LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Elezioni in Slovacchia: vincono paura, euroscettici e filo-Putin

Posted in Slovacchia by matteocazzulani on March 7, 2016

Il risultato delle Elezioni Parlamentari slovacche premia Partiti contrari alla politica migratoria dell’Unione Europea e forze partitiche favorevoli ad una collaborazione più stretta tra Bratislava e Mosca. Il Partito socialdemocratico SMER-SD del Premier Robert Fico si conferma prima forza politica del Paese



Varsavia – Contro gli immigrati, anti europea e filorussa. Così appare la Slovacchia all’indomani delle Elezioni Parlamentari che, nella giornata di sabato, 4 Marzo, hanno portato ad una situazione frastagliata.

Primo, con il 28%, si è classificato il Partito socialdemocratico SMER-SD del Premier Robert Fico, che, nonostante abbia perso quasi la metà dei voti rispetto alle precedenti Elezioni Parlamentari, ha staccato ampiamente i conservatori di Libertà e Solidarietà -SaS- fermi, al 12%.

Al terzo posto si è classificato il Blocco dei Cittadini Indipendenti O’lano Nova con l’11%, seguito dal Partito Nazionalista Slovacco -SNS- con l’8%, al pari del Partito Nazionale Nostra Slovacchia.

A chiudere la lista dei Partiti che hanno superato lo sbarramento necessario per entrare in parlamento sono stati Most Híd, Partito vicino alla minoranza ungherese, e la forza politica Siet’, che hanno ottenuto rispettivamente il 6% e il 5%.

Seppur primo nella graduatoria dei Partiti più votati, SMER-SD non ha abbastanza voti né per formare una colazione in solitaria, né per cercare partner di coalizione da una posizione di forza. D’altro canto, una coalizione tra le forze euroscettiche e populiste, le vere vincitrici della contesa, è numericamente impossibile.

Proprio gli accenti anti-europei e anti-immigrazione sono stati il denominatore comune delle Elezioni che quasi tutte le forze politiche hanno condiviso, a partire proprio da SMER-SD. I socialdemocratici sono stati abili nel giocare sulle paure degli slovacchi nei confronti dei migranti tanto quanto, se non meglio rispetto a SaS, SNS e Nostra Slovacchia.

Dal canto suo, Fico ha coniugato i proclami anti-immigrazione con un populismo sociale atto ad ottenere il voto dei pensionati, la categoria di votanti che ha supportato in massa SMER-SD. 

Oltre a promettere pacchetti sociali più alti, Fico ha saputo ottenere il voto dei pensionati con l’approvazione, da parte del suo Governo, di provvedimenti apertamente populistici, come la restituzione del danaro pagato in anticipo per il gas in seguito al decremento dei prezzi: un vantaggio del quale hanno giovato persino pensionati di campagna sprovvisti di impianto a gas.

Sempre a proposito di gas, altri due ambiti sui quali il Premier slovacco ha puntato per ottenere la rielezione sono l’energia -sottolineando come la Slovacchia sia uno dei più importanti Paesi dell’Unione Europea dal quale transita il gas russo- e il rapporto con la Russia. 

Se, da un lato, Fico ha autorizzato il transito invertito del gas dalla Slovacchia all’Ucraina -una decisione che ha permesso a Kyiv di diminuire la dipendenza energetica da Mosca- dall’altro il Premier slovacco si è detto favorevole a revocare le sanzioni che l’Unione Europea ha applicato alla Russia in seguito all’annessione della Crimea e all’occupazione del Donbas.

La politica di sostegno alla Russia di Fico -seppur non si tratti di un supporto totale-  è condivisa da SNS e Nostra Slovacchia: forze politiche che sostengono la necessità di una collaborazione più stretta tra Slovacchia e Mosca sul modello delle relazioni che intercorrono tra il Premier ungherese, Viktor Orbán, e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Meno marcata sulla Russia, ma decisamente contraria alla politica di accoglienza dei migranti, è la SaS, che ha assunto posizioni di critica nei confronti dell’Unione Europea simile a quelle espresse dai conservatori britannici e da Diritto e Giustizia -PiS- il Partito di Governo in Polonia.

Kiska l’unica speranza per l’Europa e l’Occidente

Stando ai numeri, le uniche coalizioni possibili possono essere composte o da Partiti apertamente anti-immigrazione ed antieuropei, o da forze politiche filorusse ed antieuropee allo stesso tempo.

Di sicuro, a caratterizzare un’opposizione seria, filo europea e non filorussa sono Most-Hid e Siet’: Partiti di orientamento moderato che hanno raccolto l’eredità del Movimento Cristiano Democratico slovacco -KDH- che, per la prima volta nella storia della Slovacchia, è stato relegato all’opposizione extraparlamentare.

Assieme a Most-Híd e Siet’, a tenere fede ad una politica moderata in Slovacchia è anche il Presidente, Andrej Kiska, politico di orientamento liberale capace di sconfiggere il Premier Fico nelle Elezioni Presidenziali del 2014.

Kiska, che ha già incaricato Fico di formare una colazione di maggioranza, invitando nel contempo i Partiti entrati in Parlamento ad assumere un atteggiamento costruttivo per il bene del Paese, è un ex-dissidente che ha partecipato alla Rivoluzione di Velluto, il processo democratico che ha reso la Cecoslovacchia indipendente dal gioco sovietico.

Kiska, filantropo di formazione statunitense, appoggia il rafforzamento della NATO in Europa Centro Orientale e le sanzioni che l’UE ha applicato alla Russia per la guerra in Crimea e nel Donbass.

Nel contempo, Kiska sostiene il progetto dell’Unione Energetica Europea e l’integrità territoriale ucraina.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Tusk: dopo la nomina in Europa, la Polonia è alla ricerca di un nuovo Premier

Posted in Polonia by matteocazzulani on August 31, 2014

Con l’assunzione della Presidenza del Consiglio Europeo da parte del Premier polacco si apre la corsa alla successione sia alla guida del Governo, che alla Segreteria della cristiano democratica Piattaforma Civica. Il Presidente della Camera Bassa del Parlamento polacco, Ewa Kopacz, e il Ministro della Difesa Nazionale, Mateusz Siemoniak, i principali favoriti.

Una nomina storica per la Polonia, che dopo 15 anni di libertà ha visto finalmente riconosciuto il ruolo da protagonista che le dovrebbe già da tempo spettare in Unione Europea, ed anche per l’Europa, che grazie alla guida del Consiglio Europeo da parte di un polacco appare oggi meno ‘carolingia’ e sicuramente più moderna e attenta ai suoi membri della parte centro-orientale del Continente, finora troppo colpevolmente trascurati.

La nomina del Premier polacco, Donald Tusk, alla guida del Consiglio Europeo ha rappresentato uno dei rari casi in cui l’UE ha saputo prendere una decisione in maniera unanime e decisa: a favore della guida del Consiglio da parte del Premier polacco si sono infatti espressi sia il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, sia il Primo Ministro britannico, David Cameron, che il Presidente-Eletto della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

La guida del Consiglio Europeo a Tusk è anche un meritato riconoscimento ad un ex-giovane esponente del movimento democratico polacco dell’era di Solidarnosc nonché all’unico Premier della Polonia che ha saputo essere riconfermato alla guida del Governo dal voto popolare, grazie a sette anni di buona amministrazione del Paese.

