LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Politica USA: Obama chiede al Congresso un’autorizzazione leggera per continuare ad attaccare l’ISIL

Posted in USA by matteocazzulani on February 12, 2015

Il Presidente statunitense chiede un ok temporaneo per continuare gli attacchi mirati allo Stato Islamico e l’addestramento delle truppe irachene, ma senza alcun ingaggio via terra. Repubblicani e democratici tendenzialmente favorevoli, anche se non mancano i perplessi

Philadelphia – Equilibrio e flessibilità sono le parole d’ordine della richiesta di Autorizzazione di Uso della Forza Militare contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha presentato al Congresso nella giornata di mercoledì, 11 Febbraio.

Durante una conferenza stampa di presentazione della richiesta, Obama ha sottolineato la necessità di approvare il documento presso il Congresso per dare forza agli Stati Uniti nell’ambito dell’azione di opposizione all’ISIL che l’aviazione e l’esercito di terra statunitense stanno già compiendo, per mezzo di bombardamenti mirati ed addestramento delle truppe irachene, sulla base di un decreto esecutivo del Presidente.

La richiesta, un documento molto moderato, prevede la continuazione dei bombardamenti mirati e delle operazioni di addestramento delle truppe di terra irachene che l’esercito degli Stati Uniti sta già realizzando in collaborazione con gli altri 60 Paesi della colazione mondiale anti-ISIL.

Nello specifico, la richiesta di Obama non prevede alcun ingaggio da parte delle truppe di terra, ad eccezione di operazioni di salvataggio di personale statunitense e di assistenza logistica ad azioni compiute dagli alleati impegnati sul territorio.

Inoltre, la richiesta comprende una clausola che obbliga il Congresso a riesaminare il rinnovo dell’Autorizzazione non appena il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America si sarà insediato dopo la scadenza del mandato di Obama alla Casa Bianca.

La presentazione della richiesta al Congresso è stata decisa dal Presidente Obama dopo l’uccisione dell’ennesimo ostaggio statunitense da parte dell’ISIL, che ha già barbaramente ammazzato altri prigionieri di diversa nazionalità.

Tuttavia, la richiesta di Obama potrebbe non avere approvazione facile al Congresso, dal momento in cui lo scetticismo non manca sia tra i repubblicani che tra i democratici.

Lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, pur assicurando il voto favorevole dei repubblicani, ha dichiarato la propria perplessità in merito alla possibilità che la strategia di Obama, così come annunciata, possa portare al risultato prefissato.

Alcuni democratici liberali hanno invece criticato la strategia di Obama perché essa prevede il coinvolgimento delle truppe di terra, nonostante la filosofia generale del provvedimento sia stata improntata sul disimpegno dell’esercito USA sul piano terrestre.

Il Canada a fianco degli Stati Uniti

La mossa di Obama ha trovato la pronta risposta del Canada, uno degli alleati più stretti della coalizione anti-ISIL, che, come riportato dall’autorevole Reuters, ha valutato l’ipotesi di prolungare la permanenza dell’esercito canadese in Iraq per proseguire le operazioni di training delle forze armate irachene.

Come riportato dal Ministro della Difesa del Governo conservatore canadese, Jason Kenney, il prolungamento del mandato non coincide tuttavia con l’autorizzazione all’ingaggio militare via terra, che il Canada, così come gli Stati Uniti, non intende avallare.

Come pronta risposta, l’opposizione del Nuovo Partito Democratico, forza partitica di orientamento socialdemocratico, ha contestato il Premier canadese, Stephen Harper, per avere esposto le truppe di terra canadesi a ripetuti incontri armati con le forze dell’ISIL.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Guerra Energetica: UE e Canada rafforzano la Comunità Atlantica

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on September 26, 2014

Il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, e il Premier canadese, Stephen Harper, firmano un accordo per implementare le relazioni energetiche. L’accordo tra Unione Europea e Ottawa va di pari passo con quello che l’Europa sta negoziando con gli Stati Uniti d’America per il varo del progetto di Partnership Commerciale e Industriale Transatlantica.

In un Mondo sconvolto da minacce militari provenienti da Iraq, Siria e Russia, l’Occidente ha bisogno di compattarsi e di integrarsi: anche e sopratutto sul piano energetico. Queste sono le intenzioni che, giovedì, 25 Settembre, hanno mosso Unione Europea e Canada a firmare accordi bilaterali per la cooperazione nel settore dei trasporti, delle scienze, dell’ambiente, dell’educazione e, sopratutto, dell’energia.

Come riportato dall’autorevole agenzia UPI, gli accordi, firmati a Bruxelles dal Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, dal Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, e dal Premier canadese, Stephen Harper, prevedono lo sviluppo delle relazioni energetiche tra UE e Canada, finalizzate all’avvio delle esportazioni di gas e greggio liquefatti da Ottawa in Europa.

Il rafforzamento delle relazioni energetiche tra UE e Canada giovano ad ambo le parti: l’Europa, infatti, vede il Canada come un possibile fornitore di energia alternativo a Russia e Algeria, da cui la Commissione Europea intende decrementare l’alta dipendenza attraverso l’importazione di gas da Azerbaijan, Qatar, Egitto e Norvegia.

Gli accordi con il Canada vanno di pari passo con l’acceleramento delle trattative con gli Stati Uniti d’America per il varo del progetto di Partnership Commerciale e Industriale Transatlantica -TTIP- che prevede anche la liberalizzazione dell’esportazione di gas liquefatto dagli USA all’UE.

