LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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GAS: USA E UE ADOTTANO UNA STRATEGIA COMUNE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 7, 2012

Stati Uniti d’America ed Unione Europea contestano la Russia monopolista, e riconoscono Ucraina, Azerbaijan e Turkmenistan come Paesi fondamentali per la diversificazione degli approvvigionamenti di oro blu per l’Europa. L’Italia conferma l’appoggio alla TAP. 

Il Commissario UE all'Energia, Gunther Oettinger

Il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger

La Russia va bene, ma solo se rispetta la libera concorrenza. Nella giornata di giovedì, 6 Dicembre, a Bruxelles, il Consiglio USA-UE, giunto alla sua quarta edizione, ha fortemente condannato il comportamento della Russia in ambito energetico.

Ill Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, e il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, hanno ritenuto che le relazioni energetiche tra l’Occidente e la Russia devono basarsi secondo i principi della trasparenza, della correttezza, e della parità.

Come riportato dall’agenzia UPI, i rappresentanti di USA e UE hanno inoltre ribadito come l’Ucraina e il Bacino del Caspio siano due regioni di cruciale importanza per la sicurezza energetica Europea.

Da un lato, Kyiv ha il compito di assicurare il transito della maggior parte del gas naturale che la Russia ad oggi esporta in Unione Europea. Per questa ragione, USA e UE hanno invitato ucraini e russi a stabilire relazioni energetiche basate sulla parità di condizioni.

D’altro canto, i Paesi del Bacino del Caspio rappresentano un importante serbatoio di gas naturale, da cui l’Unione Europea può attingere per diversificare le proprie forniture di gas.

Per diminuire la dipendenza dell’Europa dalle importazioni dalla Russia – che coprono il 40% del fabbisogno totale UE – Washington e Bruxelles hanno sostenuto la necessità di realizzare al più presto il Corridoio Meridionale.

Questo fascio di gasdotti è progettato per veicolare gas proveniente da Azerbaijan e Turkmenistan direttamente nel Vecchio Continente, senza transitare per il territorio russo, né dipendere da infrastrutture controllate da Mosca.

La dura posizione dell’Occidente nei confronti della Russia è dettata dalla politica energetica di Mosca.

Per mantenere l’egemonia energetica, e quindi politica, sul Vecchio Continente, il monopolista statale russo del gas, Gazprom, ha concesso sconti alle compagnie dell’Europa Occidentale in cambio dell’appoggio politico di Germania e Francia alle politiche energetiche della Russia.

In compenso, Gazprom ha imposto prezzi alti per le forniture di gas ai Paesi dell’Europa Centrale – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia e Paesi Baltici – puniti per il loro sostegno al piano di diversificazione delle forniture energetiche varato dalla Commissione Europea.

Le posizioni espresse dal Consiglio USA-UE hanno ottenuto fin da subito reazioni positive. Sulla scia della posizione ufficiale espressa dal Governo Monti, l’Ambasciatore italiano in Azerbaijan, Mario Baldi, ha dichiarato il pieno sostegno del BelPaese alla realizzazione del Corridoio Meridionale.

Come riportato dall’agenzia Trend, Baldi ha evidenziato come l’Italia sia impegnata nella realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico – TAP: infrastruttura del Corridoio Meridionale, compartecipata dal colosso norvegese Statoil, dalla compagnia svizzera EGL e da quella tedesca E.On, progettata per trasportare 21 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno dal confine tra Turchia e Grecia fino in Puglia, in provincia di Brindisi, attraverso l’Albania.

Nella medesima giornata, nel corso del Forum Internazionale della Regione del Caspio di Istambul, il Capo dell’Amministrazione Presidenziale azera, Ali Hasanov, ha evidenziato come Azerbaijan e Turkmenistan possiedano riserve di gas naturale in grado di soddisfare il fabbisogno mondiale per i prossimi 200 anni.

Un ostacolo allo sfruttamento diretto delle riserve di gas naturale del Bacino del Caspio da parte dell’UE è sempre dettato dalla politica energetica della Russia.

Per bloccare la realizzazione del Corridoio Meridionale, ed aumentare la dipendenza dell’Europa dal gas russo, Mosca ha avviato, proprio il 7 Dicembre 2012, la costruzione del Southstream.

Noto anche come Gasdotto Ortodosso, il Southstream, compartecipato da Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalla compagnia tedesca Wintershall e dalla francese EDF, è concepito per veicolare in Austria 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia.

Contestato dall’Unione Europea, e dai Paesi dell’Europa Centrale, il Southstream è stato ideato nell’ambito della partnership di ferro tra il Presidente russo, Vladimir Putin, e l’ex Premier italiano, Silvio Berlusconi, ed ha ottenuto l’appoggio dell’ex-Capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, e di quello serbo, il filorusso Tomislav Nikolic.

Obama da una mano all’Europa con lo shale

Oltre che nell’ambito del gas naturale, è opportuno sottolineare come la partnership energetica tra USA e UE si stia rafforzando anche per quanto riguarda il gas shale.

Con l’avvio dello sfruttamento dello shale – gas estratto da rocce porose ubicate a bassa profondità – gli USA sono diventati in poco tempo il primo Paese esportatore di oro blu al Mondo.

Dopo avere stretto accordi per l’esportazione di gas liquefatto con India e Corea del Sud, Washington ha guardato all’Unione Europea come mercato ove collocare cospicue porzioni di LNG a prezzi più convenienti rispetto a quelli imposti dalla Russia per il gas naturale.

Cogliendo l’opportunità per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas, la Commissione Europea ha invitato i Paesi UE a costruire rigassificatori per importare lo shale statunitense, ed immetterlo nel sistema energetico del Vecchio Continente per abbattere la dipendenza dall’oro blu di Putin.

