di gas.

Per diminuire la dipendenza dal gas di Russia ed Algeria, la Commissione Europea ha appoggiato il Gasdotto Trans Anatolico -TANAP- e il Gasdotto Trans Adriatico -TAP: due infrastrutture concepite per veicolare in Europa gas dall’Azerbaijan.

Con il controllo del mercato del gas azero, la Russia potrebbe così da un lato interrompere sul nascere le forniture di oro blu all’Europa dall’Azerbaijan.

Dall’altro, Mosca potrebbe impedire il trasporto del gas turkmeno in UE attraverso i gasdotti TANAP e TAP, collegati con il Gasdotto Trans Caspico.

Matteo Cazzulani

PATTO ROSNEFT-SOCAR: ECCO COME RUSSIA ED AZERBAIJAN SI DIVIDONO L’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on July 27, 2013

Il monopolista statale russo del greggio interessato a rafforzare la partnership energetica con il colosso azero. A rischio la diversificazione delle fonti di approvvigionamento dell’UE.

Una nuova Yalta del gas sta forse avvenendo nello spazio ex-sovietico. Nella giornata di giovedì, 25 Luglio, Igor Sechin, il Capo del Momopolista statale russo del greggio Rosneft, la più importante compagnia energetica al Mondo, ha dichiarato l’interesse ad acquisire vuote nel giacimento Absheron.

Questo pozzo di oro blu, ubicato in Azerbaijan, contiene 300 Miliardi di metri cubi di gas, ed è ad oggi compartecipato dal colosso nazionale azero SOCAR e dalla compagnia francese Total.

Come riportato dalla Reuters, l’interesse della Rosneft nei confronti dell’Absheron riflette l’intenzione dei russi di rilevare quote nel mercato azero e, nel contempo, un nuovo orientamento nella politica energetica dell’Azerbaijan in chiave pro-Russia.

Centrale nella vicenda è la strategia adottata dalla Rosneft, che, anche grazie al sostegno del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, nel mercato interno russo sta soppiantando la concorrenza del momopolista statale russo del gas, Gazprom e, ora, punta a sottrarre fette di mercato all’ente energetico concorrente.

Ad oggi, Gazprom mantiene il monopolio delle forniture di gas all’Europa, ma, di recente, Putin ha favorito la Rosneft nella realizzazione di un rigassificatore nella penisola Yamal, in Siberia, per l’avvio delle esportazioni di gas liquefatto in Asia.

Prima ancora, sempre grazie al sostegno di Putin, la Rosneft ha concluso un accordo con il colosso energetico statunitense ExxonMobil per lo sfruttamento congiunto di giacimenti di gas nell’Oceano Artico ed in Siberia, ed in altre aree del Pianeta come America Latina e Texas.

L’accordo con la ExxonMobil, che ha sancito per la Rosneft lo status di prima compagnia energetica al Mondo, ha anche spinto il colosso USA ad abbandonare i piani per lo sfruttamento di gas shale in Polonia: un progetto, la cui realizzazione consentirebbe all’Unione Europea di porre fine alla dipendenza dalle importazioni di oro blu dalla Russia.

Il rafforzamento della presenza dei russi in Azerbaijan è supportato anche dalla possibilità, presentata sempre dalla Reuters, che la Rosneft possa acquistare quote dal colosso britannico British Petroleum: uno dei più importanti investitori stranieri nel mercato energetico azero in cerca di fondi per onorare il maxirisarcimento per i danni creati dalla catastrofe ecologica del Golfo del Messico nel 2010.

Del resto, i rapporti tra la Rosneft e la British Petroleum sono già stretti, in quanto il monopolista russo ed il colosso britannico sono stati co-proprietari della TNK-BP: la terza compagnia energetica della Russia, ora posseduta per intero dalla Rosneft per via della necessita della British Petroleum di fare cassa.

L’alleanza tra Russia ed Azerbaijan agisce in primo luogo a spese dell’Unione Europea, che sull’Azerbaijan ha puntato molto per diversificare le forniture di gas dal quasi monopolio di Mosca.

Come ipotizzato da alcuni esperti, non è escluso infatti che russi ed azeri abbiano progettato una divisione dell’Europa in fasce di influenza energetica, con l’Azerbaijan protagonista in Europa Occidentale e la Russia, come da tradizione, in Europa Centro-Orientale.

In questo schema, la Russia starebbe ben posizionando le sue pedine per mantenere, ed addirittura incrementare, il controllo sul settore energetico europeo, con Gazprom forte in Europa Centro-Orientale e Rosneft presente in Europa occidentale grazie all’alleanza con azeri e britannici.

Ad avvalorare questa tesi è la decisione da parte degli azeri di rifornire l’Europa del proprio gas attraverso il Gasdotto Trans Adriatico -TAP- conduttura che veicola il carburante di Baku dal confine tra Grecia e Turchia attraverso l’Albania in Italia e che, secondo indiscrezioni, sarà prolungato a Germania, Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna.

