LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Gruppo di Vysegrad e Parlamento Europeo contro il Nordstream, ma Juncker si schiera con Putin contro Obama

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 12, 2015

L’attivismo della Polonia come Paese-leader dell’Europa Centro Orientale porta anche Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia a contestare il gasdotto voluto da Russia e Germania per bloccare la politica energetica dell’Unione Europea. Anche popolari, socialisti, conservatori e verdi condannano il Nordstream al Parlamento Europeo



Varsavia – Il gasdotto Nordstream è un progetto politico, e non energetico, contestato dalla volontà popolare, ma non dai vertici di un’Unione Europea a guida franco-tedesca sempre più filorussa ed antiamericana. Nella giornata di venerdì, 9 Ottobre, il Gruppo di Vysegrad, associazione di Stati dell’Europa Centrale della quale fanno parte Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha criticato l’accordo per il raddoppio di un gasdotto, il Nordstream, concepito per veicolare 110 miliardi di metri cubi totali di gas russo dalla Russia alla Germania, attraverso il fondale del Mar Baltico.

Come dichiarato dal Presidente polacco, Andrzej Duda, che ha partecipato ad un vertice del Gruppo di Vysegrad assieme al Presidente ungherese, Janos Ader, al Presidente ceco, Milos Zeman, al Presidente slovacco, Andriej Kiska e al Presidente croato, Kolinda Grabar-Kitarovic, il Nordstream è un accordo politico tra Russia e Germania destinato ad incrementare la dipendenza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale dal gas russo.

La condanna del gasdotto russo-tedesco, su cui Mosca ha puntato molto per mantenere la propria influenza sull’Unione Europea, è stata condivisa non solo da Polonia e Croazia, ma anche da Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia: Paesi che negli scorsi anni, complice il mancato interesse da parte di Varsavia nel ricoprire il ruolo-guida del Gruppo di Vysegrad che storicamente spetta alla Polonia, hanno guardato alla Russia come alleato strategico su questioni di carattere energetico e politico.

Oltre ai partner della Polonia nel Gruppo di Vysegrad, a sostenere la battaglia di Duda contro il raddoppio del Nordstream sono altri Paesi dell’Europa Centro Orientale come Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ed anche quasi tutti i gruppi del Parlamento Europeo, che nella giornata di giovedì, 8 Ottobre, hanno fortemente contestato il progetto franco-tedesco.

Come dichiarato da Jerzy Buzek, Presidente della Commissione Energia del Parlamento Europeo e membro del Partito Popolare Europeo, il Nordstream divide l’Unione Europea penalizzando i Paesi membri dell’Europa Centro Orientale senza assicurare vantaggi economici ad alcuno Stato dell’UE.

Flavio Zanonato, del gruppo dei Socialisti e Democratici, ha illustrato come il Nordstream sia parte di una politica energetica aggressiva da parte della Russia finalizzata alla sottomissione energetica dell’Europa Centrale e dell’Ucraina, Paese che ambisce all’integrazione nell’UE.

Marek Grobarczyk, del gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei, ha sottolineato come, se realizzato, il raddoppio del Nordstream finirebbe per coprire il 50% del fabbisogno energetico dell’Unione Europea, isolando, però, i Paesi membri dell’Europa Centro Orientale, e ponendo una seria minaccia alla tenuta politica dell’UE così facendo.

Infine, Claude Turmes dei Verdi europei ha dichiarato come il raddoppio del Nordstream sia sostenuto da potenti lobby legate, tra gli altri, al monopolista statale russo del gas Gazprom e al colosso olandese-britannico Shell, che vedono nel Cancelliere tedesco Angela Merkel e nel Presidente francese Francois Hollande i più stretti alleati.

Oltre a Merkel e Hollande, che hanno sempre sostenuto il Nordstream a discapito della solidarietà europea, che invece tanto hanno preteso sulla questione dei migranti, ad appoggiare i piani energetici e politici della Russia in Europa è stato il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker.

La Commissione Europea vuole la Russia e non gli USA

Sempre nella giornata di venerdì, 9 Ottobre, Juncker ha dichiarato che l’Unione Europea deve migliorare le proprie relazioni con la Russia senza seguire gli Stati Uniti d’America: una posizione totalmente antiamericana che pone un forte problema di carattere politico all’interno dell’UE.

Infatti, la dichiarazione di Juncker, riportata dall’autorevole Reuters, arriva alla vigilia di una discussione per il mantenimento delle sanzioni che l’Occidente -USA ed UE- hanno applicato alla Russia in seguito all’annessione armata dell’Ucraina e all’occupazione dell’Ucraina Orientale.

La posizione filorussa di Juncker è stata rilasciata anche all’indomani dell’intervento russo in Siria, che, come dimostrato da diverse fronti giornalistiche e di intelligence, ha colpito l’opposizione al regime siriano di Bashar Al Assad anziché lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- che USA, Gran Bretagna e Francia sono impegnati a combattere dal Settembre 2014.