Matteo Cazzulani

SCUDO SPAZIALE: LA RUSSIA RIALZA LA TENSIONE CON L’OCCIDENTE

Posted in Russia by matteocazzulani on May 6, 2012

Il Capo delle Forze Armate russe, Nikolaj Makarov, minaccia attacchi militari in Europa per contrastare la realizzazione del sistema di difesa antimissilistico della NATO nel Vecchio Continente. Le rassicurazioni del Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, e del Cancelliere tedesco, Angela Merkel. Dietro le minacce di Mosca, il ritorno alla presidenza di Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

La strategia della tensione e la guerra balistica tornano di moda alla vigilia dell’inaugurazione del ritorno alla presidenza di Vladimir Putin. Nella giornata di giovedì, 3 Maggio, il Capo del Quartier Generale delle forze animate della Russia, Nikolaj Makarov, non ha escluso la realizzazione di operazioni militari dirette contro alcuni Paesi dell’Unione Europea e dell’Occidente.

Nello specifico, Makarov ha sottolineato la possibilità di posizionare missili Iskander nell’enclave di Kaliningrad – una fetta di territorio sulle rive del Mar Baltico tra la Polonia e la Lituania controllata dalla Federazione Russa – pronti per colpire obiettivi sensibili in Europa se la NATO non interromperà l’installazione del sistema di difesa antimissilistica nel Vecchio Continente.

“Il progetto della NATO è destabilizzante – ha dichiarato Makarov, come riportato dall’autorevole Interfax – tutti i mezzi a nostra disposizione saranno presi in considerazione durante una situazione di conflitto come quella attuale”.

Una risposta ai russi è pervenuta dal Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, e dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che sabato, 5 Maggio, in una conferenza stampa congiunta, hanno rigettato ogni accusa di voler instaurare un clima di terrore nel Vecchio Continente.

In particolare, Rasmussen ha ribadito come il progetto di difesa antimissilistico della NATO in Europa non sia orientato contro la Russia, ma sia privo di capacità offensiva, e concepito per rispondere ad eventuali minacce balistiche provenienti da Iran e Corea del Nord. Inoltre, il Segretario Generale della NATO ha ricordato come l’Alleanza Atlantica ha cercato a più riprese di coinvolgere anche Mosca nella realizzazione del progetto, ad esempio offrendo al Cremlino la partecipazione in una commissione congiunta per lo scambio reciproco di dati sugli armamenti.

“Continueremo con la politica del dialogo e della concertazione – ha dichiarato la Merkel – ma la Russia non ha nulla da temere, perché l’iniziativa non è orientata contro Mosca, né rappresenta una minaccia per i russi. Cerchiamo la fiducia reciproca, lo scudo spaziale rafforza la sicurezza anche del Cremlino”.

Il terzo mandato di Putin alla base delle minacce

Noto anche come Scudo Spaziale, il sistema di difesa antimissilistico NATO è uno dei punti di maggiore incomprensione tra la Russia e l’Occidente, nonostante il progetto abbia una valenza puramente difensiva.

Infatti, esso prevede l’installazione di una posizione radar in Polonia, e la dislocazione di intercettori balistici, senza alcuna testata, a rotazione nella base polacca di Redzikowo, in Pomerania, e in alcuni Paesi dell’Europa Centrale, come la Romania, la Turchia.

Secondo alcuni politologi, le minacce di Mosca nei confronti dell’Occidente sono un chiaro segnale che la Russia avrebbe lanciato alla vigilia dell’insediamento alla Presidenza della Federazione di Vladimir Putin, che durante l’ultima campagna elettorale a più riprese ha minacciato la NATO e l’Europa di ricorrere all’uso della forza per affermare la supremazia geopolitica del Cremlino nel Vecchio Continente.

Lecito evidenziare come lo scudo spaziale attualmente previsto dalla NATO, rappresenti, su pressione della presidenza USA del democratico Barack Obama, una versione di gran lunga differente rispetto al precedente piano che è stato concepito dall’amministrazione repubblicana di Ronald Reagan negli anni Ottanta, e che è stato poi elaborato durante il secondo mandato del Presidente George W Bush.

Esso ha previsto l’installazione di una postazione radar in Repubblica Ceca, e il posizionamento di missili Patriot – questi si dotati di capacità offensiva – in Polonia.

Praga e Varsavia hanno accettato di partecipare al progetto nell’Agosto 2008, solo in seguito all’invasione dell’esercito russo in Georgia: un evento che dinnanzi al cronico immobilismo politico dell’Unione Europea – allora guidata dalla presidenza di turno del Capo di Stato francese Nicolas Sarkozy – ha spinto i Paesi dell’Europa Centrale a vedere nella NATO, e non nell’UE, l’unico soggetto in grado di tutelare l’indipendenza militare e la sicurezza militare nel cuore dell’Europa da un possibile attacco proveniente da Mosca.

Matteo Cazzulani

HOLLANDE A VARSAVIA CRITICATO DA KWASNIEWSKI E DALLA STAMPA POLACCA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on March 13, 2012

Il candidato socialista alla presidenza francese è stato contestato per l’assenza di coraggio e di competenza geopolitica in seguito a un dibattito durante il quale, su problematiche europee di primaria importanza, ha espresso pareri totalmente contrastanti rispetto a quelle dell’ex-Presidente polacco: anch’egli di orientamento progressista

Il candidato socialista francese, Francois Hollande

Stesso colore partitico ma differente esperienza storica e prospettiva geopolitica. E’ questo il quadro della sinistra europea emerso nella giornata di venerdì, 9 Marzo, quando il candidato socialista alla Presidenza francese, Francois Hollande, è stato protagonista di un dibattito col Capo di Stato Emerito polacco, il socialdemocratico Aleksander Kwasniewski.

Dopo un incontro con l’attuale Presidente della Polonia, Bronislaw Komorowski – unico Capo di Stato e di Governo europeo ad avere accettato un colloquio con il leader della sinistra francese – Hollande è stato ospite presso la sede del più autorevole giornale polacco, Gazeta Wyborcza, per un dibattito sul futuro dell’Europa.

Ad aprire la discussione è stata una domanda del fondatore della Wyborcza, lo storico dissidente di Solidarnosc al regime sovietico, Adam Michnik, in merito all’immagine che la Polonia ha oggi in Francia. Brillante la risposta di Hollande, che ha dichiarato di apprezzare il Paese e la sua cultura, e di non condividere chi, nella politica cisalpina – leggasi l’ex-Presidente Jacques Chirac – ha considerato i polacchi un popolo di idraulici che perdono l’occasione di tacere in ambito europeo.

