LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

LA CRIMEA NON È IL KOSOVO

Posted in Editoriale by matteocazzulani on March 14, 2014

L’occupazione militare russa della penisola ucraina è orientata ad annettere una regione di uno stato indipendente, L’Ucraina, senza alcuna motivazione di carattere umanitario, come invece è successo in Serbia nel 1998. L’imperialismo armato di Putin contrapposto all’internazionalismo liberale di Clinton

La separazione della Crimea come il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo: una bugia grossa come una casa su cui la Russia di Putin sta facendo leva per legittimare l’occupazione militare dell’Ucraina e lo smembramento del territorio ucraino.

Nella dichiarazione di indipendenza che, martedì, 11 Marzo, il Parlamento della Repubblica autonoma di Crimea ha proclamato sotto il controllo dell’esercito russo è stato sancito che ogni regione del Mondo ha il diritto di dichiararsi autonomo dallo stato a cui appartiene, così come fatto nel 2008 dal Kosovo nei confronti della Serbia.

Il paragone tra Crimea e Kosovo è stato orchestrato dal Presidente russo, Vladimir Putin: il vero regista della separazione della Crimea dall’Ucraina, attuata per mezzo di un’occupazione militare della penisola che, oggi, costituisce una Repubblica Autonoma all’interno dello stato ucraino.

Oltre alla modalità -l’occupazione militare è un gesto che appartiene a logiche geopolitiche del secolo passato- a preoccupare è sopratutto la retorica utilizzata da Putin, che si avvale di mistificazioni della storia recente per autorizzare l’occupazione militare di un Paese sovrano ed indipendente come l’Ucraina.

Il paragone tra la penisola ucraina e l’entità statale balcanica è errato innanzitutto per la modalità dell’intervento militare. Se la Russia ha giustificato l’occupazione militare per tutelare i diritti della popolazione russofona della Crimea, l’azione della NATO in Serbia nel 1998 è stata necessaria per arrestare il genocidio della popolazione albanese del Kosovo da parte del Presidente serbo, Slobodan Milosevic.

La riflessione sulla ratio dell’occupazione russa della Crimea e dell’intervento della NATO in Kosovo è un punto estremamente importante. La Russia ha ritenuto opportuno penetrare nella penisola ucraina per “proteggere” la popolazione russofona senza che essa sia mai stata discriminata da parte di Kyiv -al contrario, il russo è addirittura la lingua ufficiale in Crimea, e la penisola gode di un’ampia autonomia dal governo centrale dell’Ucraina. Nel 1998, l’Alleanza Atlantica è stata invece costretta a bombardare Belgrado per porre fine alla pulizia etnica degli albanesi nella Serbia meridionale -leggasi violazione dei Diritti Umani- perpetrata da Milosevic.

Oltre che per la differente natura dell’intervento militare -etno-linguistico quello dei russi in Crimea, umanitario quello della NATO in Kosovo- i due casi si distinguono anche perché l’occupazione della Crimea da Parte di Mosca mira alla sottrazione forzata della penisola ucraina dal controllo di Kyiv ed alla sua immediata integrazione nella Federazione Russa, mentre i bombardamenti aerei della NATO in Serbia, che non sono mai stati seguiti da un’occupazione militare, hanno portato alla creazione di un nuovo stato indipendente e sovrano sia dalla Serbia che dall’Albania.

È opportuno inoltre ricordare che mentre l’occupazione della Crimea da parte della Russia è motivata dalla volontà di Mosca di annettere la penisola ucraina, l’intervento militare della NATO non era affatto teso a rendere il Kosovo una regione di uno dei Paesi dell’Alleanza Atlantica.

Infine, ciò che differenzia l’occupazione militare russa della Crimea e l’intervento della NATO in Kosovo è l’impostazione ideologica che sta alla base delle due azioni: uno scontro tra l’imperialismo putiniano e il liberalismo internazionale della tradizione democratica degli Stati Uniti d’America.