Oltre ad avere mantenuto in Polonia un buon tasso di crescita e sviluppo nonostante la concomitante forte crisi che ha colpito il resto dell’Europa, Tusk ha anche il merito di aver saputo ‘europeizzare’ la Polonia stringendo buone relazioni con la Germania senza sacrificare nel contempo lo storico impegno dei Governi polacchi a sostegno della democrazia e della libertà in Ucraina e nel resto nell’Europa Orientale.

Oltre al prestigio per la Polonia, la dipartita del Premier in Europa lascia un clima di incertezza nello scenario politico polacco, nel quale due importanti posizioni dovranno essere riempite a breve: la guida dell’Esecutivo e il ruolo di Segretario della cristiano democratica Piattaforma Civica -PO, la forza politica fondata da Tusk che oggi governa in coalizione con il Partito contadini PSL.

L’ipotesi più probabile per la successione a Tusk al premierato è quella di Ewa Kopacz: Presidente della Camera Bassa del Parlamento polacco, nota non solo per essere una personalità estremamente fedele al Premier, ma anche personale amica del neo-nominato Presidente del Consiglio Europeo.

Il passaggio del premierato alla Kopacz darebbe anche la possibilità al Governo di continuare sia con il programma di riforma del settore previdenziale, che con gli altri punti dell’agenda di Governo che Tusk, pochi giorni prima della sua nomina europea, ha esposto in Parlamento per rilanciare l’attività dell’esecutivo dell’esecutivo per il nuovo anno legislativo.

Tuttavia, alla Kopacz potrebbe essere preferito il Ministro della Difesa Nazionale, Mateusz Siemoniak. Questa decisione porterebbe alla guida del Governo una personalità più tecnica rispetto alla Kopacz che, così, assieme agli altri vertici di Partito sarebbe libera di preparare con più calma la candidatura a Premier per le prossime Elezioni Parlamentari.

La nomina del giovane Siemoniak a Premier potrebbe tuttavia essere dettata anche da contingenze esterne, quali la crescente minaccia militare della Russia del Presidente, Vladimir Putin, che, secondo fonti di intelligence, dopo l’Ucraina potrebbe presto aprire un fronte anche nei Paesi Baltici e in Polonia.

Sulla base di quest’ultima motivazione prende quota anche la nomina a Premier di Radoslaw Sikorski: Ministro degli Esteri, dotato di una lunga e rispettabile esperienza, che ha saputo dapprima co-realizzare la sistemazione delle relazioni tra Polonia e Germania dopo gli anni ‘bui’ dei Governi del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS.

Lo scorso Febbraio, Sikorski ha poi saputo dare un forte contributo sia all’abbattimento del regime dittatoriale di Viktor Yanukovych in Ucraina, che alla firma da parte di Georgia e Moldova -oltre che dell’Ucraina- dell’Accordo di Associazione con l’UE.

Oltre alla carica di Premier, resta aperta la corsa alla successione a Tusk per quanto riguarda anche la guida della PO, che è legata a stretto filo con la corsa al premierato.

Qualora la Kopacz non dovesse ottenere la guida del Governo, per il Presidente della Camera Bassa del Parlamento si aprirebbe la possibilità di guidare il Partito: una carica alla quale aspirano anche l’attuale Vice-Premier, Elzbieta Bienkowska, e il leader della corrente alternativa a Tusk interna alla PO, Grzegorz Schetyna.

La guida della PO rappresenta un nodo fondamentale per garantire alla forza di Governo cristiano democratica il mantenimento della maggioranza in Parlamento, messa in seria discussione dal crollo di consensi registrato nei recenti sondaggi.

Secondo il Professor Norbert Maliszewski dell’Università di Varsavia, la decisione di Tusk di accettare la guida del Consiglio Europeo è motivata dalla necessità di dare una spinta propulsiva all’attività di Governo della PO. Una scelta, quella di Tusk, che sarebbe simile per logica alla decisione di Matteo Renzi di diventare Premier a pochissimi mesi dalla sua elezione alla guida del Partito Democratico.

Secondo l’opinionista Renata Grochal di Gazeta Wyborcza, la decisione di Tusk di andare in Europa è invece destinata ad indebolire la PO che, priva del suo carismatico leader, sarebbe così destinata a consegnare le redini del Paese al PiS del conservatore Jarosław Kaczynski: ex-Premier famoso per la sua retorica euroscettica ed anti-tedesca.

In UE scoppia il ‘caso Vysehrad’

A parte i dilemmi di Governo e di Partito, Tusk, che ha dichiarato la necessità di adottare misure risolute per incrementare la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, si troverà fin da subito a dovere risolvere un problema ben più grande legato alla posizione contraria all’inasprimento delle sanzioni UE nei confronti della Russia espressa dai suoi più strenui sostenitori alla nomina a Presidente del Consiglio Europeo: Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria.

Come riportato dal Financial Times, questi tre Paesi dell’Europa Centrale -che assieme alla Polonia fanno parte del Quartetto di Vysehrad- hanno invitato l’Europa a non adottare misure restrittive nei confronti di Putin nonostante la Russia, come oramai ampiamente confermato e documentato, ed in piena violazione del Diritto Internazionale, abbia invaso militarmente l’Ucraina.

Nello specifico, il Premier ungherese, Viktor Orban -che è legato alla Russia da interessi di carattere privato e bilaterale- si è detto pronto a capeggiare una coalizione pro-Putin all’interno dell’UE alla quale devono aderire tutti quei Paesi dell’Europa che non condividono l’inasprimento delle relazioni con la Russia.

L’invito di Orban è stato raccolto dal Premier slovacco, Robert Fico, che, come riportato dalla Reuters, ha minacciato l’uso del diritto di veto qualora le sanzioni dovessero rivelarsi dannose per la Slovacchia.

Peggiore è stata la posizione del Presidente ceco, Milos Zeman, che ha pubblicamente affermato che il processo democratico in Ucraina è stato realizzato non solo dai democratici ucraini, ma anche da nazionalisti di estrema destra.

Quella dei ‘fascisti in Ucraina’ è una menzogna, fabbricata dalla propaganda del Cremlino per discreditare il movimento democratico in Ucraina, a cui, tuttavia, il Capo di Stato della Repubblica Ceca ha creduto.

“Con l’invasione militare dell’Ucraina, che sta per ratificare l’Accordi di Associazione con l’UE, Putin ha inteso dichiarare guerra all’Europa, e non a Kyiv” è stato il commento del Presidente lituano, Dalija Grybauskaite, in risposta alla posizione dei tre Capi di Stato e di Governo filorussi dell’Europa Centrale.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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La Polonia in prima fila per la realizzazione dell’Unione Energetica Europea. Coi fondi UE che l’Italia non sa spendere

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 22, 2014

La compagnia polacca Gaz-System si aggiudica fondi europei per la realizzazione di gasdotti necessari per diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea. La realizzazione del Corridoio Nord-Sud, di gasdotti verso Repubblica Ceca, Slovacchia e Lituania, e il sostegno allo sfruttamento dello shale del Governo polacco non piace a Mosca.

