LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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YANUKOVYCH DESTITUITO E TYMOSHENKO LIBERATA: IN UCRAINA VINCE LA DEMOCRAZIA, MA OCCORRE ANCORA PRUDENZA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 23, 2014

Il Parlamento ucraino elegge un nuovo Speaker, destituisce il Presidente e libera dalla detenzione politica la leader dell’Opposizione, incarcerata dal 2011 dopo un caso di Giustizia Selettiva. Elezioni anticipate fissate il 25 Maggio, mentre Yanukovych cerca invano di riparare in Russia

I sanitari d’oro, un parco auto da museo, per poi passare ai documento in cui si testimoniano le violazioni dei diritti umani e gli ordini di reprimere le manifestazioni pacifiche in sostegno dell’Europa prima e della democrazia poi, fino ai mutandoni rossi di alta moda: nulla di diverso rispetto a quanto già visto presso Gheddafi, Saddam Husseyn ed altri sanguinari dittatori.

Queste sono le immagini provenienti da Mezhihyrya: la residenza privata del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, a cui la stampa ha potuto accedere nella serata di sabato, 22 Febbraio, dopo che il Parlamento ha votato all’unanimità per la decadenza del Capo dello Stato, ed ha fissato la data di nuove elezioni presidenziali per il 25 Maggio.

Oltre alla cacciata di Yanukovych -fino alle nuove elezioni le funzioni del Presidente saranno ricoperte dal nuovo Presidente del Parlamento, Oleksandr Turchynov- il Parlamento ha approvato l’immediato rilascio di Yulia Tymoshenko: Leader dell’opposizione ucraina detenuta dal 2011 in seguito ad un processo irregolare riconosciuto da tutti gli osservatori internazionali e da un pronunciamento della Corte Europea per i Diritti Umani come politicamente motivato.

Appena liberata dalla colonia di Kharkiv, la Tymoshenko -ridotta sulla sedia a rotelle in seguito alle violenze subite in prigione e all’ernia al disco di cui è affetta, che non è stata curata dalle Autorità carcerarie- è stata trasportata a Kyiv, dove, sul Maidan, ha invitato i manifestanti a restare sulla piazza fino a quando Yanukovych non sarà del tutto destituito.

Lo stesso Yanukovych, dopo avere cercato invano di fuggire in Russia con un jet privato fermato dalle forze di polizia, che assieme ai Servizi Segreti, sono passate dalla parte della nuova maggioranza, si è rifugiato nel Donbass, la sua regione d’origine, da dove ha ritenuto illegittime le decisioni prese dal Parlamento.

Quanto accaduto sabato, 22 Febbraio, è un ottimo risultato per un popolo, quello ucraino, che dopo avere subito la repressione violenta delle forze di polizia del regime di Yanukovych, che ha provocato più di cento morti e diverse centinaia di feriti, non ha rinunciato alla protesta e, con le armi della determinazione, ha ottenuto la sua libertà.

Il fatto è stato anche una dimostrazione di come l’Unione Europea possa contare davvero tanto quando decide di prendere una posizione chiara ed attiva di politica estera: l’armistizio tra il regime di Yanukovych e l’opposizione, a cui è seguita la destituzione del Presidente ucraino e la liberazione della Tymoshenko, è stato possibile anche e sopratutto grazie all’intervento di mediazione dei Ministri degli Esteri polacco e tedesco, Radoslaw Sikorski e Frank-Walter Steinmeier, inviati a Kyiv dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera UE, Catherine Ashton, per risolvere la situazione.

L’Europa deve fare ancora molto per garantire pace e progresso

Tuttavia, la partita non è ancora chiusa. Nella giornata di Domenica, 23 Febbraio, mentre le comunità ucraine di tutto il Mondo si riuniranno per dimostrare -a Milano alla manifestazione, fissata per le ore 15 in piazza Castello, partecipa anche il PD metropolitano milanese- si chiudono le olimpiadi di Sochi: un fatto che potrebbe consentire al Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, di fornire appoggio anche militare a Yanukovych per riprendere il potere.

Per reagire a questo possibile scenario, l’Europa deve attivarsi fin da subito per aprire le sue frontiere agli ucraini abbattendo il regime dei visti per un popolo che per ragioni culturali, storiche e sociali appartiene alla Grande Famiglia Europea.

Inoltre, deve essere protagonista dell’organizzazione di un gruppo di lavoro contestualizzato nell’Osce che sia in grado di gestire lo svolgimento di elezioni presidenziali anticipate davvero libere e democratiche, affinché sia lasciata ai soli ucraini la scelta di dove collocarsi nel Mondo senza condizionamenti geopolitici né ricatti energetici di alcun tipo provenienti dall’esterno.