Per quanto riguarda il Canada, gli accordi energetici con l’UE consentono ad Ottawa di avviare la possibilità di diversificare le sue esportazioni di gas e greggio liquefatto che, ad oggi, sono orientate unicamente agli USA.

Anche la Corea del Sud nella Comunità Occidentale

Sempre nell’ambito della medesima strategia, Harper, pochi giorni prima della firma degli accordi con l’UE, martedì, 23 Settembre, a Seoul, ha firmato una Dichiarazione per l’avvio della cooperazione energetica con la Corea del Sud.

Il documento, che il Premier canadese ha firmato con la sua collega coreana, Park Geun-hye, avvia la possibilità per il Canada di esportare gas liquefatto alla Corea del Sud, che occupa il secondo posto nel ranking mondiale degli importatori di LNG.

Con l’accordo con il Canada, la Corea del Sud, considerando lo scacchiere geopolitico globale, si schiera appieno all’interno della Comunità Occidentale.

Già nel 2012, Seoul, come riportato dall’autorevole Bloomberg, ha infatti siglato pre-contratti che autorizzano l’importazione di gas liquefatto con gli USA una volta che il Congresso statunitense darà il via libera all’esportazione di LNG.

I pre-contratti con la Corea del Sud sono stati fortemente voluti dal Presidente USA, Barack Obama, che ha concentrato gli sforzi dell’Amministrazione statunitense nella regione dell’Asia e del Pacifico per contenere la crescente influenza della Cina.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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Ucraina: Poroshenko in USA e Canada nel solco dell’Occidente

Posted in Ukraina by matteocazzulani on September 19, 2014

Durante il suo discorso al Congresso a Camere riunite, il Presidente ucraino attinge a piene mani della dottrina dell’Internazionalismo Liberale: richiede il rispetto dell’integrità territoriale ucraina, aiuti per realizzare le riforme, armi e lo status di alleato NATO per Kyiv. Presso il Parlamento canadese, Poroshenko dichiara l’inizio di un percorso inarrestabile verso l’Europa

Wilsoniano, Kennediano, Reaganiano e Clintoniano negli Stati Uniti d’America, Churchilliano, invece, in Canada. Queste sono le caratteristiche dimostrate dal Presidente ucraino, Petro Poroshenko, durante i discorsi ufficiali al Congresso USA e al Parlamento canadese, entrambi riuniti a camere congiunte per audire il Capo di Stato dell’Ucraina.

Al Congresso, Poroshenko ha esposto le richieste dell’Ucraina all’alleato statunitense attingendo a piene mani dall’Internazionalismo Liberale: dottrina geopolitica, seguita da moltissimi tra i Presidenti che dal 1918 si sono succeduti alla Casa Bianca, che postula lo sviluppo della Democrazia e della Libertà nel Mondo come condizione necessaria a garanzia della sicurezza dell’intera Comunità Atlantica.

Con l’appello agli USA a mantenere l’impegno di rispettare l’integrità territoriale ucraina sancita nel Memorandum di Budapest del 1994 -con cui USA, Gran Bretagna e Russia hanno riconosciuto l’invio l’abilità dei confini ucraini in cambio della rinuncia da parte di Kyiv alle armi nucleari- e con la richiesta al Congresso di applicare ulteriori sanzioni alla Russia in reazione all’aggressione militare di Mosca all’Ucraina, Poroshenko si è rifatto alla dottrina del Presidente Woodrow Wilson.

Questo Presidente, il “padre” della dottrina dell’Internazionalismo Liberale di appartenenza democratica, nel primo dopoguerra ha ritenuto necessario per la sicurezza degli Stati Uniti adoperarsi ad ogni costo per garantire la Libertà e il rispetto dello Stato di Diritto nel Mondo.

Poroshenko ha poi richiesto al Congresso investimenti affinché l’Ucraina riesca ad attuare riforme in campo economico e giudiziario necessario per approvare riforme importanti finalizzate a soverchiare la corruzione e a garantire la giustizia sociale sulle Rive del Dnipro.

Questo appello ricalca la posizione di John Fitzgerald Kennedy, il Presidente USA di orientamento democratico che, nel solco della tradizione dell’Internazionalismo Liberale, negli anni Sessanta ha postulato la realizzazione della Comunità per il Progresso: un’alleanza tra i popoli della terra, iniziando da quelli della Comunità Atlantica, per garantire nel Mondo pace e giustizia sociale come mezzo per rafforzare la Democrazia e garantire la Libertà.

Durante il suo discorso, Poroshenko ha anche richiesto agli USA di fornire aiuti di carattere logistico e militare per consentire all’Ucraina di difendersi in maniera adeguata dall’aggressione militare della Russia, dichiarando che gli ucraini vogliono la pace, e che la battaglia per la Libertà sta comportando per Kyiv un prezzo enorme.

Questa richiesta ha scaldato i cuori dell’ala repubblicana del Congresso, in quanto ha attinto a piene mani dalla dottrina del Presidente Ronald Reagan, che, sempre nel solco dell’Internazionalismo Liberale, negli anni Ottanta ha postulato la necessità per il Mondo libero occidentale, di combattere a tutto campo per la difesa della Democrazia, anche per mezzo di un considerevole riarmo.

