LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

IN BIELORUSSIA RIATTUATA LA PENA DI MORTE

Posted in Bielorussia by matteocazzulani on March 18, 2012

Il regime bielorusso ha giustiziato i 25enni Uadislau Kavaliou e Dzmitryj Kanavalau, condannati per l’attentato al metro di Minsk dell’11 Aprile 2011 e di altri atti di carattere terroristico precedenti. I sospetti sulla regolarità del processo e sulla fondatezza delle accuse, a cui si sono accompagnati appelli da parte dei parenti e della Comunità Internazionale contro l’esecuzione capitale

il presidente bielorusso, Aljaksandr Lukashenka

Fucilati e seppelliti all’insaputa dei famigliari e dei mezzi di comunicazione di massa. Questa è la sorte che, in Bielorussia, è stata riservata dalle Autorità carcerarie a Uadislau Kavaliou e Dzmitryj Kanavalau, rispettivamente operaio e perito elettronico di 25 anni, condannati alla pena capitale in quanto responsabili dell’attentato al metro di Minsk avvenuto l’11 Aprile 2011.

La notizia dell’avvenuta condanna, e della già effettuata sepoltura dei due giovani, sabato 17 Marzo, è pervenuta dapprima tramite lettera presso l’abitazione privata della famiglia Kavaliou, a Vitebsk, poi, è stata confermata dai principali media del Paese, tra cui la televisione statale – controllata dalle Autorità bielorusse – e l’autorevole Belsat.

I condannati sono stati accusati non solo per l’esplosione che ha provocato 15 vittime e 300 feriti, ma anche per altri atti di carattere terroristico, come l’attentato bombarono durante il concerto del Giorno dell’Indipendenza del 2008 a Minsk, e un simile evento nel 2005 a Vitebsk, che, in tutto, sono hanno provocato una manciata di feriti.

Nel corso del processo, Kanavalau ha riconosciuto in pieno le proprie responsabilità per ambo gli eventi, mentre Kavaliou ha rigettato le accuse, si è difeso a spada tratta di prima persona in tribunale, e si è rivolto direttamente al Presidente, Aljaksandar Lukashenka, per interrompere un procedimento giudiziario irregolare.

A confermare i sospetti sulla regolarità effettiva della questione non è solo la fretta con cui i due giovani sono stati ritenuti colpevoli, ma anche l’assenza di prove determinanti per giustificare la colpevolezza degli imputati, e il parere di diversi esperti, bielorussi ed europei, che non hanno escluso come gli attentati di Minsk e Vitebsk possano essere stati organizzati ad hoc dal KGB – i Servizi Segreti bielorussi.

Richiesta di clemenza a Lukashenka è stata inviata dalla madre di Kavaliau sulla base dell’articolo 61 della Costituzione bielorussa – che prevede la possibilità di posticipare di un anno l’esecuzione, per rendere possibile la dimostrazione da parte dell’imputato della propria non-colpevolezza – e dell’appello dell’ONU contro l’esecuzione della pena capitale.

A quella delle Nazioni Unite, si sono unite le voci del Segretario Generale e dello Speaker del Consiglio d’Europa, Thorbjon Jagland e Jean-Claude Mignon, del Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schultz, e dei Deputati di Germania e Lichtenstein, Marieluise Beck e Renate Wohlwend, mentre l’Incaricato per i Diritti Umani del Governo tedesco, Markus Loening, ha richiesto alle autorità bielorusse una moratoria sulla pena di morte.

Minsk sempre più lontana da Bruxelles

L’esecuzione dei due condannati non fa altro che allontanare sempre più la Bielorussia dall’Europa, nonostante il recente appello da parte dell’Alto Rappresentante della Politica Estera UE, Catherine Ashton, che ha invitato i Paesi del Vecchio Continente a porre fine al congelamento delle relazioni diplomatiche con la Bielorussia: una contromossa all’ordine di Lukashenka di espellere da Minsk gli Ambasciatori dell’Unione Europea e della Polonia.

Inoltre, l’esecuzione dei due giovani rappresenta l’ennesima macchia nel curriculum da vero dittatore di Lukashenka. Ininterrottamente al potere dal 1994, il bat’ka – com’è nominato Lukashenka in Patria – si è contraddistinto per continue repressioni a carico di giornalisti e oppositori politici, privati non solo del diritto di manifestare e di condurre la propria attività, ma anche della possibilità di riunirsi all’estero per creare un’alternativa politica al regime.

Il dittatore bielorusso si è mantenuto al potere mediante continue manipolazioni delle tornate elettorali, che gli hanno consegnato consensi in percentuali mai inferiori all’80%, tra le quali le presidenziali del 1994, del 2001, del 2006 e, infine, del 19 Dicembre 2010, quando ha provveduto all’arresto preventivo di tutti i suoi competitor di orientamento democratico, liberale, conservatore e socialdemocratico.