Malgrado la captatio benevolentiae iniziale, presto è però emerso che le idee di Hollande sono nettamente su un altro piano rispetto a quelle che i progressisti polacchi sostengono per il rafforzamento dell’UE. Ad esempio, il francese si è detto a favore di una comune politica sociale pianificata a tutti i Paesi dell’Unione: proposta che la Polonia declina, in quanto gli Stati sottoposti a mezzo secolo di dominio sovietico – più della metto dell’Unione Europea di oggi – hanno, per motivi storici, esigenze differenti rispetto a quelli Occidentali.

Agli antipodi anche la visione in campo economico. Hollande ha sottolineato la necessità di dividere l’Europa in diversi livelli di integrazione, a seconda dell’appartenenza monetaria: una soluzione osteggiata da Varsavia, che, contrariamente a Parigi, sostiene l’inclusione di tutti i Paesi del Vecchio Continente nell’ambito decisionale in merito alle comuni politiche economiche, anche di quelli che, come la Polonia, non hanno ancora adottato l’euro.

Ancor più evidenti, se non totalmente abissali, sono emerse le differenze in politica estera. Kwasniewski ha illustrato come sia fondamentale per l’Unione Europea non chiudere le porte all’integrazione dei vicini orientali, prima ancora che impegnarsi in politiche di avvicinamento rivolte agli stati nordafricani che si affacciano sul Mediterraneo.

In particolare, l’ex-Capo di Stato Polacco ha evidenziato l’importanza di aiutare i democratici bielorussi oppressi dal regime di Aljaksandar Lukashenka, e di mantenere prospettive di inserimento nella comunità euro-atlantica per l’Ucraina: onde evitare che questo Paese, europeo per storia, cultura e tradizioni – ma in cui l’Opposizione Democratica è fortemente repressa a causa della deriva autoritaria impressa dal Presidente, Viktor Janukovych – sia attratto dalla sfera di influenza della Russia.

“L’Ucraina non è nella lista dei Paesi europei candidati all’ingresso nell’Unione- ha risposto Hollande, in piena discordanza con quanto precedentemente enunciato dal suo collega di Partito continentale – e lo stesso vale per la Turchia. Nei confronti di Lukashenka, bisogna sì interrompere la sistematica violazione dei diritti umani e della democrazia. Con la Russia, invece, l’Europa deve collaborare, e parlare con una voce sola”.

Delusa, ma non troppo, la reazione di Kwasniewski. Da Capo di Stato navigato – a cui si deve il merito di avere portato la Polonia in Europa e nella NATO, e di avere svolto un ruolo fondamentale per la risoluzione in positivo del processo democratico in Ucraina del 2004, passato alla storia come Rivoluzione Arancione – il polacco ha apprezzato l’impegno che Hollande ha dichiarato di voler profondere per il rafforzamento dell’Europa, pur ammettendo una certa delusione per la visione del transalpino in politica estera.

“Non mi aspettavo accenti forti per quanto riguarda la politica orientale – ha dichiarato Kwasniewski in un’intervista a Radio TOK FM – Ucraina e Bielorussia sono tematiche difficili per i francesi, che, in generale, sono poco competenti in merito. Possono anche arrivare a conoscere meglio l’Europa dell’Est, ma, alla fine, la vedono sempre con le lenti della Russia”.

Ancor più critico è stato il parere espresso dal noto colonnista di Gazeta Wyborcza, Marcin Wojciechowski, che in un commento dal titolo “Candidato Hollande, anche l’Est è Europa!” ha espresso forti critiche in merito all’assenza di prospettiva geopolitica dimostrata dal candidato socialista, il quale, stando ai sondaggi, ha tutta la probabilità di sconfiggere l’attuale Presidente, il popolare Nicolas Sarkozy, alle prossime elezioni presidenziali francesi.

“Noi polacchi crediamo che l’Ucraina sia Europa, ed è bene che Michnik e Kwasniewski lo abbiano ricordato a Hollande. Una volta, la sinistra francese si distingueva dalla destra per le aperture alla Turchia, ma con l’attuale candidato sembra che i socialisti siano di poco diversi i popolari oggi al governo. In Francia rappresenterà sì un’alternativa politica a Sarkozy – ha continuato – ma Hollande non ha né il carisma, né le competenze che si richiedono a chi risiede alla guida di Parigi”.

Il socialista transalpino in contrasto coi suoi stessi colleghi in Europa

Del resto, la posizione di Hollande sembra essere non solo in contrasto con quella della Polonia, ma persino isolata a livello continentale. Giusto pochi giorni prima del dibattito, il Presidente del Parlamento Europeo, il tedesco Martin Schulz – Leader dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici Europei – ha illustrato il ruolo fondamentale dell’Ucraina per l’Unione Europea, nonostante gli arresti politici della Leader dell’Opposizione Democratica, l’ex-Primo Ministro – e anima della Rivoluzione Arancione – Julija Tymoshenko, e dell’ex-Ministro degli Interni, Jurij Lucenko, intralcino il processo di integrazione di Kyiv con Bruxelles.

Sostenitore delle prospettive europee dell’Ucraina si è detto anche il Parlamentare Europeo austriaco Hannes Swoboda. In un’intervista concessa lo scorso Gennaio al portale Lombardi nel Mondo, l’esponente socialdemocratico ha illustrato come la politica UE nei confronti dei Paesi del Mediterraneo sia sì importante, ma non più dell’integrazione europea dell’Ucraina, nonostante la condotta autoritaria del Presidente Janukovych abbia quasi totalmente annichilito la democrazia a Kyiv, e isolato il suo Paese a livello internazionale.

“E’ nell’interesse di Bruxelles un’Ucraina quanto più integrata nel Vecchio Continente – ha dichiarato Swoboda a Lombardi nel Mondo – perché solo così sarà possibile stimolare progressi anche a Mosca. Senza un’Ucraina democratica non avremo mai un’Europa totalmente libera”.