Infine, le dichiarazioni di Juncker seguono un incontro bilaterale tra il Presidente della Commissione Europea e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, i cui contenuti restano prevalentemente segreti.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Mentre Putin provoca la NATO in Turchia Obama guarda al Pacifico

Posted in Medio Oriente, USA by matteocazzulani on October 6, 2015

Velivoli di categoria SU-30 e SU-24 dell’aviazione russa violano lo spazio aereo turco. Condanna della NATO all’accaduto e all’intervento militare della Russia in Siria a sostegno del regime di Assad



Varsavia – Se non sono gli inizi di una nuova Guerra Mondiale -un conflitto che Papa Francesco ha definito come frammentato in diversi scenari in diverse aree del Mondo- poco ci manca. Nella giornata di sabato, 3 Ottobre, e Domenica, 4 Ottobre, velivoli militari russi di categoria SU-30 e SU-24 hanno violato lo spazio aereo della Turchia nei pressi della regione di Hatay, ai confini con la Siria.

I velivoli russi, intercettati e scortati fino al confine da aerei dell’esercito turco, sono impegnati nelle operazioni di guerra che la Russia ha avviato in Siria contro l’opposizione al regime del dittatore siriano, Bashar Al Assad, e, solo nominalmente, contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL.

Pronta è stata la risposta della Turchia, il cui Ministero degli Affari Esteri ha richiesto, ed ottenuto, una riunione urgente della NATO che, con una nota ufficiale, ha definito l’atteggiamento dell’aviazione militare russa come “irresponsabile”, ed ha invitato la Russia a chiarire immediatamente l’accaduto.

Inoltre, la NATO ha condannato i bombardamenti effettuati dall’esercito russo nelle città di Hama, Homs e Idlib, roccaforti dell’opposizione al regime di Assad che il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha sempre dichiarato di sostenere apertamente.

La violazione dello spazio aereo della Turchia rappresenta una vera e propria provocazione della Russia alla NATO, che ben rende l’idea delle reali intenzioni che hanno mosso Putin ad intervenire in Siria, ossia una prova di forza con l’Occidente.

Da molto tempo, l’aviazione militare russa sta ripetutamente violando lo spazio aereo di Paesi NATO e dell’Unione Europea, come Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Gran Bretagna, con azioni simili a quelle attuate in Turchia.

Inoltre, l’entrata della Russia nel conflitto siriano ha reso palese la nascita di un’alleanza tra Putin, l’Iran e l’organizzazione terroristica libanese Hetzbollah per sostenere il regime di Assad in Siria.

D’altro canto, gli Stati Uniti d’America hanno creato una coalizione composta da Gran Bretagna, Francia, Germania, Qatar, Turchia e Arabia Saudita che, dal Settembre 2014, è impegnata a bombardare le postazioni ISIL in Siria e Iraq, senza colpire l’opposizione al regime di Assad.

Da parte sua, la Turchia sta attuando bombardamenti mirati non tanto all’ISIL, ma sopratutto ai militari curdi che, sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Occidente, stanno coraggiosamente resistendo all’avanzata dell’ISIL nella regione.

Nel quadro occorre aggiungere anche Israele, l’unica democrazia della regione che, dinnanzi allo scarso impegno militare dell’Occidente nella questione siriana, ha concordato con la Russia zone di azione per evitare scontri tra velivoli russi ed israeliani.

Obama conclude la Partnership Trans Pacifica

Oltre che dalla preoccupazione di Israele, la scarsa attenzione degli USA nella regione è stata dimostrata con la firma della Partnership Trans Pacifica -TPP- un accordo per l’abbattimento delle barriere doganali raggiunto, sempre nella giornata di lunedì, 5 Ottobre, tra gli USA e altri 12 Paesi della regione del Pacifico, quali Canada, Australia, Cile, Perù, Nuova Zelanda, Vietnam, Filippine, Giappone, Messico, Brunei, Malesia e Singapore.

Il TPP, un successo politico del Presidente statunitense, Barack Obama, che interessa il 40% dell’economia mondiale, segna il definitivo cambio di fronte della diplomazia USA, ora orientata verso la regione dell’Asia/Pacifico e non più verso l’Europa e il Medio Oriente.

Infatti, il TPP, che deve essere ora ratificato dal Congresso statunitense e dai Parlamenti nazionali dei Paesi interessati, è stato anticipato da accordi militari tra gli USA, Corea del Sud e Giappone, che hanno stabilito garanzie di difesa ai sudcoreani e consentito all’esercito nipponico di potere intervenire in difesa degli Stati Uniti in caso di aggressione da parte di Cina o Corea del Nord.

Con gli USA impegnati quasi interamente nell’Asia/Pacifico, Putin ha ora campo libero per rendere la Russia un attore principale della geopolitica in Medio Oriente e in Europa, dove la sicurezza militare dell’Unione Europea è, senza una NATO forte a trazione statunitense, a serio repentaglio.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Trans Atlantici

@MatteoCazzulani

Elezioni in Gran Bretagna: tifo Cameron

Posted in Editoriale, Gran Bretagna by matteocazzulani on May 6, 2015

La vittoria del Partito Conservatore Tory consente il rafforzamento della Comunità Trans Atlantica ed un’evoluzione dell’Unione Europa atta a garantire la sicurezza del Vecchio Continente. Le posizioni del Primo Ministro britannico uscente su NATO e Russia, e il suo rapporto di amicizia con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, le chiavi per una politica europea davvero lungimirante

Non solo consultazioni elettorali cruciali per uno dei Paesi più importanti dell’Unione Europea, le Elezioni Generali della Gran Bretagna di mercoledì, 8 Maggio, possono rappresentare un punto di svolta per il futuro della Comunità Trans Atlantica. Secondo le principali rilevazioni sociologiche, le Elezioni britanniche dovrebbero concludersi con una vittoria di misura del Partito Conservatore Tory guidato Primo Ministro uscente, David Cameron.