Un processo spedito, realizzato sopratutto grazie all’adeguato utilizzo dei fondi europei. Nella giornata di mercoledì, 18 giugno, la compagnia polacca Gaz-System, incaricata della gestione della rete infrastrutturale energetica della Polonia, ha firmato un accordo con la Banca degli Investimenti Europea per l’ottenimento di un prestito di circa 100 Milioni di Euro per la realizzazione del gasdotto Lwowek-Odolanow.

Quest’infrastruttura, ubicata nella regione della Wielkopolska, nell’ovest del Paese, è già stata co-finanziata dal Programma Operativo Infrastruttura e Ambiente, ed è stata sostenuta economicamente dall’Europa perché parte integrante del Corridoio Nord-Sud.

Il Corridoio Nord-Sud, è concepito per unificare i sistemi energetici nazionali dei Paesi dell’Europa Centrale, e per veicolare nel cuore dell’UE il gas liquefatto importato da Qatar, Norvegia, Egitto e Stati Uniti d’America tramite i rigassificatori di Swinoujscie, nella Polonia Nord-occidentale, e di Krk, in Croazia.

Proprio il terminale di Swinoujscie è un’altra delle infrastrutture che la Polonia sta realizzando grazie al sostegno dei Fondi Europei, così come la costruzione di un gasdotto destinato a mettere in comunicazione proprio il terminale di Swinoujscie con la Lituania.

Infine, la Polonia sta sfruttando appieno i programmi di aiuto economico dell’Europa per realizzare altri 2 Mila chilometri di nuovi gasdotti necessari per collegare il sistema infrastrutturale energetico polacco con quello di Repubblica Ceca e Slovacchia.

La manovra della Polonia, che grazie al corretto sfruttamento dei Fondi Europei è riuscita a dare un consistente sviluppo anche ad altri ambiti oltre all’energia -come i servizi, lo sviluppo infrastrutturale e il sostentamento all’agricoltura- rientra nel programma varato dalla Commissione Europea per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas dal monopolio di Russia ed Algeria.

Questi due Paesi, in particolare la Russia, si avvalgono dell’energia come forma di ricatto geopolitico nei confronti di Paesi terzi indipendenti, anche membri UE, come dimostrato dalla condotta di Mosca nei confronti di Ucraina, Lituania, Bulgaria ed anche della stessa Polonia.

La diversificazione delle forniture di gas, secondo i piani dell’Europa, può essere favorita mediante la realizzazione di nuovi rigassificatori e nuovi gasdotti per veicolare gas da altri Paesi esportatori, in primis dall’Azerbaijan, ed anche attraverso la messa in comunicazione dei sistemi infrastrutturali energetici dei Paesi UE, così da creare un mercato europeo unico del gas.

Forse proprio per via della sua straordinaria attività nel realizzare i postulati della Commissione Europea in ambito energetico, la Polonia sta rischiando di pagare un prezzo politico molto alto.

Nella giornata di lunedì, 16 Giugno, il settimanale Wprost ha infatti pubblicato intercettazioni che rischiano di minare la stabilità del Governo polacco, che coinvolgono il Capo della Banca Centrale polacca, i Ministri dell’Interno e dei Trasporti, il Viceministro delle Finanze, e l’Addetto Stampa del Premier Donald Tusk.

Queste intercettazioni, registrate presso uno dei ristoranti più famosi di Varsavia con una professionalità e un’accuratezza inaudita, ha fin da subito originato il sospetto in merito alla loro preparazione per mano di agenti segreti russi.

La Russia ha infatti tutto l’interesse a destabilizzare il Governo Tusk, che in Europa sta spingendo, assieme al Presidente francese, Francois Hollande, per la realizzazione dell’Unione Energetica Europea: un progetto che istituzionalizza la creazione del mercato comune UE dell’energia.

Tusk, assieme al Premier romeno, Victor Ponta, e al Primo Ministro britannico, David Cameron, sta inoltre sostenendo l’avvio in Europa dello sfruttamento del gas shale: oro blu sfruttato da rocce argillose poste a bassa profondità di cui, secondo i dati EIA, Polonia, Gran Bretagna, Romania e Lituania sarebbero talmente ricche al punto da diminuire in misura sensibile la loro dipendenza energetica dalla Russia.

L’Ucraina nel Corridoio Adriatico del gas con Croazia ed Ungheria

Oltre che dalla Polonia, il piano di diversificazione delle forniture di gas è sostenuto anche da Repubblica Ceca e Slovacchia, che, come dichiarato mercoledì, 18 Giugno, dai rispettivi Premier, Bohuslav Sobotka e Robert Fico, hanno sostenuto la messa in comunicazione dei sistemi infrastrutturali energetici dei Paesi UE per reagire a possibili ulteriori blocchi dell’esportazione di gas dalla Russia.

Al progetto di messa in comunicazione dei gasdotti UE si è aggiunta anche l’Ucraina, che oltre all’aggressione militare nelle regioni di Donetsk e Luhansk, e prima ancora in Crimea, sta subendo dalla Russia il taglio delle forniture di gas russo, anche mediante l’esplosione dolosa del principale gasdotto deputato a veicolare l’oro blu di Mosca in Europa: il gasdotto Urengoy-Pomary-Uzhhorod.

Come dichiarato dal Ministro dell’Energia ucraino, Yuri Prodan, e dal Capo del colosso energetico nazionale ucraino Naftohaz, Andriy Kobolev, durante una visita a Budapest con i Ministri degli Esteri e dell’Energia ungheresi, Tibor Navracsics e Miklos Sesztak, l’Ucraina ha firmato l’accordo per la costruzione del Corridoio Adriatico del gas.

Questo progetto, a cui partecipano Ucraina, Ungheria e Croazia, è concepito per veicolare in territorio ungherese ed ucraino il gas liquefatto proveniente dal rigassificatore di Krk, e il gas naturale di origine azera proveniente dal Gasdotto Ionico Adriatico -IAP.

Questa conduttura, la IAP, è una diramazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- l’infrastruttura che l’Europa ha scelto per veicolare in Italia, attraverso Grecia ed Albania, 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno provenienti dall’Azerbaijan.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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Europee: il voto dell’Europa Centrale spinge il PPE a destra

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on May 26, 2014

Pareggi che penalizzano le forze governative avvengono in Polonia, Repubblica Ceca e Lituania, mentre in Croazia ed Austria avvengono ribaltoni. Conferme alle forze di Governo in Ungheria, Slovacchia e Romania.

Tanti pareggi dal sapore di sconfitta per le forze governative, alcuni cambiamenti di fronte netti e chiari e qualche conferma destinata a pesare nello scenario politico europeo. Questo è il quadro del voto europeo nei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, da dove, nonostante la bassa affluenza, è provenuto un apporto decisivo al Partito Popolare Europeo PPE, che ha vinto le elezioni europee staccando il Partito dei Socialisti Europei PSE di soli quattro punti percentuali: 28% a 24%.

