LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: UNA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO RIAPRE LA CONTESA SUL MAR CASPIO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 29, 2011

La condanna all’occupazione russia in Georgia dell’emiciclo di Strasburgo sostenuta dall’Azerbajzhan per rafforzare la propria posizione nel conflitto energetico con la Russia per il controllo delle risorse e dei gasdotti centro asiatici. L’opposizione di Mosca all’asse azero-turkmeno-georgiano per la garanzia delle forniture all’Europa resa ancora più aspra dalla perdita del mercato cinese

L'europarlamentare polacco, Krzysztof Lisek

Spesso anche provvedimenti tardivi possono dare risultati concreti. Lo scorso 17 Novembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna dell’occupazione russa di Abkhazija ed Ossezia del Nord: regioni georgiane strappate da Mosca per mezzo della guerra-lampo dell’Agosto 2008, con cui l’esercito del Cremlino ha infranto la sovranità territoriale di Tbilisi, e riconosciuto univocamente l’indipendenza delle due provincie di frontiera.

Il testo, redatto dal Parlamentare polacco del Partito Popolare Europeo, Krzystof Lisek, e votato a larga maggioranza dall’emiciclo di Strasburgo, ha riconosciuto ad Abkhazija ed Ossezia del Sud lo status di territori occupati, dai quali L’Unione Europea ha chiesto ufficialmente il ritiro dei soldati russi. Una delle clausole fondamentali degli accordi di pace negoziati, a conclusione del conflitto, dal Presidente della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev, e dal suo collega francese, Nicolas Sarkozy – allora presidente di turno dell’UE – ad oggi non ancora rispettate da Mosca: costantemente sul territorio con propri contingenti armati.

Quella di Lisek sarebbe potuta essere l’ennesima dichiarazione a vuoto di un Europarlamento spesso impossibilitato ad agire in maniera incisiva, tuttavia ha ottenuto il sostegno – tanto forte quanto inaspettato – del Ministro degli Esteri dell’Azerbajdzhan, Elmar Mammadiarov, che ha espresso deciso supporto all’integrità territoriale della Georgia. Una mossa motivata da molteplici fattori.

In primis, dalla tradizionale amicizia che lega Baku a Tbilisi, la quale, a sua volta, non ha mai nascosto di sostenere la parte azera nella contesa con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. In linea con le tendenze dell’area, alla motivazione politica si è sommata quella energetica: sia Azerbajdzhan che Georgia sono unite da un comune progetto di trasporto di gas e nafta all’Unione Europea per aggirare il territorio della Russia, da cui Bruxelles vuole rendersi il meno dipendente possibile, attingendo oro blu e nero da Stati in cerca di nuovi mercati ove collocare le proprie risorse naturali.

Basi militari e forniture all’estremo oriente

Una questione tanto scottante da aver alzato decisamente la temperatura anche sul piano militare: Baku ha rigettato la richiesta da parte russa di sconto sull’affitto della stazione radar di Gabali, proponendo, altresì, un rincaro del canone corrisposto dal Cremlino per un’installazione extra-territoriale di importanza strategica, mantenuta dal crollo dell’URSS per mezzo di complicati trattati speciali, simili a quelli con cui Mosca riesce tutt’oggi a mantenere basi, arsenali, e Flotte in altri Paesi ex-sovietici.

Inoltre, Russia ed Azerbajdzhan – a cui si sono aggiunti Turkmenistan, Iran, e Kazakhstan – hanno riaperto il contenzioso sulla gestione del Mar Caspio: bacino ricco di giacimenti naturali, e sede di progetti infrastrutturali da cui dipende anche il futuro dell’Europa. Appoggiata da Teheran ed Astana, Mosca ha preteso la creazione di un organismo collegiale dei cinque Paesi in cui decidere ogni questione legata al territorio, mentre Baku ed Ashgabat hanno proposto una divisione del bacino in acque territoriali, in cui ciascuna delle parti è indipendente e sovrana.

 

Sullo sfondo della contesa – tutt’ora in stallo – c’è la costruzione del Gasdotto Transcaspico proprio tra Azerbajdzhan e Turkmenistan: un’iniziativa destinata a confluire nel sistema infrastrutturale energetico europeo, che la Russia vuole boicottare a tutti i costi per mantenere l’UE dipendente dalle sue forniture, e, di conseguenza, politicamente soggetta al Cremlino.

Una necessità resa ancor più forte dopo che Mosca ha perso l’ambito controllo del mercato della Cina. Lo scorso 23 Novembre, Pechino ha rinunciato ai servizi del monopolista russo, Gazprom, e deciso di soddisfare il 60% del proprio fabbisogno proprio dal Turkmenistan, con cui sono stati firmati contratti per l’importazione di 65 Miliardi di metri cubi di gas,e l’ampliamento del gasdotto Cina-Asia Centrale, necessario per il suo trasporto.

Matteo Cazzulani

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COMPLEANNO DI JULIJA TYMOSHENKO: UN’OPPORTUNITA PER RIFLETTERE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 27, 2011

La Leader dell’Opposizione ucraina compie 51 anni. Tanti interrogativi su cui, in un’occasione come questa, l’Occidente dovrebbe meditare

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

Niente torta e candeline per Julija Tymoshenko, ma tanto su cui pensare per l’Europa intera. Nella giornata di Domenica, 27 Novembre, la Leader dell’Opposizione ucraina dovrebbe festeggiare il suo 51esimo compleanno: il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui, rinchiusa in una cella del carcere di massima sicurezza Luk’janivs’kyj, difficilmente riceverà visite in una fredda Domenica di autunno inoltrato, né, facile scommettere, i suoi carcerieri saranno così gentili da portarle pasticcini e spumante.

Una situazione davvero seria, in cui l’ex-Primo Ministro è finita ancor prima che una sentenza la condannasse a 7 anni di reclusione per gestione fraudolenta del bilancio statale ed abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. Accuse montate ad hoc, senza adeguata documentazione a supporto, che le sono state addossate durante un processo farsa, con la difesa sistematicamente privata di ogni diritto, tra cui quello di convocare propri testimoni.

Ma c’è di più. Secondo le ultime rilevazioni – confermate da diverse, autorevoli fonti – Julija Tymoshenko sarebbe addirittura paralizzata a letto, colpita da un forte mal di schiena che le impedisce la libera deambulazione per i corridoi del carcere: sopratutto quando è costretta a prendere parte agli interrogatori giornalieri, a cui è sottoposta dagli agenti della Procura Generale.