La vittoria di Cameron, che dal 2010 governa la Gran Bretagna in coalizione con i LiberalDemocratici, rappresenta il risultato ottimale per intensificare il percorso di rafforzamento della Comunità Trans Atlantica e, più nello specifico, di riforma di un’Unione Europea che fa sempre più fatica a contare sul piano internazionale.

Cameron, infatti, è uno dei pochi leader politici europei che ha ben compreso come solo con uno stretto legame con gli Stati Uniti d’America l’Unione Europea possa finalmente evolversi in quella potenza mondiale tanto sognata dai vari federalisti ed europeisti convinti.

Concordemente con questa visione, il Primo Ministro britannico, che in caso di riconferma alla guida del Governo ha promesso un referendum sull’opportunità o meno per Londra di rimanere in un’Unione Europea ad oggi troppo germano e franco centrica, si è speso a più riprese per il rafforzamento della NATO per garantire la sicurezza nazionale di tutti i Paesi dell’UE.

L’idea di Cameron è una valida alternativa al fantomatico esercito unico europeo che tanto il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, quanto l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, Federica Mogherini hanno tanto ventilato.

Questo progetto è stato concepito senza considerare che un duplicato della NATO, peraltro senza la partecipazione di Stati Uniti e Canada, sarebbe un’iniziativa inutile, costosa e controproducente per difendere l’Europa, e più in generale la Comunità Trans Atlantica, dall’aggressione della Russia di Putin e dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL.

Inoltre, Cameron, assieme al Premier italiano, Matteo Renzi, è stato l’unico Capo di Governo di un Paese membro dell’Unione Europea ad essere riuscito a mantenere un contatto diretto, ed una collaborazione proficua, con il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama.

Il rapporto con Obama, suggellato dalle dichiarazioni di amicizia che, in più occasioni, il Presidente degli Stati Uniti ha rivolto a Cameron pubblicamente, è un punto a favore considerevole per Cameron, sopratutto se si tiene conto di come l’Amministrazione Presidenziale USA abbia dimostrato un sostanziale disimpegno, quando non un moderato disinteresse, rispetto alle questioni legate all’Unione Europea.

In aggiunta, Cameron, assieme ai Premier di Danimarca, Polonia, Lettonia, Estonia e Romania ed alla Presidente della Lituania, è stato uno dei pochi leader dell’Unione Europea ad avere assunto una posizione risoluta nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, in seguito all’aggressione militare russa all’Ucraina.

Cameron, che a più riprese ha lamentato provocazioni militari nei cieli della Gran Bretagna da parte di velivoli dell’esercito russo, è stato inoltre tra gli unici leader della Comunità Trans Atlantica, assieme ad Obama ed al Premier polacco, Ewa Kopacz, ad autorizzare l’invio di contingenti dell’esercito in Ucraina per addestrare le forze armate ucraine a difendere i propri confini dal più forte ed equipaggiato esercito della Russia.

Infine, Cameron ha anche implementato il legame tra Europa e Stati Uniti sul piano energetico, varando, come unico leader dell’Unione Europea, un contratto per l’importazione del gas shale statunitense a partire dal 2018.

Questo accordo, oltre che ad incrementare il ruolo degli Stati Uniti come Paese esportatore di gas nel mercato mondiale, dimostra come lo shale statunitense sia una valida alternativa al gas naturale russo, da cui l’Unione Europea dipende ancora troppo fortemente.

Essere più atlantisti per un’Europa davvero potenza mondiale

La politica attuata da Cameron, e più in generale dai Tory, fa della vittoria dei conservatori nelle Elezioni Generali britanniche il risultato su cui l’Europa tutta dovrebbe sperare.

Non sono, infatti, le ricette nazionaliste dello UKIP di Nigel Farage -Partito dalle venature xenofobe peraltro sul libro paga di Putin, come dimostrato da diversi media internazionali- quello di cui l’Europa ha bisogno.

Allo stesso tempo, non è nemmeno la posizione sull’Unione Europea espressa dal Partito Laburista di Ed Milliband, troppo morbida nei confronti di Germania e Francia, a servire all’UE per contare davvero nel Mondo.

Come sostiene Cameron, in Europa occorre essere maggiormente lungimiranti per garantire Democrazia, Libertà, Pace e Prosperità sia ai Paesi membri dell’Unione Europea che ai suoi alleati.

Dunque, occorre essere meno carolingi e più atlantisti: comprendere che non è la retorica franco-tedesca, bensì un saldo legame con gli Stati Uniti, la soluzione per un’Unione Europea davvero forte e protagonista nel Mondo.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche Trans Atlantiche, dell’Europa Centro-Orientale ed energetiche

@MatteoCazzulani

Obama incorona Tusk principale interlocutore europeo degli USA

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on March 11, 2015

Il Presidente statunitense favorevole ad una posizione risoluta di Stati Uniti ed Unione Europea nei confronti della Russia. L’incontro con il Presidente del Consiglio Europeo è un segnale di disapprovazione della linea morbida adottata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande.

