LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

CRISI TRA UNGHERIA, AZERBAJZHAN ED ARMENIA: A RISCHIO IL GAS PER L’UE

Posted in Azerbajdzhan by matteocazzulani on September 8, 2012

Yerevan congela i rapporti diplomatici con Baku e Budapest dopo che la magistratura magiara ha estradato il militare Ramil Safarov, accusato di omicidio di un suo collega armeno, liberato dalle Autorità azere appena rimpatriato. In bilico la politica orientale del Governo Orban ed i piani di sicurezza energetica varati dalla Commissione Europea

Il Premier ungherese, Viktor Orban

Un’estradizione azzardata rischia di mandare in aria i progetti di indipendenza energetica dell’Unione Europea. Nella giornata di venerdì, 31 Agosto, la magistratura ungherese ha estradato in Azerbajdzhan il militare azero Ramil Safarov, accusato dell’omicidio del collega armeno Gurgen Markarian durante le esercitazioni “scolarizzazione per la pace” organizzate dalla NATO a Budapest nel 2004.

La decisione della magistratura magiara ha scatenato una reazione a catena, che ha portato all’avvio di una crisi diplomatica tra i tre Stati in questione. Nonostante le promesse in merito al mantenimento in carcere del militare, le Autorità azere hanno liberato Safarov, lo hanno insignito del grado di Maggiore, e gli hanno garantito abitazione e compensazione finanziaria per gli anni spesi in carcere in Ungheria.

Come reazione, l’Armenia ha rotto le relazioni diplomatiche con l’Ungheria, ed ha avviato un protesta nei confronti del’Azerbajdzhan finita inevitabilmente per sollevare la tensione anche su piano militare. Baku e Yerevan sono infatti coinvolte nella disputa per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh: territorio popolato da 145 mila armeni, perso dagli azeri dopo una sanguinosa guerra combattuta tra il 1988 ed il 1994.

Inoltre, Budapest ha espresso profondo rammarico per il mancato mantenimento delle promesse da parte di Baku, e non è escluso che il caso Safarov possa condizionare il mantenimento di buone relazioni tra le Autorità ungheresi e quelle azere.

La crisi diplomatica tra Ungheria, Azerbajdzhan ed Armenia potrebbe comportare conseguenze di notevole importanza all’immagine e allo status geopolitico dell’Unione Europea.

Tutto ha inizio dallo stretto legame che, fino ad ora, ha legato Budapest a Baku. Il Premier ungherese, Viktor Orban, è uno dei principali sostenitori dei progetti della Commissione Europea volti al trasporto diretto di gas azero in Europa per diminuire la dipendenza del Vecchio Continente dalla Russia.

Oltre ad avere dato il proprio assenso al Nabucco – gasdotto che permetterà l’importazione del’oro blu dall’Azerbajdzhan – Baku ha giocato per Budapest una pedina importante anche per la realizzazione di un altro progetto energetico, l’AGRI.

Esso prevede il trasporto del gas via terra dall’Azerbajdzhan alla Georgia e, successivamente, il suo trasferimento via mare dal porto georgiano di Poti a quello romeno di Costanza, da cui il carburante è previsto arrivi in Ungheria.

Ad arricchire “l’apertura all’Oriente” – come è stata ribattezzata la politica estera di Orban – sarebbe stato anche l’impegno espresso da parte delle Autorità azere di acquistare obbligazioni ungheresi per il valore di 2-3 Miliardi di Euro.

Il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui Baku ha sempre smentito queste indiscrezioni. Tuttavia, la manovra avrebbe una sua logica, sopratutto se si considera la recente rinuncia da parte di Orban all’erogazione di un prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale necessario per sistemare la situazione economica magiara.

L’impasse diplomatica venutasi a creare potrebbe rompere l’idillio tra Ungheria e Azerbajdzhan e, in un secondo luogo, avere ricadute anche sulla politica energetica della Commissione Europea, che vede proprio in Baku il serbatoio principale da cui attingere il gas necessario a garantire la sicurezza dei rifornimenti per il Vecchio Continente.

A trarre vantaggio da tale situazione sarebbe la Russia, che già oggi sta cercando in tutti i modi di impedire la realizzazione del Nabucco e l’accesso diretto dell’Europa ai ricchi giacimenti del Mar Caspio.

