LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: PRENDE FORMA IL CORRIDOIO NORD-SUD DELL’UNIONE EUROPEA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 24, 2012

Ungheria e Slovacchia avviano l’unificazione dei gasdotti nazionali nell’ambito del progetto della Commissione Europea mirante alla diminuzione della dipendenza energetica dalla Russia. Benefici previsti anche per Croazia e Ucraina. Si alza la tensione tra Israele e Turchia per il controllo dei giacimenti del Mediterraneo

Il Premier ungherese, Viktor Orban

Il gas unisce l’Europa ma divide il Mediterraneo. Nella giornata di mercoledì, 23 Maggio, Ungheria e Slovacchia hanno avviato il progetto di unificazione dei gasdotti dei due Paesi con la costruzione di una conduttura di 115 chilometri tra le località di Vel’ky Krtis e Vecses.

Come riportato dall’autorevole agenzia Ukrinform, l’accordo, siglato tra la compagnia ungherese Magiar Gaz Tranzit Zrt e la slovacca Eustream, segue un documento firmato il 28 Gennaio 2011 dai Primi Ministri dei due Paesi, Viktor Orban e Iveta Radicova – oggi sostituita da Robert Fico dopo le ultime elezioni legislative – per il rafforzamento dell’indipendenza energetica dell’Unione Europea.

La messa in comune dei sistemi infrastrutturali di Budapest e Bratislava è infatti un passo fondamentale per la realizzazione del Corridoio Nord-Sud: un sistema di gasdotti che unisce il Mar Baltico al Mar Mediterraneo, progettato dalla Commissione Europea, e sostenuto dal Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia – per consentire ai Paesi del’Europa Centrale approvvigionamenti di gas di provenienza non russa in maniera costante.

L’importanza europea del piano è confermata dai 30 Milioni di Euro stanziati da Bruxelles nell’ambito del Fondo European Energy Program for Recovery, che contribuiranno in maniera considerevole ad aiutare i governi ungherese e slovacco nella copertura delle spese complessive: pari a 160 Milioni di Euro.

“Il progetto soddisfa una strategia di medio raggio, e garantisce l’indipendenza energetica dell’Unione Europea – riporta una nota dell’ente energetico MVM, a cui appartiene la Magiar Gaz Tranzit Zrt – La messa in comunicazione dei gasdotti di Ungheria e Slovacchia è fondamentale per la realizzazione del Corridoio Nord-Sud dell’Unione Europea”.

Oltre al quartetto di Vysehrad, a beneficiare dell’infrastruttura saranno altri Paesi europei come la Croazia, in cui è prevista la costruzione del terminale sud del Corridoio della Commissione Europea, presso il quale il gas liquido importato via mare sarà rigassificato e inviato verso il centro del Vecchio Continente.

Un altro Stato potenzialmente interessato dal Corridoio Nord-Sud è la Lituania, che potrebbe deviare verso la tratta polacca parte del gas liquido rigassificato presso il terminale di Klajpeda – in via di realizzazione.

Discorso a parte merita l’Ucraina, che dall’unificazione dei gasdotti ungheresi e slovacchi potrebbe ottenere la possibilità di sfruttare il sistema infrastrutturale centro-europeo per diminuire la totale dipendenza dalla Russia.

Infatti, la realizzazione del Corridoio Nord-Sud permetterebbe l’invio di oro blu in circolazione nel Vecchio Continente verso est attraverso lo sfruttamento dei gasdotti della Slovacchia rimasti inutilizzati dall’avvio del progetto della Commissione.

Come riportato dall’esperto in materia energetica, Mykhajlo Honchar, Bratislava ha tutto l’interesse a mantenere attivo ogni suo gasdotto, e a riguardo trattative sono già state intavolate tra la Eustream e il colosso ucraino Naftohaz.

Israele e Turchia si misurano per il controllo dei giacimenti del Mediterraneo

Mentre in Europa si unificano i gasdotti, sempre a causa della corsa all’oro blu, nel Mediterraneo si alza la tensione mediatica, e forse anche militare. Nella giornata di giovedì, 15 Maggio, il Ministero degli Esteri israeliano ha smentito l’invio di un contingente militare di 20 Mila soldati a Cipro per presidiare i giacimenti di gas di Nicosia.

La notizia è stata battuta, nella medesima giornata, dall’agenzia turca Anatolia, e secondo il parere di diversi esperti testimonierebbe l’innalzarsi della tensione nell’est del Mediterraneo in seguito all’individuazione di un ricco giacimento di oro blu nelle acque territoriali israeliane, libanesi, e cipriote.

Noto come Leviathan, il serbatoio di gas è già entrato nei progetti di un’alleanza tra Israele, Cipro e Grecia per il trasporto dell’oro blu in Europa. Se realizzato, questo piano diminuirebbe non solo lo status di monopolista nelle forniture di gas in Europa della Russia, ma anche il ruolo di Paese di transito dell’oro blu finora esercitato dalla Turchia.

