LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Advertisements

Politica USA: Hillary Clinton e Jeb Bush già pronti con gli staff

Posted in USA by matteocazzulani on February 19, 2015

L’ex-Segretario di Stato supportata da uno staff di veterani delle sue precedenti campagne elettorali e di quelle del Presidente statunitense, Barack Obama. L’ex-Governatore della Florida assolda i consiglieri di politica estera degli ex-Presidenti George H W Bush, George Bush e Ronald Reagan

Philadelphia – Non hanno ancora ufficializzato la loro candidatura, ma l’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton, e l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, stanno già giocando alle figurine per la formazione dei rispettivi staff elettorali in vista delle Elezioni Presidenziali statunitensi.

Hillary Clinton, ex-First Lady favorita nelle Elezioni Primarie per la selezione del candidato democratico alle presidenziali, avrebbe ingaggiato come manager della sua campagna elettorale Robby Mook, uno dei principali allenatori di candidati alle elezioni negli Stati Uniti.

Come riportato dall’autorevole Politico, Mook, che ancora non ha confermato la sua nomina, si troverà a coordinare una squadra di personalità provenienti sia dallo staff di Hillary Clinton che da quello del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

L’integrazione tra gli staff della Clinton e di Obama, epici avversari nelle primarie del Partito Democratico del 2008, è dimostrata dalle nomine di John Podesta, Jennifer Palmieri e Jim Margolis rispettivamente a Coordinatore della campagna elettorale di Hillary Clinton, Capo della comunicazione e consulente principale.

Altre personalità dello staff di Obama che potrebbero entrare nella squadra della Clinton sono il confidente del Presidente, Joel Benenson, e il manager della sua campagna elettorale del 2012, Jim Messina.

Inoltre, gli strateghi di comunicazione elettorale Jeremy Bird and Mitch Steward, impegnati sia nella campagna di Obama del 2012 che della pre-campagna delle primarie della Clinton “Ready for Hillary”, potrebbero essere affiancati dagli esperti di comunicazione digitale Teddy Goff e Andrew Bleeker.

Oltre ai veterani delle campagne elettorali di casa democratica, Mook potrebbe inserire la capo comunicazione de L’Oreal, Kristina Schake, e il Vice Direttore della campagna per le elezioni al Senato del Partito Democratico, Matt Carter.

Oltre alla Clinton, favorita dall’assenza di avversari di spessore nelle primarie democratiche, anche Bush ha costruito un proprio Dream Team focalizzato sopratutto sulla politica estera, un settore in cui il Partito Repubblicano è pronto a dare battaglia approfittando della debolezza finora dimostrata da Obama nel settore.

Come riportato dalla Reuters, Bush, che ha presentato le linee guida della sua politica estera durante una conferenza presso il Chicago Council of Global Affairs nella giornata di mercoledì, 18 Febbraio, ha inserito nel suo staff Richard Hass e Robert Zoellick, già collaboratori dei presidenti George H W Bush e George W Bush, rispettivamente il padre e il fratello di Jeb Bush, sulle questioni internazionali.

A prendere parte allo staff di Bush sono anche il moderato James Baker, il Segretario di Stato dell’Amministrazione di George H W Bush e, prima ancora, consigliere di Ronald Reagan, e il conservatore Paul Wolfowitz, che ha consigliato l’intervento militare in Iraq nel 2003 all’allora Vice Presidente, Dick Cheney.

Una presenza importante nello staff di Bush, infine, è quella di Condoleeza Rice, già Segretario di Stato e, prima ancora, consigliere di George W Bush in materia di difesa e sicurezza.

Partita aperta negli swing state

La competizione tra Clinton e Bush è già abbastanza accesa, come dimostrato da un sondaggio della Quinnipiac University, che ha rilevato come, in tre Stati Chiave come Iowa, Virginia e Colorado, la partita sia tutt’altro che chiusa.

In Iowa, la Clinton vincerebbe su Bush con il 44% contro il 36%, così come in Virginia, dove la democratica è data in testa con il 45% contro il 35% del candidato repubblicano. Tuttavia, in Virginia Clinton e Bush sono incollati al 42% rispettivamente.

Un’altro sondaggio, realizzato da NBC/Maristpoll, ha sancito la vittoria di misura della Clinton su Bush in New Hampshire con il 48% contro il 42%.

Tuttavia, in South Carolina ha stimato il candidato repubblicano in vantaggio con il 48% sull’esponente democratica, ferma al 45%.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

IMG_0600

Obama e Cameron rilanciano la collaborazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna per la prosperità nel Mondo

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on January 17, 2015

Il Presidente statunitense e il Primo Ministro britannico concordi sull’impegno comune contro il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia e il programma di proliferazione nucleare iraniano. Il motore USA-Regno Unito riprende a funzionare dopo l’era Reagan-Thatcher e Clinton-Blair

Philadelphia – C’è un’Europa “vecchia”, ripiegata su un oramai anacronistico asse franco-tedesco, ansiosa di ristabilire buone relazioni con uno Stato che viola il Diritto Internazionale come la Russia. Invece, c’è anche un’altra Europa, più attenta ai valori dell’Occidente, che vede l’Atlantico non come una barriera, bensì come il centro di una cooperazione Trans Atlantica importata sulla difesa di democrazia, libertà e diritti umani.

Nella giornata di venerdì, 16 Gennaio, a Washington, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, hanno rilanciato la partnership globale tra i due Paesi motori della Comunità Trans Atlantica.

Come dichiarato da Obama durante la conferenza stampa di chiusura del vertice con Cameron, durato circa due giorni, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono impegnati a rafforzare l’intelligence e a difendere i propri confini per contrastare le numerose minacce che mettono a serio repentaglio la pace nel Mondo, come il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e la proliferazione nucleare iraniana.

