LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

UCRAINA: A VUOTO IL SILURO AD AZAROV MENTRE YANUKOVYCH È IN CINA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on December 4, 2013

Il Parlamento ucraino respinge la Mozione di sfiducia al Premier, poi lo Speaker, Volodymyr Rybak, non permette la discussione su una seconda richiesta di dimissioni che avrebbe ottenuto la maggioranza dei voti. l’opposizione decisa a chiedere al Presidente elezioni anticipate

Il viaggio in Cina del Presidente evita il siluro al Premier. Nella giornata di martedì, 3 Dicembre, il Parlamento ucraino ha respinto il voto di sfiducia al Premier, Mykola Azarov, chiesto dalle Opposizioni dopo l’uso della violenza da parte delle forze speciali di polizia sui partecipanti delle manifestazioni in supporto all’integrazione dell’Ucraina nell’UE.

Compatto in sostegno del Governo ha votato il Partito delle Regioni del Presidente Viktor Yanukovych, che durante il voto si è recato in Cina, dopodiché lo Speaker del Parlamento, Volodymyr Rybak, ha chiuso in fretta la seduta, senza permettere l’esame della seconda Mozione di sfiducia presentata dai comunisti, su cui l’opposizione avrebbe votato a favore, permettendo, così, le dimissioni del Governo.

Durante il suo breve discorso -pronunciato in russo anziché in ucraino, come invece previsto dal Regolamento, Azarov si è scusato per l’uso della forza, ed ha accusato i manifestanti di avere provocato la reazione delle forze di polizia.

Pronta la reazione dell’Opposizione, che ha sottolineato come tra i manifestanti siano stati infiltrati dalle Autorità dei provocatori per degenerare la protesta da pacifica a violenta, ed ha dichiarato l’intenzione di marciare verso l’Amministrazione Presidenziale per chiedere al Presidente Yanukovych Elezioni Anticipate.

Obiettivo della protesta apartitica resta la firma immediata dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: documento che integra l’economia di Kyiv nel mercato unico europeo, che Yanukovych ha rinunciato a firmare con una decisione unilaterale, presa senza il consenso della maggioranza degli ucraini, durante il Vertice del Partenariato Orientale UE di Vilna lo scorso 29 Novembre.

Come riportato da fonti ufficiali, la Commissione Europea ha comunque mantenuto aperta la porta all’Ucraina per la firma dell’Accordo, ed ha accettato per riprendere i colloqui con Kyiv di ricevere una delegazione del Governo ucraino capitanata dal Vicepremier, Serhiy Arbuzov.

Il Presidente guarda a Mosca

Nel contempo, il Presidente Yanukovych ha comunicato, una volta ultimata al visita in Cina, l’intenzione di recarsi a Mosca per colloqui con il suo omologo russo, Vladimir Putin, chensi oppone all’integrazione in Europa dell’Ucraina.

Putin vuole infatti inglobare Kyiv nell’Unione Doganale Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale nello spazio ex-sovietico concepito dal Presidente russo per estendere l’egemonia della Russia nello spazio ex-URSS ed escludere l’UE dalla competizione globale internazionale.

Matteo Cazzulani

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UCRAINA: SCHULZ E YANUKOVYCH AL BRACCIO DI FERRO A DISTANZA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on December 3, 2013

Il Presidente del Parlamento Europeo invita al rispetto della libertà di espressione a Kyiv, mentre il Capo di Stato ucraino contesta i dimostranti come sovversivi. Anche USA e Russia entrano nella polemica ucraina.

Il Diritto di manifestare e la protesta pacifica di un popolo che desidera l’Europa ha innalzato un dibattito mondiale sull’Ucraina. Nella giornata di lunedì, 2 Dicembre, il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha condannato le violenze sul milione di manifestanti che stanno dimostrando da due settimane in sostegno all’integrazione dell’Ucraina in Unione Europea perpetrate dalle forze speciali di polizia Berkut alle dirette dipendenze del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych.

Nello specifico, il Presidente Schulz ha anche inviato l’Ucraina a rispettare le libertà fondamentali su cui la Comunità europea basa le sue fondamenta, come quella di espressione, manifestazione e riunione, ed ha invitato le Autorità ad avviare fin da subito un dialogo con le forze politiche dell’Opposizione, che, compatte, sostengono la protesta.

Il Presidente Yanukovych ha declinato l’invito di Schulz, ed ha accusato i manifestanti di organizzare azioni volte a destabilizzare la stabilita del Paese in vista delle prossime Elezioni Presidenziali del 2015.

Inoltre, Yanukovych ha ribadito la sua decisione di non firmare l’Accordo di Associazione con l’UE: documento che integra l’Ucraina nel mercato unico libero europeo, che Yanukovych non ha firmato durante il Vertice del Partenariato Orientale UE di Vilna, nonostante il parere favorevole della maggior parte della popolazione.

Condanna alla condotta di Yanukovych è stata espressa dagli Stati Uniti d’America che, con una nota, hanno condannato le ripetute cariche della polizia sui dimostranti, ed hanno invitato il Presidente ucraino, che attualmente possiede la Presidenza di Turno dell’OSCE, a rispettare i valori fondanti dell’Organizzazione come quello di manifestare liberamente.

Da parte sua, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha dichiarato che le manifestazioni del milione di ucraini per l’Europa sono un Pogrom volto a rovesciare la stabilita politica in Ucraina, ed ha criticato le violenze perpetrate da alcuni manifestanti.

Il Presidente russo ha volutamente tralasciato che, come testimoniato da molti media, tra cui l’Ukrayinska Pravda, alcuni attacchi da parte dei manifestanti, che hanno poi provocato la reazione della polizia, sono stati provocati da agenti infiltrati dall’Amministrazione Presidenziale di Yanukovych per giustificare la repressione e discreditare la protesta filo-UE.

Varsavia tenta la mediazione con Kyiv

Tentativo di mediazione è apportato dalla Polonia, il cui Presidente, Bronislaw Komorowski, d’accordo con il Presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso, ha avviato consultazioni con Yanukovych per riaprire al più presto i negoziati per la firma dell’Accordo di Associazione.

A evidenziare l’importanza della mediazione con l’Ucraina è il Premier polacco, Donald Tusk, che ha sottolineato come, de facto, la Russia non abbia offerto ancora nulla di più rispetto a quanto fatto dall’UE.

