LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Putin vs. NATO: anche la Lituania nel mirino della Russia

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 10, 2014

La magistratura russa richiede assistenza alla Procuratura Generale di Vilna per processare i ‘disertori’ che dopo l’Indipendenza lituana non hanno prestato il servizio di leva obbligatorio nell’esercito dell’URSS. Il Dipartimento alla Difesa della Lituania invita i cittadini a non viaggiare in Paesi extra-NATO

Prima in Lettonia con le proteste della popolazione russofona -trucco già utilizzato per giustificare l’invasione militare in Georgia e Ucraina- poi in Estonia con il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti estoni Eston Rohven, infine, anche in Lituania con la vicenda dei ‘disertori’ dell’Armata Rossa. Nella giornata di martedì, 9 Settembre, la Procuratura Generale lituana ha ricevuto la richiesta di aiuto da parte della magistratura russa per denunciare una persona accusata di avere disertato il servizio di leva nell’esercito sovietico nel 1990.

Come riportato dal portale Delfi, pronta è stata la riposta della Procuratura Generale lituana, che ha negato ogni forma di collaborazione coi russi, in quanto il fatto, avvenuto dopo la dichiarazione e il riconoscimento dell’Indipendenza della Lituania, non costituisce reato secondo il codice penale di Vilna.

Tuttavia, oltre che ad essere priva di ogni fondamento giuridico, la richiesta della magistratura russa rappresenta un potenziale precedente che potrebbe presto coinvolgere gli altri 1562 cittadini lituani che nel 1990 hanno rifiutato di servire nell’Armata Rossa.

Tra essi, secondo i dati del Ministero della Difesa lituano, 20 persone considerate ‘disertori’ dell’Armata Rossa sono state catturate e rinchiuse in carcere in Russia, mentre altre 1465 sono state costrette all’anonimato per qualche tempo.

Per questa ragione, il Dipartimento della Difesa Nazionale della Lituania ha invitato i cittadini lituani che hanno rinunciato al servizio di leva nell’URSS dopo l’ottenimento dell’Indipendenza a non recarsi in nessun modo e per nessuna ragione in Paesi che non appartengono alla NATO.

Il possibile arresto di questi cittadini lituani in Russia, o in Paesi alleati di Mosca, finirebbe per innescare un meccanismo di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si potrebbe facilmente avvalere non solo per richiedere l’estradizione degli altri ‘disertori’, ma anche per creare un vero e proprio casus belli con la Lituania.

Del resto, voci autorevoli in merito all’interferenza di Putin nelle questioni interne alla Lituania si sono sollevate già durante la recente crisi di Governo provocata dall’uscita dell’Azione Elettorale dei Polacchi in Lituania -AWPL- dalla coalizione che appoggia il Premier Algirdas Butkevicius -una maggioranza delle ‘larghe intese’ composta dal Partito Social Democratico Lituano, dal Partito del Lavoro e dai conservatori di Ordine e Giustizia.

La AWPL, che raccoglie i voti della minoranza polacca conservatrice, secondo il rating stilato da importanti centri studi internazionali, come l’OSW, appartiene infatti alla fascia dei Partiti sostenuti e finanziati logisticamente dal Cremlino per sostenere la politica imperialista di Putin e destabilizzare l’equilibrio interno a Paesi che si oppongono alla politica imperiale di Mosca.

La provocazione in Lituania va poi di pari passo con altri atteggiamenti simili assunti da Putin per provocare il casus belli con altri Paesi della regione del Baltico, come, lo scorso sabato 6 Settembre, il rapimento in Estonia di un agente dei Servizi Segreti estone, Eston Rahvan, subito deportato in Russia, processato e condannato alla detenzione per azioni di spionaggio.

In Lettonia, sui cui cieli da tempo l’aviazione militare russa sconfina, Putin è sospettato di avere indotto la protesta della minoranza russofona per presentare il Paese come repressivo nei confronti dei russi: una tattica che ha già portato la Russia ad invadere l’Ucraina in nome del diritto, presunto, di Mosca di tutelare la popolazione ucraina di lingua russa.