Obama, dopo avere evidenziato come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna coopereranno con forza per contrastare l’ISIL e Al Qaeda, ha contestato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina, ed ha dichiarato pieno appoggio al Governo ucraino per la difesa della propria integrità territoriale e per l’approvazione di importanti riforme di carattere economico e politico.

Obama ha anche sottolineato come la sicurezza digitale e l’implementazione dell’approvazione del trattato di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantica -TTIP- siano altri punti prioritari della cooperazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna.

Infine, Obama, concordemente con Cameron, ha invitato il Congresso a non approvare una legge per l’incremento delle sanzioni all’Iran, poiché ogni seppur piccolo spiraglio per la diplomazia deve essere ancora perseguito per potere evitare la proliferazione nucleare di Teheran.

“Quando Stati Uniti e Gran Bretagna sono al fianco l’uno agli altri, il mondo è più sicuro e più giusto” ha dichiarato Obama, che ha anche apprezzato la decisione di Cameron di collaborare in materia di lotta contro Ebola e riduzione delle emissioni inquinanti.

Da parte sua, Cameron ha sottolineato come Stati Uniti e Gran Bretagna debbano impegnarsi nel mondo per sviluppare e garantire prosperità e sicurezza sia sul piano economico che su quello nazionale.

Cameron ha anche contestato la Russia per la politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ed ha rinnovato l’impegno congiunto di Gran Bretagna e Stati Uniti per il rafforzamento delle strutture difensive della NATO nei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Centro-Orientale che, oggi, vedono la loro sicurezza nazionale messa a serio repentaglio a causa della politica aggressiva di Mosca.

“Gran Bretagna e Stati Uniti condividono gli stessi valori di libertà, democrazia e prosperità, vedono il mondo nella stessa maniera e parlano persino la medesima lingua” ha dichiarato Cameron.

Il rilancio della partnership tra Stati Uniti d’America e Gran Bretagna segna un passaggio importante nella geopolitica degli ultimi decenni, durante i quali proprio il legame tra gli USA e il Regno Unito ha permesso la tutela e la diffusione dei valori dell’Occidente in Europa e nel Mondo.

Negli anni ’80, la solida intesa tra il Presidente USA di orientamento repubblicano Ronald Reagan e il Primo Ministro britannico conservatore Margaret Thatcher ha dato un decisivo contributo alla caduta del comunismo e alla diffusione di democrazia e libertà in Europa Centrale.

Negli anni ’90, la collaborazione tra il Presidente USA democratico Bill Clinton e il Primo Ministro britannico di appartenenza laburista Tony Blair ha portato all’eliminazione di una delle ultime dittature nel cuore dell’Europa, come quella di Slobodan Milosevic in Serbia.

Oggi, una nuova partnership tra il Presidente democratico Obama e il Primo Ministro conservatore Cameron ha tutte le carte in regola per rilanciare il ruolo dell’Occidente in un mondo in cui, dopo anni di vano disimpegno dalle questioni mondiali, la comunità Trans Atlantica vede se stessa e i suoi valori ancora più minacciati di quanto non fosse prima.

Un’Europa meno “carolingia” e più “atlantica”

Oltre ad Al Qaeda, all’ISIL e alla Russia, a rappresentare una minaccia per la sicurezza, la pace e la prosperità della comunità Trans Atlantica è anche lo strenuo antiamericanismo ed antisemitismo di una buona fetta dell’élite politica e dell’opinione pubblica europea.

Sopratutto in Paesi come Francia, Germania ed Italia, essa dimostra un’inspiegabile insofferenza nei confronti degli Stati Uniti e della cultura occidentale assumendo posizioni filorusse, terzomondiste ed apertamente filo-arabe, così come dimostra chi, oggi, invoca a gran voce il ristabilimento di buone relazioni con la Russia.

Una nuova Europa, meno “carolingia” e più “atlantica”, è oggi necessaria per mettere la Comunità Trans Atlantica al passo coi tempi di un mondo che non risponde più ai paradigmi della Guerra Fredda, e che vede una pluralità di soggetti nutrire odio e rancore verso l’Occidente.

Il rilancio della partnership tra Obama e Cameron, basata anche su una forte amicizia personale, è l’opportunità da cogliere per riattivare il motore anglo-statunitense, grazie al cui funzionamento l’Europa e l’Occidente hanno potuto davvero contare nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

2015/01/img_0512.png

Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

2015/01/img_0306.png

Politica USA: Obama sceglie Ash Carter come nuovo Segretario alla Difesa

Posted in USA by matteocazzulani on December 6, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti nomina un Vice Segretario di lungo corso durante Amministrazioni democratiche come nuovo Capo del Pentagono. Il prossimo Presidente della Commissione Servizi Armati del Senato, il repubblicano John McCain, possibilista sulla conferma di Carter presso la Camera Alta del Congresso

Philadelphia – Avrebbe voluto diventare il Segretario alla Difesa dopo le dimissioni di Leon Panetta, ma il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, lo ha mantenuto al secondo posto della gerarchia del Dipartimento alla Difesa per gestire l’interregno di Chuck Hagel, un repubblicano con cui l’Amministrazione Presidenziale democratica non ha mai avuto un buon feeling.

Nella giornata di venerdì, 5 Dicembre, il Presidente Obama ha nominato l’ex-Vice Segretario alla Difesa, Ash Carter, il nuovo Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, dopo le dimissioni di Chuck Hagel, che per circa due anni ha mantenuto la guida del Pentagono.

Nel presentare Carter, il quarto Segretario alla Difesa della sua Amministrazione dopo i repubblicani Gates ed Hagel ed il democratico Panetta, Obama ha apprezzato la lunga carriera interna al Pentagono effettuata da Carter, ed ha invitato il nuovo Segretario a compiere le scelte giuste per affrontare sfide importanti in cui l’esercito degli Stati Uniti è impegnato, come la lotta contro l’ISIL e la questione siriana.