Matteo Cazzulani

LA GRAN BRETAGNA DIVERSIFICA LE FORNITURE DI GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 7, 2013

La compagnia Centrica firma un contratto per l’importazione di 3 Milioni di Tonnellate di gas naturale liquefatto dal Qatar, dopo l’avvio dell’importazione di shale dagli Stati Uniti d’America. Lo sfruttamento di gas non convenzionale sul territorio britannico e il prolungamento del Gasdotto Trans Adriatico le altre vie per la diversificazione.

Non solo su diritti, welfare e stile di vita politico: la Gran Bretagna sta dando al resto dell’Europa una vera e propria lezione anche sulla diversificazione delle forniture di gas. Nella giornata di mercoledì, 6 Novembre, la compagnia energetica britannica Centrica ha annunciato la firma di un accordo per l’importazione di 3 Milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto dal Qatar.

Come dichiarato dal Ministro dell’Energia britannico, Michael Fallon, la misura è necessaria per mantenere la sicurezza energetica di un Paese che, ad oggi, soffre il vertiginoso decremento dei giacimenti di gas nel Mar del Nord e di quelli norvegesi, da cui, finora, ha dipeso.

Per porre rimedio al venir meno del gas dal Mare del Nord e dalla Norvegia, il Governo britannico ha approvato dapprima l’importazione di LNG dal Qatar, poi, come primo Stato nell’Unione Europea, ha avviato la ricezione costante di shale liquefatto dagli Stati Uniti d’America.

L’accordo con gli USA, fissato da un contratto tra la Centrica e la compagnia statunitense Cheniere, consente alla Gran Bretagna l’importazione di gas a buon mercato, che gli Stati Uniti d’America, per via dell’alta disponibilità di shale sul proprio territorio, vendono a basso costo.

La Gran Bretagna ha anche autorizzato lo sfruttamento dello shale sul proprio territorio, forte di uno studio dell’Ente Geologico Britannico -BGS- che attesta le risorse di gas non convenzionale nell’Inghilterra centrale a 1300 Trilioni di Piedi Cubi di gas.

Secondo alcune ben fondate indiscrezioni, la Gran Bretagna sta valutando anche l’ipotesi di importare gas dall’Azerbaijan attraverso il prolungamento in Nord Europa del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- infrastruttura, sostenuta dalla Commissione Europea, che veicola 10 Miliardi di metri cubi di gas azero all’anno in Italia dal confine tra Turchia e Grecia attraverso l’Albania.

Un no a Putin

LNG dal Qatar e shale dagli USA hanno consentito alla Gran Bretagna di evitare l’accordo con la Russia per il prolungamento del Nordstream: gasdotto che veicola gas naturale dal territorio russo a quello tedesco attraverso il fondale del Mar Baltico.

Realizzato nel 2012, il Nordstream è stato progettato per bypassare Paesi UE avversati politicamente dalla Russia, come Polonia e Stati Baltici, che, ora, sono costretti ad importare il gas russo da ovest anziché da est.

In un primo momento, anche la Gran Bretagna ha espresso interesse al prolungamento del Nordstream, ma il funzionamento non ottimale di questo gasdotto, e la non convenienza ad incrementare la dipendenza energetica da un Paese, la Russia, che mantiene il monopolio della compravendita di gas in una buona parte dell’Europa, ha portato il Governo britannico ad abbandonare il progetto.

Differente è la posizione di altri Stati UE, che in materia di diversificazione sono ancora molto indietro, come la Germania -che, dopo la rinuncia al nucleare, ha incrementato la quantità di gas importata dalla Russia- e la Francia -che mantiene comvintamente il nucleare, al punto da vietare lo sfruttamento dello shale in territorio francese.

Un esempio per il Governo italiano

L’Italia, che in seguito ai contratti personalistici firmati sotto i Governi Berlusconi con Putin, Gheddafi ed altri dittatori del pianeta dipende fortemente dal gas naturale importato da Russia, Libia ed Algeria, ha l’occasione di imitare la Gran Bretagna con la realizzazione della TAP -che è stata supportata dai Governi Letta e, prima ancora, Monti- e dei rigassificatori.

L’ipotesi di riavviare la realizzazione di rigassificatori su larga scala per permettere anche in Italia l’importazione di più gas liquefatto dal Qatar e di shale a basso costo dagli USA, è stata avanzata dal Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato e dall’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni.

Parere contrario alla costruzione di terminali LNG è manifestata da frange ambientaliste, che basano la loro protesta su ragioni di carattere ecologico, spesso ignorando che l’incremento dell’uso del gas -anche e soprattutto dello shale USA- consente la riduzione delle emissioni inquinanti.

