LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

USA e Gran Bretagna rispondono a Putin in Ucraina

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 25, 2015

Il Segretario di Stato statunitense, John Kerry, definisce i ribelli pro-russi un progetto militare per realizzare gli scopi geopolitici della Russia. Il Primo Ministro britannico, David Cameron, invia un contingente militare per addestrare ed assistere l’esercito ucraino

Philadelphia – La Gran Bretagna c’è, gli Stati Uniti quasi. Nella giornata di martedì, 24 Febbraio, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha dichiarato che il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha mentito sul coinvolgimento della Russia nelle forniture di armamenti ai cosiddetti ribelli pro-russi che hanno occupato le regioni dell’Ucraina orientale.

Kerry, durante un’audizione presso la Commissione Relazioni Estere del Senato, ha ritenuto l’attivismo dei russi in Ucraina la causa dell’uccisione di più di 5 Mila persone, ed ha definito i cosiddetti ribelli pro-russi come uno strumento della Russia per realizzare scopi di natura geopolitica.

Kerry, dopo avere sottolineato come, presso l’Amministrazione Presidenziale USA, un piano per inasprire le sanzioni economiche alla Russia sia ancora attuale qualora Putin dovesse continuare con la sua politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ha infine dichiarato che la decisione se armare o meno l’esercito ucraino spetta al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Chi, invece, ha preso l’iniziativa per arrestare l’aggressione militare della Russia all’Occidente è la Gran Bretagna. Il Primo Ministro britannico, David Cameron, ha infatti disposto l’ invio in Ucraina di personale militare per fornire all’esercito dell’Ucraina addestramento e sostegno di carattere logistico, tecnico e medico.

Cameron, sempre nella giornata di martedì, 24 Febbraio, ha dichiarato che il Governo britannico non intende ancora rifornire l’esercito ucraino di armamenti, anche se l’adozione di questa misura non è esclusa nel caso in cui la Russia dovesse continuare a provocare l’Occidente.

Infine, Cameron ha evidenziato che la decisione di inviare personale militare in Ucraina è dovuta alla necessità di dare un chiaro segnale da parte dell’Occidente, prima che Putin, dopo l’Ucraina, e dopo ancora della Georgia, possa attaccare anche la Moldova e i Paesi Baltici, membri sia della NATO che dell’Unione Europea.

Gentiloni rischia di fare un assist alla Russia

La posizione di Kerry, ed ancor più quella di Cameron, rappresenta la giusta reazione che la Comunità Trans Atlantica è chiamata a prendere per porre fine non solo all’aggressione militare di Putin all’Ucraina, ma anche alle ripetute provocazioni effettuate dall’esercito russo nei confronti di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca e, per l’appunto, Gran Bretagna.

Inoltre, la posizione di Cameron serve a bilanciare, e a colmare, l’inefficienza dimostrata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande, che nei confronti di Putin hanno ostinatamente voluto sempre mantenere la via del dialogo, senza, tuttavia, ottenere alcun allentamento dell’avanzata militare russa in Europa.

La posizione di Kerry e Cameron è utile anche per affrontare la presenza di stretti alleati di Putin in seno all’Unione Europea, come il Premier ungherese, Viktor Orban, il Premier greco, Alexis Tsipras, il Presidente ceco, Milos Zeman, e il Premier slovacco, Robert Fico.

Oltre agli amici della Russia, anche altri Paesi dell’Unione Europea stanno commettendo gravi errori sulla questione ucraina, come dimostrato dalla proposta del Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, di coinvolgere Putin nella lotta contro l’ISIL permettendo lo stazionamento di navi militari russe nel Mediterraneo.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama e il Congresso ai ferri corti sul Keystone XL

Posted in USA by matteocazzulani on January 10, 2015

La Corte Suprema del Nebraska da il via libera alla realizzazione dell’oleodotto concepito per veicolare olio crudo sabbioso dal Canada al Texas, mentre la Camera dei Rappresentanti approva la costruzione del Keystone XL. A repentaglio i rapporti tra Stati Uniti e Canada

Philadelphia – Un oleodotto che divide sia gli Stati Uniti che il Nordamerica. Nella giornata di venerdì, 9 Gennaio, la Corte Suprema dello Stato del Nebraska ha dato il via libera alla realizzazione del Keystone XL, un oleodotto, progettato dal colosso energetico canadese Trans Canada, per veicolare 830 Mila barili di olio crudo sabbioso dallo stato dell’Alberta, in Canada, alle raffinerie del Texas, negli Stati Uniti.

La decisione della Corte Suprema del Nebraska è stata seguita dal voto favorevole della Camera dei Rappresentanti ad una mozione che prevede la realizzazione del Keystone XL. A favore del provvedimento hanno votato, compatta, la maggioranza repubblicana ed i centristi democratici.

A commento del voto, lo Speaker della Camera Bassa del Parlamento, il repubblicano John Boehner, ha invitato il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ad approvare la realizzazione del Keystone XL senza più alcun timore per un possibile pronunciamento negativo della Corte Suprema del Nebraska.

Pronta è stata la risposta di Obama, un democratico liberale che, tramite il suo portavoce Eric Schulz, ha fatto sapere di essere intenzionato a porre il veto sul provvedimento per la costruzione del Keystone XL.

I repubblicani ed i centristi democratici sostengono che la realizzazione dell’infrastruttura possa creare nuovi posti di lavoro, incrementare la sicurezza energetica degli Stati Uniti, e rafforzare i rapporti bilaterali con il Canada.