Accanto a ciò, Lukashenka ha cercato di barcamenarsi tra l’avvicinamento all’Europa e l’amicizia con la Russia, ma ha finito tuttavia per trascinare il Paese in un’isolamento internazionale che, in seguito a una grave crisi economica che ha colpito la Bielorussia, ha costretto Minsk ad accettare la sottomissione a Mosca.

Questa perdita di autonomia da parte della Bielorussia si è registrata sia sul piano energetico, con la cessione al monopolista energetico russo, Gazprom, dei gasdotti bielorussi, sia su quello politico, con l’ingresso di Minsk nell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale concepito dal Cremlino, a immagine e somiglianza dell’Unione Europea, per riappropriarsi dello status di superpotenza mondiale, già goduto in epoca sovietica, a spese proprio di Bruxelles.

Matteo Cazzulani

ARRESTO DI JULIJA TYMOSHENKO: L’EUROPA E DIVISA, VINCE LA RUSSIA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 13, 2011

Bruxelles non assume una posizione comune sull’arresto politico della Leader dell’Opposizione Democratica, e sembra voler fermare le trattative per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina, cedendo de facto alla tentazione putiniana di una Russia dalle rinate velleità imperiali. Le singole dichiarazioni delle Diplomazie mondiali, e quella italiana, sorprendentemente in linea con Polonia e Gran Bretagna

La leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko

Rabbia, delusione, chiusura, speranza, ed un’Europa sempre più divisa che lascia la partita vinta da un solo attore, che, peraltro, finge la protesta. Questa la situazione a bocce ferme dopo la sentenza alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Julija Tymoshenko: l’ex-Primo Ministro arrestata per sette anni, ed obbligata ad altri tre di esclusione dalla vita politica, con l’accusa di gestione fraudolenta del bilancio statale ed abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin.

Un verdetto maturato dopo un processo farsa, degno della tradizione sovietica da cui la Tymoshenko ha lottato per fare uscire il Paese, in cui le accuse sono state costruite su documentazioni sommarie, imprecise, inesatte, persino datate il 31 Aprile, ed i testimoni, nonostante fossero stati convocati a maggioranza dall’accusa – 42 contro i solo due concessi alla difesa – hanno scagionato la Leader dell’Opposizione Democratica dalle imputazione che le sono state addotte sotto la cacofonica regia di un giovane giudice inesperto, Rodion Kirejev.

L’indomani del verdetto che la Tymoshenko ha definito l’ennesima prova della dittatura nel Paese del Presidente, Viktor Janukovych – che, a sua volta, ha ritenuto la decisione della Corte in linea con il Codice Penale ucraino – la Comunità Internazionale ha espresso turbamento all’unisono, ma preso posizioni differenti, che, sopratutto in ambito UE, testimoniano l’ennesima mancanza di una Comune Politica estera che Bruxelles dovrebbe attuare sopratutto in un Paese come l’Ucraina: europeo per cultura e tradizioni, ma escluso dall’appartenenza politica per ragioni energetiche.

La prima reazione è stata quella dell’Alto Rappresentante della Politica Estera UE, Catherine Ashton, secondo cui il processo, apertamente politico, non ha rispettato gli standard internazionali, e pone in serio dubbio la maturità di Kyiv, sopratutto alla vigilia della fra di un Accordo di Associazione UE-Ucraina che, seppur giunto alla fase finale dei negoziati, può non essere ratificato dalla votazione del Consiglio dei Ministri dell’Unione e, sopratutto, del Parlamento Europeo.

“Ci sono prove che il processo è politicamente motivato – ha dichiarato, con una nota, il Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek – l’atteggiamento dimostrato dal giudice ricorda l’epoca sovietica – ha continuato l’ex-Premier polacco, che, già militante di Solidarnosc, il comunismo lo conosce molto bene – ed una maniera di condurre processi che di rado si vede in Europa”.

Per rimanere in ambito continentale, a reagire è stato anche il Presidente del Consiglio d’Europa, Thobjoern Jagland, che ha invitato Janukovych a risolvere le questioni politiche in Parlamento, e non in Tribunale. Forte la posizione della Commissione Europea, presentata dal Commissario per l’Allargamento, Stefan Fule: “Se l’Ucraina si dimostra così autoritaria, che si integri con l’Unione Euroasiatica di Putin, ma non con l’Europa”.

Critiche anche da oltreoceano, dove la Casa Bianca ha preteso l’immediata liberazione di Julija Tymoshenko, ed una nota congiunta del Senatore repubblicano, John McCain, e del suo collega democratico, Joe Lieberman, hanno definito Janukovych campione di antirecord nel rispetto della Democrazia e dei valori occidentali.

Invece, chi si gongola è l’attuale Primo Ministro russo: pronto ad un terzo mandato presidenziale che, come dichiarato, in campo estero sarà improntato su uno spiccato nazionalismo imperialista russo, orientato sopratutto verso l’Europa.