Matteo Cazzulani

SEMPRE MENO GAS DALLA LIBIA ALL’ITALIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 2, 2013

Assalto di ribelli alla centrale ENI di Nalout provoca l’interruzione del flusso di oro blu nel Greenstream. Il Nord Africa si rivela fonte di energia sempre meno affidabile

Non solo la crisi di Governo, negli ultimi giorni l’Italia è stata nuovamente sull’orlo dell’emergenza energetica. Nella giornata di lunedì, 30 Settembre, il gasdotto Greenstream, che veicola in Italia 8,5 Miliardi di Metri Cubi di gas all’anno, è stato interrotto.

Come riportato da Natural Gas Europe, a provocare lo stop del flusso di gas attraverso l’infrastruttura che collega Melillah a Gela è stato l’assalto alla stazione del colosso energetico italiano ENI di Nalout da parte di manifestanti berberi che richiedono l’inserimento della loro lingua nella Costituzione della Libia.

L’ennesima interruzione del flusso di gas dalla Libia, da cui l’Italia importa sempre meno gas, è simile a quella registrata dall’Algeria nel Gennaio 2013, quando un assedio da parte di un’organizzazione affiliata ad Al Qaeda alla centrale di Amenas -gestita dal colosso britannico British Petroleum e da quello norvegese Statoil- ha portato a allo stop delle forniture di oro blu in territorio italiano per qualche giorno.

Il venir meno del gas libico, che copre il 10% del fabbisogno di gas italiano, aumenta le forniture di oro blu in Italia da Algeria e Russia, che, secondo gli ultimi dati della Camera di Commercio di Milano, coprono ciascuna più del 35% del fabbisogno nazionale.

Tale incremento ha una ripercussione diretta sia sulla sicurezza nazionale, poiché l’Italia si trova completamente dipendente da due sole fonti di approvvigionamento, sia sul prezzo del gas per industrie e privati, destinato a lievitare.

Per questa ragione, è opportuno realizzare un progetto di diversificazione delle forniture di gas, così da consentire all’Italia di contare su una vasta gamma di approvvigionamenti in caso di crisi politiche in Nord Africa, oppure del taglio arbitrario delle forniture di gas che la Russia spesso attua come strumento di pressione politica nei confronti dell’Europa Centro-Orientale.

Gas azero e shale USA le soluzioni, ambientalisti permettendo

La dipendenza da Libia, Russia ed Algeria è legata alla politica energetica dei Governi Berlusconi, sotto cui i contratti per l’acquisto di gas sono stati negoziati, e firmati, sulla base dell’amicizia personale dell’ex-Premier italiano con il Presidente russo, Vladimir Putin, e l’ex-Dittatore libico, Muhammar Gheddafi.

Il Governo Monti prima, e sopratutto quello Letta poi, hanno dato un forte contributo alla diversificazione delle forniture di gas con il sostegno alla realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP.

Quest’infrastruttura è progettata per veicolare 10 miliardi di metri cubi di gas dell’Azerbaijan all’anno in Italia -con un possibile suo prolungamento in Svizzera, Germania, Francia, Olanda e Gran Bretagna- dal confine tra Grecia e Turchia attraverso l’Albania.

Oltre che sul gas azero della TAP, l’Italia può puntare anche sull’aumento delle importazioni di gas liquefatto dal Qatar, sull’avvio delle forniture di LNG da Norvegia ed Egitto, e sull’acquisto dello shale dagli Stati Uniti d’America.

Come dichiarato sia dal Ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, che dall’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, il gas liquefatto e lo shale dagli USA sono un’opportunità che l’Italia deve cogliere per mezzo della realizzazione di rigassificatori.

Secondo i progetti, terminali per l’importazione di gas liquefatto sono in programma a La Spezia, Brindisi ed Agrigento, ma la loro realizzazione può trovare ostacoli notevoli, nonostante il parere favorevole del Parlamento.

La crisi economica, che rischia di provocare un taglio negli investimenti dello Stato, è il primo impedimento alla realizzazione di infrastrutture necessarie per diversificare le forniture di gas.

Inoltre, la presenza di associazioni ambientaliste, tradizionalmente contrarie ad ogni investimento in materia energetica, può rallentare la costruzione dei rigassificatori e, con esso, privare l’Italia di infrastrutture di importanza fondamentale per la sicurezza nazionale e le casse dei cittadini.

Matteo Cazzulani

LA SIRIA COME LIBIA E SERBIA: OBAMA INTERVENGA IN MANIERA INTELLIGENTE E DETERMINATA CONTRO UNA DITTATURA VIOLENTA

Posted in NATO, USA by matteocazzulani on August 27, 2013

Il Presidente statunitense vicino alla concessione dell’imprimatur per un intervento armato limitato, sotto l’egida della NATO, per reagire alle violenze sulla popolazione perpetrate dal regime di Damasco. Così come in Libia e in Serbia, il ruolo degli USA si dimostra necessario per garantire nel Mondo Democrazia, Diritti Umani, Pace e Progresso

Un intervento mirato per dimostrare che la democrazia e i diritti umani sono valori inviolabili. La risposta che gli Stati Uniti d’America sono chiamati a dare all’uso delle armi chimiche in Siria da parte del regime di Bashar Al Assad è altamente delicata e rischiosa, sopratutto considerate le dinamiche economiche e politiche del Mondo di oggi.