La scelta della TAP per il trasporto in Europa del gas azero ha escluso la realizzazione del Nabucco, gasdotto, progettato fino all’Austria dalla Turchia Occidentale tramite Bulgaria, Romania ed Ungheria, che avrebbe aiutato i Paesi delll’Europa Centro-Orientale a diminuire la dipendenza dalla Russia.

Ad avvantaggiarsi della bocciatura del Nabucco è il Southstream: gasdotto progettato dalla Russia per rifornire l’UE di ulteriori 63 Miliardi di metri cubi di gas russo all’anno attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Italia ed Austria.

Gas israeliano e shale USA gli antidoti al patto tra Mosca e Baku

La soluzione per rompere il monopolio russo-azero è la veloce realizzazione di rigassificatori per importare in Europa gas liquefatto da Qatar, Nigeria, Norvegia, Egitto ed Israele.

Con la scoperta dei giacimenti Kadish, Tamar e Leviathan nel Mar Mediterraneo, lo Stato Ebraico rappresenta una possibile fonte di approvvigionamento in grado di diminuire la dipendenza dell’UE da Russia ed Azerbaijan.

Inoltre, importante ruolo sarà ricoperto dalle forniture in Europa di shale liquefatto degli Stati Uniti d’America, che hanno già avviato esportazioni di gas non convenzionale a prezzi bassi in Gran Bretagna ed India.

In tutto ciò, importante è il ruolo che ricopre la realizzazione del Terzo Pacchetto Energetico: legge dell’Unione Europea che prevede la creazione di un mercato unico UE del gas per garantire approvvigionamenti diversificati anche a quei Paesi fortemente esposti al monopolio della Russia, come quelli dell’Europa Centro-Orientale.

Matteo Cazzulani

LA ROSNEFT INCREMENTA IL SUO PESO IN USA E UE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 11, 2013

Il monopolista statale russo del greggio ottiene il 30% del controllo di giacimenti negli Stati Uniti d’America in cambio dell’ammissione del colosso statunitense ExxonMobil allo sfruttamento del gas nell’Oceano Artico. Via libera dell’Unione Europea all’acquisizione della TNK-BP.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il colosso mondiale russo dell’energia sbarca ufficialmente nel Golfo del Messico. Nella giornata di mercoledì, 6 Marzo, il monopolista statale russo del greggio, Rosneft, ha acquisito il 30% delle azioni di 20 giacimenti ubicati sulle coste americane del Golfo del Messico controllati dal colosso statunitense ExxonMobil.

Come riportato dall’agenzia RIA Novosti, la transazione, avvenuta con la firma di un contratto a Houston tra il Capo di Rosneft, Igor Sechin, e quello della ExxonMobil, Stephen Grenlee, rappresenta l’attuazione del maxiaccordo siglato di recente tra i due colossi dell’energia per lo sfruttamento congiunto dei ricchi giacimenti di gas dell’Oceano Artico.

Oltre ai giacimenti nel Golfo del Messico e a quelli nell’Oceano Artico, l’accordo tra i due colossi dell’energia prevede anche l’acquisizione da parte di Rosneft di azioni in progetti della ExxonMobil in Alaska, America Latina ed Africa.

La Rosneft, ente controllato dal Cremlino e politicamente sostenuto dal Presidente russo, Vladimir Putin, è diventata la prima oil company al Mondo dopo l’acquisizione della compagnia TNK-BP.

Il 50% del terzo ente energetico per importanza della Russia sarà acquistato cash con un versamento di 28 miliardi di Dollari da parte della Rosneft direttamente nelle casse del consorzio AAR, controllato da oligarchi russi politicamente vicini al Premier, Dmitriy Medvedev.

La British Petroleum, che ha dovuto svendere la metà delle sue azioni nella TNK-BP per compensare i danni ambientali provocati dalla catastrofe nel Golfo del Messico nel 2010, riceverà un versamento di 17,1 miliardi di Dollari, il 12% delle azioni della Rosneft, e sarà obbligato ad acquistare dal Governo russo un ulteriore 5,6% del monopolista statale del greggio.

A dare il via libera all’operazione che ha reso la Rosneft la prima oil company al Mondo è stata anche l’Unione Europea, che nella giornata di venerdì, 8 Marzo, ha ritenuto non rischiosa per la concorrenza interna al mercato UE l’acquisizione della TNK-BP da parte del monopolista russo del greggio.

Sospeso resta invece il parere di Bruxelles sul fatto che la prima oil company al Mondo sia guidata dal Cremlino, in quanto la Commissione Europea si è limitata ad verificare se l’operazione ha costituito o meno la creazione di un monopolio.

Il precedente di Gazprom

Diversa è stata la posizione assunta dalla Commissione Europea nel Settembre 2012, quando Bruxelles ha aperto un’inchiesta ufficiale nei confronti del monopolista statale russo del gas, Gazprom, per condotta anti-concorrenziale nel mercato UE.

Nello specifico, Gazprom è stato accusato di avere discriminato per ragioni politiche i Paesi dell’UE Centro-Orientale con l’imposizione di tariffari per il gas nettamente più alti rispetto a quelli concessi alle principali compagnie dell’Europa Occidentale.