L’importanza di rafforzare la NATO prima che sia troppo tardi

A mettere in allarme sulle possibili provocazioni di Putin nel Baltico è stato il noto commentatore dell’Economist Edward Lucas che, durante un’audizione presso la Camera dei Comuni britannica, ha evidenziato come il vero scopo di Putin sia attuare la guerra all’Unione Europea e alla NATO, iniziando proprio dal provocare il ‘ventre molle’ dell’Occidente, ossia i Paesi Baltici.

Simile posizione è stata presa dal Presidente della Lituania, Dalija Grybauskaite, che, durante il vertice sulle nomine del nuovo Presidente del Consiglio Europeo e dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’UE, ha sottolineato come, con l’invasione all’Ucraina, Putin abbia lanciato la dichiarazione di guerra all’Europa.

“Con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha violato il memorandum di Budapest -ha dichiarato alla CNN la nota commentatrice Anne Applebaum, facendo riferimento all’accordo con cui l’Ucraina ha rinunciato al nucleare in cambio del riconoscimento dell’inviolabilità del suo territorio da parte di Russia, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna- ma nessuno ha pagato per questo, né l’Occidente ha voluto difendere Kyiv”.

“Mi chiedo se ora siamo pronti a difendere almeno Estonia, Lettonia e Lituania, e, se sì, quanto presto” ha continuato la Applebaum, sottolineando che senza un rafforzamento della NATO i Paesi dell’Europa Centro-Orientale si sentono sempre più insicuri dinnanzi alla politica di espansione militare della Russia di Putin.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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La Repubblica Ceca mette a rischio la TAP

Posted in Guerra del gas, Repubblica Ceca by matteocazzulani on June 14, 2014

Il Governo di Praga, dopo avere ventilato il veto alla concessione dello status di candidato alla membership UE all’Albania, mette a serio repentaglio la sicurezza del Gasdotto Trans Adriatico. I legami economici con la Russia la vera ragione della cautela dimostrata anche nei confronti dell’Ucraina

Un no secco all’Albania, con l’occhio schiacciato verso la Russia, e tanta timidezza nei confronti dell’Ucraina. Nella giornata di giovedì, 12 Giugno, la Repubblica Ceca ha ventilato l’ipotesi di bloccare il riconoscimento dello status di Paese candidato alla membership dell’Unione Europea all’Albania.

Come riportato dall’autorevole Euractiv, la posizione della Repubblica Ceca è motivata dal divieto ad operare in Albania, e dal successivo commissariamento, imposto dal Governo di Tirana alla compagnia energetica Ceca CEZ Shperndarje.

L’atteggiamento del Governo albanese nei confronti della compagnia energetica ceca rischia di compromettere l’ingresso dell’Albania in Europa: un passo di estrema importanza geopolitica per tutta l’Unione Europea, destinato ad incrementare la sicurezza nazionale ed energetica dei Paesi membri dell’UE, sopratutto dell’Italia.

L’Albania è infatti uno dei Paesi di transito del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- infrastruttura progettata per veicolare in Italia dalla Grecia 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno proveniente dall’Azerbaijan, supportata dall’Europa per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas da quelle di Algeria e Russia.

La TAP non è utile solo a decrementare la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, ma per l’Italia, questo gasdotto è necessario per abbattere la bolletta energetica per industrie ed utenti privati, creare nuovi posti di lavoro, e diventare l’hub in Europa della distribuzione del gas dell’Azerbaijan.

A dare una spiegazione supplementare all’opposizione di Praga all’ingresso in UE dell’Albania è la nuova politica estera adottata dal Governo ceco, composto da una Grande Coalizione tra i socialdemocratici del CSSD del Premier, Bohuslav Sobotka, dai liberal-democratici del movimento ANO, e dai cristiano-democratici del UKD-CLS.

Secondo l’autorevole centro studi OSW, il Governo Sobotka ha appiattito la politica estera della Repubblica Ceca a logiche puramente economiche, e, così, ha mantenuto una posizione morbida, talvolta accomodante, nei confronti della Russia: il Paese verso il quale la Praga ha moltiplicato il suo export di più del 130% dal 2009.

Prova dell’atteggiamento morbido della Repubblica Ceca, come rilevato dall’OSW, è l’opposizione di Sobotka in ambito europeo alle dure sanzioni proposte nei confronti della Russia da Stati Uniti ed Unione Europea.