L’occupazione militare della Crimea è motivata dal desiderio di Putin di prendere il controllo dell’Ucraina per conferire alla Russia lo status di superpotenza mondiale -e, nel contempo, di indebolire l’Europa. Mosca, per ragioni geopolitiche, energetiche ed anche culturali, non potrà mai ricoprire un ruolo di primo piano nella geopolitica mondiale fino a quando in Europa permarrà uno stato ucraino indipendente ed autonomo dall’influenza del Cremlino.

L’intervento dell’Alleanza Atlantica in Serbia si è basato invece sulla dottrina Clinton, che prevede, solo quando la diplomazia ha completamente cessato il suo ruolo, l’intervento militare mirato e temporaneo per garantire il rispetto della democrazia e dei diritti umani nel Mondo: due principi la cui tutela sta alla base della sicurezza nazionale non solo degli USA, ma anche di tutto l’Occidente.

L’Europa chiamata a fare la sua parte per la pace

Mistificazione della storia, distorsione della lettura di alcune pagine del recente passato, polarizzazione di due modelli di interventismo -imperialistico e umanitario- riflette quanto l’occupazione russa della Crimea sia l’ennesimo sintomo di come il Mondo si trovi oggi alla soglia di un possibile conflitto di portata internazionale.

Preso atto dell’aggressività di Putin, dell’inesistenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del fiato corto che oggi hanno gli USA, un’enorme responsabilità per evitare lo scoppio di una guerra spetta dunque all’Europa.

È compito dell’UE, come da sua tradizione, attivarsi in maniera risoluta e determinata per la continuazione del dialogo con tutte le parti in campo, senza tuttavia concedere a Mosca il diritto di violare la sovranità di Paesi non russi e diritti fondamentali come la democrazia, la libertà ed i Diritti Umani.

Nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti, l’Europa non può permettersi un’altra guerra. Al contrario, l’UE deve cogliere l’occasione per imporsi nella geopolitica mondiale come l’alfiere nonviolento di quei principi -Democrazia, Diritti Umani, Libertà e Progresso- che hanno garantito la pace in un continente colpito da secoli di odi, eccidi e divisioni profonde.

Matteo Cazzulani

LA SIRIA COME LIBIA E SERBIA: OBAMA INTERVENGA IN MANIERA INTELLIGENTE E DETERMINATA CONTRO UNA DITTATURA VIOLENTA

Posted in NATO, USA by matteocazzulani on August 27, 2013

Il Presidente statunitense vicino alla concessione dell’imprimatur per un intervento armato limitato, sotto l’egida della NATO, per reagire alle violenze sulla popolazione perpetrate dal regime di Damasco. Così come in Libia e in Serbia, il ruolo degli USA si dimostra necessario per garantire nel Mondo Democrazia, Diritti Umani, Pace e Progresso

Un intervento mirato per dimostrare che la democrazia e i diritti umani sono valori inviolabili. La risposta che gli Stati Uniti d’America sono chiamati a dare all’uso delle armi chimiche in Siria da parte del regime di Bashar Al Assad è altamente delicata e rischiosa, sopratutto considerate le dinamiche economiche e politiche del Mondo di oggi.

Come riportato dall’autorevole UPI, il Presidente USA, Barack Obama, dopo ripetuti tentativi di mediazione con Assad, starebbe valutando l’ipotesi di un intervento armato limitato per punire il regime di Damasco, alla luce dell’utilizzo di armi chimiche sulla popolazione civile e sui dissidenti politici da parte dell’Esercito di Assad.

Durante una conferenza stampa, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha ribadito che l’uso delle armi chimiche da parte del regime di Damasco, testimoniato dalle principali organizzazioni internazionali indipendenti presenti in Siria, rappresenta una violazione dei diritti umani su cui il Mondo civile non può soprassedere.

Per risolvere la situazione, e lanciare un chiaro segnale alla Siria, Obama avrebbe escluso un intervento armato via terra, unilaterale e duraturo, nei confronti di Assad. Da un lato, è troppo rischioso sostenere apertamente un’opposizione al regime che, secondo indiscrezioni, è parzialmente legata con Al Qaeda e il terrorismo internazionale.