Posseduto anch’esso dal Cremlino, Gazprom controlla il 40% degli approvvigionamenti di gas dell’Unione Europea, e persegue nel Vecchio Continente una politica finalizzata ad impedire i piani di diversificazione delle forniture di energia, approntato dalla Commissione Europea per limitare la dipendenza dalla Russia.

Matteo Cazzulani

ENI-ROSNEFT: L’ACCORDO DI ROMA PONE IL CANE A SEI ZAMPE TRA PUTIN E MEDVEDEV

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 26, 2013

Il colosso energetico italiano rafforza la partnership con il monopolista russo del greggio sostenuto dal Presidente russo, e favorisce la sua ascesa nel mercato UE a spese del monopolista del gas Gazprom -sostenuto dal Premier della Federazione Russa. Le conseguenze sul piano geopolitico del rafforzamento degli enti controllati dal Cremlino in Europa 

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Non solo lo tsunami di Grillo, l’Italia e l’Europa stanno per essere inondate anche da un mare di greggio russo. Nella giornata di sabato, 23 Febbraio, il monopolista russo del greggio Rosneft, e il colosso energetico italiano ENI hanno firmato un accordo per lo sfruttamento di oro nero e la sua commercializzazione in Italia e nel Mondo.

L’accordo, firmato a Roma dal Capo di Rosneft, Igor Sechin, e dal Presidente di ENI Trading and Shipping, Marco Alvera, garantisce al colosso italiano la compartecipazione ad alcuni giacimenti di greggio controllati dal monopolista russo.

Come riportato all’agenzia Reuters dal Capo Esecutivo Alvera, l’accordo con la Rosneft mira a rafforzare la posizione di ENI nel trasporto mondiale del greggio. “Rosneft è il più grande produttore di greggio al mondo -ha dichiarato Alvera- e l’ENI è uno dei suoi maggiori acquirenti”

Dal punto di vista geopolitico, il rafforzamento della partnership con ENI rappresenta per Rosneft l’ennesima alleanza strategica per consolidare il monopolio dell’ente nazionale russo nel mercato mondiale dell’energia.

Di recente, Rosneft ha varato un maxiaccordo con il colosso USA ExxonMobil per l’avvio dello sfruttamento del ricco giacimento Shtokman, nell’Oceano Artico, ed ha coinvolto enti sudcoreani, giapponesi, il colosso norvegese Statoil e l’ENI nell’estrazione di carburante da altri serbatoi nell’estremo nord del pianeta.

La partnership con il monopolista statale russo non è stata avviata in maniera indolore da ENI, che per ottenere la cooperazione nello sfruttamento dei giacimenti dell’Oceano Artico, e in alcuni serbatoi nel Mar Nero, è stata costretta a cedere a Rosneft quote di partecipazione in progetti gestiti in toto dal Cane a Sei Zampe.

Con il rafforzamento della partnership con Rosneft, l’ENI mantiene una sorta di equilibrio tra il monopolista statale russo del greggio e quello del gas, Gazprom, che è sempre controllato dallo Stato, ed è partner di ENI nella costruzione del gasdotto Southstream e in altri progetti per l’estrazione di gas nel Mondo.

Tra i due monopolisti dell’energia statali russi è in atto una sorta di guerra intestina per l’ottenimento del primato delle esportazioni di carburante in Europa.

Gazprom, che mantiene saldamente l’egemonia del mercato del gas dell’Unione Europea, e che è sostenuta politicamente dall’entourage del Premier, Dmitriy Medvedev, è finita del mirino della Rosneft, che, sostenuta dal Presidente russo Vladimir Putin, dopo avere consolidato la sua posizione in Asia ha avviato un piano per incrementare la sua posizione in Europa.

Lo sfruttamento dei giacimenti dell’Oceano Artico, in cui è coinvolta l’ENI, rappresentano una chiave che permette a Rosneft di insidiare il monopolio di Gazprom in Europa: il gas proveniente dallo Shkotkman e dagli altri giacimenti della regione servono per aumentare la capienza e prolungare fino alla Gran Bretagna il Nordstream.

Questo gasdotto è stato costruito da Gazprom nel 2012 per veicolare dalla Russia direttamente alla Germania 55 miliardi di metri cubi di gas, isolare energicamente -e politicamente- i Paesi dell’UE Centro-Orientale, e incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dagli approvvigionamenti di Mosca -da cui l’UE dipende per il 40% del fabbisogno complessivo.


Il vero volto della politica energetica della Russia in Europa

Nonostante le apparenze, la concorrenza tra Rosneft e Gazprom mira a rappresentare due facce della medesima entità.

Rosneft e Gazprom sono due enti posseduti dal Cremlino animati dal comune scopo di impedire il varo di una politica comune dell’energia da parte dell’UE, e scongiurare la realizzazione dei piani di diversificazione delle forniture di gas progettata dalla Commissione Europea con l’aiuto degli Stati Uniti d’America.

Per diminuire l’importanza degli approvvigionamenti di gas da Russia e Algeria, Bruxelles ha progettato il Corridoio Meridionale: fascio di gasdotti concepito per veicolare direttamente in Europa oro blu proveniente da Azerbaijan e Turkmenistan.