Sobotka, sulla medesima onda di Mosca, si è anche detto contrario all’incremento della presenza di reparti militari NATO per tutelare la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, come invece richiesto a gran voce da altri Stati della regione, come Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania: comprensibilmente terrorizzati per la rinata aggressività di stampo imperialista della Russia di Putin ai loro confini.

A favorire la politica di appeasement di Praga nei confronti di Putin è anche la posizione del Presidente della Repubblica, Milos Zeman, che oltre a vantare tra i suoi stretti collaboratori un consigliere della compagnia energetica russa Lukoyl, si è speso per incrementare gli investimenti russi in Repubblica Ceca, ed ha dichiarato irreversibile l’annessione militare della Crimea alla Federazione Russa.

Come rileva l’OSW, l'”economizzazione” della politica estera di Praga chiude definitivamente con la tradizionale vocazione della Repubblica Ceca, che è stata sempre in prima fila nel supportare lo sviluppo della Democrazia e dei Diritti Umani nel Mondo, sopratutto quando a Capo del Ministero degli Esteri è stato il Leader del movimento liberal-conservatore TOP09, Karel Schwarzenberg.

A dire il vero, la politica di Schwarzenberg -legata a filo diretto con quella del Primo Presidente ceco, lo storico dissidente Vaclav Havel, nonostante la stretta collaborazione tra Praga e Mosca stabilita sulla base dell’amicizia personale tra l’ex-Presidente ceco, il conservatore Vaclav Klaus, e Putin – è stata ripresa dall’attuale Capo della Diplomazia Ceca, il socialdemocratico Lubomir Zaoralek.

Tuttavia, dopo avere duramente contestato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina, Zaoralek è stato criticato dai suoi colleghi socialdemocratici, e, da allora, la politica estera ceca sul fronte orientale è stata condotta da Sobotka e Zeman.

A parole con Putin, ma di fatto con la NATO

Nonostante la contrarietà pubblica all’incremento delle strutture difensive della NATO in Europa Centro-Orientale, la Repubblica Ceca ha tuttavia dimostrato, nei fatti, di temere anch’essa possibili aggressioni da parte della Russia.

Il Ministro della Difesa ceco, il liberal-democratico Martin Stropnicky, ha messo a disposizione quattro velivoli militari JAS-39 Gripen, e 300 soldati, per rafforzare la difesa NATO in Europa Centro-Orientale.

Inoltre, Stropnicky ha anche incrementato le risorse di bilancio destinate all’esercito, che, per la prima volta dopo anni di tagli e riduzione di dotazioni, riceverà un incremento di 1,58 Miliardi di Euro.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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GAS: LA LITUANIA PREFERISCE L’EUROPA ALLA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 5, 2013

Il Primo Ministro lituano, il socialdemocratico Algirdas Butkevicius, reagisce alla minaccia di Mosca confermando fedeltà al Terzo Pacchetto Energetico per implementare la sicurezza energetica di Vilna. Il Presidente lituano, la moderata Dalija Grybauskaite, da il via libera alla ricerca di Shale nel Paese

Europa e Shale dono le due soluzioni adottate dalla Lituania per reagire al monopolio energetico della Russia. Nella giornata di lunedì, 4 febbraio, il Primo Ministro lituano, il socialdemocratico Algirdas Butkevicius, ha dichiarato la volontà di implementare il Terzo Pacchetto Energetico UE per assicurare al più presto alla Lituania approvvigionamenti diversificati.

Legge predisposta dalla Commissione Europea, il Terzo Pacchetto Energetico prevede la messa in comunicazione di tutti i gasdotti dei Paesi dell’Unione, e vieta allo stesso ente di controllare sia la distribuzione che la compravendita del gas.

Opposizione al Terzo Pacchetto Energetico è stata sollevata a più riprese dalla Russia, che, in Lituania, controlla il 99% delle forniture, ed è intenzionata a mantenere il proprio monopolio sui rifornimenti dei Paesi baltici dell’UE e su quelli destinati all’Europa Centrale -che dipendono da Mosca mediamente per l’89% del loro fabbisogno di gas.