Carter, che dopo avere servito come Top Buyer degli armamenti del Dipartimento alla Difesa durante l’Amministrazione del Presidente democratico Bill Clinton e come Vice Segretario di Panetta sotto l’Amministrazione Obama, è stato confermato numero due del Pentagono su precisa richiesta del Presidente USA.

Dopo frizioni con Hagel, Carter ha abbandonato per qualche tempo il Pentagono, fino a quando Obama non lo ha riconvocato alla guida del Dipartimento, per sostituire Hagel che, ufficialmente in maniera consensuale, ha interrotto la sua permanenza nell’Amministrazione Obama come Segretario alla Difesa.

Per essere confermato, Carter, che ha promesso ad Obama “candidi consigli” sulla politica estera, necessita l’approvazione del Senato, che dal prossimo Gennaio, per via della sconfitta dei democratici nelle Elezioni di Mid-Term, sarà controllato dai repubblicani.

Come riportato dall’autorevole Politico, il prossimo Presidente della Commissione dei Servizi Armati del Senato, l’ex-candidato repubblicano alla corsa alla presidenza nel 2008 John McCain, ha dato un preventivo appoggio alla nomina di Carter per via della sua preparazione nell’ambito della Difesa.

Tuttavia, McCain si è detto perplesso sulla possibilità per Carter di attuare una politica differente da quella che gli sarà imposta dall’Amministrazione Obama, avallando l’accusa, spesso mossa al Presidente, di nominare semplici passacarte delle sue decisioni come leader del Dipartimento alla Difesa.

Ciò nonostante, la biografia di Carter sembra testimoniare una personalità tutt’altro incline a passare gli ordini di Obama, con cui spesso il probabile nuovo Segretario alla Difesa sarà in disaccordo.

Chi è il probabile nuovo Segretario alla Difesa

Ad esempio, durante l’Amministrazione del repubblicano George W Bush, Carter ha sostenuto la necessità di bombardare preventivamente la Corea del Nord per evitare la proliferazione nucleare di una dittatura nel pieno cuore dell’Asia.

Durante l’Amministrazione del repubblicano Ronald Reagan, Carter è stato autore di un rapporto che ha descritto come inattuabile il piano di riarmo proposto dal Presidente USA, anche se esso ha poi consentito agli Stati Uniti di vincere la Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica.

Come riportato dalla Reuters, una volta ottenuta la conferma dal Senato, Carter si troverà a gestire situazioni importanti sia sul piano estero che su quello interno.

In primis, Carter è chiamato a gestire la lotta contro lo Stato Islamico e la gestione della crisi siriana, su cui il suo predecessore Hagel ha fortemente contestato le scelte prese da Obama e dalla sua Consigliera per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice.

Un’altra sfida a cui Carter è chiamato a dare una risposta è il riarmo della Russia, a cui gli Stati Uniti, come richiesto da una Risoluzione di recente approvata dal Congresso, potrebbero rispondere incrementando la presenza di strutture militari difensive della NATO in Europa Centro-Orientale.

Carter è chiamato infine a gestire il taglio dei fondi alla Difesa sancito dal Congresso: una misura che potrebbe portare gli Stati Uniti a ridimensionare il suo impegno nel mondo in favore della democrazia e della libertà.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0430.PNG

Obama perde consenso e Congresso nelle Elezioni di Mid-Term

Posted in USA by matteocazzulani on November 5, 2014

I repubblicani conquistano 52 seggi al Senato su 100 ed ottengono così il totale controllo del Congresso. Per i democratici pesanti le sconfitte in Stati chiave come Iowa, Colorado, Arkansas, Montana, North Carolina, South Dakota e West Virginia

Philadelphia – Per la storia politica degli Stati Uniti d’America, il risultato delle elezioni di Mid-Term di martedì, 4 Novembre, rappresenta la peggiore sconfitta mai subita dalla forza politica a cui appartiene il Presidente in carica dai tempi di Dwight Eisenhower.

A spoglio concluso, il Partito Democratico del Presidente, Barack Obama, ha infatti perso la maggioranza al Senato per via delle vittorie del Partito Repubblicano in 7 Stati-Chiave della competizione in cui il candidato conservatore ha strappato il seggio statale finora posseduto da un esponente liberale.

In Iowa, il repubblicano Joni Erst ha superato il democratico Bruce Braley con uno score di 51% contro 45%, in Montana il conservatore Steve Daines ha superato la liberale Amanda Curtis con un margine di 55% a 43%, in South Dakota il conservatore Mike Rounds ha polverizzato il liberale Rick Weiland per 52% a 28%, mentre in West Virginia la repubblicana Shelley Capito ha superato la democratica Natalie Tennant per 62% a 34%.

In North Carolina, il repubblicano Thom Tillis ha scalzato l’uscente democratico Kay Kagan per 49% a 47%, in Arkansas i conservatore Tom Cotton ha strappato il seggio statale all’uscente liberale Mark Pryor con un margine di 55% a 41%, mentre in Colorado l’esponente repubblicano Cory Gardner ha avuto la meglio sull’uscente democratico Mark Udall per 51% a 44%.

A peggiorare il risultato delle Elezioni di Mid-Term per Obama è anche la sconfitta nelle elezioni per i nuovi Governatori in alcuni stati tradizionalmente democratici come l’Illinois: il collegio elettorale di provenienza del Presidente degli Stati Uniti, dove il repubblicano Bruce Rauner ha ottenuto una storica vittoria sull’uscente democratico Pat Quinn per 51% a 46%.

Risultato amaro nelle elezioni per i nuovi Governatori è avvenuto anche in Florida, dove il repubblicano Rick Scott ha superato il democratico Charlie Crist 48% a 47%, mentre l’unico risultato che sorride a Obama è la storica vittoria del liberale Tom Wolf sul conservatore Tom Corbett in Pennsylvania, dove per la prima volta nella storia dello Stato, la maggioranza uscente non viene riconfermata, per giunta all’interno di un contesto elettorale poco favorevole per la forza partitica del Presidente.