Inoltre, la Commissione Europea ha incentivato la realizzazione di rigassificatori per l’importazione di gas liquefatto da Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America.

Proprio gli USA hanno proposto all’Unione Europea l’avvio delle esportazioni nel Vecchio Continente dello shale liquefatto: gas estratto da rocce porose poste a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking adoperate solo in Nordamerica.

Con l’avvio dello sfruttamento dello shale, gli USA hanno già consolidato la loro posizione nel mercato dell’energia asiatico, diventando leader delle esportazioni di LNG in Corea del Sud, India, Singapore ed Indonesia.

L’Amministrazione presidenziale democratica, in accordo con la minoranza parlamentare repubblicana, ha dato il via libera alle esportazioni dello shale liquefatto a prezzi competitivi anche in Europa, per aiutare l’UE ad emanciparsi dall’enorme dipendenza dalla Russia: potenza mondiale che, sopratutto in Europa, si avvale dell’energia per realizzare scopi di natura geopolitica.

Matteo Cazzulani

ROSNEFT-EXXONMOBIL: COSA C’E’ DIETRO L’ACCORDO TRA I DUE GIGANTI DELL’ENERGIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 16, 2013

Il monopolista del greggio russo ottiene il controllo del 25% del ricco giacimento Point Thomson, in Alaska, mentre il colosso statunitense riceve diritti di sfruttamento di serbatoi di oro blu nell’Oceano Artico. Il controllo del mercato dell’Asia dietro l’operazione 

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Un accordo imponente destinato a mutare gli equilibri nella politica mondiale del gas. Giovedì, 14 Febbraio, alla presenza del Presidente russo, Vladimir Putin, il Capo del monopolista russo del greggio Rosneft, Igor Sechin, e il Leader del colosso statunitense ExxonMobil, Stephen Greenlee, hanno siglato un accordo di cooperazione strategico di particolare rilevanza.

L’accordo tra i due giganti dell’energia prevede la cessione alla Rosneft del 25% del controllo del giacimento Point Thomson, situato in Alaska, da cui gli Stati Uniti d’America hanno progettato la realizzazione di una conduttura in grado di soddisfare il 7% del fabbisogno complessivo di energia degli USA.

Con il il controllo del serbatoio di gas in Alaska, la Rosneft consolida il suo status di prima oil company al Mondo, conquistato nel 2012 con l’acquisizione della terza compagnia energetica russa TNK-BP in seguito alla svendita delle azioni dell’ente da parte del colosso britannico British Petroleum -in cerca di risorse per riparare al Governo USA i danni ambientali provocati nel 2010 nel Golfo del Messico.

Oltre che per i russi, l’operazione porta vantaggi anche per la ExxonMobil, che ha ottenuto la compartecipazione, e il diritto di sfruttamento, in 7 giacimenti di gas nell’Oceano Artico.

Inoltre, l’accordo tra la Rosneft e la ExxonMobil prevede lo sviluppo di tecniche per l’esportazione di gas liquefatto nel mercato asiatico, dove la domanda di energia è in crescita costante.

Con l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti domestici di shale -gas ubicato in rocce porose a bassa profondità, estratto con sofisticate tecniche di fracking ad oggi utilizzate solo in Nordamerica- gli USA sono divenuti il principale esportatore di LNG in Asia, in particolare in India, Corea del Sud, Singapore e Indonesia.

L’esportazione di gas liquefatto congiunta con i russi sancita dall’accordo permette agli statunitensi di mantenere la posizione raggiunta nel mercato asiatico, e di disinnescare sul nascere la concorrenza della Russia, che da tempo sta considerando l’invio di gas in Asia.

Dal punto di vista russo, l’accordo comporta una frattura interna tra la Rosneft e l’altro ente monopolista controllato dallo Stato, Gazprom, a cui finora è spettato il monopolio delle esportazioni di gas dalla Russia, dirette sopratutto in Europa.

Con l’avvio dell’esportazione di LNG in Asia, la Rosneft ha la possibilità di insidiare il primato di Gazprom, e di sottrarre all’altro monopolista statale il primato nel settore del gas.

Una finta concorrenza

Il dissidio tra i due monopolisti dell’energia russi ha già avuto riflessi nella politica del Cremlino: il Presidente Putin ha in Sechin uno dei suoi fedelissimi, mentre il Premier Dmitriy Medvedev, nel corso del recente Forum Economico Mondiale di Davos, ha espresso il suo pieno sostegno a Gazprom.

Nonostante le sigle, è lecito evidenziare però come la guerra tra la Rosneft e Gazprom sia una liberalizzazione finta e mascherata.

Entrambe le compagnie, possedute e controllate dallo Stato, sono due enti apparentemente diversi, di cui Mosca si avvale per sfruttare il gas come mezzo con cui realizzare scopi geopolitici, come il rafforzamento della Russia nello spazio post-sovietico e il mantenimento dell’egemonia energetica sull’Europa per impedire la costituzione di un’UE forte e davvero unita.

