LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

IN KYRGYSTAN “VINCE” IL CANDIDATO GRADITO ALLA RUSSIA

Posted in Kyrgystan by matteocazzulani on November 2, 2011

Il Primo Ministro Alzambek Atambajev in testa ad una consultazione dominata da brogli ed irregolarità, ritenuta dagli osservatori internazionali parzialmente regolare. Le proteste dell’opposizione ed una prospettiva geopolitica che vede Mosca sempre più protagonista a livello mondiale

Il Presidente kyrgyzo, Alzambek Atambajev

Un voto, con i soliti sospetti di brogli e la coda di proteste, ha riportato Bishek nell’orbita russa. Nella giornata di lunedì, 31 Ottobre, la Commissione Elettorale Centrale Kyrgyza ha attribuito la vittoria nelle consultazioni presidenziali del giorno precedente ad Almazbek Atambajev: 55enne candidato filo russo, fino ad oggi Primo Ministro, che, con il 63,2%, avrebbe staccato Adakhan Madumarov, Leader del Partito di Opposizione Butun Kyrgystan – Kyrgystan Unito – e Kamchybek Tashyjev, esponente di Ata Zhurt – Patria, forza politica nella coalizione di governo – fermi rispettivamente al 14,7% e 14,2%.

Il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui accuse di brogli ed irregolarità sono state fin da subito lanciate al vincitore non solo da parte dei principali avversari, ma anche dagli osservatori internazionali dell’OSCE e del Parlamento Europeo, che hanno definito la consultazione non pienamente regolare, ed espresso delusione per il mancato superamento di una prova che avrebbe fatto del Kyrgystan l’unica democrazia di una regione politicamente instabile.

Già in seguito alla proclamazione dei risultati, Madumarov – ex-capo della sicurezza sotto la Presidenza Bakijev – ha preannunciato ricorso, e, così come Tashyjev – ex-Ministro delle Emergenze, e pugile amatoriale – ha mantenuto la promessa di portare in piazza centinaia di sostenitori per protestare contro un voto falsificato, sopratutto ad Osh: capitale del sud maggiormente fedele all’opposizione, in un Paese elettoralmente diviso, e, sopratutto, reduce da duri conflitti etnico-politici che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno provocato fino a 500 vittime.

Tutto è iniziato nel Maggio del 2010, quando un colpo di stato ha instaurato al potere l’esponente filo russa Roza Otumbajeva, e rovesciato Kurmambek Bakijev: Leader della Rivoluzione dei Tulipani – protesta non violenta, simile alla Rivoluzione delle Rose in Georgia del 2003, e a quella Arancione in Ucraina del 2004, con cui nel 2005 il Kyrgystan si è liberato della precedente autocrazia post-sovietica – colpevole di avere dissipato un ampio sostegno popolare a causa di un’Amministrazione quinquennale caratterizzata da corruzione diffusa e scandali di ogni genere. Un rovesciamento politico che, nel contempo, ha comportato l’esplosione del conflitto etnico, con la minoranza uzbeka costretta ad abbandonare il Paese per fuggire a violenze e rastrellamenti.

A cessare le ostilità, l’intervento della Russia, unilateralmente impostasi come mediatore, che ha confermato la Otumbajeva Presidente ad interim incaricata di formare un nuovo governo poi affidato ad Atambajev, il quale, da un lato ha varato una nuova Costituzione – con cui il Kyrgystan è diventato una repubblica parlamentare-presidenziale – dall’altro, ha riavvicinato Bishek a Mosca, con l’aperto sostegno alla Zona di Libero Scambio CSI, l’ingresso nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – progetti con cui il Cremlino sta ripristinando la propria egemonia politico-economico-militare sull’area ex-URSS – e persino l’indizione di una votazione parlamentare urgente per dedicare la montagna più alta del Paese a Vladimir Putin: Primo Ministro russo, e certo prossimo Presidente.

