LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Politica USA: Hillary Clinton domina i sondaggi

Posted in USA by matteocazzulani on February 18, 2015

La possibile candidata dei democratici alle elezioni presidenziali statunitensi data per vincitrice contro ogni possibile candidato repubblicano in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Il predominio dell’ex-Segretario di Stato confermato anche nelle primarie democratiche

Philadelphia – Una candidatura da tempo preannunciata con il vento decisamente a favore per portare la prima donna ad essere eletta Presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, ex-Segretario di Stato dell’Amministrazione di Barack Obama, e First Lady dell’ex-Presidente Bill Clinton, è data per favorita da due importanti sondaggi che hanno monitorato l’orientamento elettorale nei tre Stati in cui sono programmate per prime le primarie per la selezione dei candidati presidenti.

Come riportato da una rilevazione sociologica della NBC News/Marist polls, Hillary Clinton, potenziale candidata dei democratici, è data decisamente avanti sul possibile candidato dei repubblicani, Jeb Bush, in Iowa, New Hampshire e South Carolina.

In Iowa, il duello tra Clinton e Bush, quasi una riedizione di quello che nel 1992 ha contrapposto Bill Clinton a George H W Bush, vede la democratica avanti sul repubblicano con il 48% contro il 40%.

In New Hampshire, la Clinton è data avanti sempre con il 48% contro il 42% di Bush, mentre in South Carolina è il candidato repubblicano ad essere dato per vincitore con il 48% contro il 45% dell’esponente democratica.

Oltre alla corsa per la Presidenza, il sondaggio ha anche rilevato le intenzioni di voto nelle elezioni primarie, in cui i candidati verranno selezionati all’interno della cornice del partito di appartenenza.

Per quanto riguarda il campo democratico, la Clinton è data nettamente favorita in tutti e tre gli Stati considerati, con il Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e l’indipendente liberale, Bennie Sanders, indietro di molto.

In Iowa, la Clinton è data per vincente con il 68%, contro il 12% di Biden ed il 7% di Sanders. In New Hampshire, il vantaggio della Clinton aumenta al 69%, così come quello di Biden, fermo al 13%, e di Sanders, salito all’8%.

In South Carolina, infine, la Clinton è data sempre nettamente favorita con il 65%, con Biden e Sanders a seguire rispettivamente con il 20% ed il 3%.

Per quanto riguarda il campo repubblicano, la corsa è molto più affollata, con Bush costretto a fronteggiare il Governatore del Wisconsin, Scott Walker, il libertario Rand Paul, l’ex-Governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, il Governatore del New Jersey, Chris Christie, e il Senatore del South Carolina, Lindsey Graham.

Nonostante il favore delle prime rilevazioni siano per Bush, in Iowa favorito è dato Huckabee con il 17%, seguito da Bush con il 16%, Walker con il 15%, Christie con il 9%, Paul con il 7% e Graham con l’1%.

In New Hampshire, Bush è davanti con il 18%, seguito da Walker con il 15%, Paul con il 14%, Christie con il 13%, Huckabee con il 7% e Graham con l’1%. In South Carolina, invece, è il padrone di casa Graham a dominare con il 17%, tallonato da Bush con il 15%, Walker con il 12%, Huckabee con il 10%, Paul con il 7%, e Christie con il 6%.

Catturato il voto dei repubblicani di centro

A confermare il grande vantaggio della Clinton è anche un sondaggio effettuato dall’ Istituto Eagleton dell’Università di Rutgers sulle intenzioni di voto degli elettori del New Jersey, che danno alla probabile candidata democratica davanti a tutti i possibili competitor.

Infatti, la Clinton vincerebbe contro Bush con il 58% contro il 32%, e contro Walker con il 60% contro il 29%. La candidata democratica vincerebbe addirittura in trasferta anche su Christie con il 58% contro il 35% per il centrista repubblicano.

La vittoria della Clinton nel New Jersey è importante perché, da un lato, vede la candidata democratica imporsi in uno Stato Governato da un suo avversario.