In Polonia, i conservatori di Diritto e Giustizia -affiliati al gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei, ECR- hanno superato la cristiano democratica Piattaforma Civica -membro PPE- con il 32% dei consensi contro il 31%: un risultato che sancisce un sorpasso, seppur minimale, del più importante Partito di opposizione alla principale forza di Governo, rappresentata dal Premier, Donald Tusk.

Terza, sempre in Polonia, si è classificata, con il 9% dei consensi, la coalizione socialdemocratica SLD-UP, appartenente al Partito dei Socialisti Europei.

Ad entrare al Parlamento Europeo, con il 7% dei voti, sono poi i contadini del PSL -membri del PPE e partner di governo della Piattaforma Civica- e la Nuova Destra: formazione euroscettica che ha ottenuto il 7% dei consensi.

Un pareggio che sa di sconfitta è anche quello subito in Repubblica Ceca dal Partito SocialDemocratico ceco CSSD, che, con il 14% dei consensi, si è visto superare dai Partner di coalizione del moderato ANO, primo con il 16%, e dalla forza Liberal-Conservatrice di opposizone TOP09, seconda con il 15% dei consensi.

Oltre ad ANO, TOP09 e CSSD -che appartengono rispettivamente all’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei ALDE e al PSE- entrano in Parlamento Europeo anche i comunisti -membri della Sinistra Unita Europea, quarti con il 10% dei voti, i cristianodemocratici -membri PPE, quinti con il 9% dei consensi- e i conservatori del Partito Democratico Civico -membri ECR, sesti con il 7% dei voti.

Altro Pareggio che penalizza le forze di governo è avvenuto in Lituania, dove l’Unione per la Patria, forza politica conservatrice che appartiene al PPE, ha superato di poco, con il 19% dei consensi, il Partito SocialDemocratico Lituano del Premier Algirdas Butkevicius, appartenente al PSE.

Terzo, sempre in Lituania, il Movimento Liberale Lituano -membro ALDE, con il 16% dei voti- seguito dai conservatori del Partito Ordine e Giustizia -membro ECR, quarto con il 14% dei voti- dal Partito del Lavoro -membro PSE, quinto con il 12% dei consensi- e dall’Azione dei Polacchi in Lituania -membro ECR, sesto con l’8% dei voti.

Un ribaltone politico è invece avvenuto in Croazia, dove i popolari della Comunità Democratica Croata -membro PPE- hanno superato il Partito SocialDemocratico Croato del Premier Zoran Milanovic, membro PSE, 41% a 29. Terzi, sempre in Croazia, i verdi, con il 9%, seguiti dall’estrema destra euroscettica con il 7%.

Uno sconvolgimento politico che favorisce il PPE è avvenuto anche in Austria, dove il Partito Popolare Austriaco ha superato, con il 28% dei consensi, i partner di Governo del Partito Socialdemocratico Austriaco: membro PSE, secondo con il 23% dei voti.

Al terzo posto, sempre in Austria, si sono poi classificati gli euroscettici del Partito della Libertà Austriaco che, con il 19% dei consensi, confluiranno nel Gruppo delle forze anti europee guidato dal Front National francese di Marie Le Pen.

Chi schiaccerà l’occhio alla Le Pen sarà sicuramente la delegazione degli Europarlamentari dell’Ungheria, dove il Partito di maggioranza Fidesz del Premier, Viktor Orban, appartenente al PPE ma fortemente conservatore, ha ottenuto una riconferma con il 51% dei consensi.

A seguire, in Ungheria, si è classificato il partito ultra nazionalista Jobbik, con il 15% dei voti, mentre il Partito SocialDemocratico Ungherese, membro PSE, è slittato al terzo posto con solo l’11% dei consensi.

Conferma alle forze di Governo, ma di colore differente, è arrivata anche in Slovacchia, dove il Partito socialdemocratico SMER del Premier, Robert Fico, ha vinto di dieci punti percentuali sui cristiano democratici, portando, così, il PSE ad accorciare le distanze sul PPE.

Altra conferma che sorride al PSE proviene dalla Romania, dove l’Unione Social Democratica del Premier, Victor Ponta, ha vinto, con il 41% dei consensi, sul Partito Nazional Liberale: membro ALDE, fermo al 14%.

Terzo, con il 12%, si è classificato il Partito Democratico Liberale, che è membro del PPE, mentre alle sue spalle si è posizionata la seconda forza del centrodestra romeno, il Movimento Popolare, con il 6%.

Ponta contende a Renzi la leadership del Gruppo PSE

Se paragonato con il risultato europeo, dove, nonostante la vittoria netta del PPE, si prospetta la creazione di una Grande Coalizione con il PSE e l’ALDE per superare l’opposizione degli euroscettici, il dato dell’Europa Centro-Orientale è destinato ad influire non poco sulla politica europea per due ragioni,

In primis, nel PPE viene meno il peso dei polacchi della Piattaforma Civica, che tradizionalmente è più vicina a istanze sociali e liberali, mentre cresce quello degli ungheresi di Fidesz, molto più conservatori.

Nel PSE, invece, il buon risultato dell’Unione Social Democratica romena porta la compagine di Budapest a contendere al PD di Renzi, la leadership interna al secondo gruppo politico per importanza del nuovo Parlamento Europeo.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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Slovacchia ed Ungheria pronte al transito inverso di gas in Ucraina. Grazie a Obama

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 11, 2014

Il Premier slovacco, Robert Fico, inizia le procedure per permettere il trasporto di gas in territorio ucraino attraverso i gasdotti di Bratislava senza infrangere i contratti in essere con la Russia. Il Ministro degli Esteri ungherese, Janos Martonyi, evidenzia come Budapest sia già pronta a veicolare oro blu dalla Germania a Kyiv per affrontare una crisi geopolitica urgente

Un’Europa più protagonista per una politica energetica che sappia rafforzare la Democrazia e i Diritti Umani in quei Paesi dove forte è l’uso del gas per scopi imperialistici è militaristi. Nella giornata di giovedì, 10 Aprile, il Premier slovacco, Robert Fico, ha dichiarato la volontà di indagare in merito alla possibilità di permettere il transito di gas dalla Germania all’Ucraina attraverso l’uso inverso dei gasdotti della Slovacchia.

Come dichiarato da Fico, e confermato dalla compagnia slovacca Eustream, la decisione di rifornire di oro blu europeo il territorio ucraino, necessaria dopo che l’Ucraina ha sospeso l’importazione di gas dalla Russia, pone però la Slovacchia dinnanzi al rischio di infrangere i contratti in essere con il monopolista russo del gas Gazprom per veicolare il carburante di Mosca in Europa Occidentale.

Per questa ragione, il Premier slovacco ha invitato ad aprire un tavolo di discussione, finalizzato all’avvio di forniture di gas russo venduto dalla compagnia tedesca RWE all’Ucraina attraverso i gasdotti slovacchi, a cui partecipano Unione Europea, Russia e Stati Uniti d’America.