I democratici liberali, invece, sono contrari al Keystone XL perché ritengono l’infrastruttura controproducente per la lotta alle emissioni inquinanti, in cui gli Stati Uniti, proprio sotto l’Amministrazione Obama, si sono schierati in prima fila.

La questione del Keystone XL riguarda, inoltre, i rapporti con il Canada, Paese tradizionalmente alleato degli USA che, con l’avvio dello sfruttamento dell’olio e del gas shale, ha avviato una competizione con gli Stati Uniti per il primato delle esportazioni di energia non convenzionale a livello mondiale.

Con una nota, il Governo canadese ha accolto con favore la decisione della Corte Suprema del Nebraska in favore della realizzazione del Keystone XL, ed ha auspicato una pronta approvazione da parte sia del Congresso che dell’Amministrazione Presidenziale.

Da parte sua, Obama, durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno, ha dichiarato apertamente che l’infrastruttura in questione serve solo al Canada per trasportare olio crudo presso i terminali statunitensi, senza assicurare alcun vantaggio all’economia statunitense.

Al senato la decisione definitiva

Il duello tra il Congresso ed Obama attende ora il suo ultimo atto presso il Senato, dove la maggioranza repubblicana conta di ottenere i 67 voti favorevoli al provvedimento per approvare il Keystone XL aggirando il veto del Presidente degli Stati Uniti.

Come riportato dal senatore repubblicano John Hoeven, il senato è vicino ad avere la maggioranza necessaria ad aggirare il veto presidenziale.

Tuttavia, oltre che dal voto al senato, l’approvazione del Keystone XL dipende anche dal parere espresso sull’argomento dal Dipartimento di Stato statunitense.

Come dichiarato dall’attuale Segretario di Stato USA, John Kerry, durante il vertice sul clima in Perù, in un’epoca in cui si cerca di ridurre le emissioni inquinanti la realizzazione di un oleodotto è controproducente.

Differente è stato però il parere del precedente Segretario di Stato, nonché possibile candidata alle primarie presidenziali democratiche, Hillary Clinton, che, nel 2010, ha dato l’assenso preventivo al progetto per permettere agli USA di diversificare le proprie forniture.

Matteo Cazzulani
Analista politico di tematiche Trans Atlantiche
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Politica USA: Obama toglie l’embargo a Cuba per passare alla storia ed aiutare la Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on December 19, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America pone fine ad un embargo di 50 anni nei confronti del regime comunista latinoamericano per dare un senso ad una politica estera finora sottotono. Il riorientamento della politica estera statunitense in America e nell’Asia-Pacifico, ed il confronto con i repubblicani al Congresso, tra le ragioni che hanno portato Obama ad aprire all’Avana

Philadelphia – Un tentativo di passare alla storia e di mettere in crisi un Congresso agguerrito e forte nei numeri. La scelta del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, di normalizzare i rapporti con Cuba, presa nella giornata di mercoledì, 17 Dicembre, è una manovra politica che guarda in diverse direzioni.

In primis, l’ordine di riaprire un tavolo per il ripristino di rapporti diplomatici con il regime comunista di Cuba, che il Presidente Obama ha dichiarato di intendere impartire quanto prima al Segretario di Stato, John Kerry, chiude una fase di 50 anni di embargo economico e di gelo politico avviata da John Fitzgerald Kennedy, il Presidente degli Stati Uniti ideologicamente più vicino a Obama, in piena Guerra Fredda.

La riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba è anche l’ennesima prova della maggiore attenzione che Obama intende porgere nei confronti dell’emisfero occidentale: un riorientamento della politica estera statunitense che ha già visto le sue prime conseguenze nel maggiore impegno degli Stati Uniti nella regione dell’Asia-Pacifico e nel quasi assente coinvolgimento in Europa.

Con questa decisione di portata storica, Obama intende inoltre dare un senso ad una politica estera che, finora, gli ha fornito l’epiteto di uno dei Presidenti meno coraggiosi in ambito internazionale della storia degli Stati Uniti, dopo la gestione marginale della guerra in Libia contro la dittatura di Muhammar Gheddafi, il mancato attacco al regime di Bashar Al Assad in Siria, e la troppo tiepida gestione della crisi ucraina e della nascita dello stato islamico ISIL.

Come riportato da Politico, oltre al fatto storico, la decisione di Obama di ripristinare i rapporti diplomatici con Cuba rappresenta un atto di forza del Presidente democratico nei confronti del Congresso che, per via della vittoria dei repubblicani nelle elezioni di Mid-Term, sarà presto totalmente ostile all’Amministrazione Presidenziale.

Da parte loro, i repubblicani hanno promesso battaglia al Presidente sulla sua decisione di riaprire il dialogo con Cuba blocca di alcuni fondi destinati all’attività del Presidente in politica estera.

Tuttavia, Obama ha fatto sapere di intendere procedere con l’uso dei poteri esecutivi in suo possesso, così come promesso per la riforma della sanità e per la regolarizzazione di 4,7 milioni di immigrati irregolari: due cavalli di battaglia che il Presidente intende cavalcare negli ultimi due anni di legislatura.

Jeb Bush e Marco Rubio alla ricerca del voto dei dissidenti

Infine, come riportato dall’autorevole Reuters, la mossa di Obama di ripristinare i rapporti con Cuba ventila l’opportunità per i democratici di compattare il proprio elettorato, che secondo un recente sondaggio IPSOS è favorevole alla normalizzazione con il regime comunista della Avana, attorno al loro candidato nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Inoltre, l’elettorato latino, concentrato per lo più in Florida, uno degli swing-state principali, potrebbe accogliere con favore la decisione di Obama, così come i tanti appassionati di baseball, uno sport in cui i più grandi campioni sono principalmente cubani.