Come dichiarato dal nuovo Leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, gli americani hanno scelto il cambiamento punendo le scelte politiche prese dall’Amministrazione Obama, mentre il Leader democratico uscente, Harry Reid, ha ammesso la sconfitta e ha dichiarato la necessità di lavorare insieme per il compromesso e il bene della nazione.

Con il controllo da Parte dei repubblicani sia del Senato che della Camera dei Rappresentanti, dove i conservatori già avevano la maggioranza, l’Amministrazione Obama avrà difficoltà a promuovere punti importanti del suo programma, come l’estensione della riforma sanitaria e l’approvazione di una legge sull’immigrazione che, come preventivato dal Presidente, deve portare alla regolarizzazione di 11 milioni di clandestini.

D’altra parte, con la conquista del Senato i conservatori possono ora incrementare l’attività legislativa per ridimensionare le riforme di Obama ed approvare misure che guardano all’austerità dei bilanci, costringendo il Presidente a ricorrere al veto e alla mediazione su ogni provvedimento approvato dal Congresso.

Un vantaggio per la nazione e per i democratici nelle Presidenziali del 2016

La differenza di colore politico tra l’Amministrazione ed il Congresso può tuttavia portare anche a risultati positivi, come dimostrato nel 1986, quando, dopo la vittoria dei democratici sia alla Camera che al Senato nelle Elezioni di Mid-Term del 1986, il Presidente repubblicano Ronald Reagan è riuscito a negoziare l’approvazione del Trattato sul Controllo delle Armi e ad ottenere una nomina di sua fiducia alla Corte Federale di Giustizia.

Nel 1994, il Presidente democratico Bill Clinton, dopo avere perso il controllo del Congresso per via della vittoria repubblicana nelle Elezioni di Mid-Term sia alla Camera che al Senato, è riuscito comunque a negoziare l’approvazione di un pacchetto di misure sul welfare e di un bilancio equilibrato.

Infine, la sconfitta di Obama delle elezioni di Mid-Term rappresenta per i democratici più una chance che un’occasione persa, in quanto, da oggi, i liberali hanno tutto il tempo per lavorare bene sulle Elezioni Presidenziali del 2016, in cui il candidato di punta del Partito Democratico sembra essere l’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton.

D’altro canto, i repubblicani devono ancora lavorare molto per trovare un candidato che sia all’altezza di competere con la Clinton, che, secondo tutti i sondaggi, gli stessi che hanno dato i democratici sconfitti alle elezioni di Mid-Term, è ampiamente favorita.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0325.PNG

Ucraina: Poroshenko in USA e Canada nel solco dell’Occidente

Posted in Ukraina by matteocazzulani on September 19, 2014

Durante il suo discorso al Congresso a Camere riunite, il Presidente ucraino attinge a piene mani della dottrina dell’Internazionalismo Liberale: richiede il rispetto dell’integrità territoriale ucraina, aiuti per realizzare le riforme, armi e lo status di alleato NATO per Kyiv. Presso il Parlamento canadese, Poroshenko dichiara l’inizio di un percorso inarrestabile verso l’Europa

Wilsoniano, Kennediano, Reaganiano e Clintoniano negli Stati Uniti d’America, Churchilliano, invece, in Canada. Queste sono le caratteristiche dimostrate dal Presidente ucraino, Petro Poroshenko, durante i discorsi ufficiali al Congresso USA e al Parlamento canadese, entrambi riuniti a camere congiunte per audire il Capo di Stato dell’Ucraina.

Al Congresso, Poroshenko ha esposto le richieste dell’Ucraina all’alleato statunitense attingendo a piene mani dall’Internazionalismo Liberale: dottrina geopolitica, seguita da moltissimi tra i Presidenti che dal 1918 si sono succeduti alla Casa Bianca, che postula lo sviluppo della Democrazia e della Libertà nel Mondo come condizione necessaria a garanzia della sicurezza dell’intera Comunità Atlantica.

Con l’appello agli USA a mantenere l’impegno di rispettare l’integrità territoriale ucraina sancita nel Memorandum di Budapest del 1994 -con cui USA, Gran Bretagna e Russia hanno riconosciuto l’invio l’abilità dei confini ucraini in cambio della rinuncia da parte di Kyiv alle armi nucleari- e con la richiesta al Congresso di applicare ulteriori sanzioni alla Russia in reazione all’aggressione militare di Mosca all’Ucraina, Poroshenko si è rifatto alla dottrina del Presidente Woodrow Wilson.

Questo Presidente, il “padre” della dottrina dell’Internazionalismo Liberale di appartenenza democratica, nel primo dopoguerra ha ritenuto necessario per la sicurezza degli Stati Uniti adoperarsi ad ogni costo per garantire la Libertà e il rispetto dello Stato di Diritto nel Mondo.

Poroshenko ha poi richiesto al Congresso investimenti affinché l’Ucraina riesca ad attuare riforme in campo economico e giudiziario necessario per approvare riforme importanti finalizzate a soverchiare la corruzione e a garantire la giustizia sociale sulle Rive del Dnipro.

Questo appello ricalca la posizione di John Fitzgerald Kennedy, il Presidente USA di orientamento democratico che, nel solco della tradizione dell’Internazionalismo Liberale, negli anni Sessanta ha postulato la realizzazione della Comunità per il Progresso: un’alleanza tra i popoli della terra, iniziando da quelli della Comunità Atlantica, per garantire nel Mondo pace e giustizia sociale come mezzo per rafforzare la Democrazia e garantire la Libertà.

Durante il suo discorso, Poroshenko ha anche richiesto agli USA di fornire aiuti di carattere logistico e militare per consentire all’Ucraina di difendersi in maniera adeguata dall’aggressione militare della Russia, dichiarando che gli ucraini vogliono la pace, e che la battaglia per la Libertà sta comportando per Kyiv un prezzo enorme.