Matteo Cazzulani

ARRESTI E REPRESSIONI: LA NUOVA-VECCHIA RUSSIA DI PUTIN MOSTRA GIA’ IL SUO VERO VOLTO

Posted in Russia by matteocazzulani on March 6, 2012

Dopo solo un giorno dalla chiusura dei seggi la polizia russa arresta più di 500 manifestanti e giornalisti tra Mosca e Pietroburgo, scesi in piazza per protestare contro le irregolarità compiute durante le elezioni presidenziali di Domenica, 4 Marzo. Germania e Francia sembrano non accorgersi dell’accaduto e si congratulano con lo zar del gas per la terza rielezione

Una foto dei dissidenti arrestati di Aleksej Naval'nyj

Se il buongiorno si vede dal mattino, in Russia è prevista una folta tenebra, e in Europa un venticello tanto debole quanto la posizione che i suoi principali Leader hanno assunto nei confronti dei brogli elettorali e delle repressioni attuate a Mosca. Nella giornata di lunedì, 5 Marzo, la polizia russa ha arrestato più di 500 tra manifestanti: scesi in piazza per richiedere la ripetizione delle elezioni presidenziali del giorno precedente.

Secondo i dimostranti, le consultazioni elettorali si sono svolte in un clima di irregolarità diffusa e di falsificazioni attuate per consentire al Premier, Vladimir Putin, la rielezione sullo scranno presidenziale per la terza volta non consecutiva. Riunitisi in più di 20 Mila nella centrale piazza Pushkin’skaja, a Mosca, i dissidenti sono stati presto oggetto delle cariche delle forze dell’ordine, che hanno provveduto ad arrestare 150 manifestanti.

Tra essi, molti giornalisti, i Leader del movimento di opposizione progressista Altra Russia, Eduard Limonov, quello della democratica Solidarnist’, Ilja Jashin, e il blogger Aleksej Naval’nyj: noto per avere raccolto, e diffuso, le diverse testimonianze di brogli durante le procedure di voto.

Medesimo scenario si è registrato sul Kol’co – la circonvallazione di Mosca – dove l’opposizione ha organizzato una catena umana colorata di bianco – la tinta scelta per esprimere il dissenso a Putin – tuttavia, rotta dall’imponente presenza degli Omon. Infine, ancora più lontano dal Cremlino, a San Pietroburgo, in 1500 si sono riuniti presso la Piazza di Sant’Isacco in un’azione conclusa con l’arresto di 300 dissidenti.

Le opposizioni, guidate dal Segretario del Partito della Libertà Popolare PARNAS, Borys Nemcov, dal Leader del Partito Repubblicano Russo, Vladimir Ryzhkov, da quello del Fronte Civico Unito, Garri Kasparov, dal Capo del Fronte Radicale della Sinistra, Sergej Udal’cov, non riconoscono i dati delle elezioni presidenziali.

Secondo la Commissione Elettorale Centrale, Putin sarebbe ritornato al Cremlino con il 63,5% dei consensi, seguito dal comunista Gennadij Zjuganov con il 17,18%, dall’indipendente Mikhail Prorokhov – che è sceso in piazza con l’opposizione – con il 7,98%, dal nazionalista Vladimir Zhirinovskij con il 6,21% e dal socialdemocratico Sergej Mironov con il 3,86%.

In Russia il manganello, in Europa il fioretto

“Non abbandoneremo la piazza fino a quando Putin non se ne andrà dal Cremlino, e sarà riconvocata una nuova elezione del Capo dello Stato” ha dichiarato Udal’cov: più tardi anch’egli arrestato dalla polizia. “Chiediamo che la gente possa votare secondo le proprie idee, e non sull’onda del terrore” ha illustrato Mikahil Prorokhov, mentre il deputato del partito socialdemocratico Russia Giusta, Il’ja Ponomarev, ha invitato, invano, la polizia a lasciare libertà di manifestazione ai dimostranti.

Chi invece ha accettato i dati, nonostante le palesi violazioni della libertà di voto e di espressione, sono stati i Capi di Stato e di Governo di Germania e Francia. Pur riconoscendo la differente pratica con cui le elezioni sono state condotte, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, dopo avere evidenziato l’importanza delle relazioni tra Berlino e Mosca, ha illustrato come al neo-rieletto Presidente spetti il compito di modernizzare la Russia.

Stesso senso ha avuto il messaggio di congratulazioni per la vittoria inviato dal Presidente francese, Nicolas Sarkozy, che ha riconosciuto a Putin l’impegno per la democratizzazione e il progresso economico di uno Stato la cui partnership è fondamentale per Parigi e per l’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

PATTO FISCALE UE: FRANCIA E POLONIA AL BRACCIO DI FERRO DIPLOMATICO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on February 1, 2012

Parigi e Varsavia si scontrano sulla modalità di convocazione dei vertici, e ripresentano la divisione dell’Unione Europea tra i Paesi Occidentali – favorevoli al restringimento dell’ambito decisionale all’asse franco-tedesco – e quelli Centrali – a sostegno del maggiore coinvolgimento di tutti gli Stati del Vecchio Continente. La mediazione del Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, propone nuove regole, ma lascia irrisolti vecchi problemi.

Il Premier polacco, Donald Tusk

Nuove regole, vecchie divisioni. Nella giornata di lunedì, 30 Gennaio, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea hanno varato le regole del nuovo Patto Fiscale UE: provvedimento necessario per regolamentare l’economia del Vecchio Continente, oggi in piena crisi.

Il documento, accettato da tutti i Paesi eccetto Gran Bretagna e Repubblica Ceca – Praga ha legato l’adesione al voto del Parlamento – prevede l’imposizione ai singoli Stati dell’obbligo del pareggio di bilancio, ne consiglia l’inserimento nelle Costituzioni Nazionali, istituisce sanzioni per quelle economie statali il cui deficit supera il 3% del PIL, e pone la ratifica del Patto Fiscale come condicio sine qua non per l’ottenimento di un prestito massimo di 500 Milioni di Euro dal fondo ESM: varato apposta per salvare i Paesi di Eurolandia.