Matteo Cazzulani

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ANCHE LA SLOVACCHIA HA IL SUO “ORBAN”

Posted in Slovacchia by matteocazzulani on March 11, 2012

Nelle elezioni parlamentari slovacche anticipate, il Partito socialdemocratico SMER raccoglie la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, e consente al suo Segretario, Robert Fico, la formazione di un governo monocolore, per la prima volta nella storia del suo Paese. Già alla guida dell’esecutivo tra il 2006 e il 2010, quando si è distinto per i proclami xenofobi contro la minoranza ungherese e le leggi-bavaglio nei confronti dei mezzi di informazione, il nuovo Premier ha promesso l’aumento delle tasse per ridurre il deficit e garantire il welfare state

Il Primo Ministro slovacco, Robert Fico

Bratislava come Budapest: un paragone dettato non solo dal fascino delle due capitali centro-europee, ma, da oggi, anche dagli equilibri politici presso le due città. Nelle Elezioni Parlamentari slovacche di sabato, 10 Marzo, il Partito socialdemocratico SMER ha ottenuto il 44,7% dei voti: una percentuale che consente al suo Segretario, Robert Fico, di contare su una maggioranza assoluta in Parlamento, pari a 86 seggi su 150.

Proprio il numero dei deputati su cui il neo-eletto Premier può contare per formare un Governo monocolore è stato l’elemento che ha portato i principali media ad accomunare Fico al Primo Ministro ungherese, Viktor Orban, il quale, a Budapest, una volta sconfitta la maggioranza parlamentare uscente socialdemocratica – travolta da scandali di corruzione e pubblicamente discreditata – si è trovato a governare senza bisogno di ricorrere ad alleanze con altre forze politiche.

Uno scenario, quello del governo in solitaria, che Fico non ha escluso, sebbene, sull’onda dell’euforia dei risultati del conteggio dei voti, nel cuore della notte, abbia dichiarato di essere pronto a istituire una coalizione con tutte quelle forze politiche che condividono il suo programma. Una prospettiva che, tuttavia, i principali commentatori politici sembrano escludere a causa delle proposte troppo radicali avanzate da Fico in campagna elettorale.

Nello specifico, Fico ha promesso nuove tasse per garantire il welfare state e tagliare il deficit di bilancio. Tra i provvedimenti in cantiere ci sarà sicuramente una super-imposta del 22% sui redditi delle persone che guadagnano più di 33 Mila Euro all’anno e, di pari passo, un piano di azioni volte ad accrescere il PIL e aumentare i salari: ad oggi tra i più bassi d’Europa.

“Siamo contro le privatizzazioni, a favore di garanzie protezione legale ai lavoratori, e per investimenti pubblici di ampio raggio – ha dichiarato Fico dinnanzi ai suoi elettori – abbiamo colto la scommessa e dimostreremo quanto è importante poter contare su solide finanze pubbliche”.

Tra nazionalismo e limitazione della libertà di stampa

Già membro del Partito Comunista di Cecoslovacchia, poi convertitosi alla socialdemocrazia e alla tutela del libero mercato, Fico ha già guidato il governo slovacco dal 2006 al 2010. Allora, si è distinto per la severa campagna di correzione delle politiche fiscali del precedente esecutivo di centro-destra con l’applicazione di tasse su banche, ceti più abbienti e principali industrie.

Di pari passo, è stato protagonista di proclami al limite dello xenofobo contro la minoranza ungherese, e ha incoraggiato l’approvazione di una legge bavaglio sui media, per la quale è stato accusato di mancato rispetto della libertà di stampa.

A riportare al governo il Segretario socialdemocratico è stato uno scandalo di corruzione che ha colpito i suoi rivali, e la seguente caduta prematura del governo su una tematica europea. In un’operazione denominata “Gorilla”, il controspionaggio slovacco ha smascherato un giro di malaffare, avvenuto nel 2005 e nel 2006, tra gruppi di potere finanziario e l’allora maggioranza di governo di centro-destra.

Una sorta di tangentopoli slovacca che, al momento della sua pubblicazione, nel Dicembre 2011, ha travolto anche l’esecutivo allora in carica, anch’esso di orientamento moderato, e guidato dalla Leader dell’Unione Slovacca Cristiana e Democratica SDKU, Iveta Radicova.

Sulla scia del “Gorilla”, la Radicova non solo ha perso progressivamente il consenso degli elettori, ma anche quello dei suoi partner di coalizione, tra cui il partito Libertà e Giustizia – SaS – il quale, contrario all’aumento del fondo di garanzia versato dalla Slovacchia nel Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria – EFSF – il 12 Ottobre le ha votato la sfiducia, e così, ha provocato la prima caduta di un governo a causa della crisi dell’Euro.

“L’Unione Europea può contare sul governo Smer, perché dimostreremo di essere un piccolo Paese che vuole rimanere in Europa, e mantenere la divisa unica” ha dichiarato Fico dinnanzi ai suoi elettori, sempre a notte fonda. Ciò nonostante, come sottolineato su Gazeta Wyborcza dall’esperto di politica slovacca Lubosz Palata, durante la campagna elettorale il Segretario socialdemocratico ha trattato raramente il tema dell’Europa, e, sempre secondo l’esempio del suo collega ungherese, Viktor Orban, non è escluso che possa tassare le imprese energetiche e quelle dedicate alla telecomunicazione.