Questa richiesta ha scaldato i cuori dell’ala repubblicana del Congresso, in quanto ha attinto a piene mani dalla dottrina del Presidente Ronald Reagan, che, sempre nel solco dell’Internazionalismo Liberale, negli anni Ottanta ha postulato la necessità per il Mondo libero occidentale, di combattere a tutto campo per la difesa della Democrazia, anche per mezzo di un considerevole riarmo.

Infine, Poroshenko ha attinto dall’orientamento del Presidente democratico Bill Clinton che, negli anni Novanta, sempre facendo riferimento alla dottrina wilsoniana, ha postulato la riforma della NATO dopo la caduta dell’Unione Sovietica da patto a garanzia della sicurezza della comunità Euroatlantica ad alleanza impegnata nello sviluppo e nella tutela della Democrazia, dei Diritti Umani e della Libertà nel Mondo.

Poroshenko, nel suo discorso, si è infatti appellato al Congresso affinché gli USA riconoscessero all’Ucraina lo status di “alleato speciale” della NATO: una carica, concessa già ad Israele, Argentina, Corea del Sud, Giappone, Thailandia e Kuwait, che garantisce ai Paesi che la possiedono aiuti da parte dell’Alleanza Atlantica in caso di aggressione militare.

Prima del discorso al Congresso, Poroshenko ha parlato presso il Parlamento del Canada, un Paese tradizionalmente vicino all’Ucraina per via della consistente diaspora ucraina, che da circa un secolo vive pienamente integrata nel tessuto sociale canadese.

Dopo avere sottolineato come l’Ucraina abbia intrapreso un percorso verso l’Europa oramai inarrestabile, Poroshenko ha citato l’ex-Primo Ministro britannico Wiston Churchill nell’elogiare il difficile compito avuto dal politico inglese durante la Seconda Guerra Mondiale di frenare il nazismo dovendo guardarsi anche dal rafforzamento dei sovietici.

Il Presidente ucraino ha inoltre citato Churchill anche per condividere l’apprezzamento per il Canada come Paese impegnato nel rispetto della Democrazia e dei Diritti Umani nel Mondo che il Primo Ministro della Gran Bretagna ha espresso a più riprese.

Aiuti finanziari e militari

I discorsi di Poroshenko in USA e Canada hanno portato a risultati contrastanti. In USA, come riportato da Radio Liberty il Senato, presso la Commissione Esteri, ha approvato un progetto di legge per riconoscere all’Ucraina lo status di alleato della NATO e armamenti per una quantità di 350 Dollari.

Nonostante il voto del Senato, come riportato dalla CNN, il Presidente USA, Barack Obama, ha dichiarato che il riconoscimento dello status di alleato NATO all’Ucraina non sia necessario, in quanto la cooperazione tra l’Alleanza Atlantica e Kyiv è già a un livello superiore rispetto a quello con l’Argentina e gli altri Paesi che godono dello status richiesto dal Presidente Poroshenko.

Da parte sua, come riportato dalla Cancelleria del Capo del Governo, il Premier canadese, Stephen Harper, ha promesso l’implementazione della Zona di Libero Scambio con l’Ucraina per i settori dell’energia, dell’agricoltura, della tecnologia e della realizzazione di macchinari.

Il Canada ha poi concesso un prestito di 200 Milioni di Dollari che l’Ucraina è chiamata ad utilizzare per il rafforzamento della sua economia, e a restituire nei prossimi 5 anni.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

20140919-110336-39816756.jpg

Obama a Varsavia ridà fiducia all’Europa

Posted in Editoriale by matteocazzulani on June 4, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America promette un miliardo di Dollari per rafforzare la presenza a turni di forze militari NATO a difesa dei confini dell’Europa Centrale, minacciata dalle provocazioni militari di stampo imperialista della Russia di Putin. Oltre alla difesa, gli USA hanno invitato l’Unione Europea anche ad accelerare la creazione di una Zona di Libero scambio transatlantica

Parole così forti, tanto inaspettate quanto gradite alle orecchie dei polacchi, dei popoli dell’Europa centrale, e di chi si batte per il sostegno della democrazia nel Mondo, non si erano mai udite dalle labbra del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che, a Varsavia, nella giornata di mercoledì, 4 Giugno, ha rafforzato l’impegno statunitense per la sicurezza e la difesa dell’Europa.

A conclusione della due giorni polacca, organizzata in occasione del 25 anniversario delle Elezioni del Giugno 1989 -che, con la vittoria di di Solidarnosc, hanno portato all’inizio della fine del regime sovietico- il Presidente USA ha apprezzato il contributo che, sopratutto la Polonia, ha saputo dare allo sviluppo della Democrazia e della Libertà: una presa di posizione importante, che ha rafforzato l’alleanza tra gli USA e il Paese che più di tutti sente oggi minacciata la propria sicurezza nazionale in seguito all’aggressione militare della Russia all’Ucraina.

“I giorni degli imperi e delle aree di influenza sono finiti -ha dichiarato Obama- la Polonia non sarà mai più sola, e con essa anche l’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Romania. Non sono parole al vento, ma un impegno concreto. Noi non minacciamo nessuno, ma intendiamo garantire la sicurezza nazionale di Paesi nostri amici”.

Il discorso di Obama in Piazza del Castello a Varsavia, pronunciato in maniera impeccabile, con l’accento e l’intonazione posta sulle parole giuste, è stato anticipato da una giornata di incontri con i Capi di Stato dei Paesi dell’Europa Centrale, a cui il Presidente USA ha promesso lo stanziamento da parte del Congresso di un miliardo di Dollari per garantire una presenza più consistente dei reparti di difesa statunitensi a tutela dei confini orientali dell’Unione Europea.

“Allargheremo l’ambito delle nostre esercitazioni e dell’addestramento con i nostri alleati -ha dichiarato Obama durante l’incontro con i Presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania- aumenteremo la presenza del personale militare statunitense, dell’aviazione USA e della flotta, che stazioneranno a rotazione in Europa Centrale. Rafforzeremo poi la nostra collaborazione con i nostri amici di Ucraina, Moldova e Georgia, da cui proviene una richiesta di tutela della loro sicurezza”.

