LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Guerra del Gas: la Polonia lancia il Corridoio Settentrionale

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 9, 2016

Varsavia si accorda con la Danimarca per la realizzazione della Baltic Pipe per l’importazione di gas naturale dalla Norvegia. Progettata anche la costruzione di un nuovo rigassificatore a Danzica, dopo quello di Świnoujście, per importare LNG in Europa Centro Orientale. 



Varsavia – Più sicuri diversificando. Questa è la motivazione che ha spinto la Polonia ad attivarsi in materia di politica energetica con la presentazione di una serie di progetti atti a diversificare le forniture di gas indirizzato non solo al mercato interno polacco, ma anche e sopratutto al costituendo mercato unico del gas dell’Unione Europea.

Nella giornata di lunedì, 18 Aprile, Polonia e Danimarca hanno stabilito un accordo di massima per la realizzazione della Baltic Pipe, gasdotto concepito per veicolare in territorio polacco gas di origine norvegese attraverso il sistema infrastrutturale energetico danese. 

Come dichiarato dal Premier polacco, Beata Szydło, e dal suo collega danese, Lars Lokke Rasmussen, la Baltic Pipe rappresenta un progetto di importanza strategica per Varsavia, Copenaghen e, più in generale, per l’Unione Europea. 

Infatti, dal punto di vista polacco la realizzazione della Baltic Pipe permette la diversificazione delle forniture di gas per mezzo dell’importazione di gas proveniente dalla Norvegia: una mossa necessaria per decrementare la dipendenza di Varsavia dalle forniture di oro azzurro dalla Russia.

Inoltre, il gas importato in Polonia attraverso la Baltic Pipe verrebbe messo a disposizione degli altri Paesi dell’Europa Centro Orientale -una regione fortemente dipendente dalle forniture di energia dalla Russia- attraverso il Corridoio Nord-Sud e l’Interconnettore Polonia Lituania. 

Questi due gasdotti, in via di realizzazione, sono progettati, rispettivamente, per veicolare oro azzurro dal rigassificatore polacco di Świnoujście al rigassificatore croato di Krk e a quello lituano di Klaipeda.

Dal punto di vista danese, la Baltic Pipe rappresenta un progetto di importanza strategica per via della imminente dismissione del bacino di Tyra che, finora, ha reso la Danimarca un Paese produttore di gas. 

Con la realizzazione della Baltic Pipe, Copenaghen diventerebbe un importante Paese di transito del gas della Norvegia verso la Polonia e, di conseguenza, gli altri Stati dell’Europa Centro Orientale.

Dal punto di vista norvegese, la realizzazione della Baltic Pipe rappresenta una possibilità per attrarre investimenti atti ad ampliare la produzione di gas nei propri giacimenti. 

Non a caso, Varsavia ha manifestato la volontà di ampliare la capacità della Baltic Pipe, preventivata a 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno, così da garantire un maggiore afflusso di oro azzurro in Europa Centro Orientale.

Oltre alla Baltic Pipe, la Polonia si è attivata per la realizzazione di un rigassificatore a Danzica che, secondo i progetti, dovrebbe ampliare la capacità di Varsavia di importare gas liquefatto dopo l’avvio dell’importazione di LNG dal Qatar per mezzo del rigassificatore di Świnoujście.

Così come per quanto riguarda la Baltic Pipe, anche i rigassificatori di Świnoujście e Danzica sono preventivati per diversificare le importazioni di gas ed immettere l’oro blu importato da fonti non-russe nel sistema infrastrutturale energetico dell’Europa Centro Orientale.

L’attivismo della Polonia in politica energetica per mezzo della progettazione della Baltic Pipe e del rigassificatore di Danzica, assieme al già realizzato rigassificatore di Świnoujście, è stato ribattezzato Corridoio Settentrionale: una denominazione che ricorda il Corridoio Meridionale, ossia un fascio di gasdotti che la Commissione Europea ha progettato per veicolare in Italia gas proveniente dall’Azerbaijan attraverso Georgia, Turchia, Grecia ed Albania.


Intermarium e Unione Energetica Europea alla base del progetto

Il Corridoio Settentrionale è frutto di due iniziative di carattere geopolitico concepite in Polonia. In primis, la realizzazione di una politica che mira alla sicurezza energetica dei Paesi dell’Europa Centro Orientale è legata all’Intermarium. 

Questa concezione geopolitica, fatta propria dal Presidente polacco, Andrzej Duda, mira alla creazione di un’alleanza regionale composta dai Paesi ubicati tra il Mar Baltico e il Mar Nero, tra la Russia e la Germania, atta a garantire la sicurezza nazionale degli Stati facenti parte di essa -Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Romania, Bulgaria, Ucraina, Georgia, e possibilmente anche Turchia.

Sul piano energetico, l’Intermarium è già stata realizzata per mezzo dell’alleanza di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Croazia in opposizione al prolungamento del gasdotto Nordstream. 

Questo gasdotto, progettato sul fondale del Mar Baltico con una portata di 110 miliardi di metri cubi di gas all’anno, è un’iniziativa bilaterale che la Germania ha concordato con la Russia per incrementare la quantità di gas russo importato nel mercato europeo bypassando i Paesi membri dell’Unione Europea dell’Europa Centro Orientale.