Infine, Poroshenko ha attinto dall’orientamento del Presidente democratico Bill Clinton che, negli anni Novanta, sempre facendo riferimento alla dottrina wilsoniana, ha postulato la riforma della NATO dopo la caduta dell’Unione Sovietica da patto a garanzia della sicurezza della comunità Euroatlantica ad alleanza impegnata nello sviluppo e nella tutela della Democrazia, dei Diritti Umani e della Libertà nel Mondo.

Poroshenko, nel suo discorso, si è infatti appellato al Congresso affinché gli USA riconoscessero all’Ucraina lo status di “alleato speciale” della NATO: una carica, concessa già ad Israele, Argentina, Corea del Sud, Giappone, Thailandia e Kuwait, che garantisce ai Paesi che la possiedono aiuti da parte dell’Alleanza Atlantica in caso di aggressione militare.

Prima del discorso al Congresso, Poroshenko ha parlato presso il Parlamento del Canada, un Paese tradizionalmente vicino all’Ucraina per via della consistente diaspora ucraina, che da circa un secolo vive pienamente integrata nel tessuto sociale canadese.

Dopo avere sottolineato come l’Ucraina abbia intrapreso un percorso verso l’Europa oramai inarrestabile, Poroshenko ha citato l’ex-Primo Ministro britannico Wiston Churchill nell’elogiare il difficile compito avuto dal politico inglese durante la Seconda Guerra Mondiale di frenare il nazismo dovendo guardarsi anche dal rafforzamento dei sovietici.

Il Presidente ucraino ha inoltre citato Churchill anche per condividere l’apprezzamento per il Canada come Paese impegnato nel rispetto della Democrazia e dei Diritti Umani nel Mondo che il Primo Ministro della Gran Bretagna ha espresso a più riprese.

Aiuti finanziari e militari

I discorsi di Poroshenko in USA e Canada hanno portato a risultati contrastanti. In USA, come riportato da Radio Liberty il Senato, presso la Commissione Esteri, ha approvato un progetto di legge per riconoscere all’Ucraina lo status di alleato della NATO e armamenti per una quantità di 350 Dollari.

Nonostante il voto del Senato, come riportato dalla CNN, il Presidente USA, Barack Obama, ha dichiarato che il riconoscimento dello status di alleato NATO all’Ucraina non sia necessario, in quanto la cooperazione tra l’Alleanza Atlantica e Kyiv è già a un livello superiore rispetto a quello con l’Argentina e gli altri Paesi che godono dello status richiesto dal Presidente Poroshenko.

Da parte sua, come riportato dalla Cancelleria del Capo del Governo, il Premier canadese, Stephen Harper, ha promesso l’implementazione della Zona di Libero Scambio con l’Ucraina per i settori dell’energia, dell’agricoltura, della tecnologia e della realizzazione di macchinari.

Il Canada ha poi concesso un prestito di 200 Milioni di Dollari che l’Ucraina è chiamata ad utilizzare per il rafforzamento della sua economia, e a restituire nei prossimi 5 anni.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ucraina: Obama e Cameron duri con Hollande e Putin

Posted in Ukraina by matteocazzulani on June 6, 2014

Il Presidente USA condanna la mancata volontà di dialogo del Capo di Stato russo con il Presidente eletto ucraino, e contesta la decisione del Presidente francese di non revocare le forniture di navi militari a Mosca per via delle sanzioni. Cameron e gli altri leader del G7 sulla linea del Presidente statunitense

Putin farebbe bene collaborare con Poroshenko -il Presidente Eletto ucraino- per non portare la Russia ad un più forte isolamento internazionale. Questa è la posizione presa dai Paesi del G7 al termine dell’incontro di giovedì, 5 Giugno, avvenuto a Bruxelles e coordinato dal Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy.

Il vero animatore della riunione, durante la quale il tema principale è stato la crisi in Ucraina, è stato il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha sottolineato la necessità di lavorare in stretto contatto con la Commissione Europea per preparare una nuova fase di sanzioni alla Russia, se Mosca non dovesse porre fine all’aggressione militare a Kyiv.

Obama, fresco della partecipazione a Varsavia al 25 anniversario della vittoria di Solidarnosc sul Regime sovietico, ha inoltre espresso rammarico per la decisione del Presidente francese, Francois Hollande, di non revocare il contratto tra Francia e Russia per la vendita a Mosca di navi militari di categoria Mistral.

Questo contratto, che porta nelle casse francesi 1,2 Miliardi di Euro, contrasta con le sanzioni imposte dall’Occidente alla Russia di Putin per punire la violazione dell’integrità territoriale ucraina.

“Ho espresso perplessità in merito all’opportunità di continuare a vendere mezzi militari che rafforzano la difesa della Russia, quando la sovranità e l’integrità territoriale sono continuamente violate” ha dichiarato Obama durante la conferenza stampa conclusiva del G7.

La posizione di Obama collima con quella quella espressa in un’intervista all’autorevole Le Monde dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, che ha invitato i francesi a sospendere la vendita di armi alla Russia.

Sulla medesima linea severa di Obama nei confronti della Russia, condivisa appieno da tutti i Leader presenti al G7 -tra cui lo stesso Hollande, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier Canadese, Stephen Harper, quello giapponese, Shinzo Abe, e il Cancelliere tedesco, Angela Merkel- è stata la condotta del Primo Ministro britannico, David Cameron.