Infine, degno di nota è stato il colloquio con il Premier polacco, Donald Tusk, al quale Obama ha sottolineato come l’accelerazione delle trattative per il varo della Zona di Libero Scambio USA-UE possa favorire l’avvio delle esportazioni in Europa di gas shale: una fonte di energia necessaria per decrementare la dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas di Russia ed Algeria.

Sicurezza ed energia

La duegiorni di Obama a Varsavia è servita per restituire fiducia, speranza e consapevolezza della presenza degli USA nel Mondo in sostegno della democrazia, della pace, della libertà e del progresso.

A Varsavia, Obama ha dato l’ennesima prova di essere pienamente inserito nel solco dell’Internazionalismo Liberale: dottrina, elaborata da Woodrow Wilson, e attuata da Presidenti statunitensi del calibro di Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Fitzgerald Kennedy, Lindon Johnson, Ronald Reagan e Bill Clinton, che prevede il pieno coinvolgimento degli USA nello sviluppo delle democrazia e della libertà nel Mondo come mezzo per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e, più in generale, della civiltà occidentale.

Obama, infatti, con la sua presenza accanto ai Capi di Stato dei Paesi dell’Europa Orientale, ha lanciato un chiaro segnale alla Russia di Putin circa l’inopportunità di mettere a repentaglio l’integrità territoriale di Stati sovrani, indipendenti e democratici, come Ucraina, Georgia e i Paesi UE dell’Europa Centro-Orientale.

In particolare, il Presidente USA ha voluto restituire slancio e forza politica alla NATO, a cui spetta il delicato compito di garantire la sicurezza dei confini orientali dell’UE dalle continue provocazioni che gli aerei militari russi, nel pieno silenzio dei media italiani, stanno compiendo con una certa regolarità sui cieli di Estonia, Lettonia, Svezia, Finlandia e persino Gran Bretagna.

In secondo luogo, Obama ha voluto lanciare un salvagente all’UE, che senza gli USA si è dimostrata incapace di potere adottare, in tempi brevi, una politica chiara e risoluta in sostegno della propria sicurezza territoriale ed energetica dinnanzi all’aggressività militare di stampo imperialistico della Russia di Putin.

Degno di nota è stato l’invito fatto al Premier Tusk a procedere con le trattative per la zona di libero scambio USA-UE: una procedura che è stata interrotta per via dell’opposizione di alcuni Paesi tradizionalmente filorussi come la Francia.

Per attuare quanto promesso, Obama deve tuttavia affrontare alcuni scogli. In primis, l’ostilità del Congresso a concedere uscite di bilancio destinate all’estero.

Inoltre, da combattere resta il forte anti-americanismo, ben radicato sopratutto nei Paesi dell’Europa Occidentale, fomentato sopratutto dai forti legami economici ed energetici che legano in particolare Francia, Italia, Germania e Belgio alla Russia di Putin.

Prova della pericolosità dell’antiamericanismo dell’Europa Occidentale è stata la decisione di Obama di non infrangere l’accordo con cui la NATO, in cambio dell’integrazione dei Paesi dell’Europa Centrale, ha promesso alla Russia nel 1999 di non posizionare reparti armati dell’Alleanza Atlantica in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici e Romania.

A chiedere il superamento di una clausola che limita le possibilità di difesa dell’Europa Centrale da parte della NATO sono stati, tra gli altri, il Presidente della Polonia, Bronislaw Komorowski, e il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski.

Matteo Cazzulani
Analista di Politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

20140604-194848-71328280.jpg

Obama, l’Europa e l’insegnamento del 3 Maggio 1791

Posted in Editoriale by matteocazzulani on May 3, 2014

Imparare della storia si può, se solo la storia la si conoscesse e si avesse sia il coraggio che l’onestà intellettuale di leggere la realtà come essa de facto è, senza condizionamenti legati ad interessi commerciali ed energetici che rischiano nel lungo periodo di porre fine al sogno europeo e alla pace nel Mondo.

Nella giornata di venerdì, 2 Maggio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha convinto il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, a supportare la posizione USA in sostegno all’imposizione di nuove sanzioni alla Russia di Putin qualora la destabilizzazione militare attuata dall’esercito russo in Ucraina orientale dovesse continuare, al punto da rendere impossibile lo svolgimento delle Elezioni Presidenziali ucraine.

Questo fatto va letto come una vera e propria lezione di geopolitica e realismo che Obama ha dato alla Merkel, la cui opposizione ad ogni forma di sanzione alla Russia ha impossibilitato una presa di posizione comune e ferma dell’Unione Europea di condanna della violazione dello Stato di Diritto in Ucraina e del Memorandum di Budapest: documento che riconosceva l’inviolabilità dei confini ucraini in cambio della perenne denuclearizzazione dell’esercito di Kyiv.

Il gesto del Presidente USA ha messo in chiaro alla Merkel in primis che con l’annessione militare della Crimea il Mondo è cambiato: è il riarmo militare, e non più accordi politici e commerciali, a regolare i rapporti di forza geopolitici nel Mondo.

In secondo luogo, Obama, sulla base della tradizione del Liberalismo Internazionale -dottrina geopolitica elaborata da Woodrow Wilson, poi realizzata da Frederick Delano Roosevelt, Harry Truman, John Fitzgerald Mennedy, Lindon Johnson, Jimmy Carter, Ronald Reagan e Bill Clinton- ha voluto ricordare alla Merkel che è solo con la diffusione nel Mondo di Democrazia, Diritti Umani e Libertà -e se si vuole anche del Progresso- che la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Occidente può essere garantita.