Come riportato dall’autorevole UPI, il Presidente USA, Barack Obama, dopo ripetuti tentativi di mediazione con Assad, starebbe valutando l’ipotesi di un intervento armato limitato per punire il regime di Damasco, alla luce dell’utilizzo di armi chimiche sulla popolazione civile e sui dissidenti politici da parte dell’Esercito di Assad.

Durante una conferenza stampa, il Segretario di Stato USA, John Kerry, ha ribadito che l’uso delle armi chimiche da parte del regime di Damasco, testimoniato dalle principali organizzazioni internazionali indipendenti presenti in Siria, rappresenta una violazione dei diritti umani su cui il Mondo civile non può soprassedere.

Per risolvere la situazione, e lanciare un chiaro segnale alla Siria, Obama avrebbe escluso un intervento armato via terra, unilaterale e duraturo, nei confronti di Assad. Da un lato, è troppo rischioso sostenere apertamente un’opposizione al regime che, secondo indiscrezioni, è parzialmente legata con Al Qaeda e il terrorismo internazionale.

Inoltre, una guerra in Siria, oltre che risultare dispendiosa, finirebbe per diffondere presso il Mondo arabo l’odio nei confronti degli USA e, più in generale, dell’Occidente, peraltro già fomentato da Russia e Cina: due Paesi che hanno sempre difeso il regime di Assad dalle accuse di violazione dei diritti umani.

Per questa ragione, il Presidente USA ha ipotizzato due possibili soluzioni poste sotto l’egida della NATO. A riguardo, contatti sono già avvenuti tra il Presidente Obama e il Segretario Kerry, il Primo Ministro britannico David Cameron, il Presidente francese Francois Hollande, e le Autorità politiche e militari di Germania e Turchia.

Modello libico vs. modello balcanico

La prima delle due ipotesi di intervento armato si basa sul ‘modello libico’, con gli USA impegnati solo in un’azione preventiva mirata ad indebolire le difese del regime siriano, ed altri Paesi dell’Alleanza Atlantica coinvolti della gestione del resto delle operazioni militari.

Lo schema richiama quello voluto dall’Amministrazione Obama in occasione della Guerra in Libia del Marzo 2011, nella quale, sotto l’egida NATO, le difese del Dittatore libico, Muhammar Gheddafi, sono state neutralizzate da un primo intervento USA, mentre all’esercito di Francia e Gran Bretagna è spettata la gestione della parte seguente del conflitto, fino alla caduta del regime nordafricano.

La seconda ipotesi ricalca il ‘modello balcanico’ adoperato dalla NATO nel 1999 in Serbia per contrastare le pulizie etniche perpetrate da parte del regime serbo di Slobodan Milosevic. Allora, sono stati utilizzati missili cruise lanciati da incrociatori statunitensi e britannici ubicati nel Mar Adriatico, senza, però, alcuna azione militare via terra.

Ad avvalorare l’ipotesi in merito alla realizzazione del ‘modello balcanico’ anche per risolvere la questione siriana è il dislocamento di navi militari statunitensi nel Mediterraneo orientale, alle quali si starebbero aggiungendo incrociatori britannici di stanza presso l’isola di Cipro.

Il ‘modello balcanico’ consente infatti il solo bombardamento di obiettivi strategici, senza alcuna operazione aggiuntiva, ed evita il coinvolgimento NATO in una Guerra Civile che potrebbe portare a ripercussioni ben più ampie su scala mondiale.

Il rischio è dato dal sostegno fornito alla Siria da parte della Russia. Durante un incontro con il Premier britannico Cameron, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha negato l’uso di armi chimiche da parte di Assad, nonostante le prove fornite da diversi media. Il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha poi messo in guardia l’Occidente da ogni azione militare in Siria senza l’avallo dell’ONU.

Il ruolo USA fondamentale per la promozione della democrazia e dei diritti umani nel Mondo

A prescindere dalle strategie militari e politiche, certo è l’uso delle armi chimiche a Ghouta su bambini ed adulti da parte delle armate di Assad avvenuto mercoledì 21 Agosto, come testimoniato dalle note immagini trasmesse dai principali media internazionali.

Le ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime di Damasco sono così una situazione che l’Occidente, con gli USA in prima fila, non può più tollerare.

Finora, la politica estera del Presidente Obama, un democratico, è stata attenta nel migliorare l’immagine degli USA nel Mondo, fortemente compromessa dall’atteggiamento aggressivo della precedente Amministrazione della Casa Bianca, guidata, per otto anni, dal repubblicano George W Bush.