Sulla base del progetto di Duda già si era mosso Lech Kaczyński, Presidente della Polonia tra il 2005 e il 2010 che, per rafforzare la sicurezza dei Paesi dell’Intermarium, si attivò, sul piano energetico, sia per importare olio dall’Azerbaijan, che per ottenere forniture di gas dalla Norvegia.

La seconda concezione geopolitica di matrice polacca alla base del Corridoio Settentrionale è l’Unione Energetica Europea, progetto varato dal Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, durante gli ultimi mesi trascorsi alla guida del Governo della Polonia nel 2014.

Tusk, unico Premier nella storia polacca ad avere ottenuto la riconferma alle urne -grazie ad una parentesi di buongoverno che ha evoluto la Polonia in un moderno Paese dell’Unione Europea- varò, allora, un progetto atto a mettere in comunicazione i sistemi infrastrutturali energetici dei Paesi membri dell’Unione Europea.


Lo scopo dell’iniziativa di Tusk, che fu ampiamente condivisa dal Presidente francese, François Hollande, è la creazione di un mercato unico dell’energia che permetta ad ogni Paese membro dell’UE di contare su forniture stabili e garantite in caso di interruzioni improvvise del flusso di oro azzurro da parte di uno degli Stati fornitori.

L’Unione Energetica Europea di Tusk, che per certi versi ricorda un progetto analogo concepito dagli ex-Presidenti della Commissione Europea Jacques Délors e Romano Prodi, si basa sul principio di solidarietà tra i Paesi membri dell’UE.

Tuttavia, considerato come l’Unione Europea sia ancora in balia degli egoismi nazionali di singoli Paesi interessati ai propri interessi -Germania in primis- l’Unione Energetica Europea appare un progetto ancora lontano dal poter essere realizzato.


Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Unione Energetica Europea: varato il Gasdotto Polonia Lituania

Posted in Guerra del gas, Unione Europea by matteocazzulani on October 23, 2015

Il GIPL integra il sistema nazionale energetico polacco con quello lituano, lettone ed estone. In via di progettazione un simile gasdotto per coinvolgere l’Ucraina.



Varsavia – Come atteso, e del resto giusto, l’Unione Energetica Europea parte dall’Europa Centro Orientale. Nella giornata di giovedì, 15 Ottobre, i Governi di Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno firmato un accordo per la realizzazione dell’Interconnettore Polonia Lituania -GIPL- un’infrastruttura di 534 chilometri concepita per veicolare 2,4 miliardi di metri cubi gas dalla Polonia alla Lituania, e 1 miliardo di metri cubi di gas dal territorio lituano a quello polacco. 

L’accordo, alla cui firma hanno preso parte il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, il Premier polacco, Ewa Kopacz, il Presidente lituano, Dalija Grybauskaite, ed anche il Premier lettone, Laimdota Straujuma, e il Premier estone, Taavi Roivas, prevede un finanziamento di 558 Milioni di euro, di cui 225 a carico della Commisione Europea, 120 erogati dalla Polonia, e i restanti 43 milioni da parte dei Paesi Baltici. 

Nello specifico, il GIPL integra i sistemi energetici di Polonia e Lituania, due Paesi che, assieme a Lettonia ed Estonia, sono fortemente dipendenti dalle importazioni di gas dalla Russia, che spesso si avvale delle risorse energetiche come strumento di coercizione geopolitica teso a mantenere l’influenza di Mosca sull’Europa Centro Orientale.

A rifornire di gas il GIPL è sopratutto il rigassificatore di Swinoujscie, infrastruttura di recente realizzazione che permette alla Polonia di importare, ed immettere nel costituendo sistema energetico europeo integrato, gas liquefatto da Qatar, Norvegia ed altri produttori di LNG.

Oltre al rigassificatore di Swinoujscie, a servire il GIPL sarà anche il terminale croato di Krk, che sarà collegato al gasporto polacco tramite il Corridoio Nord-Sud, un gasdotto progettato dalla Polonia alla Croazia attraverso Repubblica Ceca ed Ungheria.

Infine, anche il rigassificatore lituano di Klaipeda, in via di realizzazione, potrebbe entrare nel meccanismo del GIPL per incrementare la sicurezza energetica dei Paesi dell’Europa Centro Orientale.

Come dichiarato dal Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il GIPL è il primo dei gasdotti realizzati nell’ambito dell’Unione Energetica Europea, ambizioso progetto che Tusk stesso ha ideato, in partnership con il Presidente francese, Francois Hollande, per integrare i sistemi energetici dei Paesi dell’Unione Europea, creare un mercato unico europeo del gas e, possibilmente, introdurre un meccanismo di acquisto unico del gas per tutti gli Stati membri dell’UE.

Da parte sua, il Premier polacco Kopacz ha sottolineato come la Polonia si sia fatta carico di una fetta consistente dei costi del GIPL per dimostrare quanto la solidarietà sia il principio alla base dell’infrastruttura e, più in generale, dell’Unione Energetica Europea.

Il Presidente lituano Grybauskaite ha dichiarato che il GIPL rappresenta un passo nella giusta direzione per la sicurezza energetica non solo dell’Europa Centro Orientale, ma anche di tutta l’Unione Europea.

Il Premier lettone Straujuma ha evidenziato l’importanza del GIPL per la sicurezza energetica dei Paesi del Baltico, mentre il Premier estone Roivas ha descritto l’infrastruttura come necessaria anche per la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro Orientale.