Matteo Cazzulani

GAS: LA POLONIA VERSO UNA DEREGULATION ENERGETICA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 22, 2013

Il Ministro dell’Ambiente polacco, Marcin Korolec, elimina vincoli e regole di carattere ambientale per semplificare l’afflusso di investitori nel mercato dell’energia polacco. Il gas non-convenzionale per l’indipendenza dalla Russia il vero obiettivo di Varsavia

Il Primo Ministro polacco, Donald Tusk

Il Primo Ministro polacco, Donald Tusk

Una semplificazione delle regole per consentire al Paese la sicurezza energetica. Nella giornata di lunedì, 21 Gennaio, il Ministro dell’Ambiente polacco, Marcin Korolec, ha dichiarato il termine della stesura di un decreto che permette la liberalizzazione della tassazione e dei requisiti ambientali nel settore dell’energia e degli idrocarburi.

Intervenuto in un convegno, il Ministro Korolec ha dichiarato che il provvedimento interessa il 40% del settore dell’energia, ed ha lo scopo di rendere il mercato polacco più semplice per poter attrarre un alto numero di investimenti esteri.

La manovra preannunciata dal Governo polacco è stata motivata dalla protesta degli operatori del settore industriale, che hanno lamentato un’eccessiva presenza di regole e vincoli nel settore energetico, sopratutto per quanto riguarda i parametri ambientali.

Nell’Ottobre 2012, Varsavia ha approntato un regolamento per il settore energetico che prevede una tassazione del 5% sull’estrazione di gas, del 10% sullo sfruttamento del greggio, e del 20-25% sulla sua raffinazione.

La deregulation del Governo polacco è voluta sopratutto per sostenere l’afflusso di investitori esteri nel settore della ricerca e dello sfruttamento del gas shale: carburante ubicato in rocce porose a bassa profondità estraibile mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi operate in sicurezza solo in Nordamerica.

Secondo i più autorevoli studi, la Polonia conterrebbe la più grande riserva di shale in Europa. Per questa ragione, Varsavia ha concesso fin da subito diritti di sfruttamento dei propri serbatoi ad enti polacchi e statunitensi, tra i quali il colosso PGNiG, le compagnie Tauron e Orlen, e il colosso USA Chevron.

La Polonia vede nello sfruttamento dello shale la possibilità di diminuire la dipendenza dalle forniture di gas naturale dalla Russia, che ad oggi coprono il 90% del fabbisogno energetico nazionale di Varsavia.

La guerra degli oligarchi russi e le ripercussioni per la sicurezza energetica di Varsavia

Oltre che nel settore del gas, la dipendenza del mercato polacco dalle importazioni russe è anche molto forte per quanto riguarda il greggio.

Sempre lunedì, 21 Gennaio, la compagnia polacca Orlen è rimasta priva dei rifornimenti di greggio dall’oleodotto Druzhba, che collega la Russia alla Polonia.

Come riportato dalla Reuters, la compagnia russa Souz Petrolium – con cui la Orlen ha firmato un contratto per le forniture di greggio attraverso il Druzhba – è stata privata del diritto di rifornimento del greggio verso la Polonia dalla compagnia Transneft: ente posseduto dal Cremlino che controlla gli oleodotti nel territorio della Russia.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, la Polonia risente delle conseguenze della guerra intestina ai clan degli oligarchi russi per il controllo del settore energetico.

La Souz Petrolium è infatti controllata da una personalità vicina al Vicepremier russo, Arkadiy Dworkovich. Egli è il principale avversario di Igor Sechin: Capo della compagnia statale Rosneft e braccio destro per le questioni energetiche del Presidente della Russia, Vladimir Putin.

Con la recente acquisizione della totalità delle azioni della terza compagnia energetica russa, la TNK-BP, da oligarchi vicini al Premier Dmitriy Medvedev – gruppo di interessi a cui appartiene anche la Souz Petrolium – la Rosneft è divenuta la prima oil company del pianeta, ed ha lanciato un’offensiva per rilevare i contratti dello schieramento energetico avversario.

Come riportato sempre dalla Reuters, la Polonia rappresenta un obiettivo interessante per la Rosneft, che già all’inizio del 2013 ha manifestato interesse nei confronti della rilevazione dei contratti per le forniture di greggio alla Polonia.

Matteo Cazzulani

La Rosneft diventa primo colosso del greggio al Mondo

Posted in Russia by matteocazzulani on October 23, 2012

Con l’acquisto del 50% delle azioni del terzo ente energetico russo TNK-BP dalla British Petroleum, il monopolista statale russo si impone su scala nazionale e mondiale. In cambio, il colosso britannico rafforza il legame con il Cremlino ed il Presidente Putin.

Un terremoto nella politica energetica destinato a cambiare gli assetti in Russia e nel Mondo. Nella giornata di lunedì, 22 Ottobre, il monopolista statale del greggio russo Rosneft ha rilevato dal colosso britannico British Petroleum il 50% delle azioni del terzo ente in Russia nel settore TNK-BP.

Come riportato dall’autorevole Platts, grazie all’operazione la Rosneft e diventata la prima oil company al Mondo. Oltre all’acquisto del 50% dalla British Petroleum, il monopolista statale russo del greggio ha dichiarato l’intenzione di rilevare un ulteriore 28% della TNK-BP dal consorzio Alfa-Access-Renova.

