LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

OBAMA AUMENTA IL DEBT CEILING: I DEMOCRATICI CONVINCONO FINALMENTE I REPUBBLICANI

Posted in USA by matteocazzulani on February 17, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America firma l’aumento della soglia di indebitamento dello Stato che permette di finanziare progetti sociali, pagare stipendi e pensioni ed evita la bancarotta. Decisiva la costanza dei democratici, che hanno convinto i repubblicani a supportare le misure economiche del Capo dello Stato

Una vittoria ottenuta con la tenacia, che dimostra come, in tempo di crisi, l’aumento della spesa sociale sia una misura di gran lunga migliore rispetto alle politiche di austerità. Nella giornata di Domenica, 16 Febbraio, il Presidente degli Stati Uniti d’America, il democratico Barack Obama, ha reso esecutivo il provvedimento per aumentare la soglia di indebitamento dello Stato.

Questa misura è stata necessaria per evitare il ripetersi dello Shut Down: la bancarotta delle casse statali che, già nell’Ottobre 2013, ha costretto centinaia di dipendenti pubblici alle ferie forzate, ed ha paralizzato il funzionamento degli uffici dell’Amministrazione Statale.

Nello specifico, la firma di Obama permette non solo l’erogazione di fondi per programmi sociali e per il pagamento di stipendi e pensioni per Dipendenti pubblici, ma mette in sicurezza la situazione dei conti statali almeno fino a dopo le Elezioni di Mid-Term del 2014.

A rendere possibile questo risultato è stata la ferma posizione mantenuta dai democratici, che hanno sempre supportato la necessità di incrementare la soglia di indebitamento per evitare la bancarotta, che si sono opposti all’ostruzionismo dei repubblicani, mirato ad ottenere il dietrofront del Presidente Obama sull’approvazione della riforma sanitaria e tagli alla spesa pubblica.

La resa dei conti è arrivata martedì, 11 Febbraio, quando presso la Camera dei Rappresentanti, 28 repubblicani, consapevoli del crollo nei sondaggi per via di un’opinione pubblica USA che non ha digerito il continuo ostruzionismo alle politiche fiscali del Presidente Obama, hanno votato con i 193 deputati della minoranza democratica per innalzare la soglia di indebitamento.

Più che una formalità è stato il voto al Senato, in cui la maggioranza democratica, che avrebbe comunque avuto i numeri per approvare la proposta di Obama da sola, è stata raggiunta nel voto favorevole da un manipolo di repubblicani guidati dal Senatore dell’Arizona, John McCain.

Tra USA e Cina un patto sul Global Warming

Oltre che in politica interna, un altro successo di Obama è stato ottenuto in ambito estero con l’accordo di cooperazione tra gli USA e la Cina per la lotta alle emissioni inquinanti che, come riporta una nota ufficiale, è stato negoziato durante una visita di lavoro a Pechino dal Segretario di Stato, John Kerry.

USA e Cina, responsabili della maggioranza delle emissioni inquinanti su scala mondiale, si impegneranno per approntare misure di contenimento del Global Warming, come lo scambio costante di informazioni e l’adozione di una comune strategia in preparazione al prossimo vertice climatico di Parigi, in cui una nuova agenda globale per la riduzione dell’inquinamento sarà apportata dalle principali potenze mondiali.

L’accordo tra USA e Cina segue l’approvazione da parte del Parlamento Europeo di una riduzione delle emissioni inquinanti più severa di quella prevista dal Protocollo di Kyoto, che indica la necessità di ridurre il Global Warming del 20% entro il 2020.

Con un atto di coraggio, l’Unione Europea ha deciso di fare un passo in più per dare un forte segnale anche alle altre superpotenze in merito ad un problema da cui dipendente la salute di tutto il pianeta.

Matteo Cazzulani

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CLIMA: ATTACCO INGIUSTIFICATO DEI MEDIA DI FRANCIA E GERMANIA ALLA POLONIA

Posted in Polonia by matteocazzulani on November 13, 2013

I media francesi e tedeschi contestano l’economia polacca per le alte emissioni di CO2, ma dimenticano di guardare i propri dati su carbone e nucleare. La mancata conoscenza del background storico-economico dell’Europa Centrale alla base del feroce attacco a Varsavia

Fare la morale agli altri è sempre facile, ma è molto più difficile guardare in casa propria, e considerare il background storico-economico di chi si contesta spesso sulla base di pregiudizi preconcetti. In occasione della Conferenza sul Clima dell’ONU di Varsavia, iniziata lunedì, 11 Novembre, la stampa e parti del mondo politico di Germania e Francia si sono spese in una critica feroce alla Polonia, accusata di utilizzare un’alta quantità di carbone.

La critica alla Polonia è in parte sensata, in quanto l’economia polacca, secondo i dati dell’Agenzia Energetica Internazionale, emette all’anno 7,99 Tonnellate di CO2, mentre la media dell’UE -che la Commissione Europea si è promessa di abbattere per rispettare il Protocollo di Kyoto- è di 7,29 Tonnellate all’anno.

I tedeschi però dimenticano di guardare con attenzione in casa propria: sempre l’Agenzia Energetica Internazionale ha rilevato l’emissione da parte della Germania di 9,32 Tonnellate di CO2 all’anno, una quantità superiore non solo a quella rilasciata dalla Polonia, ma anche alla media UE.

Lecito anche citare come rilevazioni testimonino che le emissioni di CO2 in Polonia, seppur lentamente, stanno diminuendo, mentre in Germania, sopratutto in seguito alla rinuncia all’energia nucleare, stanno aumentando.

Per quanto riguarda la Francia, inutile sottolineare che la diminuzione del carbone è stata compensata dall’incremento del nucleare: una tecnologia che sempre più Paesi nel Mondo stanno per abbandonare.

Vi è poi la necessita si sottolineare un aspetto di primaria importanza, che viene puntualmente sottovalutato da tutti i commentatori dell’Europa Occidentale a riguardo del clima: la Polonia, così come il resto dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, paga ancora la pesante eredita sovietica, dove riscaldamento ed energia veniva prodotto unicamente via carbone.

Ad oggi, in Polonia ed in Europa Centro-Orientale i riscaldamenti privati ed industriali sono prevalentemente alimentati a carbone, e la loro conversione ad altre fonti di energia -in primis al gas- è un processo lungo che richiede risorse che, in un momento di crisi come quello attuale, non possono essere allocate né dal Governo polacco, né dalla Commissione Europea.

Una proposta per risolvere il problema: lo shale al posto del carbone

La critica alla ‘Polonia che inquina’ è dunque sterile e basata sull’ignoranza della realtà storica ed economica dell’Europa Centrale, ma potrebbe essere risolta mediante uno scambio alla pari: finanziare la conversione delle strutture energetiche polacche a carbone mediante i proventi provenienti dallo sfruttamento del gas shale in Polonia.