Sì perché a carico della Leader dell’Opposizione sono state sollevate altre accuse, che, presto, la trascineranno di nuovo davanti ad un giudice – magari fresco di promozione da una corte di periferia, come il caso del PM Rodion Kirejev, firmatario del suo arresto – per altri processi: la Tymoshenko è accusata di gestione impropria dei fondi per il Protocollo di Kyoto alle uscite sociali, acquisto irregolare di vaccini ed ambulanze, accollo sul bilancio statale dei debiti del colosso energetico JEESU – da lei diretto prima della discesa in campo nel 1998 – e partecipazione all’omicidio di Jevhen Shcherban, imprenditore del gas ucciso da uomini in uniforme di polizia a Donec’k, nel 1996.

I capi di imputazione sono tanto numerosi quanto risalenti ad un periodo torbido della storia di Julija Tymoshenko, che sostenere la totale pulizia dell’ex-Primo Ministro sarebbe follia allo stato puro: sopratutto in un Paese in cui individuare un politico onesto è come pretendere l’acquisto di un etto di pesce spada dal macellaio.

Tuttavia, restano una serie di riflessioni che ogni cittadino del mondo libero occidentale avrebbe l’imperativo categorico di porsi: si ha il diritto di trattare in codesta maniera anche il peggiore dei colpevoli della terra? E’ giustizia incarcerare un sospettato ancor prima dell’emissione di un verdetto e dell’eventuale ricorso in appello – che gli avvocati dell’ex-primo Ministro hanno presentato – ? E’ democrazia “processare” il Leader dell’Opposizione con il preciso intento di condannarlo alla galera per escluderlo dai giochi di potere? E’ misericordia umana negare anche al più barbaro degli assassini l’assistenza medica, persino dinnanzi al peggiorare delle condizioni di salute?

E’ con questi interrogativi, di respiro universale, che sarebbe opportuno ricordare il compleanno di Julija Tymoshenko. Con la speranza che a riflettervi sia anche chi, sistematicamente, ignora la gravità della situazione, preferendo lo sconto sul gas russo, la comodità della dolce vita nostrana – magari su un barcone, con ai piedi scarpe da un milione delle vecchie lire – e gli slogan pacifisti senza se e senza ma, che – nei pochi casi di conoscenza dei fatti di Ucraina – bollano la Tymoshenko come colpevole a priori solo perché “troppo simile all’ex-Premier italiano, Silvio Berlusconi”.

Avanti con i negoziati

Il tutto, senza dimenticarci che l’affare Tymoshenko ci riguarda molto da vicino. A causa di questa persecuzione politica è sempre più in forse la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un documento storico, con cui Bruxelles riconoscerebbe lo status di partner privilegiato – oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera – a Kyiv, e ne eviterebbe lo slittamento nell’orbita di una Russia dalle rinate velleità imperiali, che, proprio nell’annessione dell’Ucraina alla neocostituita Unione Eurasiatica – copia post-sovietica dell’Unione Europea, concepita e finanziata da Mosca – vede il primo passo per annichilire il Vecchio Continente, e ritornare la superpotenza dei tempi della Guerra Fredda.

Per questa ragione è opportuno che i negoziati procedano comunque, anche con un Presidente dal vizietto autoritario come Viktor Janukovych: una scelta non facile, ma necessaria per l’Europa di domani, tanto quanto il salvataggio della zona Euro. Una volta iniziato a godere dei privilegi della partnership speciale con l’UE, le autorità di Kyiv saranno giocoforza costrette al rispetto dei principi di libertà e democrazia: fondamento di quella cultura occidentale a cui il popolo ucraino appartiene.

Sembra paradossale, ma, in fondo, estremamente coerente con gli interessi comuni europei: la trattativa per educare il barone di Donec’k è un passo necessario per evitare di diventare sempre più sudditi di uno zar del gas, da cui il Vecchio Continente, grazie alle politiche energetiche filo-russe del tandem Merkel-Sarkozy, già dipende fortemente.

Matteo Cazzulani

NASCE L’UNIONE EURASIATICA. L’EUROPA SEMPRE PIU IN PERICOLO

Posted in Russia by matteocazzulani on November 21, 2011

Russia, Bielorussia, e Kazakhstan danno il via alla Comunità Economica Eurasiatica: primo passo di un percorso che, improntato in toto a quello svolto dal Vecchio Continente, punta al varo dell’Unione politica tra i Paesi dell’ex-URSS. La minaccia per l’Europa di un progetto che potrebbe escluderla dalla leadership mondiale

Il presidente russo, Dmitrij Medvedev

Prima ti copio, poi ti distruggo. Questa la filosofia dell’Unione Eurasiatica, progetto di integrazione sovranazionale tra Russia, Bielorussia, e Kazakhstan presentato venerdì, 17 Novembre, dai presidenti dei tre Paesi, Dmitrij Medvedev, Aljaksandar Lukashenka, e Nursultan Nazarbaev.

Un percorso ambizioso, voluto, diretto e pilotato da Mosca, che agli orecchi degli europei suona come una storia già nota: i tre Capi di Stato hanno firmato un protocollo per la creazione di una Comunità Economica Eurasiatica, a cui spetterà il compito di redigere la Dichiarazione per l’Integrazione Euroasiatica, su cui fondare la vera e propria Unione entro il 2015.

Un piano che ricalca in tutto e per tutto quello dell’Unione Europea, a cui il progetto di integrazione vuole assomigliare non solo nella sigla – UE, Jevrazijskij Sojuz in russo: tale quale Jevropejskij Sojuz – ma anche nelle istituzioni. Dal Gennaio 2012, una Commissione Eurasiatica, composta dai Vicepremier dei Paesi membri, si occuperà della messa a punto delle competenze che gli Stati dovranno cedere all’Unione, e sarà affiancata dal Collegio Eurasiatico: organo esecutivo, competente in materia di bilancio e sussidi ad agricoltura ed industria.

Secondo il Protocollo, scopo della Comunità è quello di abbattere tariffe e barriere doganali tra Russia, Bielorussia, e Kazakhstan in vista dell’integrazione politica a cui hanno diritto d’accesso tutti i Paesi appartenenti, un tempo nemmeno troppo lontano, all’Unione Sovietica. Dunque, davvero difficile non vedere un’imitazione dei processi che, nel Secondo Dopoguerra, hanno portato alla creazione di un’Unione Europea, retta oggi da Consiglio e Commissione, a cui hanno diritto d’accesso tutti i Paesi europei.