Una vittoria per l’Eurasia di Putin

In molti tra gli esperti hanno ritenuto le consultazioni appena concluse un’evento chiave non solo per il Kyrgystan, ma per la politica mondiale: concordemente con le promesse pre-elettorali, Atambajev intende reagire alla pressione economica cinese ed alla debolezza militare USA – che a Bishek mantiene una base aerea che il nuovo Capo di Stato ha promesso di smantellare al più presto, ben prima del termine del 2014, fissato per la dipartita dei soldati di Washington – stringendo i legami con una Russia vista come garanzia di stabilità ancor più strettamente di quanto fatto finora sotto l’interim Otumbajeva.

Il ritorno di Bishek nell’orbita di Mosca lascia un’interrogativo nel sud del Paese fedele all’opposizione, dove, sopratutto ad Osh, non è escluso che la tensione possa innalzarsi nuovamente. Inoltre, segna l’ennesima vittoria sullo scacchiere internazionale di una Russia dalle rinate velleità imperiali, decisa nel perseguire una politica eurasista pericolosa non solo per l’indipendenza dei Paesi un tempo già sottomessi al Cremlino nell’ambito dell’Unione Sovietica, ma sopratutto per un’Unione Europea che, con il riemergere di una superpotenza ai suoi confini – e la conseguente perdita di Paesi cruciali per la propria sicurezza come Ucraina, Moldova, Georgia, e Bielorussia: europei per storia, cultura, e tradizione, ma sempre più in preda ad uno slittamento verso Mosca – è destinata ad un ruolo subalterno in un Mondo sempre più globalizzato, in cui a dettare le regole sono sempre meno fari della democrazia – oggi governati dal volemose bene obamiano e dai sorrisetti meschini dell’Eliseo – e sempre più tigri emergenti ed orsi del gas.

Matteo Cazzulani

Advertisements

CRISI LIBICA: EUROPA CENTRO-ORIENTALE DIVISA DINNANZI ALL’ATTACCO MILITARE

Posted in NATO, Unione Europea by matteocazzulani on March 20, 2011

Russia categoricamente contraria. Ucraina e Polonia divise. Da Repubblica Ceca, Slovacchia, e Stati Baltici appoggio politico, senza intervento, all’inizativa promossa da Nicolas Sarkozy

La mappa degli attacchi. FOTO SME.SK

Uno scenario lontano, osservato e temuto. E questo l’atteggiamento dell’Europa Centro-Orientale dinnanzi all’attacco franco-anglo-americano-canaese alla Libia di Muhammar Gheddafi.

La rivolta contro il dittatore è percepita, dai media e dai politici, come l’ennesima insurrezione contro un tiranno, nata da una protesta pacifica. Sulla scia delle dimostrazioni non violente che, passate alla storia come Rivoluzioni Colorate, hanno deposto autocrazie nell’Europa Centro-Orientale — di eredità sovietica — ed in Libano.

Ma c’è di più. L’intervento militare occidentale, e, in particolare, la partecipazione degli USA, è vista come un ritorno alla politica coraggiosa da parte degli Stati Uniti. Basata sulla difesa di Democrazia e Diritti Umani nel Mondo, piuttosto che sul volemose bene, senza se e senza ma, con cui Obama ha discreditato l’immagine della più grande democrazia del pianeta.

Sulla base di tali considerazioni, il mondo politico dell’Europa Centro-Orientale si è separato in una Babele di posizioni. Categoricamente contraria all’intervento militare, la Russia. Già a poche ore dall’inizio dei bombardamenti, sabato 19 Marzo, una nota di Mosca ha espresso dispiacere per l’iniziativa bellica.

La Federazione Russa, assieme a Brasile, Cina, Germania, ed India, non ha appoggiato la risoluzione ONU circa l’introduzione di una no-fly zone sulla Libia, proposta da Francia, Gran Bretagna, e Stati Uniti.

Più incerta l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri, Kostjantyn Hryshchenko, ha espresso supporto alla risoluzione ONU. Ma solo dopo un lungo, ed imbarazzante, silenzio. Anticipato dalla dichiarazione secondo cui sarebbe stato meglio per Kyiv non intromettersi nelle questioni interne libiche.