Gli ucraini vogliono l’integrazione nell’UE perché vedono l’ingresso in Europa come un’opportunità di sviluppo, benessere ed appartenenza ad una comunità che, nonostante le sue varie problematiche, garantisce agli Stati membri Pace, Progresso, Democrazia e Diritti Umani.

Perché Kyiv è così contesa

L’UE necessita di integrare l’Ucraina per abbattere le tariffe doganali nei confronti di un mercato in grado di assorbire, e far incrementare la domanda di produzione delle industrie europee, che oggi vivono una grande crisi.

Per l’UE, l’Ucraina rappresenta anche un capitale agricolo, umano ed economico importante, ed è proprio attraverso il territorio ucraino che, ad oggi, sopratutto i Paesi dell’Europa Meridionale importano il gas russo.

La Russia vuole impedire l’integrazione dell’Ucraina nell’UE perché vuole inglobare Kyiv nell’Unione Doganale Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale concepito da Mosca per estendere l’egemonia russa nello spazio ex-sovietico.

Come dichiarato a più riprese, Putin vuole costituire l’Unione Eurasiatica per annichilire l’Europa ed estromettere l’UE dalla competizione internazionale in un mondo sempre più globalizzato dominato, oltre che dagli USA, anche da Cina, India ed altre potenze emergenti.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: DOPO IL NO DI YANUKOVYCH LA POLIZIA REPRIME I MANIFESTANTI

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 30, 2013

Dieci contusi, tra cui cittadini europei, dopo la repressione da parte della polizia delle manifestazioni pacifiche di piazza per l’integrazione di Kyiv nell’UE. L’Europa lascia la porta aperta all’Ucraina

Dopo il no all’Europa, la violenza sui manifestanti. Nella giornata di sabato, 30 Novembre, le forze speciali di polizia ucraine hanno attaccato i dimostranti che, in più di 10 Mila, hanno manifestato in sostegno all’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea.

Come riportato da diversi media, l’esito dello scontro è stato u una decina di feriti, tra cui alcuni cittadini polacchi accorsi a Kyiv per dare sostegno ai dimostranti ucraini.

La manifestazione, sempre pacifica, ha ottenuto una carica di motivazione supplementare in seguito alla mancata firma da parte del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, dell’Accordo di Associazione: un documento che avrebbe integrato l’economia di Kyiv nel mercato unico UE.

Al posto dell’Accordo di Associazione, l’UE, alla fine del Vertice di Vilna del Partenariato Orientale europeo, ha rilasciato un Documento in cui dichiara l’intenzione di avvicinare l’Ucraina all’Europa, ma si riconoscono problemi legati alla giustizia selettiva utilizzata dalle Autorità ucraine nei confronti dell’Opposizione.

Nel Documento, l’UE ha anche rinunciato a coinvolgere la Russia nelle trattative per l’accordo di Associazione con l’Ucraina, come invece ha proposto Yanukovych, timoroso di ritorsioni commerciali da parte di Mosca in caso di integrazione di Kyiv nel mercato economico europeo.

Il Presidente russo Putin vuole inglobare l’Ucraina nell’Unione Doganale Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale concepito dalla Russia per estendere l’egemomia di Mosca nello spazio ex-sovietico, e creare un nuovo impero russo che, come dichiarato a più riprese, ha lo scopo di eliminare l’UE dalla competizione internazionale.

Schulz sostiene Yulia Tymoshenko

Durante la presentazione del documento, il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, ha contestato le ritorsioni commerciali attuate dalla Russia nei confronti dell’Ucraina come un’infrazione degli accordi internazionali e dei principi dell’Osce, che garantiscono ad ogni Stato il diritto di orientare la propria politica estera e commerciale in maniera libera e sovrana.

Posizione in sostegno dei Diritti Umani è stata presa dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che, dopo avere dichiarato l’ennesimo prolungamento della missione diplomatica speciale UE in Ucraina -formata dall’ex-Presidente polacco Aleksander Kwasniewski e dall’ex-Premier irlandese Pat Cox- ha invitato la Leader dell’Opposizione ucraina, Yulia Tymoshenko, a porre fine allo sciopero della fame iniziato in carcere in sostegno ai manifestanti per l’integrazione di Kyiv nell’UE.

Schulz ha illustrato come lo scopo dell’attività della Missione Cox-Kwasniewski, che prossimamente presenterà un rapporto sul caso Tymoshenko, sia quello di portare alla liberazione della leader dell’Opposizione ucraina, incarcerata dal 2011 a seguito di un processo riconosciuto come politicamente motivato dalla totalità degli osservatori internazionali indipendenti.

Matteo Cazzulani

L’UE RINNOVA PARTENARIATO ORIENTALE E COMUNITÀ ENERGETICA EUROPEA

Posted in Guerra del gas, Unione Europea by matteocazzulani on October 25, 2013

Il Parlamento Europeo invita i Paesi coinvolti nella politica di vicinato ad implementare la sicurezza energetica. La diversificazione delle forniture vista come necessaria per l’allargamento dell’Unione in Europa Orientale.

In Europa Orientale, e non solo, la politica estera va di pari passo con la questione energetica. Ad averlo compreso, e ratificato, è il Parlamento Europeo che, nella giornata di giovedì, 24 Ottobre, ha approvato una risoluzione che invita i Paesi interessati dalla politica di Partenariato Orientale -Ucraina, Georgia, Moldova ed Azerbaijan- ad adottare misure per implementare la sicurezza energetica.

Nello specifico, il Parlamento Europeo ha invitato i Paesi del Partenariato Orientale ad adattare la legislazione nazionale in ambito energetico a quella dell’Unione Europea, per poter arrivare in breve tempo ad una completa integrazione di Ucraina, Georgia, Moldova ed Azerbaijan nel mercato UE dell’energia.

Come riporta il documento, la sicurezza energetica è uno dei principi fondamentali su cui si basa il Partenariato Orientale, che il Parlamento Europeo ha deciso di rinnovare assieme alla Comunità Energetica Europea: una sorta di UE dell’energia che, oltre ai 28 Paesi dell’Unione, comprende anche Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Moldova, Georgia ed Ucraina.

L’aver posto la questione energetica al centro del Partenariato Orientale è una decisione strategica assunta dall’Unione Europea per implementare la sicurezza energetica mediante la diversificazione delle forniture di gas.

