LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Elezioni in Slovacchia: vincono paura, euroscettici e filo-Putin

Posted in Slovacchia by matteocazzulani on March 7, 2016

Il risultato delle Elezioni Parlamentari slovacche premia Partiti contrari alla politica migratoria dell’Unione Europea e forze partitiche favorevoli ad una collaborazione più stretta tra Bratislava e Mosca. Il Partito socialdemocratico SMER-SD del Premier Robert Fico si conferma prima forza politica del Paese



Varsavia – Contro gli immigrati, anti europea e filorussa. Così appare la Slovacchia all’indomani delle Elezioni Parlamentari che, nella giornata di sabato, 4 Marzo, hanno portato ad una situazione frastagliata.

Primo, con il 28%, si è classificato il Partito socialdemocratico SMER-SD del Premier Robert Fico, che, nonostante abbia perso quasi la metà dei voti rispetto alle precedenti Elezioni Parlamentari, ha staccato ampiamente i conservatori di Libertà e Solidarietà -SaS- fermi, al 12%.

Al terzo posto si è classificato il Blocco dei Cittadini Indipendenti O’lano Nova con l’11%, seguito dal Partito Nazionalista Slovacco -SNS- con l’8%, al pari del Partito Nazionale Nostra Slovacchia.

A chiudere la lista dei Partiti che hanno superato lo sbarramento necessario per entrare in parlamento sono stati Most Híd, Partito vicino alla minoranza ungherese, e la forza politica Siet’, che hanno ottenuto rispettivamente il 6% e il 5%.

Seppur primo nella graduatoria dei Partiti più votati, SMER-SD non ha abbastanza voti né per formare una colazione in solitaria, né per cercare partner di coalizione da una posizione di forza. D’altro canto, una coalizione tra le forze euroscettiche e populiste, le vere vincitrici della contesa, è numericamente impossibile.

Proprio gli accenti anti-europei e anti-immigrazione sono stati il denominatore comune delle Elezioni che quasi tutte le forze politiche hanno condiviso, a partire proprio da SMER-SD. I socialdemocratici sono stati abili nel giocare sulle paure degli slovacchi nei confronti dei migranti tanto quanto, se non meglio rispetto a SaS, SNS e Nostra Slovacchia.

Dal canto suo, Fico ha coniugato i proclami anti-immigrazione con un populismo sociale atto ad ottenere il voto dei pensionati, la categoria di votanti che ha supportato in massa SMER-SD. 

Oltre a promettere pacchetti sociali più alti, Fico ha saputo ottenere il voto dei pensionati con l’approvazione, da parte del suo Governo, di provvedimenti apertamente populistici, come la restituzione del danaro pagato in anticipo per il gas in seguito al decremento dei prezzi: un vantaggio del quale hanno giovato persino pensionati di campagna sprovvisti di impianto a gas.

Sempre a proposito di gas, altri due ambiti sui quali il Premier slovacco ha puntato per ottenere la rielezione sono l’energia -sottolineando come la Slovacchia sia uno dei più importanti Paesi dell’Unione Europea dal quale transita il gas russo- e il rapporto con la Russia. 

Se, da un lato, Fico ha autorizzato il transito invertito del gas dalla Slovacchia all’Ucraina -una decisione che ha permesso a Kyiv di diminuire la dipendenza energetica da Mosca- dall’altro il Premier slovacco si è detto favorevole a revocare le sanzioni che l’Unione Europea ha applicato alla Russia in seguito all’annessione della Crimea e all’occupazione del Donbas.

La politica di sostegno alla Russia di Fico -seppur non si tratti di un supporto totale-  è condivisa da SNS e Nostra Slovacchia: forze politiche che sostengono la necessità di una collaborazione più stretta tra Slovacchia e Mosca sul modello delle relazioni che intercorrono tra il Premier ungherese, Viktor Orbán, e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Meno marcata sulla Russia, ma decisamente contraria alla politica di accoglienza dei migranti, è la SaS, che ha assunto posizioni di critica nei confronti dell’Unione Europea simile a quelle espresse dai conservatori britannici e da Diritto e Giustizia -PiS- il Partito di Governo in Polonia.

Kiska l’unica speranza per l’Europa e l’Occidente

Stando ai numeri, le uniche coalizioni possibili possono essere composte o da Partiti apertamente anti-immigrazione ed antieuropei, o da forze politiche filorusse ed antieuropee allo stesso tempo.

Di sicuro, a caratterizzare un’opposizione seria, filo europea e non filorussa sono Most-Hid e Siet’: Partiti di orientamento moderato che hanno raccolto l’eredità del Movimento Cristiano Democratico slovacco -KDH- che, per la prima volta nella storia della Slovacchia, è stato relegato all’opposizione extraparlamentare.

Assieme a Most-Híd e Siet’, a tenere fede ad una politica moderata in Slovacchia è anche il Presidente, Andrej Kiska, politico di orientamento liberale capace di sconfiggere il Premier Fico nelle Elezioni Presidenziali del 2014.

Kiska, che ha già incaricato Fico di formare una colazione di maggioranza, invitando nel contempo i Partiti entrati in Parlamento ad assumere un atteggiamento costruttivo per il bene del Paese, è un ex-dissidente che ha partecipato alla Rivoluzione di Velluto, il processo democratico che ha reso la Cecoslovacchia indipendente dal gioco sovietico.