Il Capo del Governo della Gran Bretagna, in apertura dell’incontro ufficiale con Putin a Parigi, alla vigilia delle celebrazioni dell’anniversario del D-Day, si è rifiutato di dare la mano al Presidente russo: un chiaro segno di disapprovazione della condotta di Mosca in Ucraina.

Più impacciata è stata, però, la reazione di Hollande, che proprio in occasione del D-Day, ha cercato in tutti i modi di fare incontrare tra loro Putin e Obama, senza però ottenere successo.

Costretto a prendere parte a due cene contemporaneamente -una con Obama e l’altra con Putin- il Presidente francese ha promesso al Presidente USA pieno appoggio alle sanzioni predisposte dal G7 in caso di escalation militare in Ucraina.

Hollande ha anche parlato a lungo con Putin della questione ucraina. “Abbiamo chiesto al Presidente russo come possiamo essere utili per risolvere l’impasse” ha commentato alla stampa il Ministro degli Esteri, Laurent Fabius.

Fabius, incalzato dalle domande sulla vendita dei Mistral, ha poi aggiunto che la Francia intende onorare fino in fondo contratti già sottoscritti dall’Amministrazione precedente.

L’Europa è ancora divisa

Le divergenze tra Obama, Cameron e Sikorski da una parte, e Hollande dall’altra, confermano l’importanza della posizione forte e risoluta presa dagli USA nei confronti dell’Ucraina.

Il gesto di Obama è stato necessario per arginare la condotta aggressiva di stampo militaristico attuata da Putin in Ucraina, che l’Europa, ancora troppo debole e divisa al suo interno, è stata incapace di contrastare a dovere.

In particolare, l’Europa è divisa tra i Paesi centro-orientali, che ben ricordano e conoscono l’aggressività imperiale della Russia di Putin, e gli Stati dell’Europa Occidentale, che sono maggiormente inclini ad una linea morbida nei confronti della Russia per via dei loro legami affaristici coi russi, sopratutto sul piano energetico.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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CRIMEA: ALCUNI FALSI MITI DA SFATARE PER COMPRENDERE COSA HA SPINTO LA RUSSIA AD INVADERE L’UCRAINA

Posted in Editoriale by matteocazzulani on March 3, 2014

L’invasione russa in Crimea crea un pericoloso precedente che, se non arginato fin da subito, può portare all’allargamento della crisi militare anche in Paesi dell’Unione Europea. Tutta l’Ucraina manifesta contro Mosca, mentre ancora manca una presa di posizione dell’Europa dinnanzi alla violazione dei Trattati di Budapest del 1994.

Ho taciuto perché scosso dal realizzarsi di eventi che ho previsto da tempo, ed anche perché argomentare una riflessione sul “io ve l’avevo detto da tempo che sarebbe finita così” sarebbe stato antipatico, supponente, arrogante e sopratutto poco costruttivo. Ora, per comprendere bene quello che accade, ma sopratutto quello che accadrà in Ucraina, riporto alcuni punti che, spero, potranno aiutare gli italiani ad analizzare con un po’ più di verità una situazione raccontata in maniera purtroppo sommaria dai media del Belpaese. Lo faccio da italiano che ha vissuto da tempo in Ucraina e che, a detta di molti, conosce molto bene le dinamiche politiche, storiche e sociali di questo Paese europeo per storia, cultura e tradizioni.

Il primo punto riguarda la descrizione della situazione per quello che realmente è: la Russia di Putin non solo ha dichiarato guerra all’Ucraina, ma ha anche avviato un’invasione che, secondo fonti ben accertate, ha già portato nel territorio ucraino circa 10 Mila uomini.

A sconvolgere è innanzitutto la modalità con cui Putin ha preparato l’invasione, infiltrando i suoi uomini in Crimea, dove la maggioranza della popolazione è russofona, anche grazie alla distribuzione facilitata di passaporti russi, mentre gli occhi dell’opinione pubblica erano rivolti sulla riuscita della manifestazione pacifica del Maidan, che ha rovesciato il regime dittatoriale di Viktor Yanukovych.

L’invasione preoccupa anche per la modalità con cui è stata argomentata, in quanto Putin si è appellato al diritto di “tutelare le popolazioni russo fonte in Ucraina”. Questa argomentazione non solo è falsa -i russi non sono MAI stati discriminati in ucraina- ma è anche pericolosa, in quanto giustifica il diritto per qualsiasi Paese di occupare regioni di altri Stati ove è presente una propria minoranza nazionale.

L’atto di Putin è una violazione del Trattato di Budapest del 1994, con cui Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna si sono impegnati a garantire l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della cessione da parte di Kyiv del proprio arsenale nucleare. Se Putin sarà lasciato libero di occupare una parte dell’Ucraina, lo stesso potrebbe fare l’Austria con l’Italia, arrogando a se il diritto di occupare l’Alto Adige contro un inesistente mancato rispetto dei diritti dei cittadini di Bolzano da parte del Governo Renzi…

L’ennesimo punto su cui vale la pena di riflettere sono infatti le ripercussioni internazionali che avrà la mossa di Putin in Crimea nei prossimi mesi. Da un lato, il Presidente russo intende mostrare al mondo intero di essere determinato a tutelare gli interessi russi in Paesi sovrani ed indipendenti con tutti i mezzi a disposizione, anche a costo di provocare una guerra in Europa.