Proprio gli USA hanno un ruolo importante nella vicenda, dal momento in cui è stato proprio sulla base di un invito del Vicepresidente USA, Joe Biden, che il Premier Fico ha sciolto le riserve in merito alla necessità di rifornire di gas da occidente l’Ucraina e, così, risolvere una grave crisi geopolitica alle porte dell’UE.

Chi, a differenza della Slovacchia, non ha particolari problemi contrattuali è l’Ungheria che, come dichiarato dal Ministro degli Esteri ungherese, Janos Martonyi, durante un incontro con il Vicecapo della Diplomazia ucraina, Danilo Lubkivsky, è pronta a rifornire l’Ucraina di 16,9 milioni di metri cubi di gas al giorno.

Oltre alla promessa di impegno sul lato energetico, confermata dalla compagnia ungherese FGSZ, incaricata della gestione dei gasdotti magiari, il Ministro Martonyi ha anche contestato l’attività militare della Russia in Ucraina, come l’annessione armata della Crimea e l’incitamento di rivolte separatiste nell’est del Paese, come illegale e volta alla destabilizzazione politica di Kyiv.

Condanna per l’atteggiamento della Russia è stata espressa anche dalla Portavoce del Dipartimento di Stato USA, Jen Psaki, che ha contestato la decisione di Mosca di incrementare il prezzo del gas imposto a Kyiv da 268 a 485 Dollari per mille metri cubi di oro blu come strumento di pressione geopolitica, ed ha promesso aiuti, anche finanziari, per garantire la sicurezza energetica e la ristrutturazione del sistema infrastrutturale ucraino.

I Paesi Bassi sospendono la collaborazione energetica con la Russia

Condanna per l’atteggiamento belligerante della Russia in Ucraina è stato dimostrato anche dai Paesi Bassi che, in segno di protesta per l’annessione militare della Crimea e per la concentrazione di reparti dell’esercito russo ai confini orientali ucraini, ha revocato un’importante missione commerciale a Mosca per l’incremento delle importazioni del gas del Cremlino in territorio olandese.

La decisione, comunicata dal Ministro degli Esteri olandese, Frans Timmermans, è stata presa sulla base della revisione dei rapporti con la Russia dell’UE, nonostante, nel breve periodo, l’interruzione delle importazioni di carburante russo rallenti il progetto dei Paesi Bassi di diventare il principale hub del gas in Europa attraverso lo sfruttamento intensivo del gasdotto Nordstream.

Questo gasdotto, realizzato nel 2012 su volere di Putin per veicolare in Germania, Olanda, Belgio, Francia e Repubblica Ceca 55 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno per bypassare Paesi dell’UE come Lituania, Lettonia, Estonia e Polonia -e, così, dividere l’Europa al suo interno- per i Paesi Bassi avrebbe dovuto compensare il decremento da 80 Miliardi di metri cubi a 67,4 dello sfruttamento di oro blu presso il giacimento di Groningen, deciso dal Governo olandese sulla base di timori di natura sismologica.

L’atteggiamento di Ungheria e Paesi Bassi vanno verso il rafforzamento di un’iniziativa di politica energetica comune europea che, tuttavia, dovrebbe essere coordinata dall’UE più che dai singoli Stati.

I dubbi dimostrati dalla Slovacchia per paura di ripercussioni contrattuali da parte della Russia dimostrano infatti come il varo di una politica energetica comune dell’UE sia necessario ora più che mai per permettere all’Europa di assumere un ruolo rispettato e rispettabile in ambito internazionale.

Matteo Cazzulani

ELEZIONI PRESIDENZIALI SLOVACCHE: KISKA BATTE FICO A SORPRESA

Posted in Slovacchia by matteocazzulani on March 30, 2014

Il Candidato indipendente rovescia il vantaggio di 4 punti ottenuto nel primo turno dal Premier. Decisiva la scelta del Segretario dei socialdemocratici SMER di correre per il posto di Presidente da Capo del Governo

51enne filantropo e imprenditore lontano dalla politica e, sopratutto, mai appartenuto al mondo partitico precedente alla caduta del Muro di Berlino, quando si poteva partecipare alla Cosa Pubblica solo in quanto membri del Partito Comunista. Questa la personalità di Andrej Kiska, il nuovo Presidente della Slovacchia, capace di vincere al secondo turno delle Elezioni Presidenziali slovacche di sabato, 29 Marzo, dopo avere rovesciato il gap di 4 punti percentuali rimediato al Primo Turno dal Premier Robert Fico, candidato del Partito socialdemocratico SMER.

La vittoria di Kiska, che ha staccato Fico di circa il 20% dei voti -59,3% contro il 40,7%- è dovuta essenzialmente al carattere indipendente del candidato, che ha accumulato la sua ricchezza negli anni 90 con due società di credito al consumo, e che ha acquisito notorietà grazie al fondo di beneficenza “Buon Angelo”, da lui creato per aiutare bambini malati.

A contribuire in maniera consistente alla vittoria di Kiska sono stati anche fattori di carattere politico, come la decisione delle forze di destra, che al primo turno hanno sostenuto tre differenti candidati, di fare confluire il loro consenso sul candidato indipendente.

Responsabilità sono da addossare anche a Fico, che ha deciso di correre da Premier come candidato per la Presidenza del Paese, ventilando una possibile gestione del potere monocolore socialdemocratica -SMER controlla anche la maggioranza dei seggi in Parlamento- che ha preoccupato gli elettori.

Il PSE perde, ma la destra non vince

Oltre a Fico, sconfitti dalla competizione escono anche il Presidente del Parlamento Europeo e candidato Presidente della Commissione Europea del Partito dei Socialisti Europei, Martin Schulz, e il Presidente francese, Francois Hollande, che in prima persona hanno sostenuto la corsa di Fico.

Tuttavia, per le forze di destra, il successo di Kiska rappresenta una vittoria di Pirro, dal momento in cui il candidato che ha vinto il ballottaggio ha sempre mantenuto il suo carattere indipendente.

Resta inoltre da sottolineare poi come il Presidente in Slovacchia abbia poteri meramente rappresentativi ed inferiori rispetto a quelli del Premier e del Governo, che sono mantenuti saldamente sotto il controllo dei socialdemocratici.

Kiska, primo Presidente slovacco a non essere appartenuto al Partito Comunista, succede al Capo di Stato uscente Ivan Gasparovic, che è stato eletto per due mandati nel 2004 e nel 2009 come esponente di centro-sinistra.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale
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UCRAINA: PUTIN HA GIÀ MESSO LE MANI SUL GAS DELLA CRIMEA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on March 13, 2014

Il monopolista statale russo del gas Gazprom ad un passo dal controllo dei giacimenti ucraini, su cui le Autorità separatiste della Crimea hanno già imposto il loro controllo per interrompere la politica di diversificazione delle forniture di oro blu varata da Kyiv per decrementare la dipendenza da Mosca. Israele si offre all’Europa per diminuire la quantità di oro blu russo importata dall’Unione Europea.