“Siamo molto meglio dell’Unione Europea, in quanto russi, bielorussi e kazaki si conoscono già – ha dichiarato Medvedev – hanno simili economie, e comune appartenenza all’Unione Sovietica. L’Europa, al contrario, ha integrato economie diverse tra loro, facendo ricadere il prezzo dei nuovi ingressi su una moneta unica oggi in forte crisi – ha continuato – noi, invece, non compreremo a scatola chiusa – ha continuato – ed il nostro progetto sarà migliore di quello del Vecchio Continente, a cui però non nascondiamo di esserci ispirati”.

Tuttavia, nelle parole del Capo di Stato russo ci sono alcune inesattezze. In primis, quella eurasiatica non è una fotocopia della CEE, dal momento in cui nessun Paese della Comunità Economica Europea ha imposto agli altri il proprio Codice Doganale e mantenuto il totale controllo delle finanze comuni, come, invece, fatto finora dalla Russia. In secondo luogo, il progetto europeo ha rappresentato un superamento della storia, con l’ingresso nella Comunità Occidentale di Paesi travagliati da mezzo secolo di dominio comunista – e, ancor prima, secoli di dominio zarista – dalla cui pianificazione economica hanno saputo evolvere in tempi record, abbracciando il libero mercato, seppur non senza evidenti difficoltà.

Al contrario, L’Unione Eurasiatica è un tentativo di ripristinare un passato nefasto per l’Europa, con il dichiarato scopo di eliminare dalla scena internazionale un’UE – Unione Europea, si intende – giudicata il primo concorrente da annichilire per riottenere lo status di superpotenza mondiale, e permettere all’orso russo di competere con le tigri asiatiche ed i puma brasiliani in Mondo sempre più globalizzato, dove anche l’aquilotto USA è costipato, intontito dalla politica di corto respiro di Barack Obama – che sul piano estero ha portato la più grande democrazia del pianeta alla ricerca della trattativa con i peggiori dittatori della terra, con conseguente riarmo nucleare di Iran e Corea del Nord e, per l’appunto, ritorno sulla scena mondiale di una Russia imperiale.

Nel frattempo, i tentativi di ricostituzione dell’Unione Sovietica procedono a ritmi forzati. Appena eletto, il Presidente della Commissione Economica Eurasiatica, il russo Viktor Khristenko, ha dichiarato che il primo obiettivo del suo mandato è l’allargamento a Kyrgyzstan e Tadzikistan – con cui, forse non a caso, la Russia ha innalzato la tensione con l’imposizione di un embargo e l’espulsione di cittadini tadziki – con uno sguardo sempre fisso ad Ucraina e Moldova: Paesi dell’Europa Orientale, che l’Unione Europea fatica ad integrare con la concessione dello status di partner privilegiato oggi goduto da Islanda, Svizzera, e Norvegia. L’ingresso di Kyiv e Chisinau significherebbe il trionfo dell’Eurasia e, con essa, la morte dell’Europa che, con la sua parte orientale, perderebbe ogni speranza di tornare leader dell’economia mondiale e, forse, persino di esistere.

L’Europa apre alla Georgia

Peccato che a capirlo siano in pochi. Non il tandem dei sorrisi meschini Merkel-Sarkozy, che, anzi, continuano a supportare la politica energetica del divide et impera, con cui Mosca sta distruggendo l’Europa. Bensì la Polonia che, memore di cosa sia stata davvero l’URSS, ha varato un programma di governo di tagli ed austerità in cui, non a caso, le uniche voci a risentire di un incremento sono state difesa ed integrazione europea. Inoltre, Varsavia è attiva più di tutti per convincere Bruxelles alla firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina, malgrado l’evidente deficit di democrazia sulle rive del Dnipro dopo arresti e processi a carico di oppositori politici e giornalisti indipendenti.

Sulla medesima linea anche il Parlamento Europeo che, dopo avere invitato la Commissione alla ratifica dell’accordo con Kyiv, ha approvato una simile risoluzione anche per quanto riguarda la Georgia: Stato dalle legittime ambizioni occidentali da premiare per le riforme approntate in ambito economico. Nel documento, l’emiciclo di Strasburgo ha riconosciuto anche il pieno rispetto dell’integrità territoriale di Tbilisi, a cui appartengono le regioni di Abkhazija ed Ossezia del Sud, strappate dalla Russia dopo l’aggressione militare dell’Agosto 2008.

Forse, parole vane che, tuttavia, si spera possano davvero contrastare la determinazione con cui Mosca sta, nemmeno troppo lentamente, ricostituendo il suo impero.

Matteo Cazzulani

L’UE DOPO LA CRISI: PIU’ LUNGIMIRANZA E MENO EGOISMO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 8, 2011

Oltre al salvataggio di Grecia ed Italia, la necessità per l’Unione Europea di misure propedeutiche alla ripresa economica. Nell’esperienza del passato, e nei buoni esempi di GranBretagna ed Europa Centrale, una possibile soluzione

L'Unione Europea

Sia bancarotta o salvataggio disperato, l’Europa non deve limitarsi a pensare al domani, ma pianificare una precisa strategia per tornare a crescere, e reggere la competizione mondiale senza perdere pezzi e prestigio a livello economico e politico. Di sicuro, il compito non è facile, ma è necessario: lo richiedono non solo i principale azionisti ed alleati dell’UE – in primis gli Stati Uniti, preoccupati di perdere un alleato in un periodo di estrema difficoltà anche per Washington – ma sopratutto le giovani generazioni che, cresciute con il sogno di una Laura e di un impiego dignitoso, vedono dinnanzi a se l’emigrazione come unica soluzione per evitare un futuro in Patria di certa povertà e precariato.

Una riposta ha provato a darla Thomas Schmid, Direttore del giornale Die Welt, che, nonostante l’orientamento conservatore della testata, ha auspicato una ripartenza da zero, con un’Europa governata da nuove facce e nuovi governi impegnati nella ristrutturazione di un Continente dissestato: a tale compito, scrive Schmid, saranno certamente chiamati i socialisti di Francois Hollande in Francia, un nuovo governo di centro-sinistra in Italia, un esecutivo rinnovato anche in Spagna, oltre alla Germania ancora in mano ad una maggioranza cristiano-democratica in calo di consensi.

Se dal punto di vista politico la previsione non fa una piega – tutti i sondaggi danno per certi mutamenti politici nei Paesi sopra indicati, seppur con minore convinzione per Roma e Berlino – il timore è che in UE possano cambiare solo gli attori, ma non la trama di una tragedia destinata sempre al medesimo, mesto finale. Da mutare è una mentalità con cui l’Unione Europea è stata finora governata: un processo ben più profondo di un semplice avvicendamento politico, dal momento in cui ad essere messa in discussione è l’intera concezione economica e politica della nostra civiltà, da ammodernare ed armonizzare alle tendenze della contemporaneità.