Maggiormente decisa l’Opposizione Democratica, che per voce dell’ex-capo della Diplomazia, Borys Tarasjuk, ha condannato Ghedaffi come un dittatore, ed invitato il Presidente, Viktor Janukovych, a revocargli l’ordine Bohdan Khmel’nyc’kyj, di cui il Capo di Stato libico è stato insignito nel 2008.

Spaccata anche la Polonia. Il Premier ed Presidente, Donald Tusk e Bronislaw Komorowski, hanno appogiato la risoluzione ONU, ma negato la partecipazione alle operazioni militari. Varsavia, come da essi spiegato, preferisce limitarsi ad un ruolo saggio e responsabile, garantendo assistenza logistica, e piena partecipazioni ad operazioni di carattere umanitario.

Una equilibrismo politico che non è piaciuto all’opposizione. Il leader di Diritto e Giustizia, Jaroslaw Kaczynski, ha accolto con soddisfazione l’iniziativa bellica, evidenziando l’impossibilità di fare di Bengasi una nuova Srebrenica.

Europa centrale compatta pro intervento

Concorde all’intervento anche la Repubblica Ceca. Il Primo Ministro, Petr Necas, ha evidenziato come Praga non prenderà parte alle operazioni militari in quanto non invitata, e, militarmente, non attrezzata per azioni belliche nell’areale Mediterraneo.

Come rettificato dal Ministro degli Esteri, Karel Schwarzenberg, quello contro Gheddafi non è un attacco NATO, ma un’iniziativa di una coalizione, creata, ad hoc, dalla Francia.

Medesima opinione di appoggio politico, ma di non-partecipazione, causa invito non pervenuto, anche da parte di Lituania, Estonia, Lettonia, Norvegia, Danimarca.

Supporto anche da parte della Slovacchia, che ha subordinato l’intervento delle proprie forze armate ad una decisione ONU. La Premier, Iveta Radicova, ha definito l’avvallo dato all’operazione bellica come una delle decisioni più pesanti della propria vita, ma necessaria.

Allargando lo sguardo all’Europa, tra collaboratori all’iniziativa militare di Francia, Gran Bretagna, USA e Canada figurano Italia, e Spagna, che hanno messo a disposizione le proprie basi per gli attacchi alle postazioni libiche.

Il fronte degli scettici, capitanato dalla Germania, è composto da Malta, Austria, e Svezia.

Matteo Cazzulani

REPORTERS SANS FRONTIERES DENUNCIA LA MANIPOLAZIONE DELLE INFORMAZIONI

Posted in Editoriale by matteocazzulani on March 14, 2011

Pubblicata la lista dei Paesi che censurano il Web. Ma il vero pericolo è la modifica delle informazioni per il discredito delle testate libere. Il caso della russa INOSMI con la Voce Arancione ed Il Legno Storto

Il simbolo della campagna contro la censura sul Web. FOTO REPORTERS SANS FRONTIERES

Dalla censura alla manipolazione delle informazioni. Questo l’allarme lanciato da Reporters sans Frontières, nella Giornata Mondiale del web.

La ONG internazionale, che si batte per la Libertà di Stampa nel Mondo, ha pubblicato la lista dei nemici della rete, ossia quei paesi in cui l’accesso al web è interdetto. Tra essi, Myanmar, Cina, Cuba, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Siria, Turkmenistan, Vietnam, ed Uzbekistan.

Stupisce, in parte, l’elenco degli Stati in cui l’accesso al web è libero, ma controllato. Oltre a Bahrein, Egitto, Eritrea, Libia, Malesia, Russia, Sri lanka, Tailandia, Tunisia, Emirati Arabi e Venezuela, anche Australia, Francia e Corea del Sud. Tre democrazie, secondo Reporters sans Frontières, con standard ancora troppo bassi per la regolamentazione dell’uso della Rete.

Come illustrato dal Segretario Generale dell’ONG, Jean François Julliar, almeno 119 persone sono state arrestate per avere espesso la propria idea sul Web.

Ma, fatto ancora più grave, alcune tra le autocrazie del Mondo, specie quelle che garantiscono un accesso controllato, avrebbero interrotto la censura, e preferito la manipolazione delle informazioni, mirata al discredito dell’autore.