Inoltre, il sostegno diretto che Mosca ha sempre prestato alla parte armena nel conflitto con l’Azerbajdzhan potrebbe convincere Yerevan a rafforzare il legame con il Cremlino, magari entrando nell’Unione Eurasiatica russo-bielorusso-kazako-kirgyza, ed abbandonare nella politica di Partenariato Orientale dell’UE.

Questo progetto è stato varato da Bruxelles, su iniziativa di Svezia e Polonia, per preparare i Paesi dell’Europa Orientale e del Caucaso – Moldova, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbajdzhan ed Armenia – a relazioni più strette con il Vecchio Continente, quando no addirittura ad una loro integrazione.

Oltre che sul piano energetico e politico, l’Unione Europea potrebbe registrare un danno d’immagine anche sul piano diplomatico. Bruxelles non è stata in grado di intervenire ed impedire la realizzazione di un’estradizione che, come si poteva facilmente prevedere, avrebbe provocato una certa crisi internazionale in una delle aree più calde del pianeta.

La NATO cerca di ricompattare

A testimonianza dell’importanza ricoperta dal Caucaso per la Comunità Occidentale è la missione urgente organizzata dal Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che ha rimproverato le Autorità azere per la decisione di liberare Safarov, senza mantenere le promesse fatte all’Ungheria.

“Non possiamo permettere una nuova escalation militare tra Azerbajdzhan ed Armenia – ha dichiarato Rasmussen durante la sua visita all’Accademia Militare di Baku – la decisione [di liberare Safarov, n.d.a.] costituisce una minaccia per la pace nel Mondo”.

Matteo Cazzulani

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NAGORNO-KARABAKH: NON SOLO UNA QUESTIONE DI “BUONI” E “CATTIVI”

Posted in Editoriale by matteocazzulani on January 29, 2012

L’articolo “Genocidio armeno e Guerra del Gas”, pubblicato il 27 Gennaio sul Legno Storto, è stato oggetto di obiezioni da parte dell’Iniziativa Italiana per il Karabakh: preoccupata nell’evidenziare le sole responsabilità azere di un conflitto delicato e complesso. Il perché le questioni etniche dell’area ex-URSS non possono essere giudicate limitandosi alla circoscritta area geografica, bensì, considerando un areale più ampio: in cui le tendenze imperiali di Mosca – mai sopite – rappresentano una minaccia attuale per l’Unione Europea

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

Le obiezioni sono legittime, ma il vero significato della questione resta poco chiaro. Di recente, l’articolo “Genocidio Armeno e Guerra del Gas” è stato oggetto di critica da parte dell’Iniziativa Italiana per il Nagorno-Karabakh che, con una lettera alla Redazione, ha obiettato su alcuni passaggi inerenti la regione contesa tra Armenia ed Azerbajdzhan.

Tra essi, viene discussa l’ampiezza della regione – 11458,00 chilometri quadrati, contro i 4500 riportati nell’articolo – è sottolineato il diritto alla nascita di questo Stato autonomo “concordemente con la legislazione dell’URSS e successivi atti giuridici della Corte Costituzionale di Mosca”, e si addossa la colpa del mancato riconoscimento della “piccola, indipendente realtà democratica del Nagorno-Karabakh” agli “interessi petroliferi dell’Occidente”.

Tralasciando ogni commento sulle obiezioni di carattere geografico – la superficie di 4500 chilometri quadrati è confermata dai più autorevoli siti di informazione, tra cui quello della BBC: da cui l’autore dell’articolo ha tratto l’informazione – restano una serie di problemi di fondo che portano a tre serie riflessioni di ordine culturale, storico, e geopolitico.

La prima, su cui l’autore dell’articolo concorda con quello della lettera, riguarda la scarsa attenzione che, salvo rare eccezioni, l’informazione e l’istruzione italiana riservano allo Spazio ex-sovietico. Nel Belpaese, tanto si parla di Africa, troppo di Sudamerica, ma poco nulla di Europa Centro-Orientale, e, quando lo si fa, sovente si traggono conclusioni superficiali: motivate dalla considerazione del problema da una prospettiva russo-centrica.

Sul perché l’Italia racconta con le lenti di Mosca presente e passato di altri Paesi europei – molti dei quali membri UE – è una questione culturale tanto consolidata quanto inaccettabile, che, di conseguenza, porta ad una scarsa informazione anche sull’area dell’ex-Unione Sovietica: tra cui, per l’appunto, il Nagorno-Karabakh.