In particolare, Georgia, Moldova ed Albania sono Paesi fondamentali per garantire in Europa l’importazione di gas dall’Azerbaijan necessario per diminuire la forte dipendenza che lega l’UE alle forniture di oro blu da Russia ed Algeria.

L’integrazione dell’Ucraina in un mercato unico dell’energia UE permette poi un maggiore controllo su un importante sistema di gasdotti da cui, ad oggi, transita la maggior parte del gas che l’Unione importa dalla Russia, e che, in passato, spesso è stato interrotto da Mosca per ostacolare il percorso di integrazione euro-atlantica intrapreso da Kyiv.

Niente progressi su shale e Diritti Umani

Nonostante i progressi registrati per quanto riguarda la Comunità Energetica Europea, in una fase di stallo resta il gas shale, sul cui sfruttamento in Europa il Parlamento Europeo non è ancora giunto ad una posizione condivisa.

Con l’avvicinarsi delle Elezioni Europee, lo shale è diventato una tematica marginale, anche se la politica UE è frammentata sull’argomento.

Da un lato, ci sono i favorevoli, come il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, i Parlamentari dei gruppi popolari e conservatori, e Paesi come Polonia, Romania, Gran Bretagna, Danimarca, Lituania ed Ungheria.

Dall’altro, ci sono i contrari, come il Commissario UE all’Ambiente Janez Potocnik, i gruppi LiberalDemocratico e Verde, con alcuni Parlamentari dei Socialisti e Democratici, e Paesi come Francia, Bulgaria e Repubblica Ceca.

Capitolo importante della risoluzione del Parlamento Europeo sul Partenariato Orientale ha riguardato anche il rispetto dei Diritti umani e della Democrazia nei Paesi membri dell’iniziativa.

Con il documento, il Parlamento Europeo ha rilevato regressi nel rispetto della Democrazia in Ucraina e Georgia, ed ha invitato i Paesi del Partenariato Orientale ad adattarsi ai parametri Occidentali per poter implementare l’integrazione, anche solo economica ed energetica nell’UE.

Matteo Cazzulani

NIHIL NOVI IN BIELORUSSIA: PER LUKASHENKA UN’ALTRA “CONFERMA” DALLE URNE

Posted in Bielorussia by matteocazzulani on September 24, 2012

Caroselli elettorali, coercizione al voto, e un’opposizione divisa hanno consentito al Dittatore bielorusso di ottenere una conferma elettorale nelle Elezioni Parlamentari di Domenica, 23 Settembre. Pochi i giornalisti e gli osservatori internazionali ammessi per monitorare la consultazione. 

Il dittatore bielorusso, Alyaksandr Lukashenka

Nel 2004, il dissidente politico bielorusso Syarhyey Kalakin in una conferenza stampa ha comunicato, grazie ad una soffiata di una talpa vicina alle Autorità, gli esiti esatti delle Elezioni Parlamentari a due settimane dal loro svolgimento, nelle quali a vincere, con percentuali plebiscitarie, sarebbe stato – come poi effettivamente avvenuto – lo schieramento fedele al Dittatore della Bielorussia, Alyaksandr Lukashenka.

Pronosticare l’ennesima vittoria a valanga per il Bat’ka – com’è nominato Lukashenka in Patria – dopo la tornata elettorale di Domenica, 23 Settembre, è ancor più semplice e scontato rispetto a quanto fatto da Kalakin nel 2004.

A consentire percentuali bulgare allo schieramento che sostiene il Presidente bielorusso sono state le solite tecniche di manipolazione del voto attuate dalle Autorità del politiche sin dalla salita al potere di Lukashenka, nel 1994.

L’Organizzazione Non Governativa bielorussa Viasna, impegnata nel rispetto dei Diritti Civili in Bielorussia, è stata affiancata da un numero esiguo di osservatori internazionali, per via delle limitazioni nel rilascio dei visti che le Autorità di Minsk hanno approntato per il periodo dello svolgimento della consultazione elettorale.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza dall’esponente di Viasna, Valancin Stefanovych, in tutto il Paese sono stati organizzati i cosiddetti “caroselli elettorali”: autobus incaricati di portare elettori a votare, ovviamente a favore dello shcieramento pro-Lukashenka, in più di un seggio.

Oltre al trasporto gratuito, presso i seggi gli elettori hanno beneficiato di vettovaglie e prodotti alimentari: offerti a quantità maggiorata ai tanti che hanno fornito prove di avere votato per lo schieramento filo-presidenziale.

Nella campagna di induzione al voto non sono mancati anche metodi coercitivi, come le minacce di licenziamento e di espulsione da scuole ed Università nei confronti di operai, impiegati e studenti: costretti a spendere ore del riposo domenicale, o a recarsi ai seggi nelle giornate di venerdì e sabato – la votazione ha avuto luogo su tre giorni – per sostenere, con il loro voto, il regime.

Cronaca di ordinaria repressione anche per quanto riguarda l’atteggiamento assunto dalla polizia nei confronti di oppositori e giornalisti. Alla vigilia dell’apertura delle urne, alcuni attivisti del movimento Di La Verità, che stavano distribuendo materiale elettorale presso un supermercato, sono stati arrestati assieme ad alcuni giornalisti della Reuters, dell’Associated Press, e di altre agenzie di stampa internazionali che stavano documentando quanto accadeva.

Nella medesima giornata, a Mohylev, sei cittadini di Unione Europea e Stati Uniti d’America sono stati rinchiusi in carcere per avere organizzato un seminario pubblico dedicato all’imminente tornata elettorale, con l’accusa di vilipendio dell’immagine della Bielorussia e diffusione di informazioni false e tendenziose.

A urne chiuse, ma a scrutini ancora in corso, il Presidente Lukashenka ha cantato vittoria, sottolineando come il suo Paese abbia dato l’ennesima prova di maturità democratica in un’Elezione Parlamentare di importanza fondamentale per il futuro dei figli del popolo bielorusso.

Inoltre, il Bat’ka ha criticato le accuse mosse a suo carico per mancato rispetto della libertà di parola e di espressione, ed ha invitato l’Occidente a prendere esempio dalla democrazia bielorussa.

Responsabilità per la vittoria a valanga di Lukashenka sono da addossare anche alle opposizioni, che non sono state in grado di cooperare ed unire le forze per creare un unico schieramento anti-governativo.