Come si può dedurre da un’attenta lettura dei fatti, le azioni militari dei russi nell’Est ucraino possono essere solo l’inizio di una manovra ben più ampia destinata ad interessare anche Paesi UE come Lituania, Lettonia ed Estonia, in cui Putin avrebbe gioco facile a giustificare un intervento militare di Mosca per tutelare le popolazioni russofone locali: la medesima scusa, utilizzata nella storia anche da Hilter per autorizzare l’Anschluss austriaca e l’annessione di Sudeti e Corridoio di Danzica, con cui la Russia sta smembrando anche l’Ucraina.

Con la presa di posizione di Obama gli USA sono finalmente tornati ad esercitare un ruolo attivo nella politica europea, ed hanno offerto all’Europa un prezioso aiuto che, nel nuovo mondo post-Crimea, l’Europa può e deve cogliere per contrastare il preoccupante riarmo di Putin, che ha già avviato azioni militari di stampo provocatorio nello spazio aereo di Svezia, Finlandia, Gran Bretagna e Danimarca.

Sarebbe anche opportuno che l’Europa si compattasse in un’unica grande potenza morale che sia in grado di difendere, tutelare e supportare i valori su cui l’UE è nata -Pace, Democrazia e Libertà- dinnanzi alla nuova aggressione russa.

Per farlo, l’Europa deve recuperare lo spirito del 3 Maggio 1791, quando in Polonia-Lituania fu emanata la prima Costituzione Illuminata europea -la seconda al Mondo dopo quella americana del 1787- che trasformava la Monarchia nobiliare finora in vigore in una Monarchia costituzionale con una chiara divisione dei poteri, il suffragio universale esteso anche alla borghesia, e pari dignità a tutte le componenti etniche e sociali dello Stato polacco-lituano.

Oltre all’anelito di libertà, la Costituzione del 3 Maggio portò anche all’evoluzione della Polonia-Lituania in un unico Stato di polacchi, lituani e ruteni -leggasi ucraini- che fino ad allora erano fortemente divisi e spesso in contrasto gli uni con gli altri.

Questo fatto non piacque alla Russia imperiale dell’Imperatrice -tutt’altro che illuminata- Caterina II, che, per reagire alla proclamazione della Carta Costituzionale Illuminata polacco-lituana, un anno dopo dette avvio alle spartizioni che cancellarono definitivamente la Polonia, e con essa anche la Lituania, dalla carta geografica del Mondo.

Ad oggi, la cinica violenza imperiale di Caterina II è paragonabile a quella di Putin, ma l’Europa, grazie alla presenza di un Obama che finalmente sembra essersi accorto della minaccia costituita da Mosca per la pace nel Mondo, non è più sola.

Così come la Polonia-Lituania il 3 Maggio 1791, l’Europa deve dapprima compattarsi in un superstato europeo che sia in grado di levare gli scudi per difendere Democrazia, Libertà, Pace e Progresso dall’aggressione putiniana.

In secondo luogo, l’Europa deve stringere un’Intesa strategica con gli USA per fare si che, anche e sopratutto grazie alla NATO, le ambizioni neoimperiali di Putin non portino ad una Finis Europae, così come l’imperialismo armato di Carerina II portò, dopo il 3 Maggio 1791, alla Finis Poloniae.

Matteo Cazzulani
Analista di Politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

20140503-095010.jpg

Pace e Libertà: così Obama tutela l’Europa dall’aggressione imperiale di Putin

Posted in Editoriale by matteocazzulani on April 21, 2014

La visita del Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, in Ucraina determina il ritorno degli USA ad una politica assertiva per la difesa del Diritto Internazionale in Europa. L’assenza dell’UE e la forza della propaganda russa a dare manforte alla politica imperialista di Mosca che mette a serio repentaglio la sicurezza nazionale dell’UE

“In Biden we trust” è il titolo di un articolo che ho scritto nella primavera del 2009, quando il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, fu mandato in Europa Centrale dal neoeletto Presidente USA, Barack Obama, per rassicurare Polonia e Repubblica Ceca in merito alla vicinanza dell’Amministrazione statunitense democratica dopo la decisione del nuovo inquilino della Casa Bianca di revocare il piano di realizzazione dello scudo antimissilistico a Varsavia e Praga.

Allora, la mossa di Obama, in controtendenza con il provvedimento varato dall’Amministrazione repubblicana di George W Bush, ha segnato l’inizio di una politica di ‘reset’ nei confronti della Russia di Putin, necessaria all’Amministrazione democratica USA per spostare il focus della strategia geopolitica statunitense dall’Europa all’Asia: laddove si era già da tempo collocato il reale centro degli affari globali.

Oggi, la visita di Biden in Ucraina, organizzata per esprimere pieno sostegno ad un Paese che ha subito da parte della Russia di Putin un’occupazione parziale del suo territorio dopo l’annessione militare di una sua regione -la Crimea- e una continua campagna di aggressione energetica e commerciale, apre una nuova fase della politica estera USA, che sono finalmente tornati a sostenere la democrazia, la libertà e il rispetto dello Stato di Diritto in Europa.

A motivare il gesto politico di Obama è il comportamento preoccupantemente sciovinista e guerrafondaio della Russia di Putin, che, per controllare il territorio ucraino -pedina fondamentale per realizzare la ricostruzione dell’Impero Russo: il grande sogno di Putin- ha invaso una sua Regione, infrangendo così gli importanti Accordi di Budapest del 1994, che sanciva l’inviolabilità dei confini dell’Ucraina in cambio della denuclearizzazione dell’esercito di Kyiv.

Oltre alla messa in discussione di un importate capitolo del disarmo nucleare su scala globale, Putin, con la giustificazione del suo intervento armato in Crimea -e, possibilmente, anche in Ucraina orientale- per tutelare le popolazioni russofone presenti in territorio ucraino, ha anche riaperto la questione delle minoranze linguistiche: un argomento, di cui in passato si è avvalso Hilter per annettere al Terzo Reich Austria, Sudeti e Corridoio di Danzica prima della Seconda Guerra Mondiale, che rimette in discussione l’intera natura delle relazioni tra Stati sovrani.