Pertanto, bene fa l’Iniziativa Italiana per il Karabakh a “lavorare da poco più di un anno per far conoscere anche in Italia” questa realtà territoriale: sulla quale, tuttavia, nonostante le difficoltà storico-culturali, è sempre bene mantenere un equilibrio di vedute.

Proprio nella ratio storica sta il secondo punto: il conflitto del Nagorno-Karabakh è una delle molteplici frizioni etniche nell’ex-Unione Sovietica sfruttate da Mosca, sin dai tempi dello zarismo, per mantenere la propria egemonia imperiale nell’area. Un caso simile a quello del Nagorno-Karabakh è, ad esempio, quello della Crimea.

Questa penisola sul Mar Nero in epoca antica è avamposto degli sciiti, poi terra di conquista per goti, unni, e tatari dell’Orda d’Oro. Nel 1400, passa sotto l’influenza dei turchi, per poi, due secoli più tardi, essere oggetto di scontro tra la Respublica Polacco-Lituana, la Turchia, e l’Impero Russo.

Indebolitasi la prima, la Crimea – Canato multietnico e plurireligioso – diventa una questione tra turchi e russi, i quali, nel 1783, includono la penisola nell’Impero Zarista. Roccaforte dell’Armata Bianca durante la Rivoluzione Bolscevica, la Crimea, nel 1921, è inclusa nella Repubblica Socialista Sovietica Russa, ed è presto colpita dai primi due Holodomor .

Queste carestie artificiali – organizzate nel 1921-22 e nel 1932-33 nell’ambito della politica di collettivizzazione forzata delle terre di Stalin – sono provocate della autorità di Mosca per eliminare il popolo ucraino: ritenuto pericoloso ed ostile all’imposizione del comunismo. Eliminati gli ucraini, Stalin, nel 1944, convinto della collaborazione tra i tatari e i nazisti, deporta l’intera popolazione mussulmana della penisola in Siberia.

Completamente russificata dal punto di vista etnico, culturale, e linguistico, nel 1954 la Crimea è ceduta alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Indipendente da Mosca nel 1991, Kyiv deve gestire la presenza russa non solo a livello etnico, ma anche militare: la permanenza della Flotta Russa del Mar Nero nella base militare di Sebastopoli è questione attuale fino al 2042.

Di pari passo, la Russia ha gioco facile nell’appoggiare le rivendicazioni separatiste dei russi di Crimea per destabilizzare l’Ucraina, e contrastarne le legittime aspirazioni euro-atlantiche: sopratutto in seguito alla Rivoluzione Arancione del 2004.

Questo lungo excursus sulla Crimea è solo un esempio per indicare come delicate questioni di carattere etnico nell’ex-Unione Sovietica non possano essere analizzate a prescindere da un contesto più ampio della singola regione che si desidera trattare.

Così come la vicenda di Crimea non può esaurirsi alla sola questione tra russi e tatari, ma va altresì collegata alle politiche etniche sovietiche adottate anche nei confronti degli ucraini – e, in epoca odierna, ai rapporti di forza tra la Russia e l’Ucraina Indipendente – anche la questione nel Nagorno-Karabakh non può essere limitata ad un conflitto tra “buoni” e “cattivi”, azeri o armeni che siano.

Da dove proviene il maggiore pericolo per l’Unione Europea

A dover essere sottolineata è, bensì, una pericolosa costante della storia che dovrebbe allarmare in primo luogo gli Europei: nello spazio ex-sovietico, la tentazione imperiale della Russia non è mai cessata, e, nel 2012, si appresta a riemergere con ancora maggior vigore.

Oggi, in un Mondo totalmente diverso da quello in cui si è vissuti solo un decennio fa, Mosca vuole imporsi come superpotenza al pari di Cina, India, e Brasile: il tutto, chiaramente a discapito dell’Unione Europea, destinata sempre più alla provincia del pianeta.

Negli ultimi mesi, su spinta del futuro Presidente russo, Vladimir Putin, il Cremlino ha ricompattato attorno a se la vecchia URSS nell’ambito dell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione economica e politica, concepito da Mosca, ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea, con il preciso scopo di eliminare Bruxelles dalla competizione globale.