Dopo la decisione delle Autorità di non permettere la corsa a un seggio ai Leader del dissenso, tra cui lo storico oppositore di Lukashenka, Alyaksandr Milinkevich, i due principali partiti dello schieramento democratico – il Fronte Nazionale Bielorusso e il Partito Nazionale Civico – hanno ritirato tutte le loro candidature. I soggetti politici rimasti in corsa – il partito socialdemocratico Hramada, il partito Mondo Giusto, e Di La Verità – hanno optato per la battaglia in solitaria.

Lukashenka guarda alla Russia

Dopo le Elezioni Parlamentari, Alyaksandr Lukashenka resta libero di attuare una politica estera schizofrenica, destinata ad accentuare la dipendenza della Bielorussia nei confronti della Russia sul piano politico, economico ed energetico.

Nella giornata di Domenica, 16 Settembre, Lukashenka ha incontrato a Sochi il Presidente russo, Vladimir Putin, per confermare le tappe dell’integrazione della Biielorussia nell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale dello spazio ex-sovietico voluto da Mosca per sancire l’egemonia del Cremlino nell’URSS di un tempo.

Inoltre, i due Presidenti hanno concordato l’avvio della costruzione di una centrale nucleare in Bielorussia, a Ostrovets, compartecipata da compagnie russe e bielorusse.

L’asse di ferro tra Mosca e Minsk è stato confermato mercoledì, 19 Settembre, dall’incontro a Mosca tra il nuovo Ministro degli Esteri bielorusso, Uladzimir Makey, e il suo collega russo, Sergey Lavrov. Per Makey, si è trattato della prima visita da capo della Diplomazia della Bielorussia.

Totalmente assenti sono invece i rapporti con l’Unione Europea, che ha deciso di chiudere i rapporti diplomatici con la Bielorussia dopo l’espulsione dal territorio bielorusso dell’Ambasciatore della Svezia Stefan Ericsson: ritenuto responsabile dell’azione dimostrativa organizzata dall’associazione svedese Studio Total.

Con un aereo partito da Vilna, la capitale della Lituania, attivisti della Studio Total, abbigliati con maschere da orso, hanno riversato su Minsk volantini inneggiati al rispetto della libertà di stampa e di parola: un gesto mal sopportato dalle Autorità bielorusse.

I rapporti tra l’UE e la Bielorussia si sono incrinati già nel Dicembre 2010, quando a seguito della falsificazione di massa delle Elezioni Presidenziali bielorusse – in cui i candidati alternativi a Lukashenka sono stati picchiati ed arrestati – Bruxelles ha escluso Minsk dalla Politica di Partenariato Orientale: iniziativa europea, voluta da Svezia e Polonia, per preparare i Paesi dell’Europa Orientale – Bielorussia, Ucraina, Moldova, Georgia, Azerbajdzhan ed Armenia – all’integrazione politica ed economica nelle strutture del Vecchio Continente.

Matteo Cazzulani

CRISI TRA UNGHERIA, AZERBAJZHAN ED ARMENIA: A RISCHIO IL GAS PER L’UE

Posted in Azerbajdzhan by matteocazzulani on September 8, 2012

Yerevan congela i rapporti diplomatici con Baku e Budapest dopo che la magistratura magiara ha estradato il militare Ramil Safarov, accusato di omicidio di un suo collega armeno, liberato dalle Autorità azere appena rimpatriato. In bilico la politica orientale del Governo Orban ed i piani di sicurezza energetica varati dalla Commissione Europea

Il Premier ungherese, Viktor Orban

Un’estradizione azzardata rischia di mandare in aria i progetti di indipendenza energetica dell’Unione Europea. Nella giornata di venerdì, 31 Agosto, la magistratura ungherese ha estradato in Azerbajdzhan il militare azero Ramil Safarov, accusato dell’omicidio del collega armeno Gurgen Markarian durante le esercitazioni “scolarizzazione per la pace” organizzate dalla NATO a Budapest nel 2004.

La decisione della magistratura magiara ha scatenato una reazione a catena, che ha portato all’avvio di una crisi diplomatica tra i tre Stati in questione. Nonostante le promesse in merito al mantenimento in carcere del militare, le Autorità azere hanno liberato Safarov, lo hanno insignito del grado di Maggiore, e gli hanno garantito abitazione e compensazione finanziaria per gli anni spesi in carcere in Ungheria.

Come reazione, l’Armenia ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Ungheria, ed ha avviato un protesta nei confronti del’Azerbajdzhan finita inevitabilmente per sollevare la tensione anche su piano militare. Baku e Yerevan sono infatti coinvolte nella disputa per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh: territorio popolato da 145 mila armeni, perso dagli azeri dopo una sanguinosa guerra combattuta tra il 1988 ed il 1994.

Inoltre, Budapest ha espresso profondo rammarico per il mancato mantenimento delle promesse da parte di Baku, e non è escluso che il caso Safarov possa condizionare il mantenimento di buone relazioni tra le Autorità ungheresi e quelle azere.

La crisi diplomatica tra Ungheria, Azerbajdzhan ed Armenia potrebbe comportare conseguenze di notevole importanza all’immagine e allo status geopolitico dell’Unione Europea.

Tutto ha inizio dallo stretto legame che, fino ad ora, ha legato Budapest a Baku. Il Premier ungherese, Viktor Orban, è uno dei principali sostenitori dei progetti della Commissione Europea volti al trasporto diretto di gas azero in Europa per diminuire la dipendenza del Vecchio Continente dalla Russia.

Oltre ad avere dato il proprio assenso al Nabucco – gasdotto che permetterà l’importazione del’oro blu dall’Azerbajdzhan – Baku ha giocato per Budapest una pedina importante anche per la realizzazione di un altro progetto energetico, l’AGRI.

Esso prevede il trasporto del gas via terra dall’Azerbajdzhan alla Georgia e, successivamente, il suo trasferimento via mare dal porto georgiano di Poti a quello romeno di Costanza, da cui il carburante è previsto arrivi in Ungheria.

Ad arricchire “l’apertura all’Oriente” – come è stata ribattezzata la politica estera di Orban – sarebbe stato anche l’impegno espresso da parte delle Autorità azere di acquistare obbligazioni ungheresi per il valore di 2-3 Miliardi di Euro.