Vero e proprio pomo della discordia nelle trattative non sono state tanto le clausole, quanto il capitolo riservato alla convocazione dei vertici europei, in cui è riemerso il tradizionale scontro tra i Paesi Occidentali e quelli Centrali: rappresentati rispettivamente da Francia e Polonia.

Parigi – fedele alla tradizionale visione di un’Europa delle Nazioni, con istituzioni europee deboli ed una Commissione con poteri limitati – ha proposto la convocazione di due summit distinti. Quello dei Paesi che hanno adottato l’Euro, in cui discutere le tematiche più importanti per la sopravvivenza dell’economia dell’UE, e quello di tutti i 27 Stati dell’Unione Europea: riservato a tematiche di secondaria importanza.

Fin da subito, contraria si è dichiarata la Polonia, la quale, a nome di tutti i Paesi che non hanno ancora adottato la moneta unica, ha evidenziato l’importanza di coinvolgere nei vertici decisionali – anche solo come semplici osservatori – tutti gli Stati dell’Unione Europea: per lo meno, quelli che, come Varsavia, hanno dichiarato l’intenzione di adottare l’Euro quanto prima.

Per scongiurare il varo di un'”Europa a due velocità”, Varsavia ha attuato un pressing diplomatico presso i principali alleati di Parigi. Il Premier polacco, Donald Tusk, ha incontrato il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, il Primo Ministro italiano, Mario Monti, ed il Cancelliere tedesco, Angela Merkel: alleata di ferro del Presidente francese, Nicolas Sarkozy, che, a sua volta, è rimasto inamovibile nelle sue posizioni.

Come riportato dalla ben informata Gazeta Wyborcza, a risolvere l’impasse è stato il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy: il belga, su suggerimento della Merkel, ha proposto la convocazione di tre differenti tipologie di vertice europeo secondo un criterio tematico.

I summit dedicati alla cooperazione nella Zona Euro e al funzionamento del fondo ESM, da convocare due volte l’anno, saranno riservati ai 17 Paesi che hanno adottato la moneta unica – Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Estonia, Slovacchia, Slovenia, Austria, Finlandia, Cipro e Malta – mentre a quelli riguardanti le modifiche al Patto Fiscale, da convocare almeno una volta all’anno, saranno invitati anche gli Stati che hanno accettato, e ratificato, il Patto Fiscale – Polonia, Ungheria, Svezia, Lituania, Lettonia, Danimarca, Romania, e Bulgaria.

Entrambe le tipologie di vertice dovranno essere convocate solo dopo una riunione dei Capi di Stato e di Governo di tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea – quindi, con la partecipazione di Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Da cambiare è la mentalità

Seppur intricata, la proposta di Van Rompuy è stata, alla fine, accettata, non senza lasciare più amaro in bocca che altro ai due principali contendenti. Sarkozy ha evidenziato come il compromesso non costituisca un'”Europa dalle tre velocità”, bensì “un’UE dalle tre diverse integrazioni”: monetaria, fiscale, e politica.

Da parte sua, Tusk ha illustrato come l’accordo non soddisfi appieno le richieste della Polonia, ma, nel contempo, ha ritenuto la sua accettazione un gesto di forte europeismo da parte di Varsavia.

La querelle sui trattati ha dimostrato quanto l’Europa sia ancora divisa al su interno tra Paesi che sostengono il restringimento dell’ambito decisionale all’asse franco-tedesco, e Stati – maggiormente consapevoli della problematica secondo un’ottica globale – favorevoli al coinvolgimento di tutta l’Unione Europea.

Secondo questi ultimi, le realtà del Vecchio Continente sono legate l’un l’altra a doppio filo da un’economia comune, che andrebbe estesa anche ai Paesi dell’Europa Orientale: Moldova, Ucraina, Bielorussia e Georgia.

Diversi commentatori hanno salutato con favore l’accordo sul Patto Fiscale UE, ed evidenziato l’importanza della sua urgente applicazione per sollevare l’economia del Vecchio Continente da una crisi monetaria che, in un Mondo dominato da Cina, India, Brasile e Russia, ha relegato Bruxelles alla periferia del Pianeta.

Tuttavia, per rilanciare in maniera efficace l’Unione Europea, non devono essere riviste solo le regole, ma, sopratutto, la mentalità: nell’economia globale di oggi, per l’Europa non vi è altra scelta che basare la propria ristrutturazione su collegialità, inclusione, coesione ed allargamento.

Matteo Cazzulani

LA CRISI FRANCO-TURCA : UN RISCHIO PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Azerbajdzhan, Francia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 26, 2012

Il Senato francese riconosce il diniego del genocidio degli armeni come reato, scatenando le reazioni di Turchia ed Azerbajdzhan. Oltre alla rottura tra Parigi ed Ankara, a rischio è anche il riesplodere della contesa tra armeni ed azeri per il Nagorno-Karabakh, su cui la Russia mantiene il controllo per impedire la politica di autonomia energetica dell’UE da Mosca

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell’Europa. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che sanziona la negazione pubblica del genocidio degli armeni in Francia con un anno di prigione ed una multa di 45 Mila euro.

A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale, composta dall’opposizione socialista e dalla maggioranza dell’UMP fedele al Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un’iniziativa parlamentare concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all’Eliseo. Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di legge potrebbe scatenare nei rapporti bilaterali con la Turchia.

Secondo il documento, e il giudizio di diversi storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell’Impero Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un’operazione di pulizia etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera dell’avvenimento come un inopportuno inserimento nelle questioni interne alla Turchia.

Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto l’iniziativa “vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti dello Stato turco”. In aggiunta, l’Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti diplomatici tra Ankara e Parigi.

Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy oramai certa. A suo favore, non gioca solo l’ambizione politica del Presidente transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di protagonista.

Tuttavia, ripercussioni dovute all’iniziativa francese si sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea. Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno, Serzh Sarkisjan, che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel denunciare anche l’occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.

La Francia litiga, l’Europa perde

Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti nella Repubblica Sovietica dell’Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell’URSS è stata contesa, in due guerre, nel 1987 e nel 1994, tra azeri ed armeni. Questi ultimi sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell’Armenia, ed ubicata in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.

Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare all’egemonia sull’ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno dell’Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata fino al 2044. Di contro, l’Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la corsa all’approvvigionamento energetico dell’Unione Europea.

Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il transito per il territorio della Russia, da cui l’UE dipende quasi totalmente. Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere in scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle ostilità militari.

Come rilevato da analisti in materia energetica, la stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e condutture dal centro Asia all’Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Azerbajdzhan con l’Occidente, può mantenere il Vecchio Continente energicamente dipendente dalla Russia.

Le conseguenze di tale scenario sulla sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza energetica dell’Unione Europea, e, per questo, da evitare in tutti i modi.

Non è un caso se anche presso la stampa francese sono emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe staliniane, della Shoah e dello Holodomor: genocidio del popolo ucraino, peraltro, mai riconosciuto dalle Autorità transalpine.

Matteo Cazzulani

DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI: GLI USA SONO ROCK, L’UE E LENTA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on January 12, 2012

Il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, scrive di persona una lettera di solidarietà alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Julija Tymoshenko, all’indomani dell’attentato alla vita dell’Anima della Rivoluzione Arancione. Al contrario, l’Unione Europea tace sul regime di Viktor Janukovych, minaccia sanzioni all’Ungheria, e compie l’ennesimo passo per la divisione dell’Europa

Il sorriso di scherno nei confronti dell'Italia di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy

Due sono le differenze tra le sponde dell’Atlantico: la prontezza di riflessi e la consapevolezza che la politica interna è condizionata dalle dinamiche internazionali.

Nella giornata di mercoledì, 11 Gennaio, il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha inviato una lettera alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Julija Tymoshenko, piena di parole di conforto all’Anima della Rivoluzione Arancione: costretta a sette anni di isolamento da una condanna maturata dopo un processo politico, in cui la difesa è stata sistematicamente privata dei propri diritti.

“Continueremo a lottare per la liberazione Sua e degli altri esponenti dell’Opposizione, e per lo svolgimento di elezioni regolari – riporta la lettera della Clinton – gli Stati Uniti sono delusi dalla conferma della Sua condanna da parte della Corte d’Appello: senza considerare le prove della politicizzazione del Suo processo, e dalla successiva decisione di trasferirla in una prigione lontano da Kyiv”.

“Sono contenta – ha continuato il Capo della diplomazia americana – di osservare che, comunque, Lei continua a battersi per l’integrazione europea ed i buoni rapporti con gli stati vicini. Washington – ha concluso – sarà sempre accanto al popolo ucraino nella lotta per la democrazia”

Malgrado la politica dell’amministrazione Obama nell’Europa Centro-Orientale finora non sia stata soddisfacente, occorre riconoscere la capacità di Washington di fare pressione sul regime del Presidente ucraino, Viktor Janukovych, con il dovuto tempismo. Il giorno precedente, è stata resa nota la notizia dell’attentato alla vita di Julija Tymoshenko: dopo avere assunto medicinali per combattere un’infiammazione respiratoria, la Leader dell’Opposizione Democratica ha perso conoscenza per una manciata d’ore.

A nulla sono servite le grida di allarme della compagna di cella, e la telecamera posta sopra il letto della Tymoshenko per osservare la detenuta notte e giorno: i soccorsi sono arrivati con tutta calma, riuscendo, comunque, a salvare l’Anima della Rivoluzione Arancione.

Un fatto grave che, per l’ennesima volta, certifica la nascita di un nuovo autoritarismo in un angolo d’Europa. Peccato che a difendere certi certi valori nel Vecchio Continente siano – seppur solo a parole – siano solo gli Stati Uniti d’America. Altresì, nella medesima giornata, l’UE ha dato preoccupanti prove di ambiguità intellettuale e masochismo politico.

Anziché unirsi alla lettera della Clinton, la Commissione Europea si è concentrata solo sul caso-Orban: il Premier ungherese – che pure ha dichiarato a più riprese di volere il dialogo con Bruxelles – è stato minacciato con sanzioni senza precedenti qualora il pacchetto di riforme controverse approvato dalla maggioranza conservatrice magiara – modifica della Costituzione, nomine dirette di esponenti della Banca Centrale, revisione dell’assetto mediatico – non venga al più presto rivisto.

L’approccio nei confronti di Orban è l’ennesima dimostrazione di come l’Europa preferisca occuparsi della pagliuzza nel proprio occhio, ignorando la trave in un’altro Paese europeo – ma non ancora membro UE. Eppure, in una visione geopolitica maggiormente lungimirante, la questione ucraina – esemplificata dal caso Tymoshenko – dovrebbe essere prioritaria nell’agenda di Bruxelles.

Precluso l’accesso all’Europa, Kyiv sta scivolando verso l’Unione Eurasiatica di Mosca: progetto di reintegrazione dell’ex-URSS voluto dalla Russia di Putin per ritornare superpotenza mondiale, ed eliminare dalla competizione globale l’Unione Europea, ritenuta un fastidioso competitor.

Dall’asse Merkel-Sarkozy l’ennesimo favore a Putin

Il progetto è tanto chiaro quanto preoccupante. Tuttavia, anziché reagire in maniera compatta e condivisa, l’Unione Europea ha offerto un ulteriore assist al Cremlino per dividere l’Europa. Secondo la bozza del nuovo trattato UE – proposta dall’asse Merkel-Sarkozy – dai vertici Eurolandia saranno esclusi Gran Bretagna ed i Paesi dell’Europa Centrale che non hanno ancora adottato la moneta unica.

Secondo diversi analisti, la proposta è un errore, dal momento in cui saranno marginalizzati Paesi dalle salde economie, come Polonia e Lituania. Se confermato, il Trattato realizzerà appieno un’Europa a due velocità, in cui a dettare legge sarà solo l’asse franco-tedesco: direttorio carolingio, egemone su un’Unione sempre più divisa e debole, sopratutto sul piano internazionale.

Matteo Cazzulani

E SE CAMERON AVESSE RAGIONE?