Con l’UE in preda alla crisi dell’Euro, gli Stati Uniti che hanno rinunciato al ruolo di difensori dei valori occidentali nel Mondo finora esercitato, e le forniture di gas per l’Europa in mano quasi unicamente alla Russia, occorre ammettere che la minaccia principale per la Sicurezza ed il prestigio internazionale del Vecchio Continente proviene ancora da est.

Per questa ragione, e per salvaguardare il futuro nostro e delle prossime generazioni di Europei, è opportuno non lasciarsi attirare dalle sirene arabe, o preoccuparsi solo per il rafforzamento della posizione geopolitica della Turchia, ma guardare al Mondo nella sua totalità: coniugando prospettive globali con riflessioni di carattere storico, culturale, ed energetico.

Matteo Cazzulani

LA CRISI FRANCO-TURCA : UN RISCHIO PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Azerbajdzhan, Francia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 26, 2012

Il Senato francese riconosce il diniego del genocidio degli armeni come reato, scatenando le reazioni di Turchia ed Azerbajdzhan. Oltre alla rottura tra Parigi ed Ankara, a rischio è anche il riesplodere della contesa tra armeni ed azeri per il Nagorno-Karabakh, su cui la Russia mantiene il controllo per impedire la politica di autonomia energetica dell’UE da Mosca

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell’Europa. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che sanziona la negazione pubblica del genocidio degli armeni in Francia con un anno di prigione ed una multa di 45 Mila euro.

A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale, composta dall’opposizione socialista e dalla maggioranza dell’UMP fedele al Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un’iniziativa parlamentare concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all’Eliseo. Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di legge potrebbe scatenare nei rapporti bilaterali con la Turchia.

Secondo il documento, e il giudizio di diversi storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell’Impero Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un’operazione di pulizia etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera dell’avvenimento come un inopportuno inserimento nelle questioni interne alla Turchia.

Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto l’iniziativa “vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti dello Stato turco”. In aggiunta, l’Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti diplomatici tra Ankara e Parigi.

Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy oramai certa. A suo favore, non gioca solo l’ambizione politica del Presidente transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di protagonista.

Tuttavia, ripercussioni dovute all’iniziativa francese si sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea. Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno, Serzh Sarkisjan, che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel denunciare anche l’occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.

La Francia litiga, l’Europa perde

Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti nella Repubblica Sovietica dell’Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell’URSS è stata contesa, in due guerre, nel 1987 e nel 1994, tra azeri ed armeni. Questi ultimi sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell’Armenia, ed ubicata in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.

Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare all’egemonia sull’ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno dell’Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata fino al 2044. Di contro, l’Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la corsa all’approvvigionamento energetico dell’Unione Europea.

Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il transito per il territorio della Russia, da cui l’UE dipende quasi totalmente. Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere in scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle ostilità militari.

Come rilevato da analisti in materia energetica, la stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e condutture dal centro Asia all’Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Azerbajdzhan con l’Occidente, può mantenere il Vecchio Continente energicamente dipendente dalla Russia.

Le conseguenze di tale scenario sulla sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza energetica dell’Unione Europea, e, per questo, da evitare in tutti i modi.

Non è un caso se anche presso la stampa francese sono emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe staliniane, della Shoah e dello Holodomor: genocidio del popolo ucraino, peraltro, mai riconosciuto dalle Autorità transalpine.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: UNA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO RIAPRE LA CONTESA SUL MAR CASPIO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 29, 2011

La condanna all’occupazione russia in Georgia dell’emiciclo di Strasburgo sostenuta dall’Azerbajzhan per rafforzare la propria posizione nel conflitto energetico con la Russia per il controllo delle risorse e dei gasdotti centro asiatici. L’opposizione di Mosca all’asse azero-turkmeno-georgiano per la garanzia delle forniture all’Europa resa ancora più aspra dalla perdita del mercato cinese

L'europarlamentare polacco, Krzysztof Lisek

Spesso anche provvedimenti tardivi possono dare risultati concreti. Lo scorso 17 Novembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione di condanna dell’occupazione russa di Abkhazija ed Ossezia del Nord: regioni georgiane strappate da Mosca per mezzo della guerra-lampo dell’Agosto 2008, con cui l’esercito del Cremlino ha infranto la sovranità territoriale di Tbilisi, e riconosciuto univocamente l’indipendenza delle due provincie di frontiera.

