LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

E SE CAMERON AVESSE RAGIONE?

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on December 10, 2011

Il veto del Premier britannico alla riforma fiscale dell’Unione Europea pone in seria difficoltà il Vecchio Continente, chiamato ad un passo di responsabilità storica da cui nessuno dei 27 può sottrarsi. Il perché gettare la croce unicamente addosso al Leader tory è ingiusto, ed una proposta per il vero rilancio dell’Europa

Il Premier britannico, David Cameron

“Traditore dell’Europa”, “Egoista”, “Governante di un’isola sempre più isolata”, “distruttore dell’Unione”: non c’è pace per il Premier britannico, David Cameron, almeno limitandosi alle prime pagine dei media francesi – senza considerare quelli tedeschi ed italiani .

Eppure, una ragione ci deve essere perché il Leader Tory – tutt’altro che un novello della politica – sia stato portato al net alla riforma dell’assetto dell’Unione Europea: oggi questione di vita e di morte non solo per la moneta unica, ma per tutte le economie del Vecchio Continente. Certo, una posizione così dura rappresenta una novità per Londra, che, seppur tradizionalmente molto attenta a concessioni all’integrazione europea, ha sempre finito per raggiungere un compromesso. Negli ultimi anni, così è stato con Margaret Thatcher durante i negoziati per il Trattato di Maastricht, ed anche i premier succeduti alla Lady di Ferro, Mayor e Blair – rispettivamente conservatore e laburista – non hanno mai impedito a Bruxelles di procedere in ambiziosi piani comunitari: né, sopratutto, si sarebbero sognati di farlo se in ballo ci fosse stato il tracollo o meno dell’Europa.

Dal punto di vista interno, Cameron deve fronteggiare una minoranza intestina ai Tory fortemente euroscettica, con cui di recente ha sì vinto un braccio di ferro, respingendo la pretesa degli 81 “ribelli” di un referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’UE, ma che deve pur sempre tenere da conto, in quanto rappresentativa di una fetta del suo elettorato. Inoltre, il Premier britannico non può ignorare gli interessi della City di Londra: il cuore finanziario della Capitale è ben più influente di qualsiasi fumoso sogno europeo, al punto, secondo diverse indiscrezioni, da ordinare a due ministri del gabinetto Cameron repentine dimissioni qualora il Leader Tory avesse firmato qualsiasi carta a Bruxelles, permettendo, così, il controllo del “supervisore europeo” sugli affari economici del’ Isola.

Ma c’ è dell’altro. Non è un mistero che l’uscita della Gran Bretagna dalla Serie A dell’UE sia la realizzazione dei sogni della Francia: da sempre intenzionata a liberarsi di un pericoloso competitor nell’amministrazione degli affari europei, che Parigi gelosamente intende dividere solamente con la Germania. Del resto, è questo lo spirito con cui il Presidente transalpino, Nicolas Sarkozy, ed il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, hanno intavolato la trattativa: il nuovo patto fiscale non è che una proposta dell’asse franco-alemanno, a cui, senza largo margine di trattativa, si sono dovuti accodare il resto dei Paesi Eurolandia. Ad essi, poi, si sono aggiunti sua sponte i “virtuosi” – sopratutto Polonia, Romania, Lituania, Lettonia, e Danimarca – che, pur non avendo adottato la moneta unica, hanno accettato di condividere le sorti dell’Euro, gettando letteralmente il cuore oltre l’ostacolo.

Se letta in questi termini, si comprende come, in realtà, il vero “isolatore” non sia il Premier britannico. Certo, il veto della Gran Bretagna al nuovo progetto fiscale è un errore politico che potrebbe avere serie conseguenze sull’assetto del Vecchio Continente: da oggi privo di un prezioso compagno di viaggio in grado di controbilanciare l’arroganza spesso ostentata dai capofila francesi e tedeschi. Tuttavia, resta il dubbio che il net britannico sia stato un invito all’integrazione ben più lungimirante dei proclami di Merkel e Sarkozy.

Meno europeismo, più atlantismo

Spesso Londra è stata accusata di connivenza con gli USA in una presunta cospirazione per impedire la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa: teorie prive di fondamento – molto di moda sopratutto tra gli anti-americani ed i vari movimenti no-global francesi, italiani, e tedeschi, e puntualmente emerse anche all’indomani dell’ultimo vertice europeo – che, tuttavia, potrebbero inavvertitamente proporre una soluzione alla crisi dell’Unione Europea. Se la soluzione non fosse una più stretta unione del giardinetto UE, ma un rafforzamento dei rapporti atlantici?

L’idea non è peregrina, sopratutto se a condividere la pesante crisi economica del Vecchio Continente sono in primis gli Stati Uniti d’America, in preda ad un crollo finanziario così serio da modificare persino i toni della prossima campagna elettorale: secondo tutte le previsioni, per la priva volta dal 1776, la corsa alla Casa Bianca verterà unicamente su tematiche finanziarie e sociali.

Forse, in quella che è la giungla economica del Mondo globalizzato, in cui a regnare sono le tigri emergenti asiatiche, i puma brasiliani, e gli orsi russi – in una parola, i cosiddetti BRICS – ha senso che l’Occidente si decida a procedere a ranghi stretti e passi comuni, in nome degli interessi e dei valori alla base della nostra civiltà: liberi mercato, iniziativa, e concorrenza, democrazia, diritti umani, divisione dei poteri, giustizia sociale, tutela della proprietà e dell’iniziativa privata per dirne alcuni.

Gli ideali non hanno mai fatto la politica, ma è altresì vero che a fare la forza è l’unione, e, nel Mondo d’oggi, l’unica possibile è quella tra le due sponde settentrionali dell’Atlantico. Solo così si potrà porre un argine all’espansione economica, finanziaria, e politica di Cina, India e Russia – con Mosca la questione riguarda anche l’ambito energetico – e tornare ad un’epoca di prosperità per un Occidente che, dopo anni di direttorio carolingio, politica dei sorrisi meschini, e volemose bene obamiano con i peggiori dittatori della terra, ha perso sé stesso.

Matteo Cazzulani