Inoltre, una guerra in Siria, oltre che risultare dispendiosa, finirebbe per diffondere presso il Mondo arabo l’odio nei confronti degli USA e, più in generale, dell’Occidente, peraltro già fomentato da Russia e Cina: due Paesi che hanno sempre difeso il regime di Assad dalle accuse di violazione dei diritti umani.

Per questa ragione, il Presidente USA ha ipotizzato due possibili soluzioni poste sotto l’egida della NATO. A riguardo, contatti sono già avvenuti tra il Presidente Obama e il Segretario Kerry, il Primo Ministro britannico David Cameron, il Presidente francese Francois Hollande, e le Autorità politiche e militari di Germania e Turchia.

Modello libico vs. modello balcanico

La prima delle due ipotesi di intervento armato si basa sul ‘modello libico’, con gli USA impegnati solo in un’azione preventiva mirata ad indebolire le difese del regime siriano, ed altri Paesi dell’Alleanza Atlantica coinvolti della gestione del resto delle operazioni militari.

Lo schema richiama quello voluto dall’Amministrazione Obama in occasione della Guerra in Libia del Marzo 2011, nella quale, sotto l’egida NATO, le difese del Dittatore libico, Muhammar Gheddafi, sono state neutralizzate da un primo intervento USA, mentre all’esercito di Francia e Gran Bretagna è spettata la gestione della parte seguente del conflitto, fino alla caduta del regime nordafricano.

La seconda ipotesi ricalca il ‘modello balcanico’ adoperato dalla NATO nel 1999 in Serbia per contrastare le pulizie etniche perpetrate da parte del regime serbo di Slobodan Milosevic. Allora, sono stati utilizzati missili cruise lanciati da incrociatori statunitensi e britannici ubicati nel Mar Adriatico, senza, però, alcuna azione militare via terra.

Ad avvalorare l’ipotesi in merito alla realizzazione del ‘modello balcanico’ anche per risolvere la questione siriana è il dislocamento di navi militari statunitensi nel Mediterraneo orientale, alle quali si starebbero aggiungendo incrociatori britannici di stanza presso l’isola di Cipro.

Il ‘modello balcanico’ consente infatti il solo bombardamento di obiettivi strategici, senza alcuna operazione aggiuntiva, ed evita il coinvolgimento NATO in una Guerra Civile che potrebbe portare a ripercussioni ben più ampie su scala mondiale.

Il rischio è dato dal sostegno fornito alla Siria da parte della Russia. Durante un incontro con il Premier britannico Cameron, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha negato l’uso di armi chimiche da parte di Assad, nonostante le prove fornite da diversi media. Il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha poi messo in guardia l’Occidente da ogni azione militare in Siria senza l’avallo dell’ONU.

Il ruolo USA fondamentale per la promozione della democrazia e dei diritti umani nel Mondo

A prescindere dalle strategie militari e politiche, certo è l’uso delle armi chimiche a Ghouta su bambini ed adulti da parte delle armate di Assad avvenuto mercoledì 21 Agosto, come testimoniato dalle note immagini trasmesse dai principali media internazionali.

Le ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime di Damasco sono così una situazione che l’Occidente, con gli USA in prima fila, non può più tollerare.

Finora, la politica estera del Presidente Obama, un democratico, è stata attenta nel migliorare l’immagine degli USA nel Mondo, fortemente compromessa dall’atteggiamento aggressivo della precedente Amministrazione della Casa Bianca, guidata, per otto anni, dal repubblicano George W Bush.

Tuttavia, come ammesso dallo stesso Obama, esistono dei valori su cui anche l’Amministrazione statunitense non può soprassedere, poiché la mission degli USA nel Mondo è quella di garantire, tutelare e diffondere democrazia, diritti umani, pace e progresso.