In primis, occorre maggiore lungimiranza in ogni decisione, poiché quello che si fa oggi ha conseguenze per il domani. La Grecia ne è un esempio: l’ingresso dell’euro, e l’effetto Al Qaeda, dal 2001 ha portato Atene ad un boom economico legato sopratutto al turismo, che, una volta sopraggiunta la crisi del 2009, si è trasformato in un boomerang che ha travolto un’economia mai ammodernata da Autorità drogate dal benessere temporaneo. Così, il socialdemocratico Georgios Papandreu – tanto osannato dalla stampa benpensante progressista, anche italiana – anziché rispettare la promessa di fare della Grecia la Danimarca del Sud, ha reso Atene il Mali dell’Europa: se nel momento del benessere avesse pensato di più al futuro, avrebbe rinunciato ad un poco di ricchezza da investire per modernizzare un’economia che, come allora ritenuto dai principali analisti – sopratutto anglosassoni – oggi non avrebbe collassato.

Il secondo errore da non compiere è la chiusura del gabinetto decisionale UE ad un gruppo ristretto che, oltre a ricordare geograficamente il Sacro Romano Impero, rischia di riportare il Vecchio Continente allo stato di benessere dell’era di Carlo Magno. L’idea di formare un’Europa delle molte velocità, con un asse franco-tedesco unico attore decisionale, è la risposta più errata che Bruxelles possa dare ad un mondo sempre più globalizzato, dove i principali attori oggi sono Cina, India, Brasile, ed anche una Russia dalle rinate ambizioni imperiali, che vede proprio l’UE come primo concorrente da eliminare per tornare a ricoprire il ruolo di superpotenza perso dopo il crollo dell’URSS.

Per questo, l’Unione Europea non deve escludere, ma, sopratutto ora, includere al più presto i Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Georgia, Bielorussia, e Moldova – per disinnescare la minaccia di Mosca. Di pari passo, va respinta ogni tentazione di dividere l’UE tra eletti – gli Stati della zona euro – ed i plebei – quelli che non hanno adottato la moneta unica – anche perché sono questi ultimi gli unici, in un periodo di crisi, ad avere mantenuto una certa stabilità economica, persino incrementando il proprio PIL, come il caso della Polonia – più 2,9% nel 2009.

Gli esempi positivi per la vera ripresa

La Polonia, appunto. Un terzo passo per l’Europa di domani deve essere proprio questo: l’imitazione e la valorizzazione dei modelli positivi che, finora, hanno consentito all’UE di galleggiare. Si pensi alla straordinaria evoluzione di un’Europa Centrale che, uscita dal comunismo, ha riconvertito in tempi record la propria economia ai principi del libero mercato: a motivare le varie terapie shock non è stata solo una palese esigenza, ma una volontà popolare di chiudere con un passato nefasto di morte, distruzione, e barbarie sovietico-naziste, ed inseguire una modernità, riprendendosi dal Mondo quanto sottrattole dai peggiori totalitarismi della storia.

Questa capacità di resistere ai mutamenti geopolitici, e pianificare una stabilità per il futuro, anche a costo di sacrifici, è premiata tutt’oggi: si pensi alle conferme elettorali in Lettonia ed Estonia di esecutivi che si sono presentati alle urne con la promessa di continuare una politica di austerità, fatta di lacrime e sangue, anziché pacche sulle spalle e concessioni ad imprenditori e sindacati. Uno scenario inimmaginabile nel tanto superiore occidente europeo, convinto com’è della propria superiorità, che ha sempre guardato con sospetto quegli idraulici polacchi e zingari romeni altresì esempio di lungimiranza e maturità.

Infine, un giusto accenno alla Gran Bretagna, Paese da sempre tacciato di anti-europeismo, ma, alla fine dei conti, molto più attaccato alle sorti del Vecchio Continente dell’Eliseo. Londra sarà sì contraria al rafforzamento delle strutture politiche comuni – sopratutto difensive – ma in quanto a liberalizzazioni, indipendenza energetica, gestione razionale del budget UE, ed allargamento ad Est – per prevenire un crollo dell’Europa per mano della Russia tanto verosimile domani quanto la crisi dell’Euro oggi – non si è mai tirata indietro, ed è sempre stata in prima fila per l’interesse comunitario: spesso, scontrandosi con la chiusura dell’asse franco-tedesco che, oltre ai meschini sorrisetti nei confronti dell’Italia, ha avuto persino il coraggio in occasioni pubbliche di invitare il Premier britannico, David Cameron, al silenzio.

In conclusione, bene ha fatto Schmid a porre la questione, ma difficilmente la tabula rasa politica muterà la mentalità della classe dirigente europea. A subentrare a Sarkozy, Merkel, e Berlusconi saranno persone che difficilmente ascolteranno ragioni scomode e alloro distanti, sia geograficamente che culturalmente. Il vero vento nuovo – o rottamazione come dice qualcuno a Firenze – deve interessare le menti più che il colore di un ceto governante ancora attaccato ai dogmi ideologici del passato – peraltro perdenti, come dimostrato dalla storia. Non occorrono cambi di poltrone, ma misure immediate, con uno sguardo più ampio sulla realtà, e lungimirante in vista un futuro sempre più nero per gli europei del domani.

Matteo Cazzulani

PIU NUCLEARE, MENO GAS: LA FORMULA CECA PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA DAL CREMLINO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 4, 2011

La Repubblica Ceca rafforza l’atomo, ed indice un’appalto per la costruzione del reattore più costoso della sua storia su cui favorita è una compagnia USA. La Serbia richiede l’ingresso nel consorzio AGRI per diminuire la totale dipendenza dal gas russo. La Polonia, per evitare condizioni onerose, acquista oro blu di Russia dalla Germania dopo che esso è transitato per il suo territorio

Il presidente serbo, Boris Tadic

Praga con l’atomo, Belgrado con la politica delle mille opzioni, e Varsavia con le acrobazie contrattuali, in attesa che l’UE si svegli ed approvi la politica energetica comune. Queste sono le soluzioni adottate tra differenti Paesi dell’Unione Europea per ridurre in tempi brevi la dipendenza dal gas russo.