Una fine strategia, come evidenziato dal segretario di Reporters sans Frontières, adottata in seguito alle recenti ribellioni nel mondo arabo. Organizzate, ed iniziate, al pari di quella Moldava ed Iraniana del 2009, proprio sul web.

Il precedente INOSMI con Voce Arancione e Legno Storto

A riprova di tale opinione, quanto accaduto — in più occasioni — alla Voce Arancione ed al Legno Storto. Le due testate, tra le poche in Italia attente all’areale ex-URSS, sono state vittime della disinformazione dell’agenzia russa INOSMI, che ha modificato il contenuto di alcuni articoli, pubblicandoli come fedeli traduzioni.

Scopo, non solo il discredito delle due testate, ma anche azioni positive, come il progetto Eurobus 3, ed il supporto al Dissenso nel Mondo ex-Sovietico.

Matteo Cazzulani

OBAMA NON CONVINCE NEANCHE LA MOLDOVA

Posted in Moldova by matteocazzulani on March 13, 2011

Il Vice-Presidente USA, Joe Biden, propone soluzioni non sgradite alla Russia nel rapporto tra Washington e Chisinau, e nella risoluzione del contenzioso della Transnistria. Il Primo Ministro moldavo, Vlad Filat, conferma la politica liberale e filoeuropea del suo esecutivo

Il primo ministro moldavo, Vlad Filat

Passi incerti e stentati. E’ questo il bilancio della visita del Vice-Presidente USA, Joe Biden, in Modova.

Secondo quanto rilevato dai principali analisti, un evento che ha rinforzato la convizione che l’Europa — sopratutto quella post-sovietica, in preda ad un dificile percorso di liberalizzazione, ed integrazione nel Mondo Occidentale — non interessa all’amministrazione democratica.

“E’ per questo che Washington ha smesso di fare pressione sulla Russia, ed aiutare Georgia, Bielorussia, Ucraina, e Moldova” ha dichiarato, a Radio Liberty, l’esperto, Vlad Spanu.

A confermare tale opinione, il fatto che Biden, Vice-Presidente, sia la carica più alta ad aver mai visitato Chisinau. E questo, nonostante il coraggio con cui la Moldova si è ribellata, nel 2009, all’autocrazia comunista, di eredità sovietica.

Una rivoluzione pacifica, colorata, passata alla storia come Rivoluzione Twitter. Che pure Biden ha lodato, dichiarando pieno appoggio allo sviluppo economico, democratico, ed agricolo del Paese.

Parole incoraggianti, annacuate dalla posizione in merito alla Transnistria, con cui Chisinau ha un contenzioso aperto. Il democratico USA si è detto favorevole alla garanzia dell’autonomia moldava, ma intenzionato ad evitare decisioni sgradite alla Russia, che vuole coinvolgere nelle trattative.

E che — fatto più importante — nella piccola regione ad est del Nistro, popolata da 500 mila persone, mantiene un contingente militare di 1500 unità. Un appoggio al regime separatista di Smirnov, non riconosciuto dalla comunità internazionale, che dal 1990 si è dichiarato autonomo dalla Moldova.

La Moldova conferma la via euroatlantica e liberale

All’altezza, invece, la risposta del Primo Ministro moldavo, Vlad Filat. Un Leader giovane, confermato alla guida del governo, dopo la vittoria alle scorse parlamentari di novembre dell’Alleanza per l’Integrazione Europea, coalizione di soggetti politici liberali e moderati.

Dopo avere ringraziato Biden per la visita, Filat ha confermato che il suo Paese intende percorere la strada per la Democrazia, l’Europa, e l’Occidente.

“Farò di tutto per fare di Chisinau un modello di successo — ha dichiarato — è nostro scopo consntire a ciascun individuo la propria realizzazione”.

Matteo Cazzulani

UE, PROPOSTA SHOCK DELLA FRANCIA: AL MONDO ARABO I FONDI PER L’EUROPA POST-SOVIETICA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on February 22, 2011

Parigi, Madrid, Atene, e Roma invitano Bruxelles a trascurare Minsk e Kyiv in favore del Cairo e di Tripoli. Protestano Stoccolma, Budapest, Bucarest, e Varsavia. L’esempio responsabile di Vilna e Washinghton

Satira sulla politica francese. FOTO PRIVA DI COPYRIGHT

Per l’Europa, il Califfato Ommayade e l’Asia Minore devono avere la priorità su Granducato di Lituania e Caucaso. Questa la proposta avanzata dalla Diplomazia francese, dinnanzi ai recenti sviluppi nel Mediterraneo.