Il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui Baku ha sempre smentito queste indiscrezioni. Tuttavia, la manovra avrebbe una sua logica, sopratutto se si considera la recente rinuncia da parte di Orban all’erogazione di un prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale necessario per sistemare la situazione economica magiara.

L’impasse diplomatica venutasi a creare potrebbe rompere l’idillio tra Ungheria e Azerbajdzhan e, in un secondo luogo, avere ricadute anche sulla politica energetica della Commissione Europea, che vede proprio in Baku il serbatoio principale da cui attingere il gas necessario a garantire la sicurezza dei rifornimenti per il Vecchio Continente.

A trarre vantaggio da tale situazione sarebbe la Russia, che già oggi sta cercando in tutti i modi di impedire la realizzazione del Nabucco e l’accesso diretto dell’Europa ai ricchi giacimenti del Mar Caspio.

Inoltre, il sostegno diretto che Mosca ha sempre prestato alla parte armena nel conflitto con l’Azerbajdzhan potrebbe convincere Yerevan a rafforzare il legame con il Cremlino, magari entrando nell’Unione Eurasiatica russo-bielorusso-kazako-kirgyza, ed abbandonare nella politica di Partenariato Orientale dell’UE.

Questo progetto è stato varato da Bruxelles, su iniziativa di Svezia e Polonia, per preparare i Paesi dell’Europa Orientale e del Caucaso – Moldova, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbajdzhan ed Armenia – a relazioni più strette con il Vecchio Continente, quando no addirittura ad una loro integrazione.

Oltre che sul piano energetico e politico, l’Unione Europea potrebbe registrare un danno d’immagine anche sul piano diplomatico. Bruxelles non è stata in grado di intervenire ed impedire la realizzazione di un’estradizione che, come si poteva facilmente prevedere, avrebbe provocato una certa crisi internazionale in una delle aree più calde del pianeta.

La NATO cerca di ricompattare

A testimonianza dell’importanza ricoperta dal Caucaso per la Comunità Occidentale è la missione urgente organizzata dal Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che ha rimproverato le Autorità azere per la decisione di liberare Safarov, senza mantenere le promesse fatte all’Ungheria.

“Non possiamo permettere una nuova escalation militare tra Azerbajdzhan ed Armenia – ha dichiarato Rasmussen durante la sua visita all’Accademia Militare di Baku – la decisione [di liberare Safarov, n.d.a.] costituisce una minaccia per la pace nel Mondo”.

Matteo Cazzulani

RADOSLAW SIKORSKI DETTA LA NUOVA POLITICA ESTERA POLACCA

Posted in Polonia by matteocazzulani on April 1, 2012

Più integrazione nelle strutture dell’Unione Europea, rafforzamento del ruolo della Polonia nel varo di una politica comune di difesa e nella prosecuzione del Partenariato Orientale, e rapporti privilegiati con la Germania sono i principi a cui il Ministro degli Esteri ha dichiarato che si ispirerà l’attività di Varsavia sul piano internazionale. Il pieno sostegno della maggioranza cristianodemocratico-contadina, quello parziale dell’opposizione di sinistra, e la contrarietà della minoranza conservatrice

Il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski

Il federalismo come chiave per lo sviluppo e per il rafforzamento dell’Europa. Questa è la ricetta proposta dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, nel suo exposé di giovedì, 29 Marzo, durante il quale ha illustrato le linee guida della politica della Polonia in campo internazionale a pochi mesi dalla conclusione della presidenza di turno dell’Unione Europea.

Proprio Bruxelles è stata al centro dell’attenzione di Sikorski, che ha illustrato come solo un processo di decisa integrazione sul piano fiscale, economico e politico possa garantire al Vecchio Continente il superamento di una crisi senza precedenti nella storia.

Secondo il Capo della Diplomazia polacca, l’UE deve sommare le competenze del Capo del Consiglio Europeo a quelle del Presidente della Commissione Europea, rendere questa carica elettiva, e introdurre liste continentali, e non più nazionali, in occasione delle prossime votazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

Molta Europa è stata presente anche per quanto riguarda la politica estera della Polonia sensu stricto, che, secondo Sikorski, deve costruire l’intero della sua azione nell’ambito dell’UE, senza mai prescindere da essa.

Come da lui evidenziato, principale partner in seno all’Unione Europea della Polonia è la Germania, con cui esiste una comunanza di vedute e uno stretto legame tra i due Presidenti: il neoeletto Capo di Stato tedesco, Joachim Gauck, ha deciso di compiere la sua prima visita ufficiale a Berlino, così come, a sua volta, ha fatto il suo collega polacco, Bronislaw Komorowski, nel 2010.

Tra le altre priorità di Varsavia, figurano l’impegno per mantenere la Polonia all’intero della sfera decisionale dell’UE – senza permettere che, in seguito alla firma del Patto Fiscale, essa diventi mero appannaggio di Germania e Francia – il rafforzamento della politica comune di difesa e del partenariato con i Paesi dell’Europa Orientale, e, nell’ambito di quest’ultimo progetto, la diffusione in Ucraina, Bielorussia e Georgia degli standard europei in ambito economico e democratico.

Le reazioni del Parlamento all’exposé del Ministro

A condividere il discorso del Ministro degli Esteri è stata la maggioranza, composta dalla cristiano-democratica Piattaforma Civica e dal partito contadino PSL, e anche l’opposizione di sinistra, formata dal radicaleggiante Movimento di Palikot e dai socialdemocratici dell’SLD.

Tuttavia, il Capo di questi ultimi, Leszek Miller, ha evidenziato come il piano espresso dal Ministro degli Esteri rischi di essere inattuabile fino a quando la Polonia non assumerà l’euro. Secondo l’ex-Premier socialdemocratico, Varsavia ha poco potere di coinvolgimento verso i partner europei nei settori illustrati da Sikorski, sopratutto dopo i continui veti della Gran Bretagna alla politica comune di difesa, e alla mancata partecipazione di contingenti polacchi alle operazioni militari in Libia.

Critiche, invece, sono state espresse dall’opposizione di destra, composta dai conservatori di Polonia Solidale e Diritto e Giustizia. Secondo l’esponente di quest’ultima forza politica, Krzysztof Szczerski, la Polonia deve giocare un ruolo più attivo, anche al di fuori dell’UE, nell’Europa Orientale e nel Caucaso, dove occorre sostenere con forza le ambizioni europee della Georgia, spesso poco considerate proprio da Germania e Francia.