Giacimenti da 1,65 miliardi di metri cubi annui di gas e l’interruzione della politica dell’Ucraina di diversificazione delle forniture di gas tramite lo sfruttamento intensivo dei propri giacimenti nazionali. Questa è una delle ragioni che sta alla base dell’occupazione russa della Crimea, il cui Parlamento, nella giornata di martedì, 11 Marzo, ha dichiarato la propria indipendenza dall’Ucraina sotto il controllo dell’esercito di Mosca.

Come dichiarato dall’Alto Rappresentante del Consiglio della Repubblica Autonoma di Crimea, Vladimir Konstantynov, le autorità indipendentiste crimee hanno già provveduto a prendere il controllo dei giacimenti di gas e greggio del Mar Nero e del Mar d’Azov, sui quali l’Ucraina ha finora contato per progettare una politica di diversificazione delle forniture di energia per limitare la dipendenza dalle importazioni russe, a cui Kyiv è legata per il 90% circa del proprio fabbisogno nazionale.

Interesse per il controllo di questi giacimenti, da cui la compagnia energetica regionale Chornomorneftegaz ha sfruttato 1,65 miliardi di metri cubi di gas nel solo 2013, e nei quali è stata individuata un’ulteriore cospicua quantità di gas naturale e shale che potrebbe incrementare la quantità di oro blu estratto in territorio ucraino, è stato manifestato dal monopolista statale russo del gas, Gazprom, che, nella giornata di martedì, 11 Marzo, ha effettuato una ricognizione urgente in Crimea.

La visita sul Mar Nero del braccio energetico del Cremlino, che risponde direttamente al Presidente russo, Vladimir Putin, è stata coordinata dal Vicepremier della Repubblica Autonoma di Crimea, Rustam Temirgaliev, che ha rivelato come Gazprom voglia aprire nell’immediato una sua sede operativa a Simferopoli, la capitale della Crimea.

Il controllo da parte di Gazprom sui giacimenti di gas della Crimea può decrementare la quantità di gas sfruttata dall’Ucraina e, sopratutto, può interrompere l’ambizioso piano di sfruttamento dei giacimenti ucraini di shale, su cui compagnie internazionali come l’olandese Shell e l’italiana ENI hanno ottenuto diritti di estrazione già sotto l’Amministrazione dell’ex-Presidente Viktor Yanukovych.

Secondo stime EIA, l’avvio dello sfruttamento dello shale in Ucraina permetterebbe a Kyiv non solo di diminuire la dipendenza dalla Russia, ma porterebbe anche l’Ucraina a divenire un importante Paese esportatore di gas su cui l’Unione Europea potrebbe contare per ridurre la quantità di oro blu importata da Russia ed Algeria.

Oltre alla Russia, un altro Paese interessato sul piano energetico dalla questione ucraina è Israele, che ha messo a disposizione i suoi giacimenti di gas ubicati nel fondale del Mediterraneo per garantire all’Europa forniture alternative a quelle di Mosca a cui, secondo indiscrezioni, la Commissione Europea potrebbe porre un freno come reazione all’invasione militare dell’Ucraina.

Come dichiarato dalla Compagnia israeliana Delek Energy, che collabora con la compagnia americana Noble Energy nello sfruttamento dei giacimenti di gas naturale di Israele, Tel Aviv si sta già preparando nel caso l’Europa dovesse richiedere a Tel Aviv l’esportazione di una quantità di oro blu che, secondo le prime stime, potrebbe aggirarsi attorno ai 40 trilioni di piedi cubi.

Nel progetto di fornitura di gas di Israele all’UE potrebbero essere coinvolti anche Cipro, dove il carburante israeliano potrebbe essere recepito e reindirizzato in Grecia, e la Turchia, che con Tel Aviv ha già avviato trattative per la realizzazione di un gasdotto per veicolare in Europa l’oro blu sfruttato nei giacimenti del Mar Mediterraneo.

La Slovacchia timida sull’importazione di gas russo in Ucraina da Ovest

Nel frattempo, l’Ucraina per arginare la dipendenza energetica dalla Russia nel più breve tempo possibile ha ripreso l’attuazione di un progetto, sostenuto dall’UE ma accantonato di recente da Yanukovych, per importare gas russo dalla Germania attraverso i gasdotti di Slovacchia, Polonia ed Ungheria.

A tal proposito, mercoledì, 12 Marzo, il Premier slovacco, Robert Fico, ha espresso sostegno al progetto di diversificazione delle forniture di gas dell’Ucraina, ma ha richiesto assicurazioni da parte del Governo ucraino in merito all’effettiva capacità da parte di Kyiv di onorare le clausole contrattuali che regolano i diritti della Slovacchia sul gas russo veicolato dal territorio tedesco a quello ucraino.

Nello specifico, Fico ha dichiarato che la compagnia slovacca Eurstream è pronta ad investire 20 Milioni di Euro per la preparazione dell’utilizzo all’inverso dei gasdotti slovacchi, che potrebbe durare fino ad un massimo di nove mesi.

Matteo Cazzulani

LARGHE INTESE IN REPUBBLICA CECA: TROVATO L’ACCORDO PER LA FORMAZIONE DEL GOVERNO

Posted in Repubblica Ceca, Slovacchia by matteocazzulani on December 24, 2013

I SocialDemocratici mantengono il premierato per il Segretario, Bohuslav Sobotka, e otto Ministeri, il movimento moderato ANO dell’imprenditore Andrej Babis riceve sette Dicasteri tra cui quello delle Finanze, e l’Unione dei Cristiano Democratici-Partito Popolare Ceco ha l’Agricoltura, la Cultura ed un’altra delega senza portafoglio. Da superare l’opposizione del Presidente, Milos Zeman

Sotto l’Albero di Natale gli abitanti della Repubblica Ceca trovano un nuovo Governo con Ministeri distribuiti, ma il tutto deve essere ancora confermato. Nella giornata di sabato, 22 Dicembre, il Partito SocialDemocratico Ceco, il movimento moderato ANO, e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco hanno raggiunto l’accordo sui Dicasteri da ricoprire in un Governo delle Larghe Intese reso necessario dalla mancata vittoria alle ultime Elezioni Parlamentari da parte di alcuna delle forze politiche in campo.

I SocialDemocratici, che secondo i sondaggi avrebbero dovuto stravincere, ma che invece hanno ottenuto solo il 20% dei consensi, hanno mantenuto il posto di Premier per il loro Segretario, Bohuslav Sobotka, più altri otto Ministeri, tra cui molti con portafoglio.

Il movimento ANO, fondato e guidato dall’imprenditore Andrej Babis, che alle ultime Elezioni ha avuto il 18% dei voti, ha ottenuto il controllo di sette Dicasteri, tra cui quello pesante delle Finanze.

I Cristianodemocratici, ultima forza ad entrare in Parlamento con il 6% dei consensi, si sono aggiudicati i Ministeri dell’Agricoltura, della Cultura e un altro incarico senza portafoglio.

L’accordo sulla spartizione dei posti di Governo segue quello sul programma, che ha visto punti in comune solo sulla lotta alla corruzione, su una riforma delle pensioni edulcorata, e sulla necessità di mantenere il deficit di bilancio al di sotto del 3% del PIL.