Tuttavia, come ammesso dallo stesso Obama, esistono dei valori su cui anche l’Amministrazione statunitense non può soprassedere, poiché la mission degli USA nel Mondo è quella di garantire, tutelare e diffondere democrazia, diritti umani, pace e progresso.

È per questo che, ancora una volta nella storia, è opportuno che gli USA prendano l’iniziativa nell’ambito della NATO per dimostrare, senza eccedere in azioni armate troppo spregiudicate, che l’Occidente non rimane inerme dinnanzi all’inaccettabile uso della violenza sulla popolazione civile e sul dissenso politico da parte di una comprovata dittatura.

Matteo Cazzulani

LA LIBIA TAGLIA IL GAS E AUMENTA LA DIPENDENZA DELL’ITALIA DALLA RUSSIA DI PUTIN

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on March 4, 2013

L’interruzione provocata da scontri armati nei pressi del complesso libico di Mellitah. L’instabilità del Nordafrica favorisce la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea 

La dipendenza energetica dell'Italia sulla carta

La dipendenza energetica dell’Italia sulla carta

Il Greenstream resta a secco, e l’Italia è sempre più energicamente vulnerabile. Nella giornata di Domenica, 3 Marzo, la Libia ha interrotto le forniture di gas dirette in Italia per mezzo del gasdotto Greenstream: conduttura dalla portata di 8 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno che unisce il compresso di Mellitah a Gela, in Sicilia.

A riportare la notizia è stato il Vicecapo della compagnia libica NOC, che ha individuato nelle lotte armate tra fazioni locali nei pressi di Mellitah la ragione del blocco dell’invio di gas attraverso il Greenstream.

Non è la prima volta che l’Italia -che importa dalla Libia il 10% circa del fabbisogno nazionale di gas- riscontra problemi in ambito energetico con i Paesi del Nordafrica.

Nel 2011, dopo lo scoppio dell’insurrezione contro Muhammar Gheddafi, le Autorità libiche hanno sospeso le esportazioni di gas e greggio fino alla metà dello stesso anno, quando il Governo post-insurrezionale ha ammesso il ritorno delle compagnie internazionali e, nel contempo, ha rinnovato l’invio di carburante verso l’estero.

Nel Gennaio 2013, l’Italia ha registrato l’interruzione delle forniture anche da parte dell’Algeria -che soddisfa il 35,5% del fabbisogno nazionale di gas nostro Paese- in seguito all’assalto armato di un commando terrorista alla stazione di Ain Amenas.

Il più importante complesso energetico algerino, da cui proviene l’oro blu che alimenta il Gasdotto Trans Mediterraneo -conduttura che veicola 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Algeria all’Italia attraverso la Tunisia- ad oggi è stato liberato, ma ha ripristinato la sua attività solo per il 35% della sua capacità complessiva.

L’interruzione delle forniture di gas da Libia e Algeria spinge il nostro Paese a ricorrere, anche solo temporaneamente, ad importazioni supplementari dalla Russia: il secondo fornitore di oro blu nel mercato italiano, da cui il Belpaese dipende per il 30% del fabbisogno nazionale.

Il crescente ruolo di Mosca come forniture sicuro di gas rende l’Italia fortemente vulnerabile da una fonte di approvvigionamento di oro blu unica, che in Europa si avvale dell’energia per realizzare scopi di natura politica.

Nel 2012, la Russia ha realizzato il Nordstream: gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per veicolare 55 miliardi di metri cubi di gas dal territorio russo direttamente alla Germania, aumentare la dipendenza dell’Unione Europea agli approvvigionamenti di Mosca, ed isolare nel contempo i Paesi Europa Centro-Orientale.

Il monopolista statale russo del gas, Gazprom, ha inoltre concesso sconti sulle tariffe per il gas a Germania, Francia, Belgio e Repubblica Ceca per ottenere in seno all’UE l’appoggio politico delle Cancellerie più importanti del Vecchio Continente.

Di pari passo, Gazprom ha mantenuto alta la bolletta per l’oro blu esportato in Polonia, Paesi Baltici e in altri Stati dell’UE centro-orientale, ed è finito sotto osservazione da parte della Commissione Europea, che, nel Settembre 2012, ha aperto a carico dell’ente energetico controllato dal Cremlino un’inchiesta ufficiale per condotta anticoncorrenziale.

Infine, la Russia ha progettato il Southstream: gasdotto concepito per veicolare 63 Miliardi di metri cubi di gas dal territorio russo all’Austria attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia.