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on December 10, 2011

Il veto del Premier britannico alla riforma fiscale dell’Unione Europea pone in seria difficoltà il Vecchio Continente, chiamato ad un passo di responsabilità storica da cui nessuno dei 27 può sottrarsi. Il perché gettare la croce unicamente addosso al Leader tory è ingiusto, ed una proposta per il vero rilancio dell’Europa

Il Premier britannico, David Cameron

“Traditore dell’Europa”, “Egoista”, “Governante di un’isola sempre più isolata”, “distruttore dell’Unione”: non c’è pace per il Premier britannico, David Cameron, almeno limitandosi alle prime pagine dei media francesi – senza considerare quelli tedeschi ed italiani .

Eppure, una ragione ci deve essere perché il Leader Tory – tutt’altro che un novello della politica – sia stato portato al net alla riforma dell’assetto dell’Unione Europea: oggi questione di vita e di morte non solo per la moneta unica, ma per tutte le economie del Vecchio Continente. Certo, una posizione così dura rappresenta una novità per Londra, che, seppur tradizionalmente molto attenta a concessioni all’integrazione europea, ha sempre finito per raggiungere un compromesso. Negli ultimi anni, così è stato con Margaret Thatcher durante i negoziati per il Trattato di Maastricht, ed anche i premier succeduti alla Lady di Ferro, Mayor e Blair – rispettivamente conservatore e laburista – non hanno mai impedito a Bruxelles di procedere in ambiziosi piani comunitari: né, sopratutto, si sarebbero sognati di farlo se in ballo ci fosse stato il tracollo o meno dell’Europa.

Dal punto di vista interno, Cameron deve fronteggiare una minoranza intestina ai Tory fortemente euroscettica, con cui di recente ha sì vinto un braccio di ferro, respingendo la pretesa degli 81 “ribelli” di un referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’UE, ma che deve pur sempre tenere da conto, in quanto rappresentativa di una fetta del suo elettorato. Inoltre, il Premier britannico non può ignorare gli interessi della City di Londra: il cuore finanziario della Capitale è ben più influente di qualsiasi fumoso sogno europeo, al punto, secondo diverse indiscrezioni, da ordinare a due ministri del gabinetto Cameron repentine dimissioni qualora il Leader Tory avesse firmato qualsiasi carta a Bruxelles, permettendo, così, il controllo del “supervisore europeo” sugli affari economici del’ Isola.

Ma c’ è dell’altro. Non è un mistero che l’uscita della Gran Bretagna dalla Serie A dell’UE sia la realizzazione dei sogni della Francia: da sempre intenzionata a liberarsi di un pericoloso competitor nell’amministrazione degli affari europei, che Parigi gelosamente intende dividere solamente con la Germania. Del resto, è questo lo spirito con cui il Presidente transalpino, Nicolas Sarkozy, ed il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, hanno intavolato la trattativa: il nuovo patto fiscale non è che una proposta dell’asse franco-alemanno, a cui, senza largo margine di trattativa, si sono dovuti accodare il resto dei Paesi Eurolandia. Ad essi, poi, si sono aggiunti sua sponte i “virtuosi” – sopratutto Polonia, Romania, Lituania, Lettonia, e Danimarca – che, pur non avendo adottato la moneta unica, hanno accettato di condividere le sorti dell’Euro, gettando letteralmente il cuore oltre l’ostacolo.

Se letta in questi termini, si comprende come, in realtà, il vero “isolatore” non sia il Premier britannico. Certo, il veto della Gran Bretagna al nuovo progetto fiscale è un errore politico che potrebbe avere serie conseguenze sull’assetto del Vecchio Continente: da oggi privo di un prezioso compagno di viaggio in grado di controbilanciare l’arroganza spesso ostentata dai capofila francesi e tedeschi. Tuttavia, resta il dubbio che il net britannico sia stato un invito all’integrazione ben più lungimirante dei proclami di Merkel e Sarkozy.

Meno europeismo, più atlantismo

Spesso Londra è stata accusata di connivenza con gli USA in una presunta cospirazione per impedire la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa: teorie prive di fondamento – molto di moda sopratutto tra gli anti-americani ed i vari movimenti no-global francesi, italiani, e tedeschi, e puntualmente emerse anche all’indomani dell’ultimo vertice europeo – che, tuttavia, potrebbero inavvertitamente proporre una soluzione alla crisi dell’Unione Europea. Se la soluzione non fosse una più stretta unione del giardinetto UE, ma un rafforzamento dei rapporti atlantici?

L’idea non è peregrina, sopratutto se a condividere la pesante crisi economica del Vecchio Continente sono in primis gli Stati Uniti d’America, in preda ad un crollo finanziario così serio da modificare persino i toni della prossima campagna elettorale: secondo tutte le previsioni, per la priva volta dal 1776, la corsa alla Casa Bianca verterà unicamente su tematiche finanziarie e sociali.

Forse, in quella che è la giungla economica del Mondo globalizzato, in cui a regnare sono le tigri emergenti asiatiche, i puma brasiliani, e gli orsi russi – in una parola, i cosiddetti BRICS – ha senso che l’Occidente si decida a procedere a ranghi stretti e passi comuni, in nome degli interessi e dei valori alla base della nostra civiltà: liberi mercato, iniziativa, e concorrenza, democrazia, diritti umani, divisione dei poteri, giustizia sociale, tutela della proprietà e dell’iniziativa privata per dirne alcuni.

Gli ideali non hanno mai fatto la politica, ma è altresì vero che a fare la forza è l’unione, e, nel Mondo d’oggi, l’unica possibile è quella tra le due sponde settentrionali dell’Atlantico. Solo così si potrà porre un argine all’espansione economica, finanziaria, e politica di Cina, India e Russia – con Mosca la questione riguarda anche l’ambito energetico – e tornare ad un’epoca di prosperità per un Occidente che, dopo anni di direttorio carolingio, politica dei sorrisi meschini, e volemose bene obamiano con i peggiori dittatori della terra, ha perso sé stesso.