Nella giornata di mercoledì, 2 Novembre, il governo ceco ha comunicato l’intenzione di rafforzare il settore dell’energia nucleare con la costruzione di un imponente reattore a Temelin, visto come imprescindibile infrastruttura per limitare il consumo di oro blu, che la Repubblica Ceca acquista a stragrande maggioranza dalla Russia.

Una scelta contraria a quella della Germania – con cui una delle realtà più forti in Europa ha abbandonato l’atomo, ed ora si trova in toto dipendente dal ricatto politico ed energetico di una Russia dalle rinate velleità imperiali – su cui Praga procede a passo sicuro: la compagnia nazionale CEZ ha comunicato non solo la data di fine dei lavori ed il costo – il più caro nella storia della Repubblica Ceca – rispettivamente il 2013 ed 8 Miliardi di Euro, ma anche le società partecipanti all’asta di assegnazione dell’appalto.

Favorita è l’americano-nipponica Westinghouse, specializzata nella costruzione di reattori di grande dimensione in Asia, la cui scelta avrebbe non solo un valore tecnico, ma sopratutto politico, dal momento in cui ad essere scartata sarebbe il consorzio MIR, ceco di registrazione ma compartecipato dai russi. Terzo concorrente è la francese Areva, che può contare sull’esperienza nell’ambito del mercato UE – la società transalpina è attiva per lo più nel Vecchio Continente, ed ha maggiore dimestichezza con la legislazione di Bruxelles – ed una scelta che, qualora ricadesse su di esso, dimostrerebbe il riorientamento della posizione internazionale di Praga su posizioni più europeiste e meno atlantiste.

Chi sta pensando all’indipendenza politica dalla Russia è anche la Serbia: tradizionale alleato di ferro di Mosca nei Balcani che, prossima all’integrazione nell’Unione Europea, sembra essersi resa conto della scarsa convenienza nell’acquistare oro blu russo unicamente dal tragitto terrestre Ucraina-Ungheria. Sempre il 2 Novembre, il Primo Ministro Serbo, Borys Tadic, ha dichiarato l’intenzione di aderire al consorzio AGRI – formato da Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria per rifornire il Vecchio Continente di energia senza dipendere dai diktat del Cremlino – malgrado i contratti leghino Belgrado in toto a Mosca.

Una politica della multilateralità accolta con favore dal Presidente romeno, Traian Basescu, che ha illustrato come la partecipazione di un Paese nel cuore dei Balcani favorisca la realizzazione di un complesso progetto che vede il trasporto di gas via terra dal Mar Caspio in Georgia, poi, mediante la costruzione di rigassificatori, dritti in Romania, dove all’oro blu centro asiatico sarà aggiunto gas metano estratto in Ungheria.

Gas da Est comprato ad Ovest

Se quella serba è una dichiarazione di intenti, che ancora deve essere realizzata, c’è chi sta sfruttando tutte le clausole contrattuali per sfuggire al ricatto energetico dei russi, anche a costo di sfidare le leggi della fisica e della logica geografica. A prezzo più conveniente, la compagnia energetica polacca PGNiG ha comunicato d’ora in poi l’acquisto dalla Germania del gas di Mosca precedentemente transitato per la Polonia: una possibilità prevista dai contratti che gli enti polacchi e tedeschi hanno firmato con il monopolista russo, Gazprom, il quale per motivi politici obbliga l’ostile Varsavia a pagare il gas a prezzi notevolmente più alti rispetto a quelli imposti alla più lontana geograficamente ed accondiscendente Berlino.

Paradossi della politica energetica del Cremlino, a cui la Polonia ha risposto con un altro paradosso, in attesa della costruzione del rigassificatore di Swinoujscie – con cui Varsavia rifornirà anche il resto dell’Europa di oro blu da Norvegia, Qatar ed Irak – e del ricorso all’Arbitrato di Stoccolma per la revisione al ribasso del contratto con Gazprom. Senza tralasciare il generoso ed arduo ruolo con cui la Presidenza di turno polacca, assieme alla Commissione Barroso, si sta battendo per il varo di una comune politica energetica dell’Unione Europea, a cui palesemente si oppongono non solo le singole compagnie energetiche dell’Europa Occidentale – comprate da Gazprom con costi di favore e contratti a lungo termine – ma anche l’asse franco-tedesco: tradizionalmente filo-russo, e, in preda a pubbliche dimostrazioni di meschinità nei confronti di chi lotta contro la bancarotta – si pensi ai sorrisi di Merkel e Sarkozy in merito all’Italia – incapace di comprendere le reali priorità di un Unione Europea che non finisce nella zona euro, ma comprende anche le ben più salde economie di Europa Centrale e Gran Bretagna.

Matteo Cazzulani

L’ITALIA SI ESPRIME IN CHIAROSCURO SU CASO TYMOSHENKO, ACCORDO DI ASSOCIAZIONE UE-UCRAINA, E RAPPORTI CON LA RUSSIA.

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 3, 2011

La Segretaria della Commissione Esteri della Camera, Micaela Biancofiore, critica la condanna alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, apre alla maggiore integrazione di Kyiv con Bruxelles, e offre pericolosamente la spalla ai progetti eurasisti di Putin, che mira all’annichilamento dell’Unione Europea per tornare superpotenza a livello mondiale

La segretaria della Commissione Affari Esteri e Comuntari della Camera dei Deputati, Micaela Biancofiore

Nell’Europa Centro-Orientale ci sono due modi perché un lancio di agenzia sul Belpaese compaia in evidenza sui principali portali di informazione: o una vittoria calcistica in qualche competizione internazionale, oppure una presa di posizione in politica estera che parte bene e finisce laddove è rischioso andare a parare. Nella serata di martedì, Primo Novembre, le maggiori agenzie russe ed ucraine hanno riportato una dichiarazione del Segretario della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, Micaela Biancofiore, secondo cui la Repubblica Italiana è favorevole all’Accordo di Associazione UE-Ucraina, e pronta a ratificarlo malgrado la situazione si sia terribilmente complicata in seguito alla condanna a sette anni di detenzione in isolamento alla Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko – che, de facto, esclude Kyiv dalla lista dei paesi liberi e democratici.

Una posizione, come più volte illustrato, che va nella giusta direzione: l’Ucraina è un grande Paese con risorse agricole, industriali, ed energetiche che consentirebbero ad un’Unione Europea sempre più in crisi di risalire la china, e tornare a competere nell’economia mondiale. Inoltre, quello ucraino è un popolo culturalmente e storicamente europeo, la cui sorte, a prescindere da chi lo governa, merita molto di più rispetto ad un nuova sottomissione alla Russia: un ripristino dell’epoca sovietica che le recenti decisioni del Presidente, Viktor Janukovych – prolungamento della permanenza dell’esercito russo in Crimea fino al 2042, ingresso nella Zona di Libero Scambio CSI, e dichiarazioni favorevoli all’integrazione di Kyiv nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – stanno non solo confermando, ma drasticamente accelerando, spingendo un angolo d’Europa sempre più verso il Cremlino.