Ciò nonostante, la Coalizione delle Larghe Intese, forte di 111 seggi in Parlamento su 200, ora attende il vaglio del Presidente, Milos Zeman, che ha già paventato la possibile non accettazione di alcuni dei Ministri.

Leader del Partito dei Diritti Civili, forza politica di centrosinistra che non ha superato lo sbarramento nelle ultime Elezioni Parlamentari, Zeman ha sempre sostenuto la necessita di formare un Governo di sinistra-centro di SocialDemocratici e Partito Comunista di Boemia e Moravia: la terza forza del Paese con il 15% dei consensi.

Il Premier slovacco si candida a fare il Presidente

Un Presidente forte rischia di esserci anche nella vicina Slovacchia dopo che, lunedì, 23 Dicembre, il Premier slovacco, Robert Fico, ha dichiarato la sua discesa in campo nelle prossime Elezioni Presidenziali, indette per designare il successore dell’attuale Capo di Stato, il conservatore Ivan Gasparovic.

Leader carismatico del Partito socialdemocratico SMER, Fico ha sorpreso tutti con la scelta di scendere in campo per una carica che, in Slovacchia, ha un valore quasi solo rappresentativo.

Secondo indiscrezioni, Fico sarebbe stanco dopo anni di premierato, e vorrebbe optare per una carica più tranquilla.

Altre ipotesi sostengono che, grazie all’ampia maggioranza in Parlamento, Fico potrebbe spingere SMER a cambiare la Costituzione per dare più poteri al Presidente.

Nonostante sia dato per favorito, Fico, con tutta probabilità, dovrà affrontare la concorrenza del primo Ministro degli Esteri Milan Knazko: uno dei protagonisti della Rivoluzione di Velluto che potrebbe essere in grado di raccogliere attorno a se il voto compatto delle opposizioni cristianodemocratica e conservatrice.

Altri candidati alle Elezioni Presidenziali slovacche, che, come in Repubblica Ceca, sono dirette, potrebbero essere l’ex-Premier Jan Carnogursky e l’ex-Presidente del Parlamento, Pavol Hrusovsky, entrambi di orientamento cristianodemocratico.

Matteo Cazzulani

LA MERKEL HA TROVATO IL CANDIDATO POPOLARE ALLA COMMISSIONE EUROPEA: IL SOCIALDEMOCRATICO MARTIN SCHULZ

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 30, 2013

Il cancelliere tedesco dichiara che una maggioranza popolare al Parlamento Europeo non impossibilita la nomina di un Presidente della Commisione Europea socialdemocratico. La Grande Coalizione europea permette alla Merkel di risolvere i problemi in Germania, e di estendere il suo premierato sull’UE

Una Grande Coalizione come in Germania per salvare l’Europa dall’euroscetticismo, nonostante ciò possa implicare una germanizzazione della politica europea. Nella giornata di lunedì, 28 Ottobre, il Cancelliere tedesco, la cristiano-democratica Angela Merkel, ha dichiarato che non vi è alcun automatismo tra il risultato delle Elezioni Europee e la nomina del Presidente della Commissione Europea.

Nello specifico, la Merkel, a margine del vertice del Partito Popolare Europeo -la forza partitica UE che raccoglie partiti cristiano-democratici, moderati e di centrodestra, come, in Italia, l’UDC- ha sottolineato come una maggioranza cristiano-democratica nel prossimo Parlamento Europeo possa supportare la nomina di un Presidente della Commissione non popolare.

La dichiarazione ha portato l’autorevole Euractiv a sostenere che la Merkel, con la sua presa di posizione, abbia dato un velato supporto alla candidatura di Martin Schulz, socialdemocratico tedesco sostenuto dal Partito Socialista Europeo e da altre forze politiche non-socialiste che appartengono al Gruppo parlamentare Socialisti e Democratici, come, in Italia, il PD.

Del resto, Schulz gode di buona fama in UE, tanto da essere stato nominato Presidente del Parlamento Europeo dopo il popolare Jerzy Buzek: una staffetta concordata tra PPE ed S&D fin dall’avvio della legislatura 2009-2014.

A confermare il possibile appoggio della Merkel a Schulz sono molteplici fattori, tra cui alcuni strettamente legati alla situazione interna tedesca.

La Merkel, che ha stravinto le ultime Elezioni Parlamentari tedesche alla guida della colazione tra i cristiano-democratici della CDU e i cristiano-sociali bavaresi della CSU, per governare in Germania necessita comunque dell’appoggio di partner esterno, che la rieletta Cancelliere ha vuole dalla socialdemocratica SPD.

In virtù della disparità di consensi ricevuti, sarebbe impossibile per la Merkel attuare pesanti concessioni ai socialdemocratici -come i Ministeri di Esteri ed Economia- ma il sostegno, seppur non palese, all’elezione di Schulz alla Commissione Europea potrebbe essere una merce di scambio che permetterebbe fin da subito il varo della Grande Coalizione in Germania.

Del resto, la Merkel ha fatto capire di volere dedicare il suo terzo mandato da Capo del Governo tedesco all’intero continente, passando da Cancelliere della Germania a Premier dell’UE.

Come riportato da Der Spiegel, la Merkel ha evidenziato la necessita di implementare le politiche del lavoro e l’economia sociale di mercato: due manovre che sia al Bundestag che al Parlamento Europeo sono ampiamente condivise sia dai popolari che dai socialisti e democratici.

Un altro fattore a sostegno del possibile supporto della Merkel alla candidatura di Schulz è data dallo stallo in cui si trova il PPE: privo, ad oggi, di un candidato alla guida della Commissione Europea.

Il Premier polacco, Donald Tusk, ha preferito occuparsi della situazione interna alla Polonia, in cui i cristiano-democratici della sua Piattaforma Civica -PO- soffrono la rimonta dei conservatori euroscettici di Diritto e Giustizia -PiS.

Il Premier svedese, Fredrik Reifeldt, un altro papabile per l’investitura PPE, ha rinunciato alla candidatura, ed ha sostenuto il bisogno di nominare una Commissione Europea di tecnici e non di politici.

Un’ulteriore conferma al possibile disegno della Merkel in sostegno di Schulz viene dal Trattato di Lisbona, che, come ha sottolineato il Cancelliere, non collega l’esito delle Elezioni Europee con la formazione della Commissione Europea.

Il Presidente della Commissione, che a sua volta nomina i vari Commissari, viene dapprima proposto dal Consiglio Europeo -composto dai Capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi UE- e poi votato dal Parlamento Europeo.

Verso un’Europa sociale di mercato ma fortemente germanizzata

Ad oggi, una possibile candidatura di Schulz, che verrebbe presentata dalla Merkel come una necessaria Grande Coalizione per rafforzare le politiche sociali e contrastare il crescente euroscetticismo, troverebbe il sostegno sicuro di socialisti come il Presidente francese Francois Hollande, il Premier belga Elio di Rupo, quello lituano Algirdas Butkevicius, quello slovacco Robert Fico, quello romeno, Victor Ponta, quello bulgaro Plamen Oresharski.