Dall’altro, la Clinton, che è centrista come Christie, riuscirebbe a battere il candidato repubblicano che, più di tutti, è capace di attrarre il voto democratico poco incline a votare l’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.

Advertisements

Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

2015/01/img_0515.jpg

Politica USA: Obama toglie l’embargo a Cuba per passare alla storia ed aiutare la Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on December 19, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America pone fine ad un embargo di 50 anni nei confronti del regime comunista latinoamericano per dare un senso ad una politica estera finora sottotono. Il riorientamento della politica estera statunitense in America e nell’Asia-Pacifico, ed il confronto con i repubblicani al Congresso, tra le ragioni che hanno portato Obama ad aprire all’Avana

Philadelphia – Un tentativo di passare alla storia e di mettere in crisi un Congresso agguerrito e forte nei numeri. La scelta del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, di normalizzare i rapporti con Cuba, presa nella giornata di mercoledì, 17 Dicembre, è una manovra politica che guarda in diverse direzioni.

In primis, l’ordine di riaprire un tavolo per il ripristino di rapporti diplomatici con il regime comunista di Cuba, che il Presidente Obama ha dichiarato di intendere impartire quanto prima al Segretario di Stato, John Kerry, chiude una fase di 50 anni di embargo economico e di gelo politico avviata da John Fitzgerald Kennedy, il Presidente degli Stati Uniti ideologicamente più vicino a Obama, in piena Guerra Fredda.

La riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba è anche l’ennesima prova della maggiore attenzione che Obama intende porgere nei confronti dell’emisfero occidentale: un riorientamento della politica estera statunitense che ha già visto le sue prime conseguenze nel maggiore impegno degli Stati Uniti nella regione dell’Asia-Pacifico e nel quasi assente coinvolgimento in Europa.

Con questa decisione di portata storica, Obama intende inoltre dare un senso ad una politica estera che, finora, gli ha fornito l’epiteto di uno dei Presidenti meno coraggiosi in ambito internazionale della storia degli Stati Uniti, dopo la gestione marginale della guerra in Libia contro la dittatura di Muhammar Gheddafi, il mancato attacco al regime di Bashar Al Assad in Siria, e la troppo tiepida gestione della crisi ucraina e della nascita dello stato islamico ISIL.

Come riportato da Politico, oltre al fatto storico, la decisione di Obama di ripristinare i rapporti diplomatici con Cuba rappresenta un atto di forza del Presidente democratico nei confronti del Congresso che, per via della vittoria dei repubblicani nelle elezioni di Mid-Term, sarà presto totalmente ostile all’Amministrazione Presidenziale.

Da parte loro, i repubblicani hanno promesso battaglia al Presidente sulla sua decisione di riaprire il dialogo con Cuba blocca di alcuni fondi destinati all’attività del Presidente in politica estera.

Tuttavia, Obama ha fatto sapere di intendere procedere con l’uso dei poteri esecutivi in suo possesso, così come promesso per la riforma della sanità e per la regolarizzazione di 4,7 milioni di immigrati irregolari: due cavalli di battaglia che il Presidente intende cavalcare negli ultimi due anni di legislatura.

Jeb Bush e Marco Rubio alla ricerca del voto dei dissidenti

Infine, come riportato dall’autorevole Reuters, la mossa di Obama di ripristinare i rapporti con Cuba ventila l’opportunità per i democratici di compattare il proprio elettorato, che secondo un recente sondaggio IPSOS è favorevole alla normalizzazione con il regime comunista della Avana, attorno al loro candidato nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Inoltre, l’elettorato latino, concentrato per lo più in Florida, uno degli swing-state principali, potrebbe accogliere con favore la decisione di Obama, così come i tanti appassionati di baseball, uno sport in cui i più grandi campioni sono principalmente cubani.

Non a caso, l’ex-Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, data per probabile candidata democratica nelle prossime Elezioni Presidenziali, ha subito caldamente accolto l’iniziativa di Obama di riaprire i rapporti con Cuba, dichiarando che 50 anni di embargo non sono serviti ad alcunché.

Dall’altro lato dello schieramento politico, l’apertura di Obama a Cuba ha portato i possibili candidati alle Primarie Repubblicane ad assumere posizioni di opposizione, vicine a quelle degli ambiti più conservatori.