Lo shale è un gas estratto da rocce argillose basate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking che, negli ultimi anni, ha permesso agli USA di diventare uno dei principali Paesi esportatori di oro blu al Mondo. Ad oggi, in Europa lo sfruttamento dello shale è stato avviato da Gran Bretagna, Danimarca, Romania e Lituania, ed è supportato da Estonia, Austria, Spagna ed Ungheria.

Secondo le stime dell’EIA, e come certificato dalle prime ricerche, la Polonia possiede sul suo territorio una riserva di 148 Trilioni di Piedi Cubi di shale: tanto da rendere lo Stato polacco autosufficiente dal carbone, e garantire forniture di gas agli altri Paesi UE.

Tuttavia, per essere sfruttato lo shale richiede di appoggio economico, logistico e, sopratutto, politico: fatto che manca in particolare dalla Germania, che teme di irritare la Russia, autrice di una vera e prorpia campagna di disinformazione per rallentare lo sfruttamento del gas non convenzionale in Polonia.

Putin contro lo shale favorisce il carbone in UE

Mosca teme di perdere la posizione di monopolio nella vendita di gas in Unione Europea: un mezzo che il Presidente russo Putin non ha mai nascosto di usare per esercitare pressioni di carattere geopolitico su Bruxelles e su altri Paesi indipendenti dello spazio ex-sovietico -come Bielorussia, Moldova, Ucraina ed Armenia.

Per via monopolio del gas della Russia, e della politica filo-russa di Francia e Germania, la proposta di compensare la ristrutturazione delle infrastrutture energetiche polacche a carbone con i proventi dello shale è dunque inattuabile.

Così, è più comodo per alcuni media di Germania e Francia attaccare la Polonia per il suo presunto inquinamento, tralasciando i pregressi storici ed il background geopolitico legato alle dittature sovietiche in Europa Centro-Orientale.

La questione climatica rispecchia anche la situazione interna all’UE, dove, sopratutto sul piano energetico, i Paesi dell’Europa Occidentale preferiscono fare affari privati con la Russia di Putin anziché creare una politica energetica comune europea volta alla diversificazione delle forniture di oro blu per ridurre il monopolio di Mosca.

Matteo Cazzulani

AUSTRALIA: CLIMA ED ENERGIA I TEMI DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 13, 2013

Il candidato della coalizione liberal-nazionale, Tony Abbott promette il mantenimento della Carbon Tax, istituita dai laburisti per contrastare il surriscaldamento climatico. Kevin Rudd pronto a incentivare lo sfruttamento dello shale gas e il rispetto del Protocollo di Kyoto

Una campagna elettorale basata anche e sopratutto sull’energia. Nella giornata di Martedì, 6 Agosto, dopo il dissolvimento del Parlamento, in Australia ha avuto avvio una campagna elettorale che, secondo le aspettative, sarà molto incentrata sul tema energetico e climatico.

Ad aprire il tema è stato il candidato della coalizione liberal-nazionale, il Capo del Partito Liberale, Tony Abbott, che, in caso di vittoria, ha promesso il mantenimento della Carbon Tax.

Il provvedimento, introdotto nel 2012 dalla Premier laburista Julia Gillard, prevede la tassazione di aziende che emettono inquinamento per più di 25 Mila tonnellate di emissioni carbonifere all’anno, fatto salvo il settore dell’agricoltura e dei trasporti.

La notizia ha reso l’Australia uno dei Paesi più attivi nella lotta alle emissioni inquinanti, a prescindere dallo schieramento politico che uscirà vincitore dalla contesa.

Particolarmente attento al tema del Global Warming è anche il candidato del Partito Laburista, Kevin Rudd, che, durante il suo primo mandato da Premier, tra il 2007 e il 2010, ha portato l’Australia a firmare il Protocollo di Kyoto.

L’Australia è responsabile del 1,5% delle emissioni inquinanti, ma il mantenimento dell’Amministrazione australiana su posizioni fortemente attente alla riduzione delle emissioni inquinanti rappresenta un gesto di notevole importanza per il resto del Mondo.

Assieme all’Australia, attiva nella lotta al Global Warming è anche l’Amministrazione del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha incentivato lo sfruttamento dello shale gas per ridurre le emissioni inquinanti.

A proposito di shale, anche l’Australia è impegnata nella ricerca di giacimenti di gas non convenzionale sul suo territorio, che, secondo le stime, ammontano a 437 Trilioni di Piedi Cubi: una quantità che ha posizionato Canberra al settimo posto del ranking mondiale, dopo Cina, Argentina, Algeria, USA, Canada e Messico.

Nello specifico, i giacimenti più capienti sono quello di Canning, nell’Australia Nord-Occidentale, il Georgina e il Beetaloo nel Queensland e nel Nord del Paese, e il Bacino di Cooper nella parte centrale del subcontinente australiano.

Il lavoro e il welfare nel dibattito politico

Oltre all’Energia e al clima, la campagna elettorale australiana si giova su altre tematiche, come il Welfare e il lavoro.

I laburisti di Rudd hanno promesso incentivi per la scolarizzazione e la creazione di nuove opportunità di impiego, mentre i liberal-nazionali si sono concentrati su proposte di carattere prettamente economico.

Secondo i sondaggi, i liberal-nazionali sono in testa con il 52% contro il 48% dei laburisti, ma Rudd è di gran lunga preferito ad Abbott come prossimo Premier del Paese.

Le scorse elezioni del 2010 hanno visto un pareggio tra laburisti e liberal-nazionali -ciascuno schieramento ha ottenuto 72 seggi nel Parlamento- ed hanno portato la Gillard a formare un Governo di minoranza con l’appoggio del Verdi.

Matteo Cazzulani

L’INDIA HA SETE DI GAS E DIVERSIFICA LE PROPRIE FORNITURE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 5, 2012

Due compagnie indiane – Oil Corporation Limited e Oil India Limited – rilevano quote per lo sfruttamento di shale negli USA per la prima volta nella storia. Oltre che con Washington, New Delhi firma accordi con gli spagnoli per l’acquisto di oro blu liquefatto in rigassificatori ubicati in diverse parti del pianeta, e avvia un contratto ventennale per l’importazione di LNG con il monopolista russo, Gazprom

Il posizionamento energetico dell’India

Gas non-convenzionale dagli USA e oro blu liquido dalla Russia sono gli ingredienti adottati dall’India per assicurare una sicurezza energetica fondamentale per soddisfare la crescente domanda interna, ed affermarsi come superpotenza in Mondo sempre più globalizzato.

Nella giornata di giovedì, 4 Ottobre, ha avuto luogo la prima operazione nella storia di acquisto negli Stati Uniti da parte di compagnie non-statunitensi di azioni nell’ambito del gas shale: oro blu estratto da terreni argillosi situati in profondità inferiori rispetto ai giacimenti di gas naturale.

Come riportato da Natural Gas Asia, protagoniste dell’operazione sono state le compagnie indiane Oil India Limited e Indian Oil Corporation Limited, che, per 82,5 Milioni di Dollari, hanno rilevato il 30% della produzione della Carrizo Oil&Gas: ente specializzato nello sfruttamento dello shale in Colorado, nei pressi di Denver.