Dall’altro, Putin vuole porre un freno alla possibile diffusione in Russia del Maidan. La riuscita della mobilitazione pacifica degli ucraini contro Yanukovych non era prevista da nessuno, tantomeno da Mosca: questo ha infuso coraggio e determinazione anche presso il popolo russo, che da tempo lancia segnali di insofferenza nei confronti del regime di Putin simili a quelli manifestati dagli ucraini.

Altro punto su cui da anni spendo fiumi di parole è la divisione dell’Ucraina tra un oriente filorusso ed un occidente filo occidentale: una menzogna grossa come una casa su cui il Cremlino ha da anni fatto leva per legittimare le sue ambizioni espansionistiche sull’Ucraina.

Come dimostrano le recenti mobilitazioni contro Yanukovych, e sopratutto le manifestazioni contro l’invasione militare di Putin in Crimea, TUTTE le città ucraine sono schierate dalla medesima parte in sostegno dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del proprio Paese: dimostrazioni in cui cittadini ucraini, sopratutto in lingua russa, hanno criticato l’invasione militare russa sono state organizzate non solo a Kyiv, Lviv e Uzhhorod, ma anche a Kharkiv, Zaporizzhya, persino nella “russissima” Odessa.

Di pari passo con l’aspetto geografico, non è vero che anche la società ucraina è divisa in due, bensì lo è in tre fazioni. Da una parte vi sono sempre meno sostenitori del Regime di Yanukovych che bene vedono un intervento militare della Russia per riportare al potere un regime dittatoriale isolazionista. Dall’altro, l’opposizione politica, che ha preso in mano le redini del Paese con un Governo di transizione che non solo deve approvare manovre lacrime e sangue per evitare il default nazionale, ma deve anche gestire l’invasione russa.

La terza forza sociale in gioco è il cosiddetto Maidan, ossia la società ucraina che nulla ha a che fare con la politica, e che è scesa in piazza per chiedere libertà e democrazia contro Yanukovych prima, e, oggi, indipendenza e pace contro il Presidente russo Putin. Né l’opposizione, né il Maidan sono manovrati da pericolosi fascisti, come invece ama presentare parte della stampa italiana. La componente di estrema destra è sì presente, ma è residuale in confronto alla stragrande maggioranza dei dimostranti che, invece, si è mobilitata per i propri diritti di vivere sereni e liberi.

L’invasione russa della Crimea deve spingere l’Europa ad un intervento immediato, tempestivo ed incisivo, poiché proprio l’azione diplomatica dell’Unione Europea ha portato al rovesciamento del Regime di Yanukovych dopo due giorni di repressione armata e almeno 100 vittime provocate tra i manifestanti dalla polizia di regime Berkut. Finora, solo l’ONU ha convocato riunioni urgenti per affrontare la questione, mentre la NATO ha assicurato di essere pronta a tutelare i confini dell’UE per evitare che l’aggressione militare russa continui anche in altri Paesi, come Lettonia, Estonia, Lituania se non addirittura Polonia e Romania.

Bene finora hanno fatto i Leader dei Paesi occidentali, a partire dal Presidente USA Obama e da quello francese Hollande, fino al Premier canadese Harper, al Cancelliere tedesco Merkel, a mobilitarsi per sostenere l’integrità territoriale dell’Ucraina e minacciare sanzioni, tra cui l’esclusione dal G8 e l’Isolamento internazionale. Bene ha fatto anche il Premier polacco Tusk a sottolineare come l’aggressione alla Crimea metta a serio repentaglio la sicurezza di tutta l’UE, così come da apprezzare è la presa di posizione urgente del Presidente del Consiglio italiano Renzi in sostegno del popolo ucraino.

La Crimea come i Sudeti

Tuttavia, l’Europa deve fare di più. Se non sarà fermata, l’invasione della Russia in Ucraina provocherà un precedente preoccupante simile a quello dei Sudeti nel 1934, quando la Germania di Hitler occupò una parte dell’allora Cecoslovacchia senza che la Comunità Internazionale osasse proferire verbo perché preoccupata di irritare Berlino.

Occorre essere coscienti che in Crimea è in atto solo il primo passo di un’espansione militare da parte di una potenza autoritaria che vede nella sopraffazione l’unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’immagine dei soldati ucraini, che seppur circondati nella caserme della Crimea dai militari russi di rifiutano di consegnare le armi, ricorda molto quanto accaduto alla Divisione Aqui a Cefalonia dopo l’Armistizio del 1943…

Potremmo essere solo all’inizio di una crisi mondiale che va disinnescata fin da subito. L’Europa e gli europei non devono essere preoccupati di Putin, ma devono assumersi appieno le proprie responsabilità ed agire da protagonisti per evitare il dilagare di una crisi politica che sembra sempre più inarrestabile.

Matteo Cazzulani

KEYSTONE XL: BATTIBECCO TRA CANADA E USA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 3, 2013

La compagnia candese TransCanada contesta le perplessità del Presidente statunitense, Barack Obama, in merito all’impatto dell’oleodotto sul mercato del lavoro degli Stati Uniti d’America. Vivo anche lo scontro tra la maggioranza democratica e l’opposizione repubblicana

Energia e lavoro sono due tematiche che spesso possono intrecciare i loro destini, provocando situazioni di politica estera tese anche tra due Paesi tradizionalmente solidi alleati. Nella giornata di lunedì, 29 Luglio, la compagnia energetica canadese TransCanada ha criticato le obiezioni sollevate dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, in merito alla realizzazione dell’infrastruttura Keystone XL.