Kiska, filantropo di formazione statunitense, appoggia il rafforzamento della NATO in Europa Centro Orientale e le sanzioni che l’UE ha applicato alla Russia per la guerra in Crimea e nel Donbass.

Nel contempo, Kiska sostiene il progetto dell’Unione Energetica Europea e l’integrità territoriale ucraina.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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La Russia viola lo spazio aereo di Georgia e Finlandia dopo la Turchia

Posted in NATO by matteocazzulani on December 12, 2015

Un elicottero dell’esercito russo viola lo spazio aereo della Georgia, e contemporaneamente un altro elicottero militare di Mosca sorvola i cieli della Finlandia. Tbilisi parla di provocazione, mentre Helsinki pensa sempre più seriamente alla NATO



Varsavia – Dopo l’Ucraina sembra proprio essere il momento della Georgia, che per la felicità della Russia, non è la Turchia. Nella giornata di giovedì, 10 Dicembre, un elicottero dell’esercito russo ha violato lo spazio aereo della Georgia per una manciata di minuti, sorvolando sia il territorio georgiano che zone della Ossezia del Sud, regione georgiana controllata illegalmente dalle armate di Mosca. 

Come riportato dal portale di informazione Civil Georgia, pronta è stata la risposta del Governo georgiano, che ha condannato l’accaduto come una vera e propria provocazione. La Georgia ha anche invitato la Russia a rispettare la tregua del 2008, nella quale, dopo l’aggressione-lampo di Mosca che ha portato l’esercito della Federazione Russa ad occupare sino ad oggi le regioni georgiane di Ossezia del Sud ed Abkhazia, il Cremlino ha promesso di rispettare l’integrità territoriale di Tbilisi.

Oltre che in Georgia, sconfinamenti dell’aviazione militare russa si sono verificati anche in Finlandia. Come riportato dalla finlandese Yle, nella giornata di giovedì, 10 Dicembre, un altro elicottero dell’esercito russo ha infatti sorvolato il territorio finlandese nei pressi della località di Haapasaari, vicino al Golfo di Finlandia, per una decina di minuti, ignorando le ripetute richieste dell’aviazione militare finlandese di terminare lo sconfinamento illegale.

Le manovre della Russia nei cieli di altri Paesi avvengono a pochi giorni da un simile sconfinamento in territorio turco al confine con la Siria al quale, lo scorso 24 novembre, la Turchia ha risposto abbattendo un Su 24 dell’esercito russo.

Altri sconfinamenti, avvenuti in Finlandia, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia, Romania e Paesi Baltici, sono rimasti senza risposta, in quanto le aviazioni dei Paesi dell’Unione Europea e della NATO hanno preferito non rispondere a comportamenti che, secondo il codice militare, sono catalogabili come vere e proprie provocazioni rasenti alla dichiarazione di ostilità.

La ripresa degli sconfinamenti da parte della Russia ha lo scopo di alzare la tensione in una regione, quella del Caucaso e dell’Europa Orientale, in cui Mosca intende ripristinare la propria influenza dopo il periodo sovietico avvalendosi di una retorica fortemente nazionalista atta a mobilitare giovani russi alla guerra per il nuovo impero russo contro l’Occidente.

La Georgia è infatti non solo un Paese dell’ex-Unione Sovietica, ma anche un importante Stato di transito del gas dall’Azerbaijan verso l’Europa di cui la Commissione Europea intende avvalersi per diversificare le proprie forniture ed allentare la dipendenza energetica dalla Russia.

La Finlandia è un Paese dell’Unione Europea che ha avviato un dibattito interno per aderire alla NATO: una decisione presa all’indomani dell’annessione illegale della Crimea e dell’occupazione militare del Donbas da parte della Russia ai danni dell’Ucraina.

Gli amici di Putin fanno lobby in Europa

Nella sua opera di provocazione militare, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, può contare non solo sulla debolezza di Georgia ed Ucraina, ma anche di preziosi alleati all’interno dell’Unione Europea, pronti ad attuare politiche inclini all’interesse della Russia, anche a discapito della solidarietà UE.

La Germania sta facendo di tutto per forzare il prolungamento del Nordstream, gasdotto progettato dalla Russia sul fondale del Mar Baltico per incrementare la dipendenza dell’UE dal gas russo e bypassare Paesi membri dell’Unione come Svezia, Finlandia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Lettonia e Lituania.

L’Italia, con il sostegno di Grecia, Cipro, Ungheria ed Austria, si è opposta, durante il vertice degli Ambasciatori UE di mercoledì, 9 Dicembre, al prolungamento delle sanzioni che l’Unione Europea ha applicato alla Russia in riposta all’occupazione di Crimea e Donbas.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Elezioni in Gran Bretagna: tifo Cameron

Posted in Editoriale, Gran Bretagna by matteocazzulani on May 6, 2015

La vittoria del Partito Conservatore Tory consente il rafforzamento della Comunità Trans Atlantica ed un’evoluzione dell’Unione Europa atta a garantire la sicurezza del Vecchio Continente. Le posizioni del Primo Ministro britannico uscente su NATO e Russia, e il suo rapporto di amicizia con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, le chiavi per una politica europea davvero lungimirante

Non solo consultazioni elettorali cruciali per uno dei Paesi più importanti dell’Unione Europea, le Elezioni Generali della Gran Bretagna di mercoledì, 8 Maggio, possono rappresentare un punto di svolta per il futuro della Comunità Trans Atlantica. Secondo le principali rilevazioni sociologiche, le Elezioni britanniche dovrebbero concludersi con una vittoria di misura del Partito Conservatore Tory guidato Primo Ministro uscente, David Cameron.