Dal punto di vista statunitense, la storica acquisizione fa parte di un piano ben più ampio stabilito tra Washington e New Delhi per rafforzare il Dialogo Energetico USA-India: una tavola rotonda attiva dal 2005 che, oltre al gas, riguarda anche nucleare, carbone, rinnovabili e nuove forme di approvvigionamento energetico.

A sottolineare l’interesse degli Stati Uniti nel rinsaldare la cooperazione energetica con l’India è stato il Dipartimento del Commercio USA, che, a pochi giorni dall’acquisizione indiana della Carrizo Oil&Gas, ha dichiarato l’opportunità di aiutare New Delhi a sviluppare le conoscenze e le tecniche di sfruttamento possedute nell’ambito del gas shale, di cui il Subcontinente secondo rilevazioni sarebbe particolarmente ricco.

Dal punto di vista dell’India, l’operazione è solo una parte di un piano ben più ampio, volto a diversificare al massimo le fonti di approvvigionamento energetiche, puntando sul gas per limitare lo sfruttamento di greggio e carbone: carburanti “banditi” dal Protocollo di Kyoto perché fortemente inquinanti.

Dopo avere avviato il processo di acquisto di azioni in rigassificatori situati in Canada, Perù, e Trinidad e Tobago – posseduti dalla compagnia spagnola Repsol – il consorzio indiano GAIL, lunedì, Primo di Ottobre, ha firmato un accordo con il monopolista russo del gas, Gazprom, per l’acquisto di 3,5 Miliardi di metri cubi di oro blu liquefatto per i prossimi vent’anni.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, Gazprom potrebbe avvalersi dell’oro blu estratto dal giacimento Sakhalin, da cui provengono all’anno 10 Miliardi di metri cubi di LNG, oppure riservare all’India gas acquistato da venditori non-russi.

Così come in Europa – dove grazie all’intervento della Commissione Europea rigassificatori stanno per essere costruiti nel Mar Baltico e nel Mediterraneo per diminuire la forte dipendenza dell’UE dal gas della Russia – il gas liquefatto rappresenta un’importante forma di approvvigionamento energetico su cui in molti tra i Paesi dalle forti economie hanno puntato anche in Asia.

Anche il Giappone diversifica

Dopo l’India, particolare interesse è stato dimostrato dal Giappone, che proprio con Gazprom ha deciso di investire importanti quote nella costruzione di un terminale LNG a Vladivostok.

Nella giornata di sabato, 29 Settembre, la Banca Giapponese per la Cooperazione Internazionale ha firmato un accordo con la compagnia britannica BG per lo sviluppo e la compartecipazione nipponica in diversi progetti legati al gas liquefatto in Giappone e nel resto del Mondo.

Come riportato da una nota aziendale dell’ente britannico, la BG – che ha avviato l’invio di 61 cargo navali per l’esportazione di gas liquefatto – ha individuato il rigassificatore di Queensland, in Australia – ancora in via di costruzione – come sede per l’inizio della cooperazione con il Giappone.

Matteo Cazzulani

L’UE VERSO UN MERCATO UNICO DEL GAS

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on September 17, 2012

La Commissione Europea ha redatto un progetto di legge per la messa in comune dei settori energetici dei 27 Paesi del Vecchio Continente entro il 2014, mentre il Parlamento Europeo ha approvato un provvedimento che obbliga gli Stati membri ad informare Bruxelles in merito agli accordi stretti con compagnie extraeuropee. Già due le cordate in Europa Centrale pronte a seguire le direttive dell’esecutivo continentale

Il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger

Il mercato unico del gas europeo è un progetto ambizioso, ma realizzabile per garantire la sicurezza energetica del Vecchio Continente, tutelare l’ambiente e i diritti degli acquirenti. Nella giornata di lunedì, 17 Settembre, la Commissione Europea ha redatto un Progetto Di Legge continentale che obbliga i Paesi membri ad unificare i propri sistemi energetici nazionali entro il 2014 sulla base del Terzo Pacchetto Energetico: la legge UE che sancisce la liberalizzazione interna della compravendita di gas ed impossibilita il controllo del commercio sull’oro blu ad enti monopolisti extra-europei.

Il Progetto Di Legge, reso noto dall’autorevole Reuters, è stato redatto per raggiungere tre obiettivi. Il primo consiste nella reale integrazione del Vecchio Continente anche sul piano energetico: ad oggi, i sistemi dei gasdotti del 27 Paesi Europei sono ramificati su scala nazionale, con pochi collegamenti diretti con le condutture degli altri Stati UE.

La seconda motivazione riguarda ladiminuzione della dipendenza dalle forniture della Russia, poiché la presenza di un mercato unico europeo dell’energia consente la libera diffusione di gas proveniente da Norvegia, Africa del Nord e Qatar – immesso nel circuito continentale dai rigassificatori spagnoli, olandesi, italiani e di altri Stati – anche in Paesi ad oggi dipendenti quasi unicamente dall’oro blu della Russia, come la fascia dell’intera Europa Centrale.

La terza motivazione è di natura ecologica. La messa in comunicazione delle condutture dei 27 Paesi Europei, e la libera circolazione del gas ad essa correlata, permette ai Paesi fortemente dipendenti dalle forniture russe di non avvalersi del carbone per diminuire la dipendenza da Mosca.

Fortemente inquinante, il carbone è una delle fonti di energia che l’UE, nell’ambito del Protocollo di Kyoto, ha promesso di diminuire del 20% entro il 2020: il libero commercio europeo del gas consentirebbe a Bruxelles il rispetto degli accordi internazionali per la tutela dell’ambiente.

A conferma del Progetto Di Legge elaborato dalla Commissione Europea sono le parole del Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, che ha auspicato la fissazione entro pochi anni di prezzi comuni per tutti gli enti energetici europei costretti a firmare contratti con fornitori extraeuropei.

Nella direzione di Oettinger è andata anche una decisione presa dal Parlamento Europeo in merito all’unificazione della politica energetica europea. Nella giornata di venerdì, 14 Settembre, l’Emiciclo di Strasburgo ha votato a favore di una proposta di legge che obbliga i Paesi UE ad informare la Commissione Europea circa i contratti da essa stretti con compagnie energetiche extraeuropee. A sua volta, Bruxelles dovrà informare, nel giro di massimo tre mesi, tutti gli altri Stati UE.

Secondo il relatore della proposta, il Parlamentare Europeo lettone Krisjanis Karins, del Partito Popolare Europeo, l’assunzione di una posizione comune europea in materia di energia è fondamentale per garantire i diritti dei consumatori e per dare smalto alla posizione geopolitica dell’UE.