L’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, e il giovane Senatore della Florida, Marco Rubio, si sono opposti all’apertura di Obama per cercare di compattare l’elettorato della comunità degli esuli cubani che, come riportato da diversi sondaggi, è tuttavia già schierato politicamente a favore dei repubblicani.

Rand Paul, senatore del Kentucky del Tea Party, ha invece accolto con favore le aperture di Obama a Cuba, sottolineando che il gesto del Presidente può aprire una nuova fase nella politica commerciale degli Stati Uniti nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0446.PNG

Politica USA: Romney davanti alla Clinton nella corsa alla Presidenza

Posted in USA by matteocazzulani on November 27, 2014

L’esponente conservatore sconfitto alle Elezioni Presidenziali del 2012 dato davanti alla candidata democratica da un recente sondaggio. Certa la vittoria del moderato repubblicano e della centrista democratica nelle rispettive Elezioni Primarie

Philadelphia – Per i democratici americani il tacchino di Thanksgiving potrebbe essere indigesto. Nella giornata di mercoledì, 25 Novembre -la vigilia del Giorno del Ringraziamento- le quotazioni per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti dell’esponente del Partito Repubblicano Mitt Romney hanno superato quelle della probabile candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.

Come riportato dall’autorevole Reuters, secondo un sondaggio della Quinnipiac University, realizzato con un margine di errore del 4%, Mitt Romney, candidato repubblicano sconfitto nelle ultime Elezioni Presidenziali statunitensi del 2012 dall’attuale Presidente, il democratico Barack Obama, otterrebbe il 45% dei consensi qualora la consultazione elettorale si dovesse svolgere il giorno di Thanksgiving.

Staccata, anche se di poco, sarebbe, con il 44%, Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato, sconfitta da Obama nelle Primarie democratiche del 2008, data per probabile candidata dello schieramento liberale nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Il sondaggio della Quinnipiac University rappresenta una buona notizia per i repubblicani che, dopo la storica vittoria nelle Elezioni di Mid-Term dello scorso Novembre, intravedono la possibilità di eleggere un proprio rappresentante alla Casa Bianca con un candidato già collaudato.

Del resto, l’assenza di un candidato di rilievo alla presidenza è stato il problema dei repubblicani, mentre i democratici sono sembrati in difficoltà nel trovare un contendente interno capace di contendere la nomination democratica alla Clinton.

A confermare l’opportunità di una ri-candidatura da parte di Romney, esponente dello schieramento moderato del Partito Repubblicano, è sempre il sondaggio della Quinnipiac, che quota l’ex-Governatore del Massachusetts avanti con il 19% rispetto all’ex-Governatore della Florida Jeb Bush, esponente conservatore fermo all’11%, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie, staccato con l’8%.

Sempre nel campo conservatore, ad essere interessanti sono anche le candidature dei senatori Rand Paul e Ted Cruz, e quelle del Governatore del Wisconsin Scott Walker e dell’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, date tutte attorno al 5%.

Per quanto riguarda le primarie democratiche, la rilevazione della Quinnipiac dà la Clinton, espressione dell’ala centrista del Partito Democratico, saldamente in testa con il 57%, seguita dall’esponente dell’ala sinistra dei democratici, la senatrice Elizabeth Warren, con il 13%, mentre l’attuale Vice Presidente, Joe Biden, è fermo con il 9%.

La rilevazione sembra confermare un trend elettorale fortemente critico nei confronti del Presidente Obama, accusato dagli stessi elettori democratici di non avere saputo realizzare con forza le riforme della sanità, dell’immigrazione, e di non avere sostenuto il ceto medio ed il finanziamento delle infrastrutture come, invece, promesso durante la campagna elettorale.

Dall’altra parte, i repubblicani accusano Obama di attuare una politica troppo sbilanciata a sinistra, e di non avere dato una leadership chiara e forte agli Stati Uniti in ambito estero e di difesa.