La AAR – acronimo di Alfa-Access-Renova – e un gruppo di oligarchi russi che, finora, ha controllato in collaborazione con i britannici la terza compagnia in Russia nel settore del greggio.

Notevoli sono i risultati ottenuti dalla British Petroleum, che in cambio della vendita delle azioni nella TNK-BP ha acquisito un 20% delle azioni della Rosneft, e si e impegnata ad acquistare un altro 6% del monopolista russo grazie ad un prestito erogato da un’altra compagnia statale russa, la Rosneftegaz.

Come riportato dall’autorevole Guardian, l’operazione che ha portato la Rosneft a diventare la prima compagnia al mondo nel settore del greggio e una vittoria del tandem costituito dal Presidente della Russia, Vladimir Putin, e dall’Amministratore Delegsto della Rosneft, Igor Sechin.

Il sodalizio tra il Presidente della Federazione Russa e l’AD di Rosneft sancisce la sconfitta del Governo di Dmitriy Medvedev: Primo Ministro da sempre contrario all’operazione perché politicamente vicino agli oligarchi del consorzio AAR.

Dal punto di vista britannico, la British Petroleum ha rafforzato la sua partnership con la Rosneft, ed ha ottenuto anche la nomina di alcuni suoi rappresentanti nel Consiglio Di Amministrazione del monopolista controllato dal Cremlino.

Inoltre, la svendita delle azioni nella compagnia TNK-BP consente al colosso britannico di svincolare somme di danaro preziose per ripianare i danni agli Stati Uniti d’America dopo il disastro ambientale nel Golfo del Messico del mese di Aprile del 2010.

La Gran Bretagna vicina al NordStream

Oltre che sul piano del greggio, l’alleanza tra Russia e Gran Bretagna sul piano energetico riguarda anche il settore del gas. Come dichiarato al portale Lombardi Nel Mondo dal Leader nel Parlamento Europeo dei Conservatori britannici, Martin Callanan, i Tory – la forza di governo a Londra – sono favorevoli al coinvolgimento del Regno Unito nel progetto NordStream.

Questo gasdotto e stato costruito grazie ad un patto bilaterale tra la Russia e la Germania per permettere al monopolista russo del gas Gazprom – controllato per più del 50% dal Cremlino – di rifornire direttamente di oro blu il mercato tedesco attraverso il fondale del Mar Baltico, isolando Paesi UE politicamente invisi al Cremlino, come Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia.

Intervenuto alla presentazione a Milano del gruppo dei Conservatori e Riformatori dell’Europarlamento, organizzata dalla Parlamentare Europea Crisitana Muscardini, Callanan ha sottolineato come il prolungamento all’Inghilterra del NordStream consenta alla Gran Bretagna di diversificare le forniture di gas nazionali, finora legate a fonti di approvvigionamento locali, norvegesi ed olandesi.

Nel contempo, il Leader dei Tory al Parlamento Europeo ha riconosciuto come il NordStream non risolva il problema della diversificazione delle forniture di gas nei confronti dell’Unione Europea, che, diversamente dalla Gran Bretagna, e legata per più del 40% del suo fabbisogno complessivo dalle importazioni di oro blu dalla Russia.

Per questa ragione, Callanan ha anche dichiarato sostegno alla politica avviata dalla Commissione Europea – contrastato dal Cremlino – per importare direttamente in Europa gas proveniente dall’Azerbaijan tramite la costruzione del Corridoio Meridionale.

Questo fascio di gasdotti e composto dal Nabucco e dal Gasdotto TransAdriatico – TAP: due progetti alternativi, sostenuti politicamente dai Paesi in cui e previsto il loro transito – Austria, Turchia, Bulgaria, Ungheria, Romania per il Nabucco, Italia, Grecia ed Albania per la TAP.

Dinnanzi ai due gasdotti del Corridoio Meridionale, Callanan ha dichiarato la neutralità dei conservatori britannici, e ha espresso la convinzione in merito alla necessita di realizzare entrambe le infrastrutture.

Matteo Cazzulani

LA BRITISH PETROLEUM HA PROBLEMI IN RUSSIA

Posted in Russia by matteocazzulani on September 27, 2012

Il colosso britannico impossibilitato a vendere le proprie azioni alla compagnia russa Rosneft – controllata dal Cremlino – per via di una maxi-offerta miliardaria di oligarchi russi. A rischio la luna di miele tra la BP e il Presidente, Vladimir Putin. 

Il Presidente russo, Vladimir Putin

La necessità di riparare i danni causati nel Golfo del Messico e la difficoltà di svincolare – a caro prezzo – le azioni in Russia sono i due elementi che stanno tenendo in scacco il colosso energetico britannico. In seguito alla fuoriuscita di greggio al largo delle coste statunitensi dell’Aprile 2010, e ai continui litigi con gli oligarchi russi, la compagnia British Petroleum ha deciso di dismettere le sue azioni nel consorzio TNK-BP: terzo ente energetico per importanza in Russia, compartecipato al 50% dalla compagnia britannica, e dal restante 50% dalla russa Alfa Access Renova – AAR.