Il bastone e la carota per cercare di fermare l’aggressione della Russia all’Ucraina e, possibilmente, all’Unione Europea. Nella giornata di lunedì, 9 Marzo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha ricevuto alla Casa Bianca il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk.

Durante l’ incontro, Obama, dopo avere dichiarato l’intenzione di implementare le trattative per la finalizzazione dell’accordo di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantico -TTIP- ha espresso la necessità che Stati Uniti ed Unione Europea collaborino per fare fronte all’aggressione militare russa, e per garantire la sovranità territoriale dell’Ucraina. 

Il Presidente statunitense ha poi invitato l’Occidente a mantenere le sanzioni economiche applicate alla Russia dopo l’occupazione delle regioni orientali dell’Ucraina e della Crimea, ed ha invitato Stati Uniti ed Unione Europea a monitorare il comportamento dell’esercito russo in territorio ucraino.

Da parte sua, Tusk, che ha scelto Washington come prima visita ufficiale all’estero da Presidente del Consiglio Europeo, ha lamentato non solo l’aggressione militare della Russia nei confronti dei Paesi confinanti con l’Unione Europea, ma ha anche sottolineato come Mosca si avvalga massicciamente della propaganda per disunire l’Occidente.

Inoltre, il Presidente del Consiglio Europeo ha accolto l’invito di Obama affinché Stati Uniti ed Unione Europea collaborino sia sulla pronta finalizzazione del TTIP che sulla questione ucraina, ed ha illustrato la necessità di una stretta partnership tra l’Amministrazione Presidenziale statunitense e l’Europa anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo islamico in Libia.

Oltre alla mera comunione di vedute tra Obama e Tusk, l’incontro tra il Presidente statunitense ed il Presidente del Consiglio Europeo rappresenta un chiaro segnale lanciato dall’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America ai leader europei in merito alla necessità di una politica più coraggiosa nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Non a caso, Obama, durante l’incontro con Tusk, ha chiaramente contestato l’inefficacia della linea morbida adottata nei confronti della Russia da parte del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Presidente francese, Francois Hollande, che si sono sempre opposti alla possibilità di fornire armi all’esercito ucraino apertamente sostenuta dall’Amministrazione Presidenziale statunitense, dal Congresso USA, e da alcuni Paesi dell’Unione Europea come Gran Bretagna e Polonia.

Come riportato dall’autorevole Economist, Tusk, ex-Premier della Polonia che ben conosce l’atteggiamento della Russia in ambito internazionale, è visto da Obama come uno degli esponenti politici su cui l’Amministrazione Presidenziale statunitense può contare in Europa per mantenere alta l’attenzione dinnanzi alla crescente aggressività militare di Mosca.

Un altro leader europeo su cui Obama può contare per mantenere l’unità dell’Occidente dinnanzi all’aggressione militare della Russia è il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, il cui Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha lamentato pubblicamente più di cento violazioni dello spazio aereo britannico da parte di velivoli militari russi durante il 2014.

Come pronta riposta alle continue provocazioni militari da parte di Putin, che oltre alla Gran Bretagna interessano anche altri Paesi NATO, come Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, Hammond ha rafforzato lo stato di allerta dei Servizi Segreti britannici.

Inoltre, come poi attuato anche dalla Polonia, la Gran Bretagna ha disposto l’invio di personale militare in Ucraina per addestrare l’esercito ucraino ed aiutare le forze armate di Kyiv a controbilanciare la superiorità tecnica e militare della Russia.

Il dilemma Renzi

Oltre alla linea troppo morbida manifestata da Merkel e Hollande, influenzati dai legami economici, culturali ed energetici che la Russia ha abilmente saputo tessere con Berlino e Parigi sin durante l’epoca sovietica, a motivare il rafforzamento dell’intesa tra Obama e Tusk è anche la recente visita a Mosca del Premier italiano, Matteo Renzi.

Con il suo incontro bilaterale con il Presidente russo, e sopratutto con la proposta di un coinvolgimento della marina militare russa nel Mediterraneo per contrastare l’ISIL in Libia, Renzi ha de facto interrotto l’isolamento politico di Putin che i leader Occidentali hanno attuato come risposta alla violazione della sovranità territoriale ucraina da parte della Russia, una mossa che Obama non sembra avere gradito.

Tuttavia, tenendo conto dei buoni legami che uniscono Obama e Renzi oramai da diversi anni, non è da escludere che la visita del Premier italiano a Mosca possa essere stata una sorta di investitura che l’ex-Sindaco di Firenze ha ottenuto dal Presidente statunitense per mantenere una sorta di dialogo aperto con Putin onde evitare la diffusione del conflitto all’interno dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani / Analista di Tematiche Trans Atlantiche / Twitter @MatteoCazzulani

USA e Gran Bretagna rispondono a Putin in Ucraina

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 25, 2015

Il Segretario di Stato statunitense, John Kerry, definisce i ribelli pro-russi un progetto militare per realizzare gli scopi geopolitici della Russia. Il Primo Ministro britannico, David Cameron, invia un contingente militare per addestrare ed assistere l’esercito ucraino

Philadelphia – La Gran Bretagna c’è, gli Stati Uniti quasi. Nella giornata di martedì, 24 Febbraio, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha dichiarato che il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha mentito sul coinvolgimento della Russia nelle forniture di armamenti ai cosiddetti ribelli pro-russi che hanno occupato le regioni dell’Ucraina orientale.