Come riportato dal Primo Ministro Butkevicius, la Russia ha proposto alla Lituania uno sconto sulle forniture di gas -che oggi Vilna paga a prezzi superiori rispetto a Germania e Francia- in cambio della rinuncia all’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico nel mercato lituano.

Pronto è stato il diniego del Primo Ministro lituano, che, come riportato dal centro studi OSW, si è detto pronto ad avvalersi dei diritti di transito che Vilna può esercitare sul gas che, attraverso la Lituania, la Russia esporta nell’enclave di Kaliningrad.

“Posso assicurare che entro il 2014 la Lituania avrà un mercato del gas diversificato -ha dichiarato Butkevicius al Baltic Course- se Vilna non può pagare il gas a prezzi bassi, siamo pronti a riconsiderare le tariffe di transito sulle forniture di oro blu che la Russia invia all’enclave di Kaliningrad”.

Per diversificare gli approvvigionamenti di gas, la Lituania, sempre nell’ambito del Terzo Pacchetto Energetico UE, ha implementato la realizzazione del rigassificatore di Klaipeda.

Secondo i progetti, il gas liquefatto, e l’attrezzatura necessaria alla rigassificazione, sarà fornito dalla Norvegia, con cui Vilna ha già firmato un pre-contratto.

Sempre lunedì, 6 febbraio, Vilna ha compiuto un altro passo verso la diversificazione delle forniture di gas con il via libera dato dal Presidente lituano, la moderata Dalija Grybauskaite, alla concessione dei diritti di sfruttamento di gas Shale in Lituania al colosso USA Chevron.

L’Europa divisa sullo Shale

Noto anche come gas di scisto, lo Shale è un carburante estratto da rocce porose ubicate a bassa profondità, mediante sofisticate tecniche di fracking operate in sicurezza solo in Nordamerica.

Oltre alla Lituania, in Europa anche Polonia, Romania, Germania, Ucraina, Portogallo, Danimarca e Regno Unito hanno, tra gli altri, dato avvio alla ricerca di Shale sul proprio territorio, mentre Francia, Olanda e Bulgaria hanno posto una moratoria per motivi ambientali.

Matteo Cazzulani

NORDSTREAM: LA SECONDA TRATTA INAUGURATA COME REGALO A PUTIN

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 10, 2012

Ampliato il gasdotto che collega direttamente Russia e Germania ed isola sul piano energetico i Paesi dell’Europa Centrale. Il giallo legato alla portata della conduttura, ben lontana nei fatti da quella preventivata al momento dell’inaugurazione del suo primo lotto.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Un gasdotto sottomarino di 1,224 chilometri di lunghezza è il regalo che il popolo russo, e parte di quello europeo, hanno fatto al presidente della Russia, Vladimir Putin, per il suo sessantesimo compleanno. Nella giornata di lunedì, 8 Ottobre, presso il terminale portuale di Portovaya, non lontano da Pietroburgo, è stato avviato ufficialmente il secondo tratto del Nordstream: gasdotto progettato dal Cremlino per aumentare la presenza della Russia nel mercato energetico europeo rifornendo di proprio gas direttamente la Germania.

Il Capo del monopolista russo, Gazprom, Alexei Miller, ha sottolineato come l’inaugurazione del secondo tratto del Nordstream sia avvenuta il giorno successivo al compleanno di Putin. Una non coincidenza, dal momento in cui, come riferito da Miller, è stato proprio Putin a concepire l’infrastruttura per isolare energicamente Paesi dell’UE politicamente osteggiati dal Cremlino come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia.

Ad evidenziare l’alto valore simbolico delle date in Russia è stata l’autorevole Gazeta Wyborcza, che ha sottolineato come anche il varo della prima tratta del Nordstream sia avvenuto in giorno simbolico: l’8 Novembre 2011, l’anniversario della Rivoluzione Bolscevica del 1917.

Oltre alle date, resta tuttavia un giallo sulla reale necessità dell’ampliamento di una conduttura che nei primi mesi di funzione ha dimostrato di non essere in grado di rifornire la Germania della quantità di gas prevista.