La vittoria di Cameron, che dal 2010 governa la Gran Bretagna in coalizione con i LiberalDemocratici, rappresenta il risultato ottimale per intensificare il percorso di rafforzamento della Comunità Trans Atlantica e, più nello specifico, di riforma di un’Unione Europea che fa sempre più fatica a contare sul piano internazionale.

Cameron, infatti, è uno dei pochi leader politici europei che ha ben compreso come solo con uno stretto legame con gli Stati Uniti d’America l’Unione Europea possa finalmente evolversi in quella potenza mondiale tanto sognata dai vari federalisti ed europeisti convinti.

Concordemente con questa visione, il Primo Ministro britannico, che in caso di riconferma alla guida del Governo ha promesso un referendum sull’opportunità o meno per Londra di rimanere in un’Unione Europea ad oggi troppo germano e franco centrica, si è speso a più riprese per il rafforzamento della NATO per garantire la sicurezza nazionale di tutti i Paesi dell’UE.

L’idea di Cameron è una valida alternativa al fantomatico esercito unico europeo che tanto il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, quanto l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, Federica Mogherini hanno tanto ventilato.

Questo progetto è stato concepito senza considerare che un duplicato della NATO, peraltro senza la partecipazione di Stati Uniti e Canada, sarebbe un’iniziativa inutile, costosa e controproducente per difendere l’Europa, e più in generale la Comunità Trans Atlantica, dall’aggressione della Russia di Putin e dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL.

Inoltre, Cameron, assieme al Premier italiano, Matteo Renzi, è stato l’unico Capo di Governo di un Paese membro dell’Unione Europea ad essere riuscito a mantenere un contatto diretto, ed una collaborazione proficua, con il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama.

Il rapporto con Obama, suggellato dalle dichiarazioni di amicizia che, in più occasioni, il Presidente degli Stati Uniti ha rivolto a Cameron pubblicamente, è un punto a favore considerevole per Cameron, sopratutto se si tiene conto di come l’Amministrazione Presidenziale USA abbia dimostrato un sostanziale disimpegno, quando non un moderato disinteresse, rispetto alle questioni legate all’Unione Europea.

In aggiunta, Cameron, assieme ai Premier di Danimarca, Polonia, Lettonia, Estonia e Romania ed alla Presidente della Lituania, è stato uno dei pochi leader dell’Unione Europea ad avere assunto una posizione risoluta nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, in seguito all’aggressione militare russa all’Ucraina.

Cameron, che a più riprese ha lamentato provocazioni militari nei cieli della Gran Bretagna da parte di velivoli dell’esercito russo, è stato inoltre tra gli unici leader della Comunità Trans Atlantica, assieme ad Obama ed al Premier polacco, Ewa Kopacz, ad autorizzare l’invio di contingenti dell’esercito in Ucraina per addestrare le forze armate ucraine a difendere i propri confini dal più forte ed equipaggiato esercito della Russia.

Infine, Cameron ha anche implementato il legame tra Europa e Stati Uniti sul piano energetico, varando, come unico leader dell’Unione Europea, un contratto per l’importazione del gas shale statunitense a partire dal 2018.

Questo accordo, oltre che ad incrementare il ruolo degli Stati Uniti come Paese esportatore di gas nel mercato mondiale, dimostra come lo shale statunitense sia una valida alternativa al gas naturale russo, da cui l’Unione Europea dipende ancora troppo fortemente.

Essere più atlantisti per un’Europa davvero potenza mondiale

La politica attuata da Cameron, e più in generale dai Tory, fa della vittoria dei conservatori nelle Elezioni Generali britanniche il risultato su cui l’Europa tutta dovrebbe sperare.

Non sono, infatti, le ricette nazionaliste dello UKIP di Nigel Farage -Partito dalle venature xenofobe peraltro sul libro paga di Putin, come dimostrato da diversi media internazionali- quello di cui l’Europa ha bisogno.

Allo stesso tempo, non è nemmeno la posizione sull’Unione Europea espressa dal Partito Laburista di Ed Milliband, troppo morbida nei confronti di Germania e Francia, a servire all’UE per contare davvero nel Mondo.

Come sostiene Cameron, in Europa occorre essere maggiormente lungimiranti per garantire Democrazia, Libertà, Pace e Prosperità sia ai Paesi membri dell’Unione Europea che ai suoi alleati.