Kerry, durante un’audizione presso la Commissione Relazioni Estere del Senato, ha ritenuto l’attivismo dei russi in Ucraina la causa dell’uccisione di più di 5 Mila persone, ed ha definito i cosiddetti ribelli pro-russi come uno strumento della Russia per realizzare scopi di natura geopolitica.

Kerry, dopo avere sottolineato come, presso l’Amministrazione Presidenziale USA, un piano per inasprire le sanzioni economiche alla Russia sia ancora attuale qualora Putin dovesse continuare con la sua politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ha infine dichiarato che la decisione se armare o meno l’esercito ucraino spetta al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Chi, invece, ha preso l’iniziativa per arrestare l’aggressione militare della Russia all’Occidente è la Gran Bretagna. Il Primo Ministro britannico, David Cameron, ha infatti disposto l’ invio in Ucraina di personale militare per fornire all’esercito dell’Ucraina addestramento e sostegno di carattere logistico, tecnico e medico.

Cameron, sempre nella giornata di martedì, 24 Febbraio, ha dichiarato che il Governo britannico non intende ancora rifornire l’esercito ucraino di armamenti, anche se l’adozione di questa misura non è esclusa nel caso in cui la Russia dovesse continuare a provocare l’Occidente.

Infine, Cameron ha evidenziato che la decisione di inviare personale militare in Ucraina è dovuta alla necessità di dare un chiaro segnale da parte dell’Occidente, prima che Putin, dopo l’Ucraina, e dopo ancora della Georgia, possa attaccare anche la Moldova e i Paesi Baltici, membri sia della NATO che dell’Unione Europea.

Gentiloni rischia di fare un assist alla Russia

La posizione di Kerry, ed ancor più quella di Cameron, rappresenta la giusta reazione che la Comunità Trans Atlantica è chiamata a prendere per porre fine non solo all’aggressione militare di Putin all’Ucraina, ma anche alle ripetute provocazioni effettuate dall’esercito russo nei confronti di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca e, per l’appunto, Gran Bretagna.

Inoltre, la posizione di Cameron serve a bilanciare, e a colmare, l’inefficienza dimostrata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande, che nei confronti di Putin hanno ostinatamente voluto sempre mantenere la via del dialogo, senza, tuttavia, ottenere alcun allentamento dell’avanzata militare russa in Europa.

La posizione di Kerry e Cameron è utile anche per affrontare la presenza di stretti alleati di Putin in seno all’Unione Europea, come il Premier ungherese, Viktor Orban, il Premier greco, Alexis Tsipras, il Presidente ceco, Milos Zeman, e il Premier slovacco, Robert Fico.

Oltre agli amici della Russia, anche altri Paesi dell’Unione Europea stanno commettendo gravi errori sulla questione ucraina, come dimostrato dalla proposta del Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, di coinvolgere Putin nella lotta contro l’ISIL permettendo lo stazionamento di navi militari russe nel Mediterraneo.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Ash Carter confermato Segretario alla Difesa

Posted in USA by matteocazzulani on February 14, 2015

Un’ampia maggioranza al Senato conferma la nomina del tecnico vicino ai democratici voluto dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a Capo del Pentagono. Professionalità ed indipendenza le qualità apprezzate anche dai repubblicani

Philadelphia – Un politico molto tecnico a Capo del Pentagono in un periodo in cui l’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America ha ripreso un ruolo attivo in politica internazionale. Nella giornata di giovedì, 12 Febbraio, il Senato degli Stati Uniti ha approvato la nomina di Ash Carter a Segretario alla Difesa, dopo che, nella giornata martedì, 10 Febbraio, la Commissione Servizi Armati ne ha raccomandato l’approvazione all’unanimità.

La nomina di Carter, un tecnico politicamente vicino al Partito Democratico, ha ottenuto una maggioranza schiacciante di 93 Senatori, contro soli 5 contrari appartenenti all’ala più conservatrice del Partito Repubblicano, che non hanno accettato il candidato proposto dal Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, alla guida del Pentagono.

Già Vice Segretario alla Difesa durante la guida del Pentagono di Leon Panetta -il secondo Segretario alla Difesa dell’Amministrazione Obama- e Top Buyer del Dipartimento della Difesa sotto l’Amministrazione di Bill Clinton, Carter è stato apprezzato per la sua profonda conoscenza dell’apparato interno al Dipartimento, oltre che per la sua capacità di lettura delle tematiche legate a sicurezza e difesa originate dalla sua lunga esperienza.

Come riportato dal Capogruppo dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, il voto favorevole a Carter del Partito Repubblicano è legato alla richiesta che il nuovo Segretario alla Difesa sia capace di incidere nelle decisioni di Obama in materia di difesa e sicurezza nazionale.