Lo scopo del Southstream, oltre che aumentare la dipendenza dell’Europa del gas della Russia, è quello di bloccare la politica energetica della Commissione Europea che, con il sostegno politico dei Paesi UE dell’Europa Centro Orientale, mira a diminuire la dipendenza da Mosca mediante la diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Nello specifico, Bruxelles ha progettato il Corridoio Meridionale: fascio di gasdotti concepito per veicolare in Europa 30 miliardi di metri cubi di gas proveniente dall’Azerbaijan. Inoltre, la Commissione Europea ha stimolato la realizzazione di rigassificatori in diverse aree del Vecchio Continente per importare gas liquefatto da Qatar, Norvegia, Egitto e Stati Uniti d’America.

L’importanza della TAP e dell’Europa per l’interesse nazionale dell’Italia

Il progetto di diversificazione delle forniture di gas approntato dall’Unione Europea rappresenta una possibilità anche per la messa in sicurezza delle fonti di approvvigionamento dell’Italia.

In particolare, l’Italia è coinvolta in uno dei progetti del Corridoio Meridionale, il Gasdotto Trans Adriatico -TAP: infrastruttura progettata per veicolare 21 miliardi di metri cubi di gas dell’Azerbaijan dal confine tra Grecia e Turchia in Italia, nel Salento, attraverso l’Albania.

Supportata economicamente dal colosso norvegese Statoil, dalla compagnia svizzera Axpo, e da quella tedesca E.On, la TAP è sostenuta politicamente dai Governi di Italia, Grecia, Albania e Svizzera, che si sono impegnati a realizzare l’infrastruttura con la firma di accordi ufficiali.

21 Miliardi di metri cubi di gas non bastano per mettere in sicurezza gli approvvigionamenti di gas per il nostro Paese, né tantomeno per l’UE, ma permettono di diminuire la dipendenza dell’Italia da Paesi militarmente instabili come Libia e Algeria, e da Stati che si avvalgono dell’energia in ambito geopolitico come la Russia.

E’ quindi opportuno che il nuovo Governo italiano, a prescindere dal suo colore politico, continui a sostenere il piano di diversificazione delle forniture di gas della Commissione Europea, sostenendo con vigore la realizzazione della TAP per salvaguardare l’interesse nazionale.

Oltre che implementare la diversificazione delle forniture di gas, il Gasdotto Trans Adriatico rende l’Italia l’hub europeo del gas dell’Azerbaijan, rafforza la posizione del nostro Paese in seno all’UE, e contribuisce alla creazione di posti di lavoro in un periodo di particolare crisi economica e sociale.

Matteo Cazzulani

A VLADIMIR PUTIN IL NOBEL PER LA PACE CINESE

Posted in Russia by matteocazzulani on November 18, 2011

Il Primo Ministro russo insignito del Premio Confucio per l’opposizione alla guerra in Libia, ma la tensione tra Mosca e Pechino sale vertiginosamente, sopratutto in Tadzikistan. Il precedente del Quadriga e l’asse con la Germania dello zar del gas per prendere il controllo sull’Unione Europea 

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

Tutti lo temono, e tutti lo premiano. Nella giornata di lunedì, 14 Novembre, il Primo Ministro russo, e prossimo presidente per il terzo mandato non consecutivo, Vladimir Putin, è stato insignito del Confucio per la Pace: la versione cinese del Nobel che Pechino ha deciso di istituire nel 2008, in risposta al conferimento dell’onorificenza occidentale al dissidente Lui Xiaobo: attivista dei diritti umani e della democrazia in Cina.

Secondo quanto comunicato dal Comitato Organizzatore – composto da una giuria di Professori delle Università di Pechino e Qingua, riconosciuta dallo Stato – Putin è stato preferito all’ex-Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, ed al Cancelliere tedesco, Angela Merkel, per la sua contrarietà alla guerra in Libia dello scorso mese di Aprile: una decisione davvero singolare dal momento in cui, secondo diversi politologi, l’intervento contro il regime di Gheddafi – iniziato dal Presidente francese, Nicolas Sarkozy, tradizionale alleato di Mosca – avrebbe giocato a favore della Russia che, tornata coltivare ambizioni da superpotenza mondiale, sarebbe intervenuta per contrastare l’espansione della Cina nel continente africano, mantenendo il controllo – sopratutto energetico – sulla parte settentrionale.

Congetture o meno, la rivalità tra Mosca e Pechino per il primato mondiale è un dato di fatto, come dimostrato dalla recente crisi con il Tadzikistan: Paese dell’ex-Unione Sovietica che da tempo sta cercando di liberarsi dell’influenza della Russia per orientare la propria politica estera in direzione della Cina, con cui sono stati siglati importanti accordi commerciali.