Matteo Cazzulani

ELEZIONI PARLAMENTARI RUSSE: L’IMPERO DEL GAS SI FA’ PIU FURBO

Posted in Russia by matteocazzulani on December 5, 2011

Liste civetta, manipolazione dei risultati, e manganellate ai veri oppositori, con tanto di arresti. Il vero volto della consultazione elettorale di un Paese prossimo alla ricostituzione dell’Impero

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

“Il vento è cambiato davvero anche in Russia” scrive qualcuno nei media italiani, felicitato per la prova di democrazia data dalla Russia di Putin, dimostrata – a suo dire – dal crollo dei consensi del partito del potere, Russia Unita: ora, priva della maggioranza assoluta dei seggi alla Duma. Panzane belle e buone, servite con una salsa di ipocrisia dal retrogusto post-sovietico: davvero sgradevole per chi l’Europa orientale e la Russia le conosce davvero.

Le elezioni parlamentari russe di Domenica, 4 Dicembre, sono altresì dimostrazione di quanto il Cremlino abbia compreso cosa sia la furbizia mediatica: ti organizzo l’elezione con liste civetta, il Partito del Potere, dato da tutti per vincitore assoluto, perde un buon 20%, ed è costretto a dividere il potere con liste conniventi con la verticale Putin-Medvedev. “Democrazia” servita.

Difatti, è difficile ritenere reale opposizione il partito Liberal-Democratico di Zhirinovs’kij – quarto con l’11,5% dei consensi – in cui, bene ricordare, fino ad oggi ha militato un certo Lugovoj, tristemente noto per avere avvelenato a Londra nel 2006 Aleksander Litvinenko. Simile giudizio si può esprimere per la formazione socialdemocratica Russia Giusta – terza con il 12% dei voti – composta da fuoriusciti del partito del potere e politici riciclati a cui il Cremlino ha dato il permesso di creare un nuovo soggetto.

E’ con queste due forze che Russia Unita – al 48%, giusto un soffio al di sotto della maggioranza assoluta – dovrà condividere il potere, creando una pseudocoalizione per fronteggiare i comunisti di Zjuganov: unica opposizione tollerata perché anacronistica, seconda nella competizione con il 19% dei consensi. Chissà per quale motivo, chi veramente ha rappresentato un’alternativa alla verticale del Cremlino non è riuscito a superare lo sbarramento per avere deputati alla Duma, come il Partito liberale e filoeuropeo Jabloko.

La matematica non è un’opinione. Le manganellate nemmeno

A certificare manipolazioni del risultato elettorale sono sopratutto gli osservatori di Consiglio d’Europa ed OSCE, che hanno denunciato irregolarità di ogni sorta ed intrusione delle Autorità nella conta dei voti in diversi collegi di periferia. “Non abbiamo ottenuto copia dei risultati da diversi seggi – ha dichiarato il rappresentante del Consiglio d’Europa, Petros Eftimiou – ed il lavoro dei nostri osservatori è stato ripetutamente intralciato”.

Tuttavia, basta scostarsi dai canali di comunicazione con l’occidente per scoprire il trucco delle elezioni falsate. Durante la diretta dedicata alle consultazioni, il canale Rossija 24 – basandosi sui dati ufficiali comunicati dalla Commissione Elettorale Centrale – ha contato il 115,35% dei voti scrutinati nella Oblast’ di Sverdlovs’k, 128,96% in quella di Rostov sul Don, ed il 128,96% in quella di Voronezh. Ovviamente, anche altri risultati sorprendenti sono stati annunciati come certi, come il 99% dei consensi per Russia Unita in Cecenia.

Se tutto questo non bastasse, opportuno ricordare l’ondata di repressioni che nel corso della votazione – mentre i nostri osservatori erano impegnati in gite turistiche presso i seggi – ha colpito in Piazza Triumfal’naja i manifestanti del Movimento liberal-progressista di opposizione Altra Russia – 150 gli arrestati per Illegittimo Dissenso – e, a Perm’, persino alcuni militanti comunisti. Senza tenere conto degli attacchi da parte di hacker subiti dai siti di Radio Ekho Moskvy e dall’ONG Golos – impegnata nella democratizzazione della Federazione Russa, giusto a poco dall’apertura dei seggi.

Una sveglia per l’Europa

Al posto di felicitarsi per la democratizzazione del tandem Putin-Medvedev – tanto civilizzato da scambiarsi le poltrone di Premier e Presidente come se fossero figurine – sarebbe ora di una seria riflessione. Da tempo, il Cremlino sta realizzando un piano fortemente sciovinista, basato sulla costruzione di un’Unione Euroasiatica, con la quale non solo fagocitare i Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Georgia, Bielorussia, e Moldova – ma dare una zampata all’Unione Europea ritenuta primo avversario da annichilire per riprendere quello status di superpotenza mondiale perso dopo il crollo dell’URSS.

Purtroppo, ad avvallare questo piano suicida non c’è solamente la patina veterosovietica ancora pesante nella società dei Paesi occidentali – in primis Francia ed Italia – ma politici incapaci di concepire una visione unitaria di un’Europa che per vivere deve essere compatta e solidale, oggi più che mai. Non saranno i vari Merkel e Sarkozy a salvare il Vecchio Continente, se assieme ad un piano per trasformare l’UE in un direttorio carolingio propongono una revisione della politica energetica comune, che la Commissione Europea ha accuratamente approntato per allentare la dipendenza di Bruxelles dal gas – e, di conseguenza, dalla sottomissione politica – della Russia.

Molto più europeisti sono chi, come Cameron, contesta la volontà franco-tedesca di trattare chi non ha l’euro come un Paese di serie b, e chi, come Tusk, cerca in tutti i modi di dare peso ad un’Europa Centrale che, memore di cosa sia davvero il comunismo ed il nazismo – barbarie della storia i cui esordi non sono affatto dissimili dal puntinismo di oggi – andrebbe valorizzata, ascoltata, e tutelata.

Ma forse tutto questo è passato di moda: non ci sono più Reagan e Carter, Thatcher e Blair, Walesa e Kwasniewski a dare linfa vitale all’Europa. Ora c’è il becero interesse del singolo Stato a minare il futuro dell’Europa, e ad aprire le porte allo zar del gas, oggi re della democrazia.

Il vento non è affatto cambiato. Bensì, la tramontana da Mosca si è fatta ancora più forte.

Matteo Cazzulani