Sulla candidatura di Schulz, grazie all’invito della Merkel, convergerebbero poi anche altri Leader UE popolari e non socialisti, come il Premier italiano Enrico Letta, quello spagnolo Mariano Rajoy, quello greco Antoni Samaras, quello olandese Mark Rutte, quello lettone Valdis Dombrovskis, quello lussemburghese Jean Claude Juncker, ed i già citati polacco Tusk e svedese Reifeldt.

Se realizaata, la Coalizione delle Larghe Intese a livello europeo porterebbe senza dubbio al rafforzamento delle politiche sociali, con una maggiore attenzione alla tematica del lavoro.

L’abbattimento della disoccupazione, sopratutto di quella giovanile nel sud del Vecchio Continente, è un obiettivo su cui l’UE deve lavorare molto per superare una crisi dilagante in tutta Europa.

D’altro canto, la Grande Coalizione rischia di rendere l’Europa sempre più dipendente da un solo stato, la Germania, con inevitabili ripercussioni sulla politica monetaria, economica ed energetica, ed anche con possibili ripercussioni di carattere politico.

Sono infatti pochi gli stati che, in un’Europa germanizzata, sarebbero pronti a cedere sovranità all’UE, favorendo così il rafforzamento di formazioni politiche euroscettiche di estrema sinistra e di estrema destra.

Matteo Cazzulani

GAS: L’EUROPA CENTRALE TRA LIBERALIZZAZIONI ‘FILOEUROPEE’ E NAZIONALIZZAZIONI ‘FILORUSSE’

Posted in Guerra del gas, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria by matteocazzulani on April 2, 2013

L’Ungheria concede il controllo dei gasdotti nazionali al colosso statale MVM, mentre la Repubblica Ceca favorisce un consorzio tedesco-canadese ad un’ente ceco. La Lituania e la Polonia applicano alla lettera il Terzo Pacchetto Energetico per diversificare le forniture di oro blu, e con la Romania vanno avanti sullo Shale.

In Europa Centrale c’è chi guarda all’Europa, chi ad Oltreoceano, e chi alla Russia. Nella giornata di lunedì, Primo di Aprile, il colosso energetico statale ungherese MVM ha rilevato il controllo della gestione della compravendita e della distribuzione del gas in Ungheria dalla compagnia tedesca E.On.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, l’operazione è stata varata dal Premier, Viktor Orban, per conferire al Governo di Budapest un più forte potere contrattuale con il monopolista russo del gas, Gazprom, e, di conseguenza, rafforzare i legami con la Russia.

Il Premier Orban di recente ha definito la Russia un partner economico e politico indispensabile per Budapest, e, nel 2012, ha portato l’Ungheria tra i Paesi sostenitori della costrizione del Southstream: gasdotto progettato da Gazprom per aumentare la dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas di Mosca -da cui l’UE già dipende per il 40% del proprio fabbisogno nazionale.

La nazionalizzazione della compravendita di gas in Ungheria è anche un’operazione economica che ha fruttato un lauto guadagno nelle casse dello Stato: nel 2005, la E.On ha pagato al Governo 2,5 Miliardi di Euro, mentre ora ha ottenuto dalla MVM solo 1,2 Miliardi di Euro.

Sul piano politico, la manovra di Orban è però contraria al Terzo Pacchetto Energetico UE: legge emanata dalla Commissione Europea per separare l’ambito della compravendita del gas con quello del trasporto dell’oro blu,

Il Terzo Pacchetto Energetico ha la finalità di evitare la creazione di monopoli, e di porre fine all’egemonia di colossi extraeuropei nel mercato dell’energia del Vecchio Continente.

In linea con la Legge UE ha agito la Repubblica Ceca, in cui la compagnia Net4Gas, incaricata della gestione della distribuzione del gas, è stata venduta dall’ente tedesco RWE alle compagnie assicurative Allianz e a quella canadese Borealis.

La vendita del controllo dei gasdotti nazionali della Repubblica Ceca al consorzio tedesco-canadese, che ha fruttato alla RWE 1,2 Miliardi di Euro, ha impedito il rafforzamento della posizione della compagnia energetica ceca EPH nella gestione dei gasdotti dell’Europa Centrale.

Nel 2012, la EPH ha infatti acquistato per 2,9 Miliardi di Euro dalla E.On e dalla compagnia francese Suez-Gaz de France il 49% della compagnia SPP, incaricata della gestione dei gasdotti della Slovacchia.

La vendita della SPP alla EPH è stata sostenuta dal Premier slovacco, Robert Fico, in cambio dell’impegno da parte della compagnia ceca sul mantenimento di un prezzo basso del costo del gas applicato alla popolazione.

Vilna e Varsavia a sostegno dell’Europa

Così come la Repubblica Ceca, in Europa Centrale anche la Lituania ha applicato alla lettera il Terzo Pacchetto Energetico per diminuire la dipendenza dal gas della Russia, che ad oggi copre il 99% del fabbisogno nazionale di Vilna.

Nel Marzo 2013, il Governo lituano ha creato la Amber Grid: una compagnia incaricata di rilevare il 76% delle azioni dell’ente nazionale Lietuvos Dujos, finora possedute dalla E.On e da Gazprom.

La Lituania ha inoltre implementato la realizzazione del rigassificatore di Klaipeda che, come preventivato dalla Legge UE, consente di immettere nel mercato unico europeo gas liquefatto proveniente da Qatar, Egitto, Norvegia e Stati Uniti d’America.

Così come la Lituania, per realizzare i postulati del Terzo Pacchetto Energetico anche la Polonia ha varato la costruzione di gasdotti per unire il sistema infrastrutturale energetico di Varsavia con quello degli altri Paesi dell’Europa Centrale.

La Polonia è a che attiva nella realizzazione del Corridoio Nord-Sud: conduttura concepita, con il sostegno della Commissione Europea, per unificare il rigassificatore polacco di Swinoujscie con quello croato di Krk, entrambi in fase di realizzazione.

Polonia, Romania e Lituania in prima fila sullo Shale

La Polonia ha inoltre implementato la ricerca dello Shale: gas ubicato in rocce porose poste a bassa profondità, ad oggi estratto con sofisticate tecniche di fracking solo in Nordamerica.

Secondo gli studi, il territorio polacco contiene una riserva consistente di Shale tale da permettere a Varsavia di porre fine alla dipendenza dalla Russia, le cui forniture di gas naturale coprono oggi l’82% del fabbisogno energetico polacco.

In Europa Centrale, interessata allo Shale, oltre che la Polonia, ed anche la Lituania, è la Romania, il cui Premier, Victor Ponta, ha tolto la moratoria precedentemente imposta sullo sfruttamento di gas non convenzionale.

Ponta ha argomentato la decisione con la necessita di diversificare le fonti di approvvigionamento di Bucarest, e di garantire all’Europa una possibile soluzione alla forte dipendenza dalle importazioni di energia dall’estero.

La Romania ha anche sostenuto apertamente la realizzazione del Nabucco: gasdotto concepito per veicolare in Europa 30 Miliardi di metri cubi all’anno di gas dall’Azerbaijan, che la Russia è intenzionata a bloccare con il Southstream per evitare di perdere il monopolio sul mercato dell’energia europeo.

Matteo Cazzulani