Oltre al GIPL, al vaglio nella regione vi è anche uno studio inerente alla realizzazione di un gasdotto per integrare i sistemi energetici di Polonia ed Ucraina, un progetto su cui stanno lavorando la compagnia polacca Gaz System e l’ucraina UkrTransHaz.

Il progetto, presentato lo scorso 9 Ottobre, prevede la realizzazione di un gasdotto di 112 chilometri per incrementare ad 8 miliardi di metri cubi all’anno il transito di gas dalla Polonia all’Ucraina, e 7 miliardi di metri cubi all’anno dal territorio ucraino a quello polacco.

Il Nordstream è l’antitesi

Sia il GIPL che il gasdotto tra Polonia e Ucraina sono progetti concettualmente alternativi al raddoppio del Nordstream, infrastruttura realizzata sul fondale del Mar Baltico nel 2012 che veicola 55 Miliardi di metri cubi di gas direttamente dalla Russia alla Germania, i due Paesi che, assieme ad Olanda, Svezia e Francia, hanno sostenuto politicamente questo progetto.

Diversamente che il GIPL, il Nordstream è stato progettato dalla Russia con il preciso scopo di dividere l’Unione Europea, privilegiando i Paesi tradizionalmente filorussi dell’Europa Occidentale ed isolando gli Stati membri dell’UE dell’Europa Centro Orientale.

Malgrado la Germania richiami alla solidarietà europea per quanto riguarda la questione dei migranti, il Governo tedesco sostiene apertamente il raddoppio del Nordstream, nonostante la strenua opposizione dei Paesi membri dell’Europa Centro Orientale e dei maggiori Gruppi del Parlamento Europeo.

Così come quasi tutti gli accordi bilaterali tra Russia e Germania, il Nordstream, definito giustamente dal Presidente polacco, Andrzej Duda, come un progetto politico e non energetico, mette a serio repentaglio l’integrazione dell’Unione Europea ed incrementa l’influenza politica di Mosca e Berlino sull’Europa Centro-Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Putin provoca la NATO in Estonia e Lituania

Posted in NATO, Russia by matteocazzulani on August 3, 2015

Squadroni di velivoli dell’esercito della Federazione Russa violano i cieli di Estonia e Lituania a radar spenti. Gli episodi seguono le recenti minacce balistiche di Mosca a Polonia e Romania e l’occupazione militare di una porzione del territorio della Georgia fondamentale per la sicurezza energetica dell’Unione Europea



Varsavia – Dopo la mini-invasione in Georgia, provocazioni militari di ampia scala nei cieli dei Paesi Baltici. Questa è la strategia della tensione della Russia, la cui aviazione militare, nell’ultima settimana, ha violato lo spazio aereo di Estonia e Lituania con almeno venti velivoli dell’esercito di Mosca.

Come riportato da una nota dell’aviazione militare britannica RAF, e ripreso dall’autorevole portale di informazione Defence24, dieci velivoli militari russi -quattro MiG-31, quattro SU-34 e due AN-26- hanno sorvolato il territorio estone a radar spenti nella giornata di venerdì, 31 Luglio.

Pronta è stata la reazione della RAF che, per scortare i velivoli russi al di fuori dei cieli dell’Estonia, ha inviato dei Typhoon 6 attualmente di stanza presso la base militare estone di Amari nell’ambito delle operazioni NATO di difesa e pattugliamento dei cieli dei Paesi Baltici.

Prima dell’episodio estone, nella giornata di mercoledì, 29 Luglio, dodici velivoli dell’aviazione militare russa, sempre a radar spenti, hanno violato lo spazio aereo della Lituania prima di essere intercettati, e scortati, da F-16 norvegesi.

Le recenti violazioni dello spazio aereo di Estonia e Lituania sono gli ultimi atti di una lunga serie che, dall’annessione militare della Crimea da parte della Russia nel Marzo del 2014, ha visto aerei e navi dell’esercito russo sconfinare, a più riprese, non solo nei cieli e nelle acque territoriali dei Paesi Baltici, ma anche quelli di altri membri della NATO, come Finlandia, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia e Romania.

Peraltro, per via della partecipazione al sistema di difesa anti-missilistico della NATO, proprio Polonia e Romania sono finite ufficialmente nel mirino della Russia che, come dichiarato dal Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, Yevgeniy Lukianov, ha dislocato batterie di missili Iskander in Crimea puntati direttamente su Varsavia e Bucarest.

Il posizionamento degli Iskander in Crimea segue la medesima manovra che la Russia avrebbe compiuto nell’enclave di Kaliningrad dove, secondo fonti militari, l’esercito russo avrebbe dislocato batterie di Iskander puntati sulle geograficamente vicine Varsavia e Berlino.

Accanto agli sconfinamenti in zona NATO e il posizionamento di elementi balistici puntati su Paesi dell’Unione Europea -atteggiamenti che, in chiave militare, rappresentano una palese provocazione- la Russia ha anche riavviato una consistente attività militare nello spazio ex-sovietico con l’occupazione, in Georgia, di una porzione della regione georgiana dell’Ossezia Meridionale in cui transita l’oleodotto Baku-Supsa.

Quest’infrastruttura è una delle principali arterie da cui l’olio dell’Azerbaijan viene esportato in Turchia, e successivamente in Unione Europea, senza transitare per il territorio russo: una ragione che ha portato Polonia, Lituania, Azerbaijan, Georgia a ritenere l’oleodotto Baku-Supsa il primo tratto di progetto infrastrutturale concepito per trasportare oro nero in Europa Centrale e, così, decrementare la dipendenza della regione dalle forniture della Russia.

