LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

UCRAINA: IL PARTITO DEL PRESIDENTE JANUKOVYCH SOSTIENE IL RUSSO COME LINGUA DI STATO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on June 6, 2012

La maggioranza del Parlamento ucraino approva un provvedimento che rende la lingua di Pushkin ufficiale in metà del Paese. Protesta l’Opposizione Democratica per la messa in pericolo dell’unità dello Stato, mentre la polizia reprime le dimostrazioni dei manifestanti presso il Parlamento con l’uso di gas lacrimogeni.

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Il russo a sud-est in più della metà del Paese, ma anche l’ungherese in Transcarpazia, il romeno in Bucovina e il tataro in Crimea potrebbero diventare le lingue ufficiali in Ucraina. Nella giornata di martedì, 7 Giugno, il Parlamento ucraino ha approvato in prima lettura una proposta di legge che permette alle minoranze linguistiche l’uso del proprio idioma preso gli uffici pubblici e le scuole accanto a quello di stato: l’ucraino.

Il disegno è stato redatto dai deputati del Partija Rehioniv – il Partito del potere in Ucraina, a cui appartiene il Presidente, Viktor Janukovych, il Premier, Mykola Azarov, e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri – Vadym Kolesnichenko e Serhij Kyvalov con lo scopo di legalizzare lo status quo vigente in Ucraina, dove, sopratutto nelle regioni centro-orientali, la metà della popolazione all’ucraino preferisce l’impiego del russo.

Ad opporsi in maniera tenace al provvedimento è stata l’Opposizione Democratica, che ha evidenziato come il riconoscimento del russo come lingua ufficiale negli uffici pubblici, sopratutto nelle scuole, porti al totale annichilamento della cultura ucraina.

Essa, dopo secoli di russificazione forzata in epoca zarista e sovietica, solo a fatica negli ultimi decenni ha vissuto uno sviluppo, e l’esistenza di uno Stato nazionale autonomo dell’Ucraina indipendente, che riconosce l’ucraino come sola lingua nazionale, costituisce l’unica garanzia per il suo mantenimento.

Proteste sono avvenute anche presso il Parlamento, dove centinaia di manifestanti hanno dimostrato contro il progetto di legge. Essi, in pronta risposta, come provato dal corrispondente di Radio Liberty, hanno subito ripetute cariche della polizia, anche con l’uso di gas lacrimogeni.

Manifestazioni hanno avuto luogo anche a Leopoli – “culla” della lingua ucraina – ma persino in alcune città dove il russo è ampiamente diffuso, come Donec’k e Kharkiv.

In dubbio è anche il metodo con cui si è svolta la votazione in Parlamento. Dei 224 deputati che si sono pronunciati in maniera favorevole molti erano assenti e fisicamente lontani dai banchi dell’aula.

Il noto politologo Vadym Karas’ov ha sottolineato come il progetto di legge serva solo alle Autorità per distogliere l’attenzione dai reali problemi del Paese, come la crisi economica, la pauperizzazione delle fasce più deboli della popolazione, e l’isolamento politico internazionale motivato dall’arresto della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e da un’altra decina di esponenti del campo arancione.

Il Direttore dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia Mohyl’jans’ka di Kyiv, Myroslav Popovych, ha evidenziato invece come il progetto di legge sia l’ennesima dimostrazione della politica aggressiva delle Autorità, che non risolve il reale problema linguistico dell’Ucraina.

Un problema di politica interna ed estera

Nel Mondo ex-sovietico la questione linguistica è un capitolo particolarmente delicato, a dispetto di quanto possa sembrare agli occhi del lettore occidentale. Per i popoli assoggettati allo zarismo e al comunismo, che con il crollo dell’Unione Sovietica hanno finalmente ottenuto la propria autonomia, la lingua nazionale è giudicata una garanzia di indipendenza politica, nonché un diritto finalmente acquisito dopo anni di imposizione del russo.

Del resto, la stessa Russia di Putin sta giocando la carta linguistica per destabilizzare la situazione politica interna nei Paesi dell’Europa Centro-Orientale e ristabilire la propria egemonia su una vasta parte d’Europa che Mosca continua a ritenere una propria colonia.

In Ucraina, la questione linguistica è utilizzata in maniera strumentale dal Presidente Janukovych per cercare di invertire un trend di consensi in caduta libera, sopratutto nelle regioni orientali russofone.

Per questa ragione, la votazione in seconda lettura del provvedimento linguistico, che dovrà rendere effettivo il disegno di legge, e che sarà affrontato nelle prossime sedute in Parlamento, si prospetta un passaggio cruciale per il mantenimento dell’Indipendenza politica di Kyiv.