Le linee guida della Commissione, ancora da votare, sono state fatte proprie da alcuni Stati che hanno dato vita a due cordate deputate alla realizzazione del mercato unico europeo. La prima alleanza è quella tra la compagnia polacca Gaz System e la croata Pinacro, deputate rispettivamente alla gestione della rete dei gasdotti di Polonia e Croazia.

Come riportato dalla Bloomberg, i due enti hanno sottoscritto un accordo per la messa in comunicazione delle condutture nazionali dei due Paesi – anche attraverso Stati terzi, come Slovacchia ed Ungheria – con lo scopo di mettere in comunicazione i rigassificatori che Polonia e Croazia stanno ultimando di realizzare: il terminale LNG di Swinoujscie, in Pomerania, e quello sull’isola di Krk, sul Mare Adriatico.

La seconda cordata attiva nella creazione di un mercato comune europeo del gas è stata stretta tra la Lituania e la Romania nell’ambito di un vertice tra i Presidenti dei due Paesi, Dalija Grybauskaite e Traian Basescu.

I due Capi di Stato si sono trovati sulle medesime posizioni non solo per quanto riguarda la messa in comunicazione delle condutture UE, ma anche per la realizzazione del Nabucco: gasdotto progettato dalla Commissione Europea per trasportare gas di provenienza azera direttamente in Europa, senza transitare dal territorio russo, né dipendere da infrastrutture controllate da Mosca.

“Il Nabucco apre nuove opportunità di approvvigionamento per tutta l’Europa, anche per la Lituania – ha dichiarato la Grybauskaite – Lituania e Romania hanno un altro scopo: creare e far parte del mercato unico europeo”.

Una risposta alla politica monopolistica della Russia

A motivare l’attività dell’Unione Europea in direzione di un mercato unico dell’energia è stato l’avvio da parte della Commissione Europea di un’inchiesta ufficiale nei confronti del monopolista russo, Gazprom – posseduto per più del 50% dal Cremlino – per condotta anticoncorrenziale in Europa.

La risposta della Russia è stata risoluta: oltre agli insulti – il Presidente, Vladimir Putin, ha definito l’UE ostaggio dei Paesi fuori dalla Zona Euro, mentre il Vicecapo di Gazprom, Alexandr Medvedev, ha apostrofato la Commissione Europea come ladra – il Cremlino ha varato un decreto che impone alle compagnie russe di concordare con le Autorità politiche della Russia le mosse di cui avvalersi in ambito commerciale nei confronti di Stati terzi.

Oltre alla politica anticoncorrenziale – che vede la Russia concedere sconti sul gas ai soli Paesi dell’Europa Occidentale per dividere l’UE e mantenere l’egemonia politica sul Vecchio Continente – Gazprom sta cercando da tempo di impossibilitare il piano di diversificazione delle forniture di gas approntati dalla Commissione Europea.

Oltre al sostegno politico – velato, ma confermato da più di una fonte – prestato ai movimenti ecologisti che si battono contro il nucleare e lo sfruttamento dei giacimenti di gas non-convenzionale in Polonia e Romania, il monopolista russo, in collaborazione con alcune compagnie energetiche ad esso fedeli – come il colosso italiano ENI, la tedesca Wintershall, la francese EDF e gli enti nazionali di Grecia, Slovenia, Macedonia, Serbia, e Montenegro – ha progettato la costruzione del Southstream.

Questo gasdotto ha lo scopo di rifornire l’Europa Sud-Occidentale direttamente di gas russo, impossibilitare la realizzazione del Nabucco, edisolare Paesi dell’Unione Europea politicamente osteggiati dal Cremlino come Romania, Polonia e Lituania.

Matteo Cazzulani

LA COMMISSIONE EUROPEA VARA UNA STRATEGIA ENERGETICA COMUNE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 29, 2012

I Paesi UE invitati a condividere i dettagli inerenti lo stato delle trattative con enti e compagnie registrati al di fuori dell’Unione Europea. Il provvedimento passa all’esame dei singoli governi, ma la continua espansione della Russia monopolista nel mercato del Vecchio Continente potrebbe rendere il documento un’iniziativa tardiva

I percorsi di Southstream e Nabucco

La messa in comune delle informazioni come antidoto a politiche energetiche di corto respiro. Nella giornata di martedì, 28 Febbraio, la Commissione Europea ha varato un piano che obbliga i singoli Paesi dell’UE a comunicare a Bruxelles i dettagli legati alle trattative intraprese, in campo energetico, con soggetti registrati al di fuori del Vecchio Continente.

Come illustrato dal Commissario all’Energia, Gunther Oettinger, il provvedimento punta alla creazione di un mercato unico europeo anche nel settore dell’energia e, sopratutto, ha lo scopo di consolidare la posizione dei 27 Stati UE nelle trattative intavolate con forti monopolisti, che vedono la compravendita del gas, e la gestione dei gasdotti dell’Europa, come un Eldorado su cui lucrare. Spesso, a discapito degli interessi di Bruxelles.

Il voto della Commissione, tuttavia, non è nulla di definitivo, dal momento in cui ad esso segue una girandola di negoziati con i singoli Paesi per l’approvazione definitiva. Come riportato da diverse fonti del Parlamento Europeo, è forte il timore che alcuni Stati possano anteporre il proprio interesse a quello generale dell’UE, e bloccare l’iter di approvazione di un documento di importanza strategica.

Tra i Paesi indiziati figurano in primis Germania e Francia: legati alla Russia da contratti che consentono al monopolista russo, Gazprom, la gestione diretta, parziale o totale, dei gasdotti dei due Stati più influenti nell’Unione Europea. Inoltre, Berlino ha ottenuto sensibili sconti sul gas importato da Mosca, e ha sostenuto la Russia nella costruzione del Nordstream: gasdotto sottomarino che collega direttamente il territorio russo a quello tedesco, bypassa Paesi politicamente ostili al Cremlino come Polonia e Stati Baltici, e de facto, divide l’UE.

Parigi, dal canto suo, ha ottenuto sensibili ribassi sulla bolletta e compartecipazionicoi russi in diversi progetti energetici nel Mondo: il tutto, in cambio del sostegno politico francese in sede europea alla realizzazione dei piani della Russia, seppur palesemente in contrasto con l’interesse generale di Bruxelles.

All’asse franco-tedesco si è aggiunta, lunedì, 27 Febbraio, anche la Slovenia. Trattative di alto livello, a cui hanno partecipato il Presidente e il Premier sloveni, Danilo Turk e Janez Jansa, ed il Capo di Gazprom, Aleksej Miller, hanno cementato le relazioni energetiche tra Lubiana e Mosca, e confermato la partecipazione della Slovenia al Southstream.

Questo gasdotto è progettato dal Cremlino sul fondale del Mar Nero per rifornire di gas direttamente l’Europa Occidentale e saltare, sul modello del Nordstream, Stati che si sono opposti alle politiche monopolistiche della Russia, come Romania, Moldova, e Ucraina.