Secondo Parigi, i fondi che l’UE stanzia per il rafforzamento delle relazioni con i confinanti orientali — bielorussi, ucraini, georgiani, armeni, e moldavi, tutti popoli euopei, per cultura e tradizione — devono essere translati verso i Paesi arabi del Nordafrica.

Tra i firmatari della proposta, inoltrata al Ministro per gli Affari Esteri UE, Cathrine Ashton, anche Spagna, Grecia, Cipro, Malta, Italia e Slovenia. Tutti convinti della maggiore europeicità di Cairo e Tunisi, rispetto a Minsk e Kyiv.

Ma c’è di più. Secondo quanto rilevato da diversi esperti, la mossa francese sarebbe in linea con il rafforzamento dell’Unione Mediterranea: progetto, avanzato da Sarkozy, e favorito dall’Italia di Prodi, in quanto propedeutico al rafforzamento dell’influenza transalpina, non solo nell’areale ex-coloniale, ma anche in seno all’UE.

A dimostrazione di ciò, come riportato dallo EU Observer, la convocazione della seduta del G20, presieduto dalla Francia, proprio il medesimo giorno di quella dei Paesi del Partenariato Orientale.

Forti critiche, dall’esperto romeno Nicu Popoescu, che ha evidenziato come se nel Nordafrica sono in atto ribellioni contro dittatori, ai confini est dell’Europa si sta registrando un ritorno all’autoritarismo. Sopratutto, nella Bielorusia di Aljaksandar Lukashenka, e nell’Ucraina di Viktor Janukovych.

Sulla medesima frequenza, il Capo della diplomazia ungherese, Janos Martonyi. Il quale, Presidente di turno UE, ha gettato acqua sul fuoco, riconoscendo che l’attualità del teatro arabo non può abbassare la guardia dinnanzi al resto del Mondo ex-sovietico, ancora fuori dall’Unione continentale.

Concordi con l’Ungheria, anche Svezia — Paese leader del Partenariato Orientale, Polonia — prossima Presidente di turno UE, e Paesi Baltici.

L’università bielorussa in UE

Proprio dalle tre Repubbliche, che a lungo hanno combatuto per la propria indipendenza dal gioco sovietico, arriva l’esempio di una politica estera davvero responsabile.

Come riportato da Radio Liberty, a Vilna, capitale della Lituania, opera l’Università Umanitaria Europea. Un Ateneo bilingue — bielorusso e russo — che permette la formazione, e l’inserimento nel mondo del lavoro europeo, a diversi giovani, espulsi da Minsk per le loro idee liberali e democratiche.

Fondata, nella Capitale bielorussa, nel 1994, con lo scopo di accellerare l’integrazione della ritornata Bielorussia indipendente in Europa, è stata soppressa dalla salita al potere dell’attuale dittatore, Aljaksandar Lukashenka.

Grazie all’impegno economico della Lituania, delle altre Repubbliche Baltiche, di Paesi dell’Europa Centrale — che la dittatura comunista l’hanno conosciuta per davvero — e degli Stati Uniti, essa è stata trasferita a Vilna, nel 2004.

L’anno della Rivoluzione Arancione in Ucraina. Quando, in fondo, ancora l’Europa — e gli USA, non ancora in preda al sogno dell’armonia cosmica obamiana — è stata più attenta alle sorti dei suoi fratelli più orientali.

E, forse, meno succube di oggi della politica dei gasdotti di Mosca e Tripoli.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: JULIJA TYMOSHENKO DOCUMENTA LA REPRESSIONE POLITICA SU TWITTER

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 17, 2011

La Leader dell’Opposizione Democratica si avvale del servizio di microblog per aggiornare il Mondo sullo stato dei suoi continui interrogatori

La pagina Twitter della Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko

Il cinguettio del dissenso anche in Ucraina, dopo Moldova, Iran, ed Egitto. Nella giornata di martedì, 15 Febbraio, la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, ha aperto un suo account Twitter.