Matteo Cazzulani

LA LETTONIA DICE NO AL RUSSO COME LINGUA DI STATO

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on February 20, 2012

L’80% dei lettoni rigetta la proposta di rendere il Paese baltico ufficialmente bilingue. Secondo i vincitori della consultazione, la diminuzione dell’importanza del lettone favorirebbe la politica imperiale della Russia, mentre la minoranza russofona evidenzia la scarsa conoscenza dell’idioma ufficiale da parte di una percentuale consistente della popolazione. La polemica tra Ministero degli Esteri di Mosca e Riga, e gli altri esempi di come la questione linguistica sia utilizzata dal Cremlino per legittimare le rinate ambizioni monopolistiche sull’Europa 

Il Primo Ministro lettone, Valdis Dombrovskis

Con circa il 70% dell’affluenza quello sulla questione linguistica è stato il referendum più votato nella storia della Lettonia Indipendente. Nella giornata di sabato, 18 Febbraio, circa l’80% dei lettoni ha rigettato la proposta di istituire il russo come seconda lingua di Stato in una tornata elettorale che, per la media dei Paesi Baltici, ha riscontrato percentuali di partecipazione da record: solo nella Capitale, Riga, alle urne è accorso il 77% degli aventi diritto.

Soddisfazione per l’esito del referendum è stata espressa dal Primo Ministro, Valdis Dombrovskis, che ha illustrato come il no al riconoscimento del russo a lingua di Stato garantisca il rispetto dei fondamenti costituzionale della Lettonia.

Apprezzamento è stato espresso anche dal Presidente lettone, Andris Berzins, che ha sottolineato come il mantenimento di una sola lingua nazionale sia non solo fondamentale per tutelare le tradizioni nazionali, ma anche per garantire a tutte le minoranze parità di trattamento nei confronti dello Stato.

I sostenitori del sì, ubicati perlopiù nelle regioni orientali al confine con la Russia, e rappresentati dal sindaco di Riga, Nil Usakov, hanno puntato sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica in merito al problema legato alla presenza in Lettonia di circa 700 Mila cittadini che, perlopiù di età avanzata, non hanno mai imparato il lettone.

A sostenerli è stato anche il Ministero degli Esteri della Federazione Russa, che ha accusato Riga di mancato rispetto del Diritto Internazionale per non avere accettato la presenza ai seggi di osservatori di Mosca.

In pronta risposta, le Autorità lettoni hanno giudicato un’intrusione da parte di Mosca nelle questioni interne a uno Stato sovrano la partecipazione di esponenti della Russia nominati direttamente del Cremlino – e non inseriti in Organizzazioni riconosciute internazionalmente.

La leva linguistica come arma politica

La questione linguistica è una pagina molto delicata, spesso utilizzata dalla Federazione Russa per ristabilire la propria egemonia culturale, politica ed economica nello spazio ex-sovietico: sopratutto a spese dell’Unione Europea e dei suoi interessi geopolitici.

Nel caso della Lettonia, per indebolire la sovranità di Riga sul proprio territorio, il Cremlino si è fatto sostenitore delle richieste del 30% della popolazione russofona che nel 1991 – anno dell’Indipendenza dello Stato baltico – ha deciso di non ritornare in Russia.

Dopo 21 anni di indipendenza, sul suolo lettone la lingua di Pushkin è rispettata al punto che il principale giornale locale è edito in russo. D’altro canto, da parte della popolazione russofona pochi sono stati i tentativi profusi per apprendere il lettone: idioma che la Costituzione certifica come unico per la sfera pubblica.

Altri esempi di come nello spazio dell’ex-URSS la questione linguistica assume connotazioni politiche, volte a legittimare – al pari dell’energia – le rinate velleità imperiali di una Russia sempre più monopolista e intollerante, sono quelli di Georgia e Ucraina.

Per contrastare le legittime aspirazioni euroatlantiche di Tbilisi – e con esse il supporto dato dalla Georgia alla politica energetica dell’Unione Europea volta alla diminuzione della dipendenza dal gas di Mosca tramite l’accesso diretto dell’UE ai giacimenti azeri – il Cremlino ha distribuito passaporti russi in Abkhazija ed Ossezia del Sud.

Su queste regioni, etnicamente georgiane, Mosca poi ha rivendicato la propria paternità, e, successivamente, ha creato il pretesto per giustificare l’aggressione militare dell’agosto del 2008: con cui l’esercito russo ha infranto l’integrità territoriale della Georgia.

In Ucraina, particolarmente sensibile è la regione della Crimea: penisola storicamente multiculturale che, in seguito alle secolari politiche di russificazione forzata ed alle deportazioni etniche attuate in epoca sovietica e zarista, è oggi quasi interamente russofona.