Nella giornata di Domenica, 23 Dicembre, il Capo della compagnia statale Rosneft, Igor Sechin, ha dichiarato di avere raggiunto l’accordo per l’acquisto della metà delle azioni TNK-BP possedute dal colosso britannico.

Nell’ambito dell’operazione, che avrebbe fruttato alle casse della BP circa 15 Miliardi di Dollari, la British Petroleum si sarebbe impegnata nell’acquisto dal Cremlino di un pacchetto minoritario delle azioni della Rosneft.

L’accordo tra la British Petroleum e la Rosneft è stato sostenuto dal Presidente russo, Vladimir Putin – di cui Sechin è stretto collaboratore – in quanto consente alla compagnia energetica della Federazione Russa, e al Cremlino, consistenti vantaggi. Da un lato, l’acquisto del 10% delle sue azioni da parte dei britannici permetterebbe di realizzare il piano del Cremlino varato per dismettere una parte delle azioni possedute nella Rosneft.

Dall’altro, come riportato dal Sunday Times, il patto di ferro tra Rosneft e British Petroleum potrebbe portare ad uno scambio di azioni tra i due enti, con l’ingresso nel Consiglio Di Amministrazione della BP di un esponente della compagnia russa: un precedente nella storia del colosso di Londra, che in 104 anni ha mantenuto la sua indipendenza.

Ad ostacolare l’operazione tra Rosneft e British Petroleum è stata tuttavia una maxi-offerta di circa 20 Miliardi di Dollari per l’acquisto del 50% della TNK-BP avanzata da azionisti della compagnia AAR.

Come riportato dalla Reuters, la AAR possiede il diritto di prelazione nell’acquisto delle azioni della British Petroleum nel consorzio TNK-BP. Se sarà confermata l’offerta miliardaria degli azionisti russi – che hanno già dichiarato di avere avviato consultazioni con alcune banche – il piano tra il Cremlino e Londra andrebbe dunque in fumo.

La questione della dismissione delle azioni britanniche della TNK-BP non è il primo caso di matrimonio non riuscito tra la British Petroleum e la Rosneft. Nel 2011, il progetto di scambio delle azioni tra i due enti per lo sfruttamento dei giacimenti di greggio nell’Oceano Artico – appoggiato da Vladimir Putin, allora Primo Ministro – è stato fermato sempre dall’opposizione degli azionisti della AAR.

Dal punto di vista britannico, l’accordo con Rosneft è considerato strategico, in quanto consente alla British Petroleum di mantenere un rapporto preferenziale con il Cremlino, spendibile per l’ottenimento di concessioni per lo sfruttamento di giacimenti di greggio sparsi per il mondo controllati da compagnie russe.

Inoltre, la dismissione delle azioni nella TNK-BP permette alla British Petroleum di incassare denaro utile per onorare la riparazioni promesse alla Comunità Internazionale in seguito alla catastrofe ambientale provocata nel Golfo del Messico dell’Aprile 2010.

Un probabile contrasto politico dietro alla questione della TNK-BP

 

Dalla prospettiva russa, la questione sembrerebbe testimoniare un contrasto interno tra l’establishment del Cremlino e quello degli oligarchi che, secondo quanto riportato da Gazeta Wyborcza, sarebbero legati all’entourage del Premier, Dmitriy Medvedev.

Di recente, si sono moltiplicate voci su un possibile sollevamento di Medvedev dalla guida del Governo, e – sempre secondo Gazeta Wyborcza – la questione legata alla TNK-BP potrebbe rispecchiare sul piano economico una frizione politica nel rapporto tra i due Leader che hanno governato la Russia nell’ultimo decennio.

Matteo Cazzulani

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 19, 2011

Mosca dichiara la rinuncia al Gasdotto Meridionale, e si concentra sull’acquisizione del mercato energetico di Kyiv

 

Il tragitto di Nabucco e Southstream

Un bluff per alcuni. Una sconfitta dei russi, per altri. Per altri ancora, una pedina da sacrificare, per l’ennesimo scacco matto nello scacchiere energetico euroasiatico. Fa discutere, e non poco, la dichiarazione del Vice-Premier russo, Igor Sechin, in merito alla possibile rinuncia di Mosca al Southstream.

 

La decisione è stata presa al termine delle trattative con il Presidente turco, Tayipp Erdogan, conclusesi con il diniego, da parte di Ankara, al transito dell’infrastruttura per le acque territoriali anatoliche.

Esulta Christian Dolesan, Rappresentante del concorrente Nabucco, che ha ribadito la natura non antirussa del suo progetto. Il quale, ora, ha via libera nel Mediterraneo.

Noto anche come Gasdotto ortodosso, il Southstream è stato progettato dal monopolista russo, Gazprom, e dal colosso italiano ENI — e finanziato dalla tedesca RWE, dalla francese Suez-Gaz de France, e dalle compagnie statali serba, macedone, greca, bulgara, ed austriaca — per rifornire il Vecchio Continente di oro blu. Aggirando Paesi invisi a Mosca, come Romania, Moldova, ed Ucraina.