Al posto dei 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il Nordstream ha infatti trasportato in Europa solo 8,7 Miliardi di metri cubi e, come rilevato dal Centro Studi Orientali OSW, la prima tratta è stata sfruttata per solo un terzo della sua capacità.

Differente è invece l’opinione di Putin, che a margine dell’inaugurazione della seconda tratta ha sottolineato come il Nordstream sia un progetto in grado di soddisfare la crescente richiesta di gas da parte dell’Europa.

“Il Nordstream è senza dubbio uno dei più moderni sistemi di invio di gas su cui il Vecchio Continente può contare – ha dichiarato il Capo degli Investitori del Nordstream, l’ex-Cancelliere socialdemocratico tedesco Gerhard Schroder – la conduttura rifornirà l’Europa da uno dei giacimenti più ricchi della Russia”.

Oltre a Putin e a Schroder, alla cerimonia hanno presenziato il Cancelliere tedesco in carica, Angela Merkel, il Presidente francese, Francois Hollande, il Premier olandese, Mark Rutte.

Dal costo di 7,4 Miliardi di Euro, il Nordstream è compartecipato al 51% da Gazprom, al 15,5% dalle compagnie tedesche Wintershall ed E.ON, e al 9% dalle compagnie francese e olandese Suez-Gaz De France e Gasunie.

Un progetto politico dalla dubbia trasparenza

Costruito per rifornire di gas russo la Germania bypassando i Paesi dell’Europa Centrale, il Nordstream è riuscito ad ottenere lo status di Gasdotto Europeo grazie al sostegno politico di Germania e Francia: Paesi tradizionalmente inclini a sostenere i piani energetici della Russia anche quando essi rendono impossibile l’avvio di una politica comune del gas UE.

Critiche al Nordstream sono pervenute da diversi ambiti. Il Portavoce del Commissario UE all’Energia, Ferran Taradellas, ha sottolineato come la conduttura voluta da Putin non aiuti l’Europa a diversificare le proprie forniture di gas, e costituisce un’ulteriore fonte di approvvigionamento di oro blu dalla Russia.

L’allora Ministro della Difesa polacco – oggi Ministro degli Esteri – Radoslaw Sikorski ha definito il Norstream come un nuovo Patto Molotov-Ribbentropp orientato a dividere l’Europa sul piano energetico e politico.

Il Capo del Centro di Ricerche della Svezia, Robert Larsson, ha sottolineato i danni ambientali che la realizzazione di un gasdotto sottomarino nel Mar Baltico avrebbe creato.

Nel suo libro “La Nuova Guerra Fredda”, l’analista inglese Edward Lucas ha infine sottolineato la scarsa trasparenza di un progetto registrato in Svizzera, nel Cantone di Zug: un fatto che consente al consorzio Nordstream di non rispettare le regole di trasparenza richieste dall’Unione Europea.

Lecito ricordare che, nel Settembre 2012, la Commissione Europea ha aperto un’inchiesta ufficiale su Gazprom per condotta anticoncorrenziale nei mercati dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Il monopolista russo, forte anche dell’isolamento energetico dell’Europa Centrale provocato dal Nordstream, ha mantenuto alti i prezzi per il gas applicati agli ex-Stati del Blocco Orientale, ed ha concesso tariffari ribassati ai Paesi dell’Occidente del Vecchio Continente in cambio di contratti prolungati nel tempo, e del sostengo politico ai disegni di Mosca.

Matteo Cazzulani

UNA CENTRALE NUCLEARE RUSSA NEL CUORE DELL’EUROPA METTE A REPENTAGLIO LA SICUREZZA UE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 4, 2012

A lanciare l’allarme è l’autorevole think-tank polacco OSW, che ha illustrato come la Centrale Nucleare Baltica – due reattori nell’enclave di Kaliningrad costruiti dalla compagnia statale russa Rosatom – rafforzi il monopolio del Cremlino in Europa sul piano energetico. La Lituania ricorre contro Gazprom per condotta anticoncorrenziale

L-ubicazione della Centrale Atomica Baltica

Un’opportunità per rinsaldare le relazione euro-russe, ma anche un forte rischio per la sicurezza nazionale dell’Unione Europea. La costruzione di una centrale nucleare da parte della Russia nell’enclave di Kaliningrad, tra la Polonia e la Lituania, può essere giudicata come un atto di avvicinamento tra Mosca e l’Europa Centrale, ma in realtà comporta conseguenze di natura geopolitica ben più serie.