Per destabilizzare gli equilibri politici interni a Kyiv, ed orientare le scelte di politica estera delle Autorità ucraine, il Cremlino non solo ha adottato una politica simile a quella realizzata nei confronti della Georgia – con il riconoscimento facilitato della cittadinanza russa alla popolazione locale – ma ha fatto anche leva sulla presenza militare della Flotta Russa del Mar Nero nella base navale di Sebastopoli.

Una vera e propria spina nel fianco, la cui presenza, nel Maggio del 2010, è stata prolungata fino al 2022 da parte Presidente ucraino, Viktor Janukovych, in cambio di uno sconto sulle forniture di gas che Mosca non ha mai concesso.

Matteo Cazzulani

IL DISSENSO BIELORUSSO PROTESTA A LEOPOLI CONTRO IL GIOGO DI MOSCA DI IERI E DI OGGI

Posted in Bielorussia, Ukraina by matteocazzulani on September 23, 2011

Nel capoluogo galiziano gli oppositori ad Aljaksandar Lukashenka ricordano i detenuti politici e la Battaglia della Orsha del 1514: comune capitolo della storia di Bielorussia, Ucraina, Polonia, e Lituania di resistenza alle ambizioni imperiali di Mosca

Il presidente bielorusso, Aljaksandar Lukashenka, ed il primo ministro russo, Vladimir Putin

Nella città delle cinque culture per fuggire all’arresto per Protesta Politicamente Scorretta. Questa la motivazione che giovedì, 7 Settembre, ha spinto gli oppositori bielorussi a Leopoli, in Ucraina, per celebrare il Giorno della Gloria Militare della Bielorussia: una festa nazionale, in vigore, come la bandiera statale bianco-rossa, durante le brevi parentesi di indipendenza di Minsk – dal 1918 al 1919 e dal 1991 al 1995 – fino al definitivo divieto imposto dall’attuale presidente, Aljaksandar Lukashenka, deciso nel ristabilire la simbologia sovietica, e nel mandare al fresco chi si permette ogni forma di commemorazione patriottica.

Proprio per questa ragione, l’opposizione al Bat’ka – com’è definito Lukashenka in patria, ha caricato di estrema attualità tale ricorrenza: a dimostrarlo, i nomi dei ventisette oppositori incarcerati – tra cui l’ex-candidato alla presidenza nelle elezioni falsificate del Dicembre 2010, Njakljau Statkevych – letti nella centrale Ploshcha Rynok, trasformatasi per un giorno da cuore del capoluogo galiziano a Capitale del dissenso bielorusso.

A giustificare la scelta di Leopoli, ed evidenziare la vicinanza culturale della Città delle Cinque Culture – ucraina, polacca, armena, ebraica ed asburgica – all’opposizione a Lukashenka, il fatto storico alla base della Festa nazionale, la Battaglia della Orsha dell’8 Settembre 1514: allora, un’armata di 30 mila bielorussi, ucraini, polacchi e lituani – che dal 1569 vivranno in un’unico stato, la Repubblica delle Due Nazioni – sotto il comando del Principe Kostjantyn Ostroz’kyj sconfisse gli 80 mila soldati del Granducato di Mosca, salvando le terre dell’Europa Centrale da una dominazione straniera data per certa.

“I nostri predecessori erano persone sagge – ha dichiarato a Radio Liberty V’jacheslau Sivchyk, Leader del Movimento Razom – ci hanno mostrato cosa bisogna fare quando dall’esterno entrano nel tuo Paese, confiscano case e fabbriche, ed installano un governo voluto dal Cremlino. Siamo qui per l’unità di bielorussi ed ucraini, che – ha continuato – come polacchi e lituani sono popoli europei”.

La battaglia di cui non parlare

La Battaglia della Orsha è una pagina di storia europea davvero importante, ciò malgrado finita nel dimenticatoio in tutto il Vecchio Continente. Nella lontana Europa Occidentale, troppo interessata ad Africa e Sud America, e dimentica della parte centro-orientale dell’UE – complice anche la sete di gas -non ve n’è traccia, se non in lezioni universitarie di professori illuminati.

Ma anche in Bielorussia guai a parlarne: come dichiarato, sempre a Radio Liberty, dal dissidente bielorusso, Aljakseu Pushkin, il sito della battaglia oggi è ricoperto da sterpaglie e piantagioni di melone, e a ravvivare tale landa desolata nella Giorno della Gloria Militare ci ha pensato solo un gruppo di cantanti di poesia goliardica, appositamente inviati dalle Autorità filo-sovietiche per rendere impossibile qualsiasi celebrazione.

Matteo Cazzulani