Non a caso, l’ex-Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, data per probabile candidata democratica nelle prossime Elezioni Presidenziali, ha subito caldamente accolto l’iniziativa di Obama di riaprire i rapporti con Cuba, dichiarando che 50 anni di embargo non sono serviti ad alcunché.

Dall’altro lato dello schieramento politico, l’apertura di Obama a Cuba ha portato i possibili candidati alle Primarie Repubblicane ad assumere posizioni di opposizione, vicine a quelle degli ambiti più conservatori.

L’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, e il giovane Senatore della Florida, Marco Rubio, si sono opposti all’apertura di Obama per cercare di compattare l’elettorato della comunità degli esuli cubani che, come riportato da diversi sondaggi, è tuttavia già schierato politicamente a favore dei repubblicani.

Rand Paul, senatore del Kentucky del Tea Party, ha invece accolto con favore le aperture di Obama a Cuba, sottolineando che il gesto del Presidente può aprire una nuova fase nella politica commerciale degli Stati Uniti nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
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Politica USA: Obama solleva Hagel ed avvia il rimpasto di Governo

Posted in USA by matteocazzulani on November 25, 2014

Il Presidente statunitense dimissiona il Segretario alla Difesa, ed elimina così l’ultimo esponente del ‘Team dei Rivali’ interno alla sua cerchia di fedeli nell’Amministrazione Presidenziale. Il sollevamento motivato anche dal bisogno di un cambiamento dopo la sconfitta nelle Elezioni di Mid-Term

Philadelphia – La fine di un rapporto mai decollato si è consumata nella giornata di lunedì, 24 Novembre, quando il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha comunicato le dimissioni del Segretario alla Difesa, Chuck Hagel.

Obama, durante una conferenza stampa congiunta con Hagel alla Casa Bianca, ha ringraziato per il lavoro esemplare svolto il dimissionario Segretario alla Difesa, che continuerà a ricoprire la guida del Pentagono fino alla designazione del suo sostituto.

Nonostante i toni amichevoli della conversazione, il divorzio tra Obama ed Hagel è tutt’altro che sereno dal momento in cui, come riportato dalla CNN, i due hanno avviato un percorso di separazione da circa due mesi.

In particolare, a dividere Obama ed Hagel sono state le considerazioni sulla politica di sicurezza degli USA, dopo che lo Stato Islamico ISIS, e prima ancora la questione siriana, hanno messo a seria prova l’Amministrazione Presidenziale, che non sempre ha saputo dare risposte decise e convincenti per superare crisi di carattere internazionale.

Del resto, Hagel ha avuto difficoltà fin dal Febbraio 2013, quando la sua nomina al Senato è rimasta congelata per molto tempo a causa delle perplessità espresse sulla sua candidatura a Segretario della Difesa in maniera bipartisan sia dalla maggioranza democratica che dall’opposizione repubblicana.

Tuttavia, come riportato dall’autorevole Washington Post, l’allontanamento di Hagel è stato motivato anche dalla volontà di Obama di circondarsi di personalità a lui del tutto fedeli: una sorta di circolo ristretto di consiglieri e collaboratori nel Governo su cui il Presidente intende fare affidamento per affrontare i prossimi due anni, che si preannunciano essere particolarmente difficili per via della nuova maggioranza repubblicana al Congresso.

A motivare la scelta di Obama è la sonora sconfitta subita nelle ultime Elezioni di Mid-Term, in cui i democratici hanno lasciato ai repubblicani il controllo totale del Senato. Del resto, Hagel, un repubblicano che Obama ha nominato per via della comune opposizione alla Guerra in Iraq, è l’ultimo dei membri del Governo che non appartiene alla cerchia ristretta dei fedeli del Presidente.

Dopo la sostituzione a Segretario di Stato della centrista democratica Hillary Clinton con John Kerry -che ha sostenuto Obama nelle primarie democratiche del 2008 proprio contro la Clinton- e di quella del repubblicano Robert Gates con Hagel a Segretario alla Difesa, ora Obama ha eliminato anche l’ultimo esponente del cosiddetto ‘Team dei Rivali’ all’interno della sua Amministrazione.

Obama, inoltre, ha ingaggiato uno scontro diretto con la nuova maggioranza repubblicana al Congresso sulla riforma dell’Immigrazione, che il Presidente intende riformare avvalendosi dei suoi poteri esecutivi, e sulla sanità: due punti che finiscono per spostare l’attività del Governo notevolmente a sinistra.

Il Vicesegretario Carter e il Sottosegretario Flournoy i possibili sostituti

In aggiunta alle motivazioni del l’allontanamento di Hagel, a tenere banco è il nome del successore alla guida del Dipartimento della Difesa, per cui già si menziona il Vicesegretario alla Difesa, Ash Carter, e il Sottosegretario alla Difesa, Michelle Flournoy.