Dunque, occorre essere meno carolingi e più atlantisti: comprendere che non è la retorica franco-tedesca, bensì un saldo legame con gli Stati Uniti, la soluzione per un’Unione Europea davvero forte e protagonista nel Mondo.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche Trans Atlantiche, dell’Europa Centro-Orientale ed energetiche

@MatteoCazzulani

Putin contro l’offerta di pace di Poroshenko e la diversificazione energetica dell’UE

Posted in Ukraina, Unione Europea by matteocazzulani on June 20, 2014

Il Presidente ucraino dichiara il cessate il fuoco unilaterale e propone al Capo di Stato russo un programma per la pace. Mosca ammassa le sue truppe ai confini orientali dell’Ucraina

Poroshenko offre la pace, Putin vuole ancora la guerra. Nella giornata di giovedì, 19 Giugno, il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha presentato via telefono al suo collega russo, Vladimir Putin, un piano di pace di quattordici punti per stabilizzare definitivamente la situazione in Ucraina orientale, da tempo occupate da miliziani dell’esercito della Federazione Russa.

Poroshenko, che ha unilateralmente dichiarato il cessate il fuoco da parte dell’esercito ucraino impegnato nella riconquista delle regioni di Donetsk e Luhansk, ha garantito sicurezza ai partecipanti delle negoziazioni, ed ha promesso amnistia per i miliziani russi che depongono le armi in cambio del rilascio immediato degli ostaggi di guerra.

Inoltre, il Presidente ucraino ha stabilito la creazione di una zona demilitarizzata di 10 chilometri a cavallo del confine tra Ucraina e Russia, ha permesso la creazione di un Corrodoio Sanirario per permettere il rimpatrio dei miliziani russi e dei mercenari ucraini, ed ha proposto la riorganizzazione del sistema radiotelevisivo ed amministrativo delle regioni di Donetsk e Luhansk.

Sul piano politico, Poroshenko ha poi dichiarato l’intenzione di indire Elezioni Parlamentari ed Amministrative anticipate, consultazioni frequenti con i Governatori delle regioni dell’Est dell’Ucraina, un programma di incentivi per la creazione di lavoro nelle regioni di Donetsk e Luhansk, decentralizzazione del potere e rafforzamento dell’uso della lingua russa.

Nonostante l’apertura di pace del Presidente ucraino, che ha persino rimpiazzato a Capo del Ministero degli Esteri Andriy Deshchytsya -noto per avere offeso pubblicamente Putin- con il più mite Pavlo Klimkin -Ambasciatore ucraino a Berlino noto per le sue posizioni marcatamente filo europee- la Russia ha risposto concentrando nuove truppe ai confini orientali dell’Ucraina, a pochi chilometri da Luhansk.

“Abbiamo riscontrato il concentrarsi di soldati ed armamenti russi al confine con l’Ucraina: siamo preoccupati per questo passo indietro compiuto da Mosca, che mette a serio repentaglio la realizzazione del piano di pace,mvolto a stabilizzare la situazione in Ucraina orientale” ha dichiarato il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen.

Mosca finanzia la lobby anti-shale in Europa

Rasmussen, a Londra, durante una conferenza presso il noto Think-Tank di politica estera Chatman House, ha poi lanciato l’allarme in merito al sostegno dato dalla Russia alle organizzazioni ambientaliste ed ecologiste che si oppongono in Europa allo sfruttamento del gas shale.

Lo shale è un gas estratto da rocce argillose poste a bassa profondità che, se estratto in Europa, permetterebbe, secondo i dati EIA, a Paesi come Polonia, Francia, Olanda, Danimarca, Romania e Lituania di ridurre al minimo la loro dipendenza dalle forniture di gas dalla Russia.

“Alcuni Paesi dell’Alleanza Atlantica lamentano la campagna mediatica scatenata dalla Russia contro lo sfruttamento dello shale” ha dichiarato Rasmussen, argomentando come vi siano molte associazioni ambientaliste che contestano lo sfruttamento dello shale, che invece è regolarmente sfruttato negli Stati Uniti d’America.

Rasmussen ha poi aggiunto che molte di queste Associazioni ambientaliste, che agiscono per ragioni ecologiche ed ideologiche, sono all’oscuro dei vantaggi che la loro posizione porta alla strategia geopolitica della Russia di Putin, che mira a mantenere l’Europa dipendente dal gas di Mosca.

Lo shale, come la diversificazione delle forniture energetiche dell’Europa messa a punto dall’Unione Europea, è vista come una minaccia al progetto della Russia di mantenere l’Europa sotto il suo controllo.

“La sicurezza energetica è una questione legata a stretto filo con la sicurezza nazionale” ha aggiunto, a ragione, Rasmussen- solo con una maggiore indipendenza energetica l’UE ha la possibilità di diventare davvero forte ed autonoma nel mercato mondiale”.

Matteo Cazzulani
Analista di Politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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LA LETTONIA DICE NO AL RUSSO COME LINGUA DI STATO

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on February 20, 2012

L’80% dei lettoni rigetta la proposta di rendere il Paese baltico ufficialmente bilingue. Secondo i vincitori della consultazione, la diminuzione dell’importanza del lettone favorirebbe la politica imperiale della Russia, mentre la minoranza russofona evidenzia la scarsa conoscenza dell’idioma ufficiale da parte di una percentuale consistente della popolazione. La polemica tra Ministero degli Esteri di Mosca e Riga, e gli altri esempi di come la questione linguistica sia utilizzata dal Cremlino per legittimare le rinate ambizioni monopolistiche sull’Europa 

Il Primo Ministro lettone, Valdis Dombrovskis

Con circa il 70% dell’affluenza quello sulla questione linguistica è stato il referendum più votato nella storia della Lettonia Indipendente. Nella giornata di sabato, 18 Febbraio, circa l’80% dei lettoni ha rigettato la proposta di istituire il russo come seconda lingua di Stato in una tornata elettorale che, per la media dei Paesi Baltici, ha riscontrato percentuali di partecipazione da record: solo nella Capitale, Riga, alle urne è accorso il 77% degli aventi diritto.