Obama e il Congresso avviano la guerra sull’immigrazione

Il confronto tra Obama e i repubblicani, che dopo la vittoria nelle Elezioni di Mid-Term controllano il Congresso, è già stato avviato sul tema dell’immigrazione, il cavallo di battaglia scelto dal Presidente per rilanciare l’attività della sua Amministrazione.

Obama, per compattare il consenso della parte sinistra del Partito Democratico, ha dichiarato di essere intenzionato ad avvalersi di tutti i suoi poteri esecutivi per approvare una riforma dell’immigrazione volta a regolarizzare circa 5 milioni di immigrati irregolari che sarebbe costoso e disumano rimpatriare.

Inoltre, il Capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, ha compattato il fronte l’ala sinistra dei democratici per guidare un’opposizione dura e risoluta ai repubblicani.

In risposta, come riportato dall’autorevole Politico, i repubblicani hanno deciso di bloccare i fondi destinati all’Amministrazione Presidenziale per l’esecuzione delle misure inerenti all’immigrazione.

Nello specifico, i conservatori hanno optato per finanziare il budget complessivo del nuovo anno con un emendamento che impone un finanziamento temporaneo per le misure destinate all’attuazione della riforma dell’immigrazione.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0325.PNG

SIRIA: SENATO USA DA PRIMO OK A INTERVENTO CONTRO L’USO DI ARMI CHIMICHE

Posted in Mondo Arabo, USA by matteocazzulani on September 5, 2013

La Commissione Affari Esteri approva la mozione del Presidente Obama con una maggioranza mista. Nonostante la sicurezza al Senato, incerto appare l’esito della votazione alla Camera dei Rappresentanti

Un intervento armato limitato di 60 giorni estendibile per altri 30. Nella giornata di mercoledì, 4 Settembre, la Commissione Affari Esteri del Senato degli Stati Uniti d’America ha approvato una risoluzione che autorizza il Presidente statunitense, Barack Obama, ad intervenire militarmente in Siria per punire l’uso di armi chimiche da parte del Regime di Damasco.

La votazione è avvenuta dopo una lingua mediazione, avviata da quando, nella giornata di lunedì 2 Settembre, il Presidente Obama ha avviato consultazioni con parlamentari per mostrare le prove dell’utilizzo di armi chimiche da parte del dittatore siriano, Bashar Al Assad.

Dato interessante è quello legato al voto della Commissione, che ha garantito al Presidente Obama, un democratico, un buon sostegno ma, nel contempo, ha lasciato trasparire i reali equilibri di forza dello scenario politico USA sulla situazione.

La mozione, infatti, è stata votata in maniera bipartisan da 10 tra democratici -che mantengono la maggioranza nel Senato- e repubblicani, mentre, sempre a prescindere dall’appartenenza partitica, 7 commissari hanno votato contro.

Come riportato dalla Reuters, i favorevoli sono stati la maggioranza dei democratici, guidati dal Presidente della Commissione, Bon Menedez, ed i repubblicani moderati coordinati da John McCain, che hanno ottenuto l’approvazione di importanti emendamenti che autorizzano aiuti all’opposizione siriana.

Contro alla mozione hanno invece votato alcuni repubblicani intenzionati ad ostacolare il Presidente Obama e vicini al Tea Party, come Marco Rubio, John Barrasso, e Rand Paul, e democratici dell’ala di sinistra come Tom Udall e Chris Murphy.

Il Capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, si è detto fiducioso sul sostegno dell’aula alla proposta del Presidente Obama, ma, nel contempo, ha ammesso che la cospicua opposizione può evitare il raggiungimento del quorum per evitare la presentazione di emendamenti che, inevitabilmente, finiscono per prolungare le operazioni di voto.

Problemi si prospettano anche nella Camera dei Rappresentanti, dove una cinquantina di deputati della maggioranza repubblicana potrebbero unirsi al fronte anti-Obama del Tea Party, sempre assieme ad alcuni esponenti di sinistra dell’opposizione democratica.

Dieci gli alleati USA nell’attacco

In contemporanea alle trattative interne negli USA, il Segretario di Stato statunitense, John Kerry, ha dichiarato la volontà da parte di 10 Stati di sostenere l’iniziativa del Presidente Obama in Siria.