Infine, oltre ad avere intensificato la presenza di reparti armati dell’esercito russo nelle regioni ucraine orientali del Donbas e di Luhansk, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha avviato un pressing diplomatico presso le Cancellerie occidentali per imporre all’Ucraina la concessione di un’ampia autonomia alle regioni occupate militarmente da Mosca.

Obama contestato per essere troppo morbido con Mosca

Come riportato da TVN24, Putin, oltre al tradizionale tacito sostegno del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Capo di Stato francese, Francois Hollande, si sarebbe avvalso del supporto occasionale del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, per spingere il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, a far votare in Parlamento modifiche costituzionali che riconoscono una formale autonomia al Donbas e alla Oblast di Luhansk.

Come dichiarato dal Rappresentante del Dipartimento di Stato USA per l’Europa, Victoria Nuland, la decisione di convincere Poroshenko ad approvare un provvedimento che, de facto, pone fine all’integrità territoriale dell’Ucraina -un punto che i Leader occidentali hanno sempre dichiarato di sostenere- non è una carta di scambio di cui Obama si sarebbe avvalso per ottenere il sostegno di Putin nell’ambito delle trattative sul nucleare con l’Iran.

Ciò nonostante, negli Stati Uniti sono sempre più le critiche provenienti da ambiti politici e militari in merito alla politica dell’Amministrazione Obama in Europa, ritenuta troppo poco incisiva per potere arrestare l’attivismo militare della Russia e, così, garantire la sicurezza dei Paesi NATO dell’Europa Centro-Orientale.

Oltre ai principali candidati alle primarie del Partito Repubblicano -come Jeb Bush, Ted Cruz, Marco Rubio, Scott Walker e Lindsey Graham- e importanti membri repubblicani del congresso -come il Presidente della Commissione Servizi Armati, John McCain- anche esponenti del Partito Democratico, a cui appartiene Obama, hanno chiesto al Presidente un maggiore impegno nei confronti di Putin.

In diverse occasioni, la principale candidata alle primarie Partito Democratico, Hillary Clinton, ha espresso turbamento dinnanzi all’atteggiamento aggressivo di Putin in Europa Centrale e Orientale.

Inoltre, sia il Segretario alla Difesa, Ash Carter, che il neo-nominato Presidente del Collegio delle Forze Armate USA, Joseph Dunford -la cui nomina è stata proposta dai democratici e sostenuta dai repubblicani- hanno descritto la Russia come la principale minaccia militare da cui gli Stati Uniti devono difendersi per garantire la propria sicurezza nazionale e quella degli alleati in Europa.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Obama incorona Tusk principale interlocutore europeo degli USA

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on March 11, 2015

Il Presidente statunitense favorevole ad una posizione risoluta di Stati Uniti ed Unione Europea nei confronti della Russia. L’incontro con il Presidente del Consiglio Europeo è un segnale di disapprovazione della linea morbida adottata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande.

Il bastone e la carota per cercare di fermare l’aggressione della Russia all’Ucraina e, possibilmente, all’Unione Europea. Nella giornata di lunedì, 9 Marzo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha ricevuto alla Casa Bianca il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk.

Durante l’ incontro, Obama, dopo avere dichiarato l’intenzione di implementare le trattative per la finalizzazione dell’accordo di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantico -TTIP- ha espresso la necessità che Stati Uniti ed Unione Europea collaborino per fare fronte all’aggressione militare russa, e per garantire la sovranità territoriale dell’Ucraina. 

Il Presidente statunitense ha poi invitato l’Occidente a mantenere le sanzioni economiche applicate alla Russia dopo l’occupazione delle regioni orientali dell’Ucraina e della Crimea, ed ha invitato Stati Uniti ed Unione Europea a monitorare il comportamento dell’esercito russo in territorio ucraino.

Da parte sua, Tusk, che ha scelto Washington come prima visita ufficiale all’estero da Presidente del Consiglio Europeo, ha lamentato non solo l’aggressione militare della Russia nei confronti dei Paesi confinanti con l’Unione Europea, ma ha anche sottolineato come Mosca si avvalga massicciamente della propaganda per disunire l’Occidente.

Inoltre, il Presidente del Consiglio Europeo ha accolto l’invito di Obama affinché Stati Uniti ed Unione Europea collaborino sia sulla pronta finalizzazione del TTIP che sulla questione ucraina, ed ha illustrato la necessità di una stretta partnership tra l’Amministrazione Presidenziale statunitense e l’Europa anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo islamico in Libia.

Oltre alla mera comunione di vedute tra Obama e Tusk, l’incontro tra il Presidente statunitense ed il Presidente del Consiglio Europeo rappresenta un chiaro segnale lanciato dall’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America ai leader europei in merito alla necessità di una politica più coraggiosa nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Non a caso, Obama, durante l’incontro con Tusk, ha chiaramente contestato l’inefficacia della linea morbida adottata nei confronti della Russia da parte del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Presidente francese, Francois Hollande, che si sono sempre opposti alla possibilità di fornire armi all’esercito ucraino apertamente sostenuta dall’Amministrazione Presidenziale statunitense, dal Congresso USA, e da alcuni Paesi dell’Unione Europea come Gran Bretagna e Polonia.