È per questo che, ancora una volta nella storia, è opportuno che gli USA prendano l’iniziativa nell’ambito della NATO per dimostrare, senza eccedere in azioni armate troppo spregiudicate, che l’Occidente non rimane inerme dinnanzi all’inaccettabile uso della violenza sulla popolazione civile e sul dissenso politico da parte di una comprovata dittatura.

Matteo Cazzulani

4 GIUGNO 1989: SOLIDARNOSC VINCE LE ELEZIONI

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 4, 2012

Ventitré anni or sono il sindacato autonomo polacco ha vinto le elezioni semi-libere con cui ha avuto inizio il processo di disgregazione del comunismo in Polonia e nel resto dell’Europa Centrale. L’importanza dell’evento per le società europee ancora sottoposte a regimi dittatoriali nel Vecchio Continente e per la creazione di una comune coscienza dell’Unione Europea basata sui valori della democrazia, dei diritti umani, e della nonviolenza.

Il simbolo di Solidarnosc

Una vittoria bulgara in elezioni non libere come fondamento della democrazia in Europa Centrale. Potrebbe sembrare un paradosso, ma questo, parafrasando le parole dei protagonisti, fu il “prezzo da pagare” per sconfiggere il comunismo e dare avvio a un processo democratico culminato con la dissoluzione dell’URSS e l’allargamento dell’UE.

Nella giornata di lunedì, 4 Giugno, cade il ventitreesimo anniversario delle prime elezioni per il Parlamento polacco alle quali il regime comunista di Varsavia ha ammesso la partecipazione dell’opposizione. Il merito è stato tutto degli sforzi profusi dal sindacato autonomo Solidarnosc che, guidato dalla carismatica personalità di Lech Walesa, Bronislaw Geremek, Adam Michnik, Jacek Kuron e altri, e sostenuto dalla mobilitazione del popolo polacco, hanno costretto le autorità di Varsavia a convocare una consultazione democratica per rinnovare il Senato e il 35% dei seggi della Camera Bassa.

Il trionfo di Solidarnosc – fondato 8 anni prima, ma fino ad allora mai riconosciuto sul piano legale – è stato totale: al Senato, il sindacato libero ha guadagnato 99 seggi su 100, mentre alla Camera Bassa la lista di Walesa ha ottenuto tutti i 161 seggi messi a disposizione dalle autorità.

Le elezioni non sono state completamente libere, ma hanno permesso il varo del primo governo non-comunista in Europa Centrale. Sotto l’esecutivo di Tadeusz Mazowiecki a distinguersi è stata l’attività del Ministro dell’Economia, Leszek Balcerowicz: autore di una “terapia shock” che, in breve tempo, ha portato la Polonia a convertire le sue strutture finanziarie ed economiche al libero mercato e agli standard europei.

L’esempio dei polacchi è stato seguito da altri Stati dell’Europa Centrale a lungo sottomessi al dominio sovietico: Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia – e più tardi Romania e Bulgaria – non solo hanno fatto propri i parametri europei, ma hanno dichiarato fin da subito l’intenzione di tornare a far parte della comunità occidentale, a cui essi appartengono per storia, cultura, e tradizione.

Nel 1999, i Paesi dell’Europa Centrale sono entrati nella NATO, mentre nel 2004 è stata la volta dell’ingresso nell’Unione Europea – eccetto Romania e Bulgaria, entrate nel 2007.

L’esempio per le rivoluzioni democratiche in Europa Orientale

L’epopea di Solidarnosc ha costituito un modello anche per tutte le rivoluzioni “colorate” che hanno portato popoli dell’Europa Balcanica e Orientale a ribellarsi a regimi autoritari di diretta origine sovietica.

Gli esempi di esse sono state le manifestazioni dei giovani di Otpor in Serbia nel 2000 contro la dittatura di Slobodan Milosevic, la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 contro il regime dell’ex-braccio destro di Stalin, Eduard Shevernadze, e la Rivoluzione Twitter in Moldova nel 2009 contro l’autocrazia filo-russa del comunista Vladimir Voronin.

Per la sua lotta pacifica, Solidarnosc è stato anche l’esempio per le altre due proteste “colorate” nonviolente europee che, purtroppo, hanno avuto un successo limitato nel tempo.