Come rilevato dal Centro per gli Studi Orientali polacco – OSW – l’avvio della realizzazione della Centrale Nucleare Baltica da parte del colosso russo Rosatom – posseduto a maggioranza dal Cremlino – consente alla Russia di incrementare la sua posizione sul piano energetico nell’area dell’Europa centro-settentrionale.

Con i suoi due reattori, la centrale nucleare sarà infatti in grado nel 2016 – anno in cui è prevista la sua costruzione definitiva – di produrre 2400 MW: troppi per soddisfare unicamente i bisogni dell’enclave russa sul Mar Baltico.

Per questa ragione, l’autorevole think-tank polacco non ha escluso che il vero scopo della Centrale Nucleare Baltica – che secondo OSW sarà costruita e gestita da Rosatom in partnership con enti tedeschi: particolarmente interessati dopo la decisione della Germania di rinunciare all’atomo -sia quello di rendere la Russia leader nel settore dell’esportazione di energia elettrica in Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia.

Ad avvalorare la tesi del think-tank polacco sono i progetti di costruzione di centrali nucleari avviati nell’area da Polonia e Lituania per garantire all’Europa Centrale la diversificazione delle forme di approvvigionamento energetico dal gas della Russia e dal carbone locale.

Tuttavia, l’entrata in funzione della Centrale Nucleare Baltica dei russi vanificherebbe la necessità di costruire altri siti atomici nell’area, e consentirebbe a Mosca di rifornire di propria energia elettrica l’intero mercato dell’Europa Centrale.

Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia rimarrebbero dipendenti dalle forniture del Cremlino, e la sicurezza nazionale di Varsavia e dei tre Paesi Baltici dell’Unione Europea sarebbe messa a serio repentaglio.

La questione della Centrale Nucleare Baltica di Kaliningrad è legata anche ad un altro capitolo delle relazioni energetiche tra Unione Europea e Russia, quale quello del gas.

I reattori di Kaliningrad aiutano Gazprom

Nel Settembre 2012, la Commissione Europea ha aperto un’inchiesta ufficiale sul monopolista russo del gas, Gazprom – compartecipato anch’esso per più del 50% dal Cremlino – per condotta anticoncorrenziale nei mercati dell’Europa Centrale.

A conferma delle ragioni dell’Esecutivo UE è arrivata la presa di posizione della Lituania, che mercoledì, 3 Ottobre, si è appellata all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma per ottenere da Gazprom la restituzione di 1,5 Miliardi di Euro.

Come dichiarato dal Ministro dell’Energia lituano, Arvidas Sekmokas, il monopolista russo ha promesso a Vilna – dipendente al 100% dalle forniture della Russia – la vendita di gas a un prezzo giusto, ma, senza ragione, il costo per mille metri cubi di oro blu è incrementato in pochi anni da 84 Dollari a 497.

Per garantire la dipendenza energetica europea, Bruxelles ha inoltre varato un Progetto di Legge che invita gli Stati Nazionali ad unificare le proprie infrastrutture energetiche per creare un unico mercato continentale.

Esso sarà alimentato non solo dal gas russo, ma anche da quello azero e turkmeno – trasportato in Europa tramite i gasdotti del Corridoio Meridionale – e di quello liquefatto da Norvegia, Qatar e Stati Uniti d’America.

La costruzione da parte della Russia di una centrale nucleare a Kaliningrad che produce energia sufficiente per soddisfare il fabbisogno dell’Europa Centrale vanificherebbe anche la costruzione dei costosi rigassificatori baltici di Swinoujscie e Klaipeda – progettati dai Governi polacco e lituano, sostenuti dalla Commissione Europea – e, di riflesso, consentirebbe a Gazprom di mantenere il monopolio sulla compravendita di gas in Europa.

Dunque, i reattori di Kaliningrad non rappresentano una minaccia solo alla sicurezza nazionale di Polonia e Paesi Baltici, come giustamente osservato dall’autorevole OSW, ma ostacolerebbero anche la realizzazione del piano di diversificazione delle forniture di oro blu dell’UE, lasciando i 27 Paesi del Vecchio Continente con poche vie alternative di approvvigionamento di gas a quelle del Cremlino.

