LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Primarie USA. In Iowa vincono Cruz e Clinton: flop Trump, bene Rubio

Posted in USA by matteocazzulani on February 2, 2016

Tra i repubblicani, il Senatore conservatore del Texas supera a sorpresa il milionario anti-establishment di New York. Buono il risultato del Senatore della Florida, che arriva a pochi punti percentuali da Trump. Pareggio, che favorisce l’ex-Segretario di Stato, tra i democratici

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Uno stato agricolo di circa 3 Milioni di cittadini non è forse una cartina di tornasole delle politica degli Stati Uniti, ma, come storicamente dimostrato, può dettare importanti trend politici destinati a cambiare il Paese. Nella giornata di lunedì, Primo Febbraio, il Senatore del Texas Ted Cruz ha vinto le primarie repubblicane in Iowa, superando, con il 27%, il miliardario di New York Donald Trump, secondo con il 24%, e il Senatore della Florida Marco Rubio, terzo con il 23%.

Il risultato, maturato dopo una intensa campagna elettorale, che ha visto Cruz contrastare il mediatico Trump con incessanti visite in tutte le contee dello stato, lascia apertissima una competizione che, in molti, davano già archiviata con Trump come vincitore assoluto.

Invece, oltre a Cruz, vincitore dall’Iowa esce anche il Senatore Marco Rubio, che ha sempre dichiarato di considerare il terzo posto nella consultazione come il suo obiettivo per poi continuare la propria corsa alla nomination del Partito Repubblicano.

La vittoria di Cruz in Iowa rafforza la corsa alla nomination repubblicana dell’esponente conservatore, che ha saputo coniugare tematiche care alle frange conservatrici del Partito Repubblicano, come un forte controllo dell’immigrazione, con idee condivise dai libertari del Tea Party.

In politica estera, Cruz sostiene la necessità di rafforzare la difesa degli alleati USA per contrastare le principali minacce alla sicurezza nazionale statunitense, ISIS, Russia e Cina, ed ha criticato l’interventismo degli scorsi anni in Medio Oriente e Nord Africa che, a suo dire, avrebbe portato ad una maggiore instabilità in regioni calde del pianeta.

Trump, che non si aspettava un risultato così basso, ha riscosso il supporto di quell’elettorato deluso dall’establishment del Partito Repubblicano promettendo l’azzeramento del debito pubblico ed una operazione di “pulizia” della Casa Bianca con molti accenti populistici.

In politica estera, Trump ha individuato nella distruzione dell’ISIL il suo principale scopo in materia di diplomazia, tanto da proporre la messa al bando dei mussulmani nel Paese e lodare a più riprese il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Rubio, che ha trionfato nelle zone urbane dello Stato, è sostenuto dall’elettorato moderato del Partito Repubblicano che condivide una riforma del settore dell’immigrazione che non chiude le frontiere a priori e, nel contempo, prevede una minore presenza dello Stato Federale nella vita dei cittadini rispetto a quanto finora attuato dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Per quanto riguarda gli affari Esteri, Rubio si ispira all’internazionalismo liberale: dottrina che prevede il ruolo attivo degli Stati Uniti nella promozione di Democrazia e Libertà nel mondo come mezzo di garanzia della sicurezza nazionale USA.

Meno partecipata, ma maggiormente sul filo di lana, è stata la competizione nelle primarie del Partito Democratico, dove l’ex-Segretario di Stato Hillary Clinton ha superato di pochissimo il senatore del Vermont, Ben Sanders: ambo i candidati sono, infatti, appaiati al 49%.

La Clinton, che ha dichiarato di intendere continuare la battaglia per estendere diritti per tutti intrapresa dal Presidente Obama, a partire dalla riforma sanitaria, è sostenuta dall’establishment del Partito Democratico e dagli elettori democratici moderati.

Sanders, che siede in Senato come Indipendente, si dichiara invece socialista, ed ha il supporto dell’elettorato più estremo dei democratici e di coloro che non si riconoscono nell’establishment del Partito Democratico.

L’importanza del Caucus di Iowa

Le primarie in Iowa lasciano, dunque, tutti i giochi aperti, ma inviano un chiaro indirizzo politico relativo alla incertezza sul piano repubblicano e alla ledearship quasi sicura della Clinton tra i democratici.

Infatti, le primarie in Iowa, che si svolgono secondo la modalità dei Caucus -assemblee di cittadini che votano dopo un dibattito pubblico nel corso del quale, spesso, il posizionamento di molti partecipanti cambia rispetto alle intenzioni- tendono a premiare i candidati più radicali e meno legati all’establishment.

Così, ad esempio, è stato per i repubblicani nel 2012 con la vittoria di Rick Santorum su Mitt Romney -poi risultato vincitore delle primarie del Partito Repubblicano- e, sopratutto, per i democratici nel 2008 con la vittoria di Barack Obama, che proprio grazie al trionfo nel Caucus di Iowa ha lanciato la sua vittoriosa corsa alla presidenza.