Inoltre, il politico conservatore ha illustrato come, in ambito europeo, occorra una ridefinizione della politica estera comune con la creazione di quattro circoli di appartenenza – Occidentale, Settentrionale, Meridionale e Balcanico, e Orientale – in cui Varsavia, a cui deve essere riconosciuta piena leadership sulle questioni legate a Ucraina, Moldova e Bielorussia, potrà attuare un ruolo predominante a Bruxelles.

Matteo Cazzulani

MARTIN SCHULZ: CHI E’ IL NUOVO PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on January 18, 2012

Il capogruppo socialdemocratico eletto alla guida dell’emiciclo di Strasburgo. Il passato del tedesco, noto in Italia per il battibecco con Berlusconi, e le misure a cui è chiamato a dare adeguata risposta

Il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz

“Putin ha il gas, e noi in Germania ne abbiamo bisogno: con buona pace della Polonia e dell’Europa Centrale”. Questa è una dichiarazione rilasciata al sottoscritto da Martin Schulz: nuovo Presidente del Parlamento Europeo, eletto alla guida dell’emiciclo di Strasburgo martedì, 17 Gennaio.

Ad incoronare il politico SPD è stata una larga maggioranza – 387 consensi su 670 – frutto di un accordo tra i due principali raggruppamenti politici: l’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei – finora guidata dal politico tedesco – ed il Partito Popolare Europeo – a cui appartiene l’uscente polacco, Jerzy Buzek.

Nato nel 1955 a Hehlrath, Schulz ha lavorato nel settore dell’editoria e, di pari passo, ha compiuto una fulminea carriera politica nella SPD: arrivando, dal 1987 al 1998, a ricoprire la carica di Sindaco di Wurselen. Nel 2004 è stato eletto al Parlamento Europeo, dove viene nominato rispettivamente Presidente in quota socialista della Commissione per i Diritti Umani, Capogruppo della SPD a Strasburgo e, infine, Leader dei socialisti europei.

Noto in Italia per il celebre battibecco con Silvio Berlusconi – si prese del “Kapò” dopo avere attaccato il politico italiano per i suoi guai con la giustizia – deve la sua fama in Europa alle posizioni molto spostate a sinistra, ai toni duri riservati agli avversari politici, e ad un orientamento in politica estera in linea con quello dell’ex-cancelliere tedesco, Gerard Schroder.

Il Capo del Governo tedesco emerito è stato freddo con gli USA, ardente sostenitore dell’alleanza energetica tra la Germania e la Russia, e, oggi, è dipendente stipendiato dal monopolista russo, Gazprom: da cui è stato assunto per volere diretto del Primo Ministro di Mosca, Vladimir Putin.

Un giudizio sulla linea della presidenza Schulz dopo un solo giorno è, ovviamente, impossibile. Meglio evidenziare l’eredità che il tedesco raccoglie, e le sfide a cui è chiamato sin da oggi.

Il suo predecessore, Jerzy Buzek – primo esponente dell’Europa dell’ex-Blocco sovietico a ricoprire un ruolo così importante in sede UE – ha rappresentato dappertutto il Parlamento Europeo – recandosi di persona in tutti i suoi Paesi, eccetto la Slovenia – si è battuto per l’approvazione del Trattato di Lisbona, ha sostenuto l’approvazione di misure anti-crisi straordinarie e l’aumento del budget comunitario.

In politica estera ha difeso con vigore il Partenariato Orientale: consapevole che un’Europa non allargata ai suoi Paesi orientali – Ucraina, Moldova e Georgia – non può ritenersi totalmente compiuta e sicura.

Inoltre, Buzek è riuscito nella non facile impresa di convincere i partner occidentali che i polacchi non sono fastidiosi compagni di viaggio russofobi, ma cittadini europei segnati da un passato infausto, fatto di spartizioni, dominazioni straniere – sopratutto russe e tedesche – e sperimentazione della crudeltà di entrambi i totalitarismi del Ventesimo secolo: comunismo e nazismo.

Tanto da fare per il nuovo Presidente

Queste le premesse da cui Schulz dovrebbe fare tesoro per guidare il Parlamento Europeo in un’epoca di incertezza, instabilità e pericoli. In primis, da risolvere è la crisi dell’Euro, con il relativo varo di misure di carattere legislativo per ridare forza alla moneta unica dell’UE. Tuttavia, nel contempo ci si deve curare anche della politica estera, su cui l’emiciclo di Strasburgo ha considerevoli poteri.

Il fronte su cui agire non è quello delle cosiddette “primavere arabe”, ma l’ Est del Vecchio Continente: dove la democrazia è sempre più in pericolo. In Ucraina, gli esponenti dell’Opposizione Democratica al Presidente Viktor Janukovych sono incarcerati e perseguitati in maniera sempre più simile alla Bielorussia di Aljaksandr Lukashenka, in cui ogni forma di dissenso è repressa con la forza.

La Moldova è alle prese con un’impasse politica, e la Georgia si avvicina a nuove elezioni con i soldati russi ancora dislocati sul proprio territorio – Abkhazija ed Ossezia del Sud. Il tutto, con una Russia che, presto amministrata dal terzo mandato presidenziale di Putin, ha integrato economicamente – e presto anche politicamente – l’ex-Unione Sovietica, ed è pronta a surclassare l’Europa sul piano internazionale per tornare superpotenza mondiale.

Un quadro non idilliaco, a cui Bruxelles può porre rimedio solo con una politica energetica indipendente da Mosca, con il maggiore coinvolgimento nelle strutture decisionali dell’UE dei Paesi dell’Europa Centrale e con l’integrazione di Kyiv, Chisinau e Tbilisi: la direzione opposta di quella illustrata dallo Schulz del passato.

Si perché la citazione esposta in apertura risale alla primavera del 2009: intervenuto in un’iniziativa pubblica sulle politiche europee alla Camera del Lavoro di Milano – dove parlò molto poco di Europa e quasi solamente di Italia – l’allora capogruppo socialista all’emiciclo di Strasburgo fu costretto a rispondere alle domande del pubblico – non previste dagli organizzatori – tra cui la richiesta di un commento sulla politica energetica della Russia di Putin.