A lasciare perplessi è, però, il resto dell’analisi della Biancofiore, che ha evidenziato come l’Unione Europea dovrebbe ritenere parte d’Europa non solo l’Ucraina, ma anche la Russia, e, proprio con Mosca, unire le forze su ogni fronte per contrastare l’emergere delle economie cinese ed indiana su scala globale: un inno all’Eurasia che, se di primo acchito può apparire sensato e condivisibile, in realtà rappresenta un errore che il Vecchio Continente non deve correre. Proprio di recente il Primo Ministro russo, Vladimir Putin, ha presentato la propria candidatura ad una sicura terza presidenza con un programma dai toni fortemente imperialisti, mirante alla costituzione di una Comunità Economica Eurasiatica da evolvere anche sul piano politico secondo il modello della CEE e dell’UE, ma sempre sotto la regia ed il controllo della Russia.

Un piano già avviato con l’inserimento di Ucraina, Moldova, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia, e Tadzhykistan nella Zona di Libero Scambio CSI, l’allargamento dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka al Kyrgyzstan, ed una politica energetica basata sul rinnovo di contratti a lungo termine per mantenere dipendenti dal Cremlino le singole compagnie energetiche del Vecchio Continente e, sopratutto, evitare il varo di una politica comune dell’Unione Europea: primo avversario che la rinata URSS ha necessità di eliminare per iniziare la scalata al dominio dell’economia mondiale.

A sostegno di tale direzione, le prove di forza di Mosca anche sul piano militare, con il ripristino dei voli di aerei dell’esercito russo a pochi chilometri dal confine con Estonia, Lettonia, e Finlandia e – proprio poche ore prima del comunicato della Biancofiore – la minaccia dell’uso della forza contro la NATO, espresso dal Ministro della Difesa di Mosca, Sergej Lavrov, in un’intervista all’autorevole giornale serbo “Vecherne Novyne”, con cui il Cremlino ha risposto duramente all’installazione dello scudo antimissilistico in Romania e Turchia – progettato dall’Alleanza Atlantica per prevenire minacce balistiche dirette contro l’Occidente.

La Russia non è l’Europa

Dinnanzi a tali fatti, resta difficile credere nell’esistenza di comuni interessi tra Unione Europea e Russia che, piaccia o meno, restano due concorrenti distinti in un Mondo globalizzato dove il Nord del Pianeta sta per essere relegato in una posizione sempre più marginale. Per restare a galla, e ritrovare la spinta per tornare a correre, l’Europa non può limitarsi a guardare Cina ed India, e sperare di evitare uno scenario argentino, ma deve osservare – e saper leggere – quanto accade ai suoi confini orientali, e comprendente che la restaurazione di una forte Russia con ambizioni imperiali è un pericolo dapprima per l’UE.

Trovare una soluzione non è facile, ma basterebbero pochi, piccoli – ma decisi – passi. In primis, abbandonare l’idea franco-tedesca di voler dividere l’Europa tra i Paesi Euro e quelli non: l’Europa a due velocità non è la risposta alla crisi economica che sta affossando Grecia, Spagna, ed Italia, sopratutto se ad essere esclusi dal club degli eletti sono i Paesi dell’Europa Centrale – gli unici a registrare un PIL in crescita e, in qualche modo, a contribuire alla tenuta a galla di una barca UE sempre più alla deriva – ed una Gran Bretagna che, seppur tradizionalmente tacciata di anti-europeismo, è da anni in prima fila nel proporre una seria liberalizzazione dei mercati interni all’Unione. Questa sarebbe stata la risposta adeguata che la Diplomazia italiana avrebbe dovuto alle risate di Merkel e Sarkozy, dimostrandosi davvero europeista, e mettendo in silenzio un’opposizione interna incapace di contribuire alla soluzione della crisi se non con vane richieste di dimissioni.

In secondo luogo, Bruxelles dovrebbe al più presto dare ascolto a Commissione Europea e presidenza di turno polacca: da un lato, varare una comune politica energetica che, a costo di gasdotti sottomarini ed accordi con Paesi centro asiatici – Azerbajdzhan e Turkmenistan – renda l’UE il meno dipendente possibile dal gas russo. Dall’altro, concludere i negoziati per l’Accordo di Associazione con l’Ucraina, ed integrare al più presto i restanti Paesi dell’Europa Orientale – Moldova, Georgia, e Bielorussia – nelle strutture Occidentali: lo scivolamento di Chisinau, Tbilisi e Minsk nell’orbita di Mosca è una vittoria per la Russia, ed una sconfitta per l’Europa.

Matteo Cazzulani

LA COMMISSIONE EUROPEA DICE NO AL SOUTHSTREAM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 27, 2011

Bruxelles non concede l’esenzione dalle leggi comunitarie al gasdotto ortodosso, progettato da Mosca per mantenere il monopolio sulle forniture di gas al Vecchio Continente. Il Parlamento Europeo continua i negoziati con l’Ucraina malgrado la svolta autoritaria e le scelte filo russe del Presidente, Viktor Janukovych. L’unità comunitaria come unica soluzione vincente

Il percosrso di Nabucco e Southstream

Mentre qualcuno se la ride – e spacca il Continente – ed altri sono alle prese con guai interni a livello politico ed economico, a Bruxelles c’è chi ancora lavora per un’Europa davvero forte, sicura, e competitiva. Nella giornata di lunedì, 24 Ottobre, la Commissione Europea ha rigettato la proposta del monopolista russo, Gazprom, di inserire il gasdotto Southstream tra le infrastrutture trans-europee: uno status che avrebbe garantito alla conduttura sottomarina – realizzata dalla Russia, in collaborazione con il colosso energetico italiano ENI, le compagnie tedesche Wintershall ed RWE, la francese EDF, e quelle nazionali di Macedonia, Grecia, Serbia, e Slovenia, con il preciso scopo politico di aggirare Paesi invisi a Mosca, come Ucraina, Moldova, Romania, e Polonia – l’esenzione dall’osservanza del Terzo Pacchetto Energetico UE.