Tenuto conto del dato storico, sul piano del Partito Repubblicano il basso rating di Trump, e il buon risultato di Rubio, lasciano aperta la possibilità per il Senatore della Florida, assieme a Cruz, di insidiare la leadership del miliardario di New York, data per certa dai principali sondaggi.

Tra i democratici, la vittoria della Clinton, seppur di misura, rafforza il margine di vantaggio dell’ex-Segretario di Stato su Sanders, che puntava su una vittoria nel Caucus di Iowa per ripetere quanto Obama, proprio con la Clinton, ha fatto.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

@MatteoCazzulani

Netanyahu incrementa il gap con Obama sull’Iran

Posted in Medio Oriente, USA by matteocazzulani on March 4, 2015

Il Premier israeliano critica il Presidente statunitense per la politica troppo morbida nei confronti del regime di Teheran durante un discorso al Congresso degli Stati Uniti. I repubblicani sostengono Netanyahu, mentre i democratici difendono l’iniziativa di Obama.

Non è bastato abbassare i toni all’inizio di un discorso di 40 minuti circa, interrotto da più di 20 standing ovation, per evitare al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di rendere ancora più profonda la divergenza politica con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Netanyahu, durante un discorso pronunciato presso il Congresso USA a Camere riunite, nella giornata di martedì, 3 Marzo, ha messo in guardia circa l’inefficacia di un accordo che gli Stati Uniti e l’Occidente stanno negoziando con l’Iran per limitare la proliferazione nucleare del regime di Teheran.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Netanyahu, senza svelare i dettagli dell’accordo che il Presidente Obama sta negoziando con l’Iran, ha ritenuto che i negoziati non garantiscono la rinuncia da parte di Teheran ai progetti di arricchimento dell’uranio.

In particolare, Netanyahu ha contestato la proposta di Obama di varare un accordo che vieta la proliferazione nucleare dell’Iran per dieci anni, un lasso di tempo che, secondo il Premier israeliano, non serve ad eliminare una volta per tutte la minaccia che Teheran rappresenta per la sicurezza nazionale di Israele.

Pronta è stata la risposta di Obama, che ha sempre sostenuto l’approccio morbido nei confronti dell’Iran come mezzo di successo per persuadere Teheran ad arrestare la proliferazione nucleare.

In una nota immediatamente successiva al discorso di Netanyahu, il Presidente statunitense ha dichiarato di non riscontrare alcuna proposta alternativa da parte del Premier israeliano.

Obama, un democratico, ha inoltre contestato la decisione della maggioranza repubblicana del Congresso di invitare Netanyahu a tenere un discorso alla vigilia della conclusione dei negoziati con l’Iran, ed ha sottolineato come la politica estera sia una stretta competenza dell’Amministrazione Presidenziale.

Reazione positiva al discorso di Netanyahu è stata espressa dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che similmente a molti suoi colleghi repubblicani ha ritenuto le parole del Premier israeliano chiare ed aderenti alla realtà nel descrivere la minaccia che l’Iran rappresenta per la sicurezza globale.

Opposto, invece, è stato il commento della Capogruppo dei democratici alla Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che, come riportato da Politico, ha ritenuto le critiche di Netanyahu ai negoziati intavolati da Obama un insulto alla capacità degli Stati Uniti di contrastare la proliferazione nucleare su scala globale.

Nelle scorse settimane, la questione iraniana ha coinvolto anche il Senato, dove una maggioranza bipartisan si è detta favorevole all’inasprimento delle sanzioni già imposte dagli USA all’Iran.

Ciò nonostante, sia Obama che il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, un conservatore come Netanyahu, hanno invitato i senatori statunitensi a non innalzare la tensione per permettere agli USA e all’Occidente la finalizzazione dei negoziati con il regime di Teheran.

Alle Elezioni Parlamentari israeliane probabile un ribaltone

La querelle originatasi negli Stati Uniti per via del discorso di Netanyahu al Congresso è legata al rapporto controverso tra il Premier israeliano ed Obama, tra cui non vi è mai stato un buon feeling.

Durante la campagna elettorale per le Presidenziali statunitensi del 2012, Netanyahu, nemmeno troppo velatamente, ha sostenuto la corsa dell’avversario di Obama, il candidato repubblicano Mitt Romney.

Obama, da parte sua, non ha mai fatto mistero di preferire per Israele una leadership diversa rispetto a quella di Netanyahu per via delle posizioni troppo conservatrici espresse dal Premier israeliano sopratutto in materia di politica estera.