Soddisfazione per l’esito del referendum è stata espressa dal Primo Ministro, Valdis Dombrovskis, che ha illustrato come il no al riconoscimento del russo a lingua di Stato garantisca il rispetto dei fondamenti costituzionale della Lettonia.

Apprezzamento è stato espresso anche dal Presidente lettone, Andris Berzins, che ha sottolineato come il mantenimento di una sola lingua nazionale sia non solo fondamentale per tutelare le tradizioni nazionali, ma anche per garantire a tutte le minoranze parità di trattamento nei confronti dello Stato.

I sostenitori del sì, ubicati perlopiù nelle regioni orientali al confine con la Russia, e rappresentati dal sindaco di Riga, Nil Usakov, hanno puntato sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica in merito al problema legato alla presenza in Lettonia di circa 700 Mila cittadini che, perlopiù di età avanzata, non hanno mai imparato il lettone.

A sostenerli è stato anche il Ministero degli Esteri della Federazione Russa, che ha accusato Riga di mancato rispetto del Diritto Internazionale per non avere accettato la presenza ai seggi di osservatori di Mosca.

In pronta risposta, le Autorità lettoni hanno giudicato un’intrusione da parte di Mosca nelle questioni interne a uno Stato sovrano la partecipazione di esponenti della Russia nominati direttamente del Cremlino – e non inseriti in Organizzazioni riconosciute internazionalmente.

La leva linguistica come arma politica

La questione linguistica è una pagina molto delicata, spesso utilizzata dalla Federazione Russa per ristabilire la propria egemonia culturale, politica ed economica nello spazio ex-sovietico: sopratutto a spese dell’Unione Europea e dei suoi interessi geopolitici.

Nel caso della Lettonia, per indebolire la sovranità di Riga sul proprio territorio, il Cremlino si è fatto sostenitore delle richieste del 30% della popolazione russofona che nel 1991 – anno dell’Indipendenza dello Stato baltico – ha deciso di non ritornare in Russia.

Dopo 21 anni di indipendenza, sul suolo lettone la lingua di Pushkin è rispettata al punto che il principale giornale locale è edito in russo. D’altro canto, da parte della popolazione russofona pochi sono stati i tentativi profusi per apprendere il lettone: idioma che la Costituzione certifica come unico per la sfera pubblica.

Altri esempi di come nello spazio dell’ex-URSS la questione linguistica assume connotazioni politiche, volte a legittimare – al pari dell’energia – le rinate velleità imperiali di una Russia sempre più monopolista e intollerante, sono quelli di Georgia e Ucraina.

Per contrastare le legittime aspirazioni euroatlantiche di Tbilisi – e con esse il supporto dato dalla Georgia alla politica energetica dell’Unione Europea volta alla diminuzione della dipendenza dal gas di Mosca tramite l’accesso diretto dell’UE ai giacimenti azeri – il Cremlino ha distribuito passaporti russi in Abkhazija ed Ossezia del Sud.

Su queste regioni, etnicamente georgiane, Mosca poi ha rivendicato la propria paternità, e, successivamente, ha creato il pretesto per giustificare l’aggressione militare dell’agosto del 2008: con cui l’esercito russo ha infranto l’integrità territoriale della Georgia.

In Ucraina, particolarmente sensibile è la regione della Crimea: penisola storicamente multiculturale che, in seguito alle secolari politiche di russificazione forzata ed alle deportazioni etniche attuate in epoca sovietica e zarista, è oggi quasi interamente russofona.

Per destabilizzare gli equilibri politici interni a Kyiv, ed orientare le scelte di politica estera delle Autorità ucraine, il Cremlino non solo ha adottato una politica simile a quella realizzata nei confronti della Georgia – con il riconoscimento facilitato della cittadinanza russa alla popolazione locale – ma ha fatto anche leva sulla presenza militare della Flotta Russa del Mar Nero nella base navale di Sebastopoli.

Una vera e propria spina nel fianco, la cui presenza, nel Maggio del 2010, è stata prolungata fino al 2022 da parte Presidente ucraino, Viktor Janukovych, in cambio di uno sconto sulle forniture di gas che Mosca non ha mai concesso.

Matteo Cazzulani

GLI USA HANNO SCELTO: LO SCUDO SPAZIALE DI OBAMA IN ROMANIA E POLONIA

Posted in NATO by matteocazzulani on September 26, 2011

Washington e Bucarest siglano l’accordo per il dispiegamento di missili SM-3 in territorio romeno, a cui seguirà un simile documento con Varsavia. Esperti divisi su una scelta debole di politica estera, sullo sfondo di uno scenario interno ancora incerto.