Dunque, un vero e proprio salvataggio dell’indipendenza energetica del Vecchio Continente, dal momento in cui il documento prevede per tutti i Paesi UE – inclusi Balcani, Moldova, ed Ucraina – la liberalizzazione dei mercati del gas, la messa in comunicazione delle reti del trasporto dell’oro blu, ed il divieto di gestione in regime di monopolio delle condutture: regole a cui anche il Gasdotto Ortodosso – come è stato ribattezzato il Southstream – dovrà attenersi. Inoltre, con tale decisione la Commissione Europea ha dato un chiaro segnale di sostegno al Nabucco, la principale delle condutture del Corridoio Meridionale: una rete di gasdotti progettata sul fondale del Mediterraneo per l’importazione di gas centro asiatico senza transitare per il territorio russo.

Ma la partita per l’indipendenza dell’Europa da una Russia sempre più imperialista ha riguardato anche il sottile terreno della Diplomazia. Martedì, 25 Ottobre, il Parlamento Europeo ha deciso di continuare il dialogo per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Ucraina, malgrado le condanne politiche e le repressioni ai danni di giornalisti ed esponenti dell’Opposizione Democratica – tra cui la carismatica Leader, Julija Tymoshenko, e l’ex-Ministro degli Interni, Jurij Lucenko: entrambi reclusi nel carcere di Massima Sicurezza Luk’janivs’kyj – da parte del Presidente, Viktor Janukovych: di recente sempre più vicino alla Russia di Putin, con cui ha firmato il varo di una Zona di Libero Scambio CSI che allontana Kyiv da Bruxelles.

La decisione dell’Europarlamento è frutto di un compromesso dopo ore di dibattito tra due correnti di pensiero: Partito Popolare Europeo ed Alleanza dei Liberali e dei Democratici Europei hanno proposto il congelamento dell’Accordo fino a prove tangibili di rispetto dei valori democratici da parte delle Autorità ucraine, mentre Conservatori e Riformatori Europei, Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei, e Verdi hanno sostenuto la subordinazione delle questioni politiche interne a Kyiv alle necessità di politica estera di Bruxelles. Alla fine, la bozza di risoluzione, che sarà votata nelle prossime sedute, da un lato stabilisce la continuazione delle trattative, dall’altro invita le Autorità ucraine a garantire a Julija Tymoshenko e Jurij Lucenko processi giusti e partecipazione alla vita politica.

Tali compromessi oggi sono fondamentali per la sopravvivenza di un’Europa sempre più provincia in un Mondo globalizzato in mano a tigri emergenti ed orsi del gas: l’indipendenza da Mosca e l’integrazione europea dell’Ucraina – e, con essa, di tutta l’Europa Orientale: Georgia, Bielorussia, e Moldova – è condizione imprescindibile per la sicurezza e la competitività di un Vecchio Continente che ad Est vede il ritorno di una Russia dalle rinate velleità imperiali, dirette proprio contro Bruxelles: i recenti accordi per la Zona di Libero Scambio CSI, ed il rafforzamento dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka, sono ben più di un campanello d’allarme circa l’intenzione del Primo Ministro russo, Vladimir Putin – prossimo Presidente – di ristabilire il dominio di Mosca sull’ex-URSS, e di dare una zampata alla barcollante UE per realizzare i già proclamati piani eurasiatici.

Perché Cameron è più europeista di Sarkozy

Chi in Europa lo ha capito, purtroppo, è stato sbeffeggiato dall’irritante ironia che ha colpito anche il Premier italiano, Silvio Berlusconi: come rivelato dall’autorevole Guardian, il Presidente Francese, Nicolas Sarkozy, avrebbe invitato a tacere il Primo Ministro inglese, David Cameron – alle prese con il tentativo, poi sventato, tutto interno ai conservatori britannici di indire un referendum per l’uscita di Londra dall’UE – per avere richiesto la compartecipazione dei Paesi non-euro alle decisioni comunitarie per il salvataggio delle economie di Grecia ed Italia – e, con esse, dell’intera Unione Europea. Una posizione, quella del Leader tory, che fa della Gran Bretagna di oggi un Paese paradossalmente molto più europeista dell’asse franco-tedesco: favorevole ad una divisione dell’Unione Europea di cui a trarre vantaggio è solo lo zar del gas.

Difatti, di recente Cameron ha sostenuto le posizioni in politica energetica ed estera dei Paesi dell’Europa Centrale, tra cui la Polonia – dei tanto temuti dai francesi idraulici – oggi presidente di turno UE: eccezion fatta per l’esercito comune europeo e l’aumento del bilancio comunitario – voluti da Varsavia ma rigettati da Londra – la Gran Bretagna ha supportato attivamente la liberalizzazione dei mercati continentali, l’estensione del Terzo Pacchetto Energetico a Balcani, Moldova, ed Ucraina, e la continuazione del processo di integrazione dell’Europa Orientale, senza mai cedere sul rispetto dei diritti umani e della democrazia. Una condotta che, seppur relegata all’ambito Diplomatico, meriterebbe plauso ed apprezzamento, più che sogghigni meschini ed inviti al silenzio.

Matteo Cazzulani

MEZZA EUROPA AVANTI CON IL NUCLEARE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 10, 2011

Trenta Paesi, sotto l’egida di Parigi, rilanciano atomo e ruolo dell’AIEA su sicurezza delle centrali. Francia e Slovacchia guidano i Paesi fedeli a favore. Appello della Lituania alla realpolitik.

Il Presidente francese, Nicolas Sarkozy

Il nucleare come tecnologia da migliorare, ma non da abbandonare. E’ chiaro il messaggio lanciato dai Ministri dell’Energia di una trentina di Paesi, riunitisi a Parigi per un vertice sull’atomo, all’indomani della catastrofe di Fukushima.

Organizzato dal Presidente francese, Nicolas Sarkozy – che ha ribadito il no francese ad ogni forma di disimpegno dall’atomo – il vertice si è concluso con un appello congiunto a migliorare controlli test sulle centrali, a stabilirne una cadenza fissa, e a rafforzare il ruolo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica.

Successive clausole ed iniziative più concrete in materia di sicurezza dei reattori saranno messe a punto da apposite commissioni, e presentate a Vienna nella prossima seduta dell’AIEA.

Oltre a Parigi, a ribadire il si al nucleare sono stati diversi Paesi dell’Europa Centro-Orientale, che vedono l’atomo come possibilità di approvvigionamento energetico diverso dal gas russo, da cui sono fortemente dipendenti, sopratutto in seguito all’abbandono del carbone: pesante eredita sovietica di cui ancora metà del Vecchio Continente paga le conseguenze.