Matteo Cazzulani

MAXIACCORDO ENI-ROSNEFT: L’ITALIA E’ SEMPRE PIU DIPENDENTE DALLA RUSSIA SUL PIANO ENERGETICO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 27, 2012

Il colosso italiano e quello russo creano una joint-venture per lo sfruttamento dei giacimenti nel mare di Barents e nel Mar Nero ricchi di gas e greggio a condizioni di una certa rilevanza finanziata per il Cane a Sei Zampe, che sarà costretto a un ingente esborso economico e a una quota minoritaria nel progetto. il Precedente della Exxonmobile

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il cane a sei zampe potrà zampettare nelle lande ghiacciate dell’Oceano Artico ricche di gas e greggio, ma lo farà a caro prezzo sia economico che politico. Nella giornata di mercoledì, 25 Aprile, il colosso energetico italiano ENI e quello russo Rosneft hanno firmato un protocollo d’intesa che consente all’ente di San Donato l’accesso allo sfruttamento dei giacimenti del Mare di Barents e di alcuni siti del Mar Nero.

L’accordo, che è stato raggiunto e firmato a Mosca, alla presenza del Presidente russo, Vladimir Putin, prevede la creazione di una joint-venture tra Rosneft ed ENI che, a partire dal 2015, sarà impegnata in lavori di sfruttamento per un investimento pari a 125 miliardi di Dollari.

Oltre all’opportunità di accedere ad alcuni dei giacimenti più ricchi del pianeta, per ENI l’intesa con Rosneft significa nel breve termine costi e concessioni di quantità rilevante. Il colosso energetico italiano si è impegnato a cedere ai russi partecipazioni in importanti progetti in Africa settentrionale – dove già l’Italia ha visto drasticamente ridimensionassi il proprio ruolo n seguito alla guerra di Libia del Marzo 2011 – e a pagare le spese per la realizzazione degli studi geologici, pari a 2 miliardi di Dollari. Inoltre, nella joint-venture che si andrà a creare, ENI possederà solo il 33,3% delle azioni, mentre ai russi resterà il 66,7%.

Come osservato dall’autorevole centro di analisi OSW, l’accordo tra ENI e Rosneft rientra nella serie di stretti contratti che il colosso russo sta stringendo con altri enti dalla cospicua rilevanza, attratti dalla promessa delle autorità russe di concedere sconti e agevolazioni economiche a quelle compagnie che accetteranno di investire in progetti ubicati nella Federazione Russa o nei giacimenti da essa controllati.

Il caso più eclatante è stata l’intesa firmata tra la Rosneft e il colosso statunitense ExxonMobile, che ha riguardato proprio lo scambio di compartecipazioni in importanti progetti di sfruttamento di giacimenti nel Mare di Barents, nel Mar Nero e anche nel Mare di Kara.

Rosneft come Gazprom

Per l’Italia l’accordo firmato con Rosneft inasprisce il legame – e la dipendenza – che unisce Roma a Mosca sul piano energetico, sul quale il colosso ENI già è noto per essere uno dei principali partner mondiali di Gazprom: l’ente che detiene il monopolio della compravendita e dell’esportazione di gas in Europa.

L’asse tra ENI e Gazprom è tanto forte al punto che a più riprese il monopolista russo si è avvalso dell’aiuto proprio delle compagnie alleate – tra cui il Cane a Sei Zampe – per affossare progetti varati dalla Commissione Europea con la finalità di diminuire la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalle esportazioni di oro blu provenienti dalla Russia.

Matteo Cazzulani

JULIJA TYMOSHENKO: LA CORTE D’APPELLO CONFERMA LA CONDANNA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on December 24, 2011

La Leader dell’Opposizione Democratica costretta a sette anni di detenzione in isolamento più tre successivi di esclusione dalla vita politica. La difesa boicotta il verdetto, rinuncia al ricorso in Cassazione, e si appella alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. L’Ucraina sempre più lontana dall’Occidente libero. Politici ed esperti concordi sulla vendetta personale del Presidente, Viktor Janukovych, sul principale avversario politico

La leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko

Sette anni in cinquanta minuti cancellano la libertà in Ucraina. Nella giornata di venerdì, 23 Dicembre, la Corte d’Appello di Kyiv ha confermato la condanna di primo grado a sette anni di reclusione in isolamento alla Leader dell’Opposizione Democratica, l’ex-Primo Ministro, Julija Tymoshenko.