Matteo Cazzulani

CRISI LIBICA: EUROPA CENTRO-ORIENTALE DIVISA DINNANZI ALL’ATTACCO MILITARE

Posted in NATO, Unione Europea by matteocazzulani on March 20, 2011

Russia categoricamente contraria. Ucraina e Polonia divise. Da Repubblica Ceca, Slovacchia, e Stati Baltici appoggio politico, senza intervento, all’inizativa promossa da Nicolas Sarkozy

La mappa degli attacchi. FOTO SME.SK

Uno scenario lontano, osservato e temuto. E questo l’atteggiamento dell’Europa Centro-Orientale dinnanzi all’attacco franco-anglo-americano-canaese alla Libia di Muhammar Gheddafi.

La rivolta contro il dittatore è percepita, dai media e dai politici, come l’ennesima insurrezione contro un tiranno, nata da una protesta pacifica. Sulla scia delle dimostrazioni non violente che, passate alla storia come Rivoluzioni Colorate, hanno deposto autocrazie nell’Europa Centro-Orientale — di eredità sovietica — ed in Libano.

Ma c’è di più. L’intervento militare occidentale, e, in particolare, la partecipazione degli USA, è vista come un ritorno alla politica coraggiosa da parte degli Stati Uniti. Basata sulla difesa di Democrazia e Diritti Umani nel Mondo, piuttosto che sul volemose bene, senza se e senza ma, con cui Obama ha discreditato l’immagine della più grande democrazia del pianeta.

Sulla base di tali considerazioni, il mondo politico dell’Europa Centro-Orientale si è separato in una Babele di posizioni. Categoricamente contraria all’intervento militare, la Russia. Già a poche ore dall’inizio dei bombardamenti, sabato 19 Marzo, una nota di Mosca ha espresso dispiacere per l’iniziativa bellica.

La Federazione Russa, assieme a Brasile, Cina, Germania, ed India, non ha appoggiato la risoluzione ONU circa l’introduzione di una no-fly zone sulla Libia, proposta da Francia, Gran Bretagna, e Stati Uniti.

Più incerta l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri, Kostjantyn Hryshchenko, ha espresso supporto alla risoluzione ONU. Ma solo dopo un lungo, ed imbarazzante, silenzio. Anticipato dalla dichiarazione secondo cui sarebbe stato meglio per Kyiv non intromettersi nelle questioni interne libiche.

Maggiormente decisa l’Opposizione Democratica, che per voce dell’ex-capo della Diplomazia, Borys Tarasjuk, ha condannato Ghedaffi come un dittatore, ed invitato il Presidente, Viktor Janukovych, a revocargli l’ordine Bohdan Khmel’nyc’kyj, di cui il Capo di Stato libico è stato insignito nel 2008.

Spaccata anche la Polonia. Il Premier ed Presidente, Donald Tusk e Bronislaw Komorowski, hanno appogiato la risoluzione ONU, ma negato la partecipazione alle operazioni militari. Varsavia, come da essi spiegato, preferisce limitarsi ad un ruolo saggio e responsabile, garantendo assistenza logistica, e piena partecipazioni ad operazioni di carattere umanitario.

Una equilibrismo politico che non è piaciuto all’opposizione. Il leader di Diritto e Giustizia, Jaroslaw Kaczynski, ha accolto con soddisfazione l’iniziativa bellica, evidenziando l’impossibilità di fare di Bengasi una nuova Srebrenica.

Europa centrale compatta pro intervento

Concorde all’intervento anche la Repubblica Ceca. Il Primo Ministro, Petr Necas, ha evidenziato come Praga non prenderà parte alle operazioni militari in quanto non invitata, e, militarmente, non attrezzata per azioni belliche nell’areale Mediterraneo.

Come rettificato dal Ministro degli Esteri, Karel Schwarzenberg, quello contro Gheddafi non è un attacco NATO, ma un’iniziativa di una coalizione, creata, ad hoc, dalla Francia.

Medesima opinione di appoggio politico, ma di non-partecipazione, causa invito non pervenuto, anche da parte di Lituania, Estonia, Lettonia, Norvegia, Danimarca.

Supporto anche da parte della Slovacchia, che ha subordinato l’intervento delle proprie forze armate ad una decisione ONU. La Premier, Iveta Radicova, ha definito l’avvallo dato all’operazione bellica come una delle decisioni più pesanti della propria vita, ma necessaria.

Allargando lo sguardo all’Europa, tra collaboratori all’iniziativa militare di Francia, Gran Bretagna, USA e Canada figurano Italia, e Spagna, che hanno messo a disposizione le proprie basi per gli attacchi alle postazioni libiche.

Il fronte degli scettici, capitanato dalla Germania, è composto da Malta, Austria, e Svezia.

Matteo Cazzulani