Oltre al divide et impera dell’Unione Europea, la costruzione del Southstream ha anche lo scopo di costringere i soggetti penalizzati dalla sua realizzazione alla cessione della gestione dei propri gasdotti nazionali a Gazprom, la quale, contando su infrastrutture già realizzate, potrebbe così mantenere l’egemonia sulla compravendita di gas in Europa senza costruire un gasdotto ex-novo.

Accordi in tale direzione, oltre che da Germania e Francia, sono stati firmati da Slovenia, Austria e Slovacchia: fatto che ha gettato in allarme Repubblica Ceca e Italia.

La compagnia ceca Net4Gas, proprietaria dei gasdotti della Repubblica Ceca, si è detta preoccupata dalla possibile decisione da parte della tedesca RWE – da cui la Net4Gas è controllata, e che vanta rapporti stretti con i russi – del controllo parziale sul sistema infrastrutturale energetico di Praga. Una soluzione tutt’altro che peregrina: le condutture ceche sono collegate a quelle slovacche, slovene, austriache, e tedesche che Gazprom ha opzionato.

Il colosso energetico italiano ENI ha riaperto frettolosamente le trattative con Gazprom per la revisione dei contratti. Il rischio è che il monopolista russo rilevi il controllo sull’intera tratta dei gasdotti tramite la quale l’Italia importa la maggior parte del gas proveniente dalla Russia: una situazione da cui Roma non avrebbe scampo, al punto che lo stesso Amministratore Delegato del Cane a Sei Zampe, Paolo Scaroni, ha espresso la necessità di creare un mercato energetico unico europeo. De facto, allineandosi alle linee votate dalla Commissione.

Il nucleare come risposta al monopolio di Gazprom

Dinnanzi allo strapotere della Russia monopolista, differente è stata la risposta dei Paesi dell’Europa Centrale. Come rilevato dal Capo della Direzione Generale della Commissione Europea in materia energetica, Philip Lowe, sono una decina gli Stati UE che, malgrado l’avversione al nucleare finora dimostrata, hanno avviato programmi di sfruttamento dell’atomo per supplire al gas importato dalla Russia.

Nonostante l’ondata di proteste successive al disastro di Fukushima, e non potendo ripiegare sul carbone per non infrangere gli obblighi sottoscritti dall’Unione Europea nell’ambito del Protocollo di Kyoto, molti dei Paesi del Vecchio Continente, Polonia in primis, hanno giustificato la costruzione di reattori come una scelta necessaria per garantire la propria indipendenza energetica e la sicurezza nazionale ad essa collegata, messa a serio repentaglio dall’egemonia quasi incontrastata di Gazprom nel Vecchio Continente.

Matteo Cazzulani

GUERRA ENERGETICA: GERMANIA E RUSSIA DIVIDONO L’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 16, 2012

Imprimatur dell’anti-trust tedesca all’aumento della presenza del monopolista russo, Gazprom, nella società tedesca VNG. L’ennesimo passo di Mosca nel mercato interno di Berlino rende sempre più impossibile una politica comune. Iniziativa tedesca contro il nucleare in Polonia

Il presidente russo, Dmitrij Medvedev

No all’atomo dei polacchi, sì ai russi nel cuore del Vecchio Continente. Questa è la posizione in materia energetica della Germania: Paese riconosciuto universalmente come la guida dell’Unione Europea e, dal 17 Gennaio, Patria persino del Presidente del Parlamento Europeo.

Come riportato dall’autorevole Deutsche Welle, sabato, 14 Gennaio, l’Autorità Federale anti-trust di Bonn ha dato il via libera all’aumento delle quote di compartecipazione del monopolista del gas russo, Gazprom, nella società tedesca VNG.

Di per se, il passaggio da 5,3 al 10,5% delle azioni di Mosca nell’ente di Lipsia non è cospicuo, ma a preoccupare è la costanza con cui il monopolista di Mosca, lentamente ma in maniera decisa, sta rafforzando la propria presenza nel mercato tedesco: de facto, rendendo a sé dipendente lo Stato più importante dell’Unione Europea.

Negli ultimi mesi, accordi di ferro hanno legato Gazprom alle altre società energetiche tedesche Wintershall, RWE ed E.On: in cambio della riduzione del tariffario per l’importazione di gas, il monopolista russo ha ottenuto il prolungamento della durata del contratto, con diverse opzioni che permettono la presa in gestione del sistema infrastrutturale energetico della Germania.

Proprio in materia di Gasdotti, Mosca e Berlino sono legate dal NordStream: infrastruttura, sul fondale del Mar Baltico, realizzata dai russi per bypassare Paesi dell’Unione Europea politicamente invisi al Cremlino, come Stati Baltici e Polonia.

Questo progetto – nel contempo di natura energetica e politica – attua un divide et impera nell’Unione Europea: isola i Paesi centrali, penalizzati ed accerchiati, e premia gli Stati occidentali, riforniti direttamente di oro blu del Cremlino. Non a caso, il NordStream è compartecipato da Gazprom, E.On, dalla compagnia francese Suez-Gaz de France, e dall’olandese Gasunie.

Contro la politica energetica dell’Unione

Agli stati bypassati dal patto russo-tedesco non è rimasto che ricercare fonti alternative, e sostenere con forza le iniziative della Commissione Europea: impegnata per il varo di una comune politica energetica dell’UE.

Il piano della Commissione Barroso è basato su diversificazione delle forniture di gas, costruzione di nuovi gasdotti per accedere ai giacimenti di oro blu del centro-asia – Bruxelles ha già firmato accordi con Turkmenistan ed Azerbajdzhan – installazione di rigassificatori per diminuire la dipendenza dalla Russia, e liberalizzazione del mercato energetico continentale per scongiurare l’ingresso di Mosca nella gestione dei gasdotti europei.

Contro questo progetto si è schierata proprio la Germania. Su esplicito invito del Presidente russo, Dmitrij Medvedev, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto alla Commissione Europea la revisione del Terzo Pacchetto Energetico: legge UE che stabilisce l’unificazione e la liberalizzazione dei gasdotti dei Paesi dell’Unione e ne vieta il controllo da parte di enti extra-europei.

Questo provvedimento – assieme al varo della Comunità Energetica Europea: allargata anche a Stati oggi extra-UE come Moldova ed Ucraina – è stato preso proprio per arginare l’espansione di Gazprom nel Vecchio Continente, e stimolare un’iniziativa comune dell’Europa in materia di approvvigionamento energetico.

Inoltre, un’iniziativa di tutti i gruppi politici del Parlamento tedesco ha raccolto 50 Mila firme a sostegno del ricorso alla Corte Europea contro la costruzione di centrali nucleari in Polonia.

Varsavia è stata costretta a ricorrere all’atomo proprio in conseguenza dell’accerchiamento energetico subito col Nordstream: aggravato dalle onerose condizioni contrattuali imposte da Gazprom per l’acquisto di oro blu di Mosca – da cui i polacchi dipendono per l’89% – e dai parametri del Protocollo di Kyoto.