Il presidente USA, Barack Obama

Per alcuni, un timido segnale di risveglio, per altri, la definitiva rinuncia alla tradizionale difesa dell’Occidente e dei suoi valori. Queste le due interpretazioni date al varo dello scudo antimissilistico USA in Europa Centrale, ufficializzato, nella giornata di martedì, 13 Settembre, con la firma da parte del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e del Ministro degli Esteri romeno, Teodor Baconschi, di un accordo per la dislocazione di una batteria di missili SM-3 in Romania – nella base aerea di Deveselu, nei pressi di Caracal – nel 2015, a cui, nel medesimo luogo, seguirà l’installazione di una postazione radar.

Secondo il progetto, ad essere coinvolti saranno circa 200 persone tra militari, civili, e tecnici, assunti dal governo romeno con l’aiuto finanziario USA. Inoltre, nel 2018 è previsto il posizionamento di altri SM-3 in Polonia, con cui Washington firmerà un relativo accordo, simile, ma separato, da quello con Bucarest. Come dichiarato dalle parti, lo scopo dello scudo spaziale è la protezione dell’Europa da possibili minacce balistiche provenienti dall’Iran e, in più ampia prospettiva, di tutto l’Occidente da attacchi missilistici da parte della Corea del Nord.

Una motivazione che ha lasciato perplessi in molti, poiché essa collima con la ratio del ben più convincente progetto dell’amministrazione repubblicana di George Bush: contrattualmente ratificato nel 2008, ma repentinamente rinegoziato dalla presidenza di Barack Obama, sopratutto in seguito alle proteste di una Russia neo-imperiale, poco disposta nell’accettare il coinvolgimento di Paesi dell’ex-Blocco di Varsavia in progetti militari sotto l’egida USA.

Nello specifico, il progetto Bush prevedeva un’installazione radar e la dislocazione di missili Patriot – dotati di testata e capacità aggressiva, differentemente dagli SM-3, concepiti altresì per abbattere vettori con la sola propria energia cinetica – rispettivamente in Repubblica Ceca e Polonia: Paesi che, comprensibilmente intimoriti in seguito all’aggressione militare russa in Georgia nell’Agosto 2008, e l’inesistente reazione da parte dell’UE – allora sotto la presidenza francese – in difesa dell’integrità territoriale di Tbilisi, firmarono quegli accordi visti come garanzia della propria difesa militare da Mosca, poi rotti unilateralmente da Washington dopo la vittoria democratica alle presidenziali USA di Novembre.

Un progetto in vista delle Presidenziali

Dopo ripetuti tentativi di coinvolgere la Russia nella pianificazione di un nuovo scudo spaziale su scala euroasiatica, l’amministrazione Obama ha dapprima contestualizzato il progetto nell’ambito NATO e, successivamente, elaborato una nuova versione più soft, con intercettori, privi di capacità offensiva, posizionati in Romania e Polonia – in ultimo, preferita a Turchia, Bulgaria, ed Ucraina, precedentemente selezionate come sito per la dislocazione dei missili.

Secondo diversi esperti, la firma con Bucarest sarebbe un tentativo da parte dell’establishment democratico di rispondere all’accusa di aver rinunciato alla difesa dell’Occidente e dei suoi valori – in nome una ricerca assidua del dialogo persino con ogni dittatore del Pianeta – mossa con coerenza da un campo repubblicano tornato alla guida del Congresso dopo le elezioni di mid-term del 2010, e deciso a lanciare la sfida presidenziale ad Obama sin da ora.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: LA CROAZIA AL CENTRO DELL’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 8, 2011

Varato il Varosfold-Slobodnica, gasdotto croato-ungherese utile per l’indipendenza energetica di Zagabria. Soddisfatte anche Unione Europea e Bosnia

Il Corridoio Nord-Sud dell'Unione Europea

290 chilometri che fanno la storia. Così nella giornata di Domenica, 7 Agosto, la Croazia si è posta al centro dell’Europa energetica, grazie all’apertura ufficiale del Varosfold-Slobodnica: gasdotto croato-ungherese che certifica l’indipendenza energetica dalle forniture russe: ora, Zagabria riceve gas sia da Budapest che dal terminale dell’isola di Krk, in via di ultimazione.

L’importanza della nuova infrastruttura è anche legata ad un contesto geopolitico più ambio: alla vigilia dell’ingresso nell’Unione Europea, la Croazia si pone come snodo cruciale del Corridoio Nord-Sud, concepito da Bruxelles per collegare il terminale di Swinoujscie, in Polonia, con il Nabucco: gasdotto sottomarino che, importando oro blu centro-asiatico, costituisce la conduttura principale del Corridoio Meridionale, con cui l’UE intende diminuire la dipendenza dalla Federazione Russa.

Carburante anche per la Bosnia

Come riportato da una nota della Plinacro, la compagnia croata responsabile, l’infrastruttura è costata 395 Milioni di Euro. L’anno di inizio dei lavori, conclusi in tempi record, il 2009.