A rinunciare alla corsa per sostituire Hagel alla guida del Dipartimento della Difesa è già stato il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, che ha già fatto sapere di non essere intenzionato ad abbandonare il seggio del Congresso in rappresentanza del suo Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
@MatteoCazzulani

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La Comunità Atlantica e la NATO sotto attacco da Putin: lo dice anche il Financial Times

Posted in NATO by matteocazzulani on September 29, 2014

L’autorevole testata internazionale rileva circa 200 sconfinamenti dell’aviazione russa nello spazio aereo di Unione Europea, Stati Uniti d’America e Canada, un gesto da considerarsi come un vero e proprio affronto. Come riportato dalla Deutsche Welle, la Germania non sarebbe in grado di mantenere le promesse fatte all’Alleanza Atlantica per la difesa dell’Europa Centro-Orientale

Il Financial Times lancia l’allarme, Deutsche Welle e Spiegel rincarano la dose. Nella giornata di giovedì, 25 Settembre, la nota testata internazionale in lingua inglese ha sottolineato come siano oramai circa 300 i casi di violazione dello spazio aereo dell’Unione Europea e della NATO da parte della Russia.

Nello specifico, il Financial Times ha rilevato come la sola Lettonia sia stata coinvolta in 150 tra manovre e sconfinamenti di reparti dell’aviazione miliare russa nei cieli lettoni, mentre la Lituania ha subito 68 violazioni del proprio spazio aereo.

Interessate dalle manovre oltre confine dell’aviazione militare russa sono state anche Estonia, Finlandia e Svezia che, sempre secondo la testata internazionale di lingua inglese, hanno registrato un totale di 11 sconfinamenti di velivoli militari russi, al punto da spingere l’ex-Ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, a lanciare l’allarme lo scorso 17 Settembre.

Oltre ad essere un gesto militare interpretabile come una vera e propria provocazione, gli sconfinamenti dell’aviazione militare della Russia riportati dal Financial Times hanno anche una connotazione politica.

Lo scorso 19 Settembre, in piena campagna elettorale per il referendum sull’Indipendenza della Scozia -che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha fortemente sostenuto- due Tu-95 dell’aviazione militare della Russia sono stati intercettati dalla Royal Air Force nei pressi dello spazio aereo della Gran Bretagna.

Sempre il 17 e il 18 Settembre, alla vigilia della visita in USA e Canada del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, una flotta composta da tre MiG-31 e due Tu-95 russi hanno volato a stretta vicinanza dapprima nei cieli dell’Alaska, e, successivamente, vicino allo spazio aereo canadese.

Le manovre dell’aviazione militare russa riportate dal Financial Times sembrano confermare i timori espressi a più riprese in sede NATO dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale, in merito alla volontà di Putin di spostare il conflitto armato dall’Ucraina ai Paesi del Baltico.

L’attacco a Estonia, Lettonia e Lituania -Paesi membri dell’UE e della NATO- sarebbe una dichiarazione di guerra diretta all’Europa e alla Comunità Atlantica: un progetto che, come dichiarato in diverse occasioni da esperti del calibro del giornalista britannico Edward Lucas, Putin potrebbe perseguire per ricostruire una Russia imperiale.

Per reagire alla possibile aggressione militare russa, la NATO, nel corso del recente vertice di Newport, in Galles, ha varato la Forza di Reazione Veloce: un’unità armata composta di forze aeree di vari Paesi dell’Alleanza Atlantica, con base in Polonia, impegnata a reagire nell’immediato ad una possibile invasione da parte di Putin.

La Forza di Reazione Veloce è stata varata per rassicurare i Paesi dell’Europa Centro-Orientale, che ad oggi si sentono non adeguatamente tutelati dalla NATO, ma, come riportato dalla Deutsche Welle, potrebbero non esserci le risorse finanziarie per sostenere economicamente il progetto.

Come riportato dalla testata internazionale tedesca, la Germania, che ha promesso l’invio in Polonia di 60 Eurofighter nell’ambito della Forza di Reazione Veloce, possiede in realtà solamente 42 aerei di questo tipo pronti al volare e ad essere ingaggiati in azioni militari immediate.

Secondo questa rilevazione, la Deutsche Welle ha dimostrato come il Governo tedesco potrebbe avere formulato alla NATO promesse che, nella realtà, la Germania non è in grado di mantenere.

La NATO divisa sulla difesa dell’Europa Centro-Orientale

Oltre alla Germania, non è escluso che anche altri Paesi abbiano promesso sostegno militare ai Paesi dell’Europa Centro-Orientale senza, tuttavia, potere de facto onorare tale impegno.

Tuttavia, lo scontro in merito alla Forza di Reazione Veloce sembra essere molto acceso anche all’interno della stessa NATO.

Come riportato dallo Spiegel, durante il recente Consiglio Militare di Vilna, il Generale Martin Dempsey -la più alta carica militare USA- e il Comandante Generale della NATO in Europa, Philip Breedlove, avrebbero fortemente discusso sull’argomento.

Secondo quanto riportato dalla testata tedesca, Dempsey avrebbe questionato la capacità della Forza di Reazione Veloce di reagire alle minacce in sole 48 ore.

A sua volta, Breedlove avrebbe invitato il Generale statunitense ad esprimere le sue perplessità al Segretario di Stato USA, John Kerry, e al Segretario alla Difesa, Chuck Hagel, che, dopo avere esaminato il progetto, hanno dato il loro assenso.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
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Attentato aereo in Ucraina: Hillary Clinton invita l’Europa a decrementare la dipendenza da Gazprom e ad imporre a Putin sanzioni più forti

Posted in Ukraina by matteocazzulani on July 18, 2014

L’ex-Segretario di Stato USA, nonché probabile candidata democratica alla Casa Bianca, invita l’Unione Europea ad implementare la diversificazione delle forniture di gas dalla Russia, ad approvare sanzioni nei confronti di Mosca più forti rispetto a quelle finora varate, e ad aiutare nel concreto la difesa ucraina. Anche il Presidente USA Obama, il Vicepresidente Biden e il Segretario di Stato Kerry condannano l’abbattimento dell’aereo

Indignazione, indipendenza energetica dalla Russia e aiuti concreti agli ucraini. Questa è la linea che l’Europa farebbe bene ad assumere in seguito all’attentato che ha provocato l’abbattimento del Boeing 777 della Malaysian Airlines nell’est dell’Ucraina giovedì, 17 Luglio.