Claire McCaskill, esponente democratica presso la Commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che Carter è la persona giusta per ricoprire un ruolo in un settore, quello del Pentagono, chiamato a decisioni importanti in un periodo di rinnovato coinvolgimento in politica estera da parte dell’Amministrazione Obama.

Come riportato dall’autorevole Politico, il consenso bipartisan al nuovo Segretario alla Difesa è stato dimostrato dal clima nel quale l’audizione di Carter è avvenuta presso la Commissione Servizi Armati del Senato, durante la quale il candidato Segretario ha dimostrato di possedere una visione di politica estera e di difesa chiara ed autonoma.

Il predecessore di Carter, Chuck Hagel, un repubblicano vicino alle posizioni di Obama su questioni importanti come Iraq, Iran e Israele, ha invece dovuto passare un esame molto più attento da parte del Senato, che ha approvato la sua nomina con un’esigua maggioranza di 58 senatori contro 41 dopo diversi giorni di ostruzionismo da parte di esponenti dello stesso Partito Repubblicano.

Il nuovo Segretario subito al lavoro su bilancio ed Ucraina

Confermata la sua nomina, Carter, il quarto Segretario alla Difesa nominato da Obama, dopo il democratico Panetta e i repubblicani Hagel e Robert Gates, è ora chiamato ad assumere fin da subito il controllo del Dipartimento alla Difesa sia sul piano finanziario che politico.

Da un lato, il nuovo Segretario alla Difesa deve redigere e presentare il nuovo bilancio del Pentagono, cercando di evitare i tagli che l’Amministrazione Obama ha più volte ventilato.

Carter dovrà inoltre prodigarsi per l’acquisto degli armamenti necessari per rafforzare le strutture militari dell’esercito statunitense, chiamato sia ai raid mirati contro l’ISIL che alla difesa degli Stati Uniti in un’epoca di insicurezza globale legata al terrorismo.

Infine, come riportato dalla Reuters, il nuovo Segretario alla Difesa dovrà fare sentire la sua voce presso l’Amministrazione in merito a questioni di alta importanza, come il sostegno militare all’Ucraina e il posticipo del ritiro dell’esercito USA dall’Afghanistan, su cui Carter, a differenza di Obama, è apertamente a favore.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama chiede al Congresso un’autorizzazione leggera per continuare ad attaccare l’ISIL

Posted in USA by matteocazzulani on February 12, 2015

Il Presidente statunitense chiede un ok temporaneo per continuare gli attacchi mirati allo Stato Islamico e l’addestramento delle truppe irachene, ma senza alcun ingaggio via terra. Repubblicani e democratici tendenzialmente favorevoli, anche se non mancano i perplessi

Philadelphia – Equilibrio e flessibilità sono le parole d’ordine della richiesta di Autorizzazione di Uso della Forza Militare contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha presentato al Congresso nella giornata di mercoledì, 11 Febbraio.

Durante una conferenza stampa di presentazione della richiesta, Obama ha sottolineato la necessità di approvare il documento presso il Congresso per dare forza agli Stati Uniti nell’ambito dell’azione di opposizione all’ISIL che l’aviazione e l’esercito di terra statunitense stanno già compiendo, per mezzo di bombardamenti mirati ed addestramento delle truppe irachene, sulla base di un decreto esecutivo del Presidente.

La richiesta, un documento molto moderato, prevede la continuazione dei bombardamenti mirati e delle operazioni di addestramento delle truppe di terra irachene che l’esercito degli Stati Uniti sta già realizzando in collaborazione con gli altri 60 Paesi della colazione mondiale anti-ISIL.

Nello specifico, la richiesta di Obama non prevede alcun ingaggio da parte delle truppe di terra, ad eccezione di operazioni di salvataggio di personale statunitense e di assistenza logistica ad azioni compiute dagli alleati impegnati sul territorio.

Inoltre, la richiesta comprende una clausola che obbliga il Congresso a riesaminare il rinnovo dell’Autorizzazione non appena il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America si sarà insediato dopo la scadenza del mandato di Obama alla Casa Bianca.

La presentazione della richiesta al Congresso è stata decisa dal Presidente Obama dopo l’uccisione dell’ennesimo ostaggio statunitense da parte dell’ISIL, che ha già barbaramente ammazzato altri prigionieri di diversa nazionalità.

Tuttavia, la richiesta di Obama potrebbe non avere approvazione facile al Congresso, dal momento in cui lo scetticismo non manca sia tra i repubblicani che tra i democratici.

Lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, pur assicurando il voto favorevole dei repubblicani, ha dichiarato la propria perplessità in merito alla possibilità che la strategia di Obama, così come annunciata, possa portare al risultato prefissato.

Alcuni democratici liberali hanno invece criticato la strategia di Obama perché essa prevede il coinvolgimento delle truppe di terra, nonostante la filosofia generale del provvedimento sia stata improntata sul disimpegno dell’esercito USA sul piano terrestre.

Il Canada a fianco degli Stati Uniti

La mossa di Obama ha trovato la pronta risposta del Canada, uno degli alleati più stretti della coalizione anti-ISIL, che, come riportato dall’autorevole Reuters, ha valutato l’ipotesi di prolungare la permanenza dell’esercito canadese in Iraq per proseguire le operazioni di training delle forze armate irachene.