Oltre a dividere lo spettro politico statunitense, con i repubblicani apertamente a sostegno del discorso del Premier israeliano e i democratici scettici sulla posizione del leader di Israele apertamente in contrasto con il Presidente Obama, Netanyahu ha anche giocato una carta pesante in vista delle imminenti Elezioni Parlamentari israeliane.

Secondo i più recenti sondaggi, il Likud, il partito conservatore di Netanyahu, è superato di una manciata di punti dall’Unione Sionista, la coalizione di centro-sinistra composta dal Partito Laburista e dalla forza politica di centrosinistra Hatnuah.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama aumenta la spesa per la difesa

Posted in USA by matteocazzulani on February 3, 2015

Il Presidente statunitense incrementa a 534 Miliardi di Dollari le uscite per garantire la sicurezza. Posizionamento dell’esercito degli Stati Uniti in Asia/Pacifico, guerra all’ISIL e rafforzamento della presenza NATO in Europa le priorità della politica di Difesa

Philadelphia – Tante minacce, molti Dollari per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati. Nella giornata di lunedì, 2 Febbraio, il Presidente statunitense, Barack Obama, ha reso noto l’intenzione di incrementare il bilancio federale per la difesa fino a 534 miliardi di Dollari, una cifra che eccede il tetto massimo di 499 Miliardi pre-fissato per il nuovo anno fiscale.

Come riportato dalla Reuters, l’Amministrazione Obama ha argomentato la sua decisione con la necessità di garantire il buon funzionamento dell’esercito degli Stati Uniti in un periodo di minacce globali e mutamenti geopolitici.

Gran parte del bilancio per la difesa, infatti, sarà stanziata per il riposizionamento dell’esercito degli Stati Uniti d’America nell’Asia/Pacifico, una regione centrale negli equilibri economici e geopolitici globali, in cui gli Stati Uniti si stanno impegnando per contrastare l’ascesa della Cina.

Ad esempio, una consistente quota di danaro sarà destinata all’acquisto di sottomarini di categoria P-8, apparecchi di nuova generazione capaci di contrastare obiettivi ubicati a molti chilometri di distanza.

Altri 5,3 Miliardi di Dollari saranno erogati per le operazioni militari contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- di cui 1,3 Miliardi saranno erogati per appoggiare l’opposizione siriana.

Per rassicurare gli alleati NATO dell’Europa Centro-Orientale, Obama ha poi deciso di stanziare 789 Milioni di Dollari per garantire la presenza militare di reparti militari dell’Alleanza Atlantica in Paesi dell’Unione Europea la cui sicurezza nazionale è messa a serio repentaglio dall’aggressività militare della Russia.

La proposta di bilancio di Obama, un democratico liberale che ha sempre anteposto la diplomazia all’uso delle armi, caratterizza un aumento della spesa pubblica che potrebbe incontrare il sostegno della maggioranza repubblicana al Congresso.

Tradizionalmente, i repubblicani si sono sempre dichiarati contrari ad ogni aumento di bilancio proposto dall’Amministrazione Obama, in particolare per quanto riguarda educazione e sanità, ma non hanno assunto una posizione pregiudizialmente contraria ad un incremento dei fondi destinati all’esercito.

Si ravvivano le primarie repubblicane dopo l’uscita di Romney

Una risposta alla proposta di bilancio di Obama potrebbe arrivare presto dai candidati alle Primarie repubblicane, una corsa che si è semplificata dopo la decisione dell’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, di non prendere parte alla consultazione.

Come riportato dall’autorevole Politico, Romney, con un messaggio telefonico durante una conferenza di suoi sostenitori, nella giornata di venerdì, 30 Gennaio, ha dichiarato la sua rinuncia nonostante le rilevazioni lo diano al medesimo livello di Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato che, con tutta probabilità, sarà il candidato dei democratici alle prossime Elezioni Presidenziali.

La rinuncia alla corsa alle Elezioni Presidenziali di Romney, che è già stato candidato del Partito Repubblicano nelle Elezioni Presidenziali del 2012, vinte da Obama, lascia campo libero all’ex-Governatore della Florida, il moderato Jeb Bush, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie.

Altri candidati che, dopo la rinuncia di Romney, potrebbero convincersi alla discesa in campo nelle primarie repubblicane sono l’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, il Senatore della Florida, Marco Rubio, e il Governatore del Kentucky, Scott Walker.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney scende in campo contro Jeb Bush e Hillary Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on January 13, 2015

L’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 fronteggia nelle primarie repubblicane l’ex-Governatore della Florida ed esclude la corsa di esponenti di spicco come il Governatore del New Jersey Chris Christie, il Senatore della Florida Marco Rubio e il Rappresentante del Wisconsin Paul Ryan. La sconfitta con Obama nel 2012 e il vantaggio nei sondaggi sull’ex-Segretario di Stato ha convinto Romney a prendere parte alla competizione

Philadelphia – Passione e ragione sono le due motivazioni che hanno portato l’ex-Governatore del Massachusetts Mitt Romney ad annunciare l’intenzione di partecipare nelle primarie presidenziali repubblicane.