A dare il prezioso consiglio, frutto di un’analisi lucida della situazione geopolitica, è stato l’ex-Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, nonché probabile candidata democratica alle prossime Elezioni Presidenziali USA, Hillary Clinton.

La Clinton, durante un’intervista al canale PBS, ha dichiarato che, se le prove finora ottenute saranno confermate in toto, la responsabilità dell’attentato ricade tutta sulle milizie pro-russe che stanno occupando l’est dell’Ucraina, e che avrebbero abbattuto il velivolo civile avvalendosi di un equipaggiamento fornito dall’esercito della Russia.

L’esponente dei democratici USA, dopo essersi detta fortemente sorpresa per la mancata reazione di sdegno da parte dei Paesi membri dell’Unione Europea, ha invitato l’Europa a decrementare la dipendenza dal monopolista statale russo del gas Gazprom: longa manus del Cremlino di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si avvale per espandere l’influenza di Mosca sui Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

“Putin questa volta è andato troppo oltre e noi non possiamo più stare a guardare -ha dichiarato la Clinton- Se le prove del coinvolgimento di armamenti russi saranno confermate, l’Europa deve dapprima imporre più forti sanzioni a Mosca, e, successivamente, provvedere a limitare subito la dipendenza da Gazprom, dato che la Russia dipende fortemente dalla vendita del gas in Europa”.

“Inoltre -ha continuato la Clinton- l’Europa deve anche aiutare l’Ucraina a difendere i suoi confini da possibili infiltrazioni russe, fornendo anche aiuti militari per rafforzare le strutture difensive ucraine. Bisogna chiedersi chi ha davvero gli armamenti in grado di abbattere un aereo ad alta quota?”.

Link dell’intervista: http://www.theguardian.com/world/2014/jul/18/mh17-hillary-clinton-says-russian-backed-rebels-likely-shot-down-plane

La posizione della Clinton rappresenta un monito molto importante che gli Stati Uniti hanno dato non solo alla Russia, ma anche all’Europa.

Sulla medesima linea della possibile candidata democratica alla Presidenza USA si è anche schierato l’attuale Presidente, Barack Obama, che, con una nota della Casa Bianca, ha chiesto il cessate il fuoco in Ucraina orientale per permettere a tecnici indipendenti di appurare quanto sia avvenuto.

“Non conosciamo ancora la dinamica dei fatti, ma sappiamo che quanto accaduto è frutto dell’escalation militare provocata dall’appoggio fornito dall’esercito della Russia ai miliziani pro-russi nell’est dell’Ucraina” riporta la nota di Obama, anch’egli democratico.

“Non ci sono dubbi che l’aereo è stato abbattuto” ha aggiunto il Vicepresidente USA, Joe Biden, mentre il Segretario di Stato USA, John Kerry -che come Biden, Clinton e Obama è anch’egli democratico- ha espresso profondo dolore per la morte di persone innocenti.

L’Occidente contesta, mentre la Merkel resta ancora cauta

Posizione dura è stata assunta anche dalla Gran Bretagna, il cui Primo Ministro, David Cameron, ha chiesto, ed ottenuto, la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per esaminare urgentemente la questione.

Critico anche il Capo del Governo australiano, Tony Abbott, che ha chiesto di assicurare alla giustizia i responsabili della morte delle vittime del velivolo, su cui viaggiavano molti cittadini dell’Australia.

A sua volta, il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ha dichiarato di non nutrire dubbi sul coinvolgimento dei miliziani pro-russi nell’abbattimento del velivolo malaysiano.

Molle, invece, come purtroppo da tradizione, la posizione del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che ha invitato le parti a cessare il fuoco per permettere i lavori della Commissione Internazionale voluta da Obama.

Dal ‘Guardian’ le prove del coinvolgimento russo

Il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha dichiarato che l’attentato all’aereo civile malaysiano è la prova tangibile dell’esistenza di una vera e propria guerra in Ucraina orientale. A sua volta, il Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, ha invitato la creazione di una Commissione Internazionale per appurare la verità sull’accaduto.

Appurare la verità sarà tuttavia difficile, dal momento in cui i miliziani pro-russi, dopo avere ammesso la loro responsabilità nell’abbattimento del velivolo malaysiano sui social network e tramite una telefonata intercettata dai Servizi Segreti Ucraini, hanno consegnato le scatole nere direttamente a Mosca, che sulla questione ha già una pozione chiaramente schierata.

Putin ha infatti addossato tutte le colpe dell’accaduto all’Ucraina, ventilando che ad avere abbattuto il velivolo malaysiano sia stato l’esercito ucraino, intenzionato invece a colpire il suo aereo privato di ritorno dal vertice BRIC in Brasile.