Il Nabucco è una risposta dell’Unione Europea, supportata dal consorzio AGRI — Azerbajdzhan, Georgia, Ungheria, e Romania — per veicolare oro blu centro asiatico, senza transitare per la Federazione Russa.

A contrastare la contentezza di Dolesan, l’autorevole East European Gas Analysis, secondo cui il tutto sarebbe nato da un bluff della Turchia, per ottenere maggiori vantaggi dall’accordo di Mosca.

Ad esso, il Cremlino avrebbe risposto con un ulteriore mossa tattica, paventando la rinuncia al Southstream, compensato dal rilevamento dei gasdotti ucraini.

Ed è proprio l’Ucraina a cantare vittoria. Secondo il Vice-Primo Ministro, Andrij Kljujev, è grazie alla pressione diplomatica di Kyiv che Mosca ha abbandonato l’infrastruttura sotomarina, rendendosi conto della maggiore convenienza, per esportare gas in Europa, della via terrestre,

Secondo il politico ucraino, Mosca sarebbe consapevole dell’inefficiacia dei gasdotti su fondali marini, come dimostrato dal farraginoso funzionamento del Bluestream — tra Russia e Turchia.

Inoltre, Kljujev ha ribadito la volontà dell’Ucraina di presentarsi come partner affidabile dei russi, anche per le questioni energetiche, invitando l’afflusso di investimenti da Mosca per la modernizzazione del sistema infrastrutturale energetico.

L’Ucraina nel mirino della Russia

Secondo altri esperti, proprio l’Ucraina sarebbe la pedina che la Russia potrebbe mangiare, dopo aver sacrificato il Gasdotto Meridionale.

Il restauro delle condutture di Kyiv passa attraverso la fusione tra Gazprom ed il colosso statale ucraino, Naftohaz, in un unico suprmonopolista. Il quale, posseduto solo al 6% da Kyiv, opererebbe nel mercato ucraino senza concorrenti.

A conferma di tale scelta, la decisione del colosso della Nafta Lukojl di trasferire la Sede madre per l’Europa Centro-Orientale dalla Bielorussia all’Ucraina.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: LA TURCHIA DICE NO AL SOUTHSTREAM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 17, 2011

Diniego turco al Gasdotto Ortodosso di Gazprom ed ENI. Mosca punta su infrastrutture ucraine e giacimenti di nafta nel cuore dell’Europa

I percorsi di Nabucco e Southstream

La Turchia compie la sua scelta di campo energetica. Nela giornata di mercoledì, 16 Marzo, Ankara ha negato a Mosca la sigla dell’accordo per il transito del Southstream in acque territoriali turche.

A rendere nota la decisione, il Vice-Premier russo, Igor Sechin, che ha spiegato come le motivazioni ufficiali alla base del rifiuto della controparte siano legate al ritando con cui sono state presentate le dovute documentazioni.

“Siamo pronti a fornirle sin dall’immediato — ha dichiarato Sechin all’autorevole Reuters — e continueremo a colaborare con i nostri partner anatolici”.

Finora, la Turchia ha mantenuto un piede in due scarpe. Oltre al Gasdotto Ortodosso, progettato dal Monopolista russo, Gazprom, dall’italiana ENI, dalla tedesca RWE, e dalla francese Suez-Gaz de France — e compartecipato dalle compagnie statali di Macedonia, Grecia, Serbia, ed Austria — per trasportare gas in Europa Occidentale, bypassando Moldova, Ucraina, e Romania — Ankara è tra i partner del Nabucco, conduttura appoggiata da UE e consorzio AGRI — Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria — per diminuire la dipendenza del Vecchio Continente dall’oro blu della Russia.

Alla presa dell’Europa

Nel frattempo, la Russia ha già approntato le contromisure, e stetto la morsa su Ucraina e Paesi UE. Scopo primario, il possesso del sistema infrastrutturale energetico di Kyiv.

Secondo quanto riportato dall’autorevole Journal of Energy Security, l’operazione è vicina dall’essere realizzata. Gazprom starebbe accellerando per la fusione con il colosso statale ucraino, Naftohaz, in un supermonopolista, a guida russa, a cui spetterebbe la ristrutturazione, e gestione, dei gasdotti della Patria di Shevchenko — Taras, il Poeta Nazionale.

Unico mezzo per contrastare tale piano, finanziamenti europei per modernizzare i tubi ucraini. Una soluzione poco probabile, dinnanzi ad un’UE in crisi finanziaria, e troppo timorosa nei confronti della Russia.

Oltre ad Ucraina, e gas, anche il cuore dell’Europa, e la nafta, sono al centro della politica energetica del Cremlino. Come riportato da Chechposition, Gazprom starebbe per rilevare il 32,445% della Ceska Rafineria, responsabile dell’estrazione di petrolio in Repubblica Ceca.

A cedere tale quota, l’ENI, che ha comunicato già la cessione della propria fetta ai russi ai partner Shell ed Unipetrol.

 

Matteo Cazzulani