Accusata di abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin, la Tymoshenko è costretta al pagamento di una multa salata al colosso nazionale energetico, Naftohaz, ed al divieto di partecipazione alla vita politica per i tre anni successivi alla fine della detenzione.

Una tegola per la libertà sulle Rive del Dnipro – sempre più compromessa da quando al potere è salito il Presidente, Viktor Janukovych – pronunciata in una sala semivuota, dopo nemmeno un’ora tra dibattito e camera di consiglio. Ad assistere alla lettura del verdetto è stata solo la Pubblica Accusa: non la difesa che, perse le speranze in una giustizia ritenuta strumento dell’Amministrazione Presidenziale per eliminare gli avversari politici, ha deciso di boicottare le sedute, cercando giustizia solo presso la Corte Europea dei Diritti Umani.

A Bruxelles, a tutelare gli interessi della Tymoshenko saranno l’avvocato di fiducia, Serhij Vlasenko, e Valentyna Telychenko, il difensore della vedova di Gija Gogadze: noto giornalista di opposizione alla Presidenza Kuchma – era di autoritarismo e corruzione, spazzata pacificamente, nel 2004, dalla Rivoluzione Arancione, guidata proprio dalla Tymoshenko – barbaramente assassinato nel 2000, e, per questo, divenuto icona della Libertà di Stampa in Ucraina.

“E’ una sentenza vergognosa che testimonia il passaggio a Kyiv da una presidenza autoritaria ad una dittatura – ha commentato il braccio destro della Leader dell’Opposizione Democratica, Oleksandr Turchynov – è chiaramente una vendetta personale di Janukovych, arrivato a toccare il livello più basso che si sia mai potuto immaginare”.

Niente Europa per Janukovych

Parere condiviso non solo da politici ed attivisti per i diritti umani – critici all’unisono dinnanzi al regresso della democrazia sulle Rive del Dnipro – ma anche autorevoli esperti. Tadeusz Iwanski del Centro di Studi Orientali di Varsavia – OSW – ha rilevato come per il Presidente ucraino il caso Tymoshenko sia ben più importate delle ambizioni europee del Paese. A dimostrarlo sarebbe non solo la conferma della condanna a 7 anni di reclusione, ma sopratutto il secondo arresto a danno della Leader dell’Opposizione Democratica, inflitto dopo un processo-lampo condotto in carcere dai risvolti macabri: con giudice e pubblica accusa seduti attorno al letto, da cui l’ex-Primo Ministro, quasi paralizzata, è impossibilitata a muoversi per via un lancinante mal di schiena.

“E prova che per Janukovych la priorità è impossibilitare la Tymoshenko alla partecipazione in elezioni parlamentari regolari – ha illustrato Iwanski – l’ennesima condanna seguita a quella per l’affare gas rende vana ogni speranza di giustizia nella magistratura ucraina. E’ dalla riabilitazione di Julija Tymoshenko – ha continuato l’esperto polacco – che dipendono la firma e la ratifica dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina”.

Lecito ricordare che nel summit UE-Ucraina dello scorso 19 Dicembre, Bruxelles ha congelato la firma di un documento storico, con cui l’Unione Europea avrebbe riconosciuto all’Ucraina lo status di partner privilegiato – oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera. Come evidenziato dai Presidenti di Commissione Europea e Consiglio Europeo, José Manuel Barroso ed Herman Van Rompuy, la causa principale è la preoccupante ondata di repressioni politiche che, oltre alla Tymoshenko, ha colpito altri esponenti dell’Opposizione Democratica, tra cui l’ex-Ministro degli Interni, Jurij Lucenko: detenuto in isolamento dallo scorso 26 Dicembre, senza che un verdetto lo abbia condannato.

Matteo Cazzulani