Come riportato dall’autorevole Economist, Tusk, ex-Premier della Polonia che ben conosce l’atteggiamento della Russia in ambito internazionale, è visto da Obama come uno degli esponenti politici su cui l’Amministrazione Presidenziale statunitense può contare in Europa per mantenere alta l’attenzione dinnanzi alla crescente aggressività militare di Mosca.

Un altro leader europeo su cui Obama può contare per mantenere l’unità dell’Occidente dinnanzi all’aggressione militare della Russia è il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, il cui Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha lamentato pubblicamente più di cento violazioni dello spazio aereo britannico da parte di velivoli militari russi durante il 2014.

Come pronta riposta alle continue provocazioni militari da parte di Putin, che oltre alla Gran Bretagna interessano anche altri Paesi NATO, come Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, Hammond ha rafforzato lo stato di allerta dei Servizi Segreti britannici.

Inoltre, come poi attuato anche dalla Polonia, la Gran Bretagna ha disposto l’invio di personale militare in Ucraina per addestrare l’esercito ucraino ed aiutare le forze armate di Kyiv a controbilanciare la superiorità tecnica e militare della Russia.

Il dilemma Renzi

Oltre alla linea troppo morbida manifestata da Merkel e Hollande, influenzati dai legami economici, culturali ed energetici che la Russia ha abilmente saputo tessere con Berlino e Parigi sin durante l’epoca sovietica, a motivare il rafforzamento dell’intesa tra Obama e Tusk è anche la recente visita a Mosca del Premier italiano, Matteo Renzi.

Con il suo incontro bilaterale con il Presidente russo, e sopratutto con la proposta di un coinvolgimento della marina militare russa nel Mediterraneo per contrastare l’ISIL in Libia, Renzi ha de facto interrotto l’isolamento politico di Putin che i leader Occidentali hanno attuato come risposta alla violazione della sovranità territoriale ucraina da parte della Russia, una mossa che Obama non sembra avere gradito.

Tuttavia, tenendo conto dei buoni legami che uniscono Obama e Renzi oramai da diversi anni, non è da escludere che la visita del Premier italiano a Mosca possa essere stata una sorta di investitura che l’ex-Sindaco di Firenze ha ottenuto dal Presidente statunitense per mantenere una sorta di dialogo aperto con Putin onde evitare la diffusione del conflitto all’interno dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani / Analista di Tematiche Trans Atlantiche / Twitter @MatteoCazzulani

USA e Gran Bretagna rispondono a Putin in Ucraina

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 25, 2015

Il Segretario di Stato statunitense, John Kerry, definisce i ribelli pro-russi un progetto militare per realizzare gli scopi geopolitici della Russia. Il Primo Ministro britannico, David Cameron, invia un contingente militare per addestrare ed assistere l’esercito ucraino

Philadelphia – La Gran Bretagna c’è, gli Stati Uniti quasi. Nella giornata di martedì, 24 Febbraio, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha dichiarato che il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha mentito sul coinvolgimento della Russia nelle forniture di armamenti ai cosiddetti ribelli pro-russi che hanno occupato le regioni dell’Ucraina orientale.

Kerry, durante un’audizione presso la Commissione Relazioni Estere del Senato, ha ritenuto l’attivismo dei russi in Ucraina la causa dell’uccisione di più di 5 Mila persone, ed ha definito i cosiddetti ribelli pro-russi come uno strumento della Russia per realizzare scopi di natura geopolitica.

Kerry, dopo avere sottolineato come, presso l’Amministrazione Presidenziale USA, un piano per inasprire le sanzioni economiche alla Russia sia ancora attuale qualora Putin dovesse continuare con la sua politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ha infine dichiarato che la decisione se armare o meno l’esercito ucraino spetta al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Chi, invece, ha preso l’iniziativa per arrestare l’aggressione militare della Russia all’Occidente è la Gran Bretagna. Il Primo Ministro britannico, David Cameron, ha infatti disposto l’ invio in Ucraina di personale militare per fornire all’esercito dell’Ucraina addestramento e sostegno di carattere logistico, tecnico e medico.

Cameron, sempre nella giornata di martedì, 24 Febbraio, ha dichiarato che il Governo britannico non intende ancora rifornire l’esercito ucraino di armamenti, anche se l’adozione di questa misura non è esclusa nel caso in cui la Russia dovesse continuare a provocare l’Occidente.

Infine, Cameron ha evidenziato che la decisione di inviare personale militare in Ucraina è dovuta alla necessità di dare un chiaro segnale da parte dell’Occidente, prima che Putin, dopo l’Ucraina, e dopo ancora della Georgia, possa attaccare anche la Moldova e i Paesi Baltici, membri sia della NATO che dell’Unione Europea.

Gentiloni rischia di fare un assist alla Russia

La posizione di Kerry, ed ancor più quella di Cameron, rappresenta la giusta reazione che la Comunità Trans Atlantica è chiamata a prendere per porre fine non solo all’aggressione militare di Putin all’Ucraina, ma anche alle ripetute provocazioni effettuate dall’esercito russo nei confronti di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca e, per l’appunto, Gran Bretagna.

Inoltre, la posizione di Cameron serve a bilanciare, e a colmare, l’inefficienza dimostrata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande, che nei confronti di Putin hanno ostinatamente voluto sempre mantenere la via del dialogo, senza, tuttavia, ottenere alcun allentamento dell’avanzata militare russa in Europa.