Come riportato dal Wall Street Journal, e ripreso dall’autorevole Reuters, Romney, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nelle Elezioni Presidenziali del 2012 -vinte poi dal democratico Barack Obama- ha comunicato la sua intenzione di scendere in campo durante una cena di gala in California, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio.

La discesa in campo di Romney, che per due volte, nel 2012 e nel 2008, ha già partecipato alle primarie del Partito Repubblicano, segue quella di Jeb Bush, ex-Governatore della Florida che, con un messaggio su Facebook lo scorso Dicembre, ha dichiarato l’intenzione di esplorare la sua candidatura.

Lo scontro tra Romney e Bush, fratello e figlio rispettivamente degli ex-Presidenti George Bush junior e George Bush senior, è destinato a dividere l’establishment repubblicano, che proprio nell’ex-Governatore del Massachusetts e nell’ex-Governatore della Florida vede i loro candidati naturali.

Inoltre, la scelta di Romney di correre nelle primarie repubblicane porta anche alla riduzione dei potenziali contender che, finora, hanno valutato l’ipotesi di partecipare alla consultazione interna al Partito Repubblicano in assenza di un candidato forte.

La prima personalità che potrebbe rinunciare è il Governatore del New Jersey, Chris Christie, un repubblicano di centro molto apprezzato sia da un elettorato bipartisan che da esponenti dell’establishment repubblicano.

Anche il Senatore della Florida Marco Rubio si trova in difficoltà sia a causa della decisione di Romney di scendere in campo, che dalla presenza nella competizione di Jeb Bush, che proprio in Florida ha consolidato la sua carriera politica.

Chi, invece, ha già gettato la spugna è il Rappresentante del Wisconsin alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che, dopo avere corso come candidato Vicepresidente in ticket con Romney nel 2012, ha dichiarato di non intendere candidarsi alle primarie repubblicane.

Come riportato da Politico, la decisione di Romney di cercare nuovamente l’elezione alla Presidenza è dettata dalla sua voglia di raggiungere un successo a cui egli aspira dopo la bruciante sconfitta nelle Presidenziali del 2012 contro Obama.

Oltre alla motivazione emotiva, a spingere Romney a partecipare alle primarie repubblicane sono anche i sondaggi, che, in caso di vittoria, lo danno per vincente nelle Elezioni Presidenziali sul potenziale candidato presidente democratico, Hillary Clinton.

Corsa meno concitata nel campo democratico

Proprio a proposito del Partito Democratico, la competizione interna non sembra essere così dinamica come quella nel campo repubblicano.

A fronteggiare Hillary Clinton, una democratica di centro che ancora non ha sciolto la riserva se candidarsi o meno alle primarie democratiche, potrebbe essere solamente la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, una democratica liberale che, tuttavia, i sondaggi danno molto distante dall’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
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Politica USA: l’attentato di Parigi spinge i repubblicani alla linea morbida con Obama

Posted in USA by matteocazzulani on January 9, 2015

Lo Speaker John Boehner convoca il gruppo del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti per rivedere il congelamento delle risorse erogate al Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Il Presidente degli Stati Uniti per la prima volta duro con il terrorismo internazionale di matrice islamica

Philadelphia – Avrebbero dovuto congelare i fondi destinati al funzionamento del Dipartimento della Sicurezza Nazionale per mettere in difficoltà il Presidente, ma gli attacchi terroristici di Parigi potrebbero spingere i repubblicani a concedere più danaro a Barack Obama proprio laddove la Casa Bianca ha più bisogno.

Nella giornata di giovedì, 8 Gennaio, all’indomani dell’attentato terroristico di matrice islamica alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo, lo Speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso, John Boehner, ha convocato una riunione del gruppo del Partito Repubblicano per discutere sulle nuove misure da adottare nei confronti del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Boehner, spinto da molti esponenti del suo partito, è orientato a concedere al Dipartimento della Sicurezza Nazionale maggiori finanziamenti finalizzati unicamente all’adozione di misure contro il terrorismo.

Questa decisione, tuttavia, costringerebbe i repubblicani ad ammorbidire una linea particolarmente dura approntata per evitare ad Obama di disporre delle risorse necessarie per regolarizzare 4,7 milioni di immigrati irregolari, una misura che il Presidente ha dichiarato di volere attuare avvalendosi del suo potere esecutivo e dei fondi in possesso del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.

Lo scorso Dicembre, il Congresso ha approvato un bilancio che finanzia per tutto l’anno i Dipartimenti dell’Amministrazione Presidenziale, fatto salvo quello della Sicurezza Nazionale, che ha ottenuto una proroga nella ricezione delle risorse finanziarie fino a Febbraio.