La TransCanada ha contestato l’opinione secondo cui il Keystone XL creerebbe pochi posti di lavoro che, in virtù del loro numero esiguo, non aiuterebbero l’economia statunitense a migliorare una situazione critica sul piano dell’occupazione.

Il portavoce della TransCanada, James Millar, ha affermato che il Keystone XL ha già comportato il varo di 4 Mila posti di lavoro, mentre il Presidente Obama, in un’intervista al New York Times, ha parlato di una prospettiva futura di soli 2 Mila.

Il braccio di ferro tra la TransCanada e gli USA riguarda anche il piano politico, dal momento che tra i principali sostenitori del Keystone XL c’è il Primo Ministro canadese in persona, Stephen Harper, protagonista di una tournée in USA per supportare la realizzazione dell’oleodotto.

Il Keystone XL è un’infrastruttura concepita per veicolare greggio canadese dall’Alberta -Canada- al Golfo del Messico, così da garantire agli USA di ridurre le importazioni di energia da Paesi nemici e non democratici come Venezuela e Stati arabi.

Democratici divisi, repubblicani a favore

Il Presidente democratico Obama, così come gran parte della maggioranza democratica, che controlla il Senato, si è detto favorevole alla realizzazione del Keystone XL a patto che gli impatti ambientali siano ridotti al minimo.

Obama, in un discorso alla Nazione, ha inoltre sostenuto la necessità di ridurre le emissioni inquinanti: uno scopo posto alla base dell’attività internazionale del suo secondo mandato come Presidente della più grande democrazia del Mondo.

L’opposizione repubblicana, che controlla la Camera dei Rappresentanti, è apertamente favorevole alla realizzazione del Keystone XL, in quanto, secondo la loro versione, l’infrastruttura sarebbe utile per creare posti di lavoro e rafforzare l’indipendenza energetica USA.

Contraria al Keystone XL è una minoranza democratica vicina alle lobby ambientaliste, con cui il Presidente Obama è tenuto a fare i conti.

Un parere sulla realizzazione dell’oleodotto sarà formulato dal Dipartimento di Stato USA, che ha la competenza sull’approvazione di progetti transnazionali.

Matteo Cazzulani

KEYSTONE XL: HARPER SOSTIENE LA CRESCITA DEL CANADA NELLA GEOPOLITICA MONDIALE DELL’ENERGIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 20, 2013

Il Premier canadese invita gli USA ad accellare la realizzazione dell’oleodotto concepito per rafforzare l’indipendenza energetica di Canada e Stati Uniti. I rapporti tra Ottawa e il Presidente statunitense, Barack Obama, fortemente interessati dall’infrastruttura

Il Canada come l’Arabia Saudita per rafforzare la politica energetica di Ottawa e l’indipendenza del Nordamerica dalle forniture di greggio del Venezuela.

Nella giornata di sabato, 18 Maggio, il Premier candese, Stephen Harper, in un evento pubblico a New York, ha dichiarato che l’oleodotto Keystone XL ricopre un’importanza strategica per il Canada.

Come riportato dalla Bloomberg, il Premier Harper ha fatto appello agli Stati Uniti d’America affinché la realizzazione del Keystone XL sia avviata al più presto.

Il Premier canadese ha sottolineato la necessita per gli USA di realizzare al più presto l’oleodotto, concepito per veicolare greggio dallo Stato dell’Alberta alle raffinerie Golfo del Messico.

Come illustrato dal Premier Harper, il Keystone XL rappresenta un punto di svolta nelle relazioni tra USA e Canada.

Da un lato, l’oleodotto permette al Canada di diversificare le esportazioni di greggio, arrivando a superare l’Arabia Saudita nel mercato mondiale dell’oro nero.

Dall’altro lato, per quanto riguarda gli USA, il Keystone XL permette all’economia statunitense di diversificare le importazioni di greggio, e di limitare la dipendenza dal Venezuela.

Gli USA divisi sull’oleodotto

Attenta è stata la risposta finora data dal Presidente USA, il democratico Barack Obama, che pur avendo sottolineato il suo sostegno all’infrastruttura ha rinviato la sua realizzazione in attesa del parere del Dipartimento di Stato.

Diviso appare invece lo scenario politico statunitense. I democratici, che controllano il Senato, hanno sostenuto la realizzazione del Keystone XL nel budget approvato di recente, in quanto l’infrastruttura creerà nuovi posti di lavoro.

Ciò nonostante, una minoranza interna ai democratici, vicina agli ambienti ecologisti è fortemente contraria alla realizzazione dell’infrastruttura.

Pieno sostegno al Keystone XL è invece prestato dai repubblicani, che posseggono la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti.

Matteo Cazzulani

CANADA E USA RAFFORZANO LA PARTNERSHIP ENERGETICA CON TRE OLEODOTTI

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 3, 2013

L’Heartland, il Grand Rapids e il Keystone XL sono i tre oleodotti concepiti per aumentare la quantità di greggio esportata dai giacimenti canadesi al mercato statunitense. I progetti possibili dall’implementazione dello sfruttamento dei giacimenti dell’Alberta

Un investimento di 900 Milioni di Dollari per tre infrastrutture necessarie a cementare le relazioni e esegetiche tra Canada e Stati Uniti d’America.