Lo scorso marzo, due piloti militari russi di ritorno dalle operazioni in Afghanistan – in cui Mosca sta cooperando con la NATO – atterrati senza permesso in territorio tadziko, sono stati arrestati per aver infranto la sovranità territoriale di Dushanbe, ma solo lo scorso novembre il Cremlino ha sollevato la questione, rifacendosi con l’espulsione di centinaia di immigrati, e con l’avvio di un embargo sulle importazioni dal Tadzikistan: la medesima ritorsione attuata contro la Rivoluzione delle Rose georgiana, e l’imprimatur polacco alla dislocazione degli elementi dello Scudo Antimissilistico USA in territorio UE,che, rispettivamente nel 2003 e 2006, ha portato al blocco dell’importazione di vini da Tbilisi e carni da Varsavia.

Tuttavia, la strana abitudine di conferire premi internazionali a personalità dal dubbio merito è una caratteristica anche europea. Sempre Putin, lo scorso mese di Luglio è stato scelto per il conferimento del Quadriga: riconoscimento per il dialogo internazionale conferito dal Parlamento tedesco ad eminenti personalità politiche attive nel rispetto dei diritti umani e della democrazia, quali Mikhail Gorbachev, Viktor Jushchenko, e José Manuel Barroso. Allora, una protesta succinta di politici ed intellettuali guidata dall’ex-Presidente ceco, Vaclav Havel – anch’egli insignito del Quadriga – ed una campagna di informazione dei media ha convinto il Comitato Organizzatore a tornare sui propri passi, e revocare la concessione della statuetta allo zar del gas che, proprio il giorno precedente, aveva ottenuto la creazione di joint-venture con il colosso energetico tedesco RWE per lo sfruttamento di giacimenti di Oro blu e carbone in Germania.

La Merkel pedina di Mosca

Secondo diversi politologi, la premiazione di Pechino – che non ragiona secondo le categorie occidentali – sarebbe un chiaro messaggio per invitare Mosca a desistere dal contrastare l’espansione economica cinese nel continente africano. Quella di Berlino, invece, l’ennesimo atto di sudditanza da parte di un’Europa Occidentale sempre più assetata di gas, e, per questo, succube di un Cremlino che con l’arma energetica, e la costruzione di impensabili gasdotti sottomarini, ha ammanettato l’Europa.

Un divide et impera per impedire il varo di una politica energetica comune dell’Unione Europea, e scavalcare i Paesi della parte centro-orientale del Continente che, memori della dominazione sovietica, sono con la Gran Bretagna i soli davvero consapevoli della reale pericolosità che il rinato imperialismo russo – continuum dello zarismo e dell’URSS – rappresenta per un’Europa sempre più debole e destinata ad un ruolo marginale nell’economia mondiale.

A conferma, il comportamento dello stesso Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che – durante la cerimonia del varo del NordStrem: gasdotto sul fondale del Mar Baltico che collega direttamente Russia e Germania, e bypassa Paesi UE invisi a Mosca come Polonia e Stati Baltici – su richiesta del Cremlino ha invitato il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, a rivedere il Terzo Pacchetto Energetico: legge comunitaria che vieta la gestione di gasdotti e reti elettriche dell’Unione in condizione di monopolio, sopratutto da parte di enti extra-europei, come il monopolista statale russo, Gazprom.

Matteo Cazzulani

Gazprom in Libia ed Italia. Grazie a ENI

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 4, 2011

Il monopolista russo rileva dal colosso italiano meta delle partecipazioni nell’estrazione in Libia, e punta al mercato interno di Roma. Malgrado ciò, l’Unione Europea continua nella politica energetica comune.

Un’affare grosso come un elefante per la conquista del Nord Africa e di un pezzo dell’Europa. Nella giornata di Domenica, 19 Settembre, l’autorevole agenzia Ukrainian Energy ha diffuso la notizia dell’avvenuta firma dell’accordo con cui il colosso italiano ENI ha venduto al monopolista russo, Gazprom, la meta delle azioni del progetto Elephant: varato per l’estrazione di nafta in Libia dall’omonimo giacimento nella parte settentrionale del Paese.

Un vero e proprio affare per Mosca, dal momento in cui la partecipazione al secondo consorzio per quantità di benzina estratta a Tripoli – il 33% del totale del Paese africano – Sara acquistata con un notevole sconto, dovuto al danneggiamento dei mezzi di estrazione a seguito della recente guerra al regime di Gheddafi, che a Mosca stimano non più di 150 Milioni di Dollari.

Dunque, per Gazprom un primo, concreto passo nel Mediterraneo che, tra crisi economiche e cosiddette rivoluzioni democratiche, cambia. Ma non l’unico. Secondo quanto riportato dalla Reuters, il monopolista russo starebbe trattando l’acquisto dell’altra meta della compagnia italiana Promgas, finora posseduta al 50% sempre da ENI, con cui la luna di miele energetica sta portando pesanti conseguenze politiche a livello nazionale ed europeo.