Al pari di tutte le altre economie degli Stati un tempo satelliti della Russia sovietica, la Polonia non può ritornare al carbone per non superare il piano di riduzione delle emissioni inquinanti, a cui l’Unione Europea ha deciso di aderire.

Questo giustifica la scelta dei polacchi – condivisa dalla Repubblica Ceca – di ricorrere alla costruzione di reattori e rigassificatori, per importare gas liquido da Qatar, Norvegia, ed Irak.

Matteo Cazzulani

COMPLEANNO DI JULIJA TYMOSHENKO: UN’OPPORTUNITA PER RIFLETTERE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 27, 2011

La Leader dell’Opposizione ucraina compie 51 anni. Tanti interrogativi su cui, in un’occasione come questa, l’Occidente dovrebbe meditare

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

Niente torta e candeline per Julija Tymoshenko, ma tanto su cui pensare per l’Europa intera. Nella giornata di Domenica, 27 Novembre, la Leader dell’Opposizione ucraina dovrebbe festeggiare il suo 51esimo compleanno: il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui, rinchiusa in una cella del carcere di massima sicurezza Luk’janivs’kyj, difficilmente riceverà visite in una fredda Domenica di autunno inoltrato, né, facile scommettere, i suoi carcerieri saranno così gentili da portarle pasticcini e spumante.

Una situazione davvero seria, in cui l’ex-Primo Ministro è finita ancor prima che una sentenza la condannasse a 7 anni di reclusione per gestione fraudolenta del bilancio statale ed abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. Accuse montate ad hoc, senza adeguata documentazione a supporto, che le sono state addossate durante un processo farsa, con la difesa sistematicamente privata di ogni diritto, tra cui quello di convocare propri testimoni.

Ma c’è di più. Secondo le ultime rilevazioni – confermate da diverse, autorevoli fonti – Julija Tymoshenko sarebbe addirittura paralizzata a letto, colpita da un forte mal di schiena che le impedisce la libera deambulazione per i corridoi del carcere: sopratutto quando è costretta a prendere parte agli interrogatori giornalieri, a cui è sottoposta dagli agenti della Procura Generale.

Sì perché a carico della Leader dell’Opposizione sono state sollevate altre accuse, che, presto, la trascineranno di nuovo davanti ad un giudice – magari fresco di promozione da una corte di periferia, come il caso del PM Rodion Kirejev, firmatario del suo arresto – per altri processi: la Tymoshenko è accusata di gestione impropria dei fondi per il Protocollo di Kyoto alle uscite sociali, acquisto irregolare di vaccini ed ambulanze, accollo sul bilancio statale dei debiti del colosso energetico JEESU – da lei diretto prima della discesa in campo nel 1998 – e partecipazione all’omicidio di Jevhen Shcherban, imprenditore del gas ucciso da uomini in uniforme di polizia a Donec’k, nel 1996.

I capi di imputazione sono tanto numerosi quanto risalenti ad un periodo torbido della storia di Julija Tymoshenko, che sostenere la totale pulizia dell’ex-Primo Ministro sarebbe follia allo stato puro: sopratutto in un Paese in cui individuare un politico onesto è come pretendere l’acquisto di un etto di pesce spada dal macellaio.

Tuttavia, restano una serie di riflessioni che ogni cittadino del mondo libero occidentale avrebbe l’imperativo categorico di porsi: si ha il diritto di trattare in codesta maniera anche il peggiore dei colpevoli della terra? E’ giustizia incarcerare un sospettato ancor prima dell’emissione di un verdetto e dell’eventuale ricorso in appello – che gli avvocati dell’ex-primo Ministro hanno presentato – ? E’ democrazia “processare” il Leader dell’Opposizione con il preciso intento di condannarlo alla galera per escluderlo dai giochi di potere? E’ misericordia umana negare anche al più barbaro degli assassini l’assistenza medica, persino dinnanzi al peggiorare delle condizioni di salute?

E’ con questi interrogativi, di respiro universale, che sarebbe opportuno ricordare il compleanno di Julija Tymoshenko. Con la speranza che a riflettervi sia anche chi, sistematicamente, ignora la gravità della situazione, preferendo lo sconto sul gas russo, la comodità della dolce vita nostrana – magari su un barcone, con ai piedi scarpe da un milione delle vecchie lire – e gli slogan pacifisti senza se e senza ma, che – nei pochi casi di conoscenza dei fatti di Ucraina – bollano la Tymoshenko come colpevole a priori solo perché “troppo simile all’ex-Premier italiano, Silvio Berlusconi”.

Avanti con i negoziati

Il tutto, senza dimenticarci che l’affare Tymoshenko ci riguarda molto da vicino. A causa di questa persecuzione politica è sempre più in forse la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un documento storico, con cui Bruxelles riconoscerebbe lo status di partner privilegiato – oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera – a Kyiv, e ne eviterebbe lo slittamento nell’orbita di una Russia dalle rinate velleità imperiali, che, proprio nell’annessione dell’Ucraina alla neocostituita Unione Eurasiatica – copia post-sovietica dell’Unione Europea, concepita e finanziata da Mosca – vede il primo passo per annichilire il Vecchio Continente, e ritornare la superpotenza dei tempi della Guerra Fredda.

Per questa ragione è opportuno che i negoziati procedano comunque, anche con un Presidente dal vizietto autoritario come Viktor Janukovych: una scelta non facile, ma necessaria per l’Europa di domani, tanto quanto il salvataggio della zona Euro. Una volta iniziato a godere dei privilegi della partnership speciale con l’UE, le autorità di Kyiv saranno giocoforza costrette al rispetto dei principi di libertà e democrazia: fondamento di quella cultura occidentale a cui il popolo ucraino appartiene.

Sembra paradossale, ma, in fondo, estremamente coerente con gli interessi comuni europei: la trattativa per educare il barone di Donec’k è un passo necessario per evitare di diventare sempre più sudditi di uno zar del gas, da cui il Vecchio Continente, grazie alle politiche energetiche filo-russe del tandem Merkel-Sarkozy, già dipende fortemente.

Matteo Cazzulani

LA COMMISSIONE BARROSO PRESENTA LA POLITICA ENERGETICA UE DEL NUOVO ANNO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 19, 2011

Previsti il varo di un comune sistema infrastrutturale entro il 2014, direttive per la sicurezza nucleare ed il rispetto dei parametri di Kyoto, e fondi per la manutenzione dei gasdotti mediterranei ed ucraini. Kyiv al centro dell’interesse europeo per evitare il rinascere di una Russia imperiale, dannosa per la sicurezza e la prosperità dell’Unione

Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso

“L’Energia è il settore chiave della politica europea, che migliorerà stabilità e benessere economico”. E con questa affermazione che giovedì, 17 Novembre, la Commissione Europea ha reso noto le linee-guida per la politica energetica del 2012: un piano ambizioso che, oltre ai complessi rapporti internazionali, ha contemplato con estrema attenzione anche la crisi della zona euro.