Bratislava e Vilna per il nucleare

Portavoce di tale realtà, il Presidente della Slovacchia, Ivan Gasparovic, che ha spiegato come Bratislava intenda costruire nuovi reattori per diversificare ulteriormente le proprie forniture, senza badare a spese né sul loro varo, né sulla loro messa in sicurezza che, con le tecnologie attuali, è possibile realizzare e mantenere. In aggiunta, il Capo di Stato si è detto sorpreso per il cambio di idea di Germania ed Italia: causa, sopratutto per Berlino, di un aumento della dipendenza da carbone e gas russo, con conseguenze per ambiente ed equilibri geopolitici.

Un appello alla realpolitik energetica è arrivato dalla Lituania, la cui Presidente, Dalia Grybauskajte, ha invitato l’Unione Europea a non inserire l’atomo nella politica energetica comune, lasciando la decisione ai singoli Paesi.

“Sarebbe una soluzione – ha dichiarato – sopratutto in un periodo di forte scetticismo verso il nucleare. Ogni Paese – ha continuato – ha propri bisogni ed esigenze. Per questo – ha concluso – occorre concedergli piena autonomia”.

Matteo Cazzulani

L’UNIONE EUROPEA BATTEZZA L’EURONEST

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on May 4, 2011

Lo scopo dell’assemblea è il rafforzamento delle relazioni ad est di Bruxelles, con l’integrazione economica dei Paesi dell’obsoleto progetto di Eastern Partnership. Esponente dell’Opposizione Democratica ucraina eletto Co-Presidente

Il leader del Narodnyj Rukh, Borys Tarasjuk

Una nuova formula per le relazioni ad est dell’Unione Europea. Nella giornata di martedì, 3 Maggio, il Parlamento Europeo ha dato il via all’EURONEST. Un’assemblea compartecipata da 60 esponenti dell’Unione Europea e da 10 rappresentanti di ogni Paese del Partenariato Orientale – Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, ed Azerbajdzhan.

Scopo dell’organo consultivo, che ha già varato le proprie commissioni ed i gruppi di lavoro, lo sviluppo di Democrazia, Diritti Umani, libera concorrenza, l’abbattimento progressivo dei visti da e per il Vecchio Continente, e l’integrazione economica di Kyiv, Minsk, Tbilisi, Baku, e Jerevan in un mercato comune con Bruxelles.

Come illustrato dal Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek, l’EURONEST è un’iniziativa fondamentale, per evitare che l’UE si limiti a destinare risorse al Nord Africa, dimenticando l’altrettanto importante areale europeo centro-orientale.

La formula del Partenariato Orientale, seppur formalmente ancora in vita, si è dimostrata inadatta. Sia a causa del simile progetto dell’Unione Mediterranea – sostenuto fortemente dalla Francia di Sarkozy – sia dalla scarsa determinazione con cui esso è stato guidato dai governi di Polonia e Svezia.

Ucraina premiata. Bielorussia punita

A conferma della novità del progetto, i primi due provvedimenti. In primo luogo, la nomina a Co-Presidente dell’ex-Ministro degli Esteri ucraino, Borys Tarasjuk. Una decisione che ha dimostrato la concreta volontà di Bruxelles di responsabilizzare, ed integrare, un Paese europeo per storia e cultura, a cui in passato troppe volte nel recente passato è stata sbarrata la strada verso la piena membership.

Oltre all’elezione del Leader del Narodnyj Rukh, l’assemblea ha condannato la svolta autoritaria in corso in Bielorussia, i cui seggi presso l’EURONEST sono stati congelati.

Minsk resta membro attivo del Partenariato Orientale. Ma avrà diritto di rappresentanza nel nuovo progetto solo previo rispetto da parte del Presidente, Aljaksandar Lukashenka, dei valori democratici e delle libertà occidentali.

Matteo Cazzulani

L’UCRAINA A FAVORE DELL’INTEGRITA’ TERRITORIALE DELLA GEORGIA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 11, 2011

Kyiv non riconosce l’Indipendenza di Abkhazija ed Ossezia del Sud, fortemente voluta dalla Russia, anche con l’uso della forza. La GUAM progetto da rinsaldare

Il ministro degli esteri ucraino, Kostjantyn Hryshchenko

Kyiv sta con l’Occidente su Tbilisi. Nella giornata di giovedì, 7 Aprile, il Ministro degli Esteri ucraino, Kostjantyn Hryshchenko, ha dichiarato il rispetto, da parte del suo Paese, dell’integrità territoriale della Georgia. Nel cui territorio, come dichiarato all’autorevole Lidove Noviny, rientrano le repubbliche secessioniste di Abkhazija ed Ossezia del Sud.

Una posizione forte, espressa dalle colonne del giornale ceco, con cui un’Ucraina finora indecisa si è allineata alla maggioranza dei Paesi del Mondo. Uniti, nel non riconoscere l’indipendenza delle due aree etnicamente georgiane.

Abkhazia ed Ossezia del Sud sono state oggetto di una politica di russificazione da parte di Mosca, volta a destabilizzare gli equilibri interni a Tbilisi. Nell’agosto 2008, da essa è scaturita l’aggressione dell’esercito russo. Un blitz di pochi giorni, arrestata dall’intervento diplomatico dell’UE, al tempo retta dal Presidente francese, Nicolas Sarkozy.

Ad oggi, l’indipendenza delle due regioni è riconosciuta solo da Russia, Venezuela, Nicaragua, e dall’atollo di Nauru.

“L’Ucraina – ha dichiarato Hryshchenko – ritiene Abkhazija ed Ossezia del Sud parte integrante del territorio georgiano. Condanna ogni soluzione armata della contesa tra Mosca e Tbilisi – ha continuato – ed invita le parti a ricorrere esclusivamente alla sede giuridica”.

Kyiv rilancia la GUAM

Ma c’è di più. Nella medesima intervista, il Capo della Diplomazia di Kyiv ha riposto enormi aspettative sulla GUAM, ritenendola un progetto di lungo respiro, ad alto potenziale di sviluppo, che l’Ucraina dovrà porsi come uno dei principali obiettivi della propria politica estera.

Fondata nel 1997 da Georgia, Ucraina, Azerbajdzhan, e Moldova, l’organizzazione ha lo scopo di diffondere democrazia ed economia di mercato in Paesi ex-sovietici. I quali, con uno sguardo ad Occidente, cercano di allentare la dipendenza dalla Russia.

Fino al 2005, ne ha fatto parte anche l’Uzbekistan.

Matteo Cazzulani