Lecito ricordare la recente sigla dell’accordo per la costruzione del Southstream, gasdotto sottomarino – concepito dai russi per aggirare Paesi europei invisi, come Romania, Polonia, Moldova, ed Ucraina – avversato dalla UE, che, con estrema fatica, sta adottando vie alternative al rifornimento dal solo esportatore di Mosca.

Europa avanti sulla Russia di Putin

Tra i progetti in cantiere, il gasdotto Nabucco, che, transitante per il Mediterraneo, ha lo scopo di trasportare oro blu in Europa acquistato da Azerbajdzhan e Turkmenistan, con cui le trattative sono in stato avanzato.

Secondo il parere di diversi esperti, il gasdotto europeo, concepito per bypassare territorio e ricatto energetico russi, sarebbe maggiormente conveniente rispetto al Southstream che, nel corso della presentazione ufficiale, a cui ha partecipato il Primo Ministro russo, Vladimir Putin – per rimarcare la natura politica del gasdotto – ha deluso le attese a causa dei consistenti costi.

Matteo Cazzulani

GLI USA CONTRO POLONIA E GERMANIA SULLA LIBIA

Posted in NATO by matteocazzulani on June 11, 2011

Il Ministro della Difesa americano, Robert Gates, critica Varsavia e Berlino per il mancato coinvolgimento nelle operazioni contro Gheddafi. Risposta polacca di appoggio politico e disimpegno

Il presidente USA, Barack Obama

Adesso Obama se la prende anche con Tusk e la Merkel. Nella giornata di giovedì, 9 Giugno, durante la riunione a porte chiuse della NATO, il Ministro della Difesa USA Robert Gates ha criticato Polonia e Germania per il mancato coinvolgimento nelle operazioni militari in Libia.

Una vera e propria distribuzione dei voti, secondo l’indiscrezione, riportata dall’autorevole Financial Times, poiché il politico statunitense ha ripreso anche Spagna, Turchia, ed Olanda per lo scarso contributo militare alla missione, in toto condotta solamente da USA, Canada, e da stati di minore estensione e spessore militare come Belgio, Norvegia, e Danimarca.

Varsavia si giustifica

Pronta la risposta del Ministro della Difesa polacco, Bogdan Klich, che ha ribadito a Washington come Varsavia sia impegnata da dieci anni nelle operazioni militari in Afghanistan. Ciò nonostante, ha confermato pieno appoggio politico alla missione in Libia, con possibilità di una successiva partecipazione in operazioni di costruzione delle democrazia e peacekeeping.

Iniziate lo scorso Marzo da un’iniziativa di Francia, Inghilterra, ed USA, le operazioni militari in Libia riguardano azioni aeree in difesa dell’opposizione al dittatore libico, Muhammar Gheddafi. Dopo alcune settimane, il controllo della missione è stato affidato alla NATO.

Matteo Cazzulani

GUERRA ENERGETICA: RUSSIA E CINA FUORI DALLA LIBIA DEGLI INSORTI

Posted in Guerra del gas, Mondo Arabo by matteocazzulani on April 8, 2011

Mosca e Pechino escluse dalla politica energetica libica del dopo regime. Tripoli verso contratti con Francia, Italia, e Gran Bretagna

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Italia e Francia sì, Russia e Cina no. Chiaro il messaggio dell’ex-Ministro dell’Energia libico, Omar Fati Ben Shatwan. Il quale, mercoledì, 7 Aprile, ha evidenziato la politica energetica che, una volta al potere, l’opposizione libica intende adottare.

Penalizzati il monopolista russo del gas, Gazprom, il colosso tataro del greggio, Tatnafta, e le compagnie cinesi, con cui Tripoli romperà i contratti in essere. Motivazione, il mancato appoggio ricevuto da Mosca e Pechino, altresì a favore del dittatore Muammar Gheddafi.

Rubinetti di nafta aperti, invece, per Parigi, Londra, e Roma, in prima fila nel sostenere gli insorti. Musica per le orecchie delle compagnie Suez-Gaz de France, British Petroleum, ed ENI, che già intravedono la possibilità di nuovi, vantaggiosi contratti.

La fine di un idillio energetico

A confermare le parole del politico, riportate dall’autorevole RBK, la stessa Gazprom, che ha rinunciato a commissioni e progetti a Tripoli. Tra essi, oltre al 48% delle concessioni C96 e C97, anche il rilevamento del 50% dell’infrastruttura Elephant dall’ENI. Stretto in Febbraio, ma rinviato a data da definirsi alla vigilia dei bombardamenti.

I rapporti tra la Libia di Gheddafi e la Russia di Vladimir Putin sono stati ottimali. Nel 2005, Tatnafta ha investito in Libia 260 Milioni di Dollari per lo sfruttamento del sito Gadamis. Nel 2006, ha ottenuto l’imprimatur per quello di Syrta.

Matteo Cazzulani