La posizione di Kerry e Cameron è utile anche per affrontare la presenza di stretti alleati di Putin in seno all’Unione Europea, come il Premier ungherese, Viktor Orban, il Premier greco, Alexis Tsipras, il Presidente ceco, Milos Zeman, e il Premier slovacco, Robert Fico.

Oltre agli amici della Russia, anche altri Paesi dell’Unione Europea stanno commettendo gravi errori sulla questione ucraina, come dimostrato dalla proposta del Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, di coinvolgere Putin nella lotta contro l’ISIL permettendo lo stazionamento di navi militari russe nel Mediterraneo.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0500

Ucraina: Obama concede l’ultima chance alla Merkel con Putin

Posted in USA by matteocazzulani on February 10, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti supporta l’iniziativa diplomatica del Cancelliere tedesco ma lascia aperta la possibilità di rifornire di armi l’esercito ucraino. Cresce il sostegno del Congresso e degli Adviser di Obama al sostegno militare all’Ucraina

Philadelphia – Passi ancora la linea morbida, quella delle pacche sulle spalle e del timore reverenziale nei confronti del Presidente della Russia, Vladimir Putin, ma se la via diplomatica non dovesse arrestare l’aggressione militare Russia in Ucraina occorrerà cambiare verso, e la Germania si accollerà tutta la responsabilità del fallimento.

Questo è il messaggio lanciato dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al Cancelliere tedesco, Angela Merkel, durante un vertice bilaterale presso la Casa Bianca, nella giornata di lunedì, 9 Febbraio.

Pur di non rompere l’unità dell’Occidente, Obama ha dichiarato di sostenere l’iniziativa diplomatica che la Merkel ed il Presidente francese, Francois Hollande, hanno intrapreso nei confronti di Putin, nonostante ogni tentativo di mediazione con la Russia non abbia portato ad alcun miglioramento della situazione in Ucraina, dove miliziani pro-russi armati da Mosca stanno occupando le regioni dell’est ucraino.

Per questa ragione, il Presidente statunitense non ha escluso l’ipotesi di autorizzare l’invio di armi all’Ucraina per permettere agli ucraini di difendersi e di garantire l’inviolabilità dei confini nazionali, una conditio sine qua non che sia Obama che la Merkel hanno indicato come necessaria per il mantenimento della pace in Europa.

Tuttavia, la Merkel ha manifestato un’opinione differente da quella di Obama nel rifiutare categoricamente ogni invio di armi all’Ucraina, in quanto, secondo il Cancelliere tedesco, il gesto incrementerebbe l’ostilità di Putin.

Seppur evidente, la frattura tra Obama e la Merkel sull’atteggiamento da mantenere nei confronti di Putin è stata mitigata dallo stesso Presidente statunitense, che, come dimostrato dal suo sguardo durante la conferenza stampa, ha dato alla Germania l’ultima chance di perseguire una via diplomatica con la Russia in cui sempre meno personalità hanno oramai fiducia negli Stati Uniti.

Oltre ad una nutrita pattuglia di adviser personali del Presidente, anche Ash Carter, il candidato Segretario alla Difesa scelto da Obama, ha dichiarato di essere favorevole ad inviare armi agli ucraini per colmare il gap con l’esercito russo.

Come riportato dalla Reuters, la posizione di Obama, che finora ha dimostrato riluttanza nei confronti di ogni possibile invio di armi sia in Ucraina che in Siria, è motivata da una mozione, approvata dal Congresso lo scorso Dicembre in maniera bipartisan, che autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad inviare equipaggiamenti militari all’esercito ucraino.

Obama ha firmato il provvedimento, ma ne ha sospeso l’esecuzione in attesa di risvolti positivi da parte di Putin che, tuttavia, non si sono verificati.

Finita la luna di miele con la Russia

Anche per questa ragione, Obama, nel National Security Strategy, un documento che enuncia le priorità del Presidente in materia di sicurezza, ha definito la Russia come un Paese che rappresenta un potenziale pericolo internazionale.

Come riportato da Politico, nella versione precedente del documento, emanata nel 2010, il Presidente statunitense ha invece ritenuto la Russia essere un potenziale partner.

La posizione di Obama, un democratico liberale che ha oramai perso fiducia nei confronti di Putin, è stata criticata dai repubblicani, che, per voce del Presidente della Commissione Servizi Armati del Senato, John McCain, hanno contestato la mancata volontà di autorizzate l’invio di armi in Ucraina.

McCain, durante la conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco di Baviera, ha criticato la decisione di Obama di inviare agli ucraini solamente mezzi non offensivi e generi di conforto che, tuttavia, nulla possono contro le armi dell’esercito russo.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

IMG_0574

Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

2015/01/img_0306.png

Schetyna porta la Polonia ancora più in Europa

Posted in Polonia by matteocazzulani on November 7, 2014

Al suo primo Exposé, il nuovo Ministro degli Esteri polacco dichiara la necessità di condannare la Russia per la politica aggressiva in Ucraina senza, tuttavia, troppo pregiudicare i rapporti economici. Difesa comune dell’Unione Europea, realizzazione dell’Unione Energetica Europea e Cooperazione con la NATO gli altri punti salienti del discorso al Parlamento del Capo della diplomazia della Polonia

Niente di nuovo per la diplomazia di Varsavia, come dimostra la sala della Camera Bassa del Parlamento mezza vuota, nonostante un evento importante per la politica della Polonia come la dichiarazione di una scelta chiara, che vede il Governo del nuovo Premier polacco Ewa Kopacz, la leader della popolar-liberale Piattaforma Civica -PO, la principale forza partitica di maggioranza- appieno integrata nell’Unione Europea.