Tra questi Paesi figurano la Turchia, e la Francia, il cui Presidente, Francois Hollande, e Primo Ministro, Jean-Marc Ayrault, hanno illustrato come la punizione al regime di Damasco sia utile per lanciare un messaggio anche ad altre dittature come Corea del Nord e Siria.

Favorevoli all’intervento potrebbero presto schierarsi anche Israele, che teme un attacco da parte di Siria ed Iran, e Qatar.

Contrariamente che in passato, all’attacco non intendono partecipare tradizionali alleati USA, come Gran Bretagna -in cui il Primo Ministro, David Cameron, non ha ottenuto il sostegno del Parlamento- la Germania e la Polonia -che hanno dato sostegno all’operazione solo in caso di azione coordinata sotto l’egida ONU.

Matteo Cazzulani

COME L’EUROPA DOVREBBE VEDERE LE PRIMARIE REPUBBLICANE E LA CORSA ALLA PRESIDENZA USA.

Posted in USA by matteocazzulani on January 8, 2012

La vittoria nelle primarie repubblicane di Mitt Romney risponde all’interesse politico dell’Unione Europea, sempre meno in grado di assumere una posizione comune e sempre più in balia delle ambizioni imperiali della Russia

Il candidato alle primarie repubblicate, Mitt Romney

“Un crollo degli USA è possibile anche se ancora evitabile, e tale prospettiva avrebbe conseguenze catastrofiche per l’Occidente a livello geopolitico”. Questa affermazione non è stata pronunciata da un corrispondente italiano a Leopoli nel piccolo del suo studio, bensì dall’insigne Zbigniew Brzezinski in un articolo pubblicato sull’autorevole Foreign Affairs.

In Esso, il consigliere dell’ex-Presidente americano Jimmy Carter, e rispettato analista di politica internazionale, non esclude la caduta degli Stati Uniti come superpotenza mondiale: un evento traumatico per diversi Stati del Mondo, destinati a pagare un alto prezzo in termini di indipendenza ed autonomia.

Tra essi, per citarne alcuni, la Corea del Nord, Taiwan, ed Israele: senza USA forti, questi Paesi sarebbero esposti ad attacchi provenienti rispettivamente da Corea del Nord, Cina ed Iran, da cui non è escluso il ricorso ad armi nucleari.

Niente sonni tranquilli nemmeno per l’Europa, in cui Brzezinski ha illustrato come il venir meno del ruolo internazionale di Washington comporterà la caduta di Ucraina, Bielorussia e Georgia nelle mani della Russia. Parafrasando il consigliere di Carter, Mosca è dipinta come una potenza dalle rinate velleità imperiali a cui l’Europa non sarà in grado di reagire se alle spalle non potrà contare su un solido alleato americano.

Utilizzare le affermazioni di Brzezinski per criticare l’assenza di una comune politica estera europea che integri subito i Paesi dell’Europa Orientale – per l’appunto: Ucraina, Bielorussia, Georgia, e Moldova – per disinnescare la ricostituzione dell’impero eurasiatico sarebbe fiato sprecato.

Il lettore medio italiano – tradizionalmente affascinato dalla Russia, cresciuto su libri di testo scritti secondo la vulgata comunista, e più attento alla ripresa del campionato di calcio che alla minaccia orientale da cui il Vecchio Continente rischia di essere spazzato via – volterebbe pagina e relegherebbe questo articolo come “la solita predica domenicale di un giornalista amico della CIA”.

Siccome non si è legati ai Servizi Segreti americani, meglio riflettere sull’intuizione di Brzezinski in relazione alla politica interna americana, che, oggi, è caratterizzata dalle primarie repubblicane: evento elettorale che investirà il competitor dell’attuale Presidente, il democratico Barack Obama, nella corsa alla Casa Bianca del Novembre 2012.