Il servizio di miniblog, già usato con successo durante le rivoluzioni colorate moldava — aprile 2008 — ed iraniana — primavera 2009 — è adoperato dall’anima della Rivoluzione Arancione per aggiornare in diretta i followers — così si chiama chi legge i messaggi di un utente — sui dettagli degli interrogatori. A cui, quasi giornalmente, è costretta.

A confermare l’effettiva gestione personale di Julija Tymoshenko, il suo consigliere di fiducia, Vitalij Chepinoha. Il quale, come riportato dalle maggiori agenzie ucraine, ha affermato che la Lady di Ferro ucraina si avvale del suo Ipad, per informare il Mondo di quanto le accade dinnanzi ai giudici.

Il primo tweet — cinguettio, dato che il logo del servizio è un uccellino — nel pomeriggio di martedì, 15 Febbraio. “Oggi obbligo di firma. Un tabù per la televisione. Che provino anche ad oscurare questi 140 caratteri [il massimo consentito dal servizio per i messaggi, n.d.a.] Il più efficace strumento contro la dittatura”.

Significativo, anche il secondo. “Sono all’interrogatorio. La mia colpa — il pagamento delle pensioni. Oggi presenteremo la nostra proposta di riforma presidenziale [alla Commissione parlamentare, da parte dei Deputati del BJuT-Bat’kivshchyna, il suo gruppo alla Rada, n.d.a.]”.

Speranza disillusa, come recita il terzo post. “Davanti ai giudici sono già da cinque ore. Non ho potuto recarmi alla Commissione, aperta a tutti. Così lavora l’autoritarismo”.

Le condanne di UE ed USA

Lecito ricordare che Julija Tymoshenko, ex-Primo Ministro, è accusata di uso improprio dei fondi per il Protocollo di Kyoto alle uscite sociali. Ed acquisto irregolare di ambulanze e vaccini.

Rea, per così dire, di aver pagato le pensioni, e provveduto alla sanità del suo popolo, peraltro in un periodo di crisi, la Leader dell’Opposizione Democratica è stata confinata in Patria. Impossibilitata persino di recarsi a Bruxelles, per il summit del Partito Popolare Europeo. A cui è stata invitata dal Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek.

Con il leader polacco, anche Consiglio d’Europa e Stati Uniti hanno condannato la repressione attuata nei confronti dell’anima della Rivoluzione Arancione, e di una decina di suoi ex-Ministri, addirittura incarcerati da un anno.

Coincidenza temporale agghiacciante, la salita al potere dell’attuale Presidente, Viktor Janukovych, che nega ogni motivazione politica dei procedimenti.

Tra le personalità dell’Opposizione Democratica colpite, l’ex-Ministro dell’Economia, Bohdan Danylyshyn, riconosciuto perseguitato in Ucraina dalla Repubblica Ceca, che gli ha concesso Asilo Politico.

Invece, più dura la situazione dell’ex-titolare degli Interni, Jurij Lucenko. Detenuto in isolamento per due mesi ancora — la decisione, mercoledì 16 Febbraio, presa dalla procura Generale senza gli avvocati difensori — come il peggiore dei carnefici.

Verificare la veridicità di quanto riportato è possibile per tutti. Tra le diverse modalità, l’abbonamento alla pagina Twitter di Julija Tymoshenko, raggiungibile all’indirizzo twitter.com/YuliaTymoshenko

Matteo Cazzulani

AZERBAJDZHAN: ALIJEV VINCE DUBBIE ELEZIONI PARLAMENTARI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 8, 2010

Il partito di governo verso la riconferma. Sulle votazioni, accuse di brogli

Il presidente azero, Il'kham Alijev

Urne chiuse in Azerbajdzhan. Nella giornata di Domenica, 7 novembre, gli azeri sono stati chiamati alle urne per il rinnovo della Milli Mejlis, il Parlamento di Baku.