Nella giornata di giovedì, 6 Novembre, il Ministro degli Esteri polacco, Grzegorz Schetyna, durante il suo primo Exposé da Capo della diplomazia polacca, ha illustrato le priorità della politica estera della Polonia, ponendo al primo posto, come da tradizione, l’Ucraina.

Schetyna, costretto a prendere l’eredità del politico che può di tutti ha contribuito alla democratizzazione dell’Ucraina, l’attuale Maresciallo della Camera Bassa del Parlamento Radoslaw Sikorski, ha promesso a Kyiv aiuti economici per un totale di 21 Milioni di Zloty per sollevare l’economia del Paese e favorire lo sviluppo umanitario e sociale del popolo ucraino.

Schetyna, che nello stesso giorno ha anche incontrato l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa UE, Federica Mogherini, ha anche duramente attaccato il comportamento della Russia, senza tuttavia chiudere la porta alla collaborazione con Mosca, sopratutto in ambito economico: se, da un lato, il Ministro degli Esteri ha definito la mentalità del Cremlino legata all’epoca dei blocchi, dall’altro ha auspicato che iniziative convenienti, come la creazione di una zona limitata di libera circolazione tra i Voivodati del Nord-Est e l’enclave russa di Kaliningrad, possano essere ripetute.

“L’instabilità in Ucraina, così come le crisi militari in Siria e Libia, ci chiamano ad un ruolo maggiormente responsabile per accrescere la capacità difensiva comune dell’UE, affinché la sicurezza dell’Europa sia adeguatamente tutelata” ha dichiarato Schetyna, che ha anche aggiunto la necessità, per la Polonia, di implementare la collaborazione con NATO e Stati Uniti d’America per il rafforzamento delle strutture difensive nazionali sul confine orientale dell’Alleanza Atlantica, che coincide con quello polacco.

Passando all’Europa, Schetyna, sempre in tema di sicurezza, ha anche dichiarato il pieno impegno del Ministero degli Esteri nella realizzazione di nuovi gasdotti per mettere in comunicazione il sistema infrastrutturale energetico della Polonia con quello degli altri Paesi dell’UE, e del rigassificatore di Swinoujscie per diversificare le forniture di gas della Polonia.

I nuovi gasdotti e il terminale di Swinoujscie sono progetti preventivati dall’Unione Energetica Europea: disegno politico rilanciato dall’ex-Premier polacco Donald Tusk -fresco di nomina a Presidente del Consiglio Europeo- e dal Presidente francese, Francois Hollande, e prima ancora concepito da due ex-Presidenti della Commissione Europea quali Jacques Delors e Romano Prodi, per creare un mercato unico UE dell’energia e permettere all’Europa di negoziare con una voce sola la compravendita di gas e greggio con i Paesi fornitori.

Infine, Schetyna ha anche sottolineato la necessità di continuare a sfruttare i fondi europei con la stessa costanza e precisione che, finora, ha permesso alla Polonia uno sviluppo senza precedenti in Europa.

“Siamo l’unico Paese in Europa che non vive una recessione da circa vent’anni: in 10 anni di appartenenza all’UE siamo riusciti a sfruttare al meglio la nostra appartenenza ad un mercato di cinquecento milioni di persone” ha continuato Schetyna.

Premier, Presidente e Maresciallo soddisfatti dal discorso

Positiva, al discorso di Schetyna, è stata la reazione del Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, che ha particolarmente apprezzato l’accento posto sulla sicurezza, mentre il Premier Kopacz ha illustrato gli sforzi evidenziati dal Ministro degli Esteri di mantenere la pace in Europa Orientale coinvolgendo maggiormente l’Europa.

Ad accogliere con favore l’Exposé di Schetyna è stato anche il Maresciallo della Camera Bassa del Parlamento, Radoslaw Sikorski, che, l’indomani, è chiamato ad affrontare un voto di sfiducia proposto dalle opposizioni per avere rivelato al portale statunitense Politico circa i piani del Presidente russo, Vladimir Putin, di proporre all’allora Premier polacco Tusk la spartizione dell’Ucraina.

Critiche all’Exposé di Schetyna sono provenute dall’opposizione conservatrice del Partito Diritto e Giustizia -PiS- che ha accusato il Ministro degli Esteri di avere assunto un atteggiamento troppo molle nei confronti della Russia di Putin.

Contestazioni al discorso di Schetyna sono provenute anche dal Partito socialdemocratico SLD, che ha criticato l’eccessiva attenzione prestata dal Ministro degli Esteri alla questione ucraina.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0334.PNG

Ucraina: vincitori e vinti del Vertice di Milano

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 17, 2014

Seppur privo di risultati, il vertice di Milano ha rappresentato un successo sia per il Premier italiano Matteo Renzi, che per il Presidente ucraino Petro Poroshenko, mentre il Capo di Stato russo, Vladimir Putin, si è rivelato essere sempre più isolato dalla Comunità Internazionale. La riedizione del ‘formato Normandia’ ha portato anche alla vittoria strategica del Cancelliere tedesco Angela Merkel e del Presidente francese Francois Hollande, che mantengono la regia della politica estera europea.