Il testo, redatto dal Parlamentare polacco del Partito Popolare Europeo, Krzystof Lisek, e votato a larga maggioranza dall’emiciclo di Strasburgo, ha riconosciuto ad Abkhazija ed Ossezia del Sud lo status di territori occupati, dai quali L’Unione Europea ha chiesto ufficialmente il ritiro dei soldati russi. Una delle clausole fondamentali degli accordi di pace negoziati, a conclusione del conflitto, dal Presidente della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev, e dal suo collega francese, Nicolas Sarkozy – allora presidente di turno dell’UE – ad oggi non ancora rispettate da Mosca: costantemente sul territorio con propri contingenti armati.

Quella di Lisek sarebbe potuta essere l’ennesima dichiarazione a vuoto di un Europarlamento spesso impossibilitato ad agire in maniera incisiva, tuttavia ha ottenuto il sostegno – tanto forte quanto inaspettato – del Ministro degli Esteri dell’Azerbajdzhan, Elmar Mammadiarov, che ha espresso deciso supporto all’integrità territoriale della Georgia. Una mossa motivata da molteplici fattori.

In primis, dalla tradizionale amicizia che lega Baku a Tbilisi, la quale, a sua volta, non ha mai nascosto di sostenere la parte azera nella contesa con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. In linea con le tendenze dell’area, alla motivazione politica si è sommata quella energetica: sia Azerbajdzhan che Georgia sono unite da un comune progetto di trasporto di gas e nafta all’Unione Europea per aggirare il territorio della Russia, da cui Bruxelles vuole rendersi il meno dipendente possibile, attingendo oro blu e nero da Stati in cerca di nuovi mercati ove collocare le proprie risorse naturali.

Basi militari e forniture all’estremo oriente

Una questione tanto scottante da aver alzato decisamente la temperatura anche sul piano militare: Baku ha rigettato la richiesta da parte russa di sconto sull’affitto della stazione radar di Gabali, proponendo, altresì, un rincaro del canone corrisposto dal Cremlino per un’installazione extra-territoriale di importanza strategica, mantenuta dal crollo dell’URSS per mezzo di complicati trattati speciali, simili a quelli con cui Mosca riesce tutt’oggi a mantenere basi, arsenali, e Flotte in altri Paesi ex-sovietici.

Inoltre, Russia ed Azerbajdzhan – a cui si sono aggiunti Turkmenistan, Iran, e Kazakhstan – hanno riaperto il contenzioso sulla gestione del Mar Caspio: bacino ricco di giacimenti naturali, e sede di progetti infrastrutturali da cui dipende anche il futuro dell’Europa. Appoggiata da Teheran ed Astana, Mosca ha preteso la creazione di un organismo collegiale dei cinque Paesi in cui decidere ogni questione legata al territorio, mentre Baku ed Ashgabat hanno proposto una divisione del bacino in acque territoriali, in cui ciascuna delle parti è indipendente e sovrana.

 

Sullo sfondo della contesa – tutt’ora in stallo – c’è la costruzione del Gasdotto Transcaspico proprio tra Azerbajdzhan e Turkmenistan: un’iniziativa destinata a confluire nel sistema infrastrutturale energetico europeo, che la Russia vuole boicottare a tutti i costi per mantenere l’UE dipendente dalle sue forniture, e, di conseguenza, politicamente soggetta al Cremlino.

Una necessità resa ancor più forte dopo che Mosca ha perso l’ambito controllo del mercato della Cina. Lo scorso 23 Novembre, Pechino ha rinunciato ai servizi del monopolista russo, Gazprom, e deciso di soddisfare il 60% del proprio fabbisogno proprio dal Turkmenistan, con cui sono stati firmati contratti per l’importazione di 65 Miliardi di metri cubi di gas,e l’ampliamento del gasdotto Cina-Asia Centrale, necessario per il suo trasporto.

Matteo Cazzulani

Navi militari e crescente temperatura geopolitica: e nel Caspio che si combatte la nuova guerra fredda.

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on July 31, 2011

La Russia decisa a dominare il Mare interno al confine tra Europa ed Asia, e sovrastare non solo gli Stati locali indipendenti, ma anche l’influenza USA ed Europea. La Polonia, per nome dell’UE, rafforza il Partenariato Orientale con accordi di natura economica con Georgia ed Armenia.