Soddisfazione per il varo non solo da Croazia ed Unione Europea, ma anche dalla Bosnia, in quanto, con la sua portata di 1 Miliardo di metri cubi all’anno, il gasdotto di recente realizzazione è una fonte di approvvigionamento anche per Sarajevo, in cerca di differenti fonti di importazione di oro blu.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: JULIJA TYMOSHENKO ACCUSA IL PM

Posted in Ukraina by matteocazzulani on July 24, 2011

Gli avvocati della Leader dell’Opposizione Democratica accusano Rodion Kirjejev di abuso d’ufficio nel processo a carico dell’anima della Rivoluzione Democratica. Pausa nel ricorso contro RosUkrEnergo presso il Tribunale statunitense

La leader dell'opposizione democratica, Julija Tymoshenko

Dalla parte della difesa a quella dell’accusa. Questa è la tattica che sarà adottata da Mykola Siryj, avvocato difensore di una Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, fortemente penalizzata dalla condotta del giudice, Rodion Kirjejev, ritenuta anti-costituzionale e fortemente lesiva del diritto dell’imputata.

Nello specifico, il legale dell’anima della Rivoluzione Arancione ha illustrato come, non essendo in grado di citare con precisione l’articolo del Codice Penale e l’imputazione formale a carico di Julija Tymoshenko, il giovane magistrato sia incappato nel reato di presunzione di colpa e, de facto, stia “giudicando” l’imputata solamente sulla base di ipotesi.

Inoltre, come evidenziato da Siryj, il PM ha dimostrato la volontà di terminare in fretta il procedimento, negando alla Leader dell’Opposizione Democratica, ed ai suoi rappresentanti, tempo per la visione delle imputazioni preliminari, e presenza durante la prima lettura delle accuse.

Julija Tymoshenko, ex-Primo Ministro, è sotto processo per gestione fraudolenta del bilancio pubblico per 1,5 Miliardi di Hryvnje, e condotta anti-statale nel corso degli accordi per il gas del Gennaio 2009, con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. A condanna di quello che è stato definito come un processo politicamente motivato si sono espressi Consiglio d’Europa, USA, PPE, e principali ONG internazionali indipendenti. Il parlamento Europeo ha approvato una risoluzione, con cui ha messo in dubbio la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina, se a Kyiv le pressioni a carico di Opposizione Democratica e media liberi non saranno terminate.

Pausa nel ricorso contro l’intermediario

In pausa, per impossibilità di partecipazione dell’anima della Rivoluzione Arancione, anche il parallelo procedimento giudiziario negli Stati Uniti, a cui Julija Tymoshenko si è rivolta per ricorrere contro la restituzione alla compagnia RosUkrEnergo – di proprietà dell’oligarca Dmytro Firtash, il principale sponsor del Presidente, Viktor Janukovych – di 12,1 miliardi di metri cubi di gas appartenenti al colosso statale ucraino, Naftohaz.

Tale decisione, ordinata nel 2010 dall’Arbitrato di Stoccolma, è dovuta alla decisione di eliminare RosUkrEnergo dalle trattative per il gas tra Naftohaz ed il monopolista russo, Gazprom, concordata nel 2008 da Julija Tymoshenko e Vladimir Putin per ribassare il tariffario imposto da Mosca a Kyiv: privata delle riserve di gas contenute nei propri siti di stoccaggio – ex lege non più vendibili all’Ucraina – RosUkrEnergo ha esposto ricorso per ottenerne la restituzione.

Lecito ricordare che la compagnia intermediaria, posseduta per metà da Firtash, e per metà da Gazprom, è stata introdotta nel 2006, in seguito alla prima guerra del gas, per la compravendita di gas turkmeno. A volerla, un accordo tra Vladimir Putin, allora Presidente della Federazione Russa, e Viktor Jushchenko, ex-Capo di Stato ucraino.

Matteo Cazzulani

ZBIGNIEW BRZEZINSKI: RUSSIA DEMOCRATICA SE L’UCRAINA GUARDA AD OCCIDENTE

Posted in USA by matteocazzulani on July 13, 2011

L’ex-Segretario alla Sicurezza USA, ritenuto uno dei principali strateghi di politica internazionale, illustra la ricetta per rendere Mosca meno imperialista e nostalgica dell’era sovietica

L'ex Segretario alla Sicurezza USA, Zbigniew Brzezinski

Altro che Obama e buonismo progressista, il vero messaggio di cambiamento e di speranza made in USA è targato Zbigniew Brzezinski. Nella giornata di Venerdì, 8 Luglio, a Washington, ha avuto luogo un’affollata conferenza, in cui analisti ed esperti politici hanno riflettuto sulla situazione Europea e Russa.

Come riportato da Radio Liberty, differenti sono stati gli ospiti d’eccezione e gli interventi di rilievo dinnanzi ad un pubblico di circa 300 persone, ma a lasciare il segno è stato, senza dubbio, l’ex-Segretario del Consiglio di Sicurezza statunitense, che ha evidenziato come l’unico argine al rinato imperialismo russo possa essere solo una definitiva democratizzazione dell’Ucraina.

Una vera e propria scommessa, poiché, oggi, è proprio Kyiv uno dei Paesi geopoliticamente più controversi del momento: da un lato, il Presidente, Viktor Janukovych, si spende in proclami in cui definisce a più riprese l’Unione Europea come la priorità della propria politica estera. Dall’altro, ne infrange i principi costitutivi, rischiando di mandare a monte la sigla di un Accordo di Associazione con Bruxelles, faticosamente preparato dal 2008, quando a governare il Paese sono stati gli arancioni di Julija Tymoshenko e Viktor Jushchenko che, seppur divisi da dissidi interni, in ambito internazionale erano concordi nell’avvicinarsi all’Occidente.