Philadelphia – Tante sono state le speranze riposte, forse in maniera troppo naive, sul vertice multilaterale di Milano, organizzato per risolvere il conflitto armato tra Ucraina e Russia a lato del vertice ASEM. Tuttavia, come prevedibile, pochi sono stati i passi in avanti compiuti per la risoluzione di un conflitto da cui dipende la sicurezza nazionale ed energetica dell’Europa.

Nella giornata di venerdì, 17 Ottobre, i Presidenti di Ucraina e Russia, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, si sono incontrati a Milano, con la regia del Premier italiano Matteo Renzi, assieme al Cancelliere tedesco Angela Merkel, al Presidente francese Francois Hollande, al Primo Ministro britannico David Cameron, ai Presidenti di Commissione Europea e Consiglio Europeo, José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy e al futuro Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, Federica Mogherini.

Come dichiarato da Renzi alla fine del Vertice, pochi sono stati i risultati ottenuti nelle trattative, complice un’atmosfera difficile e improntata sulla reciproca diffidenza tra Poroshenko e Putin, che tuttavia, come dichiarato dal Premier italiano, hanno per la prima volta discusso in maniera franca e diretta.

Nello specifico, come ha illustrato Renzi, l’oggetto del Vertice è stata la regolazione del controllo del confine ucraino-russo e lo stato della realizzazione degli Accordi di Pace di Minsk, che prevedono il ritiro congiunto degli eserciti di Ucraina e Russia dal Donbass, regione che assieme alla Oblast di Luhansk riceverà da parte del Governo di Kyiv, una maggiore autonomia.

Parere negativo in merito ai risultati del vertice è stato espresso anche dal Presidente Poroshenko, che, come riportato dall’autorevole Reuters, si è detto tutt’altro che ottimista in merito a possibili soluzioni della crisi.

Positivo, invece, è stato il parere di Putin, che ha parlato di “incontro buono e positivo”, ed ha apprezzato la continuazione delle trattative con Poroshenko secondo il ‘formato Normandia’ che, oltre al Presidente ucraino, prevede la partecipazione solo di Germania e Francia.

A sua volta, la Merkel, come riportato dalla Deutsche Welle, ha sottolineato come di obiettivi importanti non ne siano stati affatto raggiunti, mentre il Primo Ministro britannico Cameron ha ricordato a Putin che, in caso di mancato rispetto degli accordi internazionali, l’UE applicherà nuove sanzioni alla Russia.

Dal Vertice di Milano, ad uscire come primo grande vincitore è senza dubbio Renzi, che ha dimostrato la capacità del Governo italiano di mantenere una posizione di mediazione tra Ucraina e Russia senza effettuare concessioni sui valori dell’Occidente -Democrazia, Diritti Umani, Pace e Libertà- né prendere una posizione ambigua che, in passato, ha portato il nostro Paese ad assumere atteggiamenti nemmeno troppo velatamente filorussi.

Altri vincitori si possono definire la Merkel e Hollande, che si sono avvalsi del modestissimo successo del Vertice di Milano per ripristinare il ‘formato Normandia’, così da lasciare la regia della politica estera europea nelle mani delle sole Germania e Francia.

Positiva è stata anche la performance di Poroshenko, che pur non avendo ottenuto risultati in direzione della pace, ha tuttavia dimostrato per l’ennesima volta di essere pronto al dialogo, anche a costo di dolorose concessioni per il suo Paese, pur di arrestare la guerra, che, è opportuno ricordare, l’Ucraina non ha voluto.

Lo sconfitto del vertice è senza dubbio Putin, che ha dimostrato di essere isolato da una Comunità Internazionale decisa a fare rispettare gli Accordi Internazionali e, sopratutto, l’integrità territoriale ucraina.

L’Europa sempre più debole a livello internazionale

Grande sconfitta è però anche l’Unione Europea, che non ha saputo cogliere l’occasione milanese per superare il complesso ‘carolingio’ di cui è sempre stata affetta.

Con la presenza al vertice di Milano delle sole Germania, Francia e Gran Bretagna -oltre all’Italia, che però ha ricoperto il ruolo di ‘padrone di casa’- l’UE ha dimenticato ancora una volta di coinvolgere nelle trattative di pace la Polonia.

Varsavia, per via della sua storia, molto simile a quella ucraina, avrebbe portato al tavolo un Paese in grado di leggere la questione ucraina con maggiore competenza rispetto alle più lontane -sia geograficamente che culturalmente- Germania e Francia.

Inoltre, la presenza della Polonia avrebbe dimostrato a Putin che l’UE non è disposta a tollerare un’escalation del conflitto ucraino anche in Europa Centro-Orientale, che, come dimostrato dai ripetuti sconfinamenti dell’areonautica militare russa in Estonia, Lettonia, Lituania, Svezia, Finlandia, Olanda e Gran Bretagna, è ad oggi un’ipotesi tutt’altro che peregrina.

Con l’esclusione di Varsavia dal formato milanese, l’Europa ha dimostrato di essere ancora troppo debole, arcaica, fortemente divisa al suo interno e per nulla al passo coi tempi.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

20141017-092129-33689968.jpg