A smentire le accuse di Putin sono stati però esperti militari del Royal United Services Institutes che, come riportato dal Guardian, hanno confermato che l’aereo indonesiano ha potuto essere a statuto solamente dal sistema missilistico BUK, che ad oggi, nella regione, è posseduto solo dall’esercito russo.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ecco cosa prevede l’Accordo di Associazione che l’UE ha firmato con Ucraina, Moldova e Georgia

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on June 27, 2014

Creazione di un mercato unico con l’abbattimento progressivo delle barriere doganali è quello che prevede il documento che l’Unione Europea ha firmato con il Governo ucraino, moldavo e georgiano. Presente anche una parte politica che interessa l’armonizzazione dei sistemi della Giustizia, della Democrazia e dei Diritti del Lavoro agli standard UE

Un accordo puramente economico e commerciale che allarga le maglie del mercato unico europeo ad Ucraina, Moldova e Georgia e che, comunque, è figlio di un compromesso politico tra i Paesi dell’Europa Centro-Orientale più attenti all’allargamento dell’Unione Europea a Paesi europei per storia, cultura e tradizioni, e quelli dell’Europa Occidentale più attenti a non irritare la Russia di Putin. Questo è, in sintesi, l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea che, venerdì, 27 Giugno, Ucraina, Moldova e Georgia hanno firmato a Bruxelles.

Nello specifico, l’Accordo prevede la creazione di una Zona di Libero Scambio con l’abbattimento progressivo delle barriere doganali -previa conformità dei prodotti ucraini, moldavi e georgiani agli standard UE- per i prossimi sette anni da parte dell’Europa, mentre Ucraina, Georgia e Moldova avranno 10 anni di tempo per aprire i loro mercati nazionali alle merci UE.

Per favorire questo, l’UE abbatterà fin da subito le tariffe d’importazione per i prodotti da Ucraina, Moldova e Georgia, che, invece, avranno più tempo per eliminare i dazi per potere così proteggere ambiti sensibili della propria economia come, ad esempio, quello automobilistico in Ucraina.

L’Accordo di Associazione porta vantaggi notevoli per l’Europa, che trova tre mercati in cui collocare i propri prodotti e, così, dare un piccolo ma significativo contributo al rilancio di un’economia in piena crisi.

Per Ucraina, Moldova e Georgia, l’apertura di un mercato economico e commerciale di 500 Milioni di consumatori rappresenta un’importante occasione di sviluppo e progresso tecnico ed industriale, che deve portare le industrie e l’artigianato ucraino, moldavo e georgiano a competere con quello dei Paesi UE.

La firma dell’Accordo di Associazione prevede anche una parte politica, in cui i Paesi firmatari dichiarano di armonizzare agli standard UE anche il loro sistema della Giustizia, gli standard di Democrazia e Libertà e i Diritti del Lavoro.

Questa parte è già stata firmata dall’Ucraina lo scorso 21 Marzo per dare un forte segnale di vicinanza a Kyiv dopo la caduta del regime dell’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, che si è sempre opposto alla conclusione dell’Accordo di Associazione.

Georgia e Moldova, invece, avrebbero dovuto firmare l’intero pacchetto dell’Accordo di Associazione -la parte politica e la creazione della Zona di Libero Scambio- più tardi, ma l’aggressività russa nei confronti dell’Ucraina, con l’occupazione militare della Crimea, ha spinto i vertici UE ad accelerare le procedure per permettere a due Paesi sovrani e indipendenti di attuare una precisa scelta geopolitica senza essere influenzati dal ricatto della Russia.

Proprio la Russia è il Paese che, più di tutti, si oppone ad un Accordo che è tutto fuorché politico, ma che per Mosca rappresenta tuttavia un’avvicinamento inaccettabile all’Europa di Paesi sovrani ed indipendenti su cui il Presidente russo, Vladimir Putin, ha sempre nutrito ambizioni espansionistiche.

Putin ha già invitato l’Ucraina con le maniere forti a non firmare l’Accordo di Associazione dapprima con le ritorsioni commerciali, poi con l’interruzione delle esportazioni di gas, con la rinegoziazione imposta del prezzo del carburante venduto a Kyiv e, infine, con l’aggressione militare in Crimea e nelle regioni orientali del Paese.

Alla Moldova, il Vice-Premier russo, Dmitry Rogozin, ha promesso ripercussioni sulle esportazioni in Russia di materiale industriale e vino prodotto da Chisinau, ed ha ventilato simili ripercussioni sul piano energetico a quelle applicate all’Ucraina, senza escludere la pista militare con l’invasione della Transnistria: lingua di terra tra Moldova ed Ucraina ad oggi controllata da un regime filorusso.

Differente è il caso della Georgia, che, oltre ad avere ancora aperte le ferite di Abkhazia ed Ossezia del Sud -regioni georgiane occupate militarmente dai russi nel 2008- può comunque contare su una minore dipendenza dal gas della Russia, importando carburante anche da Azerbaijan ed Iran.

Tuttavia, non è escluso un intervento militare della Russia anche in Georgia, volto sopratutto a bloccare il Gasdotto del Caucaso del Sud: infrastruttura che veicola il gas dell’Azerbaijan in Turchia, dalla quale dipende il progetto di diversificazione delle forniture di gas dell’UE.

Per decretare la dipendenza dal gas russo, di cui Mosca si avvale come mezzo di coercizione geopolitica nei confronti sia dell’UE che di Paesi sovrani e indipendenti come Ucraina, Moldova e Georgia, l’Europa ha progettato, oltre ai rigassificatori per ricevere LNG da Qatar, Norvegia, Egitto e Stati Uniti d’America, anche il Corridoio Meridionale per importare in Italia gas dell’Azerbaijan dalla Georgia attraverso Turchia, Grecia ed Albania.