L’approvazione del bilancio è stata frutto di una mediazione tra lo Speaker Boehner ed il Presidente Obama, che, con l’erogazione di fondi ai Dipartimenti, hanno evitato lo Shut Down, ossia il blocco del funzionamento delle strutture governative.

Oltre ad ammorbidire la posizione dei repubblicani al Congresso, l’attentato terroristico di Parigi ha indurito l’atteggiamento di Obama nei confronti del terrorismo di matrice islamica, che il Presidente degli Stati Uniti ha definito essere nemico dei valori di libertà dell’Occidente per la prova volta dall’avvio della sua Amministrazione.

Come riportato da Politico, finora Obama ha mantenuto toni molto moderati nei confronti del terrorismo internazionale di matrice islamica, come quando, in seguito all’attentato terroristico di Bengasi, il Presidente USA ha condannato la realizzazione di un video critico dell’islam che avrebbe aizzato la furia dei terroristi anziché contestare il fanatismo degli assaltatori.

Charlie Hebdo entra nelle primarie presidenziali

L’attentato di Parigi è destinato a mutare anche la posizione dei principali candidati alle primarie presidenziali.

Già a seguito dell’attentato di Bengasi, Mitt Romney, allora candidato del Partito Repubblicano e probabile front-runner nelle primarie repubblicane per la Casa Bianca, ha criticato l’Amministrazione Obama per le posizioni troppo tenere nei confronti del terrorismo islamico.

L’attacco di Romney alla Casa Bianca è stato motivato dopo che contestazioni alla realizzazione del filmato critico dell’Islam sono state mosse, sempre nel 2012, da Hillary Clinton, allora Segretario di Stato e, oggi, potenziale candidata nelle primarie democratiche data per vincente da tutte le rilevazioni.

Per la Clinton, la condotta morbida assunta in occasione dell’attentato di Bengasi rappresenta un punto cruciale su cui l’esponente democratica è da tempo fortemente contestata.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney davanti alla Clinton nella corsa alla Presidenza

Posted in USA by matteocazzulani on November 27, 2014

L’esponente conservatore sconfitto alle Elezioni Presidenziali del 2012 dato davanti alla candidata democratica da un recente sondaggio. Certa la vittoria del moderato repubblicano e della centrista democratica nelle rispettive Elezioni Primarie

Philadelphia – Per i democratici americani il tacchino di Thanksgiving potrebbe essere indigesto. Nella giornata di mercoledì, 25 Novembre -la vigilia del Giorno del Ringraziamento- le quotazioni per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti dell’esponente del Partito Repubblicano Mitt Romney hanno superato quelle della probabile candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.

Come riportato dall’autorevole Reuters, secondo un sondaggio della Quinnipiac University, realizzato con un margine di errore del 4%, Mitt Romney, candidato repubblicano sconfitto nelle ultime Elezioni Presidenziali statunitensi del 2012 dall’attuale Presidente, il democratico Barack Obama, otterrebbe il 45% dei consensi qualora la consultazione elettorale si dovesse svolgere il giorno di Thanksgiving.

Staccata, anche se di poco, sarebbe, con il 44%, Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato, sconfitta da Obama nelle Primarie democratiche del 2008, data per probabile candidata dello schieramento liberale nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Il sondaggio della Quinnipiac University rappresenta una buona notizia per i repubblicani che, dopo la storica vittoria nelle Elezioni di Mid-Term dello scorso Novembre, intravedono la possibilità di eleggere un proprio rappresentante alla Casa Bianca con un candidato già collaudato.

Del resto, l’assenza di un candidato di rilievo alla presidenza è stato il problema dei repubblicani, mentre i democratici sono sembrati in difficoltà nel trovare un contendente interno capace di contendere la nomination democratica alla Clinton.

A confermare l’opportunità di una ri-candidatura da parte di Romney, esponente dello schieramento moderato del Partito Repubblicano, è sempre il sondaggio della Quinnipiac, che quota l’ex-Governatore del Massachusetts avanti con il 19% rispetto all’ex-Governatore della Florida Jeb Bush, esponente conservatore fermo all’11%, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie, staccato con l’8%.

Sempre nel campo conservatore, ad essere interessanti sono anche le candidature dei senatori Rand Paul e Ted Cruz, e quelle del Governatore del Wisconsin Scott Walker e dell’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, date tutte attorno al 5%.

Per quanto riguarda le primarie democratiche, la rilevazione della Quinnipiac dà la Clinton, espressione dell’ala centrista del Partito Democratico, saldamente in testa con il 57%, seguita dall’esponente dell’ala sinistra dei democratici, la senatrice Elizabeth Warren, con il 13%, mentre l’attuale Vice Presidente, Joe Biden, è fermo con il 9%.