Esse sono state in primo luogo la Rivoluzione Arancione in Ucraina nel 2004 contro la democratura di Leonid Kuchma: il suo delfino, Viktor Janukovych, tornato al potere nel 2010, ha cancellato i progressi effettuati da Kyiv sotto i governi democratici dell’Amministrazione di Viktor Jushchenko, e ha incarcerato gli oppositori, tra cui la Leader del campo filo-europeo, Julija Tymoshenko. L’altra è stata la Rivoluzione dei Jeans in Bielorussia contro la dittatura di Aljaksandr Lukashenko: tiranno postsovietico tutt’oggi al potere.

Per il suo carico di giustizia, pace, e nonviolenza, e per il fatto di rappresentare un modello per i movimenti democratici di Paesi europei – che, per ragioni geopolitiche, energetiche, e a causa delle politiche filo-russe dei Paesi della parte occidentale del Vecchio Continente – Germania e Francia – non sono ancora membri dell’UE – Solidarnosc rientra di diritto tra le pagine più importanti della storia del Vecchio Continente.

Il coraggio dimostrato nel combattere la dittatura, e nel dare avvio al crollo di uno dei due totalitarismi del Novecento, il comunismo, è una parte del DNA di tutti gli europei, che dai fatti avvenuti in Polonia ventitré anni or sono possono individuare uno dei principali valori posti a fondamento della casa comune europea: l’amore per la democrazia e la tutela dei diritti umani.

Matteo Cazzulani

RIVOLTE IN EGITTO: TUTTO MERITO DI OTPOR

Posted in Balcani by matteocazzulani on February 18, 2011

Manifestanti egiziani addestrati dal movimento liberale serbo, già protagonista della caduta di Slobodan Milosevic, e delle rivoluzioni colorate nel Mondo-Ex-Sovietico

Il simbolo del movimento liberale non violento serbo, Otpor

La protesta del Nordafrica dal cuore dell’Europa. Come riportato dalla Deutsche Welle, ad istruire il Movimento 6 Aprile – iniziatore delle manifestazioni anti-Mubarak – sarebbero stati i serbi di Otpor, protagonisti della caduta di Slobodan Milosevic nel 2000.

Un incontro tra le due organizzazioni, il 28 gennaio, poco prima dei fatti di Tahrir Square, quando un fiume di manifestanti ha dato inizio ad una dimostrazione non violenta.

Proprio come quelle che, ad inizio secolo, hanno detronizzato il dittatore serbo.

Un know-how della protesta pacifica, dunque, che già ha interessato altri Paesi del mondo arabo e mediorientale – Tunisia ed Iran.

E che, prima ancora, tra il 2003 ed il 2008, è stato alla base delle Rivoluzioni Colorate nel Mondo Ex-Sovietico, con cui movimenti di ispirazione liberale e democratica hanno posto fine a democrature di eredità comunista.

Tra esse, quella delle Rose in Georgia – nel 2003 – Arancione in Ucraina – nel 2004 – dei Jeans in Bielorussia – nel 2006, l’unica, purtroppo, ad essere fallita – e Twitter in Moldova – nel 2008.

“La base della filofosia di Otpor è la non violenza – ha dichiarato Srdijan Milivojevic, veterano della resistenza a Milosevic, ora Parlamentare della Demokratska Stranka – sono convinto che tale metodologia sia efficace chi brama alla libertà”.

Una rivolta culturale

Su iniziativa del movimento liberale serbo, è stato creato il Centro per l’Applicazione della Strategia Non Violenta – CANVAS – attivo non solo sul piano politico, ma anche su quello culturale.

Tra le sue attività, la diffusione degli scritti di Gene Sharp, considerato il Macchiavelli della lotta non-violenta.

Secondo i dati CANVAS, il suo “Dalla Dittatura alla democrazia”, già Bibbia di Otpor, dal 2009 è stato scaricato da un altissimo numero di utenti nel mondo arabo.

Matteo Cazzulani