Kyiv e Chisinau reagiscono al niet di Putin

Nel frattempo, pronta è stata la reazione del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che, in risposta all’aggressione militare della Russia, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per permettere agli aggressori russi di abbandonare l’Ucraina orientale.

Poroshenko ha tuttavia invitato Putin a rispettare fin da subito il piano di pace che Kyiv ha presentato a Mosca, secondo una richiesta fatta a Mosca anche dal Segretario di Stato USA, John Kerry.

Inoltre, per limitare la dipendenza energetica dalla Russia, l’Ucraina ha avviato importazioni di gas russo proveniente dalla Germania per mezzo dei gasdotti di Ungheria, Polonia e Slovacchia.

Per quanto riguarda la Moldova, che dipende anch’essa fortemente dal gas della Russia, è stata avviata l’importazione di gas dalla Romania per mezzo del gasdotto Iasi-Ungheni.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ucraina: Obama sostiene la TAP

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 19, 2014

L’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America, per decrementare la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia di Putin, sostiene la realizzazione in tempi brevi del Corridoio Meridionale, progettato per veicolare gas dall’Azerbaijan. Le azioni militari dei russi in Ucraina orientale hanno portato all’aumento dell’interesse USA per l’infrastruttura, e a incentivare in Europa la realizzazione di rigassificatori per importare shale liquefatto statunitense ed LNG da Qatar, Norvegia, Egitto.

Sostegno ad un gasdotto che diversifica le forniture di gas per l’Europa e che riguarda l’Italia molto da vicino. Questo è il primo passo che gli Stati Uniti d’America hanno preso per supportare l’Unione Europea nel diversificare le forniture di gas dalla Russia: una manovra necessaria per diminuire la dipendenza energetica da un Paese, la Federazione Russa, che, come dimostrato in occasione della crisi in Ucraina, troppo spesso si avvale dell’arma energetica come mezzo di coercizione geopolitica volto a realizzare una politica estera di stampo imperialista.

Come riportato dall’autorevole politico.com, l’Amministrazione del Presidente USA, Barack Obama, ha sostenuto la necessità di implementare i lavori per la realizzazione del Corridoio Meridionale UE: fascio di gasdotti progettato per veicolare 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno sfruttati in Azerbaijan dalla Georgia all’Italia.

Nello specifico, il Vicesegretario di Stato per gli Affari Energetici, Amos Hochstein, nella giornata di mercoledì, 16 Aprile, ha rimarcato come l’Amministrazione Obama abbia sempre riposto grandi sforzi nel sostenere la realizzazione di un’infrastruttura, il Corridoio Meridionale, necessaria per garantire all’Europa forniture di gas alternative a quelle della Russia.

Le parole di Hochstein, che ha supportato come gli USA siano maggiormente impegnati nel sostenere il Corridoio Meridionale in seguito all’annessione militare della Crimea alla Russia ed alle azioni militari di Mosca nell’est dell’Ucraina, seguono le dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense, John Kerry, che, durante lo scorso vertice sull’energia USA-UE, ha evidenziato come il gas dall’Azerbaijan sia solo una delle forniture di gas alternative a quella del Cremlino.

Kerry ha infatti invitato l’UE a realizzare al più presto rigassificatori per importare gas liquefatto da Qatar, Norvegia, Egitto ed USA che, con l’avvio dello sfruttamento dello shale -oro blu estratto da rocce argillose poste a bassa profondità- ha incrementato esponenzialmente le esportazioni a prezzo basso.

Un’infrastruttura fondamentale per la sicurezza energetica europea

Il Corridoio Meridionale UE è composto nella sua parte iniziale dal Gasdotto Trans Anatolico -TANAP- progettato per veicolare il gas dell’Azerbaijan dalla Georgia alla Turchia Occidentale. La seconda parte è invece formata dal Gasdotto Trans Adriatico -TAP- che è stato progettato per trasportare il gas azero dalla Grecia all’Italia attraverso l’Albania.

La portata di gas del Corridoio Meridionale di 16 Miliardi di metri cubi di gas all’anno può incrementare con l’avvio dell’importazione di gas anche da Turkmenistan, Iraq del Nord ed Israele.

Inoltre, in aggiunta all’Italia il Corridoio Meridionale UE può raggiungere anche Ungheria, Slovacchia e Polonia attraverso una diramazione della TAP dall’Albania alla Croazia, la Romania attraverso una ramificazione della TAP dalla Grecia in Bulgaria, ed anche la Gran Bretagna attraverso il prolungamento della TAP dall’Italia a Svizzera, Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi.

Sia la TANAP che la TAP, supportate dalla Commissione Europea e dai Governi nazionali di Turchia, Grecia, Italia, Albania, Croazia, Bulgaria e Svizzera, sono compartecipate dal colosso britannico British Petroleum, da quello azero SOCAR, da quello norvegese Statoil, dalla compagnia francese Total, dalla svizzera AXPO, dalla tedesca E.On e dalla belga Fluxys.

Un progetto necessario sostenuto dal PD, ed anche da PSI, Forza Italia ed NCD

Oltre che infrastruttura necessaria per diminuire la dipendenza dell’Europa dal gas della Russia di Putin, la TAP è anche un gasdotto che accresce il ruolo dell’Italia in ambito europeo, facendo del nostro Paese l’hub del carburante azero in UE.

L’approdo della TAP in Italia è stata resa possibile grazie al voto favorevole in Parlamento di PD, Forza Italia, NCD e PSI al progetto di realizzazione del gasdotto in Salento presentato dall’allora Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini.