La rilevazione sembra confermare un trend elettorale fortemente critico nei confronti del Presidente Obama, accusato dagli stessi elettori democratici di non avere saputo realizzare con forza le riforme della sanità, dell’immigrazione, e di non avere sostenuto il ceto medio ed il finanziamento delle infrastrutture come, invece, promesso durante la campagna elettorale.

Dall’altra parte, i repubblicani accusano Obama di attuare una politica troppo sbilanciata a sinistra, e di non avere dato una leadership chiara e forte agli Stati Uniti in ambito estero e di difesa.

Obama e il Congresso avviano la guerra sull’immigrazione

Il confronto tra Obama e i repubblicani, che dopo la vittoria nelle Elezioni di Mid-Term controllano il Congresso, è già stato avviato sul tema dell’immigrazione, il cavallo di battaglia scelto dal Presidente per rilanciare l’attività della sua Amministrazione.

Obama, per compattare il consenso della parte sinistra del Partito Democratico, ha dichiarato di essere intenzionato ad avvalersi di tutti i suoi poteri esecutivi per approvare una riforma dell’immigrazione volta a regolarizzare circa 5 milioni di immigrati irregolari che sarebbe costoso e disumano rimpatriare.

Inoltre, il Capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, ha compattato il fronte l’ala sinistra dei democratici per guidare un’opposizione dura e risoluta ai repubblicani.

In risposta, come riportato dall’autorevole Politico, i repubblicani hanno deciso di bloccare i fondi destinati all’Amministrazione Presidenziale per l’esecuzione delle misure inerenti all’immigrazione.

Nello specifico, i conservatori hanno optato per finanziare il budget complessivo del nuovo anno con un emendamento che impone un finanziamento temporaneo per le misure destinate all’attuazione della riforma dell’immigrazione.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Elezioni di Mid-Term: Obama affronta un referendum sulla sua Amministrazione

Posted in USA by matteocazzulani on November 4, 2014

I democratici cercano di non perdere il controllo del Congresso nelle Elezioni per il rinnovo parziale del Senato, in cui i repubblicani sono dati in vantaggio in diversi swing-states. Colorado, Iowa, Kansas, Arkansas, North Carolina, Georgia, South Dakota e Alaska

Philadelphia – Una maggioranza di 55 senatori da mantenere per continuare a Governare il Paese senza l’opposizione dell’intero Congresso. Tuttavia, per il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, non sarà affatto facile.

Le elezioni di Mid-Term statunitensi di martedì, 4 Novembre, possono segnare il passaggio del Senato dall’attuale maggioranza democratica, che sostiene la linea del Presidente Obama, al controllo dei repubblicani, che già possiedono la maggioranza presso la Camera dei Rappresentanti.

Pur interessando il rinnovo del mandato senatoriale di persone chiamate a rappresentare il proprio Stato presso il Senato federale, la competizione elettorale di Mid-Term sta assumendo un significato tutto nazionale, con i due schieramenti, quello democratico e quello repubblicano, impegnati in una campagna improntata unicamente sull’esame dell’operato dell’Amministrazione Obama.

Da un lato, i democratici stanno cercando di mobilitare il proprio elettorato per evitare che il controllo totale del Congresso da parte dei repubblicani possa ingessare l’attuazione di punti cari all’Amministrazione Presidenziale, come l’implementazione della riforma sanitaria, la legge sull’immigrazione, la riforma dell’educazione e l’incremento della spesa pubblica per incentivare crescita e sviluppo.

D’altro canto, i repubblicani accusano Obama di volere accrescere le competenze dello Stato, e di avere colpevolmente privilegiato tematiche di politica interna senza prestare l’opportuna attenzione a questioni di politica internazionale, in cui il Presidente, secondo la retorica conservatrice, avrebbe dimostrato debolezza.

Dal punto di vista numerico, per riprendere il controllo del Senato, che il Partito Repubblicano non possiede dal 2007, i conservatori devono vincere in almeno 6 Stati in cui i candidati del Partito Democratico sono dati per possibili sconfitti.

Come riportato in un sondaggio dell’autorevole NBC, la prima corsa determinante è quella in Colorado, uno stato di orientamento liberale in cui, però, il candidato liberale, l’uscente Mark Udall, è indietro di un punto percentuale -45% a 46%- rispetto al suo concorrente repubblicano, il membro della Camera dei Rappresentanti Cory Gardner.

A favorire Gardner, sempre secondo la rilevazione, è la percezione maggiormente positiva nei suoi confronti da parte dell’elettorato, che potrebbe portare a cambiare il colore politico del Colorado destituendo Udall.

Altra importante corsa è quella in Iowa, in cui il democratico Bruce Braley, membro della Camera dei Rappresentanti che cerca di passare al Senato, è indietro rispetto al candidato repubblicano, il senatore uscente Joni Ernst, per 46% a 49%.