Sulla base di questo background, la mossa di Obama è necessaria per ripristinare la Pace in Europa. Per farlo, il Presidente USA ha preso spunto dalla dottrina dell’Internazionalismo Liberale che, fondata da Woodrow Wilson, e seguita, tra gli altri, da Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John Fitzgerald Kennedy, Lindon Johnson, Ronald Reagan e Bill Clinton, considera lo sviluppo di Democrazia, Libertà, Diritti Umani e Progresso nel Mondo come condizione necessaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America.

Alla positiva notizia del ritrovato impegno per la Pace e la Libertà in Europa da parte di Obama fanno però compagnia notizie a dir poco preoccupanti, come, in primis, l’assenza dell’Unione Europea, che ha perso un’occasione irripetibile per esercitare finalmente un ruolo da protagonista sullo scenario globale.

Dinnanzi alle mire imperialiste realizzate con metodi bellici da parte della Russia di Putin in un Paese europeo per storia, cultura e tradizioni come l’Ucraina, l’UE avrebbe dovuto dapprima aprire le sue porte a Kyiv mediante l’abbattimento del regime dei visti per quei cittadini ucraini che desiderano vivere e progredire in territorio europeo.

Successivamente, l’Europa avrebbe dovuto parlare con Mosca in maniera forte e chiara in sostegno del rispetto di Democrazia, Diritti Umani e Pace: principi su cui l’Unione Europea è stata fondata.

Un’apertura dell’UE all’Ucraina, da prendere senza timore per possibili ripercussioni dello Zar del Gas Putin -che se il gas non lo vende all’Europa non lo vende a nessuno- avrebbe ridato linfa alla mission di politica estera dell’Unione Europea come unico soggetto in grado di garantire lo sviluppo di Pace, Progresso, Democrazia e Libertà per mezzo di accordi commerciali e politici.

Questa, del resto, è stata la politica attuata nel 2004 con l’allargamento ai Paesi dell’Europa Centrale dall’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, in piena alternativa all’esportazione della democrazia con le armi e le bombe attuata dall’Amministrazione repubblicana di Bush.

Un altro aspetto negativo della questione è la constatazione di quanto ancora attraente sia la propaganda russa in Europa, sopratutto in Paesi come Italia e Francia, che hanno recepito appieno vere e proprie menzogne messe in circolo dalla Russia di Putin per discreditare gli ucraini come fascisti e irrispettosi delle minoranze nazionali.

Come confermato da un recente sondaggio dell’autorevole Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, nessun ucraino russofono è mai stato vittima di violenze ed intimidazioni, né è mai stato minacciato dal Governo ucraino per la sua appartenenza linguistica.

Quando Putin dichiara che le proteste per la democrazia in Ucraina sono attuate dai fascisti armati di Pravy Sektor -e i media italiani quotano queste panzane senza verificare il fatto- mente spudoratamente: Pravy Sektor -come ho avuto modo di dichiarare oggi su Radio Popolare- rappresenta solo il 4% del fronte politico ucraino, e nell’Ucraina dell’Est gli squadroni di separatisti filorussi -in realtà agenti dell’esercito di Mosca infiltrati da tempo in territorio ucraino- hanno messo al bando i Partiti democratici ucraini dopo avere proclamato la “caccia all’ucrainofono”.

Se in Europa esiste un regime davvero fascista, dove le minoranze etniche, linguistiche, religiose e sessuali sono represse, il dissenso politico sottaciuto, e i giornalisti non allineati picchiati quando non addirittura uccisi, questo è la Russia di Putin, e non l’Ucraina della Tymoshenko, né l’America di Obama.

L’UE è in pericolo se non si rafforza politicamente nell’areale internazionale

La mobilitazione degli USA in sostegno di Democrazia e Libertà, e l’assenza di un’iniziativa reale dell’UE, lascia capire che l’Europa ha bisogno dell’America democratica di Obama per tutelare i propri valori, quando non addirittura la propria esistenza.

Come sottolineato dall’autorevole centro studi polacco PISM -che è autorevole anche e sopratutto perché è polacco, e quindi più capace di comprendere le dinamiche dell’Europa Orientale- lo scopo di Putin nell’avere sollevato la questione linguistica non è tanto il giustificare l’azione militare in Ucraina, bensì il preparare simili provocazioni in Estonia, Lettonia e Lituania: Paesi UE in cui vive una cospicua popolazione russofona.

C’è bisogno di più Obama, Kennedy, Spinelli e Prodi

Sulle dichiarazioni che ho rilasciato a Radio Popolare, e che qui ho riportato in maniera più estesa, avrei potuto scrivere la classica mia nota come Responsabile dei rapporti con l’Ucraina del PD metropolitano milanese.

Non ho ritenuto opportuno farlo per non mettere in imbarazzo il Segretario metropolitano, anche se dall’impegno profuso in prima persona da autorevoli esponenti democratici italiani, in primis dal Vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella, ma anche dagli Europarlamentari Patrizia Toia e David Sassoli, dalla Parlamentare Lia Quartapelle, e dalle dichiarazioni di recente rilasciate dall’ex-Premier Massimo D’Alema, è chiaro che il PD è, come unico Partito nell’arco politico italiano, in prima fila per il rispetto della Democrazia, della Libertà, dei Diritti Umani e della Pace.

In una situazione in cui, in Italia, Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Forza Italia si sono schierati apertamente a difesa dell’aggressione della Russia all’Ucraina, sarebbe opportuno che il nostro Paese, come sostiene il PD, attingesse di più da Obama, Kennedy, Clinton, Spinelli e Prodi, e non da Putin, Grillo, Salvini e Berlusconi, per restituire dignità e slancio internazionale ad un’Unione Europea che, oggi, ha estremo bisogno di aiuto.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Fondazione Filitalia International
Twitter: @MatteoCazzulani