Il giallo ucraino

Tra i casi più eclatanti che ostacolano l’avvicinamento di Kyiv a Bruxelles – emersi nel corso dell’evento – le pressioni su media ed esponenti dell’Opposizione Democratica, e, sopratutto, i processi politicamente motivati a carico della sua Leader – la Tymoshenko – e dell’ex-Ministro degli Interni, Jurij Lucenko: rispettivamente, accusati di condotta anti statale nel corso degli accordi per il gas russo del gennaio 2009, e di abuso d’ufficio.

“Se nei prossimi cinque anni L’Ucraina si democratizza – ha dichiarato Brzezinski – influirà positivamente anche sulla Russia. L’avvicinamento di Kyiv all’Occidente – ha continuato – è destinato a mutare radicalmente il punto di vista di Mosca, sopratutto in un’ottica a lungo raggio. Uno Stato ucraino rivolto all’Europa ed all’Atlantico – ha concluso – può trainare anche la Federazione Russa al rispetto di certi valori”.

A corredo dell’intervento del Diplomatico USA – che, essendo nato a Varsavia, ben conosce i rapporti tra la Russia e Vecchio Continente – interventi di diversi studiosi e politici, tutti concordi nell’auspicare una maggiore integrazione di Kyiv nell’Unione Europea. Ma, nel contempo, preoccupati dinnanzi ai recenti esempi di riacceso autoritarismo non solo in Ucraina e Russia, ma anche in Bielorussia, Kyrgystan, e Kazakhstan.

Matteo Cazzulani

EURO 2012: ECCO I NOMI DELLE MASCOTTE DI UN EUROPEO ORAMAI PRIVO DELLA VERA RATIO

Posted in Euro 2012 by matteocazzulani on December 4, 2010

Slavko e Slawek l’immagine di Euro 2012. Competizione divenuta insensata

La presentazione delle mascotte, Slavko e Slawek. FOTO UEFA.COM

Le varianti ucraina e polacca della parola Gloria. Questi i nomi delle mascotte del campionato europeo di calcio del 2012. Due simpatici calciatori, abbigliati con le divise delle nazionali dei due Paesi che ospiteranno la rassegna UEFA. Numero 20 per il biancorosso polacco. Il 12 per il gialloblù ucraino.

Il battesimo, avvenuto nella giornata di sabato, 4 dicembre, ha chiuso una partecipata votazione, avvenuta, via internet, sul sito ufficiale dell’UE del calcio, e nei fast-food polacchi ed ucraini della catena Mc Donalds, sponsor della manifestazione.

Con il 56% dei voti, l’accoppiata Slavko-Slawek ha superato la proposta Strimko-Shemka, seconda con l’11% dei consensi, e Ladko-Klemek, preferita dal 5% dei votanti.

Un Europeo senza l’Europa

Il logo dell'europeo 2012. FOTO UEFA.COM

Dinnanzi a tale esito, lecita una riflessione. La gloria dell’Europeo di calcio stava nella motivazione della sua ubicazione. In due Paesi, per anni divisi da odi ed incomprensioni, finalmente superati, in nome di una comune storia. E, sopratutto, della condivisa aspirazione europea. Raggiunta, per la Polonia. Non per l’Ucraina.

Difatti, l’assegnazione della rassegna alle patrie di Shevchenko — Taras, il Poeta Nazionale ucraino, uno dei più grandi del romanticismo europeo — e Mickiewicz — il vate della letteratura polacca — è stata un’occasione per agevolare l’integrazione di Kyiv nell’Unione Europea. Scopo ben esemplificato dalla tinta del pallone sul logo, in ricordo di quella Rivoluzione Arancione, con cui gli ucraini hanno dimostrato di preferire Bruxelles a Mosca.

Purtroppo, da allora molto è cambiato. Non solo la politica UE, assetata di gas, e per questo sempre più attenta a non irritare la Federazione Russa. Ma anche le relazioni tra i due Paesi ospitanti.

Lontano ricordo le posizioni del Capo di Stato polacco, Aleksander Kwasniewski, che, dinnanzi alla protesta colorata e non violenta del Majdan, promette al futuro collega ucraino, Viktor Jushchenko, di essere suo avvocato in Occidente. Nemmeno più le tavole rotonde tra i governi di Jaroslaw Kaczynski e Julija Tymoshenko, per rafforzare una collaborazione continua, atta ad un riavvicinamento economico, culturale, e spirituale tra Kyiv e Varsavia.

Oggi, i nuovi Presidenti, Bronislaw Komorowski e Viktor Janukovych, con i rispettivi Premier, Donald Tusk e Mykola Azarov, sembrano avere abandonato ogni possibile forma di dialogo, non legato strettamente all’ambito economico e finanziario. Un nausenante pragmatismo, permeato di un ipocrito volemose bene senza se e senza ma, di origine obamiana, che non rende giustizia alla tradizione storica di due popoli europei.

Entrambi, a lungo sudditi del dominio russo. E vittime dei peggiori totalitarsmi del ventesimo secolo. Il comunismo ed il nazismo.

Matteo Cazzulani