Nelle ultime due Elezioni Presidenziali, l’Iowa ha votato convintamente a favore di Obama, ma in questa tornata potrebbe privare il Presidente di seggi importanti al Senato.

In Kansas, l’indipendente Greg Orman, dato per vicino ai democratici, ha ancora un vantaggio sul repubblicano Pat Roberts di 45% su 44%: un margine che l’esponente conservatore sta lentamente erodendo pur essendo partito da uno svantaggio di più di quattro punti percentuali.

La ragione della perdita di consenso di Orman è legata al tentativo del candidato indipendente di presentarsi all’elettorato come un moderato: un’argomentazione che sta convincendo sempre meno persone intenzionate a votare contro l’Amministrazione Obama.

Un piccolo barlume di speranza per i democratici resta anche in Arkansas, dove il candidato democratico, il Senatore uscente Mark Pryor, sta accorciando la distanza dal suo oppositore repubblicano, il membro della Camera dei Rappresentanti Tom Cotton.

Ad oggi, la forbice è arrivata a 43% contro 45% in favore dall’esponente conservatore, ma la distanza che penalizzava il candidato liberale era, solo un mese da, di circa il 5%.

Battaglia aperta anche in North Carolina, in cui la Senatrice democratica Kay Kagan sta resistendo all’attacco del candidato repubblicano Thom Tillis, mantenendo un sostanziale pareggio attorno al 43%.

La competizione in North Carolina rispecchia il quadro nazionale: se, da un lato, la Kagan fa campagna su tematiche locali, dall’altro Tillis ha impostato l’elezione sulla scia di un referendum sull’operato del Presidente Obama.

A deciso favore dei conservatori sembra essere la Georgia, dove il repubblicano David Perdue sta tuttavia subendo la rimonta della democratica Michelle Nunn, che, dalla scorsa estate, è riuscita ad accorciare la distanza al 3% dal 6%.

Situazione decisamente più tranquilla per i conservatori è quella del South Dakota, dove il repubblicano Mike Rounds è ampiamente avanti al democratico Rick Weiland per 43% a 29%, complice anche l’ampio consenso che i sondaggi attribuiscono all’indipendente Larry Pressler, pari a circa il 16%.

Infine, importante è anche la corsa in Alaska. Dove il repubblicano Dan Sullivan ha un vantaggio del 4% sul Senatore uscente, il democratico Mark Begich.

Primi preparativi anche per le Presidenziali del 2016

Oltre che per il prosieguo dell’Amministrazione Obama, le Elezioni di Mid-Term sono anche l’occasione per avviare i primi posizionamenti in vista delle prossime Elezioni Presidenziali da parte di entrambi gli schieramenti, chiamati a selezionare i propri candidati attraverso il meccanismo delle primarie.

Sul campo democratico, particolarmente attivi nella campagna elettorale sono stati l’ex-Segretario di Stato nella prima Amministrazione Obama, Hillary Clinton, la Senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e il Vice-Presidente Joe Biden.

Sul campo repubblicano si fa sempre più insistente la voce sull’ennesima candidatura di Mitt Romney -il candidato dei conservatori alla Presidenza sconfitto da Obama nel 2012- mentre una notevole attività è stata avuta anche dal membro della Camera dei Rappresentanti proveniente dal Wisconsin, Paul Ryan, dal Governatore del New Jersey, Chris Christie, e dall’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

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Elezioni di Mid-Term in USA: Obama e Romney al botta e risposta sull’immigrazione

Posted in USA by matteocazzulani on November 3, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, scende in campo per invitare gli elettori al voto per i democratici e per rispondere ai recenti attacchi dei repubblicani sulla risoluzione del problema dei clandestini. Il voto dei latini decisivo per gli equilibri del Senato.

Philadelphia – Di solito, le elezioni di Mid-Term non sono mai così tanto vissute come quelle Presidenziali, ma spesso capita che ad inserirsi nella competizione elettorale siano due ‘pezzi grossi’ della politica statunitense, come gli ex-rivali all’ultima corsa alla Casa Bianca. Nella giornata di Domenica, 2 Novembre, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, è intervenuto di persona nella campagna elettorale per le elezioni di Mid-Term e per l’elezione di Governatori in diversi Stati USA.

A Philadelphia, presso la Temple University, davanti a circa 6 Mila persone, Obama, accorso in Pennsylvania per sostenere la corsa del democratico Tom Wolf sull’uscente repubblicano Tom Corbett, ha invitato di cittadini ad esercitare il diritto di voto per dare fiducia ai candidati che condividono il programma del Presidente.

Obama, che a Philadelphia è apparso in buona forma, precedentemente è stato impegnato a Bridgeport, in Connecticut, per sostenere la corsa del candidato democratico Dan Malloy sul repubblicano Tom Foley.