Russia, USA, ed UE alla corsa verso il mare salato tra due Continenti. Quella che sembra la trama di un romanzo di fantapolitica in realtà e la situazione ben precisa che sta verificandosi nel Mar Caspio, dove i Paesi da esso bagnati devono vedersela con il riemergere delle ambizioni imperiali russe, determinate nel dominare il bacino come ai tempi dell’Unione Sovietica.

Ad oggi, Mosca mantiene nel Caspio una flotta di 16 navi che, secondo le dichiarazioni del Cremlino, e destinata ad aumentare a circa 150, de facto surclassando la presenza di Azerbajdzhan, Turkmenistan, e Kazakhstan. Secondo quanto riportato da Radio Liberty, a tenere testa alla presenza russa sarebbe solo L’Iran, appositamente invitato nell’area per contrastare l’interesse per l’area degli USA, deciso ad appoggiare la parte azera e turkmena per riequilibrare le forze in una regione energicamente cruciale per il Mondo intero, e che la Russia ancora ritiene propria sfera di influenza, nonostante, dalla caduta del comunismo, in essa vi siano Stati sovrani ed indipendenti.

A conferma della priorità del fronte caspico, la proposta del Presidente russo, Dmitrij Medvedev, agli altri Stati della regione, di approvare un accordo che certifica la permanenza di un alto numero di imbarcazioni militari di Mosca nell’area, accettata dalle parti lo scorso Novembre, ma non ancora ratificata dalla Duma.

La Polonia rinsalda la politica orientale dell’Unione Europea

Oltre ad USA e Russia, a rafforzare la presenza nella regione e anche l’Unione Europea, in particolare la Polonia, attualmente alla presidenza semestrale della Comunita. Nella settimana appena trascorsa, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, si e recato proprio in Azerbajdzhan per riattivare i rapporti energetici con Baku, indispensabile fonte di approvvigionamento alternativa a Mosca. Inoltre, il Capo di Stato di Varsavia ha visitato anche Armenia e Georgia, con lo scopo di riattivare il Partenariato Orientale UE con un nuovo taglio: meno politico, ma più economico e finanziario.

Dimostrazione, i colloqui tra Komorowski ed il Presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, in cui, oltre alla constatazione della buona strada intrapresa dal Paese caucasico in vista di un Accordo di Associazione con l’Unione Europea sempre più vicino, Varsavia e Tbilisi hanno varato importanti collaborazioni economiche, con il rafforzamento della presenza di titoli georgiani nella borsa polacca, e l’incremento degli investimenti della Polonia in Georgia.

Medesimi accordi sono stati stretti con l’Armenia, a cui Komorowski si e offerto come mediatore nel rinato conflitto con l’Azerbajdzhan per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Matteo Cazzulani

UE ED OSCE: LITUANIA ED UNGHERIA ALLA PROVA

Posted in Paesi Baltici, Ungheria, Unione Europea by matteocazzulani on January 19, 2011

Ai due Paesi della Nuova Europa, rispettivamente la Presidenza di Turno dei due organismi. I piani per risolvere le sfide più attuali

Il premier ungherese, Viktor Orban

L’una, dinnanzi alle sfide globali. L’altra, a quelle locali, con uno sguardo ad Est. Questa la doppia strategia dei due Paesi UE, che per i prossimi mesi ricopriranno enormi responsabilità. La Lituania, il coordinamento dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea. L’Ungheria, la presidenza di turno dell’Unione Europea.

Ambizioso il piano della Repubblica Baltica, che ha promesso un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti tra paesi OSCE. Tra essi, quello nelle repubbliche georgiane di Ossezia del Nord ed Abkhazija, tra Azerbajdzhan ed Armenia per il Nagorno-Karabakh, e le continue frizioni tra Moldova e Transnistria.

Un’operazione diplomatica delicata, sempre all’insegna della non violenza. La stessa che, come dichiarato dal Ministro degli Esteri di Vilna, Audronjus Azubalis, la Lituania intende adottare anche nei confronti della vicina Bielorussia.

Sopratutto, in seguito agli arresti politici, ed ai brogli elettorali, dello scorso 19 dicembre, che hanno confermato la natura autoritria dell’Amministrazione di Aljaksandar Lukashenka.

“Sono dispiaciuto — ha dichiarato il diplomatico — dinnanzi alla decisione della Bielorussia di chiudere la sede OSCE. Ci batteremo per ripristinare la collaborazione”.