Malgrado la realizzazione della TAP rafforzi l’economia del nostro Paese, diminuisca il costo della bolletta del gas e crei nuovo posti di lavoro nel settore, M5S, SEL, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno votato contro, rischiando così di fare un assist geopolitico a Putin.

Matteo Cazzulani
Analista di Politiche dell’Europa Centro-Orientale
@MatteoCazzulani

Ucraina: Putin passa alla Fase Due nell’Est del Paese

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 8, 2014

Manipoli di separatisti filorussi occupano l’Amministrazione Regionale di Donetsk ed i centri di potere di Kharkiv e Luhansk, e dichiarano l’indipendenza da Kyiv dell’est ucraino russofono. La polizia ucraina riporta la situazione alla normalità a Kharkiv mentre Autorità ucraine e statunitensi sottolineano come l’azione sia stata attivamente incoraggiata da Mosca per ledere all’integrità territoriale dell’Ucraina

Prima con l’occupazione militare della Crimea, poi con la presa di possesso dei palazzi del potere delle città dell’est russofono, ma non russofilo, dell’Ucraina. Queste sarebbero le due fasi della strategia messa a punto dal Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, per disgregare l’Ucraina e avvicinare le regioni meridionali ed orientali -le più ricche del Paese- alla Russia.

Nella giornata di lunedì, 7 Aprile, circa una cinquantina di manifestanti filo-russi hanno occupato l’Amministrazione Regionale di Donetsk e, dopo avere sostituito la bandiera ucraina con quella russa, ed avere privato i Consiglieri Regionali del loro mandato, hanno dichiarato la nascita della Repubblica Popolare del Donbas.

Simili azioni a quella di Donetsk, dove i separatisti hanno invocato l’intervento militare della Russia a loro tutela, sono avvenute anche nelle altre due città dell’est dell’Ucraina: Luhansk e Kharkiv, dove, secondo fonti ben informate, a dare manforte ai poco numerosi manifestanti filo-russi locali sono arrivati rinforzi dal Donbas e della adiacente Regione di Zaporizhzhya.

Pronta è stata la reazione delle Autorità ucraine che, senza provocare morti né feriti, hanno ripreso il controllo della situazione a Kharkiv, mentre a Donetsk e a Luhansk hanno dato il via ad un’azione anti-terrorismo che ha portato al blocco delle strade principali e all’isolamento degli edifici occupati dai separatisti.

Come dichiarato dal Presidente ucraino ad interim, Oleksandr Turchynov, le azioni dei separatisti fanno parte della seconda fase del progetto di aggressione politica della Russia all’Ucraina, volto a disgregare il Paese non più con l’invasione militare, come accaduto in Crimea, bensì con il supporto ad azioni secessioniste nelle Regioni ucraine più ricche.

Simile è stato il commento del Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, che ha evidenziato come i russi abbiano fomentato i sentimenti separatisti della popolazione russofona delle Regioni orientali del Paese che, a differenza di quello che riporta la propaganda di Mosca, mai è stata discriminata dall’Ucraina.

Ancor più radicale è stato il commento del Portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, che, per conto degli Stati Uniti d’America, ha sottolineato come le azioni dei separatisti nell’est dell’Ucraina abbiano agito in base ad una precisa provocazione di Mosca e che, come dimostrato da diverse fonti, alcuni manifestanti siano stati finanziati dalla Federazione Russa di proposito per destabilizzare il Paese.

Gli ucraini dell’est non sono russofili

In risposta alla provocazione della Russia, che continua a mantenere consistenti reparti del suo esercito ai confini orientali dell’Ucraina, a pochissima distanza dalle città occupate dai separatisti, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha ventilato la possibilità di imporre nuove sanzioni economiche e commerciali per esponenti di spicco della Federazione Russa.

La NATO, a sua volta, ha limitato l’ingresso nei propri quartieri generali ad esponenti militari russi, ed ha provveduto a rafforzare la presenza militare in Polonia, Estonia e Romania.

L’azione dei separatisti a Donetsk, Kharkiv e Luhansk è stata attuata con il preciso scopo di presentare le regioni russofone del Paese come anche russofile: un sottile misunderstanding, a cui alcuni media italiani hanno dato risonanza, su cui di sovente la propaganda russa ha giocato per negare l’esistenza di uno Stato e di un popolo ucraino.

A dimostrare come a manifestare per l’annessione alla Russia sia solo una sparuta minoranza della popolazione dell’est ucraino è il ruolo ricoperto da Rinat Akhmetov: oligarca della metallurgia, famoso per essere stato uno dei principali finanziatori dell’ex-Presidente Viktor Yanukovych, che si è offerto di mediare tra i manifestanti e la polizia pur di riportare ordine nelle due città ed evitare l’intervento militare di Mosca.

Gli oligarchi temono che l’annessione dell’est dell’Ucraina alla Federazione Russa comporti la perdita di quell’impero economico che essi si sono costruiti approfittando delle concessioni di favore e della protezione politica dei Presidenti da loro finanziati, come, oltre a Yanukovych, anche Leonid Kuchma, Leonid Kravchuk, e in parte anche Viktor Yushchenko.

Simile opinione a quella degli oligarchi è quella dimostrata dalle centinaia di dimostranti che, durante l’occupazione militare della Crimea, hanno manifestato contro l’intervento della Russia in Ucraina e in favore del mantenimento dell’integrità territoriale del Paese.

Matteo Cazzulani