Allora, con la costruzione di un gasdotto sottomarino lungo il Baltico – il Nordstream – Mosca aveva in cantiere di bypassare per motivi politici i Paesi dell’Europa Centrale, e rifornire di gas direttamente la Germania: de facto, dividendo l’Europa con il consenso dei tedeschi, a discapito di Polonia, Stati baltici e di tutti i proclami per la coesione europea.

Recuperare una citazione del passato per commentare il presente non è casuale, sopratutto perché la situazione di oggi non è così diversa: se si vuole, è persino peggiorata. Il Nordstream è stato costruito ed è attivo, ed i tentativi di varare una politica energetica dell’Unione Europea indipendente da Mosca da parte della Commissione Barroso sono puntualmente contrastati – su esplicito invito del Cremlino – da Francia e Germania.

Tanto lavoro per Schulz, che, dopo i ringraziamenti di rito, nel discorso di insediamento ha promesso di battersi per il rispetto dell’istituzione da lui presieduta, e per dare nuovo entusiasmo al sogno europeo.

Matteo Cazzulani

NUOVI EQUILIBRI NELLA GUERRA DEL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 17, 2012

Per allentare la dipendenza dalla Russia, la Moldova vara contratti con l’Azerbajdhan, l’Ucraina ripara su Turchia e carbone, e la Polonia punta su nucleare, rigassificatori, e politica energetica comune UE. La presenza del Cremlino nel Vecchio Continente garantita da Germania e Francia

I percorsi di Nabucco e Southstream

Una mappa energetica dell’Europa del tutto diversa da quella finora concepita. Questa è la possibile conseguenza provocata dall’offensiva del monopolista russo, Gazprom, da cui quasi la totalità dei Paesi del Vecchio Continente dipende per l’importazione di gas: sopratutto nella sua parte centro-orientale.

Nella giornata di lunedì, 16 Gennaio, il Primo Ministro moldavo, Vlad Filat, ha dichiarato l’intenzione di guardare al Caspio per diversificare le forniture di oro blu, varando contratti con i Paesi del gruppo AGRI: Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria. Come riportato in Parlamento, Filat già si è accordato a riguardo con il Presidente azero, Il’kham Alijev, lo scorso 30 Settembre, durante summit del Partenariato Orientale UE di Varsavia. A breve, è in programma un nuovo incontro a Baku, che potrebbe rendere Chisinau meno dipendente da Gazprom: ad oggi, la Moldova importa dal monopolista russo l’89% del proprio fabbisogno di gas.

Simile condizione, ma maggiormente complicata, quella dell’Ucraina. Il Ministro dell’Energia, Jurij Bojko, ha illustrato l’intenzione di ridurre al minimo le importazioni di gas dalla Russia, e cercare alternative in nuovi accordi con la Turchia e nel ritorno al carbone. A tale, drastica ipotesi, Kyiv è arrivata in seguito alla pressione che Mosca sta attuando per ottenere la gestione del sistema infrastrutturale ucraino: snodo di primaria importanza per l’invio di gas agli acquirenti dell’Europa Occidentale.

In cambio dei gasdotti dell’Ucraina, il Cremlino da un lato ha promesso uno sconto sull’oro blu venduto al colosso ucraino, Naftohaz, dall’altro ha minacciato Kyiv – ed anche Chisinau – con la costruzione del Southstream: conduttura sottomarina – compartecipata da Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesca, francese e greca Wintershall, EDF e DEPA, e da quelle nazionali di Macedonia, Serbia e Slovenia – progettata per rifornire direttamente Balcani ed Italia, bypassando Paesi politicamente invisi alla Russia.

Tra essi, oltre ad Ucraina, Moldova e Romania, vi è la Polonia: Stato altrettanto dipendente da Mosca. Quest’ultima, non potendo ripiegare al carbone per non infrangere i vincoli imposti all’UE dal Protocollo di Kyoto, ed in attesa di avviare l’estrazione di gas shale – oro blu di bassissima profondità, presente in cospicue quantità in territorio polacco, ma estraibile solo da apparecchiature di fabbricazione americana – ha puntato su nucleare, rigassificatori, ed Europa.

Negli ultimi mesi, Varsavia ha progettato l’installazione di quattro reattori, implementato – grazie a fondi UE – la costruzione del terminale di Swinoujscie, in Pomerania, per la ricezione di gas liquido proveniente da Qatar, Norvegia ed Irak, e sostenuto, durante la presidenza di turno dell’Unione Europea, gli sforzi della Commissione Barroso per una politica energetica comune del Vecchio Continente.

Tra i progetti perseguiti in tale ambito rientrano la costruzione del Nabucco – risposta europea al Southstream: un gasdottosul fondale del Mediterraneo progettato per accedere direttamente ai giacimenti di oro blu in centro Asia senza transitare per il territorio russo – l’allargamento della Comunità Energetica Europea a Moldova ed Ucraina, ed il varo di una legge per unificare e liberalizzare i gasdotti dei Paesi del Vecchio Continente.

Tale provvedimento, noto come Terzo Pacchetto Energetico, già ha consentito ad Estonia e Lituania di estromettere Gazprom dalla gestione dei propri sistemi infrastrutturali energetici: per gli enti in possesso dei gasdotti di Tallinn e Vilna – controllati dal monopolista russo – è stata decisa la rinazionalizzazione e l’immediata reprivatizzazione secondo parametri europei a soggetti indipendenti.

La Russia ha gli avvocati che più contano

Nel quadro finora tratteggiato, che muterebbe non di poco gli equilibri geopolitici nel Vecchio Continente, la Russia non è affatto condannata ad un ruolo di subalternità. Da tempo, il Cremlino ha consolidato il legame con le principali compagnie energetiche dei Paesi dell’Europa Occidentale con contratti meno onerosi ma maggiormente duraturi, ed ha progettato l’ampliamento della portata del Nordstream: progetto fotocopia del Southstream – compartecipato da Gazprom, e dalle compagnie tedesche, francese ed olandese E.On, Suez-Gaz de France e Gasunie – realizzato sul fondale del Mar Baltico per bypassare Paesi UE come Polonia e Stati Baltici.

Mosca può contare sull’asse Francia-Germania: alleati di ferro alla guida dell’UE, che finora hanno garantito gli interessi della Russia nel Vecchio Continente in maniera nemmeno troppo velata. Parigi si è presentata come avvocato della politica energetica di Gazprom, cercando in tutti i modi di ottenere il riconoscimento dello status di “progetto di interesse europeo” per il Nordstream – finora non accordato dalla Commissione Europea.