Finora, nella kermesse interna al GOP – come è definito il Partito Repubblicano – poco si è parlato di politica estera da parte dei tre maggiori candidati: l’ex-governatore del Massachussetts, Mitt Romney, l’ex-senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, ed il parlamentare Ron Paul. Costoro, tuttavia, hanno delineato una differenza di approccio alla questione internazionale con rare e stringate battute.

Alla concezione radicale di Ron Paul – esponente dell’ala libertaria dei repubblicani – di ritirare gli USA da ogni missione militare estera e ripiegare su una condotta politica attenta al solo piano interno ed economico, si è contrapposta la proposta di Romney. Seppur militante GOP “di centro”, il favorito alla corsa repubblicana ha sottolineato come il ruolo degli Stati Uniti debba ritornare ai livelli pre-Obama: Washington, garante della democrazia nel Mondo, impegnata in diversi fronti, tra cui l’Europa Orientale.

Una posizione difficile da non condividere, sopratutto se si è consapevoli di come l’Europa, oggi, non sia in grado di fare fronte comune. La colpa è solo della crisi dell’Euro, ma, da un lato, dell’asse Francia-Germania – per nulla intenzionata ad aprire il team decisionale ad Inghilterra ed Europa Centrale, e, sopratutto, pronta a sacrificare gli interessi comuni UE in cambio di rapporti bilaterali vantaggiosi con la Russia – e dall’altro, di un’opinione pubblica pregiudizialmente enfatuata dal nuovo corso della politica di Obama.

In realtà, il tanto sbandierato “cambiamento” dal Presidente democratico ha comportato conseguenze pesanti per il Vecchio Continente e, stando alle parole di Brzezinski, all’indebolimento degli USA nel Mondo: sopratutto in Europa.

Obama ha contrastato l’Europa

Appena insediatosi alla casa Bianca, Obama ha stracciato il contratto per l’installazione dello scudo spaziale americano in Europa Centrale già firmato da Polonia e Repubblica Ceca. Di conseguenza, i due Paesi alleati sono stati esposti alle minacce della Russia: già intervenuta militarmente in Georgia pochi mesi prima.

In seguito, il Presidente USA ha concepito un nuovo sistema di difesa antimissilistico con vettori mobili, privi di capacità offensiva, dislocati a rotazione in Polonia, Romania e, forse, Turchia. Seppur contestualizzato nell’ambito della NATO, e negoziato con la Russia, il nuovo progetto in risposta da Mosca ha ottenuto l’installazione di uno scudo spaziale russo: con postazione radar in Bielorussia, e missili, anche nucleari, nell’enclave di Kaliningrad, puntati dritto verso l’Europa.

A sostegno della sterilità della politica estera dell’Amministrazione Obama, e della lungimiranza delle teorie di Brzezinski – qualora alla Casa Bianca il candidato democratico dovesse permanere per un altro mandato – basti pensare anche alla recente deriva autoritaria dell’Ucraina di Janukovych.

L’ondata di repressione scatenata dal Presidente ucraino a danno di esponenti dell’Opposizione Democratica – in primis della Leader della Rivoluzione Arancione, Julija Tymoshenko – ha comportato il congelamento dell’integrazione di Kyiv nell’UE, e lo slittamento di questo Paese europeo verso l’Unione Eurasiatica.

Questo progetto di integrazione dell’area post-sovietica è stato concepito direttamente dal futuro Presidente russo, Vladimir Putin, ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea. Lo scopo, è la ripresa da parte dell’orso russo dello status di potenza internazionale dei tempi dell’URSS, e dare una zampata al Vecchio Continente in un Mondo globalizzato, sempre più dominato da tigri asiatiche e puma brasiliani, dove il cowboy americano gioca un ruolo sempre più minoritario.

Se davvero si ama l’occidente ed i suoi valori di democrazia e libertà, si sostiene l’Unione Europea e la sua Indipendenza, e si crede che i diritti umani e civili siano di fondamentale importanza anche nel Mondo di domani, non si può che accogliere con preoccupazione l’allarme di Brzezinski, e guardare alle elezioni presidenziali americane con la speranza che al posto dell’alfiere del cambiamento a sedere nella Casa Bianca sia l’ex-Governatore del Massachusetts.

Matteo Cazzulani