Durante il suo discorso, il Presidente è stato più volte interrotto da interventi del pubblico che lo hanno invitato ad approvare la riforma dell’immigrazione: una delle promesse effettuate da Obama nella sua seconda campagna elettorale.

“Sono d’accordo, ed è proprio per questo che martedì bisogna andare a votare ed impedire ai repubblicani di ottenere il controllo del Congresso. Ho ancora bisogno di un Senato democratico per andare avanti con la mia agenda” ha dichiarato Obama.

Oltre che una risposta dal pubblico, l’intervento di Obama è stato anche una risposta alle dichiarazioni rilasciate alla stampa dall’ex-Candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney.

Alla Fox Tv, Romney, che nel 2012 è stato sconfitto da Obama nelle Elezioni Presidenziali, ha dichiarato che, in caso di vittoria repubblicana alle elezioni di Mid-Term, il Congresso riuscirà finalmente ad approvare un alto numero di Leggi, tra cui quella dell’immigrazione.

“Con il controllo repubblicano sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato, il Congresso manderà finalmente sulla scrivania di Obama una riforma dell’immigrazione adeguatamente trasparente che vieta l’immigrazione illegale” ha dichiarato Romney.

La comparsa del tema dell’immigrazione nel dibattito elettorale statunitense non è casuale, dal momento in cui dal voto della comunità latinoamericana dipende gran parte dell’esito della consultazione di Mid-Term.

Obama, durante la prima parte del suo secondo mandato, ha cercato di contrastare la deportazione forzata dei clandestini, che, secondo le recenti stime, ha raggiunto livelli preoccupanti difficili da essere affrontati con il semplice rimpatrio degli immigrati irregolari.

Nel Giugno del 2013, il Senato, guidato dalla maggioranza democratica del capogruppo Harry Reid, ha approvato una riforma bipartisan, ma lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner, ha bloccato l’iter legislativo del provvedimento.

Bohner, e la maggioranza repubblicana che controlla la Camera dei Rappresentanti, ha contestato la volontà di Obama di regolarizzare 11 milioni di immigrati irregolari, che i democratici ritengono troppo costoso, oltre che inumano, rispedire al Paese di provenienza.

Da un lato, l’impasse procedurale sulla riforma dell’immigrazione ha frustrato l’attivismo politico della comunità latinoamericana, ma, dall’altro, secondo uno studio del Pew Research Center ha cristallizzato l’intenzione del 60% dei latini di votare per candidati democratici alle prossime elezioni.

I repubblicani favoriti sui democratici

Per mantenere il controllo del Senato, i democratici devono evitare in sei Stati la vittoria dei repubblicani, che, invece, sono dati ampiamente per favoriti nelle elezioni per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti.

Secondo i sondaggi, gli Stati in cui la battaglia sarà accesa sono Iowa, Colorado, Kansas, Arkansas, North Carolina, South Dakota, Georgia, Alaska e Louisiana.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

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Sottomarini militari russi navigano negli USA

Posted in USA by matteocazzulani on August 19, 2012

A dare la notizia, smentita dal Pentagono ma confermata da Mosca, e stato il giornale The Washington Free Beacon.

Missili russi s poca distanza dagli Stati Uniti d’America hanno messo a dura prova il sistema di sicurezza nazionale di Washington. Tra i mesi di Giugno e luglio un sottomarino della marina militare della Russia di classe 971 Akula ha incrociato nelle acque territoriali statunitensi presso il Golfo del Messico.

A dare la notizia della presenza di oggetti militari russi in territorio americano e stato il giornale The Washington Free Beacon, nella giornata di giovedì, 16 Agosto.

Pronta e stata la smentita dell’Addetto del Dipartimento della Difesa USA, Wendy Snyder, che ha negato la notizia ed ha rassicurato sulla sicurezza militare del territorio statunitense.

Diversa la versione delle fonti russe, che hanno ammesso la presenza di oggetti militari in diverse zone del pianeta al di fuori del territorio della Russia, tra cui, con tutta probabilità, anche il Golfo del Messico.

Inoltre, Mosca ha rifiutato di comunicare l’ubicazione attuale dei suoi sottomarini dislocati per differenti mari della terra.

I risvolti per la campagna elettorale USA

La faccenda dei sottomarini russi rappresenta un punto di svolta nella politica interna USA proprio durante la campagna elettorale per le Elezioni Presidenziali. Il candidato del Partito Repubblicano, Mitt Romney, sostiene la necessita di contrastare la Russia e il piano imperiale di Mosca in Europa Centro-Orientale.

L’Attuale Capo di Stato, il democratico Barack Obama, e fautore di un tentativo di dialogo e riavvicinamento con Mosca ed altri Stati governati da regimi autocratici e dittatoriali avversi all’Occidente, come Iran e Corea del Nord.

Matteo Cazzulani