Come riportato dal Ministro della Difesa del Governo conservatore canadese, Jason Kenney, il prolungamento del mandato non coincide tuttavia con l’autorizzazione all’ingaggio militare via terra, che il Canada, così come gli Stati Uniti, non intende avallare.

Come pronta risposta, l’opposizione del Nuovo Partito Democratico, forza partitica di orientamento socialdemocratico, ha contestato il Premier canadese, Stephen Harper, per avere esposto le truppe di terra canadesi a ripetuti incontri armati con le forze dell’ISIL.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama aumenta la spesa per la difesa

Posted in USA by matteocazzulani on February 3, 2015

Il Presidente statunitense incrementa a 534 Miliardi di Dollari le uscite per garantire la sicurezza. Posizionamento dell’esercito degli Stati Uniti in Asia/Pacifico, guerra all’ISIL e rafforzamento della presenza NATO in Europa le priorità della politica di Difesa

Philadelphia – Tante minacce, molti Dollari per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati. Nella giornata di lunedì, 2 Febbraio, il Presidente statunitense, Barack Obama, ha reso noto l’intenzione di incrementare il bilancio federale per la difesa fino a 534 miliardi di Dollari, una cifra che eccede il tetto massimo di 499 Miliardi pre-fissato per il nuovo anno fiscale.

Come riportato dalla Reuters, l’Amministrazione Obama ha argomentato la sua decisione con la necessità di garantire il buon funzionamento dell’esercito degli Stati Uniti in un periodo di minacce globali e mutamenti geopolitici.

Gran parte del bilancio per la difesa, infatti, sarà stanziata per il riposizionamento dell’esercito degli Stati Uniti d’America nell’Asia/Pacifico, una regione centrale negli equilibri economici e geopolitici globali, in cui gli Stati Uniti si stanno impegnando per contrastare l’ascesa della Cina.

Ad esempio, una consistente quota di danaro sarà destinata all’acquisto di sottomarini di categoria P-8, apparecchi di nuova generazione capaci di contrastare obiettivi ubicati a molti chilometri di distanza.

Altri 5,3 Miliardi di Dollari saranno erogati per le operazioni militari contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- di cui 1,3 Miliardi saranno erogati per appoggiare l’opposizione siriana.

Per rassicurare gli alleati NATO dell’Europa Centro-Orientale, Obama ha poi deciso di stanziare 789 Milioni di Dollari per garantire la presenza militare di reparti militari dell’Alleanza Atlantica in Paesi dell’Unione Europea la cui sicurezza nazionale è messa a serio repentaglio dall’aggressività militare della Russia.

La proposta di bilancio di Obama, un democratico liberale che ha sempre anteposto la diplomazia all’uso delle armi, caratterizza un aumento della spesa pubblica che potrebbe incontrare il sostegno della maggioranza repubblicana al Congresso.

Tradizionalmente, i repubblicani si sono sempre dichiarati contrari ad ogni aumento di bilancio proposto dall’Amministrazione Obama, in particolare per quanto riguarda educazione e sanità, ma non hanno assunto una posizione pregiudizialmente contraria ad un incremento dei fondi destinati all’esercito.

Si ravvivano le primarie repubblicane dopo l’uscita di Romney

Una risposta alla proposta di bilancio di Obama potrebbe arrivare presto dai candidati alle Primarie repubblicane, una corsa che si è semplificata dopo la decisione dell’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, di non prendere parte alla consultazione.

Come riportato dall’autorevole Politico, Romney, con un messaggio telefonico durante una conferenza di suoi sostenitori, nella giornata di venerdì, 30 Gennaio, ha dichiarato la sua rinuncia nonostante le rilevazioni lo diano al medesimo livello di Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato che, con tutta probabilità, sarà il candidato dei democratici alle prossime Elezioni Presidenziali.

La rinuncia alla corsa alle Elezioni Presidenziali di Romney, che è già stato candidato del Partito Repubblicano nelle Elezioni Presidenziali del 2012, vinte da Obama, lascia campo libero all’ex-Governatore della Florida, il moderato Jeb Bush, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie.

Altri candidati che, dopo la rinuncia di Romney, potrebbero convincersi alla discesa in campo nelle primarie repubblicane sono l’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, il Senatore della Florida, Marco Rubio, e il Governatore del Kentucky, Scott Walker.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Pacifico e diplomazia le priorità della politica estera nello Stato dell’Unione di Obama

Posted in USA by matteocazzulani on January 22, 2015

Durante il più importante discorso alla nazione, il Presidente degli Stati Uniti invita alla finalizzazione della Partnership Trans Pacifica per contenere la Cina nella regione dell’Asia/Pacifico, e vanta il successo della linea morbida della sua Amministrazione nei confronti di Russia, Siria, Cuba ed Iran. Lotta al surriscaldamento globale e leadership nel settore del gas tra i punti esposti da Obama nella parte dedicata alla politica estera

Philadelphia – Economia, diplomazia e la forza solo quando e se serve. Questa è la strategia di politica estera che il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha presentato durante lo Stato dell’Unione, il discorso annuale che il Capo dello Stato rivolge una volta all’anno a Camere riunite, in collegamento diretto con tutto il Paese, per esporre le linee-guida della sua Amministrazione.