In primis, è stata preventivata entro il 2014 la costituzione di un unico sistema energetico continentale mediante l’applicazione accelerata del Terzo Pacchetto Energetico: una legge continentale che richiede la messa in comune delle infrastrutture del Vecchio Continente, la liberalizzazione della loro gestione, ed il divieto del loro controllo in regime di monopolio, sopratutto se da parte di enti extra-europei. Nuove direttive sono attese per il settore dell’atomo, su cui la Commissione ha dichiarato di volersi battere per l’innalzamento degli standard di sicurezza di una fonte di energia scelta da molti degli Stati membri – a differenza di Germania ed Italia – come alternativa al gas.

In seguito, Bruxelles ha evidenziato l’importanza di una legislazione ad hoc per il rispetto dei parametri del Protocollo di Kyoto, tema su cui l’Unione Europea è ancora divisa tra i Paesi Occidentali, pronti alla limitazione delle emissioni nocive del 20% – come richiesto all’UE dall’accordo internazionale – e quelli Centrali, che ancora stanno riconvertendo le moltissime industrie di carbone: eredità del periodo sovietico, in cui l’unica forma di energia alternativa al materiale nero concessa da Mosca era l’oro blu proveniente dalla Russia.

“Se tutte le direttive saranno rispettate l’Unione Europea potrà risparmiare determinate cifre da reinvestire nelle manovre di salvataggio dell’economia continentale, senza pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi in materia energetica – ha dichiarato il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso – Nel settore mancano cospicui investimenti, per questo siamo costretti a stabilire una linea precisa, non senza difficoltà”.

Infine, il programma ha guardato anche alla situazione internazionale, con l’erogazione di fondi per la ristrutturazione dei sistemi infrastrutturali dei Paesi del Mediterraneo, l’implementazione delle relazioni con gli Stati dell’Africa del Nord esportatori di carburante, e la manutenzione dei gasdotti dell’Ucraina, per cui è stata offerta la consulenza UE nelle trattative per le forniture di gas con la Russia.

Proprio Kyiv è stata al centro della giornata politica UE: a Bruxelles si sa bene che il destino di questo Paese – europeo per storia, cultura, e tradizioni, e prossimo alla firma di un Accordo di Associazione che gli concederà il medesimo status di partner privilegiato, oggi goduto da Norvegia, Islanda, e Svizzera – è cruciale per la definizione dei futuri rapporti di forza con una Russia dalle rinate velleità imperiali.

Oltre che sul piano energetico – per mezzo di gasdotti sottomarini e contratti a prezzo calmierato che legano per decenni le singole compagnie energetiche dell’Europa Occidentale al monopolista russo, Gazprom – Mosca punta all’annichilamento dell’Unione Europea anche su quello politico mediante la costituzione dell’Unione Eurasiatica: continuum dell’impero zarista e dell’URSS, con cui il Cremlino intende riprendere il controllo sui Paesi CSI per tornare a ricoprire un ruolo di superpotenza mondiale, alternativa ad Occidente, Cina, ed India.

Sempre giovedì, 17 Novembre, la Commissione Esteri del Parlamento Europeo ha approvato una proposta di emendamento della Risoluzione varata lo scorso 26 Ottobre, con cui l’emiciclo di Strasburgo ha invitato i vertici UE a firmare quanto prima l’Accordo di Associazione con l’Ucraina che, prevedendo il varo di una Zona di Libero Scambio, e l’avvio delle procedure per l’abbattimento del regime dei visti, è necessario più per il popolo ucraino che per i suoi governanti. Costoro, sono stati protagonisti di un’ondata di repressioni politiche che, in poco più di un anno, ha portato all’arresto dopo processi-farsa di diversi esponenti dell’Opposizione, e pressioni su media giornalisti indipendenti.

Un regresso della democrazia che ha spinto gli Europarlamentari del Partito Popolare Europeo a proporre un inasprimento del documento, con l’inserimento di un chiaro richiamo al Presidente ucraino, Viktor Janukovych, al rispetto degli standard democratici ed alla liberazione della Leader del campo arancione, Julija Tymoshenko, dalla detenzione in isolamento in cui è costretta dallo scorso 5 Agosto: senza di essa, Kyiv non potrà sperare in nessun accordo con Bruxelles.

In aggiunta, i deputati conservatori e socialdemocratici – che vedono nella fine dei negoziati con l’Ucraina non solo un’urgente necessità geopolitica, ma l’unico mezzo per “educare” Janukovych, costringendolo al rispetto delle regole dell’Occidente, una volta goduto dei privilegi derivanti della stretta partnership con l’UE – hanno consigliato alle autorità ucraine una riforma del sistema giudiziario ed elettorale secondo le osservazioni della Commissione di Venezia – organismo deputato all’adeguamento delle norme varate dai Paesi extra-europei a quelle dell’Unione.

Kyiv a senso inverso

Dunque, il pallino delle decisioni resta in mano al Presidente ucraino, chiamato ad una scelta di maturità democratica da cui non ha atteso di dimostrarsi ancora lontano. Nella medesima giornata, il ricorso in Appello degli avvocati di Julija Tymoshenko è stato affidato ad un pool di magistrati inesperti appena insediati nella Corte Costituzionale. Non un caso se si tiene conto che la prima fase del processo è stata condotta in maniera irregolare e parziale da un giovane magistrato, Rodion Kirejev, spostato da un Tribunale di periferia pochi mesi prima dell’inizio del processo alla Leader dell’Opposizione.

Inoltre, in tarda serata, la Rada ha approvato una nuova legge elettorale per le prossime elezioni parlamentari con cui è stata vietata la partecipazione a blocchi ed alleanze, ed è stato introdotto quel sistema misto di collegi uninominali e proporzionali che, prima della Rivoluzione Arancione, ha consentito al Presidente di formare maggioranze a lui fedeli, mettendo in minoranza forze politiche in realtà votate dalla maggior parte degli elettori.

Modifiche che non hanno tenuto conto per nulla dei suggerimenti della Commissione di Venezia e che, assieme all’affaire Tymoshenko, complica il cammino dell’Ucraina verso l’Unione Europea. Il tutto, con una Russia pronta a sfruttare la situazione a vantaggio proprio, e a scapito di un Vecchio Continente che, col riemergere di una superpotenza russa a livello mondiale, resterebbe destinato alla subalternità politica ed economica. Per questo, anche se appare strano, quanto accade a Kyiv è di cruciale importanza per il futuro del Vecchio Continente: almeno tanto quanto la frenetica corsa per il salvataggio dell’Euro.

Matteo Cazzulani

JULIJA TYMOSHENKO TORNA IN PUBBLICO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 6, 2011

La Leader dell’Opposizione Democratica si mostra ai sostenitori dalle finestre della sua cella di isolamento, dove è detenuta da tre mesi. Perché è necessario sostenere l’ex-Primo Ministro

Julija Tymoshenko nella sua cella del carcere di massima sicurezza.