Giovedì, 2 Maggio, il colosso energetico TransCanada ha supportato la necessità di investire un’ingente quantità di denaro per la realizzazione di tre oleodotti finalizzati al trasporto del greggio canadese negli USA.

Il primo dei due progetti è l’Heartland, oleodotto pianificato per veicolare 1,9 Milioni di barili di greggio dai giacimenti dell’Alberta fino alla zona industriale di Edmonton, da cui il carburante raffinato è destinato a raggiungere gli Stati orientali degli USA.

La regione di Edmonton è interessata anche dal Grand Rapids Pipeline, un’infrastruttura concepita per veicolare greggio dai giacimenti di Fort McMurray, nel Nord Est del Paese.

Il terzo dei progetti è l’oleodotto Keystone XL, progettato per veicolare 400 milioni di barili di greggio dai giacimenti canadesi nello Stato dell’Alberta agli USA, fino alle raffinerie del Golfo del Messico.

Come riportato in una nota dal Capo di TransCanada, Alex Pourbaix, gli investimenti sono possibili grazie all’incremento dello sfruttamento di greggio nei giacimenti dell’Alberta finora previsto.

Ottawa guarda alla Cina, Washington allo Shale

La costruzione dei tre oleodotti rafforza il legame energetico tra Canada ed USA, anche se l’obiettivo di Ottawa resta la diversificazione delle esportazioni di greggio dai soli USA.

Come riportato dall’agenzia UPI, il Premier canadese, Stephen Harper, ha rafforzato i legami con la Cina, ha favorito l’acquisizione della compagnia Nexen da parte del colosso cinese CNOOC.

In cambio, Ottawa ha ipotecato l’espansione nel mercato asiatico, che il Canada giudica strategico per il rafforzamento della politica energetica canadese.

Per quanto riguarda gli USA, il legame con il Canada è importante per contenere la dipendenza dal Venezuela.

Inoltre, gli USA stanno vivendo la cosiddetta Rivoluzione Shale, che sta portando Washington ad affermarsi come principale Paese esportatore di gas liquefatto in Asia.

Lo shale è un tipo di gas estratto da rocce porose ubicate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi operate solo Nord America.

Grazie allo sfruttamento dello shale, gli USA hanno avviato il rafforzamento della loro posizione in Asia, sopratutto in India, Corea del Sud, Singapore ed Indonesia.

Matteo Cazzulani

L’EUROPA VICINA A UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 17, 2012

La Polonia si allea con il Canada per lo sfruttamento dei giacimenti di gas shale sul suo territorio, mentre Italia e Grecia si candidano come principali Paesi di transito del gas di provenienza israelo-cipriota. Si moltiplicano i progetti in gara per lo sfruttamento del bacino di oro blu azero

Il Premier polacco, Donald Tusk

I polacchi che contendono la leadership nelle esportazioni di gas a turchi, israeliani, e ciprioti, con italiani e greci principali attori di transito, e i russi fuori dal mercato del Vecchio Continente. Lo scenario tracciato appartiene alla fantapolitica, ma nulla esclude che alcuni importanti sviluppi che si sono verificati negli ultimi giorni possano consentirne una parziale, se non totale, realizzazione.

La notizia più importante è il varo di un’alleanza tra la Polonia e il Canada, firmata di persona dai Premier dei due Paesi, Donald Tusk e Stephen Harper, martedì, 15 Maggio, per la ricerca e l’estrazione sul territorio polacco di gas shale: categoria di oro blu che, a differenza di quello naturale, è situato in maggiore profondità, e che per il suo sfruttamento richiede attrezzature specifiche oggi possedute solo nel Nord America.

Secondo diversi studi, il sottosuolo della Polonia sarebbe talmente ricco di giacimenti shale da consentire non solo l’autosufficienza energetica di tutta l’Europa, ma anche l’affermazione di Varsavia come uno dei principali esportatori di oro blu nel Mondo. E’ per questa ragione che, durante la recente visita ad Ottawa, Tusk ha affermato come l’Europa si trovi alla vigilia di una possibile rivoluzione energetica.

Accanto al serbatoio polacco di shale, sempre più pressanti sono le indiscrezioni riguardanti la presenza di un importante giacimento di gas naturale nel fondale del Mediterraneo orientale: tra le acque territoriali di Israele e Cipro.

Secondo le rilevazioni delle compagnie statunitensi Noble Energy e israeliana Delek, riportate dall’autorevole Reuters, il bacino israelo-cipriota, ribattezzato Leviathan, contiene 480 miliardi di metri cubi di gas. Per il suo trasporto in Europa, fin da subito si è proposto l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia – ITGI.

Questo gasdotto, compartecipato a maggioranza dalla compagnia greca DEPA e dall’italiana Edison, collega la Penisola Anatolica alla Puglia, passando per il Peloponneso: se la capacità del Leviathan fosse confermata, il peso di Italia e Grecia – due Paesi oggi sull’orlo di una crisi finanziaria – nella politica energetica dell’Unione Europea sarebbe destinato ad aumentare in maniera vertiginosa.

In aggiunta ai “futuribili” giacimenti polacchi e israeliani, continua la corsa allo sfruttamento dei bacini di gas naturale dell’Azerbajdzhan, con cui la Commissione Europea ha già firmato accordi per l’acquisto di oro blu, senza, tuttavia, definire l’itinerario infrastrutturale attraverso il quale trasportare il carburante nel Vecchio Continente.