Obama, dopo avere sottolineato la necessità per gli Stati Uniti di assumere una nuova leadership nel Mondo, ha evidenziato come egli preferisca avvalersi di strumenti diplomatici e di misure economiche, piuttosto che di soluzioni di carattere militare, per contrastare minacce globali alla democrazia e ai valori dell’Occidente.

Priorità nella politica estera di Obama è la firma della Partnership Trans Pacifica -TPP- un accordo che crea una zona di libero scambio tra gli Stati Uniti ed i più importanti Paesi della regione del Pacifico, come Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud, Cile, Messico, Perù, Brunei, Malaysia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam.

Come dichiarato da Obama, il TPP permette agli Stati Uniti d’America e ai suoi alleati nel Pacifico di contrastare la crescita della Cina che, senza la creazione di un fronte economico comune tra i Paesi della Partnership Trans Pacifica, è destinata a ricoprire un ruolo egemone in una zona del Mondo cruciale per le sorti della geopolitica globale.

Oltre alla Partnership Trans Pacifica, Obama ha evidenziato la necessità di finalizzare un accordo di cooperazione economica con l’Unione Europea, con la quale le trattative per il varo della Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantica -TTIP- sono ancora in via di conclusione.

Altro ambito in cui l’economia rappresenta una leva per la realizzazione di una politica estera incisiva, secondo Obama, è anche quello della Russia, che proprio a causa delle sanzioni economiche, applicate dagli Stati Uniti come riposta all’aggressione militare all’Ucraina, si trova ora economicamente in ginocchio.

“Stiamo dimostrando il potere della forza e della diplomazia degli Stati Uniti d’America. Abbiamo fermamente sostenuto il principio che i Paesi più forti non possono sopraffare quelli più deboli. Ci siamo opposti all’aggressione russa, abbiamo sostenuto la democrazia in Ucraina, abbiamo riassicurato i nostri alleati della NATO” ha dichiarato Obama.

La diplomazia è stata anche la carta di cui Obama, come ricordato durante lo Stato dell’Unione, si è avvalso anche con Cuba, con cui gli Stati Uniti hanno ripristinato rapporti diplomatici congelati dal 1961.

Come sottolineato da Obama, la decisione di riaprire le relazioni con Cuba rappresenta un piccolo passo, incoraggiato da Papa Francesco, che chiude definitivamente con una pesante eredità della Guerra Fredda sulla quale, finora, nessun Presidente statunitense ha avuto il coraggio di mettere la parola fine.

Altro ambito della politica internazionale in cui Obama ha premuto sull’acceleratore della diplomazia è quello delle relazioni con l’Iran, nei confronti del quale, come già anticipato durante la visita con il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, il Presidente statunitense ha ritenuto necessario continuare a dialogare per evitare la proliferazione atomica.

“Le misure proposte dal Congresso in favore dell’inasprimento delle sanzioni all’Iran rischiano di mandare in fumo il percorso finora fatto e di estraniare gli Stati Uniti dai suoi alleati nel Mondo. Per questa ragione, porrò il veto su ogni simile provvedimento” ha dichiarato Obama.

Sempre in ambito diplomatico, Obama ha sottolineato la volontà degli Stati Uniti di rafforzare le strutture difensive dell’Afghanistan attraverso l’addestramento di reparti militari locali.

Nello stesso tempo, Obama ha ritenuto necessario l’uso della forza per contrastare lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ed ha richiesto al Congresso l’approvazione di una misura che autorizzi l’intervento militare contro l’ISIL.

Obama ha poi annoverato tra le priorità della politica estera anche un maggiore impegno degli USA per contrastare il Global Warming, sul quale gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo storico con la Cina per decrementare le emissioni inquinanti dei due Paesi del Mondo maggiormente responsabili per il surriscaldamento globale.

Infine, Obama ha supportato lo sviluppo dello sfruttamento dei giacimenti domestici di gas per rafforzare la leadership USA nel mercato mondiale dell’Europa dell’energia, ed ha espresso la sua contrarietà, seppur senza nominarlo, alla realizzazione dell’oleodotto Keystone XL, un’infrastruttura concepita per veicolare olio crudo sabbioso dal Canada al Texas attraverso il centro degli Stati Uniti.

La risposta dei repubblicani

Pronta, a Obama, è stata la risposta della senatrice dell’Iowa, Joni Ernst, che, per contro dei repubblicani, ha attaccato il Presidente a partire proprio dal Keystone XL, considerato dall’esponente del Partito Repubblicano un’infrastruttura necessaria per creare nuove opportunità di lavoro.

La Ernst ha poi concordato con Obama sulla necessità di abbattere le barriere doganali nella regione dell’Asia/Pacifico e sul bisogno di incrementare l’impegno bellico contro lo Stato Islamico e il terrorismo internazionale.

Sull’Iran, la Ernst ha espresso forte contrarietà al piano dell’Amministrazione Democratica di continuare con le trattative per persuadere Teheran a rinunciare al programma di proliferazione nucleare.

Da parte sua, la Ernst ha sottolineato la necessità di inasprire le sanzioni nei confronti di un Paese il cui riarmo nucleare rappresenta una minaccia per la sicurezza globale.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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