In aggiunta, altre battaglie degne di merito. Oltre alla lotta contro il traffico di narcotici ed esseri umani, la difesa dei diritti dei giornalisti. Una categoria, come dimostrano le cronache giornaliere, purtroppo ancora scomoda in molte parti del Mondo, dove essere reporter significa rischiare ricatti e percosse. Se non peggio.

Dinnanzi a tale emergenza, Vilna ha promesso di squarciare il velo di silenzio sulla sorte dei cronisti, spesso motivato da ragioni geopolitiche: sete di gas della Vecchia Europa, e volemose bene obamiano-komorowskiano, in primis.

Budapest guarda a Kyiv

Differente la strategia magiara. L’Ungheria ha dedicato la guida semestrale UE alla regione del Danubio. 14 i Paesi coinvolti in un piano di sviluppo di trasporto fluviale, turismo, tutela dell’ambiente, e scambi culturali.

Tra essi, anche chi dell’Unione Europea non fa ancora parte, come l’Ucraina. Interessata, seppur solo parzialmente, nella Oblast’ di Odessa.

100 miliardi di euro, l’investimento stanziato per un’operazione accolta tiepidamente dagli esperti. Oltre alla non certa volontà di collaborare da parte di tutti gli Stati, ad essere criticata è la natura prettamente economica del progetto.

Non sufficiente, ad agevolare l’integrazione di Kyiv nell’Unione continentale.

Matteo Cazzulani

WIKILEAKS: MOSCA AVREBBE AGITO CONTRO L’HOLODOMOR

Posted in Russia by matteocazzulani on December 1, 2010

Secondo le rivelazioni del sito americano, la Russia avrebbe esercitato pressioni su Israele, Azerbajdzhan ed altri Stati per scongiurare il riconoscimento del genocidio del popolo ucraino

Commemorazioni dell'Holodomor, genocidio del popolo ucraino

Non solo dittatori eccentrici e leader vanitosi e deboli. Tra le rivelazioni di WikiLeaks c’è molto di più serio. In particolare, ad emergere dalle notizie del sito americano, che ha fatto – e fa – tremare il Mondo, è il ruolo della diplomazia russa, particolarmente attiva per scongiurare il riconoscimento dell’Holodomor da parte di altri Paesi.

Come riportato da Radio Liberty, forti pressioni sarebbero state esercitate su Israele, a cui è stato rimproverato un riavvicinamento con l’Ucraina. In particolare, il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, avrebbe esortato il suo collega israeliano, Avigdor Libermann, a non riconoscere ufficialmente la Grande Carestia degli anni ’30 come genocidio del popolo ucraino.

Stando ai documenti, la richiesta sarebbe stata formulata in maniera esplicita dal rappresentante della Federazione Russa lo scorso giugno, a Mosca. E, ovviamente, accettata da Israele, che si è astenuta dal rilasciare alcuna dichiarazione in disaccordo con la richiesta di Lavrov.

Medesimo comportamento, anche nei confronti dell’Azerbajdzhan. Con una lettera, il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, avrebbe minacciato il collega azero, Il’kham Alijev, di scordarsi per sempre ogni rivendicazione sul Nagorno-Karabakh: regione contesa con la vicina Armenia.

A confidarlo al principe inglese Harry, lo stesso Capo di Stato azero. Che, in aggiunta, avrebbe evidenziato come anche altri Presidenti sarebbero stati esortati a disconoscere lo sterminio di 10 milioni di ucraini, tanto sgradito a Mosca.

Pianificato, ed eseguito, da Stalin tra il 1932 ed il 1933, l’Holodomor è stata una carestia artificiale, provocata per annientare un popolo culturalmente ed economicamente troppo ricco ed indipendente per essere tollerato nell’Unione Sovietica.

Servizi segreti russi a capo di RosUkrEnergo

Il presidente russo, Dmitrij Medvedev

Infine, indiscrezioni anche sul gas. Come riportato dal sito russo Rossijskij Reporter, i servizi segreti di Mosca avrebbero controllato direttamente la società energetica RosUkrEnergo, influenzandone le politiche fin dalla sua fondazione.

Creata nell’inverno 2006, a seguito della prima importante Guerra del Gas con Kyiv, la joint-venture è stata registrata in Svizzera. Ma, de facto, controllata per metà dal monopolista russo Gazprom. Incaricata della compravendita del gas in Ucraina e Polonia, è stata cancellata solo nel gennaio 2009.

Matteo Cazzulani