Nella giornata di lunedì, 14 Maggio, la compagnia tedesca RWE ha messo in dubbio la sua partecipazione alla costruzione del Nabucco: gasdotto concepito dall’UE per trasportare gas di provenienza azera dalla Turchia fino all’Austria.

Se le intenzioni dei tedeschi saranno confermate, come probabile secondo l’autorevole Deutsche Welle, la RWE sarebbe il secondo partner a lasciare il progetto dopo la ungherese MOL che, come riportato ancora dalla Reuters, ha iniziato trattative per il suo ingresso nel Gasdotto Europeo Sud-Orientale – SEEP: un progetto parallelo al Nabucco, sostenuto dal colosso britannico British Petroleum.

Finora, l’Azerbajdzhan non ha espresso alcuna preferenza tra il Nabucco e la SEEP, ma, insieme con la Turchia, ha dato il via alla costruzione del Gasdotto Transanatolico: unaterza alternativa al trasporto di gas azero in Europa, grazie alla partnership con la TAP.

Questa seconda infrastruttura, altrimenti nota come Gasdotto Transadriatico, collegherà la Bulgaria all’Italia meridionale attraverso l’Albania, e, di recente, su di essa ha espresso particolare inerisse l’ente italiano ENEL.

La Russia continua a mantenere il monopolio delle forniture energetiche

Il motivo principale che sta muovendo la geopolitica del gas del Vecchio Continente è necessità per l’UE di diminuire il quanto più possibile la propria dipendenza dalla Russia, alla quale, ad oggi, non vi sono valide alternative.

Dal canto suo, Mosca ha approntato una politica basata non solo sul controllo totale dei rifornimenti di oro blu diretti all’Europa, ma anche sulla gestione, parziale o totale, dei gasdotti europei, che finora ha avuto successo grazie alla connivenza di una serie di Paesi UE tradizionalmente alleati del Cremlino, come Francia, Germania, Slovacchia, Austria e Slovenia.

Inoltre, sempre per disinnescare ogni piano di indipendenza energetica approntato dall’Unione Europea, la Russia ha avviato la costruzione del Southstream: un gasdotto progettato per rifornire di oro blu russo direttamente il Vecchio Continente, bypassando Paesi ritenuti ostili dal Cremlino come Romania, Polonia, Moldova, e Ucraina.

Noto anche come Gasdotto Ortodosso, il Southstream è compartecipato dal monopolista russo, Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesca e francese Wintershall ed EDF, e da quelle nazionali di Serbia, Macedonia, Slovenia, e Montenegro.

Matteo Cazzulani

HOLODOMOR: PER JANUKOVYCH NON E ANCORA GENOCIDIO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 26, 2010

Il Presidente contestualizza ancora nell’ambito sovietico la carestia voluta da Stalin per sterminare il popolo ucraino. Il Primo Ministro canadese lo invita al rispetto dell’Indipendenza e della democrazia

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Ci risiamo, seppur con qualche, piccolo, miglioramento. Viktor Janukovych è ancora convinto che l’Holodomor sia solamente una grande tragedia che ha accomunato le terre ucraine, bielorusse e russe negli anni trenta.

A ribadirlo, lunedì, 25 ottobre, incalzato dalle domande dei reporter canadesi, a Kyiv in occasione della visita del Primo Ministro di Ottawa, Steven Harper.

“E’ una pagina pesante per la storia degli ucraini e dei vicini bielorussi, russi e kazachi – ha affermato il Presidente ucraino – persone, decedute in larga scala, sottratte alle loro terre e famiglie. Giudicheremo sempre come responsabile di ciò il regime stalinista”.

Nota anche come Grande Fame, l’Holodomor è stato uno dei più feroci stermini del Novecento, diretto all’annichilimento del popolo ucraino. Ordinato dalla dirigenza bolscevica negli anni 30, è stato commesso nell’ambito della politica di collettivizzazione forzata delle terre e di russificazione dell‘Ucraina, voluta da Stalin in persona. Da 7 a 10 milioni sono state le vittime fra deportati, fucilati, e morti per fame.

Il precedente in Europa. La posizione del Canada 

Il primo ministro canadese, Steven Harper

Il fatto che Janukovych abbia riconosciuto Stalin come responsabile è un progresso rispetto alle posizioni precedentemente assunte sull’argomento. Lo scorso 28 aprile, presso il Consiglio d’Europa, ha criticato il suo predecessore, Viktor Jushchenko, e l’ex primo ministro, Julija Tymoshenko, per essersi prodigati nel mantenimento della memoria di quello che ha definito come un fenomeno globale di minore portata rispetto a quanto si pensi.

Ad esporre una posizione matura, Steven Harper. “Mi hanno comunicato che contare il numero esatto delle vittime è impossibile. Occorre considerare che si tratta di un’operazione pianificata. Ci serva da lezione per comprendere quanto sono importanti Libertà, Indipendenza, e Democrazia”.

Proprio a riguardo, nel corso delle consultazioni, il Primo Ministro canadese ha posto il tema delle prossime consultazioni locali in Ucraina, esprimendo forte preoccupazione dinnanzi alle recenti notizie di possibili falsificazioni.

“Il Capo di Stato ucraino – ha dichiarato – mi ha garantito che intende preservare i valori democratici del popolo ucraino. Le consultazioni saranno in linea con gli standard occidentali”.

Matteo Cazzulani