Tre sono i mesi trascorsi da un arresto illegale avvenuto ancor prima della sentenza, così come tre sono le settimane passate dal verdetto che, a chiusura di un processo farsa – in cui la difesa è stata privata di ogni diritto – ha condannato a sette anni di isolamento la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko. Nella giornata di venerdì, 5 Novembre, l’ex-Primo Ministro è tornata ad interloquire con i suoi sostenitori, e, sopratutto, a mostrarsi in pubblico, dopo che le rigide condizioni del Carcere di Massima Sicurezza Luk’janivs’kyj le vietano di continuo la visita di parenti, esponenti politici di calibro internazionale – da ultimo l’esponente del Consiglio d’Europa, che ha promesso una discussione urgente a Strasburgo sulla situazione ucraina – e persino dei suoi medici di fiducia.

Dopo le dimostrazioni presso la Verkhovna Rada – dove, in contemporanea con Kharkiv, Donec’k, Dnipropetrovs’k e Leopoli, migliaia di ucraini si sono aggiunti ai liquidatori della catastrofe di Chernobyl’ ed ai reduci della guerra in Afghanistan per protestare contro i tagli sociali approntati dall’Amministrazione del Presidente, Viktor Janukovych – un centinaio di manifestanti si è diretto sotto la cella della Tymoshenko per esprimere il proprio sostegno con slogan e manifesti. Inattesa la risposta della Leader dell’Opposizione Democratica, che si è affacciata alla finestra e, senza nascondere i segni della dura reclusione, ha ringraziato gli accorsi con un cenno di saluto, ed un breve discorso udito a fatica a causa della considerevole distanza in cui la cella dell’Anima della Rivoluzione Arancione è stata abilmente posizionata.

In realtà, la Tymoshenko è già riuscita ad aggirare il muro che la isola dal Mondo lo scorso martedì, Primo di Novembre, con una lettera fatta pervenire all’autorevole agenzia Associated Press, in cui ha invitato l’Unione Europea a concludere i negoziati per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina, malgrado la firma di un documento – che conferisce a Kyiv il medesimo status nelle relazioni con il Vecchio Continente di Svizzera, Islanda, e Norvegia – potrà essere presentata da Janukovych come un proprio successo personale.

“Il cammino dell’Ucraina verso l’Europa non può essere interrotto – ha scritto la Tymoshenko – finire oggi significherebbe la rinuncia delle ambizioni occidentali che gli ucraini hanno dimostrato di avere, e lo slittamento dell’Ucraina verso la Russia. Janukovych ha tutto l’interesse a non firmare l’Accordo di Associazione per isolare il Paese – ha continuato – e sfruttarne le risorse per il tornaconto suo e degli oligarchi che lo sponsorizzano, ma la sua entrata in vigore lo obbligherebbe a rispettare quegli standard democratici che l’ondata di repressione politica sta contrastando – ha concluso – e che in UE sono legge fondante”.

Quella della Tymoshenko è una situazione davvero critica: dopo la condanna per abuso d’ufficio nel corso delle trattative per le forniture di gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin – costruita su prove falsate e sommarie, addirittura datate il 31 Aprile – sull’ex-Primo Ministro sono piovute un carico di altre accuse che anche qualora l’articolo 365 del Codice Penale dovesse essere decriminalizzato dal Parlamento – la discussione alla Rada sull’eliminazione di una voce di diretta eredità sovietica è in corso – trascinerebbero la Tymoshenko di nuovo in aula.

Sempre costruite su prove incerte, le nuove imputazioni riguardano l’accollo del debito della sua ex-azienda energetica JEESU sul bilancio statale, concussione con l’ex-Primo Ministro, Pavlo Lazarenko, gestione irregolare dei fondi per il Protocollo di Kyoto – ricevuti per eliminare le emissioni nocive ma spesi per comprare strutture sanitarie e finanziare le pensioni – acquisto irregolare di vaccini ed ambulanze e, da ultimo, persino dell’omicidio del Deputato Jevhen Shcherban: imprenditore del gas che, secondo indiscrezioni Wikileaks, sarebbe stato eliminato assieme alla moglie per volere di Lazarenko su ordine dell’attuale Leader dell’opposizione Democratica – allora in stretta relazione d’affari con l’ex-Primo Ministro – a Donec’k, nel 1996, al rientro da un volo privato, da parte di un commando di uomini con le insegne della polizia.

A tutto ciò, va aggiunto il sempre più precario stato di salute, con forti dolori alla schiena che costringono la Tymoshenko a manipolazioni giornaliere, e che rischiano di ridurne seriamente le capacità motorie. Il tutto, puntualmente ignorato dall’equipe di medici del Carcere, nella quale – su ordine della Procura Generale – i dottori privati della Leader dell’Opposizione Democratica non hanno il diritto di far parte, lasciando, così, che l’ex-Primo Ministro sia visitata da personale estraneo, in una cella che i pochi testimoni dicono essere fredda, sporca, priva di riscaldamento e finestre sigillate.

I rischi di un nuovo appeasement

La comparsa di Julija Tymoshenko, e la foto che anche noi pubblichiamo, hanno fatto il giro del Mondo, con un tam tam sui social network e lanci di agenzia che hanno riacceso le speranze dei militanti di Bat’kivshchyna – il Partito della Leader dell’Opposizione Democratica – ancora accampati nella tendopoli presso il Tribunale Pechers’kyj, dove la farsa del processo è andata in scena – e, con essi, le preoccupazioni di un Occidente che richiede a gran voce il ristabilimento dello Stato di Diritto in Ucraina. Anche il Legno Storto è sceso in campo con un appello che invitiamo a firmare e fare circolare sopratutto ora che le precarie condizioni di salute della Leader dell’Opposizione Democratica sono chiare a tutti, e che il Ricorso in Appello alla sentenza del processo farsa – che abbiamo raccontato direttamente dalla sala della Corte – è pronto a partire.

Julija Tymoshenko non sarà una santa, come del resto tutti i politici in un Paese dove la corruzione è una piaga tanto diffusa quanto i Pizzoccheri in Valtellina, ma oggi è il simbolo del rispetto di democrazia diritti umani in un Paese europeo per storia, cultura, e tradizione, che l’UE deve integrare al più presto per la propria sicurezza e prosperità: ad est la Russia di Putin è tornata con forti accenti imperialisti, tutti diretti contro un Vecchio Continente considerato il rivale per eccellenza da eliminare per tornare a rivestire un ruolo di superpotenza Mondiale.

Firmare l’appello, e sostenere Julija Tymoshenko, non significa supportare un politico, nasconderne le pagine nere, e glorificare un’icona, bensì dare concreta prova di amore per la Libertà, per il futuro dei nostri figli, e di attaccamento ai valori di un Occidente che, con l’indifferenza alla causa ucraina, rischia di replicare l’atteggiamento di Francia e Gran Bretagna nel periodo interbellico, e permettere ad un nuovo totalitarismo il dominio sull’Europa.

Matteo Cazzulani