Nessuna sorpresa dagli exit-pool, secondo i quali a vincere sarebbe stato il partito di governo, Jeni Azerbajdzhan – Nuovo Azerbajdzhan – con 63 seggi su 125. Soddisfazione è stata espressa sia dal Capo di Stato, Il’kham Akijev, che dal Segretario del partito, Ali Akhmedov, certi della vittoria fin dall’avvio delle consultazioni.

Meno convinta del reale supporto goduto da Akijev, la leader del soggetto politico di opposizione Musavat, Isa Gambar, che ha dipinto le lezioni come in linea con gli standard dell’epoca sovietica. A testimoniare brogli ed irregolarità, anche alcuni osservatori internazionali e membri della missione OSCE, che ha preannunciato la pubblicazione di un rapporto duro.

Il passato del Presidente

Il precedente presidente azero, Hejdar Alijev

Succeduto al padre Hejdar, dal 2003 Alijev guida un Paese, a maggioranza mussulmana, di 9 milioni di anime. Sotto la sua amministrazione, Baku ha conosciuto un enorme sviluppo economico, soprattutto grazie alle risorse energetiche, esportate in Georgia, Ucraina, Turchia .

 Ad oggi, l’Azerbajdzhan è una pedina chiave per UE ed USA, per allentare la dipendenza dal gas della Russia, e contenere il confinante Iran. Ciò nonostante, sul Capo di Stato azero pende la macchia delle elezioni parlamentari del 2005.

Allora, le Autorità sono state autrici di forti repressioni ai danni delle opposizioni, scese in piazza per richiedere l’evoluzione democratica del Paese. Motivate dalle rivoluzioni colorate, appena vinte in Georgia ed Ucraina.

Matteo Cazzulani

LA GEORGIA SCEGLIE IL PARLAMENTARISMO

Posted in Georgia by matteocazzulani on October 16, 2010

Approvato in terza lettura il mutamento dell’ordinamento dello Stato, che devolve poteri presidenziali al Parlamento. L’Europa a favore, critica l’opposizione

Il presidente georgiano, Mikheil Saakashvili

Tbilisi è una Repubblica Parlamentare. Come riportato da Radio Liberty, nella giornata di venerdì, 15 ottobre, la Georgia ha abbandonato il sistema presidenziale, finora adottato. Ora, al Capo dello Stato spettano compiti di mera rappresentanza all’estero, e di garanzia della Costituzione. Ma a formare governi e maggioranze saranno partiti e deputati.

Una decisione dibattuta

Da tempo, il presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, ha lavorato per il mutamento dell’assetto statale, con la finalità di accorciare la distanza tra popolo e Parlamento, e di coinvolgere maggiormente l’opposizione nelle decisioni più importanti.

A dare il via libera, anche il parere della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, che ha ritenuto il progetto in linea con i parametri democratici, e rigettato ogni accusa di tentato autoritarismo da parte di Saakashvili.

A favore del nuovo sistema si sono espressi 112 parlamentari della maggioranza. Contrari in 5, un solo astenuto. Altri esponenti dell’opposizione hanno abbandonato la votazione, in segno di protesta contro una decisione che, a loro dire, favorisce l’attuale Presidente. Il quale, giunto al termine del secondo mandato, ed impossibilitato ad ottenere una riconferma, sarebbe intenzionato a candidarsi come primo ministro, per continuare a guidare il Paese.

Con l’adozione del sistema parlamentare, la Georgia ha dimostrato di avere raggiunto una cospicua maturità, e si è posta come esempio di realizzata democratizzazione tra i Paesi in cui rivoluzioni colorate, pacifiche e non violente hanno abbattuto autocrazie di eredità URSS.

Simili progressi sono stati registrati anche in Kyrgystan, dove la scorsa Domenica si sono svolte le prime elezioni dopo gli ultimi mesi di instabilità.

Esempio inverso, invece, l’Ucraina, dove una decisione della Corte Costituzionale ha restituito al presidente, Viktor Janukovych, pieni poteri sul parlamento. Ora, impossibilitato a controllarne l’operato, e a difendere le conquiste democratiche ottenute con la Rivoluzione Arancione nel 2004.

Matteo Cazzulani