Berlino ha accettato l’aumento della presenza del monopolista russo nelle proprie compagnie energetiche nazionali – VNG, E.On e BASF – ed aperto ad opzioni contrattuali che consentono la gestione di gasdotti e giacimenti tedeschi da parte di Mosca: seppur in pieno disaccordo con le normative UE. Di pari passo, il Bundestag ha promosso una raccolta firme bipartisan per ricorrere alla Corte Europea contro l’installazione delle centrali nucleari in Polonia.

Inoltre, su esplicita richiesta del Presidente russo, Dmitrij Medvedev, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto la revisione dei vincoli del Terzo Pacchetto Energetico per permettere il controllo delle infrastrutture del Vecchio Continente anche ad enti di Paesi extra-UE – come, appunto, Gazprom.

Matteo Cazzulani

EURONEST DIVISA SULLE PRIORITA ORIENTALI DELL’UE

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 1, 2011

Moldova favorevole ad un’integrazione politica, Azerbajdzhan ed Armenia interessate solo a quella economica, mentre la Georgia invita ad inserire la garanzia dell’integrità territoriale. Il Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek, supporta l’apertura dei mercati di Bruxelles in cambio del rispetto degli standard democratici. L’arresto di Julija Tymoshenko mette sempre più in forse l’Associazione dell’Ucraina all’Unione Europea

Il presidente dell

Uniti nella diversità non è solamente il motto che ha fatto l’Europa, ma anche la sintesi con cui si è conclusa la prima sessione dell’Euronest. Nella giornata di giovedì, 15 Dicembre, a Strasburgo si è riunita l’assemblea dei Paesi dell’Unione Europea e del Partenariato Orientale – da cui, al momento del varo, la scorsa primavera, è stata esclusa la Bielorussia, per via delle repressioni politiche sui dissidenti – con lo scopo di delineare gli obiettivi da proporre al successivo Summit della Eastern Partnership.

Un documento che, tuttavia, non è riuscito ad emergere, dal momento in cui la sessione si è trasformata in una babele di proposte ed opinioni divergenti, che nemmeno l’instancabile mediazione dei due Presidenti della seduta, l’ex-Ministro degli Esteri dei governi arancioni ucraini, Borys Tarasjuk, e l’eurodeputata bulgara, Kristina Vigenina, sono riusciti a conciliare.

Da un lato, la Moldova, forte delle seppur misere prospettive aperte da Bruxelles, ha posto l’accento sull’accelerazione dell’integrazione nell’UE dei Paesi del partenariato orientale, con la richiesta di aiuti per la realizzazione di riforme politiche necessarie per l’adattamento agli standard del Vecchio Continente.

Sul fronte opposto, Azerbajdzhan ed Armenia hanno circoscritto il discorso al solo fattore economico, sostenendo come priorità del Summit l’apertura dei mercati di Bruxelles, a cui Baku e Jerevan ambiscono per collocare i propri prodotti, sopratutto energetici.

Opinione condivisa dalla Georgia, che, tuttavia, ha richiesto un chiaro messaggio in sostegno dell’integrità territoriale dei Paesi del partenariato orientale, e – memore dell’aggressione militare subita dalla Russia nell’Agosto 2008 – di condanna di ogni tentativo di invasione da parte di Paesi terzi.

Fondamentale per il raggiungimento di un accordo di massima sulle linee guida principali è stata la mediazione del Presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, che ha sintetizzato le diverse richieste dei Paesi dell’Europa Orientale in quattro priorità: in primis, l’apertura dei mercati, tuttavia ottenibile solo previo raggiungimento, e rispetto, degli standard democratici, senza i quali nessun accordo con l’UE può essere stretto in materia di partnership. Terzo step, l’abbattimento delle frontiere e l’eliminazione dei visti, a cui segue l’intensificazione degli scambi studenteschi, così da consentire fin da ora la crescita di una nuova generazione europea negli Stati che si avviano alla membership con Bruxelles.

La questione Ucraina in forse

Sullo sfondo della riunione, il caso dell’Ucraina, Paese vicino alla firma di un Accordo di Associazione con l’UE sempre più in forse a causa dell’arresto della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e dei processi politici che hanno colpito un’altra decina di esponenti del campo arancione. Nel corso dell’Assemblea, Kyiv si è allineata sia alla posizione moldava – sostenendo una pronta integrazione sul piano politico – che a quella caucasica, sottolinenando l’importanza prioritaria dell’apertura dei mercati.

Nel contempo, a frenare le sue ambizioni europee è stato il Presidente del Partito Popolare Europeo, Wilfred Martens, infuriato per non essere stato ammesso nel carcere di massima sicurezza dove è detenuta Julija Tymoshenko da un’ordinanza della Corte. In una conferenza stampa, il Leader del centrodestra europeo ha ricordato alle autorità di Kyiv che l’Accordo di Associazione con l’UE è sempre stato supportato dal PPE, ma il mancato rispetto dei diritti umani e civili da parte delle attuali Autorità – di cui il caso di Julija Tymoshenko è esempio – rende impossibile la sua firma, almeno fino a quando i processi politici non saranno interrotti, e la Leader dell’Opposizione Democratica liberata.

“L’ho comunicato al Presidente in persona, Viktor Janukovych – ha dichiarato Martens – senza la partecipazione dei Leader dell’opposizione, le prossime elezioni Parlamentari non possono essere ritenute libere”.

In risposta, il parlamentare Vadym Kolesnichenko del Partija Rehioniv – la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono Janukovych, il Primo Ministro, Mykola Azarov, e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri – ha accusato l’Occidente di ingerenza negli affari interni ucraini, ed invitato ad ignorare le dichiarazioni di Martens, in quanto provenienti dal Leader di un Partito a cui appartiene anche Bat’kivshchyna, la forza di Julija Tymoshenko.

“E’ una forma di manipolazione dell’opinione pubblica – ha dichiarato il più simpatico dei Deputati ucraini, che ritiene il Legno Storto un giornaletto di raccoglitori d’uva, ed il redattore della Voce Arancione uno studentello di Padova – e di inserimento nelle questioni ucraine dell’Occidente. Un tentativo di pressione sulle Autorità ucraine – ha aggiunto a Radio Liberty – che caratterizzano simili messaggi politici”.

Matteo Cazzulani