“La Tymoshenko è un’avversaria politica dalle tendenze filo-occidentali – ha dichiarato Vladimir Putin – ma la motivazione dei sette anni di galera mi è ignota. Lei non ha siglato i contratti per cui la si accusa – ha continuato, questa volta, a ragione – che, altresì, sono stati prima concordati, poi ratificati dalle due compagnie statali, Gazprom e Naftohaz, nel pieno rispetto della normativa internazionale”.

Se a Mosca il processo farsa lo si commenta all’unisono, non è così in Europa, dove, nonostante le posizioni delle maggiori istituzioni UE, ogni Diplomazia nazionale ha espresso una propria linea, dividendo il continente in due fazioni che, seppur unite nel condannare della reclusione politica della Leader dell’Opposizione Democratica, hanno dato una lettura differente sul da farsi con Kyiv nel futuro immediato.

Apertamente contrari ad ogni continuazione dei negoziati dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina si sono detti i Ministri degli Esteri di Germania, Francia, Svezia, in quanto la creazione di una stretta cooperazione economica – anticamera dell’integrazione – con l’Ucraina di Janukovych sarebbe un messaggio sbagliato lanciato alla Bielorussia di Lukashenka: parimenti autoritario, il regime di Minsk avrebbe tutto il diritto di pretendere da Bruxelles un simile trattamento privilegiato, nonostante le decine di detenuti politici ancora costretti a congelare nelle carceri dopo le falsate elezioni presidenziali del Dicembre 2010.

“La decisione della Corte è in segnale preoccupante per lo stato di diritto nel Paese – ha evidenziato il Ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle – e getta una cattiva luce sull’Ucraina. Saremo vigili su come procederà non solo il caso di Julija Tymoshenko – ha continuato – ma anche degli altri esponenti dell’Opposizione Democratica, imprigionati o vittime di processi politici. Da Kyiv – ha ultimato – pretendiamo il rispetto della Democrazia e dei Diritti Umani”.

Dall’altro lato, Europa Centrale e Gran Bretagna, deluse da una sentenza politica che rende impossibile la sigla dell’Accordo di Associazione, ma convinte della necessita di lasciare la porta dell’Integrazione aperta ad un’Ucraina che, seppur autoritaria e sempre più simile alla Bielorussia, non può essere abbandonata alla deriva verso Mosca: un’Ucraina Indipendente e quanto più possibile europea è condicio sine qua non per la prosperità e la sicurezza dell’Unione Europea tutta, sopratutto in vista del rinato imperialismo russo targato Putin tre.

Tale posizione è stata espressa da una nota del Foreign Office, sulla falsa riga di quanto dichiarato a poco dal verdetto dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, Presidente di turno dell’Unione Europea.

“La condanna di Julija Tymoshenko è un grave segnale che rovina l’immagine dell’Ucraina nel Mondo come Paese orientato all’Europa – riporta un comunicato del Capo della Diplomazia polacca – la Polonia continua a sostenere le aspirazioni occidentali di Kyiv, ma quanto successo rende i nostri vicini difficilmente difendibili”.

La posizione italiana e la richiesta della Tymoshenko

Simile opinione è stata espressa anche dal Ministro degli Esteri lituano, Audronius Azubalis, che, in veste di Presidente di turno dell’OSCE, ha espresso la speranza che in sede di appello – a cui gli avvocati della Leader dell’Opposizione Democratica hanno dichiarato di voler ricorrere – Kyiv dimostri di essere matura, e pronta a rispettare gli standard richiesti per l’avvicinamento a Bruxelles.

Sullo sfondo, stupisce la posizione della Farnesina: sorprendentemente in linea con lo schieramento anglo-polacco. Il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha condannato la decisione politica di arrestare la Tymoshenko, ma ha auspicato la continuazione delle trattative per il varo dell’Accordo di Associazione, sopratutto per quanto riguarda gli aspetti più tecnici.

Se, come augurabile, Frattini abbia preso sane lezioni di geopolitica Giedroyciana, o, più semplicemente, abbia letto le cronache de Il Legno Storto – unico media italiano a raccontare il processo farsa direttamente dall’aula – non ci è dato saperlo, ma certo è che l’Italia, forse, sembra avere compreso quale deve essere la direzione da prendere.

Del resto, è stata la stessa Julija Tymoshenko a chiedere all’Europa di firmare un documento utile sopratutto per il popolo ucraino – e non solo per i banditi al potere – ed evitare così, da un lato, di cedere alla tentazione putiniana di chiudere le porte all’Ucraina, e, dall’altro, di fare il gioco di Janukovych.

“Con la mia condanna, il Presidente vuole evitare l’avvicinamento di Kyiv a Bruxelles per poter mantenere il Paese al di fuori delle regole del mondo libero, e continuare a gestirlo per gli interessi propri e degli oligarchi suoi sponsor – ha evidenziato durante una delle ultime sedute del processo – L’Accordo di Associazione UE-Ucraina lo obbligherebbe al rispetto di Democrazia e Diritti Umani – ha continuato – e, quindi, al trattamento dignitoso dell’Opposizione Democratica”.

Matteo Cazzulani